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Bertolaso VS Giachetti: surreale (per ora) confronto alla “Messi VS Maradona”

Messe alle spalle le primarie romane del PD, non senza polemiche e strascichi che avranno bisogno di tempo per estinguersi completamente, con le quali Roberto Giachetti è stato eletto a candidato democratico, sostenuto da Renzi, per la corsa al Campidoglio, è stata, sabato e domenica scorsi, la volta delle “gazzebarie”, nome con il quale il centrodestra ha identificato le proprie primarie, conformate più come un referendum su Bertolaso, candidato sostenuto da FI e Berlusconi, che si è personalmente speso a sostegno del “City Manager”.

Facendo un  rapido calcolo ed ingaggiando un duello virtuale molto interessante, benché, parlando a livello scientifico, poco significativo (una sorta di Maradona VS Messi), possiamo dire che le primarie del PD hanno portato al voto circa 42’000 persone, su un target sperato di 70-100 mila elettori (non un trionfo dunque), mentre, a fronte di una prospettiva di 10 mila votanti, le gazzebarie, secondo dati ufficiali, un range tra le 45 e le 48 mila persone (facendo, stavolta a ragione, gridare al successo gli organizzatori). Supponiamo che in ambedue i casi, ragionando per difetto, i votanti siano stati circa 40 mila: nel CDX il 90% ha sostenuto Bertolaso, mentre, per il CSX, è stato il 60% a sostenere Giachetti il restante 40% principalmente ha messo la crocetta sul nome di Morassut. Parlando quindi in termini assoluti la situazione vede circa 36 mila voti in favore di Bertolaso e 24 – 25 mila in sostegno di Giachetti.

Da notare che i partecipanti alle primarie del CDX sosterranno tutti Bertolaso, mentre dei 40 mila votanti alle primarie del PD non tutti coloro che non hanno votato Giachetti ripiegheranno sul candidato renziano, poiché, viste le forze disgregatrici interne al PD e l’avversione che molti elettori hanno nei confronti delle larghe intese renziane, del patto del nazareno e del supporto verdiniano, potrebbero decidere di astenersi o di schierarsi per il M5S.

Ciò detto, parrebbe che Bertolaso parta già in pole position, ma lo strappo di Salvini e la possibile discesa in campo della Meloni spariglierebbero senza dubbio le carte, compromettendo definitivamente l’eventuale vittoria di Bertolaso.

Considerando lo scenario a valle di questa breve analisi ed alla luce del seguito che il M5S si prevede che abbia nel capoluogo, non abbiamo difficoltà nell’affermare che le elezioni amministrative capitoline saranno oltremodo succulente, non avare di sorprese e significati decisamente estendibili su scala nazionale.

14/03/2016
Valentino Angeletti
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Sindaci in corsa: tre capitali ed una Bologna da non perdere di vista

BOLOGNA. LA  FONTANA DEL NETTUNO (GIAMBOLOGNA 1563-66) SU PIAZZA NETTUNO (ADIACENTE A PIAZZA MAGGIORE). SULLO SFONDO PALAZZO D'ACCURSIO (PALAZZO COMUNALE - COMUNE) SEDE DEL MUNICIPIO DELLA CITTA'.

BOLOGNA.
LA FONTANA DEL NETTUNO (GIAMBOLOGNA 1563-66) SU PIAZZA NETTUNO (ADIACENTE A PIAZZA MAGGIORE). SULLO SFONDO PALAZZO D’ACCURSIO (PALAZZO COMUNALE – COMUNE) SEDE DEL MUNICIPIO DELLA CITTA’.

Dopo aver letto d’un fiato l’analisi dell’amico Luca (La sfida per le “tre capitali”), mi sono perso ad analizzare il significato elettorale di una quarta capitale, sicuramente minore per numero di abitanti, ma non seconda a nessuno per fervore ed importanza politica.

Alle tre capitali, dunque, mi permetterei di aggiungere Bologna.
La Dotta è un test importantissimo su scala nazionale. Innanzi tutto il capoluogo emiliano è sempre stato una roccaforte rossa, che però di recente ha vissuto fasi meno nettamente marcate e iniziate con l’ascesa di Guazzaloca, del CDX e Forza Italia. Dopo Guazzaloca il PD ha ripreso il dominio, con Cofferati, lanciatosi in politica dopo la sua attività da sindacalista, poi Delbono, a seguire un commissariamento con l’Ex Ministro Cancellieri, ed infine l’attuale sindaco Merola.

