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Due interpretazioni delle elezioni europee

I risultati delle elezioni europee sono ormai definitivi.

Essi, se considerati dal punto di vista italiano, si prestano a due chiavi di lettura, la prima interna al nostro paese, la seconda di più ampia visuale che abbraccia tutto il continente.

Nel nostro pese abbiamo assistito innanzi tutto al confermarsi della bassa affluenza che non ha superato il 60% (tra il 57 ed il 58%) confermando le attese, ma superando di gran lunga la media degli altri stati europei. Passando ai risultati invece si conferma, con un risultato percentuale decisamente storico ed inaspettato (il 30% era il risultato più ottimistico a cui è mai stato fatto riferimento), il PD ed in particolare Matteo Renzi, che, nonostante non abbia voluto inserire il nome nel simbolo, è de facto la figura di riferimento sul quale il votante nel segreto dell’urna ha apposto la croce. Il M5S è rimasto staccato di circa 20 pti percentuali e, pur rimanendo la seconda forza incontrastata, ha perso 5 punti dalle scorse elezioni nazionali incassando una sconfitta rispetto all’obiettivo di vittoria, possibilmente plebiscitaria. Nei prossimi mesi vedremo se vi sarà un rimpasto di Governo, delle nuove elezioni (interessante ipotesi per il Premier e per portare a termine in toto i propri piani) oppure se rimarrà tutto come adesso e come la natura delle europee lascerebbe pensare, anche perché nessun membro dell’esecutivo sarà disposto a cedere il passo a seguito di queste elezioni che tecnicamente non hanno influenza sugli esecutivi nazionali. A Renzi adesso il compito fondamentale di fortificare la fiducia ricevuta andando ad attuare rapidamente ed in modo incisivo il processo riformatore e di cambiamento fino ad oggi solo abbozzato e per mille ragioni contingenti ritardato e modificato più volte in corso d’opera. La sfida per il nostro paese risulta importante e decisiva, anche in ottica della presidenza italiana del semestre Europeo.

Lato Grillo e M5S evidentemente il loro approccio di non voler scendere a compromessi su alcun tema e con nessun interlocutore gli ha fatto dilapidare un patrimonio elettorale, e sopratutto di speranza di cambiamento e rottura, inestimabile;  l’elettorato pare gli abbia parzialmente tolto la fiducia avendo visto nel movimento una forza unicamente distruttiva e mai costruttiva né propositiva. Il concetto, più volte espresso dal leader penta-stellato, di andare al governo con il 100% è innanzi tutto impraticabile ed in secondo luogo fa presagire un approccio quasi dittatoriale che, complici anche i toni molto coloriti ridimensionati solo nell’intervista a Porta a Porta, può aver spaventato coloro che votarono M5S senza esserne convinti sostenitori ma perché pareva una forza nuova ed in grado di rompere col sistema a patto però di saper lavorare trattando e negoziando al suo interno, capacità che non hanno avuto, ed è una grossa colpa per tutti coloro che pretendono di fare politica.

Passando all’aspetto europeo avanzano i movimenti anti europeisti o euro scettici, anche con connotazioni naziste e xenofobe come nei casi di Ungheria, Austria, Danimarca. In Francia FN di Le Pen è il primo partito ed in UK si è perso il bipolarismo storico tra Labour e Tory e lo scettro di primo partito e passato all’ UKIP, indipendentisti che sostengono l’abbandono totale dell’Europa nonché un referendum per l’indipendenza scozzese (storico bacino dei laburisti). In Grecia vince la sinistra di Tsipras, ma contrariamente all’ostilità nei confronti dell’Europa dei partiti di destra, l’idea di Syriza è quella di una Europa più forte e più vicina ai cittadini, con meno disuguaglianze e più solidarietà tra gli Stati (macro linee non dissimili a quelle del PSE e formalmente del PPE).

