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Una stabilità senza infamia né lode e l’opportunità cinese per l’Europa

Tutti contenti, o meglio, tutti scontenti. La legge di stabilità appena spedita a Bruxelles e che comunque dovrà essere rivista in Parlamento è il classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto che dir si voglia. Non sono soddisfatti coloro che, molto pessimisticamente, pronosticavano tagli alla sanità e pesanti aumenti delle imposte e non sono accontentati neppure coloro che invece propendevano per qualche azione di maggiore incisività, principalmente sul fronte del cuneo fiscale.

I poco meno di 4 miliardi all’anno per 3 anni (per un totale di 11.6 miliardi nel triennio) non sembrano consentire quella spinta, quella rottura, necessaria al cambio di marcia. Di sicuro è stata una manovra fatta con il bilancino, con un occhio a Bruxelles ed ai parametri del debito (che ad agosto è diminuito per la prima volta dopo molto tempo di 13.9 miliardi attestandosi a 2’060 miliardi di €) e del rapporto deficit/PIL, da mantenere sotto il 3% che non ci consentono troppi margini, e con l’altro occhio che guarda a non proporre provvedimenti troppo impopolari e pesanti in un clima sociale già molto teso. Il premier Letta, da Washington pare abbia ammonito le richieste di sindacati e Confindustria dicendo che se avessero avuto proposte valide avrebbero dovuto farsi avanti, per farle valutare nelle apposite sedi.

Il saldo finale della legge di stabilità è più o meno in pari. Se da un lato il cuneo fiscale consente entrate mensili nelle tasche di alcuni cittadini fino ad un massimo di 14 € al mese, che difficilmente saranno percepite e modificheranno le abitudini al consumo, e 600 €/anno in più per le aziende, somma ugualmente insufficiente, dall’altro lato si hanno riduzioni di alcune detrazioni e viene reintrodotta l’imposta di bollo sul deposito titoli. È stata riproposto il contributo di solidarietà per le pensioni d’oro, che la Corte Costituzionale ha già dichiarato incostituzionale, costringendo lo Stato a ridare indietro il mal torto, ma che, secondo il Sottosegretario Carlo Dell’Aringa, stavolta ha i requisiti per poter essere applicato senza contestazioni. Il gettito che prima proveniva dall’IMU è stato inglobato assieme ai servizi indivisibili come illuminazione pubblica e spazzatura, in sostanza è stato distribuito in modo leggermente differente e su una platea più ampia: pagheranno un po’ di meno di prima i possessori di prima casa, ed un po’ di più i possessori di seconde ed ulteriori abitazioni, gli “sfortunati” proprietari delle poche (rispetto al totale) case accatastate come immobili di pregio o di lusso e gli affittuari che sono andati cosi ad ampliare la platea dei paganti (una parte, variabile a seconda del comune di residenza, della vecchia IMU sarà anche a loro carico).
Gli straordinari dei dipendenti pubblici sono stati oggetto di detassazione, purtroppo però è dell’Esecutivo Monti che hanno subito un taglio quindi pochi saranno i beneficiari dello sgravio, i dipendenti pubblici e pensionati hanno inoltre subito il blocco contrattuale e dell’adeguamento salariale (totale per le pensioni sopra i 3’000 € lordi ed proporzionale, 90% – 75% – 50%, per importi inferiori). Se a tutto ciò si aggiunge l’ IVA incrementata di un punto percentuale dal 1° ottobre, quindi precedente alla legge di stabilità,allora abbiamo che il saldo diviene effettivamente negativo, senza considerare le indiscrezioni di alcuni giornali secondo i quali starebbero lavorando ad un aumento delle accise sui tabacchi.

Ovviamente vi sono anche aspetti positivi come il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, che però evidente mente non è più sostenibile ed andrebbe sostituita con forme di incentivazione per il reimpiego e riconversione dei lavoratori, con la consapevolezza che tante aziende perse in questa crisi non riapriranno più; la social card; il fondo per la non autosufficienza; la trasformazione dei contratti da tempo determinato ad indeterminato. Interessanti poi sono le misure di incentivazione alle aziende che investono in innovazione ed assumono giovani, ma da capire l’entità e le modalità di questo intervento, come il rientro di capitali dall’estero e dai paradisi fiscali, accompagnato dagli accordi con la Svizzera in materia fiscale, che non devono essere il tipico condono a vantaggio di coloro che hanno commesso un delitto odioso ed ai danni di tutta la società. Brunetta riguardo al rientro ha detto che non si può applicare una penalizzazione troppo bassa, ma neppure troppo alta poiché altrimenti i capitali “volerebbero via”…. un ragionamento simile sarebbe l’ennesima beffa per gli onesti e per tutti gli imprenditori che per il fisco sono falliti o che hanno sempre assolto i propri obblighi erariali così come per gli stipendiati che hanno visto il proprio potere d’acquisto eroso enormemente (il 25% delle famiglie italiane non arriva a fine mese e deve attingere ai risparmi, se presenti, a parenti, amici o al sociale).

La manovra ha voluto rispettare principalmente vincoli europei e non consentirà le grandi svolte che servirebbero e che abbisognerebbero di molte più risorse (circa 100 miliardi secondo la Confindustria). Per un cambio radicale di rotta non c’è dubbio che oltre all’impegno dei singoli Stati c’è bisogno di una regia europea che non si limiti all’analisi dei parametri, ma sia più lungimirante con l’appoggio degli Paesi Membri.

Se la situazione non verrà affrontata in modo differente, più sinergico e consentendo più investimenti per lo sviluppo e la crescita l’ipotesi paventata e poi smentita dall’ IMF di una “mega patrimoniale lineare” (e per questo decisamente ingiusta) potrebbe essere realmente l’ultima spiaggia in particolare per il nostro paese, dove le banche ed in parte lo Stato hanno compreso che la finanza è utile, ma rischiosa. Il sistema finanziario adottato fino ad ora, basato su molta moneta virtuale ma di fatto non esistente (il rapporto tra denaro reale e denaro virtuale, su mercati regolamentati o meno, è 1:14 cioè ogni $ reale ve ne sono 14 virtuali) funziona e si autoalimenta in modo perverso se c’è fiducia e non paura, in caso di problemi il rischio è che in molti corrano a mettere al sicuro in forme differenti i propri capitali i quali non sono sufficienti, poiché appunto virtuali, a coprire tutte le richieste; è un po’ come se un giorno più della metà delle auto italiane facessero un incidente e le assicurazioni dovessero risarcire, le RCA fallirebbero non avendo fondi sufficienti. Il timore è che per mettere una toppa a questa deriva si stia cercando capitale reale e che nel nostro paese si voglia far leva sul patrimonio privato sopra la media europea, impoverendolo ed inducendo pian piano la popolazione ad adottare un modello più anglosassone basato sull’indebitamento privato (in Italia ancora basso), sui prestiti, sulle carte di credito revolving ed amenità simili che sono state alla base delle ultime crisi finanziarie, andando pericolosamente ad alimentare di altra linfa il sistema bancario che dovrebbe essere più al servizio dell’economia e più controllato nell’operatività a coni soldi dei risparmiatori.

