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Guerra sui prezzi del greggio e “l’insospettabile” strategia Russa

OPECNei giorni scorsi si è tenuto a Vienna il vertice OPEC, organizzazione che raggruppa i paesi esportatori di petrolio. Al momento, perché seppur rare sono possibili ingressi ed uscite dall’associazione, i membri sono: Algeria, Angola, Ecuador, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Quatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Venezuela. Il consesso è stato indetto per fare il punto, ed eventualmente prendere contro misure, in merito al calo delle quotazioni del petrolio che è arrivato a toccare valori inferiori ai 70 $ al barile. A contribuire al drastico ribasso sono complici il rallentamento della domanda, dei consumi dovuto alla crisi e l’eccesso di produzione conseguenza parziale del non convenzionale shale (principalmente, ma non esclusivamente statunitense). Oltre a ciò è complice anche il tentativo dei paesi del medio oriente di mantenere la loro egemonia petrolifera rendendo meno profittevole proprio lo shale.

La decisione emersa dal vertice viennese è stata quella di non intraprendere alcuna azione, mantenendo così inalterata la produzione di greggio a circa 30 milioni di barili al giorno. Pare che la convergenza non sia stata semplice ed abbia trovato aspre opposizioni da parte di quei paesi che hanno costi estrattivi e di trasporto superiori e che quindi necessitano di più marginalità per essere competitivi, in particolare Venezuela, Libia e Iran, contrapposti agli stati del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait) che invece hanno visto realizzato il loro desiderata di mantenimento dello status quo.

Il tentativo, oltre a rendere meno appetibile l’estrazione di shale voleva avere anche la valenza geo-politica e strategica di colpire le economie di Iran e Russia, paesi ritenuti troppo aggressivi, destabilizzanti e spregiudicati in campo di politica estera (crisi Ucraina) e nelle sperimentazioni sul nucleare ad uso bellico.

Gli Stati Uniti stessi sono stati favorevoli alla decisione, nonostante le possibili ripercussioni sulle loro produzioni, come ulteriore addendum alle sanzioni imposte alla Russia. Va detto che se un tempo per le aziende Oil&Gas USA operanti nello shale non era possibile sopportare prezzi inferiori inizialmente a 100 $/bar ed in seguito a 70 $/bar, adesso i 60 $/bar possono essere affrontati e stando ai dati ufficiali diffusi dalle autorità del North Dakota è possibile spingersi anche a 45-42 $/bar, ringraziando l’utilizzo delle infrastrutture esistenti per le estrazioni petrolifere classiche e le innovazioni tecnologiche applicate ad un settore che ha visto negli anni scorsi ingenti investimenti e che secondo alcuni sarebbe sull’orlo di causare una bolla simile a quella “dot-com”.

Lato italiano il ribasso dei prezzi della materia prima non ha fino ad ora comportato sensibili decrementi alla pompa, evidentemente il carico fiscale delle accise è preponderante rispetto al costo della materia prima, da tenere in considerazione poi che i prezzi al consumo seguono quelli del greggio con un certo ritardo dovuto al fatto che ciò che si sta vendendo adesso è stato acquistato in passato ed inoltre anche l’autorità per l’energia e per il gas gioca un ruolo chiave nei prezzi di alcuni carburanti regolati. Altra conseguenza che potrebbe scaturire da un calo dei prezzi potrebbe essere un’ulteriore diminuzione dei prezzi al consumo di tutti quei prodotti (la quasi totalità) influenzati dal del greggio per i trasporti e per la produzione spingendo così l’inflazione ulteriormente al ribasso proprio in un momento in cui questa tendenza vorrebbe essere arginata per limitare la stagnazione dei consumi e l’attendismo dei consumatori (tema già discusso ampiamente in questa sede).

Un altro possibile effetto di medio-luno periodo del protrarsi della guerra sui prezzi petroliferi potrebbe paradossalmente essere la spinta verso una maggior diversificazione delle fonti energetiche e via via l’abbandono del greggio come energia primaria. La domanda ora è bassa e gli investimenti, i molti casi poco convenienti a questi livelli di prezzo, potrebbero essere ridotti dalle major del settore. Nel momento in cui la domanda crescerà nuovamente potrebbe non esserci sufficiente capacità per soddisfarla ed allora potrebbe essere seriamente preso in considerazione un reale, più consistente e convinto processo di abbandono dell’economia basata sul petrolio.

L’aspetto più interessante di questo fenomeno riguarda però gli effetti strategici e geopolitici che vedono la Russia come protagonista. Mosca sta subendo le sanzioni dell’occidente, peraltro dannose per la stessa UE, ed è totalmente critica nei confronti di questo provvedimento definita da Mosca intollerabile. La decisione OPEC indubbiamente colpisce l’economia russa ed in particolare le aziende come Gazprom o Rosneft e le stime sul PIL russo non sono confortanti passando da una previsione di +1.5% a -0.8%, nonostante ciò l’atteggiamento di Putin rimane muscolare. Il Cremlino ha dichiarato a gran voce di poter supportare prezzi del greggio ben più bassi, così come non lo spaventa il calo del Rublo, che in parte potrebbe anche essere stato indotto da Mosca stessa per supportare le esportazioni nei paesi non aderenti alle sanzioni, per via delle ingenti (sempre a detta del Cremlino) riserve monetarie disponibili. Putin è passato poi all’azione cercando di mettere in difficoltà l’occidente con l’arma energetica: ha stoppato il progetto South Stream andando a cercare di orientare le proprie forniture verso altri clienti: la Turchia, ma anche e soprattutto la Cina.

Il South Stream è un progetto dal costo titanico di 50 mld € partecipato al 20% da Eni e nel quale Saipem si è aggiudicata la commessa della posa dei tubi per un controvalore di circa 2 mld €. L’effetto sui mercati del blocco del progetto, precedentemente osteggiato dalla Bulgaria sotto la spinta dell’ UE, e dei bassi prezzi del greggio è stato un sensibile calo delle quotazioni dei titoli legati al petrolio ed all’ingegneria petrolifera, come ENI ed appunto Saipem. Il gasdotto avrebbe contribuito a trasportare gas russo bypassando l’Ucraina, non si tratta quindi di una diversificazione geografica (a differenza del TAP), ma solo di uno svincolarsi dai territori Ucraini, instabili e dalle infrastrutture vecchie che necessitano di investimenti per 19 mld $, incrementando pericolosamente la dipendenza ed il legame con Mosca.

Il rapporto che l’Europa ha con la Russia nel campo dell’approvvigionamento di energia primaria è evidente, e lo è tanto più in Italia. La decisione autoritaria del Cremlino non fa altro che andare a supporto della scelta di fortificare il rapporto con l’Africa, come sostenuto da Renzi e come nei piani delle grandi compagnie italiane Eni ed Enel, per puntare in ultimo alla creazione di un corridoio Sud-Nord e di un “Anello energetico-commerciale-economico” del Mediterraneo, magari in attesa che si concretizzi la difficile possibilità di approvvigionarsi stabilmente ed a basso costo dagli USA. Il Premier Renzi parlando dall’Algeria ha ribadito che il South Stream non è un progetto fondamentale e dello stesso avviso è stato anche l’AD di SNAM Carlo Malacarne. Effettivamente i depositi pieni, il clima mite e la crisi fanno sì che in questo momento, nonostante le diminuzioni delle produzioni del nord Europa (Norvegia, Olanda e UK) e nonostante la dipendenza quasi totale dell’Italia da zone politicamente poco stabili, non si corrano rischi, anche se continuare sulla diversificazione geografica e puntare internamente ad un mix energetico bilanciato ed aggiornato, è una priorità non solo italiana, ma europea.

Detto ciò non è pensabile che la Russia non abbia considerato fin dall’inizio il rischio che la sua strategia di subire e rilanciare nella guerra del petrolio potesse portare in dote più effetti negativi rispetto a quelli positivi. La tendenza a monopolizzare i settori Oil&Gas era da tempo evidente dalle mosse di Gazprom e Rosneft così come la volontà di Putin di legarsi a nuovi acquirenti per il proprio gas e petrolio (ricordiamo il contratto con la Cina assetata di energia per la quale la Russia non è altro che un fornitore). Riteniamo che proprio la Cina possa essere una chiave di lettura. La Russia evidentemente punta molto su Pechino con il quale non ha sanzioni in ballo, che necessita di energia per sostenere i ritmi di crescita pianificati dal partito e che deve cercare di ridurre le emissioni di CO2 dovute principalmente al carbone delle centrali elettriche (importanti progetti rinnovabili sono già stati realizzati, ma anche l’uso del gas è un’alternativa). La tigre cinese in futuro potrebbe diventare la meta preponderante per le esportazioni russe in particolar modo di gas. Perché ciò avvenga però la Russia deve lavorare affinché la Cina, che pure sta investendo nel settore, non viva con lo shale la stessa rivoluzione che ha inaspettatamente portato la quasi indipendenza energetica negli USA, modificando di fatto tutto l’assetto geopolitico dell’area medio orientale. In Cina lo shale è presente, ma ancora l’estrazione non è competitiva per la mancanza di tecnologie avanzate come negli USA e perché non presenti infrastrutture petrolifere da riadattare allo shale consentendo l’abbattimento dei costi per la costruzione delle dispendiose infrastrutture estrattive; è plausibile che il limite della convenienza sia ancora attorno ai 100 $/bar. Il fatto che la riduzione del prezzo del greggio possa ostacolare lo sviluppo dello shale in Cina in fondo potrebbe essere il vero obiettivo di Putin, quello che ha spinto il Cremlino a rilanciare alzando ulteriormente la posta in gioco. Di certo un azzardo, ma che sembra non avulso dall’atteggiamento tipico di un leader come Vladimir Putin.

