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Alitalia: Errare umanum est, perseverare autem diabolicum, et tertia non datur

Alitalia-Etihad Fossi in James Hogan, CEO di Etihad, qualche dubbio comincerei a farmelo seriamente venire.

Nella trattativa su Alitalia è vero che gli Emiri hanno un enorme potere contrattuale ben sapendo di  essere l’ultima spiaggia, ma è altresì vero che stanno comunque acquistando una azienda che nel  2013 ha perso 569 milioni di €, che ha necessitato di svariati salvataggi statali, che gli stessi capitani  coraggiosi, lungimiranti industriali italiani, non hanno saputo salvare nonostante la scissione in bad  company, totalmente in carico al pubblico e good company sotto la loro gestione, che negli anni è  stata un mezzo di creazione di posti di lavoro ingiustificati e di concessioni clientelari,  che è arrivata  ad avere un costo del lavoro esorbitante rispetto ai competitors, che non è stata in grado di rendere  efficiente la gestione dei processi e delle spese, così come ha errato clamorosamente il piano  industriale investendo nel corto raggio in particolare nazionale (tagliando in tal modo fuori tutte le  rotte lungo raggio, in primis quelle verso Asia, Africa e Medio Oriente), quando era già evidente che  la concorrenza dei treni veloci sarebbe stata difficilmente vinta. A ciò si aggiunse il rifiuto della proposta Air France, che avrebbe previsto anche l’accollarsi dei debiti evitando il ricorso al pubblico (l’AD di Air France allora disse: “per trattare coi sindacati ci vorrebbe un esorcista….”).

Hogan, non di certo uno sprovveduto, la situazione la conosce bene, così come sa bene che l’altro grande azionista di Alitalia, Air France appunto, difficilmente potrà aderire ad ulteriori aumenti di capitale visti i conti non eccellenti della compagnia francese e sa anche che Poste, con il nuovo Amministratore Caio ed in prossimità ad una delicata quotazione sul mercato, hanno dato disponibilità a sottoscrivere l’ADC (circa 40 milioni di € su 250) a patto di avere un ritorno, di verificare l’esistenza di un piano industriale concreto, insomma, proprio come lo stesso Hogan, Caio vuole un investimento serio e non ha assolutamente intenzione di elargire denaro per stipendi, contratti di solidarietà, pagamento forniture e così via, come fatto in passato sfruttando l’ingerenza dello Stato in simili aziende che di fatto si sono talvolta trasformate nel braccio armato del tesoro (una sorta di CdP versione 2.0).

Sembra proprio che, parafrasando il Ministro delle infrastrutture Lupi, non esista alcun piano B e che questa situazione vada conclusa rapidamente.

In tal scenario si inseriscono le proteste di alcune sigle sindacali, in primis la UIL, principalmente rappresentative degli operatori di terra che si schierano agguerrite contro i tagli proposti al costo del lavoro sul quale è stato indetto un referendum che non ha raggiunto il quorum (i votanti hanno raggiunto poco meno del 27%). Le divergenze sindacali sono molto veementi, in particolare il leader della CISL Bonanni, non ha lesinato di criticare aspramente le posizioni bloccanti e “corporative” delle sigle sindacali schierate con la UIL che rischiano di creare gravi problemi agli accordi ed al futuro della stessa ex compagnia di bandiera la quale potrebbe diventare la quarta compagnia mondiale se l’accordo con Etihad si concludesse positivamente.

L’affermazione più che mai oggettiva e concreta del premier Renzi trova assoluta riprova nei fatti, l’alternativa alla gestione di circa 2500 esuberi è mandare a casa tutti e 13200 i dipendenti, Monsieur del La Palice non poteva essere più chiaro ed incisivo, ma pare che a molte orecchie il monito serva costantemente per ricordare che su questa vicenda va posta la parola fine una volta per tutte, gli strascichi sono già stati troppo onerosi e penalizzanti per la competitività italiana e per le tasche dei cittadini.

Il caso è un emblema della situazione che in Italia perdura da anni (si può assimilare con le differenze opportune al caso MPS). Ci troviamo senza un piano industriale nazionale, senza che sia stata definito un percorso di crescita e di sviluppo per il paese, dove la scuola e l’università non sono in grado di rispondere alle richieste del mondo del lavoro il che significa che domanda ed offerta non si incontrano quindi le poche opportunità di occupazione specifica che esistono non sono soddisfatte penalizzando giovani che non trovano lavoro ed aziende che non trovano addetti specializzati; analogamente si può dire  sul piano energetico e su quello turistico ove l’Italia potrebbe eccellere, ma dove per troppo tempo si è lasciato spazio ad azioni autonome locali sovvenzionando con incentivi centrali senza verificare l’effettivo ritorno o l’efficacia delle azioni implementate; si è spesso vissuto sul debito per creare lavoro inutile senza destinarlo invece ad investimenti ad alto ROI alimentando in gran parte dei casi meccanismi clientelari in più di un organo gestito totalmente o parzialmente dallo Stato; ci si è spesso gettati sulla finanza speculativa del brevissimo termine piuttosto che pensare alle generazioni future, perché in quel momento pareva che tutti guadagnassero, senza tenere in considerazione che il gioco è a somma zero, quindi se alcuni guadagnano, e molto, alcuni altri perdono; tante aziende (senza generalizzare, perché le eccellenze esistono e sono prova delle potenzialità insite negli italiani ben svantaggiati su molti fronti rispetto ai colleghi europei) non hanno saputo cogliere la sfida della globalizzazione e sono rimaste troppo piccole e senza la giusta filiera per competere nel mercato mondiale (ne è un esempio la GDO nostrana se confrontata a quella francese); si sono spesso protetti, con complicità a volte anche dei sindacati, privilegi antichi e piccoli gruppi in genere già ben tutelati a scapito delle nuove generazioni con il risultato di impedire il progresso e mantenere meccanismi anacronistici (esattamente stessa identica accusa che a ragione si può muovere al parametro del 3% deficit/PIL europeo) come ad esempio la CIG in sostituzione della quale non è mai stata pianificata alcuna forma di riqualificazione del lavoratore ove l’azienda non fosse più in grado di sopravvivere; non si è stati capaci di innovare a livello amministrativo, di governance, di mercato del lavoro, di processi e burocrazie, di tecnologie con il risultato di mantenere una macchinosità insostenibile; ovviamente ci si potrebbe dilungare molto oltre (evasione, corruzione ecc) e va sottolineato che tutto ciò prescinde dalla crisi che ne ha solo aggravato ed anticipato le conseguenze.