L’Emilia-Romagna, come la Toscana, rappresenta, o meglio ha rappresentato, una fondamenta della Ditta di Bersani, non a caso piacentino di Bettola. Negli ultimi anni però questa natura evidentemente sinistrorsa si è andata lacerandosi in favore di un risentimento nei confronti di una politica che non ha saputo affrontare e gestire quei problemi tipici di tutte le aree urbane medio-grandi, ed in particolare di quelle ove, come nella grassa Bologna, regnavano benessere diffuso, servizi di alto livello, pulizia, cordialità simile a quella dei piccoli borghi, ospitalità nei confronti di immigrati regolarmente registrati ed occupati, studenti non particolarmente casinisti (nei limiti di quanto possa esserlo uno studente tra migliaia di studenti che hanno nel DNA voglia di divertirsi, ma anche di studiare ed essere stimolati intellettualmente da un ambiente favorevole ed aperto) ed erano sconosciuti disoccupazione, povertà, difficoltà nell’onorare i debiti.
In questo periodo invece, la città, a detta di molti bolognesi, risulta sporca, invasa da immigrati incontrollati e studenti bighellonanti, uno scempio ed una bestemmia nei confronti della Bologna che era.
Il risultato di tale involuzione è stato presto manifesto nelle ultime elezioni regionali, in cui l’astensione, proprio in quella Emilia Romagna abituata a picchi di oltre 80% di affluenza, ha raggiunto livelli record, addirittura sotto il 50%, si sono rafforzati i movimenti di disaffezione ed antipolitica, è cresciuta esponenzialmente la Lega Nord ed il M5S rimane sempre una incognita che in questa tornata elettorale per palazzo d’Accursio, può riservare sorprese (come del resto per ogni altro municipio italiano).

Non è un caso che Salvini per la manifestazione “Blocchiamo l’Italia” di domani, abbia scelto proprio l’ombra del Nettuno in Piazza Maggiore a Bologna, e non è un caso che Berlusconi abbia aderito e la Meloni abbia manifestato la sua approvazione. Probabilmente, se non andrà in porto l’operazione “Partito della Nazione”, con Marchini Alfio candidato a Roma trasversale tra Berlusconi (CDX) e Renzi (CSX), opzione patrocinata dal Ministro Lorenzin e che, sotto sotto, non pare dispiacere neppure al Premier, proprio da Piazza Maggiore si vedranno i natali di una nuova “entità” dalle fattezze “centro-destrorse allargate”.
Anche l’eventuale sorpresa, ma non troppo, dei 5 stelle, può dare segnali significativi su scala nazionale.

Al contempo per il PD il test bolognese è una forca caudina, perché perdere una città simbolo come Bologna, sarebbe uno smacco difficilmente rimediabile ed un’arma facilmente utilizzabile dagli oppositori, soprattutto se abili comunicatori mediatici, come Salvini è.

Uno dei capoluoghi storicamente rossi, ma mai come ora in bilico tra una eterogenia di forze molto differenti tra loro, non può non rappresentare un termometro estremamente significativo per comprendere l’andamento politico nazionale.

07/11/2015
Valentino Angeletti
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Elezioni a Roma: occasione per il partito della Nazione?

Non sono poche le vicende che attualmente stanno attanagliando il mondo politico, se si volessero descrivere e dettagliare tutte, non basterebbe un vecchio dizionario enciclopedico, quello composto almeno da una quarantina di tomi da non meno di 500 pagine cadauno. L’Italia non è nuova a questo genere di accavallamenti, ma ricordare periodi come questo non è oggettivamente semplice. Si intrecciano infatti i problemi interni al PD e FI, le vicende di mafia capitale, il cui maxi-processo (oltre 140 udienze già fissata da qui a luglio) inizierà proprio in queste ore, il varo della legge di stabilità (DEF) con gli attriti tra Governo da un lato e dall’altro, per diverse ragioni, parti sociali, imprenditori e confindustria (anche se attenute dal rinnovo degli sgravi sulle assunzioni), regioni ed enti locali, pensionati assieme ad INPS ed il suo presidente Tito Boeri, v’è poi lo scioglimento della giunta romana, che ha costretto alla nomina del Commissario Tronca, palermitano trapiantato a Milano da 15 anni e che ora si dovrà occupare del punto medio tra città natale e quella d’adozione, il più complesso per la coesistenza tra politica, poteri più o meno occulti e palazzi, infine le conseguenti elezioni capitoline, che si uniscono a quelle, comunque complesse, di Milano, Bologna, Torino, Napoli in un “election day” primaverile che sa tanto di esame per il Governo.

