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Fine del bipolarismo in UE: servono politiche totalmente differenti

L’esito delle presidenziali Austriache, con un testa a testa tra verdi, guidati da Van Der Bellen di cui tanto abbiamo potuto leggere, ed ultra-nazionalisti capeggiati da Norbert Hofer, è semplicemente l’atto ufficiale, la riprova, della morte del bipolarismo a livello dei singoli paesi membri dell’unione e dell’UE stessa.

Assai probabile che non esista più, anche se andrebbe verificato in occasione di voto europeo ma al momento pare proprio che sia così, lo scontro “bipolare” tra PPE e PES, ma avanzano con prepotenza fazioni e partiti di stampo più estremo, siano essi di destra che di sinistra, accomunati dal fatto di schierarsi apertamente contro l’establishment ed in molti casi contro tutta l’impalcatura dell’Unione Europea con le sue politiche economiche e migratorie. L’epiteto con cui spesso vengono apostrofati siffatti partiti è “populisti”, anche se ci sarebbe da domandarsi quanto populismo ci sia nello schierarsi contro una politica europea che ha messo in ginocchio la Grecia senza risolverne i problemi, o che è stata impotente nei confronti delle migrazioni che stanno colpendo l’Italia ed i suoi paesi più deboli in primis, essendo essi collocati come primo approdo e condannati al rispetto dei trattati di Dublino, o, più banalmente, non ha saputo contrastare la decadenza delle condizioni di vita e del benessere di gran parte dei suoi “cittadini”.

Medesimo processo è saldamente in corso in Italia, non sì è manifestato ufficialmente solo perché non c’è stata occasione di voto, ma già alle amministrative venture ne vedremo chiari segnali. La differenza rispetto alla maggioranza degli altri stati, è che in Italia molti dei voti tacciabili come populisti, vanno a colmare il bacino del M5S, che di certo non è un partito estremo come quelli che si presentano in Europa dell’Est, in Germania, ma anche in Francia e Spagna, ma che in questa fase politica del nostro paese ha serie possibilità di incamerare importanti successi alle amministrative delle prossime settimane, così come far valere la sua propaganda, se saprà ben impostarla unendosi ad altri cori portatori del medesimo pensiero, rispetto al referendum costituzionale, per la modifica della costituzione e della legge elettorale, che si terrà in autunno.

Mai come ora in UE, e l’Italia non fa eccezione, gli elettori sono disorientati e fluidi nelle loro scelte, a causa dei problemi che il sistema Europa non è stato in grado di gestire, da economia a finanza ed immigrazione. La tendenza è quella di scegliere, di volta in volta, quello che è ritenuto il male minore, dinamicamente, spesso impulsivamente e, nella quasi totalità dei casi, non schierandosi contro il Governo in carica che dovrebbe aver avuto il mandato di governare e lavorare per risolvere situazioni e migliorare le condizioni di benessere. Lavoro da svolgersi e entro i propri confini e, talvolta soprattutto, presso le istituzioni di Bruxelles.

Da notare che nel caso Austria, evidentemente, l’antieuropeismo è parso una soluzione peggiore del problema, e fortunatamente mi sento di dire. Si è infatti verificata una contingenza analoga a quanto accadde in Francia, dove ci fu una grande mobilitazione trasversale che consentì ad Hollande, in svantaggio, di sconfiggere al ballottaggio Le Pen.

Dobbiamo augurarci che anche i britannici abbiano lo stesso senno in occasione del referendum sull’uscita dall’unione e, più che dare ascolto a FMI, BCE, USA o al Premier Cameron che hanno messo in guardia i votanti dai rischi di una uscita dall’Unione, votino coscienziosamente, ragionando con l’oggettività di una mente non offuscata da “ire ed accidia” non dovute al fatto di fare parte o meno dell’Unione, ma causate da politiche errate e da condizioni economiche ed ambientali mai verificatesi prima (l’immigrazione verso l’UK, aumentata negli ultimi anni è strettamente conseguente ad una economia che altrove non da possibilità).