02/12/2014
Valentino Angeletti
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Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno

Giorno dell’importante consiglio dei ministri su giustizia, sblocca italia, scuola.

La presentazione delle linee guida sulla scuola sono slittate; probabilmente non c’è stato modo di reperire le coperture per le assunzioni previste ed anticipate dal Ministro Giannini. Grande è stata l’indignazione dei professori e dei precari. Il fronte scuola doveva essere un pezzo forte della giornata ed avrebbe dovuto “sorprendere”. Il Premier giustamente punta molto sul settore istruzione, università e ricerca. Ciò è più che giusto perché la ripartenza del paese non può prescindere da un sistema di formazione che miri all’eccellenza, al rilancio dei talenti e del capitale umano, così come gli investimenti e le aziende necessitano di competenze e di un sistema di istruzione che sia più vicino alle loro oggettive esigenze. Al momento lo scollamento è notevole.
Il miglioramento del settore istruzione dovrebbe inoltre garantire più opportunità per tutti, prescindendo dal ceto sociale e basandosi su meritocrazia e competenze in modo da demolire quel meccanismo di politica ed economia relazionale che ha dominato in Italia.
Link capitale umano
Il capitale sociale punto di ripartenza che necessita dell’impegno di istituzioni pubbliche, aziende private e singoli individui 30/03/14
Convegno “Il capitale sociale: la forza del Paese”. Tre personali punti per far si che l’istruzione valga davvero 28/03/14
CERVELLI IN FUGA, DEPAUPERAMENTO PER L’ITALIA ED IL SUO TESSUTO PRODUTTIVO 04/05/13

Al centro del CdM rimarranno dunque lo sblocca italia che deve assolutamente essere riempito di quei contenuti necessari a far ripartire gli investimenti. Risorse quindi destinate alla ripartenza di opere ferme, alla prosecuzione o inizio di opere immediatamente cantierabili, alla ristrutturazione dell’edilizia scolastica, ma anche al settore energetico per abbattere il costo dell’elettricità. Tolti questi ed altri paletti, come fisco, burocrazia, legalità – giustizia, aleatorietà del sistema regolatorio e normativo, investitori seriamente interessati a far fruttare i loro capitali nell’industria italiana si troveranno in modo automatica e saranno sia nostrani che internazionali.
Ovviamente per far ciò ci vuole la volontà politica ed è bene che si trovi alla svelta.
Giusto per citare due esempi, qualche anno fa la British Gas ha abbandonato il progetto di costruzione di un rigassificatore nel brindisino proprio per la burocrazia e l’incertezza normativa, dopo aver già speso e perso 250 milioni di €. Analogamente i giorni scorsi una ditta di bio-componentistica e protesi statunitense ha deciso di abbandonare il piano di investimento in italia sempre per le medesime ragioni legate a giustizia, burocrazia e norme sibilline talvolta incomprensibili che non lasciano spazio alle certezze necessarie per investire.

La Giustizia è il terzo tema presente al CdM, probabilmente in questa prima fase verrà coinvolta solo quella civile, lasciando il penale ad una seconda fase. Media maliziosi dicono che sia per non disturbare troppo l’alleanza con Forza Italia e con NCD.

Nei giorni scorsi dal Ministero dell’Economia si è assistito ad una accelerata molto potente sulla privatizzazione di Eni ed Enel. Le critiche come al solito quando si parla di queste tematiche sono molte. C’è chi parla di svendita, chi di cessione di asset strategici, chi ritiene che la fase di mercato non sia corretta e via dicendo. La cessione dovrebbe interessare il 5% di Enel e poco più del 4% di Eni per fruttare complessivamente circa 5 miliardi. Le aziende sono ovviamente strategiche ed è bene che si abbia modo di valutare ed appoggiare piani industriali che puntino a rilanciare la competitività del paese e delle aziende stesse, evitando di dare carta bianca a chicchessia senza un controllo e senza voce in capitolo.
Non c’è spazio però per l’avversione a priori, ad esempio il modello public company (appoggiato da Morando) che garantirebbe comunque il controllo statale è molto apprezzato altrove e vi sono esempi di ottimi risultati.
Non esistono altresì fasi di mercato favorevoli o sfavorevoli per azioni simili, il mercato può sempre crescere e sempre calare (fino allo zero), ma esistono fasi favorevoli o sfavorevoli se incrociate con le condizioni al contorno e le necessità impellenti.
In questo momento il vero punto su cui farsi qualche domanda è che queste privatizzazioni sono state anticipate di circa un anno da quelli che erano i programmi originari perché i dati economici si sono rivelati peggiori, perché le risorse sono sempre meno, perché la spending review (che avrebbe dovuto ridurre il debito) va a rilento ed anche gli interventi sulle partecipate pubbliche risultano complessi (anche solo il loro conteggio), perché ancora siamo lontani dalla flessibilità europea ed alla politica monetaria che potrebbero essere utili ed auspicabili, perché la privatizzazione di Fincantieri ha portato ad un gettito inferiore al previsto (450 mln € VS 600 mln € stimanti) e perché, alla luce dei conti e dei bilanci, i nuovi amministratori di Poste e Finmeccanica hanno ritenuto che non sia percorribile la quotazione immediata (stesso discorso vale per Enav). Queste son le domande da farsi per inquadrare una situazione davvero complicata.

Puntando il focus sull’Ucraina e la Russia continua l’escalation delle tensioni. La Nato, ed il Ministero degli Esteri svedese confermerebbe, avrebbe prove di interventi di uomini e mezzi dell’esercito regolare Russo in Ucraina, cosa sempre smentita da Puntin. Ciò ha portato il Premier Renzi, presidente di turno dell’Unione europea, a telefonare a Putin per esprimere le rimostranze europee di fonte ad un simile gesto. Il Presidente Obama, condannando l’azione, ha avanzato la più che realistica ipotesi di inasprire ulteriormente le sanzioni, le quali indubbiamente hanno già un pesante risvolto sulla già debole economia europea che a questo punto dovrà considerare di richiedere un maggior supporto agli USA stessi anche e soprattutto in tema energetico, cosa non semplice per via delle infrastrutture necessarie, e commerciale (TTIP?).
Quando si parla di Russia ed Ucraina l’energia non può non essere un tema centrale. Da tenere a mente anche i problemi gravi in medio oriente ed in Libia con possibili conseguenze sui prezzi delle materie prime.
L’ex AD Eni, Paolo Scaroni, nel tranquillizzare di fronte elle prime tensione russo-ucraine nei mesi scorsi, asseriva che per approvvigionamento energetico l’Italia è in grado di sopportare un evento critico singolo (N) in un paese fornitore (Russia ad esempio), ma non due eventi simultanei (N+1) presso nostri fornitori principali, quindi ad esempio in Russia e Libia.
La politica del nuovo corso Eni è basata proprio al riequilibrio ed alla diversificazione degli approvvigionamenti, ad esempio dall’Africa dove sta portando avanti importanti investimenti e dove ha trovato ulteriori idrocarburi, ma ancora la dipendenza russo – libica del nostro paese è preponderante e la ritorsione energetica russa a valle di nuove sanzioni assolutamente possibile. Vero è che le scorse stagioni relativamente miti hanno consentito buoni stoccaggi, ma è anche vero che le previsioni (con tutta la aleatorietà del caso) invernali parlano di un freddo anomalo da ottobre a gennaio con possibili -15°, -18° e nevicati su tutta la penisola incluse Napoli e Roma.

IN aggiunta l’Istat (www.istat.it) continua a diramare dati su inflazione ed occupazione tutt’altro che incoraggianti.

In sostanza la complessità degli scenari è all’ordine del giorno….

