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Bilancio delle Regionali, vincitori (pochi) e vinti (quasi tutti)

Archiviate le regionali 2015 e consolidati i risultati in tutte e 7 le regioni coinvolte, è tempo, per tutte le parti politiche, di tirare i bilanci.

Il risultato di 5 – 2 in favore del PD, se trattato come se si stesse parlando di una partita di calcetto o alla PlayStation, con la quale il presidente PD Orfini stava giocando assieme al Premier Renzi appena prima di dichiarare alla stampa che il risultato ottenuto dal PD poteva definirsi assolutamente ottimo, effettivamente farebbe pensare ad una vittoria dei Democratici, schiacciante, tanto più se lo si inserisce in un contesto regionale italiano dove 16 regioni su 20 sono governate dal PD (10 strappate dai democratici al centrodestra proprio sotto la guida Renzi). Di seguito l’immagine della copertura regionale a livello nazionale (ovviamente Rosso PD, Blu centrodestra) e le percentuali riferite ai risultati di queste tornate elettorali regionali (gentilmente presa dal sito della Repubblica) per singola regione e per i due candidati più votati:

Regionali2015-Risultati

In realtà di vittoria schiacciante per il PD non si può parlare per diverse ragioni, così come non si può parlare di vittoria per nessuna altra formazione politica, eccezion fatta forse per la Lega personificata in Salvini e non più la vecchia Lega secessionista bossiana che ben poco a a che fare con quella attuale. Ovviamente tutto ciò a dispetto delle dichiarazioni di parte, che come sempre a valle di una tornata elettorale, tendono a erigere, adducendo motivi talvolta triviali e stabili come un castello di sabbia sahariana durante una tempesta di vento, loro stessi a vincitori.

Nessuno può dirsi vincitore perché a dominare realmente è l’astensionismo. In totale l’affluenza ha superato di poco il 50% (52.2%) e questa è una sconfitta per la democrazia e per l’esercizio del diritto-dovere civico. Vero è che pare dimostrato che l’astensionismo difficilmente influisce sull’esito finale, ma è altrettanto vero che, soprattutto nella situazione di disaffezione nei confronti della politica e delle istituzioni, che si percepisce chiaramente tra i cittadini italiani, è chiaro segno che la gente comune non crede più che la politica possa risolvere i problemi del vivere comune, non sia in grado di migliorare la realtà e, quel che è peggio, agisca solo ed esclusivamente a proprio beneficio. Ad incentivare ulteriormente l’astensionismo ha contribuito la scelta di collocare l’election day a cavallo di un lungo ponte primaverile, peraltro caldo e soleggiato, che, unitamente alla distacco tra cittadino ed istituzioni, ha creato un mix esplosivo.

Tra i partiti, FI deve prendere atto di poter vincere solamente se si colloca a traino della Lega di Salvini. Le parti nel centrodestra si sono invertite, il partito dominante è la Lega. Se Lega e FI si uniscano, e magari anche NCD di Alfano scende al compromesso sottostando alle richieste salviniane, quindi abbandono del Governo, le potenzialità del centrodestra sono molto ampie, soprattutto se rappresentato da un volto carismatico e comunicatore, come lo è Salvini e parzialmente Toti, al momento esponente di spicco di FI dopo Berlusconi. Ricordiamo che l’Italia rimane comunque un paese nel suo complesso di orientamento destrorso che attualmente però non trova sfogo e, quando non sceglie Salvini, si riversa nell’astensionismo.

Il M5S ha confermato ottime percentuali. A poco vale il tentativo di screditare il risultato dei pentastellati operato dal Presidente Dem Orfini, secondo il quale, sfoderando un’ironia che non gli era certo propria prima che si convertisse in Renziano duro e puro, la tornata regionale per il M5S si è conclusa con “Zero Tituli” di Murinhiana memoria. In realtà il M5S si è confermato seconda forza politica ed in molte regioni primo partito. Se si andasse alle elezioni nazionali in questo momento sarebbe il M5S a giocarsi l’eventuale ballottaggio dell’Italicum, con la possibilità di attrarre voti trasversali di tutti coloro che vorrebbero mettere sotto il PD di Renzi. Per tale ragione è possibile che le elezioni anticipate, un tempo non temute dal Governo e forse viste come potenziale occasione per fortificare le posizioni non ancora ad appannaggio di Renzi, siano ora temute. Addirittura alcune fonti riportano di certe voci all’interno del parlamento che starebbero avanzando l’ipotesi di modificare o annullare l’appena nato Italicum; personalmente non credo sia possibile una retromarcia simile, soprattutto per l’immagine dell’esecutivo, ma si tratta di più di un’illazione che vale la pena menzionare. Il M5S, nonostante l’ottimo risultato tra il 20 ed il 25% non può essere considerato vincitore perché, in linea con la tendenza generale, lascia sul campo rispetto alle ultime regionali, circa 1 milione di voti; tralasciando questo calo in valore assoluto, che comunque non inficia sulla percentuale ottenuta, anche il M5S potrebbe essere annoverato tra i vincitori.