Ciò detto, pur sottolineando e rimarcando più e più volte il concetto che l’Europa può salvarsi e rimarne a galla in una dinamica mondiale dominata da scenari che cambiano repentinamente e spesso senza preavviso sovvertendo circostanze prima date per assodate (chi avrebbe mai detto che il Brasile sarebbe finito in una così tremenda recessione o che il Venezuela si trovasse di fronte a dover dilazionare l’energia elettrica a causa del prezzo del greggio di cui sono la più grande riserva mondiale? Oppure che le Big Company Oil&Gas inserissero nei loro piani industriali pesanti virate verso le energie rinnovabili?), se e solo se completa l’Unione a tutto tondo condividendo in modo quasi equo rischi e benefici e cambiando di conseguenza politiche economiche, finanziarie e migratorie, confermandosi il più grande mercato e la più grande economia mondiale, è da ribadire con la stessa veemenza che è necessario, ed è loro compito,  che le istituzioni riadattino rapidamente ed abbandonino totalmente buona parte degli approcci avuti in passato. Se ciò non avverrà, e mi duole dover fare una previsione tanto infausta quanto semplice,  prima o poi la grande scossa arriverà e temo che saranno dolori per tutti e tra i tutti noi italiani siamo a ridosso della pole position.

23/05/2016
Valentino Angeletti
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Accordo UE – UK: la disgregazione europea si avvicina?

Oltre 24 ore è durato l’ultimo consiglio europeo. Doveva concludersi durante il “Breakfast”, poi è stato necessario il “Brunch”, poi il “Lunch”, la “Dinner” e solo a digestione ormai avvenuta è stato raggiunto l’accordo. Le facce degli uscenti, a notte fonda, erano stralunate, inclusa quella del Premier Renzi, desideroso di tornare a casa, entro i confini e le mura domestiche, perché del resto è nella propria dimora e con i propri intimi che ci si sente più a proprio agio. Medesimo pensiero riteniamo che abbia mosso le richieste di Cameron ai membri del consiglio.

I temi in programma a Bruxelles erano sostanzialmente due e riguardavano il Regno Unito e l’Austria. L’impasse ha riguardato il paese guidato da David Cameron, ed il tema dei migranti, messo sul piatto dall’Austria, è stato affrontato solo marginalmente e rimandato ad un vertice speciale che avrà luogo di qui ad un mese circa.

L’obiettivo degli stati membri dell’UE era quello di convincere il Premier Britannico a schierarsi a favore della permanenza nell’UE del paese da lui guidato, in vista del referendum che dovrà tenersi e che poi, lo stesso Cameron, ha fissato il 23 giugno,  proprio per accelerare i tempi di questa importante decisione nelle mani del popolo di sua Maestà.

Ovviamente si è trattato di un negoziato estenuante, ove le richieste di Cameron sono state nette e chiare: più restrizioni al libero flusso dei migranti ed all’accesso al welfare; concessioni nel settore bancario e finanziario che esulino dal contesto della regolamentazione vigente per gli altri stati UE; non appartenenza al maxi stato europeo che si vorrebbe creare.

Tra quelli citati, il nodo affrontato più approfonditamente e sul quale vi sono state aspre divergenze, è risultato, prevedibilmente, il primo. A quanto e dato sapersi, David Cameron chiedeva una sospensione, per 7 anni prorogabili fino a 20 anni e con benefici introdotti in modo graduale, all’accesso al welfare inglese per i migranti, anche appartenenti a paesi membri, tra i quali, ricordiamo, vige il trattato di Schenghen, in discussione proprio in questi giorni, che consente libera circolazione di persone e merci tra gli aderenti (non aderiscono, seppur all’interno dell’UE, Irlanda e Gran Bretagna) ed una maggior libertà di espulsione. Dopo la maratona notturna che ha portato all’accordo UNANIME, sono state accordate al Regno Unito molte libertà non previste per altri paesi europei. Cameron ha ottenuto più autonomia nel settore bancario e finanziario, ma soprattutto la possibilità di espellere, dopo 6 mesi, i migranti, anche europei, che non avessero trovato un lavoro, ma soprattutto, e questa è stata la sua grande vittoria, la sospensione dei diritti al welfare inglese per tutti i migranti UE (ed extra UE ovviamente), per un periodo di 4 anni prorogabili ed una loro gradualità. Da notare che queste concessioni a partire dal 2020, potranno essere utilizzate anche da altri stati, ed immaginiamo già la coda di rappresentati governativi in attesa di poter sottoscriverli per il proprio paese.