Proprio le elezioni romane e la ricerca del candidato adatto a presentarsi per una simile prestazione, sono l’elemento che più sta rimescolando le carte tra i partiti. Al momento i sondaggi di tutti gli istituti di statistica, (da IPR ad IXE, passando per l’Istituto Piepoli) danno in vantaggio il M5S, ed effettivamente è difficile pensare il contrario visto che la connivenza tra malaffare ed i partiti storici, che hanno regnato nella capitale, è trasversale ad esclusione proprio dei pentastellati, non ancora formati all’epoca delle giunte alle quali risalgono i fatti oggetto di indagine. Sono gli unici non macchiati di questo vizio capitale e ne stanno riscuotendo i benefici, anche se devono prestare massima attenzione al candidato che vorranno mettere in pista, perché basandosi su consultazioni popolari “virtuali” dalla incerta partecipazione, anche alla luce dell’età dell’elettorato romano, potrebbero rischiare di non presentare un candidato dalla forza e carisma sufficienti, doti che sono indispensabili per navigare tra Campidoglio, Palazzo Madama, Palazzo Chigi e Quirinale, come invece quelle che potrebbero essere rappresentate da un Di Maio o un Di Battista, i più popolari e graditi tra i “grillini”.

Il CDX inutile dire che sia, come ormai consuetudine in questi ultimi anni privi di Berlusconi, allo sbando, senza possibili candidati e con una popolarità molto bassa. Le opzioni per riguadagnare qualche poltrona romana potrebbero essere due: la prima seguire la strada proposta da Salvini per ricreare una coalizione strettamente di CDX con candidato ufficiale Giorgia Meloni; la seconda, invece, seguire l’incipit del Ministro Lorenzin, inaccettabile per la Lega, che alla TV del Corriere ha proposto la candidatura di Alfio Marchini come esponente trasversale e condiviso tra CDX e CSX, per un lavoro sinergico, volto a risollevare la condizione di una Capitale che definir traballante è addirittura benevolo. Alla seconda ipotesi, attualmente, si contrappongono: la volontà dello stesso Marchini di scendere con un proprio simbolo per non perdere una sorta di verginità dalla politica storicamente radicata, su cui può far affidamento, pur avendo detto di accettare e di puntare ad ottenere voti da ogni elettore, sia esso di DX o di SX; e le scelte che fanno capo al PD.

Il PD è il partito che si gioca la posta più alta. Esce devastato dalla vicenda romana e dalle carte di Mafia Capitale, ha già tenuto comportamenti dubbi per alleanze e per la legge Severino rispettivamente in Sicilia ed in Campania, ha dato l’impressione di aver voluto far fuori Marino con il pretesto di un agire (sicuramente in leggerezza) perdonato ad altri ed in altre circostanze, e, non ultimo, non ha ancora un candidato, dovendosi però scontrare, con tutta probabilità, con la ricandidatura di Marino stesso. Se non bastasse ciò, vanno aggiunte le ultime tre defezioni dal partito, seguenti quella di Mineo: D’Attorre, Galli, Folino. Nel PD quindi siamo di fronte ad un centro/CDX (leggasi Verdini) sempre più pesante e che difficilmente non rende l’ipotesi di un partito della nazione, dai connotati centristi, sempre più verosimile. A riprova di ciò c’è proprio la proposta del Ministro della Sanità, che se venisse sottoscritta dai dirigenti del PD e si concretizzasse, sancirebbe, con nascita direttamente nella capitale d’Italia, un nuovo partito effettivamente trasversale e dalle potenzialità elettorali molto alte, anche alla luce della disorganizzazione delle alternative (forse l’unico in grado di arginare a Roma una netta vittoria del M5S). Addirittura si potrebbe pensare ad un bipolarismo con il M5S, e con il nuovo Italicum si giocherebbero tutto in un ballottaggio, il cui primo test sarebbe proprio l’elezione capitolina. La scelta invece di un candidato prettamente di sinistra, sembrerebbe convincer poco il PD (il nome di Barca è stato solo sussurrato), a meno di non voler consegnare “volontariamente” per 5 anni Roma al M5S, sperando che i pentastellati si scontrino con le difficoltà della Urbe. In tal caso il candidato sarebbe un agnello sacrificale.