28/08/2014
Valentino Angeletti
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La limitata visione italiana ed i grandi cambiamenti mondiali

In Thailandia dopo un ennesimo colpo di stato hanno istituito la corte marziale ed introdotto la censura su tutti i media; sono all’ordine del giorno episodi di violenza per le strade.
In Libia è stato sciolto il parlamento si è consumato un colpo di stato che ha portato le milizie al governo. La guerriglia e le violenze imperversano.
In Egitto ed in Siria, benché più silenziosamente a causa della minore influenza economica dei due paesi, la situazione è grave e nelle piazze gli scontri causano quotidianamente vittime.
La Cina e la Russia, in occasione della visita di Putin a Shanghai, sono in procinto di concludere un accordo da 456 miliardi di dollari secondo il quale, Mosca dovrebbe vendere a Pechino ogni anno 38 miliardi di metri cubi di metano a partire dal 2018.
Gli USA, ed in particolare il presidente Obama, prima volta nella storia, hanno multato cinque hacker cinesi per aver violato, impossessandosi di documentazione riservata, alcune aziende manifatturiere americane operanti nei settori dell’acciaio, dell’alluminio e della realizzazione di pannelli solari. A detta del Presidente Americano ciò avrebbe consentito ai competitors cinesi di realizzare prodotti identici a quelli americani, ma a minor costo risparmiando sulla sicurezza dei lavoratori, sul costo del lavoro e sulla progettazione. La Cina ha risposto asserendo che si trattasse di una “buffonata” ed ha sospeso l’accordo di collaborazione con gli USA relativo alla cybersecurity.
Il problema dell’immigrazione dall’Africa vero l’Europa si aggrava di giorno in giorno e la crisi libica così come la bella stagione lasciano presagire un intensificarsi dei flussi migratori.
A tutto ciò si aggiunge la crisi ucraina che ancora non ha trovato risoluzione e che le imminenti elezioni del 25 potrebbero ulteriormente esasperare.

Le ripercussione di questi eventi sul continente europeo potrebbero essere immense a cominciare da quella umanitaria dovuta all’immigrazione ed alla ferocia di certi conflitti, passando per la questione energetica potenzialmente di grande impatto per il nostro paese che, secondo l’ex AD di ENI, sarebbe in grado di resiste ad una crisi energetica in uno dei due maggiori stati fornitori, Russia e Libia, ma non a due eventi simultanei.

L’accordo Russia-Cina sul gas potrebbe potenzialmente, come in parte sta già facendo la crisi ucraina, sconvolgere definitivamente gli equilibri geo-politici ed i rapporti di forza tra le maggiori potenze mondiali, nonché modificare le rotte di approvvigionamento energetico europee ed asiatiche.

Le tensioni in campo cibernetico tra Cina ed USA potrebbero invece aprire scenari ancora non del tutto conosciuti, ma potenzialmente pericolosissimi proprio a causa della scarsa preparazione e conoscenza dell’argomento.

Tutto ciò dimostra quanto il continente Europeo dalla moneta unica, ma dalla politica frammentaria sia debole, tanto che Putin ha dichiaratamente detto che l’unico interlocutore europeo di valore rimasto è la Germania, non la commissione, né Barroso o Van Rompuy, ma la Merkel.

A prescindere dalle elezioni europee che si terranno il 25, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, in qualsiasi modo la si pensi, che i nostri piccoli stati sono veramente poca cosa rispetto agli scenari globali che ci circondano e di fronte a questi eventi le possibilità di competere contando in una autosufficienza nazionale nei fatti poco credibile è pari a zero. La stessa Europa unita e coesa potrebbe avere difficoltà, a causa del ritardo accumulato, a tornare ad essere un interlocutore autorevole e rispettato.

In Italia però nonostante tutto il “marasma” mondiale si continua a concentrarsi su una bassa campagna elettorale tirando fuori quando Hitler, quando la lupara bianca oppure urlando ai complotti, alle marce sulla capitale ed ai colpi di stato, quasi senza ragionare sul fatto che poco distante da noi questi eventi drammatici accadono realmente. Ci si illude addirittura che le nostre vicende interne possano avere una qualche influenza sullo spread e sulla finanza che indirizzerà i propri movimenti considerando contesti ben più ampi e magari giustificandoli, per i meno attenti, con i nostri fatti interni. Solo un’affermazione decisamente anti-europea alle elezioni potrebbe realmente contribuire ad influenzare la finanza.

A questo punto prima che le vicende degenerino converrebbe davvero aprire gli occhi ed ampliare la nostra visuale, ma non vorrei che ormai ci siamo abituati a guardare solo ad un palmo dal nostro naso pensando che tutti i problemi, tutte le risposte e tutte le soluzioni risiedano in quella  circonferenza dal raggio infinitesimale.

19/05/2014
Valentino Angeletti
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Banca del popolo cinese: perché sceglie l’Italia, perché Eni ed Enel?

Nei giorni scorsi la Consob ha diramato la comunicazione che la banca popolare cinese è entrata in Enel ed Eni con una quota attorno a 2.1%.
Il 2% è una soglia importante perché il suo superamento impone la trasparente comunicazione alle autorità di vigilanza, la Consob appunto. Ciò fa pensare che abbiano voluto lanciare il segnale che l’operazione non è meramente finanziaria, ma segue un preciso piano industriale; difficilmente i cinesi si muovono senza strategie.
È stato stimato che il governo cinese ha 300 bil $ cash disponibili per essere investiti principalmente in Europa, consolidando i settori oggetto delle loro mire espansionistiche cioè eEnergy&Utility, Oil&Gas (in concorrenza con la Russia tramite Gazprom e Rosneft), minerario e terre rare, terreni agricoli (land grabbing in Africa).
L’Italia ha sofferto molto la crisi, l’economia e la borsa sono calate in modo importante, ma quest’ultima pare aver imboccato un trend rialzista ed avere ancora buoni margini di crescita con molti titoli che quotano ancora a sconto; l’economia invece dà qualche segno positivo, benché flebile, ma con ampi margini in caso di ripresa. Ciò assieme a titoli di stato ai minimi, alla centralità (è al terzo posto nell’area Eu) dell’economia italiana in Europa ed al processo riformatore in atto sia in Italia che probabilmente in Europa possono essere stati valutati dai cinesi come segnali promettenti nel medio-lungo periodo.
Venendo alla scelta delle aziende, innanzi tutto si tratta di due multinazionali integrate, tecnologicamente all’avanguardia, innovative, con knowhow d’eccellenza, operanti nel settore Energy ed Oil&Gas, di importanza strategica in Cina e nel mondo. Eni ed Enel offrono ottimi dividendi, hanno garantito decine di miliardi allo stato negli ultimi anni, ed Enel ha in programma di innalzare il payout al 50% nel 2015 ed al 60% in prospettiva (se le congiunture macro non peggioreranno già dal 2016), target che la banca popolare cinese ritiene raggiungibile. Infine i piani industriali presentati le settimane scorse sono stati apprezzati da tutti i brokers finanziari, sembrerebbe che anche gli investitori cinesi ritengano le strategie e le prospettive di crescita delle due multinazionali molto promettenti e capaci di creare valore.
Per una volta interpretiamo questo segnale positivamente lavorando affinché il Pease ed i nostri campioni industriali attirino altri capitali.

01/04/2014

Valentino Angeletti

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Tre elementi del bilaterale Italia-USA, senza perdere di vista Europa, Cina e Russia

Sì è concluso il viaggio del Presidente USA in Italia. Ovviamente Obama ha mostrato tutto il suo apprezzamento per le personalità ed istituzioni che ha incontrato: dal Papa che ammira profondamente, che potrebbe essere un’icona a Stelle e Strisce e col quale ha parlato di temi etici, ma anche della povertà dilagante, della fame e della crescente disuguaglianza che i due leader vorrebbero debellare a cominciare dalle forme più estreme; al Presidente della Repubblica Napolitano con il quale vi è una lunga amicizia e con cui ha parlato tra le altre cose dei temi internazionali e della Russia che il Presidente italiano non vorrebbe isolare, ma riavvicinare con la diplomazia; fino a concludere con l’incontro con il Premier Renzi.

Poiché i convenevoli, quasi eccessivi, sono esternazioni, anche se sincere, di certo rituali che si rinnovano ad ogni incontro istituzionale tra Leaders (ricordiamo gli incontri tra Merkel e Monti e Letta prima e Renzi poi, oppure quelli tra lo stesso Obama, con i predecessori di Renzi), non c’è troppo da crogiolarsi per questa “profonda sintonia” verbale. Occorre guardare oltre alla dichiarata stima, all’appoggio alla politica di Renzi, al processo riformatore ed ai complimenti per l’energia che il nostro Premier indubbiamente mostra nell’aggredire i problemi, e forse la parola energia non è sta usata a caso perché il tema energetico è di primo piano per analizzare alcuni aspetti.