Anche in tal caso è evidente che tutti i partiti filo europei che andranno a comporre il nuovo parlamento (in cui il primo partito dovrebbe essere il PPE con Junker probabile presidente della Commissione) a cominciare da PPE e PSE (che in totale si aggiudicheranno circa 400 parlamentari su 751, quindi non una maggioranza esagerata), passando ad ALDE ed anche a lista Tsypras, dovranno collaborare per portare avanti e realizzare quei punti che si sono mostrati evidentemente lacunosi nel processo di costruzione di questa Europa ancora ben poco unita. A convincersene  dovrà essere soprattutto la Germania dove la CDU, in calo, rimane il primo partito con SPD secondo in risalita (fortunatamente si tratta delle due forze europeiste). Magari a far da ambasciatore sarà Schulz, spiegando che in Germania è necessario cedere un poco di sovranità nazionale fungendo nei momenti di difficoltà da vera locomotiva dell’Unione. Il pericolo del sentimento anti europeo e la chiusura nei propri nazionalismi, deleteri per la competitività ed il benessere del continente europeo, sono tutt’altro che scongiurati, anzi ne escono rafforzati.

Nel processo di riforma europeo dovrà entrare anche la ECB di Draghi, mostratasi,  in questa ultima fase di crisi, lenta e poco incisiva nell’agire, focalizzandosi solamente sull’effetto annuncio gestito magistralmente, ma che si esaurisce nel giro di qualche giorno, al più settimana. Questa settimana si terrà un simposio in Portogallo  dei banchieri centrali dove parleranno di tassi e di come combattere la bassa inflazione (ora ben sotto il target del 2%; verrebbe da dire che tempismo questi banchieri..). Pare che la ECB dal 5 giugno sia disposta a mettere in campo misure eccezionali, forse tassi negativi, forse prestiti a banche con vincolo di fare credito alle imprese o direttamente alle imprese stessa (ipotesi che si è più volte ribadita).

In Italia l’errore in cui non incappare è quello di esasperare il risultato delle europee con una connotazione esclusivamente nazionale, perdendo di vista lo stampo europeo e tutto il lavoro che, parallelamente alle riforme nazionali, tra Bruxelles e Strasburgo deve essere fatto.

Link su inflazione:

 

26/05/2014
Valentino Angeletti
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Verso le europee, che poco dovrebbero incidere sul Governo nazionale, ma molto sulla governance dell’Unione

Dal profondo silenzio elettorale si attendono ora solo gli esiti delle tornate inaugurate il 22 in UK e Paesi Bassi.
In Italia la campagna elettorale ha subito una escalation che l’ha portata ad assumere toni esagerati, sfiorando il violento: Hitler, El Carogna, Stalin, Kapò, Pol Pot sono solo alcuni dei riferimenti utilizzati e quanto meno fuori luogo.
Le europee hanno così erroneamente assunto un valore nazionale quasi fossero un referendum tra due leader.

Considerando i partiti maggiori, Renzi ed il PD, dopo una prima fase di propaganda in cui hanno accettato il duello nel piano nazionale, negli ultimi giorni pre elezioni hanno modificato la loro strategia riportando l’attenzione sul fatto che si tratti di elezioni europee e che non avranno alcun impatto sul governo del paese, assecondando quanto ribadito dal Presidente Napolitano.

Di contro, Grillo del M5s e Berlusconi di FI hanno mantenuto un’impronta prettamente nazionale e referendaria, in certi casi sbilanciandosi a promesse (dalle dentiere fornite dal servizio sanitario nazionale ed una nuova abolizione totale dell’IMU, fino al reddito di cittadinanza ed alle pensioni minime aumentate ad 800 e poi 1000€) tipiche di elezioni politiche e che poco si confanno a quelle continentali.

I sondaggi non ufficiali (ed illegali) darebbero quasi all’unanimità il PD come primo partito attorno tra il 30 ed il 32% seguito a ruota dal M5S che oscillerebbe tra il 27 ed il 29.5% e FI tra il 18 ed il 20%, la Lega e NCD sarebbero tra il 4 ed il 6%, tutti sotto la soglia di sbarramento del 4% gli altri partiti.