Passando al PD, nonostante il risultato numericamente favorevole, lascia sul campo oltre 2 milioni di voti. Per i Democratici nel complesso le ultime regionali in cui era Bersani a rappresentare il PD andarono meglio. Il bilancio del PD è, per le sette regioni interessate da questa tornata elettorale, in pari, mantiene 5 regioni, perde la Liguria, ma guadagna la Campania. Va detto però che dove il PD vince, lo fa con personalità non renziane, anzi fino a poco tempo fa decisamente lontane da Renzi, Emiliano in Puglia e De Luca in Campania. Dove invece erano presenti candidati renziani: la Paita in Liguria e la Moretti in Veneto, la sconfitta è stata bruciante, in Veneto per il PD è addirittura il peggior risultato per il centrosinistra dai tempi del PCI, nonostante il Premier si fosse speso personalmente a Treviso parlando agli imprenditori veneti. Non ha quindi vinto il renzismo, anzi hanno vinto le vecchie figure del PD con “l’aggravante” campana, dove la vittoria per 2.8 punti percentuali deve ringraziare in gran parte i voti portati dall’alleanza col sempreverde Demita dell’UDC, sparito a livello nazionale, ma molto forte nei propri territori.

Infine la Lega. Essa è la vera vincitrice in quanto oltre ad aver aumentato la percentuale è l’unica ad aver aumentato anche i votanti in valore assoluto. Ha fatto filotto in regioni un tempo impensabili, come Liguria (dove ha consentito la vittoria di Toti) e Toscana (incluse province come Pisa, Massa, Lucca), ovviamente ha stravinto in Veneto. Non v’è dubbio che il driver che ha consentito a Salvini l’exploit è stata la battaglia durissima contro i Rom che ormai sono visti come problema dai votanti di ogni partito.

Fatta questa semplice disamina parrebbe logica e doverosa conseguenza che ogni schieramento politico facessa una approfondita analisi introspettiva.

Il M5S deve prendere atto di non essere più solo un movimento di protesta o votato alla sola opposizione, ma, con l’Italicum ed il meccanismo del ballottaggio, un pretendente al Governo. Pretendente forte, perché in caso di ballottaggio potrebbe essere in grado di erigersi a ricettacolo di tutte le forza trasversali anti PD renziano, che sono oggettivamente molte. Secondo questo nuovo ruolo il Movimento dovrà quindi indirizzare la propria strategia, pensare ad un impegno concreto e propositivo, mantenendo i temi al centro, ma con la consapevolezza di dover portare a casa in modo concreto e fattivo il risultato di quanto propongono. Quindi se vi sono provvedimenti di elargizioni, parimenti dovranno esserci risorse; se si pensa ad una modifica sostanziale della legge Fornero e del reddito di cittadinanza dovranno essere portati a compimento, ad esempio, adeguati tagli di spesa; se si vuole sconfiggere l’evasione e l’elusione, dovranno essere presentati fattibili strumenti di contrasto, e via dicendo. La partita è difficile e la posta in gioco alta: Palazzo Chigi. Ma con un ammorbidimento di certe posizioni, con una maggior capacità di dialogo ed intermediazione i Pentastellati potrebbero avere le carte in regola per giocarsi fino in fondo questa partita.

Il Centrodestra, quindi principalemte Lega, FI ed NCD, devono decidere cosa fare da grandi. FI deve convincersi di non essere più il fulcro del CDX, ma in questa fase politica si deve accontentare della scia della Lega. Sempre in casa FI, inoltre, dovrà essere definito il ruolo di Silvio Berlusconi ed individuato un erede dal carisma non nullo, che manca ai presunti leader attuali. NCD dovrà decidere se entrare definitivamente nell’orbita di Renzi, sottostando alle sue tendenze accentratrici e poco inclini al dialogo ed alla mediazione, o se permanere nel CDX, ma preparandosi a convivere con Salvini e, vista la sua predominanza, accettarne gran parte dei punti programmatici. Pensare ad una esistenza autonoma è per il partito di Alfano equivalente a viaggiare sulla soglia dello sbarramento con pochissime possibilità di far valere una qualche posizione propria in sede parlamentare. La Lega invece deve chiarire se voler avanzare pretese sul Governo nazionale o accontentarsi di una presenza, poderosa e dirompente, ma solo in alcune regioni. Per poter mirare a Palazzo Chigi, addirittura con il ruolo di principale partito della coalizione di CDX, dovrà però ammorbidire certe posizioni e cercare il consenso del sud, ove piano piano, soprattutto facendo leva sulla questione degli immigrati e dei ROM, Salvini sta diventando sempre meno antipatico. A Roma, ad esempio, sono molti i sostenitori del Leghista, cosa un tempo impensabile.

