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Renzi ed UE: mala tempora currunt

Sono molte le vicende economiche e politiche, sia di livello nazionale che di stampo europeo, che negli ultimi mesi si stanno susseguendo freneticamente. Ognuna ha una sua importanza e per la propria delicatezza rappresenta senza dubbio una spina nel fianco per il Governo, non nello specifico per l’Esecutivo Renzi, lo sarebbe parimenti per ogni altro Esecutivo, ma la fase politica vede il fiorentino alla presidenza del Consiglio e pertanto egli deve subissarsi onori ed oneri della leadership.

Oggi intanto è il giorno dei ballottaggi per le comunali in diverse città. La più importante è senza dubbio Venezia, dove parte favorito dai risultati della prima tornata il candidato PD, ma della minoranza Dem, Casson. L’avversario, delle file del centrodestra, che però di dice nè di destra nè di sinistra, Brugnaro, è comunque ostico e molte autorevoli voci lo darebbero avvantaggiato per la vittoria finale. Venezia è un buon terreno per Renzi, in caso di vittoria di Casson potrebbe annoverare un successo del PD, in caso di sconfitta invece potrebbe addossare la colpa alla minoranza Dem, che secondo il Premier ha di fatto consegnato la Liguria a Toti. La partita di Venezia vede quindi Renzi dalla “parte dei bottoni”, ma sono molte altre le questioni che Renzi deve fronteggiare.

Sempre più sovente si sentono ricordare, in particolare da parte degli oppositori politici, iniziando da Brunetta e proseguendo con il M5S, le elezioni anticipate, che invece per il Premier e per il PD rimangono fissate, come da programma, nel 2018. Se fino a qualche mese fa poteva essere gioco per Renzi, privo di avversari, correre alle urne e legittimare ulteriormente la sua posizione, avendo poi modo di porre nelle posizioni di comando, attualmente coperte da “altri”, esponenti appartenenti al suo “giglio magico”, ora lo scenario è cambiato ed anticipare le urne potrebbe essere un ritorno brusco alla realtà per il PD renziano. Il cambio di scenario è da tempo evidente per logica e ad intelletti mediamente fini, ma non ancora comprovato da fatti oggettivi come potrebbero essere le elezioni politiche nazionali (seppure le regionali qualche importante segnale lo hanno dato).

Il Premier ha molti problemi da fronteggiare, non tutti dovuti a lui, al suo Esecutivo o operato. Alcuni sono dovuti a circostanze economiche mondiali, come la crisi greca (Link 1Link 2 – Link 3) che, esacerbata oltremodo con una cocciutaggine da parte delle istituzione UE che richiederebbe un risarcimento danni e sicuramente ha fatto trasalire i Padri Fondatori del progetto comunitario ovunque, ora, nel loro meritato riposo, si stiano trovando, sta rischiando, e le istituzioni USA sono le prime, immediatamente seguite dalle agenzie di rating, a mettere in guardia dal concreto pericolo nonostante le rassicurazioni della BCE, di minare l’economia e la ripresa mondiale, aprendo i cancelli ad una nuova tempesta degli spead, a scenari speculativi ed a mercati tesi e volatili dominati dall’incertezza tanto odiata dai veri investitori quanto amata dagli speculatori.

Altri elementi di pericolo per Renzi sono dovuti ad un cambio delle dinamiche mondiali, di cui possiamo solo prendere atto e che dobbiamo imparare a gestire diversamente da quanto fatto fino ad ora. L’evidente riferimento è ai flussi migratori abnormi, che vedono l’Italia e la Grecia fisiologicamente in prima linea. Alle spalle c’è una Europa ancora una volta inconsistente e ed egoista i cui stati, proteggendosi dietro i trattati di Dublino, hanno ripudiato il piano Juncker di allocazione di quote per i vari pesi membri, con il contemporaneo blocco di Shengen da parte di Francia, Germania ed Austria, proprio, ironia della sorte, nell’anno dell’anniversario del trattato. Risultato di tutto ciò, sono le frontiere bloccate ed il nostro paese inerme ed incapace di gestire questo flusso umano stipato, come uomini non dovrebbero esser degni d’esserlo, i locazioni di fortuna. La soluzione, a parte la ridicola e neppur simbolica cifra di 60 milioni di euro allocata pro Italia e Grecia da parte dell’UE, dovrebbe essere una maggior cooperazione nei rimpatri ed interventi volti a contenere le migrazioni nei paesi d’origini. In realtà di disastri e di vite stroncate in mare, nel corso di questi anni se ne sono avuti a non finire, ma nulla è cambiato, anzi le cose sono addirittura peggiorate (proprio come per la crisi Greca).