L’ Unione Europea in questo momento potrebbe approfittare di ciò che è successo negli USA. Lo shutdown ed il default appena scongiurato, o meglio, rimandato a gennaio, ha messo in allerta la Cina, grande creditrice degli Stati Uniti. Le autorità cinesi hanno dichiarato di essere stati spaventati dagli eventi e di non nutrire più una solida fiducia né negli USA né nel Dollaro come moneta di riferimento per gli scambi commerciali. Questa potrebbe essere una grande occasione per l’Europa di intercettare il capitale dell’estremo oriente dirottandolo nei circuiti economici europei e di fatto proponendo l’ Euro come moneta dominante.

16/10/2013
Valentino Angeletti
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Tempistiche dei provvedimenti e lo scostamento da problemi pratici: la rinascita di pericolose derive

Dagli USA il presidente della ECB Mario Draghi, in visita per vari impegni istituzionali tra Washington e New York, ribadisce a gran voce l’importanza e la necessità di un’ Europa unita e sinergica dove vengano abbandonati i particolarismi e non si tema di perdere la propria sovranità nazionale. Le parole di Draghi sono senza dubbio quelle condivise dalla maggior parte delle forze politiche europee e da buona parte dei cittadini. Vi sono però elementi che stanno riportando in auge movimenti estremisti o quanto meno anti europeisti. Dopo Alba Dorata in Grecia, il partito di estrema destra norvegese, l’ UKIP britannico, a diventare uno dei primi se non il primo partito in Francia è il Fronte Nazionale di Marine Le Pen dichiaratamente di destra e dalla vocazione anti europea.

In Italia è il M5S ad essere tornato ad attirare consensi, grazie in parte alle indecisioni degli “avversari” ed in parte alla modifica della propria strategia, che da movimento di protesta lo sta trasformando in un vero e proprio partito politico alla ricerca di consensi e che strizza l’occhio ai delusi di centro destra sfruttando in modo molto preciso le ultime divisioni attorno al voto di fiducia al Governo Letta. Le posizioni del M5S in merito alla legge Bossi Fini, al tema dell’ abolizione del reato di immigrazione clandestina, al totale rifiuto rispetto all’ indulto o all’ amnistia, lasciano evincere la volontà del leader di attrarre sempre maggiori consensi attraverso idee dalla connotazione politica e che non sono più mosse dalla protesta, come in partenza, ma sembrerebbero essere frutto di un piano più mirato. A conferma di questo atteggiamento vi è anche una delle ultime esternazioni del Leader penta-stellato che a proposito della necessità di abbassare il debito, poiché a causa dell’ammontare del debito sovrano, secondo lui, lo spread dovrebbe schizzare alle stelle e se ciò non avviene è solo per l’ artificio della ECB, conferma l’ idea di rinegoziare il debito stesso (che in altre parole vorrebbe dire sostanzialmente default controllato e durante i quali a farne le spese sono sempre stati i piccoli risparmiatori), ma affianca anche l’ipotesi degli euro-bond, idea comune a molti partiti tradizionali ed in grado di raccogliere consensi anche tra i più moderati.

Questa rinvigorita corrente anti europeista deriva senza dubbio dalla percezione del cittadino comune che non si stia reagendo alla velocità giusta e che, nonostante idee interessanti e potenzialmente vincenti, non si abbia la capacità di implementarle in modo rapido ed efficace. I dati non danno torto a questa scuola di pensiero: la disoccupazione cresce costantemente, oggi l’ ILO ha trasmesso il dato dello studio sull’ occupazione mondiale secondo il quale i disoccupati nel mondo sono oggi 202 milioni, 73 dei quali sono giovani, con la crisi è cresciuto di 32 milioni numero di senza lavoro in 5 anni ed il livello pre crisi è ancora lontano. Le grandi riforme europee come l’ unione ed il controllo centralizzato delle banche e dei loro bilanci (decisamente temuto dalla grandi e piccole banche tedesche e del nord Europa a causa della loro propensione al leverage grazie agli strumenti derivati) , menzionata da Draghi anche dagli Stati Uniti, la lotta congiunta all’ evasione ed all’ elusione fiscale, il mercato dell’energia ed il problema della sovrapproduzione, l’uniformazione della tassazione, le misure a sostegno dell’occupazione, l’armonizzazione dei tassi di prestito bancario tra i vari stati membri, non decollano. A ciò si aggiunge la richiesta di rigore ed il rispetto di rigidi vincoli di bilancio (rapporto deficit/PIL e fiscal compact) e l’impossibilità della ECB di poter agire stampando moneta ed attuando una svalutazione competitiva a sostegno degli investimenti necessari per la crescita. Esiste l’ OMT ma di fatto è stato utilizzato poco, solo in casi di emergenza ed è sotto processo dopo l’accusa di incostituzionalità da parte della Bundesbank al tribunale di Karlsruhe.

Sul fronte italiano vari imprevisti di volta in volta rallentano l’ Esecutivo: il caso Mediaset; l’agibilità politica; il voto di fiducia; le lotte intestine per la leadership di partito; gli scontri su temi marginali rispetto ai problemi globali (IMU ed IVA in primis) ed ora l’ indulto/amnistia. Le manovre messe in atto non sembrano poter dare i frutti sperati ed anche ove si è agito di comune accordo, come per il cuneo fiscale (link ad articolo), è mancata l’incisività necessaria (ma ci sarebbe ancora il tempo di rimediare). Ciò che inizialmente era stato definito prioritario, come una nuova legge elettorale è ancora un miraggio. Lo spostamento della tassazione, seguendo le direttive europee ribadite negli USA da Draghi, verso i consumi ed i patrimoni, non sono state recepite. La tassazione sui consumi come l’IVA non porta, considerando i livelli italiani di tassazione, benefici, di contro rischia di essere controproducente. L’idea di nuove aliquote presentata da Letta è buona come principio, ma non se l’intenzione è quella di far passare dal 4 al 7% tutti i beni di prima necessità, tipicamente alimentari, che andranno a colpire principalmente i meno abbienti riducendone di fatto i consumi (cosa che sta accadendo sistematicamente). Secondo la costituzione e secondo l’Europa, la tassazione deve essere progressiva ed a questo punto pensare ad una patrimoniale progressiva e strutturata in modo equo (considerando l’altissimo indice GINI che affligge il nostro paese) non sarebbe una idea balzana, l’ IMF e Bruxelles hanno ribadito all’ Italia di non aver apprezzato il taglio totale sull’ IMU e che quelle entrate dovranno essere rastrellate da altre parti. Il rapporto deficit/pil del paese è costato altri 1.6 miliardi, la manovrina di fine anno, queste risorse dovrebbero provenire da dismissioni di immobili statali alla CdP (che dovrà poi provvedere a venderli sul mercato, altrimenti si tratterebbe solo del gioco delle tre carte), e da tagli ai ministeri ed alla spesa, anch’ essi menzionati da Draghi.

Detto ciò è abbastanza comprensibile che le derive anti europee prendano piede, le persone che affrontano ogni giorno le spese per il sostentamento, pagano l’ affitto o il mutuo e si devono curare, non possono attendere la soluzione ogni volta del nuovo problema istituzionale e fintamente prioritario.