Il PD è il partito che necessita di una analisi più approfondita. La linea di Renzi e del suo entourage in riferimento al risultato delle elezioni è quella di un successo. Nel mentre però il Premier è volato in Afganistan stranamente senza rilasciare dichiarazioni o tweet. Ha indossato la tuta mimetica, sovrapponendola ingenuamente alla camicia bianca, ed ha fatto gli auguri per la festa della repubblica al nostro contingente. Questa immagine è stata accostata dall’arguta quanto maliziosa Lucia Annunziata, a quella di un noto telefilm USA che pare essere la moderna ispirazione dei politici quarantenni: House Of Cards (pensare che un tempo la politica era ispirata da Pericle e dalle École d’études politiques francesi…. ora da un telefilm statunitense…. Forse se ne vedono i risultati…. ma sono certo che torneranno anche i tempi che furono). L’Annunziata avrebbe paragonato l’immagine di Renzi a quella di un protagonista della serie TV che dopo aver perso pesantemente le elezioni si è fatto fotografare presso un cimitero militare in una mossa dall’alto impatto comunicativo. Non si vogliono dare giudizi su questa similitudine, ognuno e libero di farsi la propria idea. Nel PD dovrà necessariamente aprirsi un dialogo con la minoranza DEM che, a ragione, può avanzare pretese di maggior considerazione: le regionali hanno dimostrato che la minoranza DEM non è morta, anzi tutt’altro, forse al momento buona parte degli elettori del PD si ritiene più vicino a questi “dissidenti” che alla linea ufficiale del partito, in particolare su scuola, relazioni con sindacati, rimborso ai pensionati, legge Fornero, lavoro ecc. Il risultato di Pastorino in Liguria ha effettivamente provato che “un qualcosa a sinistra del PD” esiste e può valere dal 10 al 15%, voti in parte recuperati all’astensionismo ed in parte drenati dal PD. Evidentemente Renzi non è più l’uomo solo e forte al comando che può vantare consensi plebiscitari, come alcuni volevano far credere indicasse il 41% delle elezioni Europee, quindi ne consegue che il discorso tipicamente renziano secondo cui chi non segue la linea del partito deve andarsene, potrebbe essere controproducente. Il PD renziano ha perso molti consensi ed è chiaro che il modo di agire in solitaria, con autoritarismo e senza aperture ad un confronto costruttivo (la linea è quella di “ascolto tutti, ma decido io come voglio io”) non piace all’elettorato. Di questo fatto Renzi, ebbene si, stavolta lui stesso, deve farsene una ragione, come deve farsi una ragione che i suoi avversari principali saranno M5S e Lega. Il Premier è pertanto tenuto ad indirizzare i suoi programmi in modo tale da contrastare i nuovi avversari, ben più concreti e belligeranti dell’ormai domo Berlusconi. Infine il PD deve affrontare il problema della Campania, di De Luca, dell’impresentabilità e della Legge Severino in modo da non dare adito a critiche e sospetti già nati, consolidati e che a livello nazionale possono minare il consenso. Riguardo all’inserimento di De Luca nella lista di impresentabili, stilata dalla Commissione Antimafia sotto la presidenza di Rosy Bindi, in tutta risposta alle richieste di scuse avanzate dalla Bindi al PD dopo le forti polemiche che abbiamo già trattato, il neoeletto De Luca ha presentato denuncia penale proprio contro la presidente della Commissione. Si attendono velenose code su questa vicenda.

In ultimo due considerazione di carattere generale:

  • La prima riguarda l’astensionismo. Esso ha raggiunto percentuali allineate con il resto d’Europa, ma avulse al contesto italiano, ove, e se ne deve andare orgogliosi, le persone hanno sempre tenuto ad esercitare il diritto-dovere civico, assolvendo il proprio dovere e rispettando al Costituzione. Questo fenomeno deve essere combattuto dalla politica e dalle istituzioni, con una maggior vicinanza alle persone, ed ai problemi concreti dei cittadini. La politica deve occuparsi della Res Publica, del benessere sociale e non alla protezione partitica e del proprio status quo .
  • La seconda riguarda il risultato di Salvini. Il suo successo è dovuto principalmente alla tendenza del leghista ad essere pragmatico su questioni molto concrete e tangibili. In primo luogo immigrazione e ROM (la Ruspa è diventata il sibolo della Lega più del Carroccio e di Alberto da Giussano). Questi temi sono diventati molto problematici perché i governi che si sono succeduti sono stati incapaci di affrontarli e risolverli o quantomeno mitigarli, col risultato che ora, complice un disagio sociale dirompente, sono diventati oggettivamente gravi problemi, non più sopportabili nè rimandabili. Essi muovono odio ed anche pericolose tendenze razziali e xenofobe ed hanno consentito l’escalation salviniana anche in Toscana, Liguria e precedentemente in Emilia-Romagna.

A parte il probabile interesse del Governo ad arginare la crescita della Lega, il problema dei ROM e degli immigrati è bene che venga ascritto immediatamente tra le priorità da affrontare con fretta estrema. In ultimo, l’auspicio che le discussioni, che inevitabilmente porteranno con se questa elezione regionale, non sottraggano energie, forze e tempo alle riforme economiche di cui abbiamo assolutamente necessità.

02/06/2015
Valentino Angeletti
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Riforme, economia, alleanze: iniziano le danze per le regionali

L’approvazione alla Camera con voto segreto (334 a favore e 61 contrari) della riforma sulla legge elettorale “Italicum” e la seguente, quasi immediata, firma del presidente della Repubblica Mattarella hanno rappresentato una vittoria, un ulteriore trofeo, per Renzi. Ancora non è chiaro se questa legge, che va ricordato entrerà in vigore solo a partire dal primo luglio 2016 e varrà solo per la Camera dei Deputati in quanto di qui ad allora è nei piani del governo portare a compimento la riforma Costituzionale del Senato, consenta un reale e netto miglioramento del sistema elettorale italiano e non provochi, come accusano gli oppositori (M5s, FI, Lega, ma anche molti del PD) che sul piede di guerra sono disposti a mettere in gioco l’arma referendaria, un eccesso di concentrazione del potere.

Sicuramente il vessillo di questa riforma è pregiato soprattutto se offerto alle istituzioni europee. Tra l’altro il compimento della riforma è già stato elogiato dall’agenzia di rating Fitch (che crediamo non sia entrata nel merito della legge e delle sue implicazioni) con la motivazione che arrecherà più stabilità alla futura gestione politica dell’Italia, ma soprattutto perché apre la speranza verso una maggior concentrazione delle riforme ai temi prettamente economici che principalmente interessano le 3 sorelle del rating, i grandi fondi e le banche.