Come di consueto in queste circostanze le dichiarazioni conclusive sono state positive, anche se il reale vincitore, leggendo criticamente i fatti, è esclusivamente il primo ministro britannico. Il Cancelliere tedesco Merkel ha dichiarato che è stata usata la flessibilità dovuta e richiesta, il tutto per il bene dell’Europa. Viene però da chiedersi se, per lo stesso bene dell’Unione, non fosse stato meglio usare questo tipo di flessibilità per risolvere le problematiche economiche che coinvolgono il vecchio continente, a cominciare da una maggior propensione agli investimenti, ed un minor legame a parametri come il rapporto deficit/pil, salvando, ad esempio, con costi molto minori, la Grecia, e che avrebbe potuto essere applicata anche, ma non solo, all’Italia stessa.

Le concessioni ottenute da Cameron, e di conseguenza il suo appoggio alla permanenza della GB in UE al referendum di giugno, vero obiettivo degli altri paesi membri, non trova consenso unanime in patria e neppure all’interno del suo stesso partito, in cui 6 esponenti di governo hanno continuato a schierasi per l’uscita britannica. I sondaggi del resto danno uno scarto minimo, probabilmente inferiore alla deviazione standard: incertezza assoluta quindi.

Mettendo da parte gli elogi all’accordo raggiunto degli stati membri, l’esito della trattativa rappresenta un precedente rischioso. Una falla probabilmente incolmabile all’interno dell’equilibrio e dei meccanismi di “do ut des” europei, un venir meno alle ispirazioni iniziali, agli obiettivi, alle speranze dei padri fondatori di una Europa transnazionale, coesa, solidale, in contrapposizione a quella dominata da logiche ed interessi particolari e nazionali (in questa circostanza vincenti), tanto più che la tematica fondamentale è di tipo strettamente sociale, come accesso al welfare ed occupazione.

Evidentemente il timore di perdere la seconda economia europea ed il primo mercato finanziari mondiale, ha spinto gli altri capi di governo alle corde e li ha costretti ad accettare condizioni molto pericolose. Evidente che anche l’uscita del Regno Unito dall’Europa non sarebbe stato un precedente positivo.

A questo punto verrebbe da chiedersi quale sia il male peggiore, che si inserisce peraltro in un contesto economico mondiale, ed europeo in particolare, pericolosamente in rallentamento: l’uscita della GB oppure la sua permanenza ma che darebbe il “la” ad una serie di richieste di maggiore libertà da parte di molti altri paesi?

Ricordiamo che solo pochi mesi fa, sia per la BCE che per i palazzi di Bruxelles, la linea era quella di una cessione di sovranità statale a vantaggio di una governance che per certi aspetti avrebbe dovuto essere centralizzata (con indubbi vantaggi se si pensa alla tassazione, al fisco, agli stipendi ecc), ora questa tappa viene drasticamente meno.

Sinceramente non saprei se convenga schierarsi con il sì o con il no al referendum del 23 di Giugno, certo è che la nottata tra il 19 ed il 20 febbraio 2016 rappresenta una pagina nera per l’Europa dei popoli e probabilmente il vero inizio della disgregazione del progetto di unione del vecchio continente.