Innanzi tutto Obama inserisce il viaggio in Italia, che aveva come primo obiettivo l’incontro con il Papa, in un tour Europeo e medio orientale che ha visto, per la prima volta dal suo insediamento nel 2009, il presidente USA recarsi presso le più alte istituzioni Europee; dopo l’Italia sarà la vota di Riad, Arabia Saudita. La crisi Russo-Ucraina ha infatti mutato la politica estera statunitense, fino ad ora orientata ad un progressivo ritiro dal Mediterraneo e dal Medio-Oriente perché la rivoluzione dello Shale Gas stava (e sta) portato gli States verso l’indipendenza energetica. Il presidio strategico della zona era garantito dalle basi statunitensi e NATO presenti nei paesi alleati, come appunto l’Italia, quindi una riduzione dell’impegno militare poteva avere un senso, considerato l’approvvigionamento energetico interno ormai raggiunto e l’abbattimento dei costi che ne sarebbe derivato.
Ora le cose stanno cambiando, già da svariati mesi si è assistito ad un escalation delle dimostrazioni di forza di Putin ed il timore degli USA è che la dipendenza energetica dell’Europa (Stati dell’ex blocco sovietico, ma anche Germania ed Italia) nei confronti della Russia porti il vecchio continente ad essere eccessivamente clemente con Putin al quale saranno dirette sanzioni via via crescenti.
Nella stessa ottica si inseriscono il piano di aiuti (tra i 10 ed i 13 miliardi di $) che l’ IMF varerà a supporto dell’Ucraina, la quale non può più contare sull’appoggio russo ed alla quale Putin e Gazprom stanno chiedendo di saldare i debiti per le forniture (qualche miliardo di $) intimando lo stop delle esportazioni di gas, ed il via libera proprio di Obama alle export di gas naturale dagli Usa verso le coste europee.
Si ricorda che la maggior autonomia energetica del continente è uno degli obiettivi fissati dalla Commissione Europea.
La questione dell’energia è stata, è tuttora, e lo sarà sempre di più, di decisiva importanza per lo sviluppo e la crescita dei paesi, per i rapporti di forza e le strategie geo-politiche.
Le grandi multinazionali a cominciare da Gazprom e Rosneft (la seconda produttrice di Oil dopo la saudita Aramco) stanno ampliandosi nei settori affini, ultimamente Rosneft, già al 20% di Saras, ha rilevato il 13% di Pirelli (circa 500 miliardi di $ di investimento in un settore, quello degli pneumatici, molto vicino al petrolifero) e si sta apprestando, sempre che gli USA non blocchino l’operazione per le tensioni con la Russia, a rilevare la divisione commodities di Morgan Stanley, deputata al trading di materie prime appunto. Gazprom agisce pressappoco allo stesso modo sul fronte del gas e dell’upstreaming. Non sono da meno le grandi compagnie di stato cinesi, che operano nei settori energy, oil&gas e delle terre rare eseguendo acquisizioni in tutto il mondo, incluse Canada, Africa ed USA (dove alcune operazioni sono state bloccate dal Governo statunitense). La banca popolare cinese ha superato quota 2% del capitale di Enel ed ENI attingendo al flottante e diventando il secondo azionista dopo lo Stato.

Un secondo punto strettamente legato alle crisi internazionali è la spesa per la difesa: “la sicurezza non è gratis”, dice il Presidente statunitense.
Obama ha esplicitamente dichiarato che se gli USA, grande potenza con il più grande esercito e quindi spesa in valore assoluto, impegnano il 3% del PIL sulla difesa, analoga proporzione deve essere rispettata anche in Europa. L’attuale impegno europeo dell’ 1% del PIL crea uno squilibrio troppo grande. Forse qualche velato riferimento ai tagli italiani, parzialmente connessi all’acquisto in 7 anni dei 130, ridotti a 90, caccia F35 di produzione americana da circa 100-135 mln di € cadauno, sulla spesa militare stimata attorno ai 16 miliardi di € annui si è percepito.
La risposta di Renzi ha lasciato aperte tutte le porte, assicurando, come ha sempre fatto fino ad ora, il rispetto degli accordi, ma con un occhio al budget, visto che comunque i mercati, che qualche influenza politica oltre che finanziaria ce l’hanno, intimano la riduzione strutturale del debito.
La questione sulla spesa militare, sulla difesa, ed in particolare sulla NATO è tutt’altro che chiusa e risolta e necessiterà di ulteriori dialoghi.
La struttura europea fa sì che in campo militare non vi sia né coordinamento reale tra gli Stati membri, né un esercito (di mezzi e uomini) comune, né un piano strategico condiviso, è quindi evidente la dipendenza in questo settore dall’alleato USA e dalla NATO.

L’ultimo punto che vogliamo affrontare è quello del rapporto economico Europa-USA. Nei prossimi mesi dovrebbe essere sottoscritto il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un accordo che riduce le barriere commerciali tra USA ed Europa e che rappresenta per ambedue le economie e per il mondo in generale un passo importante. Secondo alcune stime della Commissione Europea, potrebbe portare benefici per € 120 mld in Europa, € 90 mld in USA, € 100 mld nel resto del mondo.
Il rapporto Europa-USA però non può prescindere dalla ripresa dell’economia europea.
Infatti, se i provvedimenti di Obama in USA hanno ridato slancio, non vale lo stesso per il vecchio continente che continua, mediamente, ad affrontare notevoli difficoltà. Obama ha sottolineato che una ripresa europea è fondamentale per gli scambi USA-EU e per il rafforzamento dell’ Import-Export. A dire il vero con il livello di cambio in essere a beneficarne sarebbero più le esportazioni USA e quindi capitale europeo che attraverserebbe l’Atlantico, che non viceversa.
Perché questa ripresa avvenga il Presidente ha indicato in modo non troppo nascosto che alcuni Stati più forti (implicito riferimento alla Germania) devono abbassare il loro surplus commerciale incrementando i loro consumi interni rispetto alle esportazioni e facendo da locomotiva a tutto il continente. Prima ancora di ciò è però necessario il rilancio generalizzato dei consumi e del potere d’acquisto con una politica meno austera e vincolata a rigidi parametri, misure volte a lottare contro la disoccupazione dilagante ed una politica monetaria realmente accomodante. L’allineamento con Renzi e col PSE a guida Schulz è lampante.
Renzi si è detto ispirato dalla politica di Obama che rappresenta un suo modello, ma questo modello, che fin qui ha funzionato, è bene ricordare che è fatto di spesa pubblica e deficit oltre il 10%, un debito oltre i 17’000 mld $ (che ha comportato la revisione del tetto rischiando il fiscal cliff) detenuto in gran parte dai cinesi, una politica monetaria fatta di QE e di stampaggio di nuove banconote indirizzata quasi mese per mese dai dati sulla disoccupazione (obiettivo al 6.5%), grandi investimenti pubblici, sostegno al lavoro decisamente molto flessibile, sostegno al reddito con l’introduzione di un salario minimo e non con la competizione sui prezzi e salari come accade in Italia esponendola al rischio deflattivo, regime fiscale meno oppressivo, norme più chiare, e, non in ultimo (non ci stancheremo di ripeterlo vista la sua importanza), la rivoluzione energetica. Tutto ciò è stato in grado di innescare un meccanismo di re-industrializzazione degli USA attirando capitali ed imprese estere o che avevano delocalizzato.
Sostanzialmente il contrario di quanto è stato seguito in Europa e di quanto Renzi, Schulz e tutti i sostenitori di un’Europa sì più flessibile, ma al contempo più forte, omogenea (norme, finanza, banche, fisco, ecc) solidale e coesa, dovranno cercare, magari in prima istanza parzialmente, di far approvare alla burocrazia europea ed alla Germania.
Germania che si appresta ad ospitare, quasi fosse una contromossa, la visita del Presidente Cinese Xi Jinping, certo che tra i due stati si potrebbe creare un legame economico-commerciale forte ed indissolubile. In effetti pensare all’unione di due economie e manifatture simili, potenzialmente in grado di coprire da sole le proprie esigenze di materie prime ed il fabbisogno di gran parte del mondo rivolgendosi sia ai benestanti, con prodotti di alto di gamma made in Germany, sia alle masse, grazie ai prodotti a basso costo cinesi, può far tremare i polsi a tutti competitors.

L’asse e la condivisione degli obiettivi, che stando alle dichiarazioni pare esistere, tra Schulz, candidato PSE alla presidenza della Commissione EU, e Renzi, Premier in Italia la quale a luglio avrà i sei mesi di presidenza europea, si arricchisce di un terzo membro, Obama e gli USA.
Questa visione comune deve essere sfruttata e supportata da altri attori, come Francia e Spagna, per dirigere, ed Obama in questo anno di elezioni di medio termine dovrà partecipare attivamente spendendosi di persona, l’Europa verso un modello più sostenibile e riformatore, che non porti allo sfascio economico-sociale, all’ulteriore impoverimento della classe media già in via di estinzione ed al rafforzamento delle derive anti europee.