Nonostante la consapevolezza di quanto detto sopra, nonostante si sappia che troppo tempo è stato perso e si è davvero all’ultima spiaggia essendo già molti nodi venuti al pettine, sapendo che le riforme quand’anche fossero perfette porteranno risultati nel medio-lungo periodo (anche quelle implementate ed in via di implementazione avranno un consistente “delay time”) e che quindi l’immediato futuro richiederà ancora pesanti sacrifici, si insiste a non trovare un accordo tra parti che in una situazione normale potrebbero anche avere il dovere di scontrarsi (costruttivamente) e cercare ulteriore dialogo e confronto, ma che in casi di emergenza come questo devono fare forza comune per raggiungere l’obiettivo di “proteggere” gli interassi del paese o dell’azienda rappresentata. Invece no, anche in situazione in cui ogni minuto è prezioso, anche quando i dati continuano ad essere preoccupanti, si continua a non essere in grado di formare un tavolo comune in cui le parti, nel caso Alitalia Governo, sindacati, banche, Poste (nel caso del Governo i vari partiti) si siedono e si trovano d’accordo per capire quale sia il meglio ottenibile per la nostra compagnia di volo con le condizioni al contorno in essere. Prevalgono invece i particolarismi, l’ostruzionismo ad oltranza, la perdita di tempo, l’impasse perenne e ciò è riscontrabile appunto in alcune vicende del governo (che pure ha implementato non senza difficoltà alcune misure),  così come nei frequenti rallentamenti e rinvii in Alitalia.

Vedendo la “malgama” e l’instabilità in cui Hogan rischia di radicare una parte importante del proprio busieness e confidando in una marginalità di Etihad che consente ampiamente di attendere e trovare altre e più convenienti soluzioni, il considerare di temporeggiare e mettersi in stand by ancora un po’ potrebbe essere una mossa più che sensata.

Errare umanum est, perseverare autem diabolicum, et tertia non datur.

Solo alcuni link su Alitalia:
Alitalia-Cai verso la creazione di una nuova Bad Company? 03-05-14
Etihad-Alitalia; Alstom-GE, Siemens: la differente azione dei Governi 30-04-14
Lucchini, Alitalia e la grande industria 26-04-14
Dedica del primo maggio e speranza per una visione comune 01-05-14
Letta, Squinzi ed il tempo già scaduto da molto 02-04-14
Termini Imerese e Mastrapasqua: ritardi cronici ed endemica perdita di denaro e competitività 02-02-14

26/07/2014
Valentino Angeletti
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Alitalia-Cai verso la creazione di una nuova Bad Company?

Stando a quanto si legge, il Messaggero vi dedica la prima pagina, nei piani Alitalia – Etihad vi sarebbe la creazione di una compagnia sana posseduta al 51% da CAI ed al 49% da Etihad in cui far convergere le attività profittevoli, il vero business, mentre in una bad company sarebbero convogliati i debiti e gli esuberi di personale.

In sostanza, dopo che nel 2009 venne creata la good company CAI dei Capitani Coraggiosi a tutela dell’italianità del gruppo e la bad company in carico al pubblico, ora la CAI viene a sua volta smantellata in una bad company ed una good company.

La CAI quindi è partita come azienda sana e ripulita dalle attività deteriorate ed è arrivata a perdere centinaia di migliaia di euro al giorno seguendo piani industriali e strategici rivelatesi perdenti, senza neppure analizzare le modalità operative dei concorrenti europei che avrebbero consigliato ben altre azioni; non c’è bisogno di giudicare ulteriormente.

I dettagli, in particolare riguardo le modalità e l’ammontare della rinegoziazione del debito con gli istituti di credito che Etiahd vorrebbe almeno del 50% (di 565 milioni di €), sono ancora tutti da definire essendo le trattative tra Alitalia e banche (Intesa, Unicredit, Popolare di Sondrio, MPS) in corso, e quelle tra la compagnia aerea italiana e quella araba previste per lunedì.

La domanda che sorge spontanea è: chi dovrà accollarsi le spese della bad company?

Forse la CAI, che non ha brillato in quanto a gestione, oppure nuovamente il pubblico?

Quando si usa l’espressione “bad company” in genere è il pubblico che “elargisce” praticamente senza ritorno alcuno; in tal caso sarebbe la terza volta, decisamente un fallimento, non solo per la gestione della stessa Alitalia, ma anche per la politica industriale totalmente latitante.