A ciò si aggiunge anche il rallentamento delle economie emergenti per il calo dei consumi nei paesi industrializzati e la “bomba” dello shutdown degli Stati Uniti, che rischia veramente di essere un uragano economico a livello mondiale e testimonia che troppo spesso politica ed economia finanziaria sono scollegati dalle reali necessità dei popoli. La Cina, grande creditrice degli USA, ha già mostrato le proprie paure e l’economia globale difficilmente potrebbe sopportare un default statunitense, che probabilmente alla fine non avverrà, ma che sta costando tanto in termini di perdite economiche ed occupazionali.

Una parte della soluzione ad una situazione così complessa risiede sicuramente in una più unita, rapida ed incisiva politica europea, consentendo agli stati membri investimenti produttivi senza peccare di eccesso di rigidità a parametri numerici (l’applicazione della golden rule a certi investimenti sembra irrinunciabile), in una cessione parziale di sovranità nazionale all’ Unione. Da parte di Bruxelles poi dovrebbero essere valutate politiche monetarie ancora più accomodanti sfruttando magari il tapering degli USA, che progressivamente avverrà nei prossimi mesi e con il quale dovrà vedersela la futura presidente della Fed Yellen, per dirottare verso l’Europa nuovi capitali che probabilmente fuggiranno dagli Stati Uniti.
A livello nazionale invece la rapidità e la risolutezza nel prendere provvedimenti importanti ed incisivi (tagliare spese, incentivare l’occupazione, pensare a proposte fino ad ora sempre taciute come una piccola patrimoniale sui grandi patrimoni immobiliari e mobiliari, sostenere le aziende e la busta paga dei lavoratori), un approccio del Governo più Win-Win, ed una autorevolezza nel chiarire la nostra posizione e nel fare richieste di fronte all’ Europa si rendono necessari. Da ricordare che a luglio inizierà il semestre europeo presieduto dall’ Italia e che il prossimo anno ci saranno le elezioni europee.

Fermo restando che tanti progetti sia nazionali che europei (da Destinazione Italia all’ unione bancaria, passando per la lotta alla disoccupazione giovanile ed per una politica energetica di lungo di lungo termine e comune) sono validi e promettenti, adesso il tiranno con il quale devono fare i conti sia Europa che USA è il tempo di implementazione ed azione, necessariamente da ridurre al minimo.

12/10/2013
Valentino Angeletti
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Cuneo fiscale: solo un primo e piccolissimo passo

Questa settimana il Premier Letta incontrerà le parti sociali e le associazioni di categoria per discutere l’inserimento della misura per la riduzione del cuneo fiscale nella legge di stabilità che dovrà essere presentata a Bruxelles nelle prossime settimane.

L’ impegno economico totale dovrebbe attestarsi tra i 4 ed i 5 miliardi di € per consentire ai lavoratori di avere una busta paga più “pesante” come si suol dire in questi giorni e per abbassare l’ onere a carico delle aziende che investono in innovazione, ricerca ed assumono giovani disoccupati.

Attualmente le imposte medie sul lavoro arrivano a sfiorare il 50% (ai massimi in Europa), si lavora fino al 27 giugno per pagare le “tasse”, anche se questa percentuale può arrivare a quasi il 70% nei casi di piccoli artigiani e commercianti. L’abbattimento del cuneo fiscale e del costo del lavoro risulta pertanto una misura, richiesta a gran voce da più parti, fondamentale e non più rimandabile.

La finalità di questo sgravio è quella incrementare la disponibilità economica, e quindi il potere d’acquisto, contribuendo a rilanciare i consumi dei lavoratori e favorire gli investimenti delle aziende in innovazione, che significa competitività, e le assunzioni di giovani.

Alcune autorevoli stime governative quantificano l’intervento in una maggiorazione annua della busta paga di un lavoratore pari ad una somma tra i 200 ed i 300 €, probabilmente versata in unica soluzione (da definire se assieme alla tredicesima o inclusa in una mensilità prima del periodo estivo).

Che vi fosse necessità di questa operazione non v’è dubbio, ma non è pensabile che essa consenta un aumento significativo dei consumi tale da rilanciare la domanda interna, la produzione e l’occupazione. Probabilmente il denaro in più sarà impiegato per far fronte alle spese di prima necessità (cibo, medicinali, visite mediche, mutuo ecc) che sono state tagliate da molte famiglie, ex middle class, che si trovano ora oltre la soglia di povertà.

L’Italia attualmente è ai vertici di molte classifiche poco gratificanti, tra cui l’ IVA al 22% (il cui gettito è calato nei primi 8 mesi di 3,7 mld, -5.2%, a causa della riduzione dei consumi interni e delle importazioni), il costo dell’ energia e del carburante (principalmente causato da un altissimo livello di accise su cui si paga anche l’ IVA) che incidono direttamente ed indirettamente anche sul costo dei beni di consumo, assicurazione e bollo auto, interessi sui mutui ecc.
Di contro gli stipendi Italiani sono tra i più bassi del continente (vedere immagine sotto).

Stipendi medi in EU

Stipendi medi in EU

Considerando il costo della vita l’ Italia risulta più cara di Grecia, Spagna e Portogallo, ed allineata a Germania e Francia. In genere nel nostro paese sono più economici i trasporti che però garantiscono servizi di gran lunga inferiori rispetto agli altri stati europei, dove nelle grandi città il trasporto integrato consente effettivamente di fare a meno di un mezzo proprio ed il cui costo si riduce se si sfruttano abbonamenti annuali.
Affittare o acquistare una casa in una città come Berlino è molto meno dispendioso che farlo a Roma e Milano, dove i prezzi sono più alti rispetto anche a Monaco e Francoforte, le due città tedesche più care, ma che offrono retribuzioni più elevate e maggiori opportunità di lavoro.
In sostanza a Roma e Milano, contrariamente a quanto accade in Germania, una famiglia monoreddito o anche con due redditi ed uno o più figli a carico difficilmente può permettersi un tenore di vita adeguato, stessa cosa vale per un giovane (ma si classificano come giovani anche i quarantenni, che altrove sono già manager navigati) che non può provvedere autonomamente al proprio sostentamento in una delle due città sopra menzionate, salvo non abitare in condivisione, rinunciando a privacy e spesso a metter su famiglia o crearsi una propria vita indipendente.

Questi pochi dati fanno capire come un incremento di 300 € annui non potrà modificare la complessa situazione italiana, né risollevare, da solo, dalla crisi. Certamente è un primo passo, al quale ne devono seguire molti altri (lotta all’ evasione, centro unico di spesa, mercato unico dell’energia, dismissioni e gestioni degli asset statali, unione bancaria e fiscale ecc) che vanno fortificati e resi più incisive con il supporto delle istituzioni nazionali ed europee con il fine ultimo di armonizzare e creare una governance comune e delle condizioni equiparabili per tutta l’ Unione dalle quali ne trarranno beneficio anche le buste paga dei lavoratori.