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Obama – Italia a problemi simili soluzione antitetiche

27/03/2014
Valentino Angeletti
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Il gas russo e le contraddizioni energetiche italiane ed europee

Non si placano le tensioni tra Russia ed Ucraina per il dominio in Crimea. Lo Stato dell’ex URSS, dopo che è divenuto premier Arseny Yatseniukm, non ha la minima idea di cedere il territorio con capitale Sebastopoli concesso da Chruščëv all’Ucraina nel 1954. Il nuovo premier Ucraino pare intenzionato a mantenete una linea filo europea nonostante le intimidazioni e gli interventi militari Russi che stanno costando allo Stato di Putin le critiche di tutti i consessi internazionali a partire da Nato ed ONU fino ad arrivare agli USA, all’EU ed alla Cina, che mai come in questo periodo sta intessendo e mantenendo strettissimi e buoni rapporti con la Russia.
Ovviamente se gli USA, grazie alla dipendenza energetica raggiunta con la rivoluzione dello shale gas possono fare la voce grossa, così non è per gli stati europei, a partire da Italia e Germania, che nutrono numerosi interessi con la Russia, nei campi delle infrastrutture, della difesa, dei trasporti ed in particolare per quel che riguarda l’energia ed il gas che approvvigionano in modo importante questi paesi.
Anche la stessa Russia ha iniziato a minacciare alcuni accordi commerciali e patti sanciti nel passato; proprio in queste ore viene messo in discussione lo Star 3, intimando di bloccare l’accesso a delegazioni straniere ai propri arsenali nucleari, la minaccia più forte ed immediata rimane comunque quella sul fronte energetico.
Gazprom vanta un credito di 1.8 miliardi di dollari con l’Ucraina per forniture passate e si dice pronta a bloccare ogni ulteriore fornitura in caso il debito non venisse rimesso. La Russia ha poi bloccato ogni sconto sul gas del quale godeva l’Ucraina così come si sta apprestando a richiedere i 15 miliardi concessi allo stato Ucraino per evitarne la bancarotta e cercare di legarlo ancora più strettamente alla propria orbita. Aiuti in favore di Yatseniukm sono stati assicurate da Europa ed USA, ma il problema energetico non è di poco conto per l’EU in primis.

L’Amministratore dell’ENI Scaroni in una intervista alla Stampa assicura che non ci sono problemi per l’Italia che può contare su buone scorte. Effettivamente la stagione trascorsa è stata mite, la primavera è alle porte e le centrali a gas hanno funzionato a regimi ridottissimi a causa del calo dei consumi dovuti alla crisi e proprio perché in questi periodi il mercato energetico predilige le rinnovabili ed il carbone, molto più a buon mercato. Paolo Scaroni ha poi voluto portare all’attenzione che il prezzo dell’energia in Europa è molto più alto che in USA e che questo è un argomento da affrontare; per essere competitivi e meno vincolati al gas russo suggerisce di puntare sullo shale e sul nucleare.
Il gas di scisto però nel continente europeo è molto meno abbondante che in Usa e necessita di infrastrutture costosissime ex novo, mentre in USA esse sono di norma già presenti a causa delle precedenti estrazioni petrolifere dove sorgono i principali giacimenti di shale che dunque possono contare su perforazioni e condotte preesistenti. Il nucleare invece è stato bocciato da un referendum in Italia ed in ogni caso avrebbe necessitato di circa 20 anni affinché si fossero potuti toccare con mano i benefici; la Germania aveva iniziato il processo di denuclearizzazione, salvo poi rimetterlo negli ultimi mesi in discussione. Queste due nazioni sono quelle più energeticamente legate alla Russia, e quelle che nei confronti del Cremlino hanno posizioni più morbide.

Effettivamente l’Italia, almeno nel breve, non deve temere per le proprie scorte di Gas ed il commissario EU per l’energia, Günther Oettinger, non ritiene possibile un blocco delle pipeline verso l’Europa come nel 2009. La situazione però mette nuovamente in luce la relativa precarietà del sistema di approvvigionamento energetico italiano, che dipende per il gas principalmente da tre zone decisamente instabili con ripercussione su prezzi e volume: Libia, Algeria e Russia-Ucraina.

Nonostante ciò vi sono ancora numerose ritrosie nel modificare il piano e l’assetto energetico: da una parte vi sono ambientalisti più per partito preso che per reale credo che non riescono a capire ad esempio anche le produzioni di turbine eoliche, di pannelli fotovoltaici ed il relativo smaltimento hanno un impatto non da poco sull’ambiente e che la garanzia di fornitura in ogni situazione, incluse le emergenze impreviste, attualmente non può essere garantito al 100% dal rinnovabile, il quale si sottolinea deve essere ancor meglio sviluppato ed ottimizzato; dall’altra vi sono sistemi industriali e produttivi che seguono più per moda del momento che per un reale piano energetico soluzioni evidentemente non sostenibile o non efficaci.
La struttura energetica italiana, benché vi sia surplus di capacità installata, è molto legata a fattori esterni, ma a dispetto di ciò non si arriva ad una soluzione sugli esagerati incentivi alle FER, il rigassificatore di Porto Empedocle, come ogni altro rigassificatore, è stato osteggiato, così come l’approdo pugliese della TAP, pipeline che dovrebbe apportare gas senza passare dal territorio Ucraino. Sempre la Puglia avrebbe dovuto essere destinazione per un rigassificatore della British Gas che però dopo aver speso oltre 250 milioni di € ha preferito abbandonare e ritirarsi in perdita a causa delle pastoie burocratiche alle quali non riusciva a venire a capo. Pastoie burocratiche hanno ritardato enormemente, oltre 10 anni, il progetto Enel di centrale a biomasse a Mercure, in Calabira. Ogni progetto rinnovabile subisce ritardi ed impedimenti, spesso proprio di coloro che poco prima si definivano ambientalisti, e vari progetti di eolico off-shore a largo del Molise sono stati bloccati sul nascere. Il capacity payment per alcune efficienti centrali a gas o a carbone è tacciato di aiuto di stato (quando si sperperano milioni in feste di paese e per finanziare municipalizzate già da tempo tecnicamente fallite – Link Sorgenia Capacity Payment), ma pare impossibile dismettere completamente, per vari motivi non ultimo quello occupazionale, le vecchie centrali ad olio.
In tutto questo contesto l’energia elettrica ed il riscaldamento domestico, fondamentali e sempre più strategici, continuano ad avere un prezzo molto elevato rispetto ad altri paesi europei e devono essere assicurate sempre e comunque.
Per eliminare questa contraddizione di fondo e svincolare l’Italia e l’Europa da dipendenze a rischio, garantire concorrenza nel mercato energetico e per le industrie, convergere verso un sistema più sostenibile è necessario a livello nazionale riorganizzare la strategia energetica ed a livello europeo puntare ad un mercato unico e ad un sistema che potrebbe essere quello degli ETS, ma in contesto globale e riadattato alla luce del fallimento occorso, che garantisca sostenibilità ed abbattimento delle emissioni, assieme ad assicurare sempre e comunque l’accesso alla risorsa elettrica.

08/03/2014
Valentino Angeletti
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Capacity Payment e Sorgenia: argomenti da scindere

Oggetto di molti articoli accusatori è stato il meccanismo di “capacity payment” con il quale lo Stato remunera per un totale di circa 150 milioni di € la disponibilità di alcune centrali termiche ad entrare in produzione, qualora ce ne fosse il bisogno. Le critiche sono principalmente rivolte agli incentivi, tacciati di aiuto di Stato, per Sorgenia, azienda che negli anni 2000 decise di puntare tutto sulle tecnologie a gas, in particolare a ciclo combinato, facente parte del gruppo CIR dell’Ing. De Benedetti e dell’austriaca Verbund. Le condizioni patrimoniali della società sono oggettivamente difficili, un debito, record per le dimensioni dell’azienda, di 1.9 miliardi di € dei quali 432 milioni relativi al Q3 2013. Nel caso Sorgenia entrerebbero poi meccanismi di giochi di potere che non vogliamo, né possiamo, per mancanza di elementi oggettivi, approfondire, si rimanda gli interessati all’articolo di Rizzo e Massaro sul Corriere della Sera.

Questa nota vuole mettere in luce alcuni aspetti del capacity payment sul quale non si deve generalizzare ed estrapolare dal caso Sorgenia.