Link correlati:
Etihad-Alitalia; Alstom-GE, Siemens: la differente azione dei Governi – 30/04/2014
Lucchini, Alitalia e la grande industria – 26/04/2014
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Termini Imerese e Mastrapasqua: ritardi cronici ed endemica perdita di denaro e competitività – 02/02/2014

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03/05/2014
Valentino Angeletti
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Etihad-Alitalia; Alstom-GE, Siemens: la differente azione dei Governi

Da Adu Dhabi è giunta la lettera di Etihad in cui sarebbero poste le condizioni affinché possa essere conclusa la trattativa con Alitalia. Il contenuto della lettera è ancora top secret, la compagnia italiana lo presenterà ai sindacati il 2 maggio, al Governo ed agli azionisti. I dettagli non sono noti, ma probabilmente riguardano la ristrutturazione del debito, la liberalizzazione di Linate, l’alta velocità a Fiumicino e l’abbattimento del costo del lavoro tramite taglio di stipendi oltre i 40’000€, di altri benefit e tramite un piano di esuberi che, a seconda delle fonti, si attesterebbe tra le 2’000 e le 3’000 unità (alcuni dettagli su richieste Etihad in una analisi su Lucchini e grande industria in Italia: Link).

Le condizioni imposte da Etihad, una delle migliori compagnie al mondo secondo tutti gli standard di qualità e dove piloti e dipendenti di terra sono letteralmente trattati con i guanti, sarebbero molto stringenti. Del resto ciò non deve stupire, la gestione di Alitalia è stata sempre quasi fallimentare e la privatizzazione un cattivissimo esempio dove si rifiutò l’ingresso di Air France con una proposta in linea col mercato e che prevedeva anche l’acquisizione dei debiti della compagnia in favore della scissione del vettore in due compagnie, una bad company a carico del pubblico, quindi del contribuente, ed una good company in capo ad una cordata di capitani coraggiosi (che di coraggio ne avrebbero dovuto avere ben poco visto che i debiti erano stati convogliati nella parte bad); il tutto per difendere una italianità poco comprensibile in un mondo globale e tanto più in un contesto europeo in cui le joint venture tra vettori aerei sono prassi comune ed unica via di sopravvivenza per molte compagnie, e che comunque andrà a breve persa.

La good company, CAI, ha continuato ad accumulare debiti e perdere centinaia di migliaia di Euro al giorno, tanto da richiedere alla fine dello scorso anno interventi patrimoniali esterni.

Alla luce di ciò è palese che Etihad non possa accollarsi gli oneri che fino ad ora si è accollato il pubblico e quindi che vorrà adeguare gli standard di efficienza di Alitalia ai propri, il che vuol anche dire ottimizzazione del “work force management” e della logistica degli Hub, così come vorrà epurare i bilanci del vettore italiano dai debiti dovuti sostanzialmente ad una gestione non ottima. Del resto i risultati della compagnia araba sono prova evidente della loro capacità organizzativa così come del loro potenziale economico pressoché illimitato.

Etihad ha inoltre ben chiaro di essere l’unica acquirente dopo il no che è stato detto ad Air France (che rimane importante azionista) ad una seconda manifestazione di interesse nel 2013 (ben peggiore della prima quando avrebbero rilevato anche i debiti) e quindi di avere un potere contrattuale enorme che gli consente di avanzare richieste stringenti.

Etihad, che ricordiamo essere un’azienda che lo scorso anno ha adeguato la propria flotta di aerei acquistando mezzi per decine di miliardi di $ (un acquisto complessivo di circa 140 miliardi di $ operato da Etihad e Fly Emirates da Airbus e Boing), praticamente 5 finanziarie italiane cadauno, sa anche che il Governo italiano non può permettersi di tergiversare e prolungare la trattativa in attesa di proposte concorrenti, proprio perché in questo momento le risorse sono limitatissime ed Alitalia poco appetibile.

Alla fine quindi è probabile che Etihad spunterà gran parte delle condizioni richiese, anche perché alcune di esse, come l’alta velocità a Fiumicino, sono di interesse per il paese.

Facendo un paragone con un’acquisizione di questi giorni, cioè la trattativa di Alstom con GE e Siemens si è visto come il Governo francese, evidentemente con una politica industriale più chiara e definita, abbia chiaramente detto che avrebbe avuto voce in capitolo nell’affare nonostante non sia azionista di Alstom. Sia Alstom che Alitalia sono aziende che operano in settori strategici per i rispettivi governi.

Alstom avrebbe voluto vendere il ramo Energy, nel quale il suo settore idroelettrico è in crisi, e mantenere quello dei trasporti che fornisce al Governo il treno TGV (ed NTV di Italo). La prima proposta è stata di GE, poi ha rilanciato Siemens con una offerta più alta ma che probabilmente avrebbe interessato anche il ramo trasporti. In tal caso la Francia sta giocando un ruolo fondamentale nella trattativa che sembra indirizzata verso la conclusione con GE (la Board ha accettato l’offerta dall’azienda statunitense ed Alstom ha guadagnato più del 9% in borsa), anche se Siemens, gradita al Governo, rimane in gioco. Questo negoziato a quattro metterà probabilmente Alstom nelle condizioni di spuntare buone condizioni di vendita, cosa che con tutta probabilità non accadrà nella vicenda Alitalia anche a causa della differente situazione di bilancio tra le due aziende.

Questo breve paragone fa pensare a quanto un piano industriale ben chiaro e di lungo termine con obiettivi definiti e settori ritenuti chiave identificati, consenta ai Governi di intervenire a protezione dei propri campioni industriali, anche se privati, quando vengono toccati interessi strategici. La Francia ha agito consentendo la creazione di opportunità per Alstom, l’Italia ha agito senza piani industriali, vincolata da problemi di bilancio, privatizzando in malo modo e distruggendo opportunità facendo si che alla fine forse l’ingresso di Etihad porterà meno benefici ad Alitalia di quanto avrebbe potuto accadere se l’affare fosse stato trattato in modo differente già 5 anni fa.