La fascia degli indecisi rimane ampia così come quella degli astensionisti che potrebbero aumentare ulteriormente, superando il 45%, considerando la bella giornata di maggio che invoglia a gite fuori porta o marittime e l’apertura straordinaria in occasione della Giornata Nazionale delle Dimore Storiche di alcuni importanti palazzi italiani di norma chiusi al pubblico (come palazzo Farnese sede dell’ambasciata francese o l’ambasciata del Brasile in piazza Navona) e di prestigiose cantine; comunque il rifiuto del diritto-dovere di voto alla base della democrazia dovrebbe essere coscienziosamente evitato, meglio allora, se proprio si volesse dare segno di protesta, recarsi alle urne e “votare” scheda bianca.

Difficile pensare che, a meno di risultati veramente eccezionali e di conseguenti forti movimentazioni in patria (opzione ancora non del tutto remota), queste elezioni europee possano avere un impatto sulla tenuta del Governo, così come è non è matematicamente possibile che un singolo partito nazionale, come potrebbe essere il M5S o all’estero un movimento anti-EU, quand’anche ottenga un successo di gran lunga superiore alle attese, possa pensare di dettar legge presso il Parlamento Europeo visto che l’Italia eleggerà in totale 73 su 751 Parlamentari (ed è uno dei maggiori contribuenti, al primo posto la Germania con 96 Parlamentari). La caratteristica di non volersi alleare è probabilmente la debolezza dei partiti anti-Euro: per quanto forti internamente risultano altamente disgregati presso le istituzioni europee e per tanto perdono di incisività.

In Italia la durata e la popolarità del Governo dipendono non tanto dall’esito delle elezioni europee, quanto dalla capacità di Renzi e dell’esecutivo di attuare in tempi rapidi le incisive riforme necessarie e più volte illustrate e per le quali  il tempo sarebbe da molto già scaduto (Link: Letta, Squinzi ed il tempo già scaduto da molto ; Link: Rafforzare il governo, riempire la bisaccia, cambiare marcia in Italia ed in Europa:  settimana decisiva, che non sia una delle tante).

I primi 80 giorni del Governo sono probabilmente stati più complessi di quanto il Premier avesse previsto, un po’ perché i particolarismi, siano essi politici o burocratici, tendono a lottare strenuamente per conservarsi ed hanno autorevole voce in capitolo per portare avanti la propria battaglia, un po’ perché il Governo di larghe intese rimane comunque di compromesso e non garantisce a Renzi la libertà di manovra che un Governo proprio invece assicurerebbe (Link: Governo Renzi e compromessi). Risultati importanti ed iniziali di un viatico virtuoso sono stati conseguiti, come gli 80 euro, la risoluzione di alcune vertenze sindacali, alcuni investimenti esteri attirati, il bonus alla cultura, ma sono ancora piccole cose rispetto a tutto ciò che va eseguito rapidamente perché maggiormente incisivo su economia e credibilità, dagli aspetti più istituzionali a quelli più prettamente economici (rimanendo in attesa, il 2 giugno, del pronunciamento di Bruxelles sulla possibilità paventata dal Ministro Padoan e dal MEF, di avere più tempo per il pareggio strutturale di bilancio).

Con la stabilità politica, il controllo dei bilanci e soprattutto con la capacità di riformare velocemente, Fitch e S&P hanno motivato l’upgrade dei rating di Spagna e Grecia che comunque, soprattutto per quel che concerne la penisola ellenica, devono ancora apportare benefici tangibili ai cittadini tutt’ora costretti ad importanti sacrifici. Da prendere invece da esempio la riforma tedesca sulle pensioni, che, per consentire maggiori ingressi dei giovani nel mondo del lavoro, hanno diminuito a 63 anni, dai 67 previsti, l’età pensionabile per tutti coloro che abbiano maturato 45 anni di contributi.