Vi son o poi le question interne. Le ultime elezioni regionali hanno mostrato un PD in declino ed una immagine di Renzi in ribasso. Le vittorie in Campania e Puglia non sono state ad appannaggio di esponenti democratici renziani, anzi i vincitori sono membri della vecchia guardia che poco avevano a che spartire con Renzi fino a qualche settimana fa. In Campania poi andrà sbrogliata la questione della “impresentabilità” di De Luca e quella della legge Severino. Indubbio è che, qualunque sarà l’epilogo, avranno gioco facile gli oppositori di Renzi a trovare argomenti per cercare di screditarlo. Gli esponenti renziani, Paita e Moretti, sono invece stati sconfitti pesantemente in Liguria ed in Veneto, dove hanno vinto rispettivamente Toti, con l’alleanza di centrodestra e grazie al contributo leghista, e Zaia, esponente leghista ed uscente governatore del Veneto. L’evidenza è che, complice anche il problema dei migranti, la Lega al nord ha un gran seguito ed un centrodestra, seppur poco feroce ed incapace di organizzarsi in modo concreto per gareggiare a livello nazionale, può già, se unito e con un personaggio che lo rappresenti di carisma medio come può essere l’ “innocente” Toti, mettere in difficoltà e sottrarre consensi al Premier.

Infine vi è la vicenda romana di Mafia Capitale, vero dramma per il Governo, anche se evidentemente il reticolo di malaffare non può essere che radicato ed ereditato dagli anni addietro. Marino si è trovato in mezzo alla bufera, forse è stato incapace di fronteggiarla, ma di certo non l’ha generata. Sono molte le richieste di nuove elezioni sia nella capitale che in regione Lazio, in tal caso il problema sarebbe duplice: il PD si vedrebbe a tutti gli effetti commissariato; i sondaggi danno la popolarità del Premier, nonostante l’operazione di ripulitura del Partito Democratico e la chiusura di numerosi circoli, in caduta libera sotto al 20% con il M5S oltre il 30% e primo partito secondo i sondaggi. Riconquistare il Campidoglio per il PD sarebbe sostanzialmente impossibile in caso di prossime comunali o regionali. Per tale ragione è stato molto ben accetto l’affiancamento a Marino del commissario Gabrielli per gestire l’evento Giubileo (un affiancamento è comunque segno di fiducia nei confronti di Marino). Nonostante ciò, le ipotesi commissariamento ed eventualmente elezioni, non sono ancora del tutto scongiurate. Nel qual caso la più che probabile sconfitta del PD aprirebbe davvero i ranghi per elezioni nazionali anticipate.

A corollario di questo intrigato scenario, si collocano dati economici oscillanti e che ancora non sono significativi di una ripresa in partenza, così come la percezione della cittadinanza non è quella di essere alla porte di un periodo di rinascita economica, di maggior potere d’acquisto, di più consistenti consumi e maggior benessere. Pur nella difficoltà, le riforme economiche sono ancora lente ad essere attuate ed ancor di più a portare frutti, spesso inoltre, e ciò la “gente” lo ha inteso e compreso, sacrificate ad altre riforme di minor impatto sulla collettività e sulla ripresa economica, ma di maggior interesse per i diretti coinvolti nella politica.

Se fosse vivo un Cicerone qualunque non tarderebbe di ricordare a Renzi ed all’UE, sperando di spronarli, che “Mala tempora currunt….”

 

14/06/2015
Valentino Angeletti
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Renzi al Qurinale. Il processo riformatore che deve coinvolgere l’Italia e l’Europa.