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30/04/2014
Valentino Angeletti
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Lucchini, Alitalia e la grande industria

Con la firma dell’accordo di programma siglato tra Governo e regione Toscana che prevede lo stanziamento complessivo di 250 milioni di € per la riqualificazione del polo siderurgico ha inizio il processo di spegnimento dell’altoforno della Lucchini di Piombino. L’intesa, finanziata per 100 milioni di € dal Governo e per i restanti 150 dalla Ragione, comprende l’inizio il primo maggio degli ammortizzatori sociali per un ammontare complessivo di 4000 lavoratori che si ripartiscono in contratti di solidarietà per i lavoratori dell’acciaieria e cassa integrazione, ordinaria o in deroga, per quelli dell’indotto; il Ministero della Difesa avrebbe inoltre assicurato l’utilizzo della struttura per lo smantellamento di 30 navi da guerra in una prima fase, per poi ampliarsi includendo anche imbarcazioni civili.

Questa situazione che si protrae da anni si inserisce nel contesto di crisi industriale italiano, certificato dai dati Unioncamere sulle imprese fallite nel primo trimestre 2014 che crescono del 22% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente attestandosi alla drammatica cifra di 40 al giorno (3600 nell’intero trimestre), e ne rappresenta al contempo una differente sfaccettatura.

Mentre per le imprese tipicamente artigiane ed a conduzione famigliare le più grandi difficoltà sono rappresentate dalla difficoltà di accesso al credito, dalla burocrazia, dai debiti contratti dalle PA nei loro confronti, dal prezzo dell’energia e dall’eccessivo livello di tassazione, assieme al drastico calo dei consumi, per il colosso siderurgico uno dei problemi principali è stata una gestione non lungimirante e che non ha saputo cogliere i segnali di un settore, quello siderurgico, nel quale i paesi industrializzati non possono più competere sul costo del prodotto. I paesi emergenti, dove la manodopera costa oltre un ordine di grandezza in meno rispetto ai paesi industrializzati sono competitivamente avvantaggiati, non dovendo oltretutto sottostare a vincoli ambientali e di sicurezza sul lavoro (elementi di grandi impatto nella siderurgia, settore industriale ad alto rischio).

Il risultato nel perseguire questa competizione impari è quasi scontato, ossia le aziende dei paesi maturi, come appunto la Lucchini, tentano di abbassare i prezzi agendo sul costo del lavoro, attingendo a contratti di solidarietà, risparmiando su adeguamenti tecnologici per la salvaguardia dell’ambiente e della sicurezza dei lavoratori, tagliando totalmente la ricerca e l’innovazione, ma nonostante tutto ciò non riuscendo ugualmente a produrre un prodotto in competizione con quello dei paesi emergenti ed alimentando per giunta un meccanismo che porta al calo dei consumi ed in ultima istanza alla deflazione.

Se, come ha sostenuto il Governatore Enrico Rossi, a Piombino si tornerà a produrre acciaio e fare siderurgia sostenibile, allora è imprescindibile puntare a differenti modelli produttivi cercando di orientarsi verso la qualità ed il valore aggiunto, investendo in ricerca ed innovazione e creando prodotti di nicchia e costosi. Ad esempio il passaggio dagli altoforni a coke ai forni elettrici consentirebbe di produrre acciai speciali utilizzati ad esempio nei settore dell’avio spazio, della difesa, dell’automotive e della cantieristica navale ed edilizia rivolgendosi ad una clientela disposta a pagare l’altissima qualità di cui a bisogno. Questo processo di rinnovamento implica un maggior utilizzo della tecnologia e probabilmente un minor uso di manodopera che dovrà essere più specializzata e qualificata quindi non è oggettivamente pensabile il totale reimpiego dell’indotto che comunque nella fase di riqualificazione dei siti potrebbe trovare nuova occupazione.

Quella del rinnovo dei processi e dei metodi e modelli lavorativi è un argomento che tocca un’altra annosa crisi: l’Alitalia. Al momento l’unico serio acquirente interessato risulta Etihad, un partner forte e che consentirebbe il potenziamento di promettenti rotte verso il medio ed estremo oriente. Ovviamente però, alla luce della situazione della compagnia aerea di bandiera, e poiché Etihad sa di essere l’unico ad avere serie intenzioni nell’affare, le condizioni avanzate per portare a termine l’acquisto sono stringenti. Del resto non è pensabile che un investitore totalmente privato come Etihad si accolli anche tutti gli sprechi e le inefficienze gestionali, di processo, finanziarie e tecniche che nel caso Alitalia, pur essendo divenuta la compagnia un soggetto privato, sono rimaste a carico del pubblico rappresentando un pessimo case sudy di privatizzazione. Etihad cercherà fin dall’inizio di adeguare il più possibile Alitalia ai propri standard che fino a prova contraria il mercato ed i risultati della compagnia araba hanno comprovato. Se linee paragonabili a quelli coperte da Alitalia con un certo numero di dipendenti sono coperte da Etihad con un numero di dipendenti inferiore senza lesinare su stipendi e diritti dei lavoratori, qualità del servizio e standard di sicurezza è lampante che cercherà di includere nell’affare solo quel numero di dipendenti.

Analogamente per gli oneri finanziari e per l’organizzazione degli hub internazionali, di norma uno in ogni paese e raggiungibile con collegamenti ad alta velocità, tranne che in italia (ed in Germania, ma il paragone al momento non regge) dove gli hub sono due, non serviti da alta velocità ed uno dei quali, Malpensa, per giunta non facilmente raggiungibile dai principali centri industriali  finanziari italiani neppure con mezzi “standard”. Alla fine quindi pur cercando di mediare fino in fondo, a spuntarla, qualora la trattativa non venisse sospesa, sarà probabilmente Etihad.