Queste elezioni europee devono essere lette come una possibilità che i cittadini europei hanno per appassionarsi alle vicende dell’Unione dando un proprio piccolo contributo a quella che sarà la conformazione governante in capo alla quale cadranno decisioni importantissime anche per la vita quotidiana, come energia, cibo, agricoltura, banche e finanza, ma soprattutto un contributo a quello che dovrà essere in nuovo assetto ed il nuovo approccio alle politiche monetarie ed economiche che l’Unione dovrà, ed è opinione condivisa tra tutte le maggiori forze politiche nazionali ed europee, intraprendere per rendersi resiliente alla crisi ancora in corso. L’interessamento alle questioni di Strasburgo e Bruxelles deve crescere tra il popolo europeo perché solo con una Europa unita, diversa da quella attuale e consapevole che l’agire collaborativo è necessario, si potrà pensare di sopravvivere nel mondo globale e di rimanere un interlocutore non trascurabile (Link: La limitata visione italiana ed i grandi cambiamenti mondiali). Da ciò dipende inoltre l’ulteriore dilagare o il ridimensionamento dei movimenti che vorrebbero la disgregazione dell’Europa, e di fatto l’emarginazione economica degli stati membri, anche se non è oggettivamente chiaro per andare in che concreta direzione.

Il risultato più probabile è un testa a testa tra PSE e PPE che potrebbe portare ad una grande coalizione. In tal senso è bene che alla Germania si chieda di chiarire le proprie posizioni e di seguirle coi fatti. Fino ad ora le azioni non hanno comprovato un reale interesse tedesco al benessere collettivo, anche a scapito di un minimo della propria sovranità che altri stati hanno già ridimensionato, e, nonostante le edulcorate dichiarazioni del Cancelliere Merkel e del leader del PPE Junker, pare che il Ministro tedesco delle finanze Schaeuble non voglia cambiare opinione, avendo sostenuto solo qualche giorno fa che il meccanismo OMT di acquisto dei Bond emessi dagli stati in difficoltà da parte della ECB esula dal mandato della banca centrale, confermando le motivazioni che avevano portato la Germania a dubitare della sua costituzionalità appellandosi alla corte di Karlsruhe.

Insomma, oltre che al mero confronto nazionale invero poco calzante per le elezione europee e all’atto pratico un grande rischio interno che non deve proseguire oltre il 25 maggio, si dovrebbe pensare a come si vorrebbe conformare la nuova Europa, concetto presente in modo non dissimile in tutti i programmi dei principali partiti, lavorando per un obiettivo comune ed estirpando i particolarismi ed i nazionalismi che, seppure in modo non ufficiale, non fanno altro che alimentare e partecipare a quei sentimenti anti europei che tanto si temono e per i quali l’Unione, per la governance intrapresa, dovrebbe fare mea culpa (Link: Verso l’europa dei popoli; Link: Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa).

Link correlati:

Dopo le europee è veramente possibile un cambio di passo o va cercato altrove?

Tempistiche dei provvedimenti e lo scostamento da problemi pratici: la rinascita di pericolose derive

Renzi al Quirinale riforme in Italia ed in Europa

24/05/2014
Valentino Angeletti
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La limitata visione italiana ed i grandi cambiamenti mondiali