Premesso ciò ed appurata l’ennesima vittoria renziana, la situazione rimane assi complessa (i numeri nel PD si sono ulteriormente ristretti e fondamentale è stato il supporto di Scelta Civica ed NCD) soprattutto in vista della riforma costituzionale e delle elezioni, con relativa della campagna elettorale, per le regionali del 31 maggio venturo.

Sul tema della riforma della scuola il 5 maggio si è tenuto un grande sciopero, capace, come non succedeva da tempo, di riunire tutti i sindacati e sono stati aperti tavoli di dialogo per non arrivare allo scontro che in periodo elettorale tutti preferiscono evitare. Il proposito è giungere a modifiche condivise, che dovrebbero riguardare il potere conferito ai presidi e dirigenti scolastici, la stabilizzazione dei precari e le risorse pubbliche conferite agli istituti privati, anche se il premier Renzi non ha tra le sue capacità una dedizione particolare all’ascolto altrui.

Il tema economico rimane il nodo più dolente, le previsione di primavera della Commissione vedono una crescita di 0.6% per il 2015 e 1.4% per il 2016, leggermente peggiore a quella prevista da Istat e Governo (0.7%), un debito che si stabilizzerà solo nel 2016 ed un deficit al 2.5% nel 2015 e 2% nel 2016 senza tener conto dell’eventuale rimborso sulla rivalutazione delle pensione oltre 3 volte il minimo, che cifre, ancora eccessivamente ballerine, collocano in una forbice tra i 5 ed i 19 miliardi. Il tema del lavoro mantiene la sua centralità ed è la disoccupazione, che permane attorno al 12.5% con quella giovanile attorno a 43.5%, a destare più preoccupazione, anche alla luce del fatto che non si vedono contesti che consentano di invertirne la tendenza, se non di insignificanti punti decimali più dovuti a oscillazioni fisiologiche che motivate da solidi miglioramenti strutturali come la ripresa degli investimenti o dei consumi.

Evidentemente la partita per le elezioni è già iniziata e la recentissima approvazione del taglio dei vitalizi sarà un argomento che il PD di Renzi cercherà di utilizzare contro i movimenti “più anti sistema”, come M5S e Lega. L’eliminazione dei vitalizi per politici condannati in via definitiva a pene oltre i due anni di detenzione non è però immune da polemiche, in quanto con contempla il reato di abuso di ufficio e non viene applicata in caso di reintegro. FI avrebbe preferito una legge ad hoc, mentre il M5S e la Lega (che pure ha votato favorevolmente) avrebbero preferito misure più pesanti. Nonostante ciò è evidente che il mantra secondo cui si sta lottando contra la casta, contro i privilegi e le rendite di posizione, da parte del PD (in cui vi sono stati oppositori anche su questa misura) risuonerà nelle prossime settimane, essendo un argomento che senza dubbio mantiene un elevatissimo appeal tra gli elettori. Alla stregua dell’abolizione dei vitalizi, per il medesimo fine potrà essere utilizzata anche la legge sul conflitto di interessi, che il Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi ha dichiarato verrà posta all’attenzione del Parlamento nelle prossime settimane (allo stato attuale parrebbe che coloro che assumessero un incarico di governo siano costretti a vendere aziende ed imprese proprie o comunque a cederne il controllo; se solo questa fosse la misura ci sarebbe da attendare una mercato floridissimo di prestanomi o l’uso smodato di parenti non di medesimo cognome).

Ovviamente non è possibile essere sempre e solo faziosi, se queste leggi, attese da anni e sempre rimandate, vengono fatte bene e correggono lapalissiane distorsioni del nostro attuale sistema, sono ben accette anche in tempo elettorale e sicuramente giustificato motivo per raccogliere consensi. Il rischio però è che per mettere in cassaforte il bottino in tempi rapidi e passare alla fase comunicativa e propagandistica, si trascuri la qualità del provvedimento, rischio che abbiamo avuto modo di veder verificarsi più e più volte.

Parallelamente all’oggettiva complessità tecnica e di bilancio di trovare una soluzione per la sentenza della Corte Costituzionale sulle pensioni, vi è anche il problema del consenso elettorale. Decisioni in merito hanno enorme influenza e coinvolgono un ampio bacino di elettori, molti dei quali storicamente del PD (i pensionati oltre 1’400 € lordi al mese sono generalmente dipendenti o ex del pubblico impiego), è pertanto chiaro che decisioni di limitare i rimborsi preserverebbero parzialmente il bilancio statale, ma al contempo farebbero perdere al Governo voti, contrariamente un eccesso di zelo nel rimborsare gli aventi diritto potrebbe portare problemi di bilancio, aumento del deficit e conseguente sforamento della soglia del 3% deficit/pil, ipotesi che Bruxelles non vuol neppure sentire bisbigliare, concentrati come sono a ricordarci che i conti devono essere mantenuti in ordine ed i patti rispettati.

Simili “armi” elettorali, potrebbero essere utilizzate dal governo per esorcizzare e mitigare una situazione che a livello prettamente partitico rimane difficile, tanto a destra quanto a sinistra.