Questi due esempi sono la testimonianza di come la grande industria italiana (contrariamente a tante realtà piccole e PMI) non sia all’altezza di paesi paragonabili, come la Francia, la Germania o la Spagna (senza volerci spingere troppo lontano) e come l’annosa assenza di piani e politiche industriali chiare, cattivi esempi di finte privatizzazioni, inadeguati investimenti in innovazione e tecnologia necessari per mantenere la competitività e la qualità dei prodotti e servizi abbiano portato alcuni campioni industriali ad un punto tale da non riuscire più a sostenersi autonomamente, non poter contare in toto sullo Stato preso da limitatissime possibilità di spesa e quindi doversi affidare ad investitori stranieri, che se ben intenzionati nel lungo termine possono risolvere situazioni quasi compromesse, ma quando c’è una preda alle stretta possono essere estremamente ed incolpevolmente violenti.

Il rilancio dell’industria, dei campioni nazionali rimasti, siano essi privati, pubblici o misti, della sostenibilità e della qualità, la conversione a modelli innovativi e tecnologici che creano indotto e filiere produttive ad alto valore aggiunto, sono elementi fondamentali per la ripresa di un modello produttivo virtuoso e competitivo nel lungo termine, che Governo ed il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) in particolare, devono affrontare nell’immediato con grande rapidità.

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25/04/2014
Valentino Angeletti
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I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali?

DL Lavoro: possono il tetto ai rinnovi dei contratti a termine 5 o 8, la durata di 24 o 36 mesi dell’apprendistato oppure la presenza o meno di un piano di formazione scritto, risolvere i problemi del lavoro quali ad esempio la vertenza dell’acciaieria Lucchini di Piombino o gli esuberi in Alitalia che rappresentano uno degli elementi ostanti l’avanzamento della trattativa con Etihad, o ancora il tasso di disoccupazione che continuerà ad aumentare anche nel 2014 a causa del non sufficiente tasso di crescita del paese?
Direi di no.

Per inciso in un momento in cui il lavoro varia rapidissimamente ed i lavoratori devono adattarsi e riqualificarsi costantemente, la presenza dell’obbligo di un piano triennale di apprendistato, scritto e dettagliato, se non vi fosse la possibilità di aggiornarlo in tempo reale, sarebbe effettivamente un ulteriore vincolo burocratico per le aziende alla fine assolto come mero obbligo senza rappresentare un valore aggiunto per azienda e ragazzo lavoratore.
Supponiamo ad esempio che ad una azienda di vendita al dettaglio inizialmente serva un addetto agli scaffali; 18 mesi dopo, a seguito di un calo degli affari, viene presa la decisione di orientarsi verso l’e-commerce innovando la propria strategie ed i processi di vendita. Da quel momento l’addetto agli scaffali espostivi non serve più, ma vi è necessità di un addetto alla logistica di magazzino. In un caso simile, cosa dovrebbe fare l’impresa? Impiegare il giovane addetto agli scaffali che lavora da 18 mesi (tra i vari rinnovi ecc) seguendo un piano di formazione scritto e depositato oppure assumerne un nuovo ragazzo da formare ex novo?

La normativa deve aiutare, supportare, fungere da acceleratore e per questo va effettivamente studiata bene nei dettagli; al contempo deve essere adeguatamente flessibile senza ledere i diritti dei lavoratori, ma assecondando la fase economica in corso, caratterizzata da altissima dinamicità del lavoro e che necessità di adattabilità degli impiegati.

Tutto ciò però non può prescindere, per la creazione di lavoro ed occupazione, da un substrato economico reale ed orientato alla crescita (che potrebbe essere differente per modello da quella fin qui concepita).

Il pensiero rimane il medesimo:
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici (link)

24/04/2014
Valentino Angeletti
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Letta, Squinzi ed il tempo già scaduto da molto

Da Abu Dhabi, dove si trovava in visita istituzionale, il Premier Letta ha espresso profondo ottimismo ed ha dichiarato apertamente che in Italia la crisi è ormai alle spalle e che è iniziato il periodo della ripresa. Il PIL secondo Letta crescerà dell’ 1% nel 2014 e del 2% nel 2015.
Purtroppo il tessuto economico e produttivo del paese non sente tutto questo ottimismo ed a farsene portavoce, proprio in contemporanea dalle visita in medio oriente del Premier, è il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi che ha denunciato una situazione drammatica per le imprese, ancora alle prese con gli stessi problemi del 2010, 2011 che stanno comportando la chiusura di centinaia di attività ogni mese, principalmente trai piccoli artigiani e commercianti. I consumi interni sono ancora in calo così come il reddito ed il potere d’acquisto delle famiglie che continuano a privarsi di beni di prima necessità, finendo col dichiarare di essere soliti consumare cibi scaduti, o di acquistarli appositamente per gli sconti applicati (indecente in un paese civile, ed è esattamente la stessa cosa che accadde in Grecia).