In Thailandia dopo un ennesimo colpo di stato hanno istituito la corte marziale ed introdotto la censura su tutti i media; sono all’ordine del giorno episodi di violenza per le strade.
In Libia è stato sciolto il parlamento si è consumato un colpo di stato che ha portato le milizie al governo. La guerriglia e le violenze imperversano.
In Egitto ed in Siria, benché più silenziosamente a causa della minore influenza economica dei due paesi, la situazione è grave e nelle piazze gli scontri causano quotidianamente vittime.
La Cina e la Russia, in occasione della visita di Putin a Shanghai, sono in procinto di concludere un accordo da 456 miliardi di dollari secondo il quale, Mosca dovrebbe vendere a Pechino ogni anno 38 miliardi di metri cubi di metano a partire dal 2018.
Gli USA, ed in particolare il presidente Obama, prima volta nella storia, hanno multato cinque hacker cinesi per aver violato, impossessandosi di documentazione riservata, alcune aziende manifatturiere americane operanti nei settori dell’acciaio, dell’alluminio e della realizzazione di pannelli solari. A detta del Presidente Americano ciò avrebbe consentito ai competitors cinesi di realizzare prodotti identici a quelli americani, ma a minor costo risparmiando sulla sicurezza dei lavoratori, sul costo del lavoro e sulla progettazione. La Cina ha risposto asserendo che si trattasse di una “buffonata” ed ha sospeso l’accordo di collaborazione con gli USA relativo alla cybersecurity.
Il problema dell’immigrazione dall’Africa vero l’Europa si aggrava di giorno in giorno e la crisi libica così come la bella stagione lasciano presagire un intensificarsi dei flussi migratori.
A tutto ciò si aggiunge la crisi ucraina che ancora non ha trovato risoluzione e che le imminenti elezioni del 25 potrebbero ulteriormente esasperare.

Le ripercussione di questi eventi sul continente europeo potrebbero essere immense a cominciare da quella umanitaria dovuta all’immigrazione ed alla ferocia di certi conflitti, passando per la questione energetica potenzialmente di grande impatto per il nostro paese che, secondo l’ex AD di ENI, sarebbe in grado di resiste ad una crisi energetica in uno dei due maggiori stati fornitori, Russia e Libia, ma non a due eventi simultanei.

L’accordo Russia-Cina sul gas potrebbe potenzialmente, come in parte sta già facendo la crisi ucraina, sconvolgere definitivamente gli equilibri geo-politici ed i rapporti di forza tra le maggiori potenze mondiali, nonché modificare le rotte di approvvigionamento energetico europee ed asiatiche.

Le tensioni in campo cibernetico tra Cina ed USA potrebbero invece aprire scenari ancora non del tutto conosciuti, ma potenzialmente pericolosissimi proprio a causa della scarsa preparazione e conoscenza dell’argomento.

Tutto ciò dimostra quanto il continente Europeo dalla moneta unica, ma dalla politica frammentaria sia debole, tanto che Putin ha dichiaratamente detto che l’unico interlocutore europeo di valore rimasto è la Germania, non la commissione, né Barroso o Van Rompuy, ma la Merkel.

A prescindere dalle elezioni europee che si terranno il 25, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, in qualsiasi modo la si pensi, che i nostri piccoli stati sono veramente poca cosa rispetto agli scenari globali che ci circondano e di fronte a questi eventi le possibilità di competere contando in una autosufficienza nazionale nei fatti poco credibile è pari a zero. La stessa Europa unita e coesa potrebbe avere difficoltà, a causa del ritardo accumulato, a tornare ad essere un interlocutore autorevole e rispettato.

In Italia però nonostante tutto il “marasma” mondiale si continua a concentrarsi su una bassa campagna elettorale tirando fuori quando Hitler, quando la lupara bianca oppure urlando ai complotti, alle marce sulla capitale ed ai colpi di stato, quasi senza ragionare sul fatto che poco distante da noi questi eventi drammatici accadono realmente. Ci si illude addirittura che le nostre vicende interne possano avere una qualche influenza sullo spread e sulla finanza che indirizzerà i propri movimenti considerando contesti ben più ampi e magari giustificandoli, per i meno attenti, con i nostri fatti interni. Solo un’affermazione decisamente anti-europea alle elezioni potrebbe realmente contribuire ad influenzare la finanza.

A questo punto prima che le vicende degenerino converrebbe davvero aprire gli occhi ed ampliare la nostra visuale, ma non vorrei che ormai ci siamo abituati a guardare solo ad un palmo dal nostro naso pensando che tutti i problemi, tutte le risposte e tutte le soluzioni risiedano in quella  circonferenza dal raggio infinitesimale.