La Liguria, regione storicamente votata a sostenere il PD, vede una situazione complessa per i Democratici causata dell’uscita di Sergio Cofferati dopo le tese Primarie per la scelta del candidato di partito, dalle accuse alla candidata ufficiale renziana Raffaella Paita che gli oppositori rimproverano di essere ancora in corsa nonostante sia indagata nell’ambito dell’inchiesta sui disastri meteorologici ed i mancati allarmi ed infine dalla scissione con il candidato civatiano Pastorino, che ha fatto le veci di precursore del recente abbandono da parte di Giuseppe Civati del partito, il quale corre da solo e che potrà senza dubbio drenare voti ai democratici, fungendo da primo test elettorale per una forza politica alla sinistra del PD. Il fluido contesto Dem, e le divisioni interne che permangono, pare poter porre in vantaggio l’esponente di Forza Italia al momento più rappresentativo a livello nazionale, Giovanni Toti.

In Puglia ad essere diviso ed indebolito dai contrasti interni è invece il centro destra. Sono presenti infatti due candidati di centro destra: Adriana Poli Bortone, per Forza Italia, Lega e Liberali e Francesco Schittulli, afferente alle tre liste dell’area fittiana. Sembra dunque che Michele Emiliano, ex sindaco di Bari, possa avere vita facile nonostante sia accusato di raccogliere ingressi provenienti da ogni parte politica finanche l’estrema destra, ma del resto le elezioni si vincono col cinismo ed i  numeri e non con l’etica e la morale, anche se, viste la debolezza del centro destra, per preservare l’immagine Emiliano potrebbe fare anche a meno di criticabili e dubbi sostegni.

La Toscana, altra roccaforte rossa dove si ripresenta l’uscente Enrico Rossi, non pare avere particolari problemi a riconfermare il suo colore, se non quello di dover fare i conti con un probabile incremento di elettori per Lega e M5S.

Un altro contesto complesso è quello della Campania, dove Stefano Caldoro è candidato unico per le 10 liste di centrodestra, mentre per il PD il candidato a Governatore è Vincenzo De Luca, divisivo perché si è candidato nonostante il PD avesse espresso desiderio contrario. Inoltre sono di oggi i sospetti lanciati da Saviano e dal Fatto Quotidiano su possibili infiltrazioni mafiose all’interno del PD. Come in Puglia anche in Campania la campagna acquisti del PD è pesante, ne è testimonianza l’ingresso, a sostegno dei Democratici, di Demita, che nonostante ormai fuori dalla politica nazionale, continua ad avere notevoli influenze e seguito elettorale a livello territoriale.

Assai spinosa risulta essere la region Veneta. A livello teorico la vittoria Leghista e del centrodestra dovrebbe essere scontata, ma, ancora una volta, a vantaggio del PD renziano e della candidata Alessandra Moretti (ex Bersaniana ed ora Renziana doc), vi è la scissione occorsa nella Lega tra il candidato ufficiale di Lega e FI, Luca Zaia ed il sindaco di Verona Flavio Tosi, non sostenuto da Salvini, ma che comunque ha deciso di correre in solitaria. Tale frammentazione inevitabilmente getterà numerosi dubbi nell’elettorato leghista e di CDX considerato il gran seguito che hanno sia Zaia che Tosi. Taluni potrebbero decidere di votare PD o M5S che presenta alcune idee “antisistema ed anticasta” comuni alla Lega, o, cosa ancora più probabile, potrebbero andare ad infoltire le schiere degli astensionisti.

Più canonica la situazione dell’Umbria dove pare avvantaggiata la Presidente Uscente Marini, del PD, sostenuta oltre che dai Democratici anche da SEL.

Analoga situazione nelle Marche, con l’anomalia che il Presidente PD uscente, Gian Marco Spacca, ha abbandonato il centro sinistra per il centrodestra; la sua lista Marche 2020 ha raccolto gli ingrassi di Area Popolare ed è sostenuta da FI. Il candidato PD è il giovane sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli che può confidare anche nel supporto dei Popolari-UDC.

In una situazione, che comunque vede ancora avvantaggiato il PD di Renzi, secondo solo agli astensionisti, ma del tutto fluida ed incerta e con il centrodestra che ha legato l’esito della tornata alle urne (principalmente in Toscana, Veneto, Liguria e Campania) alla tenuta e sopravvivenza del Governo, fervono le manovre ed i lavorii in vista della campagna elettorale, lustrando e preparando le “armi mediatiche” e le scoccate comunicative.

08/05/2015
Valentino Angeletti
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Direttrici che non portano alla crescita ed all’aumento dei livelli di benessere

La condizione economica attuale è complessa, difficile e probabilmente per la sua evoluzione, volendo considerare come punto iniziale la crisi statunitense dei mutui subprime, estesa poi nel continente europeo mutando da principalmente finanziaria a riguardante i debiti sovrani, interi Stati fino ad assumere connotazioni sistemiche, unica nella storia. Simili frasi sembrerebbero ormai retoriche per quante volte sono state ripetute. L’azione politica però non pare comprenderlo. Mai come in questo momento servirebbero visione, azione comune, focalizzazione verso gli obiettivi di ritorno al benessere collettivo, di collaborazione e di cooperazione, mettendo per un  attimo da parte lo scontro tra i partiti e tra gli interessi delle nazioni che in contesti “normali” possono essere, nei limiti del bene della Res Pubblica, accettabili. Così dovrebbe essere sia a livello europeo che nazionale. Ciò a cui stiamo assistendo su ambedue i livelli invece è un comportamento quasi diametralmente opposto, con dichiarazioni che danno il senso dell’urgenza di alcune azioni, ma fatti che smentiscono quanto detto pochi istanti prima; così è sia un Europa che in Italia.