07/10/2013
Valentino Angeletti
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Puntare sul meglio per un cambiamento inderogabile

Neanche il migliore tra tutti gli aruspici sarebbe in grado di prevedere quello che succederà alla scena politica italiana, si potrebbe andare a nuove elezioni anche nel giro di poco tempo, oppure il Premier Letta, che oggi incontrerà il Presidente Napolitano di ritorno da Napoli dove ha parlato della situazione indecente delle carceri per la quale l’Europa ci ha multato, potrebbe presentare le proprie dimissioni, ci potrebbe essere un rimpasto di governo magari con il supporto dei Senatori a vita, di qualche membro del M5S e del PdL, ambedue contravvenendo alla linea di partito e di Scelta Civica che si è sempre detta attenta ad agire per il bene del paese. Né tanto meno potrà facilmente vaticinare sulla risposta dei mercati, sull’ andamento dello spread e sulla reazione delle agenzie di rating.
Le scadenze imminenti non sono di poco conto, c’è l’approvazione della legge di stabilità da concludere entro metà ottobre per poi passarla alla commissione EU, finalizzata a presentare manovre e coperture di fine anno con l’intento di riportare il rapporto deficit/PIL sotto al 3% dal 3.1 – 3.2% attuale (a seconda delle stime). Se il governo saltasse e non venisse approvato nulla scatterebbero tutti quegli aumenti automatici (IVA ormai certa, seconda rata IMU, blocco pagamenti delle PA, blocco rifinanziamento CIG e missioni all’ estero) che paradossalmente colpirebbero duramente i contribuenti, ma potrebbero fare in un certo senso riquadrare i conti in modo apprezzato alla finanza che come è noto è imprevedibile e non scontata. È assai probabile che la situazione politica intricatissima peserà sulla direzione dei mercati, ma di certezze non ve ne sono.

In mezzo a tutti questi “forse”, che rispecchiano una situazione drammatica, c’è una certezza: la necessità di cambiamento. Un cambiamento che deve colpire la classe politica e dirigente italiana, non solo nei cosiddetti “palazzi”, ma anche nelle aziende a parziale controllo e private, nelle municipalizzate e nelle realtà locali partecipate.
Non deve avvenire quella rottamazione insensatamente basata su fattori anagrafici che sta fomentando un pericoloso e distruttivo odio generazionale; chi ha agito bene, o comunque ci ha provato, ma non è riuscito perché succube di un sistema che rende impotenti, prescindendo dall’età ha ancora molto da dare al paese e deve continuare a contribuire. Non è vero che tutta la politica o tutto il management è incapace o solamente interessato al proprio tornaconto, ci sono esempi, innumerevoli, che dimostrano il contrario e non si può permettere che vengano “buttati nel mucchio”.
A fianco di queste persone è però necessaria una nuova classe, quella del futuro, dei giovani, che dovrà già entrare nel circuito ed essere pronta alle prossime elezioni europee ed al semestre italiano che partirà a luglio 2014. In sede internazionale ci vuole la massima credibilità e competenza, non è possibile ripresentarsi con coloro che non hanno saputo gestire gli anni scorsi. Servono “vecchi” saggi mentori e giovani vogliosi e promettenti.

In Parlamento, alla Camera, in Senato vi sono ancora esponenti che si vantano di non utilizzare internet, dichiarando che il loro portaborse è un internet personalizzato. In questa era di cambiamento, di transizione c’è bisogno di gente che sappia cosa sia il digital divide, che conosca il significato di StartUp e di Crow-founding, che comprenda l’importanza della banda larga, che possa parlare di cambiamento climatico, di green economy, di energia, di mix energetico, di produzioni tipiche e biologiche e di sostenibilità aziendale. Persone che, quando si parla di rinnovare le PA, digitalizzare e sburocratizzare, non pensi che un posto di lavoro viene perso perché sostituito da uno stupido computer, animandosi di un luddismo da prima rivoluzione industriale, ma abbia chiaro che quel computer, se usato correttamente, snellirà ed ottimizzerà un processo, farà risparmiare in tempo e denaro, aumenterà l’efficienza e con la consapevolezza che dietro quel computer esiste un indotto di gestione, manutenzione, educazione digitale i quali rendono positivo il bilancio degli occupati ed in grado di creare valore.

La collaborazione generazionale è fondamentale in scenari che mutano rapidamente e per confrontarsi in modo competitivo e credibile nei consessi internazionali, le azioni di affiancamento e rinnovo devono però essere rapide perché la tendenza dei giovani, che in molti hanno perso speranza ed ottimismo, è quella di abbandonare alla volta di lidi sicuramente più favorevoli, anche senza dover percorrere migliaia di Km.

Solo con le migliori risorse, ed in Italia ce ne sarebbero da valorizzare a su cui puntare, delle generazioni passate, presenti e future che combatto insieme con voglia ed energia, ciascuno utilizzando le proprie capacità e conoscenze per un fine comune, si può raddrizzare una situazione che agli occhi dei più pare ormai compromessa irrimediabilmente.

29/09/2013
Valentino Angeletti
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Le contraddizioni che non sfuggono agli investitori

Il Governo ed il paese stanno attraversando l’ennesimo grave momento di fibrillazione, per usare un brutto termine tanto abusato nei mesi scorsi, che porterà il Premier a chiedere la fiducia. La causa scatenante, correlata alla votazione sulla decadenza del Senatore Berlusconi che ha stamani presentato la propria memoria difensiva, è stata la firma apposta dalla maggior parte dei parlamentari del PdL ad una lettera di dimissioni, all’ atto pratico più simboliche che reali considerando la complessità di una procedura simile, il tempo richiesto per portarla a conclusione e l’eventuale subentro dei primi non eletti. Il messaggio però è stato chiaro ed è apparso come una pugnalata alle spalle del Premier Letta che a New York aveva appena suonato la campanella di Wall Street e stava parlando con i più importanti investitori per promuovere l’Italia, dichiarando, un po’ ottimisticamente che nel nostro paese c’è stabilità politica e che in sostanza è un terreno fertile per gli investimenti; sicuramente data la crisi in corso qualche occasione interessante a buon mercato la si può trovare, ma è un dato di fatto che creare impresa è tutt’altro che semplice e profittevole, almeno per ora.

La divisione, e se si vuole, l’ingessatura nelle attuazioni del Governo, è testimoniata dall’ incapacità di evitare l’incremento dell’IVA, provvedimento tanto recessivo al nostro livello di tassazione quanto penalizzante per le classi a medio-basso reddito. Più che per la sostanza, considerando che probabilmente le coperture necessarie sarebbero derivate da un aumento delle accise sui carburanti e da anticipi IRAP e IRES quindi misure ugualmente recessive e di brevissimo respiro, il punto cruciale è il fatto che una maggioranza sostanzialmente concorde nell’ attuare un provvedimento non sia stata in grado di portarlo a termine, pertanto da martedì 1 ottobre IVA al 22% ad affliggere consumatori, produttori, artigiani, commercianti, imprese.
La decisione slittata sull’ IVA assieme ad altri provvedimenti, sarebbe rientrata all’ interno della “manovrina” che avrebbe dovuto chiarire le coperture e gli introiti da presentarsi nella legge di stabilità con scadenza metà ottobre e che andrà al vaglio della EU dalla quale continuiamo ad essere osservati.