Si è svolto in mattinata l’incontro tra il Premier Renzi, impegnato in svariati tavoli internazionali con al centro la crisi ucraina, ed il Presidente della Repubblica Napolitano. Il tema è stato quello delle riforme, fondamentali secondo i Presidenti ed oggettivamente non più rimandabili nei fatti.
Negli ultimi giorni però sono sorte alcune falle nel processo riformista che pareva avviato e scandito da un rigido crono-programma.
I maggiori azionisti del patto per le riforme sono il PD, ala renziana, e Berlusconi, leader indiscusso di Forza Italia. Il leader di centro destra, probabilmente a causa delle vicende giudiziarie e soprattutto vedendo avvicinarsi le elezioni europee in un momento in cui la popolarità della sua parte politica è quasi ai minimi, ha esplicitato la possibilità di non appoggiare le riforme, ed in particolare quella del Senato, che vorrebbe mantenere elettivo, e quella della legge elettorale che, sempre stando ai sondaggi, non gli consentirebbe di incassare il dividendo riservato ai primi due partiti.
In questo momento gli istituti di statistica (di seguito risultati del sondaggio IXE’ realizzato per Agorà) danno PD al 32.1%, il M5S al 27.4%, e Forza Italia al 17.5% i cui elettori si sarebbero allontanati per avvicinarsi proprio allo schieramento di Grillo (l’astensionismo complessivo rasenterebbe quasi il 50%, segno di distacco dei cittadini da politica ed Europa. Probabilmente sul dato influirà anche la singola tornata domenicale del 25 maggio soprattutto in caso di bel tempo).

24/04/2014 Sondaggio intenzioni di voto europee maggio 2014, IXE' per Agorà.

24/04/2014 Sondaggio intenzioni di voto europee maggio 2014, IXE’ per Agorà.

Le dichiarazioni bellicose di Berlusconi sono state poi edulcorate, ma l’intento di mantenere alta l’attenzione sulla sua importanza e popolarità e sul ruolo politico di primo piano che vorrebbe preservare, pare chiaro.
Oltre alle dichiarazioni di Forza Italia vi sono poi gli scontri interni allo stesso PD, ove un’area non trascurabile prova malcontento nei confronti dei contenuti delle riforme presentate e che non teme di opporsi nelle sedi parlamentari.

In questo scenario in bilico il Presidente Napolitano ha probabilmente voluto sincerarsi dello stato dei rapporti di forza e del processo di implementazione delle riforme delle quali è un grande sostenitore così come è avverso alla eventualità di nuove elezioni, poiché sua intenzione sarebbe quella di accompagnare a conclusione in una stabilità di governo le riforme stesse per poi dimettersi e ritirarsi a vita privata.
L’appuntamento con la prima lettura dei testi fissato dai programmi di Renzi prima delle elezioni europee del 25 maggio, pare ormai difficilmente rispettabile, ma dieci giorni in più o in meno non fanno la differenza a detta del Governo che si ritiene in grado di andare avanti in autonomia appoggiato dalla maggioranza anche in caso di strappo con Berlusconi.

Le elezioni rappresentano al momento solamente una exit strategy per la parte renziana del PD, comunque sostenuta esplicitamente da alcuni fedelissimi del Premier, che potrebbe essere perseguibile in autunno previa applicazione dell’Italicum anche in Senato (sondaggi indicano però che la maggioranza degli interpellati, oltre il 40% sarebbe favorevole ad elezioni immediate).

Considerando quanto il Premier, e con lui le riforme, siano collocate in mezzo ad una sorta di incudine e martello viene da pensare se le elezioni effettivamente non siano l’unica via attraverso la quale il PD di Renzi possa davvero assumere quell’indipendenza e quel potere decisionale necessario per riformare in modo sostanziale un paese da anni bloccato, superando gli avversari politici, le fronde interne, i conservatorismi insiti nei poteri parlamentari ed istituzionali che vedono nel cambiamento il diminuire della loro influenza e del loro ruolo nascosto ma centrale nella gestione del paese.
Una vittoria forte di Renzi consentirebbe al Premier di formare un governo totalmente proprio, di ridimensionare l’ala del PD oppositrice, di collocare in posti chiave non prettamente politici ma spesso di nomina politica o politicizzati suoi fedeli, di liberarsi dalla condizione di dipendenza nei confronti del patto del Nazareno con Silvio Berlusconi, il quale agli occhi degli italiani perderebbe la natura di elemento chiave per il rinnovo del paese che pur sta tentando di mantenere, ed infine, ma non per importanza, mettere realmente solo e soltanto la “propria faccia” nella sfida del cambiamento con tutti gli oneri e gli onori del caso.