Non mancano giorni in cui si nota che la soluzione della crisi è ancora lontana pur negli alti e bassi dell’ evoluzione di un qualsivoglia scenario. In Europa ad esempio sono prepotentemente tornati a manifestarsi il problema dell’immigrazione, dei rapporti con gli stati limitrofi, le varie crisi socio – economico – umanitarie che vanno dalla Russia alla Libia arrivando fino al centro Africa. Ancora più l’inviluppo della crisi greca che può essere ascritto ad emblema della non cooperazione politica a Bruxelles. Già si è detto che il salvataggio greco iniziale sarebbe costato ben meno del protrarre oltremodo ed inconcepibilmente uno stillicidio, peraltro senza avere un piano ben definito a priori, ma agendo all’evenienza fino ad arrivare a questi giorni, dove si sente parlare sempre più insistentemente del default, più o meno pilotato e concordato, di Atene. Il debito greco non è più onorabile dalla penisola ellenica, tale è l’opinione condivisa da tanti economisti. Molto probabile che questa evenienza, pur smentita dal Governatore Draghi, sia assai concreta. Ne parlano da mesi nella City londinese e JP-Morgan (come altri istituti) ha da tempo iniziato a proporre ai suoi clienti piani per affrontare una GrExit. La stessa Germania si sta preparando ad un default greco ma senza uscita dalla moneta unica che comporterebbe la prosecuzione di una corsa agli sportelli bancari, già comunque in corso per mantenere in Euro il proprio capitale, e forse la deflagrazione del tentativo di unione.

Modi di agire simili, anche qualora la Grecia si salvasse, confermano la totale lontananza dai concetti di Prosperità, Progresso e Protezione che dovrebbero essere alla base dell’unione, senza spingersi in sentimenti più romantici come collaborazione, spirito di appartenenza ad una stessa comunità, solidarietà e condivisione dei rischi e dei benefici.

Analogo ragionamento può essere fatto per l’Italia. Anche gli ultimi dati confermano, nonostante tassi di interesse mai bassi come ora, un prezzo del petrolio al momento ancora più che vantaggioso, mutui potenzialmente a buon mercato e prezzi delle case decisamente diminuiti, una situazione che mantiene alti livelli di complessità.

Il debito pubblico ha fatto segnare un nuovo record sfondando quota 2169 miliardi con crescenti spese centrali e spese locali in diminuzione, la disoccupazione tende a migliorare leggermente, ma attestandosi comunque a fine anno ad un inaccettabile 12.6% con aumento dei disoccupati di lungo termine, ossia coloro che più difficilmente potranno trovare impiego, magari depauperando un patrimonio d’esperienza e di conoscenze che potrebbe sicuramente ancora risultare d’utilità. Il credito in Italia rimane difficile, tra i più difficili in europa, non in grado di supportare il mercato immobiliare (affossato anche dall’incertezza normativa sulla tassazione) nè di appoggiare gli investimenti che latitano. Gli investimenti necessari in Italia sono molti e fondamentali, ovviamente dovranno essere razionali e lungimiranti, ma servono e servono sia quelli per piccole opere come la riqualificazione del territorio, delle scuole, la riconversione energetica e lo spostamento verso un modello economico più sostenibile sul quale Renzi dice di puntare con convinzione, sia quelli per grandi opere e, come i crolli nelle scuole ed i periodici disastri dovuti al maltempo sono la dimostrazione del bisogno dei primi, i grandi crolli infrastrutturali (ultimamente ponti e viadotti) fanno da testimoni della necessità dei secondi.

Nel paese invece la politica è tutta catalizzata su alcuni temi: la legge elettorale Italicum che ha comportato una profonda spaccatura nel PD e le dimissioni dell’ex capogruppo Speranza (uno dei pochi che si è dimesso per dissenso politico e non per indagini o scandali), il dissenso da parte del M5S e di FI che assieme alla minoranza DEM hanno scritto lettere separate ma dallo stesso contenuto (l’ipotesi fiducia sulla legge elettorale sarebbe un attentato alla democrazia) al presidente Mattarella; le regionali con le difficoltà del PD in Liguria, aumentate a seguito delle indagini sulla candidata Paita per i dissesti idrogeologici essendo lei all’epoca assessore competente in materia, e con quelle di FI in Puglia. Infine a non tarderanno troppo le discussioni sull’impiego del tesoretto da 1.6 mld €, potenziale goloso benefit elettorale.

Il tesoretto come già riportato (LINK) è una numero previsionale derivante da un miglioramento della stima del rapporto deficit/PIL di 0.1%. Le previsioni iniziali sul PIL 2015 del Governo erano di +0.6% e sono state aggiornate nell’ultimo DEF a 0.7% (ma sempre di previsione di tratta). L’intenzione del Governo pare quella di spendere la somma quando ha ancora fattezze virtuali. Il rischio che sì corre è che, avesse ad esempio ragione il Fondo Monetario con la sua stima di crescita riferita all’Italia portata a 0.5% (in miglioramento), il paese si troverebbe nella condizione in cui mancherebbe di 1.6 mld più 1.6 mld derivanti dalla differenza di 0.2% tra lo 0.7% stimato e lo 0.5% reale, più altri 1.6 mld dovuti alla spesa in deficit già effettuata.