La remunerazione della capacità è un meccanismo che consente di mantenere pronte e “calde” alcune centrali termoelettriche che in caso di emergenza possono entrare in produzione immediatamente, nonostante in condizioni normali siano fuori mercato, principalmente a causa della presenza massiva di rinnovabili (FER). Questa situazione richiede ovviamente costi di operation and manteinance per mantenerle funzionanti e sicure molto alti senza garanzia di rientro dal normale mercato; proprio a coprire tali costi serve il contributo statale. Il tutto può essere visto come spesa per la sicurezza nazionale poiché l’energia è un elemento la cui assenza potrebbe minacciare la sicurezza del paese: in gergo, si tratta di un bene strategico.

Le FER, su cui è giusto puntare, negli ultimi anni hanno proliferato, godendo nel nostro paese di incentivi enormi (svariati miliardi all’anno, ed il piano dell’ ex Ministro Zanonato per spalmarli su un periodo di tempo maggiore fino ad eliminarli non pare essere andato in porto), anche dopo che il mercato è abbondantemente arrivato a maturazione ed in certi casi dando copertura a grosse speculazioni. Inoltre le FER allo stato attuale della tecnologia non sono prevedibili e programmabili con precisione, come invece lo sono le energie convenzionali, non rendendo possibile dunque impostare precisi piani di produzione (si investe molto in storage ed algoritmi di forecasting, anch’essi retribuiti dallo Stato, per ovviare a queste imprecisioni, ma ad oggi la deficienza non è colmata). Il fatto di avere centrali pronte ad attivarsi in caso di emergenza negli anni scorsi ha salvato l’Italia da problemi di approvvigionamento energetico, in particolare durante le crisi tra Russia ed Ucraina, situazione che ora si sta ripresentando drammaticamente ed in modo assai più grave.

Da ricordare poi che gli anni dal 2008 in avanti sono stati molto negativi per il settore elettrico a causa di drastici cali dei consumi che in Italia hanno toccato i valori di decine di anni fa, in aggiunta le aziende produttrici sono state tassate ulteriormente con l’inserimento della Roobin Hood Tax totalmente a carico dei produttori che vale, per le aziende più grandi come Enel ed Eni, svariate centinaia di milioni di Euro annui. Questo contesto ha evidentemente ridotto in modo importante la competitività in Europa e nel mondo delle aziende elettriche operanti nel nostro paese ed ha comportato l’impossibilità di poter provare ad agire sul prezzo dell’energia che appesantisce le nostre industrie anche per via della tassazione e delle accise mai in diminuzione. Proprio per tali ragioni colossi mondiali come la tedesca E.On sta dismettendo gli impianti nel nostro paese con la prospettiva di andarsene definitivamente creando non pochi problemi all’occupazione di zone spesso già in difficoltà come la Sardegna e gravando sulla collettività ricorrendo agli ammortizzatori sociali; altre aziende invece hanno deciso di non ricorrere all’aiuto pubblico ed a contratti di solidarietà pagando in gran parte di tasca propria questa situazione, poiché nulla vieterebbe di chiudere le vecchie e poco remunerative centrali (principalmente ad olio combustibile, ma anche a gas) costantemente fuori mercato, gravando così sulla spesa pubblica e rischiando di rendere precaria la fornitura energetica in condizioni particolari (basterebbe un giorno di Black-Out totale per perdere quanto destinato al capacity payment).

Questo scenario ha permesso, non senza difficoltà oggettive che permangono, di sopravvivere alle sole aziende che hanno saputo diversificare e puntare su un vasto portfolio, sia tecnologico che geografico, cosa che Sorgenia, stando a quanto si legge, non ha fatto, scommettendo tutto sulla tecnologia, all’epoca molto promettente, del turbo gas.

Quanto detto non vuole nascondere un problema innegabile, che è quello dell’assenza di un piano energetico di lungo termine, che tenga conto delle mutate condizioni al contorno e del variare delle abitudini e dei consumi di aziende e consumatori e che dovrà puntare sull’innovazione, sull’efficienza energetica, sull’ottimizzazione degli impianti convenzionali grazie all’uso delle nuova tecnologie, sulla riduzione delle perdite di trasporto e distribuzione, sulla sostenibilità, sullo studio di un nuovo mix produttivo che ottimizzi l’uso combinato di FER e convenzionali e dovrà necessariamente aumentare gli investimenti in tali settori (il 3% destinato ad innovazione e ricerca sarebbe una buona percentuale, senza considerare i colossi come Apple, IBM, Google che investono oltre il doppio). Al contempo però non è neppure pensabile che la dismissione di vecchi impianti, la bonifica dei siti, l’onere di reimpiego dei lavoratori debba essere completamente a carico delle aziende. Fondi e contributi statali ed europei dovrebbero essere allocati ed il loro impiego costantemente monitorato proprio per la ridefinizione del piano energetico nazionale ed europeo convergendo verso un mercato unico e competitivo e la riconversione, andando incontro alle mutate esigenze, del parco produttivo attuale ricade a pieno titolo in questo contesto.

Va sottolineato infine che in Germania, oltre ad essere state incentivate le rinnovabili in modo forse più sostenibile, sussiste tutt’ora il capacity payment per gli impianti termoelettrici e questo potrebbe essere uno dei motivi perché aziende come la E.On, ma anche produttori non tedeschi, abbandonano il nostro paese o preferiscono la Germania, ove trovano migliori e più competitive condizioni per fare business e creare indotto nel paese ospitante.

Facendo la debita analisi costi-benefici, convenendo che tale meccanismo non deve essere un aiuto di stato (soldi pubblici devono sempre essere controllati) o, peggio, copertura per clientelismi partitici o personali, rammentando che milioni di euro sono annualmente destinati a fiere paesane, ad enti o municipalizzate senza utilità e non assoggettate a stretti controlli (prendere il caso del Salva Roma), ricordando che gli incentivi alle rinnovabili costano svariati miliardi di Euro nonostante il mercato sia ormai maturo, che vi siano state bolle speculative evidenti, che i costi di sistema, tra cui gli incentivi alle FER di cui sopra, sono la principale voce della bolletta energetica il cui ammontare è fattore ostante per la competitività delle aziende italiane, che la certezza delle fornitura elettrica deve essere certa sempre ed in ogni condizione, un contributo per il capacity payment in modo da garantire la sicurezza nazionale non sembra affatto una eresia.

02/03/2014
Valentino Angeletti
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La forza italiana: dal caso Marò alla vicenda Kazaka passando per i “pasticciacci” nazionali

Da ormai due anni il nostro paese e la nostra diplomazia sono a lavoro, finora senza successo, nel tentativo di risolvere il caso dei due Marò ancora detenuti in India. Adesso, alla vigilia delle elezioni indiane, la situazione pare aggravarsi e nuove voci di una possibile condanna a morte per i nostri fucilieri, in ottemperanza alla legge indiana anti pirateria che infligge la pena di morte ad ogni omicidio commesso in mare, risuonano con fragore.
Nel frattempo ha avuto luogo la vicenda Kazaka, che pare risolta, di Alma Shalabayeva, moglie dell’oppositore politico Ablyazov, prelevata dalle forze dell’ordine italiane assieme alla figlia di 6 anni, messa su un aereo di dubbia nazionalità e rimpatriata, probabilmente contravvenendo alle leggi sui rifugiati politici. Il tutto senza che le competenti autorità governative, ministro degli interni incluso, ne fossero a conoscenza, tanto che alcuni vertici hanno dato le dimissioni ed il governo ha vacillato.

I rapporti commerciali con India e Kazakistan sono strettissimi, valgono svariati miliardi di € ciascuno.
Con lo stato indiano sono in essere diverse commesse per grandi opere civili e forniture sia civili che militari (ricordiamo gli elicotteri Finmeccanica/Augusta-Westland), inoltre il business dei servizi, dai call center allo sviluppo SW, ha trovato in quella zona il proprio baricentro mondiale, anche per le aziende europee.
Con lo stato kazako oltre a molte commesse civili ed ingegneristiche, parte dei progetti di ammodernamento infrastrutturale del paese iniziati nel periodo post sovietico, il tema dell’approvvigionamento energetico è di primissimo piano con stretti rapporti tra i governi e le major dell’ Oil&Gas, in primis la compagnia petrolifera Kazaka, KazMunayGas e lato Italia ENI, parte del consorzio NCOC (North Caspian Operating Company), impegnata in vari progetti, tra cui il più famoso e complesso è il giacimento del Kashagan che ENI stessa gestisce non senza problemi.