I peggiori dati dell’IMF, rispetto a quanto fornito dall’Esecutivo, relativi al PIL 2013 -1.8%, al rapporto deficit/PIL a 3.2%, alla stima di crescita 2014 a 0.7%, assieme alla instabilità politica, incapacità di applicazione di norme ormai definite, incertezza sulla coperture, dubbi sulle scelte fiscali, IMU in primo piano ed all’entità del debito, hanno fatto ipotizzare che le agenzie di rating stiano valutando un downgrade, che se avvenisse e fosse limitato ad un solo “step”, ci porterebbe ad un gradino dal “not investment grade” ed a quel punto lo spread schizzerebbe veramente alle stelle e si innescherebbe un effetto domino che porterebbe tutte le principali aziende del paese ad essere retrocesse.
Rimanendo in campo europeo, a tutto ciò si aggiunge la procedura di infrazione aperta sul caso ILVA (che non si è stati in grado di risolvere in più di un anno e che costerà denaro sotto forma di multe), citando l’ ANSA:
“La Commissione ‘ha accertato’ che Roma non garantisce che l’Ilva rispetti le prescrizioni Ue sulle emissioni industriali, con gravi conseguenze per salute e ambiente. Roma è ritenuta “inadempiente” anche sulla norma per la responsabilità ambientale. La direttiva sulla responsabilità ambientale, sancisce infatti il principio chi ‘inquina paga’”, e permangono le vicende, di cui abbiamo già parlato, su Alitalia, Telecom (il cui AD Franco Bernabè si potrebbe dimettere e dove si vorrebbero cambiare le carte in tavola a gioco iniziato e si vorrebbe frettolosamente porre una toppa a tutto ciò che non è stato fatto negli anni scorsi), Ansaldo Energia ed STS che dimostrano la totale assenza di politiche di lungo termine e non sono certo una buona pubblicità da proporre agli investitori esteri.

Da un lato quindi c’è l’Italia che si vorrebbe proporre e che si vorrebbe migliorare con il piano “Destinazione Italia” ed il pacchetto di riforme ben noto e condiviso per il rilancio della competitività, dall’altro ci sono le vicende interne reali, sempre più particolaristiche ed a scapito del paese, totalmente incuranti delle richieste europee, della legge di stabilità da sottoporre alla commissione tra 15 giorni, della coerenza e dell’agire programmato e lungimirante. Non c’è la minima traccia della coesione necessaria a presentare un paese solido ed appetibile e con la quale si potrebbe avere quella credibilità ed autorità internazionale per confrontarsi e negoziare da pari a Bruxelles. Le vie da percorrere urgentemente sono delineate, ma agli occhi esterni sembra non esservi la determinazione per intraprenderle. Nel paese qualche esempio positivo e che nel suo piccolo cerca di contribuire esiste, ENEL ad esempio, ma non è l’unica, ha avviato un piano di assunzione di 2000 giovani diplomati, conscia che quello dell’occupazione è un problema fondamentale. Questi gesti sono ammirevoli e testimoniano la sensibilità di molte realtà nazionali, ma da sole, senza il supporto e l’impegno delle istituzioni non sono sufficienti.

28/09/2013
Valentino Angeletti
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Buoni propositi in USA già infranti in Italia

Avendo seguito in bilico tra Italia e Londra le vicende degli ultimi giorni ammetto di poter aver perso qualche passaggio, ma mi sorgono un paio di interrogativi.

Ad inizio settimana il Premier Letta ha avviato il suo “road show” nelle più importanti piazze finanziarie mondiali per presentare il “prodotto Italia”, un prodotto nel quale investire e che vorrebbe attrarre capitali stranieri; è partito dal Canada, poi New York e prossimamente Emirati Arabi. Con se aveva il programma “Destinazione Italia”, un documento redatto da una “task force” del Ministero degli Esteri, dove sono stati messi in evidenza punti da migliorare, modificare o sviluppare per rendere l’Italia più competitiva ed attrattiva. In merito a Destinazione Italia cito il giornalista Oscar Giannino che ha espresso il suo favore al programma dicendo che, se venisse messo in pratica anche solo il 5% di quanto presentato, i risultati sarebbero tangibili ed evidenti, il punto ostante è l’immobilismo che la politica attuale ha mostrato di avere e che non rende particolarmente ottimisti sull’attuazione dei programmi.

Uno dei tanti punti fondamentali e necessari (ma non sufficienti) per far prendere in considerazione l’Italia agli investitori è la certezza normativa e legislativa. Quindi leggi chiare, stabili e durature.

Nel frattempo in Italia scoppiava il caso Telecom, Telefonica, quindi un partner straniero, dall’alto debito ma dall’EBITDA superiore alla capitalizzazione di Telecom stessa, si è aggiudicata la maggioranza relativa di Telco la holding controllante Telecom, diventandone di fatto socio di maggioranza.

Questa operazione non è piaciuta sostanzialmente a nessuna parte politica, tralasciando le dichiarazioni inopportune ed imprecise risuonate da varie e prestigiose parti, si è parlato e si continua a discutere sulla possibilità di modificare la legge sull’ OPA abbassando la soglia oltre la quale dovrebbe subentrare (ad oggi al 30%), si è parlato di modificare la legge sulla Golden Share/Golden Power, già sul tavolo di discussione da più di 300 giorni, ma mai affrontata realmente (forse perché quando la si doveva discutere c’erano in ballo cessioni di aziende Finmeccanica poi non verificatesi), si è parlato di scorporare la rete imponendo un Unbundling retroattivo tra società di servizi e gestione/manutenzione della rete TLC, tutto ciò per ostacolare l’investimento di Telefonica, invece che dialogare con la controparte spagnola per redigere un reale e condiviso piano industriale e di sviluppo per Telecom.

Sempre contro l’ingresso di stranieri in Italia si stanno svolgendo scioperi in Ansaldo Energia ed Ansaldo STS, società della galassia Finmeccanica e si vorrebbe impedire ad Air France di arrivare al 50% di Alitalia prediligendo una cordata di imprenditori, l’ennesima, soluzione che in passato non si è quasi mai rivelata vincente. La CdP è sempre stata tirata in ballo come possibile salvatore patriota per via della sua disponibilità liquida, senza considerare che quella liquidità altro non è che il risparmio postale del cittadino e che, per quanto poco possa contare, a quel cittadino sono state assicurate determinate condizioni e garanzie.

Ovviamente rete TLC e viabilità aerea possono essere considerate attività strategiche e la rete di interesse per la sicurezza nazionale, ma fino ad ora sono state valorizzarle e gestite a dovere?

Inoltre con questi atteggiamenti, totalmente agli antipodi rispetto a quella sicurezza normativa richiesta da Destinazione Italia, da Confindustria, da Fulvio Conti in veste di presidente di Eurelectric alla EU e da portavoce delle 29 multinazionali più importanti durante il G20 di San Pietroburgo ed assicurata da Letta alle piazze finanziarie, come possiamo sperare che aziende, investitori o qualsivoglia entità non autolesionista punti sul nostro paese?

27/09/2013
Valentino Angeletti
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Telecom: Stato e cordata, ma di cosa stiamo parlando?

Oggi a Bruxelles verrà presentato ufficialmente il rapporto sulla competitività nell’ Unione Europea.

L’Italia cala di posizione, ponendosi alle spalle di Grecia e Spagna, le cause principali per questa retrocessione sono le problematiche occupazionali, il costo del lavoro e dell’energia, la de-industrializzazione ed in generale l’assenza di una politica industriale lungimirante (non fa eccezione il settore delle TLC), investimenti in R&D ed un adeguato affiancamento all’ attuale classe dirigente di giovani per formare i nuovi manager. Come al solito questa classifiche lasciano un po’ il tempo che trovano, e non sempre rispecchiano le reali condizioni socio-economiche del paese, ma indiscutibilmente un peggioramento c’è stato ed è sensibilmente percettibile.