Il Governo Renzi sta cercando, con tutte le difficoltà connesse, di sviluppare un percorso di cambiamento, che di certo non è il migliore possibile, è senz’altro perfettibile e c’è da augurarsi che venga perfezionato anche grazie all’innesto di persone nuove e competenti prese dalla platea degli individui comuni che hanno ritrovato la voglia di servire il paese e partecipare alla vita politica, ma gli va dato atto che sta provando a fare quello che da decenni nessuno ha mai convintamente tentato o per interesse personale e partitico, e dunque colpa, o perché mosso dalla rassegnazione che il paese non fosse modificabile in meglio e quindi, perso per perso, ci si sarebbe dovuti adattare ad una politica al ribasso, oppure perché, nonostante l’impegno e la buona volontà, a prevalere sono stati i potentati, le tecnocrazie ed i beneficiari del prosperare di un simile sistema.

Alla luce di ciò valutare la possibilità, anche interpellando in Presidente della Repubblica, di un passaggio elettorale, con tutti i rischi potenziali connessi, ma con un enorme premio in ballo, potrebbe avere decisamente senso e non rappresentare solamente una exit strategy da una situazione che rischia di essere bloccante in ogni momento.

Se in Italia quella delle riforme è una partita fondamentale, lo è allo stesso modo, se non di più in Europa. I programmi di tutti i partiti, sia nazionali che europei (a meno dei fautori dello sfascio dell’Europa), proclamano esplicitamente la propria volontà di riformare il contesto dell’Unione che fino ad oggi ha fallito nel processo di avvicinamento dei popoli e delle nazioni verso una unità istituzionale normativa e “sentimentale” che avrebbe dovuto avere come obiettivo, agendo spesso con eccessiva intransigenza e proteggendo alcuni particolarismi a discapito di realtà più bisognose e deboli.

Quanto sarà possibile però perseguire una vera riforma europea preservando la natura dell’Europa stessa che sembra l’unica via per il continente e per gli stati membri di rimanere un tassello importante dell’economia e dei processi strategico decisionali in un mondo globale?
Difficile a dirsi.
Gli anti-europeismi avanzano (UKIP in GB è dato al secondo posto dietro i Laburisti e prima dei conservatori del Premier Cameron) ma peccano di capacità organizzativa trasversale (del resto sono i profeti dei nazionalismi a volte anche molto spinti e di stampo nazista), i partiti che si dicono europeisti ma che al contempo reclamano drastici cambiamenti nella politica economica e sociale (tipicamente di sinistra più radicale) sembrano non avere forza sufficiente, e le due maggiori fazioni PSE ed PPE secondo alcuni analisti hanno, in caso di vittoria, un percorso già da tempo disegnato e che non molto ricalcherebbe i programmi di riforme ed avvicinamento al popolo che a dire il vero non sono tra loro così dissimili nei punti fondamentali (dalla centralità dei popoli europei, alla modifica della politica monetaria ed economica abbandonando l’austerità totale, dalla collaborazione internazionale con partner economici alla protezione dei diritti di popoli non ancora liberi).
L’esito delle urne potrebbe essere molto frammentario ed allora si potrebbe prospettare l’ipotesi di una grande coalizione, simile a quella tedesca, in cui governano assieme PSE ed PPE e che, qualora venisse data con convinzione e determinazione priorità al processo riformatore nei suoi punti cardine, non sarebbe sicuramente peggio che una frammentazione in cui è difficile giungere a decisioni. Nel nuovo assetto europeo si inserirà la presidenza italiana del semestre che, nonostante margini di manovra non forse eccessivi, potrà rappresentare un’opportunità per indirizzare alcune questioni importanti, ad esempio i vincoli di bilancio, il fiscal compact e l’unione bancaria.

Come si deve imparare a pensare, in questo frangente il punto principale non è chi governi o chi indichi la via del cambiamento, ma che questa via, ormai nota quasi in toto salvo piccole deviazioni, venga rapidamente e definitivamente intrapresa in modo comune, sincronizzato e condiviso, poiché in caso di ulteriori ritardi non vi saranno vincitori duraturi, ma solo sconfitti in tempi più o meno brevi.

26/04/2014
Valentino Angeletti
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