Del reso non è difficile ricordare le prime pagine dei giornali,che quasi tutti, chi prima chi dopo, hanno titolato: “il tempo è scaduto”, “fate presto”, “ non c’è più tempo”. La prima testata fu proprio quella di Confindustria, il Sole 24 Ore nel 2011.
Da allora cosa è cambiato? Poco o nulla.
Sembrava che la legge elettorale dovesse essere immediatamente riscritta, ma solo ora, con lo sprint decisivo di Renzi e Berlusconi si potrebbe giungere alla modifica di tale legge, che forse non sarà la migliore, ma che potrà dare il via ad una serie di modifiche costituzionali, tra cui ablazione delle province, taglio del numero dei parlamentari e del Senato. Sul piano economico non si sono viste le riforme importanti necessarie, si confida molto nella spneding review, ma è tutto in divenire, si è parlato di rilancio della competitività anche a mezzo di riduzioni sulle bollette energetiche, ma anche in tal caso una reale politica energetica non è stata presentata, il costo del lavoro è rimasto il medesimo, la desertificazione industriale continua ad avanzare, ed anche le lotta alla disoccupazione, attraverso la youth guarantee, non ha subito svolte epocali, in compenso le entrate fiscali sono aumentate ed il pasticcio dell’IMU, così come il decreto “Salva Roma”, ha dato una immagine pessima.
La rivalutazione di Bankitalia è un processo controverso e complesso, non sarà senza dubbio un’immissione diretta di liquidità da Stato a Banche, ma queste alla lunga ne trarranno benefici e potranno affrontare meglio gli stress test europei.
Le direttive EU che parlavano di spostare la tassazione su patrimonio e consumi diminuendola su lavoro, imprese e presone non sono state seguite. Alcune vertenze aziendali sono state risolte, ma sul tavolo ne rimangono ancora tante ed importanti a cominciare da Alitalia, Telecom, Elctrolux e le domande di cassa integrazione sono in aumento costante.
I Marò sono ancora in India e ci si rende conto solo adesso che forse la “consuetudine” che persone singole detengano fino a decine di poltrone in chiaro conflitto di interessi non è così trasparente ed eticamente corretta. Grandi interventi di messa in sicurezza del paese non sono stati realizzati, benché potessero creare un notevole indotto e lavoro immediato, ed ogni volta che si registra un forte evento meteorologico il paese incappa in conseguenze drammatiche, da nord a sud che finiscono col pesare ulteriormente sul bilancio statale.

Poiché Letta si trovava in visita ufficiale per presentare il nostro meglio agli investitori e cercare capitali (ha discusso di Alitalia con Etihad e di CDP Reti –Snam – Terna con un fondo del Kuwait) ha dovuto per forza di cose mostrarsi deciso, ottimista, solido e convincete e forse il presidente Confindustria è stato indelicato a controbattere cosi fermamente.
In ogni caso è comprensibile la riflessione di Squinzi, totalmente in linea con i sindacati e con Renzi, che il governo, stabile quanto si vuole (ma poi siamo così sicuri di questa stabilità politica? Sinceramente pare che le frizioni tra i vari partiti abbiano assunto una violenza verbale ed anche fisica notevole ed il fatto che la “ghigliottina” sia stata per la prima volta applicata proprio durante il governo delle larghe intese è significativo, e le svariate dimissioni presentate o richieste?), ha senso di perseverare se e solo se agisce, altrimenti le elezioni dovrebbero considerarsi seriamente.
In modo analogo la pensa del resto Enrico letta, i risultati di questi 13 mesi però non sono stati troppo incoraggianti. Anche se il PIL 2014 dovesse crescere proprio dell’1% come dice Letta e non dello 0.5-0.6% come da stime Confindustria, si tratterebbe in ogni casi di stagnazione economica non in grado di invertire la tendenza in atto che porta la disoccupazione ad aumentare. Per far ripartire l’occupazione servirebbe un incremento almeno dell’1.5% e soprattutto un incremento di domanda, esterna, fortunatamente ancora sostenuta, ma anche interna ed un aumento dei consumi, conseguenti solo ad un aumento del potere d’acquisto. Spirale evidentemente complessa da risolvere.

L’ Europa nel suo primo rapporto sulla corruzione certifica che al nostro paese costa 60 miliardi all’anno, il 50% di tutta l’ Unione, un dato non nuovo, ma che è ancora più incisivo ed amareggiante perché proviene da uno studio ufficiale. Forse il prossimo studio certificherà il costo della burocrazia, stimato attorno a 100 mld o quello dell’evasione, dato in una forbice tra 100 e 150 mld.
Sempre Bruxelles ha avviato la procedura di infrazione, gestita dal vice commissario Antonio Tajani, contro l’Italia per la violazione della direttiva comunitaria sui ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione alle imprese fornitrici di beni e servizi. L’Italia ha 35 giorni per dimostrare di non aver infranto la direttiva europea, dopo di che partiranno le sanzioni che dovrebbero aggirarsi attorno ai 4 miliardi.
In EU la media è di 61 giorni, in Italia di 171, tra il 2009 ed il 2013 i tempi di pagamento sono aumentati in Italia (caso unico in Europa) di 8 giorni per le transazioni tra privati e di 42 giorni in quelle tra le PA e le aziende. Per far en confronto in Germania e debiti tra privati si saldano in 34 giorni e tra PA e privati in 36, in Italia servono rispettivamente 96 e 170 giorni. Tutto questo nonostante il pagamento dei debiti delle PA fosse un pilastro del governo Monti e poi di quello Letta.
L’ammontare dei debiti oscilla tra i 90 (stima Bankitalia) ed i 120 (stima CGIA di Mestre) ed a dire il vero circa 47 furono sbloccati da Monti prima e Letta poi. Di questi però solo poco meno di 5 miliardi sono realmente finiti nelle casse delle aziende, il resto è ingabbiato in pastoie burocratiche. Se il tasso di pagamento rimane costante si stima che i debiti attualmente in essere si estingueranno in 20 anni. Inoltre i debiti delle strutture sanitarie (come per l’acquisto di apparecchi biomedicali) non rientrerebbero nel computo stimato.

Quindi, è benefico andare avanti così? A questi ritmi si è sicuri di poter uscire dalla crisi in tempo, quello non più disponibile e già scaduto, utile? Anche considerando dinamiche di ripresa fisiologicamente lente e le reazioni che hanno avuto gli altri paesi, si può affermare di essere sulla buona strada?