Detto ciò passiamo alla vicenda Telecom. Telecom è detenuta per il 22% (la maggioranza) dalla società Telco, nella quale la quota della spagnola Telefonica salirà prima al 60 (al 2014 diventando il maggiore azionista di Telecom), poi al 75 fino ad arrivare al 100%. Telefonica pagherà ogni azione 1.09 € a fronte di un prezzo di mercato di circa 0.6 €.

Tra i problemi spesso citati che affliggono le nostre aziende ci sono la dimensione contenuta ed il basso potere di penetrazione, anche per settori di eccellenza, nei mercati esteri a causa di carenze di filiera distributiva, che le taglia fuori dal contesto globale dove solo i big player possono competere. A testimonianza di questa tendenza ci sono un’enorme quantità di operazioni di acquisizione da parte dei cinesi in mezzo mondo (dal Canada agli Usa), in particolare nei settori energetici, minerari, siderurgici, Oil&Gas (senza menzionare il land grabbing) in alcuni casi impediti dai governi, la recente fusione Microsoft-Nokia, per rimanere nel campo dei servizi e della telefonia ne è un altro esempio, come l’interesse di AT&T per l’olandese KPN. L’unione tra Telefonica e Telecom potrebbe creare nuove possibilità di sviluppo e di competizione con altri big players.

Le critiche all’operazione ovviamente non mancano, viene citato il sentimento patriottico di mantenere in mani italiane una realtà come Telecom. Quando la Telecom stessa fu privatizzata passando ad imprenditori italiani le conseguenze non furono le migliori (attualmente Telecom detiene un debito stimato di circa 44 miliardi di €), lo stesso Letta da New York, ha definito l’operazione come un caso di privatizzazione finito non particolarmente bene.

Passando poi ad un’altra vicenda, quella dell’Alitalia la situazione non migliora affatto. Due anni fa quando i problemi della compagnia aerea non poterono più essere gestiti, si arrivò alla necessità della vendita. Air France si dimostrò interessata mettendo sul piatto approssimativamente 2 miliardi di € per acquistare l’intera società, sia utili che debiti, tra i sostenitori di questa operazione vi era Romano Prodi. In nome dell’italianità però si preferì cedere Alitalia ad una cordata di imprenditori con il vincolo di mantenere le quote per almeno due anni. La cordata si aggiudico solo gli utili, in quanto la bad company creata per far confluire i debiti societari dovette essere rilevata dallo stato italiano tramite CdP e Tesoro. Ora a distanza di due anni la situazione dell’Alitalia, quella parte buona in mano agli imprenditori, rimane critica e torna l’ipotesi Air France che però stavolta è disposta a pagare una somma ben inferiore e non ha intenzione di accollarsi anche i debiti. Quella dell’Alitalia tra l’altro è una vicenda con radici antiche che portarono ad una scissione in bad e good company ben prima di due anni fa, con conseguenti esuberi di personale, modifica dei contratti applicati ecc.

Se le mani degli italiani chiamati in ballo sono quelle presentate credo che tutti conveniamo nell’auspicare un intervento esterno.

Altre ipotesi sono quelle di un intervento dello Stato. Il governo in questo frangente non può permettersi spese, è a corto di coperture ed ha avviato un piano, Destinazione Italia, per attrarre investimenti e capitali esteri ed incentivare aziende straniere a venire nel nostro paese, che proprio in questi giorni è presentato alla comunità economico finanziaria mondiale da Enrico Letta, oggi a New York. Come è pensabile dunque un intervento centrale in questo frangente che vede la tendenza a cercare patrimoni fuori dai confini per carenza di denaro e per instaurare partnership e JV importanti?

Alcuni avanzano la possibilità di utilizzare i soldi destinati alla TAV, ma questi non sono già stati parzialmente usati per rifinanziare la CIG? Inoltre la TAV ricordiamo essere un progetto europeo nel quale è bene non prendere decisioni unilaterali, ma confrontarsi con tutti gli attori interessati.

Il punto è che in Italia non è stata sviluppata dai governi che si sono succeduti una politica industriale di lungo termine anche nei settori strategici come energia e TLC, ma, seguendo le logiche finanziarie,  è stato preferito un approccio “day by day” che non crea profitto e crescita durevole. Lo Stato ha avviato processi di privatizzazione spingendo per il libero mercato in tutti i settori (TLC, Siderurgia, Gas, Energia) e le mani degli italiani nelle grandi operazioni non sono state un manna, anzi hanno spesso perseguito il profitto a scapito dell’azienda stessa, dei lavoratori e del sistema economico italiano in generale. Paura di investitori esteri? Parafrasando un noto conduttore radiofonico,ma di che cosa stiamo parlando? Non si possono prendere decisioni aziendali importanti spinti da sentimenti fulminei o con una logica propagandistica.

Ovviamente non si deve prendere tutto con “leggerezza”, le TLC sono e sempre più saranno un elemento strategico, in particolare pensando alle città ed ai servizi del futuro. Tutte le informazioni circoleranno grazie alle TLC e tutte quelle aziende, come le aziende energetiche e le utilities a partire da ENEL, ENI, A2A, Hera, Iren ecc, che per rimanere competitive dovranno aggiungere al loro core business anche la fornitura di servizi al cittadino e, ed è il caso delle utilities, gestire efficientemente le smart cities e le smart grid, non potranno prescindere dalla telecomunicazione e quindi alleanze (o perché no acquisizioni) con aziende fornitrici di servizi TLC e/o proprietari di assets importanti come la rete, saranno in un futuro vicinissimo, sempre più rilevanti e necessarie.

L’acquisizione di Telecom da parte di Telefonica è un operazione tra privati, ma il Governo italiano dovrebbe, come fatto da Obama con la Fiat-Chrysler, richiedere agli spagnoli adeguati investimenti in innovazione, la protezione dei posti di lavoro evitando processi di delocalizzazione (molti servizi informatici, di telecomunicazioni o di customer service spesso vengono de localizzati in India), mantenere e migliorare gli standard di QoS, garantire che le partecipazioni di Telecom in Sud America (unico vero mercato redditizio per Telecom) vengano gestiti nel migliore dei modi, inserendo, in caso di non rispetto degli accordi, delle penalità.

Per concludere c’è poi da dire che il rapporto Italia-Spagna  è sempre stato molto stretto, l’operazione ENEL Endesa, che ha portato il colosso italiano a diventare possessore della Utility spagnola, è stata un’operazione molto interessante che ha aperto il mercato sud americano, attualmente in forte crescita contrariamente a quanto sta accadendo in Europa, all’azienda italiana, ed è in corso un grande processo molto gradito ai mercati di integrazione tra le due utilities volto ad una governance comune all’insegna dell’efficienza e del taglio degli costi superflui.

25/09/2013
Valentino Angeletti
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Rapporto Deficit/PIL al 3.1% sforamento temporaneo, ma la crescita economica necessita di investimenti a lungo termine

In occasione dell’aggiornamento del DEF il Premier Letta ed il Ministro Saccomanni hanno confermato il dato che in maniera non ufficiale era stato sospettato già dall’Ecofin di Vilnius, ossia il raggiungimento del 3.1% per quanto riguarda il rapporto Deficit/PIL.