19/05/2014
Valentino Angeletti
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Dopo le europee è veramente possibile un cambio di passo o va cercato altrove?

Sul Corriere Della Sera di oggi, i giornalisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sollevano una più che sensata domanda nel loro pezzo: “Non si cresce di sole promesse”.

Alesina – Giavazzi 19/05/2014 “non si cresce di sole promesse”

Le elezioni europee sono senza dubbio importanti, uno spartiacque decisivo nel contesto comunitario in particolare per chiarire definitivamente quanta determinazione vi sia nel cambiare le politiche economiche e monetarie europee che fin qui hanno regolato tutt’altro che brillantemente gli anni di crisi e quale direzione esse prenderanno. Da ricordare che i seggi europei determinati dal voto italiano sono 73 su 751, quindi impensabile che il pronunciamento del nostro, come degli altri paesi presi singolarmente, possa avere carattere decisivo.

A livello prettamente nazionale le europee rappresentano un test che si sta caricando di attese esasperate, ma all’atto pratico senza reale potere di modificare, a meno di risultati decisamente eclatanti, l’assetto politico, considerando che è probabile più del 40% di astensione (unica giornata di domenica primaverile dove il bel tempo potrebbe indurre alla gita fuori porta) e benché svariate voci sostengano il contrario.

La situazione macro-economica è ancora decisamente fragile come hanno mostrato i recenti dati sul PIL non solo italiano, ma di tutta l’area Euro ad esclusione della Germania, quindi ben lungi da permettere pause riflessive o l’abbandono dell’idea di una rapidità d’azione mai come ora più che necessaria (Link: Dati PIL Euro Zona non Confortano), che però si sta piano piano affievolendo.

Forse al di là di pensare alla data delle elezione europee  per apportare una sferzata decisa al processo riformatore che, secondo i piani di Renzi ed ancor prima come evidentemente i fatti dimostravano, avrebbe dovuto fin da subito rivoluzionare radicalmente il paese andando a scalfire meccanismi improduttivi ormai insiti, inefficienze e sprechi cronici, assenza di innovazione nelle pubbliche amministrazioni, dilagante incremento della disoccupazione, eccesso estremo ed interessato di burocrazia, politiche industriali e sul lavoro lacunose, ci si dovrebbe chiedere quanti compromessi l’attuale governo potrebbe dover essere costretto ad accettare, snaturando di fatto il suo programma originario e riducendone probabilmente l’efficacia, e quindi se il cambio di passo non andrebbe ricercato oltre alle elezioni europee; come del resto scritto di seguito (e link annessi) in occasione del congresso nazionale della CGIL di Rimini e del voto in commissione sulla riforma del Senato.

Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07/05/2014

 19/05/2014
Valentino Angeletti
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Renzi al Qurinale. Il processo riformatore che deve coinvolgere l’Italia e l’Europa.

Si è svolto in mattinata l’incontro tra il Premier Renzi, impegnato in svariati tavoli internazionali con al centro la crisi ucraina, ed il Presidente della Repubblica Napolitano. Il tema è stato quello delle riforme, fondamentali secondo i Presidenti ed oggettivamente non più rimandabili nei fatti.
Negli ultimi giorni però sono sorte alcune falle nel processo riformista che pareva avviato e scandito da un rigido crono-programma.
I maggiori azionisti del patto per le riforme sono il PD, ala renziana, e Berlusconi, leader indiscusso di Forza Italia. Il leader di centro destra, probabilmente a causa delle vicende giudiziarie e soprattutto vedendo avvicinarsi le elezioni europee in un momento in cui la popolarità della sua parte politica è quasi ai minimi, ha esplicitato la possibilità di non appoggiare le riforme, ed in particolare quella del Senato, che vorrebbe mantenere elettivo, e quella della legge elettorale che, sempre stando ai sondaggi, non gli consentirebbe di incassare il dividendo riservato ai primi due partiti.
In questo momento gli istituti di statistica (di seguito risultati del sondaggio IXE’ realizzato per Agorà) danno PD al 32.1%, il M5S al 27.4%, e Forza Italia al 17.5% i cui elettori si sarebbero allontanati per avvicinarsi proprio allo schieramento di Grillo (l’astensionismo complessivo rasenterebbe quasi il 50%, segno di distacco dei cittadini da politica ed Europa. Probabilmente sul dato influirà anche la singola tornata domenicale del 25 maggio soprattutto in caso di bel tempo).