 

03/02/2014
Valentino Angeletti
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Termini Imerese e Mastrapasqua: ritardi cronici ed endemica perdita di denaro e competitività

Dopo i disordini e le manifestazioni di protesta condotte dai lavoratori della fabbrica ex FIAT, ora FCA, di Termini Imerese davanti al MiSE e per le strade di Roma, durante la trattativa tra sindacati e Ministero, rappresentato dal sottosegretario De Vincenti, oggi pare che un accordo sia giunto.
Ai 1200 cassaintegrati sarebbero stati assicurati altri 6 mesi di proroga dell’ammortizzatore sociale, mentre ancora in divenire sarebbe il piano di reindustrializzazione dell’area siciliana che oltre allo stabilimento Fiat vede altre realtà dell’indotto in difficoltà, come la Lear che potrebbe revocare i cento licenziamenti in programma a patto di una proroga della cassa integrazione in deroga anche per i propri lavoratori.
Al vaglio è anche la possibilità di ricorrere all’esodo, utilizzando gli scivoli pensionistici per coloro, circa 100, che avessero raggiunto i requisiti.
Un nuovo incontro, quando forse si sapranno dettagli più precisi, è in programma per venerdì 14 febbraio.

Senza voler far ricadere colpa alcuna sulle spalle dei lavoratori che rischiano di perdere il loro posto e che si trovano in una situazione complicata, c’è da dire che lo stabilimento di Termini Imerese è fermo ed usufruisce della CIG dal 2011. In questi tre anni di crisi globale la CIG ha pesato sulle spalle dei contribuenti e probabilmente continuerà a farlo, senza che un nuovo piano industriale fosse redatto e proposto, senza dare alcuna possibilità ai lavoratori di riqualificarsi cercando poi di impiegarli in nuove mansioni, in un certo qual modo di rimetterli in gioco, un tentativo complesso in un momento in cui il lavoro scarseggia, ma doveroso se si vuol inseguire il modello di welfare ad esempio tedesco e non perdersi dietro l’illusione che tutto tornerà come prima, cosa ormai evidentemente impossibile; tante aziende chiuse, così come interi distretti e settori produttivi, non riapriranno più.

La colpa può essere parzialmente data alla FIAT, che nonostante le sovvenzioni degli anni passati, non ha saputo assicurare la sopravvivenza e la competitività delle proprie produzioni in alcuni stabilimenti, forse ha anche sbagliato, o adottato consapevolmente, strategie differenti più rivolte alla finanza e meno alla produzione, ma gran parte del problema deriva anche dall’incapacità della politica, inclusi i sindacati, di saper indirizzare e risolvere problemi e vertenze in maniera decisa, concreta e rapida in sintonia con le congiunture macroeconomiche in essere.

Alla FIAT non si può neppure rimproverare la decisione, dopo la nascita di FCA, di trasferire la sede legale in Olanda, quella finanziaria a Londra, e di quotarsi a Wall Street, mantenendo la quotazione a Piazza Affari solo per motivi storici, quasi che avesse valore affettivo.
In Olanda la legislazione è più snella e semplice che in Italia, a Londra la tassazione sui dividendi è al 10% circa quando da noi è quasi al 30%, la borsa italiana per capitalizzazione è al 23° posto nel mondo superata dal Messico, Malaysia ed Indonesia. In altri stati Europei poi il costo del lavoro è più basso anche per via della minore incidenza della tassazione.

Non c’è quindi da lamentarsi troppo, è stata, ed in tal caso anche l’Europa è colpevole, perseguita una Unione senza prima dettare regole comuni che evitassero distorsioni competitive, né cercando di imporre regole che cercassero di livellare le disuguaglianze ed arginare i particolarismi dei singoli membri.
Fintanto che l’economia ha girato ci sono state opportunità per tutti, ma quando le cose si fanno critiche è allora che chi ha le condizioni migliori è avvantaggiato e non è strano che le aziende, quelle che possono permetterselo, per sopravvivere cerchino di sfruttare tali situazioni.
In aggiunta si sta pericolosamente consentendo una concorrenza sui prezzi che ha creato una corsa al ribasso per bilanciare, senza successo, il calo del potere d’acquisto e dei consumi della middle class in via di estinzione. La pericolosità di un simile meccanismo sta nella delocalizzazione verso zone d’Europa dove il costo del lavoro è basso così come le condizione dei lavoratori, da considerare che se tutti gli stati europei divenissero eccessivamente cari ci sarà sempre una Cina, un’India, un Bangladesh, o un Vietnam da poter “colonizzare”. Altro aspetto pericoloso è la spirale deflattiva che si può innescare, poiché le sfrenata corsa al ribasso, al limite, comporta tagli di stipendi, licenziamenti, ricorso ad ammortizzatori sociali, andando a gravare sulla collettività e diminuendo ulteriormente il potere d’acquisto dei lavoratori, che quindi saranno ancor meno propensi al consumo, innescando un meccanismo perverso.

È stata fino ad ora persa l’opportunità di sfruttare la globalizzazione, piena di vantaggi potenziali, ma anche di grandi rischi, non ultima la scissione tra finanza ed economia, in cui il mondo sta incappando costantemente. Verrebbe da citare il popolare proverbio: “si è voluta la bicicletta, ora pedalare …..”., ma la bicicletta è un rugginoso ferro vecchio e la via da percorrere un sentiero impervio e tortuoso; ce la si può fare, ma ci vorrebbero gambe buone, determinazione e forza di volontà nel perseguire l’obiettivo.

Quella di Termini Imerese è una vicenda emblematica per rappresentare tante altre realtà, dal Sulcis, alla Indesit, all’ Electolux, agli stabilimenti della pasta Agnese, alla chimica mai decollata, senza considerare tutte le realtà minori, solo per dimensione e non per importanza, che in questi anni sono state costrette ad alzare bandiera bianca. Dal rapporto SVIMEZ si certifica il rischio di desertificazione industriale, in particolare al sud, interi distretti sono scomparsi e mai torneranno ed i lavoratori non possono pensare di vivere sempre e solo con la cassa integrazione, non possono permetterselo loro perché sarebbe un’alienazione delle loro capacità, non se lo può permettere la collettività perché non ci sono risorse, non può permetterlo lo stato perché non è da paese civile, non possono permetterlo i sindacati perché non è più tempo di difendere certi meccanismi ormai insostenibili.