Le cause dello sforamento di un decimo di punto percentuale, quantificabile circa in 1.5 miliardi di euro, sono molteplici, sicuramente l’instabilità politica menzionata da Letta, ma anche il peggioramento del dato sul PIL a -1.7%, che, essendo il denominatore del rapporto, calando contribuisce ad un innalzamento del quoziente, è stato fondamentale, come l’insufficiente taglio delle spese, che il Premier ha quantificato in 1.7 miliardi di Euro. Vi sono poi gli investimenti di 12 miliardi nel triennio in corso che ancora non hanno portato frutti benefici, i pagamenti dei debiti delle PA già in corso, le manovre su IMU, il rifinanziamento della CIG e delle missioni all’estero, che hanno avuto un certo peso.
I comuni dichiarano che potrebbero sussistere problemi nel pagare gli stipendi a partire dalla fine di settembre qualora non fosse versato dal Governo il corrispettivo dell’IMU, ed in oltre c’è il nodo IVA il cui aumento potrebbe non apportare il gettito previsto come è accaduto fino ad ora e ridurre ulteriormente i consumi interni, ma che rappresenta un ennesimo fattore importante di stabilità politica.

È evidente la complessità della situazione e lo è anche agli occhi di Bruxelles che conferma la fiducia nelle parole di Saccomanni, rassicuranti sul fatto che a fine anno l’impegno di rimanere sotto il 3% verrà rispettato e che le misure attuate porteranno, una volte a regime, il differenziale BTP-BUND a 100 punti base (ma a che prezzo?).

Il 3% però non deve essere visto come un obiettivo di fine anno, ma deve essere una costante da monitorare in ogni momento della vita politico-economica del governo. Di certo l’abbattimento delle spese ed il contenimento dei costi sono fondamentali, ma non si può prescindere dal far ripartire l’economia e quindi il PIL. La crescita economica nel nostro paese si può ottenere non puntando solamente su un fattore, come potrebbe essere l’export che pare riprendersi, ma dal rilancio dei consumi e della produzione interna e da un mix di provvedimenti che portino benefici anche nel lungo termine, altrimenti ad ogni legge di stabilità si dovrà fronteggiare il medesimo problema.

In tal ottica il progetto Destinazione Italia è fondamentale ed il testo uscito oggi sembra promettente. Vi è però un altro punto piuttosto problematico, gli investimenti, principalmente i grandi investimenti infrastrutturali, energetici e di riqualificazione edile, devono venire anche dallo Stato stesso che in questo frangente non ha coperture per affrontare spese con ritorno a lungo termine. I mercati e gli investitori osservano e questi hanno vista molto breve, ragionano in giorni a volte anche in ore o minuti, basti pensare alle oscillazioni dello spread sull’oda di rumors. Se necessario proprio per questo genere di investimenti, con ritorno sul PIL a lungo termine, è necessario negoziare con la EU e Bruxelles affinché concedano un temporaneo sforamento del rapporto Deficit/PIL, con la garanzia, e qui entra in gioco la serietà del paese e la capacità di raggiungere gli obiettivi non sempre dimostrata, che, in un tempo definito a priori, la crescita del prodotto interno lordo nel lungo periodo abbatterà il rapporto, idealmente più di quanto gli sia stato momentaneamente concesso di salire.

20/09/2013
Valentino Angeletti
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L’imperitura scure del 3%, ed un futuro basato su Europa e persone

Solo pochi giorni fa il Premier Letta dal G20 dichiarava orgoglioso che l’Italia, avendo lavorato bene sul fronte dei conti, non era più “l’osservata speciale”.
Tutti noi, un minimo attenti alle vicende economico-politiche nazionali ed internazionali, non potevamo farci completamente convincere da questa affermazione (scrissi poco dopo la dichiarazione del Premier: https://valentinoangeletti.wordpress.com/2013/09/05/g20-letta-ottimista/ ), il debito italiano rimane in trend crescente al 130% del PIL, gli interessi annui ammontano a 80-85 miliardi, tra i membri del G7 l’Italia è l’unico paese a non crescere, l’instabilità politica è evidente come la lentezza nel mettere in atto le riforme necessarie, per giunta sacrificate ad operazioni dispendiose, ma di scarso effetto sia sul breve che sul lungo termine, emblematico è il caso dell’IMU, non troppo gradito anche alle istituzioni europee.
Il lavoro sui conti pubblici iniziato con l’Esecutivo Monti che ha portato all’uscita dalla procedura di infrazione è stato un ottimo risultato, un inizio non sufficiente e da consolidarsi.

Oggi dall’Eurogruppo di Vilnius più voci, in primis, il commissario EU per gli affari economici Olli Rehn ed il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, hanno sottolineato che i dati italiani non sono buoni, il PIL per il secondo trimestre 2013 è in calo dello 0.2%, ma quel che preoccupa di più è l’instabilità politica, mentre in Europa la situazione è in miglioramento (molto lento ad essere precisi).
Benché internamente fino ad ora si sia cercato di sdrammatizzare, è evidente e lampante che la situazione politica ballerina sia vista, a ragione, come una minaccia, se non globale di sicuro europea. Il timore, presente anche nell’ultimo bollettino della ECB, è che i provvedimenti presi fino ad ora, come i doverosi pagamenti alle PA e la manovra sull’IMU rischino di mettere a rischio la tenuta del rapporto DEFICIT/PIL al 3% che, stando alle previsioni, non rispettabili secondo alcune recenti voci, avrebbe dovuto essere mantenuto al 2.9% di qui a fine anno.

Il Ministro dell’economia Saccomanni ed il premier Letta hanno subito tranquillizzato, garantendo la tenuta del 3%, ma il Primo Ministro ha anche affermato le difficoltà quotidiane che il governo deve affrontare e di quanto sarebbe necessario un lavoro comune permeato di responsabilità.

Un altro punto che pone l’Italia nel mirino degli osservatori europei, con il rischio di apertura di una procedura di infrazione (che comporterebbe pene pecuniarie) è il non rispetto dei tempi di pagamento alle PA di 30 giorni istituiti da Bruxelles, prorogabili a 60 in taluni casi specifici che diventerebbero troppo frequenti nel caso Italia, come riferisce il VP della commissione EU Antonio Tajani durante una conferenza stampa a Roma.

L’Europa se vuole avere possibilità di uscire dalla crisi più grave di sempre deve muoversi in modo unito e compatto riformando dove necessario (il sistema bancario su cui stanno lavorando ed il mercato dell’energia sono due cardini per la competitività) e ridistribuendo ricchezze in modo oculato e produttivo, che ovviamente non piacerà a chi è detentore di queste ricchezze (le elezioni tedesche di settembre per questo argomento sono uno spartiacque decisivo), ma che nel lungo termine gioverà anche a loro.
Il problema della disoccupazione, che l’ Europa deve arginare, non si risolve con qualche decimo di punto, ma servono crescite sostanziose del PIL, tra 1% ed 2% affinché si crei nuova occupazione; nel nostro paese poi devono essere effettuate profonde riforme (dalla tassazione alla revisione degli ammortizzatori sociali e del sistema pensionistico).