Sembrerebbe che per non ledere troppo i rapporti geo-politici e strategici le nostre istituzioni non riescano a negoziare con fermezza, forse perché ritengono che in caso di forti tensioni sia il nostro paese ad avere molto più da perdere nei confronti di India e Kazakistan di quanto non ne abbiano loro, i quali tra l’altro hanno criteri di rispetto dei diritti umani e civili decisamente inferiori. In sostanza il coltello dalla parte del manico non ce l’ha l’Italia benché abbia diplomaticamente deciso di far tornare in India i Marò dopo un permesso premio a ridosso della primavera scorsa, decisione definita “errore colossale” dall’ex ministro degli esteri Terzi.
Queste due vicende portano alla luce come l’autorevolezza del nostro Stato sia poca cosa agli occhi esteri, nonostante una diplomazia valida e rilevamenti che, per la questione indiana, collocherebbero il fatto in acque internazionali. A parità di condizioni e rapporti risulta difficile pensare che il comportamento indiano sarebbe stato il medesimo anche con strutture politiche ed interlocutori del calibro di Obama, Merkel, Xi Jinping, Cameron, ma anche Hollande.
Purtroppo pare che la volontà di non ledere i rapporti commerciali unita alla poca forza in politica estera del nostro governo, abbiano messo e stiano mettendo a rischio delle vite umane, perché per una vicenda simile oltre due anni paiono davvero troppi.

Restringendo il raggio di visione a temi più vicini ai confini, a rimarcare la debolezza e la poca fiducia riposta, trascurando le dichiarazioni di facciata, nel sistema politico italiano, vi è lo Spred decisamente calato, ma sovente più alto rispetto a quello Spagnolo, dove il sistema bancario ha vissuto più difficoltà e ove i conti pubblici non sono migliori di quelli italiani, ma dove la politica è più credibile ed agisce in modo più radicale e deciso in particolare per quel che riguarda le riforme, assecondando le direttive europee.
Ne sono altre dimostrazioni, nonostante le raccomandazioni di Bruxelles di mantenere una tassazione progressiva sugli immobili, delle quali i sostenitori dell’abolizione, ed a ruota molti altri, non si sono curati, il balletto increscioso sull’ IMU, ancora in corso ed il cui meccanismo non è del tutto compreso neppure agli addetti ai lavori; oppure il fatto che da otto anni si svolgano elezioni con una legge elettorale fin da subito ritenuta inadeguata ed ora addirittura incostituzionale; o ancora l’invalidazione da parte del TAR delle elezioni piemontesi del 2010, quindi a distanza di ben tre anni, per irregolarità nella raccolta firme di liste minori collegate alla Lega Nord; o più recentemente le dichiarazioni di Berlusconi di voler presentarsi, nonostante la pronuncia dei tribunali e l’impossibilità a livello legale, come capolista in tutte le regioni in vista delle elezioni europee di maggio ed eventualmente presentarsi in altre nazioni come Bulgaria o Malta. Probabilmente queste sono solo esternazioni che non avranno seguito, ma che, assieme agli altri episodi, contribuiscono ad abbassare ulteriormente agli occhi europei e mondiali l’autorevolezza del nostro sistema politico e governativo.

Poiché c’è la percezione che l’Italia da sola, fermo restando l’impegno dei diplomatici direttamente coinvolti, non abbia la giusta forza nella trattativa con l’India la quale forse in vista delle elezioni vuole mostrare fermezza e decisione, e che, in barba ad ogni etica, morale e responsabilità sociale, prevalgano logiche commerciali, strategiche e geo-politiche, l’unica soluzione per dialogare alla pari con l’India è quella, come suggerisce il Vice Presidente alla Commissione Europea Antonio Tajani, di mettere in discussione a livello europeo i gli accordi EU-India, poiché l’Europa non può permettersi di fare affari con paesi che non rispettano i diritti civili. La proposta è stata sottoposta al Presidente della Commissione Barroso ed a Catherine Ashton, responsabile EU per gli affari esteri, ma si dovrà capire quanti altri stati membri, non direttamente coinvolti nella vicenda, vorranno appoggiare la proposta sapendo che sul piatto vi sono i preziosi rapporti commerciali con un partner come l’India, paese in grande crescita e terreno fertile per proficui investimenti nonché bacino di quasi un miliardo di potenziali utenti-consumatori desiderosi di spendere quel poco che percepiscono come segno di emancipazione sociale e benessere e che nel 2028 diverrà probabilmente la terza potenza mondiale.
Se l’Europa riuscirà a lavorare come una squadra risolvendo la vicenda dei Marò sarà un forte segno di coesione e riprova dell’adagio che l’unione fa la forza. Nel frattempo in ogni caso l’Italia deve lavorare alacremente per recuperare autorevolezza e forza internazionale quasi compromesse.

11/01/2014
Valentino Angeletti
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IMU, Europa e riduzione del debito tra privatizzazioni e spending-review

Il CDM del 21 novembre è stato rinviato alla settimana successiva e con esso si protrae l’odiosa telenovela sull’ IMU che non smette di catalizzare energie ed attenzioni assieme ai problemi giudiziari di Berlusconi ai quali ora si aggiungono le aggravanti sulla vicenda Ruby, assieme ai fatti Legresti-Cancellieri ed assieme alla corsa alla segreteria del PD che inevitabilmente, qualora vincesse il favorito Matteo Renzi, influenzerà il programma il Governo, con la possibilità di causare rotture nel PD e nell’alleanza di governo.

Per garantire la cancellazione della seconda rata dell’ IMU servirebbero 900 milioni di euro, che in realtà avrebbero già dovuto essere trovati, da destinarsi per 400 milioni alla copertura sugli immobili e sui terreni agricoli e 500 da restituire ai comuni come rimborso dell’ imposta sugli immobili del 2013.
Le coperture individuate al momento sarebbero la rivalutazione delle quote di Bankitalia in possesso degli istituti di credito e delle assicurazioni (che potrebbe essere un boomerang: qua), da nuovi acconti, oltre il 100%, su IRES e IRAP dovuti a banche ed assicurazioni, ma attenzione perché gli acconti dovranno poi essere restituiti, da un aumento sull’ imposta di bollo dei depositi amministrati ed infine, qualora tutto ciò non bastasse, nuove accise su benzina, alcol e tabacchi cioè le clausole di salvaguardia.

È facile capire come questa vicenda sia ormai esasperante, tutti hanno chiaro che si tratta di una mossa puramente politica e propagandistica e che ogni eventuale cancellazione o riduzione di una voce comporterà un aumento altrove poiché il budget è blindato e non sono consentiti sforamenti. L’ IMU di fatto verrà ridistribuita su una platea più ampia, inclusi gli affittuari, con la nuova tassa sui servizi, verrà utilizzato lo strumento degli anticipi sugli acconti che di fatto sono altro debito e l’eventuale rivalutazione delle quote di Bankitalia è solo una misura di breve termine non strutturale e forse controproducente sul lungo periodo, inoltre se tutto ciò non bastasse la scure degli incrementi delle accise rimane concretissima.
Ovviamente ogni parte politica è ferma sulle proprie posizioni minacciando ritorsioni alla stabilità qualora la tassa su una determinata categoria di immobili non venisse abolita.

Tutto ciò comporta che i centri di assistenza fiscale non sanno ad oggi come comportarsi ed in ogni caso hanno già iniziato la preparazione della modulistica e l’aggiornamento dei sistemi informatici per l’eventuale riscossione con scadenza il 16/12. Il caos si percepisce anche a Bruxelles che non può non essere indignata dal comportamento italiano, che dopo aver disdetto le linee guida suggerite non spostando la tassazione verso i patrimoni ed i consumi, insiste con l’abolizione dell’IMU nonostante la misura non convinca l’ EU, sia presente in 26 stati europei e pur non avendo ancora definito precisamente e puntualmente le coperture.

Non c’è dunque da stupirsi che la Commissione sia molto restia a concedere fiducia non ritenendoci sufficientemente credibili, ad esempio per l’ applicazione della Golden Rule, nonostante i conti, rimessi in ordine, rientrino nei ferrei ed austeri parametri europei del fiscal compact che non mi stancherò mai di definire anacronistici per una situazione congiunturale macro economica come quella che in essere. Lo stesso Olli Rehn solo qualche giorno fa con un velo di ironia ha dichiarato che in Italia ogni giorno è politicamente delicato ed incerto, come del resto accade da un paio di anni a questa parte…
La Germania, nuovamente da prendere come esempio e che da questa crisi ha tratto e continua a trarre un po’ egoisticamente vantaggio, è stata redarguita per l’eccessiva differenza tra export ed import (i tedeschi si sono intelligentemente mantenuti al +6%, proprio il limite superiore dei parametri europei). L’ EU ha suggerito di trainare maggiormente i consumi ed essere più convincente e determinata nel coprire il ruolo di locomotiva economica europea. La risposta tedesca è stata un’accelerazione fino all’introduzione, di qui a pochi giorni, di un reddito minimo di cittadinanza, pari a circa 8.5€/h che dovrebbe aiutare ad incrementare la domanda interna. Ciò è sicuramente motivo di scontro politico, per alcuni partiti così facendo potrebbe essere incentivata la disoccupazione in un mercato tedesco dove questo problema è apparentemente basso, ma dove assieme ai lavori tecnici molto ben retribuiti vi sono molti mini job dai salari decisamente inferiori, pari a circa l’ammontare del reddito di cittadinanza proposto.