Sicuramente non verrà palesato, ma l’ipotesi Marchini credo che piaccia assai, sia all’esecutivo Centro-PD, NCD che a FI. I “granvisir ed i giostrai” dei vari partiti ci stanno pensando, i consiglieri si stanno muovendo e studiano gli scenari ed i sondaggi. Qualche colloquio, nel segreto delle preziose sale del potere o in qualche trattoria appartata, se non già avvenuto, avverrà. Sono a giurarci.

04/11/2015
Valentino Angeletti
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Una capziosa ed infondata lettura della vicenda Marino e Roma

Si può dir conclusa, stavolta in modo definitivo, la fase di Marino a Roma, che nel moderno gergo mutuato dalla tecnologia, può definirsi 1.0. Essa ha consistito nel periodo in cui Marino ha coperto l’incarico di Sindaco della capitale. Gli anni del suo mandato non sono stati semplici e, soprattutto negli ultimi mesi, hanno dato adito a strascichi, non immotivati, di polemiche, critiche ed accuse. Non ricordiamo nulla di ignoro o remoto se facciamo menzione degli scontrini, delle molteplici visite in USA, una delle quali per una visita papalina a Philadelphia, come se Marino e Bergoglio non fossero dirimpettai, del funerale dei Casamonica, delle udienze e delle indagini per infiltrazione mafiosa, con rischio di scioglimento della giunta, di Roma Capitale. Addirittura negli ultimi due episodi Marino ha ritenuto non necessario presentarsi, preferendo non interrompere le sue vacanze in terre caraibiche.

Rammentato ciò e premettendo che probabilmente una figura come Marino, non politico navigato, non vicino a Roma, forse inconscio delle tremende complessità presenti nella gestione di una simile realtà, estremamente semplice, ingenuo, assolutamente non malizioso, ed inesperto, era l’ultima persona a cui affidare la gestione della Capitale, non va mai dimenticato che la sua ascesa è passata attraverso la vittoria delle primarie del PD, quindi il meccanismo ufficiale del partito, sconfiggendo nomi illustri. Sarebbe poi ingeneroso non riconoscere a Marino i suoi tentativi di scoperchiare alcuni calderoni bollenti nella capitale, pozzi di voti e consensi, ma altrettanto pericolosi da maneggiare, quali lo sono le partecipate, ad iniziare da Atac ed Ama, ma anche tutti i lavori alle dirette dipendenze del comune capitolino, uno dei più grandi datori di lavoro italiani. L’impegno nel fare emergere corruzione e tangenti non è oggettivamente negabile. Come tutto il suo operato, forse le modalità non sono state le migliori, ed i risultati non proprio quelli auspicati, ma il tentativo del Sindaco eletto, col senno di poi ultima persona a cui conferire l’incarico, non può sicuramente essere nascosto.

Prescindendo dalla dovuta considerazione di cui sopra, le dimissioni, anche a causa della “sfortunata” la concomitanza di molti eventi particolari, ad un certo punto non potevano più essere procrastinate. Marino invece ha resistito fino alla fine, addirittura ritirando, nei 20 giorni previsti per legge, le dimissioni precedentemente presentate.

La goccia che ha reso impossibile il proseguo del mandato mariniano, è stata l’abbandono di 26 membri della giunta, che hanno costretto il commissariamento della città. Il commissario designato, da oggi plenipotenziario a Roma in attesa del provvedimento ad hoc del Presidente Mattarella, è il Palermitano, ma ormai Milanese d’adozione, Prefetto Tronca, da 15 anni nel capoluogo lombardo, che ha gestito oltre ad EXPO2015, anche il disastro della Costa Concordia, il terremoto dell’Aquila e quello dell’Emilia.

In questi ultimi mesi è indubbio che Marino abbia lottato contro tutti e tutto, tralasciando le ovvie critiche della destra e di tutte le opposizioni, è molto sospetto l’atteggiamento del PD nei confronti dell’ex sindaco, mai piaciuto a Renzi e dal quale non è mai stato realmente e convintamente protetto. Del resto, a detta del chirurgo genovese, tra il lui ed il Premier non vi sono stati rapporti sgradevoli, ma non ve ne sono proprio stati, il che è strano se si considera l’istituzionalità e l’importanza dei loro incarichi, tanto più alla vigilia di appuntamenti come il Giubileo straordinario e la candidatura di Roma alle Olipiadi. La stessa tentata difesa di Matteo Orfini al sindaco PD (ma solo sulla carta), sono fin da subito apparse flebili e non convinte, e prontamente ritirate alla prima “difficoltà”. Quello del Matteo romano è parso più un gesto dovuto, volto a non ledere ulteriormente un partito che vive sulla discordia, che una posizione sincera.