L’entità della crisi e le difficoltà nostrane rendono necessaria una spinta propulsiva per tornare a crescere che solo internamente non può essere trovata, perché, come in un gorgo, quasi tutti i giorni sorgono nuove questioni da risolvere e nuovi tavoli di discussione (ultimi casi sono quelli di Vestas in Puglia e delle aziende del gruppo Riva che hanno messo in mobilità 1400 lavoratori) i quali risucchiano e vanificano ogni minimo segnale positivo che principalmente può essere attribuito ad export e produzione interna di certi beni.
Questa spinta deve necessariamente venire dall’Europa che, controllando e monitorando severamente destinazione ed usi degli investimenti, deve applicare la “Golden Rule” per quelle attività necessarie al rilancio, ma che, obbiettivamente, in autonomia questa Italia non può accollarsi, come grandi infrastrutture ed opere incompiute, riqualificazione, ammodernamento ed efficientamento energetico di edilizia abitativa ed industriale, agricoltura, ridefinizione di un nuovo e più efficiente ed efficace mix energetico e così via. È però lampante che concessioni simili potranno essere date solo ad un governo serio e stabile.
A livello interno oltre alle dismissioni ed al miglior utilizzo del patrimonio pubblico, è necessario comprendere che tutte le nostre aziende, turismo in primis, devono cercare di diventare big player mondiali, puntando su export e qualità produttiva ed investendo oltre che in innovazione, ricerca e nuove tecnologie al servizio dell’abbattimento dei tempi e dei costi, per ingrandirsi e fare “massa critica” dotandosi di una filiera distributiva funzionale ed internazionale, cosa che alle nostre imprese, anche più grandi e globalizzate manca (l’EXPO2015 potrebbe essere un’occasione interessante).

Infine c’è un punto, forse una fissazione ma non credo, che è fondamentale per il futuro, e sono le persone. Il cambiamento e rinnovamento della classe dirigente sia privata che pubblica e politica è alla base per il futuro poiché solo attraverso coloro che il futuro lo vivranno è possibile comprenderlo e cercare di anticiparlo, non perché le generazioni passate non siano in grado, ma perché sono state protagoniste di altre epoche con altre dinamiche ormai non più applicabili. La contaminazione e la collaborazione tra generazioni deve essere un obiettivo per ogni governo. Si deve dare la possibilità a tutti coloro che ne potrebbero essere in grado di contribuire al alto livello, cosa che al momento non è possibile un po’ per il sistema di formazione sia universitario che non risponde alle esigenze del sistema, sia post universitario che risulta ad appannaggio di pochi, tipicamente già introdotti, rampolli (dopo l’università avrei voluto iscrivermi ad un MBA in una prestigiosa Università milanese, ma ho dovuto desistere per motivi economici) che sicuramente saranno validi, ma che appartengono sempre alla stessa elite economica, contribuendo ad incrementare la disuguaglianza sociale già alta nel nostro paese e nel mondo intero, dove le grandi banche di investimento ed i loro manager sono tornati a guadagnare lautamente con strumenti finanziari, principalmente derivati.
Guardandosi intorno, fanno parte dei più prestigiosi “Think Tank”, che di fatto formano il nuovo management, quasi esclusivamente cognomi noti come accade per a posti apicali di grandi aziende, oggi ad esempio è stato nominato dirigente di una azienda della Poste un parente molto prossimo e giovane del Ministro Alfano. Sicuramente costui è meritevole e validissimo, ma il punto è che per sperare di traghettare l’Italia fuori dalla crisi e mantenerla competitiva nel lungo termine si devono trattenere e formare persone attingendo ad ogni ceto sociale, senza consentire una fuga in sola andata di talenti.
L’aspetto delle opportunità, se si vuole di “pari opportunità”, evidenziato sopra, può essere considerato utopico e di poco conto per risolvere i problemi attuali, ma è fondamentale per affrontare e competere nel futuro.

13/09/2013
Valentino Angeletti
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Dal G20, il bicchiere mezzo pieno di Letta

A margine del G20 di San Pietroburgo il ministro dell’Economia Saccomanni rispondendo ad una intervista ha ricordato come, benché molto lentamente e debolmente, l’Eurozona mostri segnali di ripresa, tanto che, riferendosi ai dati Eurostat, i paesi della moneta unica sono fuori dalla recessione. Non l’Italia però, che ancora non riesce ad invertire il segno davanti al dato della crescita. Il Ministro ha poi fatto cenno all’instabilità politica che stiamo osservando a livello globale e soprattutto a livello nazionale che condiziona evidentemente gli investitori.

Più ottimista, sempre durante un’intervista a latere dell’evento, è stato il Premier Enrico Letta che si è detto soddisfatto ed orgoglioso che l’Italia non fosse “il sorvegliato speciale”.

Effettivamente dal punto di vista dei conti pubblici il Premier ha ragione, a partire dal governo Monti è stato raggiunto il fondamentale risultato, non senza sacrifici che purtroppo non sono ben rappresentabili ed immediatamente evinti dal freddo quoziente, di riportare il rapporto debito/pil sotto al 3% (prestazione migliore di Francia ed Olanda). L’Europa questo sforzo ce lo ha riconosciuto ed anche lo spettro della Troika (EU, ECB, IMF) è lontano, diretto verso la penisola ellenica che dovrebbe avere necessità di ulteriori aiuti entro il 2014 come ricordato da Schäuble e dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem (probabilmente attorno ai 5.5 – 6 mld €).

Esiste però l’altra metà del bicchiere, quella mezza vuota al quale in parte e velatamente ha fatto riferimento il Ministro Saccomanni. La strada delle riforme, che a dire il vero dovrebbero essere a carico sia nostro che dell’Europa attraverso ad esempio applicazioni della “Golden Rule”, è percorsa molto lentamente e posta in secondo piano rispetto ad altre problematiche più campanilistiche e poco lungimiranti. Questo fatto Bruxelles non manca occasione per ricordarcelo, come dalla capitale belga hanno intenzione di indagare in modo preciso le coperture per l’IMU, operazione non gradita all’Unione. L’instabilità politica che ormai caratterizza questa stagione e fa sussultare il Governo ogni giorno è costata al paese il declassamento da parte di S&P a BBB (luglio 2013). Vero che le agenzie di rating sono “odiose” ed oggettivamente in conflitto di interessi, però è sul loro giudizio che gli investitori (privati, governativi, istituzionali) basano la formazione del loro portfolio e sotto la categoria “Juck”, giusto due passi da BBB, non sono autorizzati per statuto ad investire.
L’ultimo declassamento subito è stato motivato non dall’andamento dei conti, ritenuto positivo, ma per dal debito a quasi il 130% del PIL e soprattutto a causa dell’instabilità politica, accentuatasi nelle ultime settimane, che osta qualsiasi misura per la crescita.
Ogni declassamento a livello nazionale si ripercuote poi sulle multinazionali nostrane e sulle banche detentrici del debito sovrano innescando un meccanismo che rende il rifinanziamento sempre più costoso colpendo più o meno direttamente l’intero paese (concessione e tassi su mutui e credito, ripercussione sull’occupazione e su politiche aziendali ecc).
È dunque giusto essere ottimisti, ma è anche bene non volare troppo alto lavorando sempre con la consapevolezza che qualcuno da est o da ovest ci tiene d’occhio. Non c’è da temere, a patto di sviluppare le tutte le nostre potenzialità e facendo quelle mosse che, ne più ne meno, è noto debbano essere fatte.

05/09/2013
Valentino Angeletti
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