24/04/2014 Sondaggio intenzioni di voto europee maggio 2014, IXE' per Agorà.

24/04/2014 Sondaggio intenzioni di voto europee maggio 2014, IXE’ per Agorà.

Le dichiarazioni bellicose di Berlusconi sono state poi edulcorate, ma l’intento di mantenere alta l’attenzione sulla sua importanza e popolarità e sul ruolo politico di primo piano che vorrebbe preservare, pare chiaro.
Oltre alle dichiarazioni di Forza Italia vi sono poi gli scontri interni allo stesso PD, ove un’area non trascurabile prova malcontento nei confronti dei contenuti delle riforme presentate e che non teme di opporsi nelle sedi parlamentari.

In questo scenario in bilico il Presidente Napolitano ha probabilmente voluto sincerarsi dello stato dei rapporti di forza e del processo di implementazione delle riforme delle quali è un grande sostenitore così come è avverso alla eventualità di nuove elezioni, poiché sua intenzione sarebbe quella di accompagnare a conclusione in una stabilità di governo le riforme stesse per poi dimettersi e ritirarsi a vita privata.
L’appuntamento con la prima lettura dei testi fissato dai programmi di Renzi prima delle elezioni europee del 25 maggio, pare ormai difficilmente rispettabile, ma dieci giorni in più o in meno non fanno la differenza a detta del Governo che si ritiene in grado di andare avanti in autonomia appoggiato dalla maggioranza anche in caso di strappo con Berlusconi.

Le elezioni rappresentano al momento solamente una exit strategy per la parte renziana del PD, comunque sostenuta esplicitamente da alcuni fedelissimi del Premier, che potrebbe essere perseguibile in autunno previa applicazione dell’Italicum anche in Senato (sondaggi indicano però che la maggioranza degli interpellati, oltre il 40% sarebbe favorevole ad elezioni immediate).

Considerando quanto il Premier, e con lui le riforme, siano collocate in mezzo ad una sorta di incudine e martello viene da pensare se le elezioni effettivamente non siano l’unica via attraverso la quale il PD di Renzi possa davvero assumere quell’indipendenza e quel potere decisionale necessario per riformare in modo sostanziale un paese da anni bloccato, superando gli avversari politici, le fronde interne, i conservatorismi insiti nei poteri parlamentari ed istituzionali che vedono nel cambiamento il diminuire della loro influenza e del loro ruolo nascosto ma centrale nella gestione del paese.
Una vittoria forte di Renzi consentirebbe al Premier di formare un governo totalmente proprio, di ridimensionare l’ala del PD oppositrice, di collocare in posti chiave non prettamente politici ma spesso di nomina politica o politicizzati suoi fedeli, di liberarsi dalla condizione di dipendenza nei confronti del patto del Nazareno con Silvio Berlusconi, il quale agli occhi degli italiani perderebbe la natura di elemento chiave per il rinnovo del paese che pur sta tentando di mantenere, ed infine, ma non per importanza, mettere realmente solo e soltanto la “propria faccia” nella sfida del cambiamento con tutti gli oneri e gli onori del caso.