Gran parte di queste situazioni erano note da anni, ma non si è mai agito richiedendo e redigendo piani industriali e progettando riconversioni produttive e di riqualificazione dei lavoratori. Al contrario si è sempre ricorso a palliativi, quando la CIG, quando la disoccupazione che da elemento transitorio si è trasformata un vero ammortizzatore sociale su cui alcune aziende giocano, somministrando contratti stagionali e confidando dell’introito sociale che gli pseudo-dipendenti percepiranno nei periodi di non lavoro.
Una volta che il problema ha assunto dimensioni enormi allora si comincia a pensare che sia bene affrontarlo in modo più strutturato, ma ormai è tardi, i tempi sono stretti, le pressioni aumentano e la soluzione frettolosa, quindi non ottima, anzi spesso neppure il minore dei mali.

In questo tempo, letteralmente peso, tanti soldi pubblici sono andati perduti e non sono state create occasioni per reindustrializzare aree e riconvertire produzioni verso attività che avessero più mercato, perdendo in termini di competitività dell’intero sistema paese rispetto al resto di Europa e del mondo, molto più efficaci ed efficienti.

Del resto, purtroppo, in Italia è consuetudine agire in ritardo e quando non si può fare altrimenti, non si prevede o si anticipa in modo proattivo, ma si rimedia, mettendo in luce una cronica assenza di visione strategica ed organizzazione.
Il caso di Mastrapasqua ne è un piccolo esempio, tra i tanti.
Adesso probabilmente verrà fatta una norma che impedirà di ricoprire più cariche pubbliche o in conflitto di interessi, che dovranno essere ricoperte in esclusiva; si esulta per questa legge come se fosse un grande successo, una svolta epocale, ma da quanto tempo sussiste questa condizione di concomitanza di cariche multiple che in Mastrapasqua assume dimensioni titaniche, ma che è quasi la normalità?
Inoltre la norma di “esclusività delle cariche” verrà applicata solo agli enti ed alle società pubbliche più rilevanti e per le cariche di primissimo piano. Ci sarà quindi una soggettività nella cernita delle società e degli enti così come degli incarichi, che non è attributo delle leggi, necessariamente oggettive ed uguali per tutti (fino a che livello degli organigrammi si dovrà arrivare? E se certamente INPS ed Equitalia sono di primo piano quali sono le altre, Università, CNR, municipalizzate, CDP, Bankitalia?).

Quando Mastrapaqua divenne presidente dell’INPS nel 2008 pare avesse già oltre 40 incarichi (alcune fonti riportano 54). Se questa condizione andava bene prima perché non dovrebbe più andare bene adesso e se non è corretta ora perché non si è agito prima visto che tutti sapevano?
Ora molti, tra cui Giovannini ed anche Letta che definisce la scelta saggia ed in accordo con le norme che il governo sta introducendo, plaudono e quasi elogiano il gesto dell’ex presidente dell’INPS, ma con accuse di truffa ai danni della stessa INPS, di falso ideologico ed abuso di ufficio per la vicenda dell’ospedale Israelitico e con presunte manomissioni di esami e statini universitari che gli valsero anche un’espulsione, in qualsiasi paese non avrebbe avuto alternative. Anzi avrebbe dovuto dimettersi al primo avviso di garanzia senza permettersi di minimizzare dicendo:
“Se devo dimettermi per un avviso di garanzia, dovrebbero dimettersi più della metà dei dirigenti pubblici…”.

I casi Termini Imerese e Mastrapasqua sono solo due esempi di azioni tardive che sono costate in termini di denaro pubblico e/o competitività del paese, si aggiungono alle vicende Ilva, Alitalia, Sulcis, petrolchimico di Mestre, rigassificatore di porto Empedocle, TAV, TAP, British Gas e strategia energetica in generale, legge elettorale, abolizione delle province, tagli ai costi della politica e delle spese ecc, ecc.

In questo momento il Premier Enrico Letta è ad Abu Dhabi dove ha iniziato il suo tour tra Emirati, Quatar e Kuwait per presentare il nostro paese agli investitori, incontrerà i vertici di Etihad per un eventuale accordo su Alitalia e presenterà il piano di attrazione di investimenti “Destinazioneitalia” che verrà votato dall’Esecutivo in settimana.
Le possibilità di collaborazione ed interscambi sono molte, energia, lusso, alimentare, turismo rappresentano solo alcuni settori, ma le vicende interne sono continuamente monitorate da potenziali investitori e da anni non sono certo una buona pubblicità, tanto più che le condizioni di sistema per fare impresa in Italia sono proibitive, dal costo dell’energia alla burocrazia, dalla tassazione all’incertezza normativa, dall’instabilità politica alla lentezza nel fare le riforme, dalla corruzione ed evasione alla difficoltà di applicare pene e sanzioni, dal clientelismo all’inesistenza di meritocrazia.

Se l’Italia non cambierà, passando da un atteggiamento puramente reattivo, in risposta a situazioni degenerate e compromesse, come per il lavoro che ben poco può giovarsi della diminuzione dello 0.1% della disoccupazione secondo l’ultimo rilevamento, ed a scandali ormai manifesti, come per il caso Mastrapasqua, ad un atteggiamento proattivo che cerchi di evitare i problemi o di risolverli sul nascere, poche speranze concrete di cambiamento potranno essere realizzate, così come pochi, rispetto al potenziale, investimenti importanti vorranno insediarsi entro i nostri confini.

Nota: alcuni nomi per la successione di Antonia Mastrpasqua alla presidenza dell’INPS sarebbero Tiziano Treu, Raffelo Bonanni ed anche  (udite, udite) Elsa Fornero.

01/02/2014
Valentino Angeletti
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