Come al solito prenderò un abbaglio, ma la sensazione è che, seguendo le direttrici impostate da UE ed Italia, difficilmente si potrà impostare un percorso virtuoso per incrementare, senza sperare di tornare ai livelli precedenti, il nostro grado di benessere. Questo è un presentimento che spero vivamente provenga da uno di quei piccoli gufi che saranno a breve smentiti.

Valentino Angeletti
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Elezioni regionali: vince il PD assieme all’astensionismo. La democrazia non gioisce.

Un tempo per il partito di centro-sinistra/sinistra sarebbe stata una cavalcata trionfale, oggi invece una vittoria, ma a metà. Le elezioni regionali, principalmente in Emilia-Romagna ma vale anche per la Calabria,  indubbiamente suscitano perplessità per l’altissimo livello di astensionismo, che, sia chiaro, non delegittima la vittoria del PD in quanto nel sistema elettorale italiano sono i votanti che si recano alle urne a decidere chi sarà il loro rappresentante al Governo dell’entità sulla quale si è chiamati a pronunciarsi e questa consapevolezza se vogliamo rende il dato ancora più allarmante.

Un calo della partecipazione era stato ampiamente previsto, del resto si sa che le tornate regionali registrano affluenze fisiologicamente inferiori rispetto a quelle nazionali o rispetto alle occasioni in cui fossero accorpate ad altre elezioni, inoltre hanno contribuito gli scandali delle spese pazze e l’abbandono anzitempo dei precedenti presidenti di regione, ma pensare che in Emilia Romagna si sia recato alle urne appena il 37.67% (meno che in Calabria dove è stata registrata un’affluenza del 44.07%) degli aventi diritto fa trasalire chi conosce quei luoghi.

L’Emilia-Romagna è una terra dove si  mangia (o si mangiava?) davvero pane e politica e le feste dell’unità usualmente gremite così come i comizi ed i dibattiti pubblici sempre partecipatissimi ne sono riprova. In Emilia-Romagna l’esercizio del diritto di voto è realmente sentito e per le votazioni più importanti non si stenta a rasentare percentuali attorno al 90% anche in calde domeniche estive, figurarsi durante nebbiose giornate autunnali come quella in questione. Questa volta invece non è stato così, e non lo è stato nella “terra rossa” per eccellenza dove Prodi ha dichiarato che una affluenza inferiore al 50% sarebbe più che preoccupante.

Il risultato percentuale, da confrontarsi poi con in valori assoluti che evidenzieranno un calo di consensi diffuso, non lasciano adito ad interpretazioni: la coalizione di centro-sinistra sostenitrice di Stefano Bonaccini ha vinto toccando il 49.05% con un PD al 44%, anche se un tempo la percentuale sarebbe stata decisamente più bulgara, la lega con Alan Fabbri è il secondo partito con poco più del 30% doppiando Forza Italia fermo all’8%, il M5S con Giulia Gibertoni è sotto al 15%.

In Calabria le cose sono leggermente differenti, benché il candidato del Centro Sinistra Mario Oliviero abbia vinto con circa il 60% solo il 24% dei voti va direttamente al PD, i restanti vanno tutti alla lista con nome del candidato, significativo poi che il M5S sia sostanzialmente scomparso attorno al 4%.

Ai partiti ora va il compito di fare un serio esame di coscienza. Per tutti il numero in valore assoluto dei votanti è diminuito sensibilmente.

Il Centro Destra deve prendere atto di essere inconsistente e la Lega da sola non può oggettivamente pensare di avere mire a livello nazionale. Per il Carroccio questo momento, per via delle difficoltà e del disagio sociale, del suo modo aggressivo di affrontare il problema abitativo da tempo esistente ma da poco agli onori delle cronache, è particolarmente propizio puntando spesso a cavalcare la paura del diverso, innegginado al diritto che gli italiani hanno prima di ogni altro e talvolta avanzando a suon di populismi difficilmente realizzabili. Ciò spiega i consensi raggiunti e quelli che probabilmente raggiungeranno nelle regioni del nord.

Il M5S deve ammettere di aver fallito. Non ha risposto, pur avendone la possibilità, alle aspettative dei suoi elettori (l’ Emilia-Romagna rappresentava un po’ la culla del movimento) arroccandosi dietro un ostracismo fine a se stesso e dando l’impressione di non aver raggiunto alcun risultato degno di nota se non quello di opporsi a priori senza mai aprirsi ad un atteggiamento negoziale e propositivo. Inoltre i modi autoritari, a volte “epurativo” al limite del dittatoriale del “leader de facto” non sono contestati e rinnegati da molti dei sostenitori della prima ora.