Il Governo Renzi sta cercando, con tutte le difficoltà connesse, di sviluppare un percorso di cambiamento, che di certo non è il migliore possibile, è senz’altro perfettibile e c’è da augurarsi che venga perfezionato anche grazie all’innesto di persone nuove e competenti prese dalla platea degli individui comuni che hanno ritrovato la voglia di servire il paese e partecipare alla vita politica, ma gli va dato atto che sta provando a fare quello che da decenni nessuno ha mai convintamente tentato o per interesse personale e partitico, e dunque colpa, o perché mosso dalla rassegnazione che il paese non fosse modificabile in meglio e quindi, perso per perso, ci si sarebbe dovuti adattare ad una politica al ribasso, oppure perché, nonostante l’impegno e la buona volontà, a prevalere sono stati i potentati, le tecnocrazie ed i beneficiari del prosperare di un simile sistema.

Alla luce di ciò valutare la possibilità, anche interpellando in Presidente della Repubblica, di un passaggio elettorale, con tutti i rischi potenziali connessi, ma con un enorme premio in ballo, potrebbe avere decisamente senso e non rappresentare solamente una exit strategy da una situazione che rischia di essere bloccante in ogni momento.

Se in Italia quella delle riforme è una partita fondamentale, lo è allo stesso modo, se non di più in Europa. I programmi di tutti i partiti, sia nazionali che europei (a meno dei fautori dello sfascio dell’Europa), proclamano esplicitamente la propria volontà di riformare il contesto dell’Unione che fino ad oggi ha fallito nel processo di avvicinamento dei popoli e delle nazioni verso una unità istituzionale normativa e “sentimentale” che avrebbe dovuto avere come obiettivo, agendo spesso con eccessiva intransigenza e proteggendo alcuni particolarismi a discapito di realtà più bisognose e deboli.

Quanto sarà possibile però perseguire una vera riforma europea preservando la natura dell’Europa stessa che sembra l’unica via per il continente e per gli stati membri di rimanere un tassello importante dell’economia e dei processi strategico decisionali in un mondo globale?
Difficile a dirsi.
Gli anti-europeismi avanzano (UKIP in GB è dato al secondo posto dietro i Laburisti e prima dei conservatori del Premier Cameron) ma peccano di capacità organizzativa trasversale (del resto sono i profeti dei nazionalismi a volte anche molto spinti e di stampo nazista), i partiti che si dicono europeisti ma che al contempo reclamano drastici cambiamenti nella politica economica e sociale (tipicamente di sinistra più radicale) sembrano non avere forza sufficiente, e le due maggiori fazioni PSE ed PPE secondo alcuni analisti hanno, in caso di vittoria, un percorso già da tempo disegnato e che non molto ricalcherebbe i programmi di riforme ed avvicinamento al popolo che a dire il vero non sono tra loro così dissimili nei punti fondamentali (dalla centralità dei popoli europei, alla modifica della politica monetaria ed economica abbandonando l’austerità totale, dalla collaborazione internazionale con partner economici alla protezione dei diritti di popoli non ancora liberi).
L’esito delle urne potrebbe essere molto frammentario ed allora si potrebbe prospettare l’ipotesi di una grande coalizione, simile a quella tedesca, in cui governano assieme PSE ed PPE e che, qualora venisse data con convinzione e determinazione priorità al processo riformatore nei suoi punti cardine, non sarebbe sicuramente peggio che una frammentazione in cui è difficile giungere a decisioni. Nel nuovo assetto europeo si inserirà la presidenza italiana del semestre che, nonostante margini di manovra non forse eccessivi, potrà rappresentare un’opportunità per indirizzare alcune questioni importanti, ad esempio i vincoli di bilancio, il fiscal compact e l’unione bancaria.

Come si deve imparare a pensare, in questo frangente il punto principale non è chi governi o chi indichi la via del cambiamento, ma che questa via, ormai nota quasi in toto salvo piccole deviazioni, venga rapidamente e definitivamente intrapresa in modo comune, sincronizzato e condiviso, poiché in caso di ulteriori ritardi non vi saranno vincitori duraturi, ma solo sconfitti in tempi più o meno brevi.

26/04/2014
Valentino Angeletti
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