Il sospetto che sorge, ma è solo tale, capzioso ed infondato, è che Marino sia risultato molto scomodo, tanto a destra quanto a sinistra, ma soprattutto ai potentati romani, per i suoi tentativi di disturbare la quiete in quelle enclavi e strutture, fondamentali per i voti di scambio, quali le partecipate ed i posti di lavoro alle dirette dipendenze del comune. Personaggio scomodo quindi Marino, che è stato facile far fuori col pretesto della sua evidente inadeguatezza al ruolo ed estrema e colpevole ingenuità di comportamento (l’uso, seppur minimale, di soldi pubblici per viaggi o cene, pur se rimborsati in un secondo tempo, non sono giustificabili, nemmeno con la vera constatazione che molti si comportano così, anche peggio, senza averne conseguenze). Il PD non può fingere di non proteggere De Luca in Campania, condannato per la Severino, di non aver sostenuto la Barraccio in Sardegna, di non essersi alleato in Sicilia con indagati per mafia ed ex esponenti della destra, quindi far di Marino una pura questione morale pare fuori luogo.

Probabilmente Roma è un terreno molto delicato e con Marino rischiava di compromettere al tenuta del PD. E’ stato quindi preferito provare a giocarsela, in un certo qual modo, con nuove elezioni, che si dovrebbero tenere in occasione delle prossime amministrative nella primavera del 2016 assieme ad altri importanti comuni, che rendono questa tornata ben più delicata rispetto a normali elezioni municipali. La sola presenza di Roma, per di più a seguito degli scandali occorsi, rende il contesto del voto ben più profondo e significativo rispetto alle consuete amministrative.

Le forze politiche sono tutte alla ricerca dei conadidati, anche il M5S, in vantaggio secondo i sondaggi e sicuramente presente in un eventuale ballottaggio, non ha ancora un volto, e Di Battista, il più popolare e quotato, non pare disposto a chiedere una deroga al regolamento del partito che non prevederebbe la candidatura di un parlamentare; ciò non impedisce però una deroga o modifica, magari a seguito dell’espressione della rete. Per il CDX potrebbe concorrere la Meloni, ma il prediletto in Fi (leggi Berlusconi) sarebbe Alfio Marchini, avversato dalla stessa Meloni per i suoi trascorsi nel PD, che in realtà avrebbe già dichiarato di voler correre col suo simbolo. La posizione più delicata è quella del PD, un partito che ormai ha perso l’immagine e la reputazione, un tempo forti, nella capitale. I Democratici renziani devono riscattarsi, ed al momento il nome che circola è quello di Barca. Sembra strano, perché Barca non è un renziano, anzi è stato spesso critico nei confronti del Premier, ma il gioco perverso potrebbe essere quello di mandare all’avanscoperta un personaggio non particolarmente caro a Renzi proprio per bruciarlo, consapevoli della forza del M5S. Al contempo, dopo un’eventuale vittoria del Movimento pentastellato, la speranza del PD sarebbe quella che la complessa realtà romana fagociti anche il movimento fondato da Grillo, per riconquistare così, nel giro di un paio d’anni, l’immagine persa (si sa che la memoria politica degli elettori è corta). In questo contesto si inserisce l’incognita Marino 2.0, pronto a ripresentarsi e forse sostenuto dalle minoranze interne Dem (che con una simile mossa potrebbero definitivamente scindersi) e da Sel. In un eventuale ballottaggio i voti di Marino, ultimamente riscattato per gli accanimenti che ha dovuto subire, come se i decennali problemi romani, in un men che non si dica, fossero stati causati solo dalla sua gestione, potrebbero risultare pesanti per il PD, perché mai un elettore di un Marino 2.0 voterebbe PD alla seconda e decisiva tornata, molto più probabile l’astensione (ipotesi migliore per il PD) o il sostegno al M5S.

Dobbiamo quindi tener d’occhio Roma per seguire l’attuale fase politica, complessa ed intrigata, non sempre al servizio del cittadino e della cosa pubblica come dovrebbe essere, ma contestualizzata in giochi e balletti ben più tenebrosi. Roma, come afferma Cantone, forse non avrà gli anticorpi, non sarà la capitale morale d’Italia, ma senza dubbio ne è la sua cartina tornasole, colei che meglio di ogni altra città rappresenta la complessità e la dinamica nazionale.

01/11/2015
Valentino Angeletti
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