Al Centro-Sinistra ed al PD però sta l’esame di coscienza più profondo. Le cause che possono aver condotto all’astensionismo sono tante, nazionali ed internazionali, politiche ed economiche, ma non il PD può fingere, nascondendosi dietro la vittoria, i tweet e l’uso preciso dei media, di non sapere che la divisione interna al partito, la violenza negli scontri coi sindacati e la disaffezione della gente siano state quelle dominanti. Il PD di Renzi, e questo il Premir deve tenerlo smpre in mente perché suo ancestrale impegno personale, si è detto intenzionato fin da subito ad essere il partito rappresentate la “gente” un partito che vuole conoscere la situazione nelle strade, nei mercati, vuole coinvolgere i cittadini attivamente nella vita politica, rompere quel divario che separa attività amministrativa da vita quotidiana, vuole far si che la politica appartenga a tutti e che tutti si sentano partecipi ed importanti nel poter contribuire ad un progetto che era quello, arduo quanto necessario ed encomiabile, di cambiare l’Italia ed un po’ esageratamente l’Europa. Ciò evidentemente non è avvenuto e non è avvenuto neppure in Emilia-Romagna dove quel sentimento di partecipazione e perversione politica in tutte le sfere della vita giornaliera già c’era, anzi la disaffezione è aumentata segno oltremodo preoccupante che la fiducia nel futuro, nella ripresa economica, in un periodo leggermente più prospero, nella reale possibilità di cambiamento ed anche nella classe politica e dirigente è ulteriormente diminuita. Chiaro è che molte persone non si sentono rappresentate dall’attuale PD ed esse sono riconducibili ai tanti operai e tanti sostenitori dei sindacati nati in quelle terre e dove hanno fatto storia (ed il ministro Poletti dovrebbe saperlo), ed ai tanti elettori di centro sinistra che non possono comprendere come si possa patteggiare in modo segreto con Forza Italia e direttamente, ad esempio, con Verdini e Berlusconi. Costoro sono in sostanza quelli afferenti ai vari Fassina, Civati e Cuperlo. Allo stesso modo questa ala del PD dovrà decidere come comportarsi: continuare a opporsi a molti dei provvedimenti avanzati del PD salvo poi, una volta alle strette, votarli; allinearsi a quelle che sono le linee generali del Partito (ormai ben chiare e che esulano dallo scontro aspro ma costruttivo verso una convergenza comune visto che alcune visioni si possono dire agli antipodi e non conciliabili); oppure ritenere di avere un seguito di elettori e sostenitori tale, come sembrerebbe dalle dichiarazioni pubbliche, da permettersi di dividersi impegnandosi a rappresentarli compiutamente dando fattezza a quello che spesso indicano come popolo di sinistra non rappresentato. Nelle condizioni in essere tale frangia non è né carne né pesce.

Questa situazione di una Destra e Centro-Destra sgretolate, di un Centro e di una Sinistra inesistenti e di un Centro-Sinistra che di fatto non rappresenta una buona fetta dei suoi vecchi elettori che si trovano in difficoltà nell’esercizio del voto (come già di scrisse: LINK1 – LINK2) è un grandissimo dramma per la Democrazia di un paese ed è una condizione che va superata anche perché il disagio sociale ed il malcontento, uniti alla sensazione di impotenze e di non rappresentanza potrebbero dare adito ad un ulteriore incremento e ad una maggior strutturazione di episodi violenti e sovversivi.

Al momento, ed è sentimento comune dimostrato dall’astensionismo, Renzi,  nonostante cinguettii pungenti e comunicativi a volte efficaci a volte meno, a volte propri a volte impropri, non è riuscito a cambiare davvero verso e marcia, non è riuscito a dare un impulso shock al sistema. Forse per cambiare il paese il PD dovrebbe chiarire se stesso scoprendo quale direzione vuole realmente intraprendere, chi vuole esserne parte condividendo le linee programmatiche e chi vuole uscirne, riplasmando, qualora ritenuto opportuno, il partito stesso. Il consenso unanime e trasversale non è nelle corde di nessun leader politico e quando si è verificato non è mai stato duraturo e spesso ha avuto esiti tragici.

23/11/2014
Valentino Angeletti
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Buon voto a chi esercita (e che siano in tanti) e (scontato) l’UE da l’OK alla legge di stabilità

Buon voto regionale a tutti i votanti e che il diritto venga esercitato.

In particolare in Emilia-Romagna, dove gli scandali che hanno colpito la Regione hanno avuto indubbiamente ripercussioni negative sull’immagine dei Democratici e sulla passionale foga politica degli emiliano-romagnoli, questa tornata è di importanza rilevante per il PD e per testarne la tenuta, ma è altrettanto fondamentale, uno spartiacque, per la Lega, o meglio per Salvini che dovrà rendersi conto se poter aspirare ad essere il terzo partito con mire a livello nazionale.
L’astensione, prevista alta, andrà tenuta d’occhio in quanto una vittoria al 40% con il 50% degli aventi diritto alle urne è molto differente rispetto ad una con affluenza al 70%-80%.

L’UE poi ha dato un primo via libera alla legge di stabilità italiana, programmandone una nuova revisione a Marzo (assieme a Francia e Belgio). Pur essendo un ottimo risultato da riconoscere alla coppia Renzi-Padoan, è stata una promozione scontata: la situazione di Juncker, gli allarmi di BCE, Draghi, FMI, Fed ed USA non potevano portare ad una bocciatura con conseguente aumento del rischio Paese dei bocciati e nel complesso del Rischio Europa. La promozione non è però incondizionata perché per rientrare a marzo nei parametri sono necessari grandissimi sforzi in particolare sul fronte del taglio spesa, abbattimento del debito e prosecuzione riforme perché, monitorando le tensioni sociali, non sarà possibile agire nuovamente sul fisco a meno di acuire un disagio ed un malcontento già pericolosamente alti che spesso sfociano violentemente nella più ancestrale e bestiale paura del diverso.

23/11/2014
Valentino Angeletti
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