Le leggi di stabilità dei vari paesi saranno visionate nella serata del 22 novembre dall’Eurogruppo, che probabilmente muoverà qualche critica al nostro paese sulle scelte politiche causa del protrarsi della questione ancora non definita circa l’imposta sugli immobili.

Sempre dall’ Europa continuano ad arrivare consigli di intraprendere la strada dell’abbattimento del debito e delle riforme, che difficilmente riusciranno ad essere definite prima del prossimo anno considerando che, come è accaduto fino ad ora, tutte le energie e le attenzioni saranno rivolte al voto sulla decadenza di Berlusconi, alle discussioni sul conseguente esito, alle primarie del PD ed ai relativi risultati.

Per la riduzione del debito, costato 3 mld di mancati fondi, sono già state definite dismissioni e spending review.
In questa prima fase le dismissioni/privatizzazioni riguarderanno 8 società (CdP Reti, ENAV, Fincantieri, Sace, Stm, ENI, Grandi Stazioni, CdP TAG) per 12 miliardi, dei quali 6 andranno a tagliare il debito e 6 a ricapitalizzare la CdP.
Le privatizzazioni sono un mezzo molto utile quando uno Stato, per varie ragioni, non è più in grado di effettuare investimenti che consentano innovazione, sviluppo e crescita alle proprie aziende, ma affinché funzionino devono essere realmente tali e consentire l’ingresso ad investitori seri, referenziati e con volontà di investire. In Italia spesso ciò non è avvenuto e le privatizzazioni sono state fittizie con ben noti risultati.
Qualche piccolo problema può esserci anche in questa circostanza, perché ben il 50% delle entrate previste confluiranno per la ricapitalizzazione della CdP che per garantire i depositi postali necessita di un buon buffer di liquidità e perché per quanto riguarda ENI la privatizzazione sarà particolare. Per consentire allo stato di non perdere il controllo della società scendendo sotto il 30%, l’operazione avverrà con un Buy-Back da parte di ENI stessa per un controvalore di circa 2 mld (il 3%; la somma è circa quella incassata dal colosso Oil&Gas dalla recente cessione della quota di Severenergia in Russia), si tratta dunque di un’operazione contabile in cui ENI si accolla parte del debito sovrano divenendone a tutti gli effetti un creditore.

La spending review, finalizzata oltre che al debito anche alla riduzione delle tasse, è un altro di quei notori punti critici perché la spesa pubblica oltre ad essere esagerata è totalmente inefficiente, il che, se possibile, è peggio. Il commissario speciale Cottarelli, di provenienza IMF, ha il compito di individuare gli sprechi e proporre tagli che da una sua prima analisi dovrebbero ammontare a circa 32 miliardi in tre anni, vale a dire circa 11 miliardi all’anno, poco più del 3% dei circa 300 miliardi annui di spesa aggredibili. A dire la verità il suo compito non pare troppo complesso, ormai si sanno quali sono le voci su cui agire. Per fare qualche esempio: la riduzione dei centri di costo (idealmente uno, unico, centralizzato ed informatizzato) e delle stazioni appaltanti in particolare per la sanità; la riduzione drastica del ricorso ai sub appalti a catena; il controllo sull’esecuzione dei lavori pubblici, sulle consulenze e la corretta valorizzazione degli immobili statali; la riqualificazione mirata al risparmio energetico di tutti gli edifici pubblici; la revisione delle spese militari per un esercito che costa più di quello israeliano, uno dei migliori e più tecnologici del mondo; la valorizzazione dei migliori atenei, convergendo verso pochi centri d’eccellenza a cui far confluire più risorse economiche per ricerca; stesso dicasi per gli aeroporti; il censimento e la vendita di tutte quelle municipalizzate in perdita, cercando di convergere verso poche, grandi ed efficienti multi-utility; la redistribuzione e la riallocazione dei dipendenti pubblici; l’ottimizzazione degli uffici pubblici, lasciando solo quelli che sbrigano un certo numero di adempimento al mese; l’eliminazione delle province e la riduzione del numero dei parlamentari; la trasformazione del (ex, ma non troppo) finanziamento ai partiti in rimborso con tanto di giustificativi e ricevute al seguito; il taglio dei privilegi della politica (dalle auto blu alle indennità su impermeabili ed ombrelli); la riduzione degli stipendi dei dipendenti di Camera e Senato (un barbiere non può guadagnare oltre 100’000€ all’anno); un tetto agli stipendi dei manager pubblici con particolare attenzione a premiare realmente i risultati e non distribuire risorse a pioggia così come limitare il numero di cariche contemporanee.

Le ultime voci sono in valore assoluto, rispetto agli oltre 2’000 miliardi di debito, quasi risibili, ma anche solo 200’000 € risparmiati e dati alle scuole per acquistare carta igienica o alle forze dell’ordine per il carburante sono ben ridistribuiti.

Come si evince il difficile non è tanto trovare dove agire, ma la vera sfida è portare a termine le azioni  (solo qualche mese fa in Gran Bretagna il Premier Cameron in pochissimi giorni è riuscito a tagliare 11 mld di £), poiché ogni spreco per la società è guadagno o status quo di alcuni. Ad esempio la riallocazioni a differenti mansioni o località dei dipendenti pubblici non è banale e, come si è visto per la chiusura dei tribunali periferici, porterà a proteste ed opposizioni, così come stanno dimostrando gli scioperi di Genova quando si parlerà di vendita delle municipalizzate, senza neppur pensare a quando si proverà a toccare i privilegi dei veri potentati.

Il Commissario Cottarelli non avrà il potere esecutivo, ma dovrà proporre un piano alla politica che avrà il compito di decidere. Superfluo è rammentare quanto questo passaggio sia delicato e rischi di mandare tutto, come si suol dire, a ramengo.
Il cambiamento, oltre ad essere propagandato, deve essere messo in atto così come è indispensabile capire ed agire immediatamente nella definizione di una strategia economico-politico-riformatrice nazionale ed europea volta alla crescita ed al miglioramento delle condizioni di vita per le persone e di competitività per i paesi. Senza questo obiettivo ogni misura sarà solo un palliativo e contribuirà ad allungare una agonia già iniziata.

21/11/2013
Valentino Angeletti
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Calda giornata politico-economica e non per l’anticiclone nordafricano

Molto brevemente oggi è una giornata decisamente intensa e ricca di eventi importanti.

Sul fronte politico la Cassazione, probabilmente nella seconda metà del pomeriggio, si pronuncerà sul Cavaliere Silvio Berlusconi nell’ambito del processo Mediaset. In tal contesto l’eventuale riduzione dell’interdizione dai pubblici uffici, a prescindere dalla condanna penale, non renderebbe così scontato una scomparsa totale di Berlusconi dalla politica. Molto dipenderebbe dalla durata di questo Esecutivo.

Contemporaneamente si sta accelerando la procedura di modifica costituzionale per poter metter mano alla legge elettorale, cosa che statisticamente è accaduta solo a ridosso delle elezioni stesse.

Le due circostanze non sembrano del tutto scorrelate, è evidente che la sentenza del processo Berlusconi può influenzare in maniera decisiva il destino dell’attuale Governo e nessuno, anche internamente all’Esecutivo è certo delle reazioni all’esito della Corte che le varie fazioni, siano esse del PDL, PD, SEL, Scelta Civica o M5S, potrebbero avere.

Se un nuovo Governo, con meno contrapposizioni interne, si insediasse nel periodo di interdizione di Berlusconi, allora per lui sarebbe decisamente difficile potersi ripresentare in politica in modo ufficiale, anche per l’anagrafe del Cavaliere.

Come si evince gli scenari possibili sono numerosi lasciando aperte molte possibilità.

Sul fronte economico, dopo i dati molto positivi degli USA, che hanno visto un PIL in crescita dell’ 1.7%, le decisioni della FED di mantenere i tassi invariati e proseguire con l’acquisto di bond (85 miliardi di $ al mese) si stanno attendendo Draghi e la ECB che dovrebbero lasciare i tassi invariati e potrebbero annunciare l’acquisto di bond.

Infine da segnalarsi, la semestrale di Mediaset, titolo molto movimentato per il processo che porta il nome dell’azienda di comunicazione e quelle di  ENEL (ore 18) ed ENI dopo le dichiarazioni poi smentite, della possibilità di cessione dei gioielli di stato come ENEL, ENI, Finmeccanica  appunto.

 

01/08/2013

Valentino Angeletti

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