21/02/2016
Valentino Angeletti
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L’irrisolto problema greco si ripropone: prosegue la recessione ad Atene e per l’FMI è allarme

Variegati ed importanti sono gli argomenti che tengono banco tra i media cartacei, televisivi ed in generale tra tutti i canali multimediali. Spaziano dalla politica allo spettacolo fino alla finanza. In particolare, l’informazione è focalizzata sulle unioni civili e le controversie politiche dovute al meccanismo della “Stepchild Adoption” del DDL Cirinnà, la ricerca dei candidati delle varie coalizioni in vista delle elezioni amministrative che si terranno a primavera in numerosi importanti comuni, il festival di Sanremo, la riforma delle banche sia a livello europeo, con l’introduzione del Bail In per la gestione delle insolvenze, che, internamente, delle banche di Credito Cooperativo ed infine, ma di grande importanza, la visita a Cuba e la seguente visita in Messico, del Papa e del Patriarca Krill che si sono incontrati proprio all’aeroporto di L’Avana, dando indubbiamente vita ad un evento di portata storica.

Oltre a quanto scritto sopra però, un allarme che coinvolge tutta l’Europa, è stato lanciato proprio poche ore fa dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Invero, che questa piaga, lasciata irrisolta ad imputridirsi per troppo tempo, si sarebbe riaperta senza ombra di dubbio, lo avevamo scritto a più riprese in questa sede, ed ora la facile profezia si sta avverando non inaspettatamente, seppur non dotati noi di poteri chiromantici. L’istituto guidato da Christine Lagarde, ha riportato l’attenzione sulla Grecia, intimando il concreto pericolo di una sua uscita dall’Europa Unita.

La Grecia di Tsipras è prepotentemente ricaduta in recessione, del resto il governo Tsipras risulta essere una anatra molto più zoppa di quanto avvenga negli Usa quando il presidente ed il congresso risultano appartenenti a fazioni contrapposte. Quando è salito a palazzo, presso Syntagma, Alexis Tsipras ha dovuto accettare un piano di riforme ed  un programma di austerità dettato dall’Europa, la quale, solo sottostando al detto programma, ben lontano dalle idee della coppia Tsipras-Varoufakis caduta a Bruxelles, avrebbe sbloccato le tranche di aiuti concordati e necessari per i pagamenti e gli impieghi dello Stato verso i creditori ed anche per stipendi e pensioni. Il piano prevedeva tagli a stipendi e pensioni, nonché alle agevolazioni statali; gli stipendi e le pensioni, così come i tagli ai ministeri, sono già stati praticati e non possono colpire ulteriormente la popolazione che ancora non ha visto i lumi della tanto agoniata e promessa ripresa, anzi si è rivista la recessione, quindi è ora la volta dei tagli alle agevolazioni, in particolare a quelle agli agricoltori, pescatori ed allevatori, particolarmente importanti visto il peso che agricoltura, allevamento e pesca hanno nell’economia ellenica ed il numero di lavoratori che impiega, soprattutto appena ci allontaniamo dalle città e dalle zone turistiche per recarci nei luoghi più periferici o dell’entroterra. Gli impiegati del settore primario si sono mobilitati e stanno bloccando le strade ed intavolando proteste in piazza, inclusa piazza Syntagma, sede del Governo ellenico.

Era scontato che, appena la situazione economica Europea avesse subito un rallentamento, che include anche numerosi problemi, ora emergenti ma noti da tempo, al settore bancario, la vicenda greca si sarebbe ripresentata, e così, con una ricaduta in recessione, puntualmente è stato. Chiaro che la ricetta europea a base di austerità e tagli non è ciò che serve alla Grecia ed all’Europa per risolvere il grosso problema economico che ci sta travolgendo in modo differenziato da regione a regione, ma che ora sta colpendo anche la Germania, mostrando i primi problemi ad alcuni settori industriali ed ai consumi.

Alla recessione economica ed alle mobilitazioni degli agricoltori, Tsipras deve aggiungere la gestione del tema dei migranti, e gli adempimenti, 50 in tutto da eseguire in pochi mesi, che l’UE ha imposto per consentirle di permanere all’interno di Shenghen. Evidentemente in queste condizioni la Grecia non può riuscirci e sarebbe l’ulteriore, forse decisivo, passo verso la sua uscita dall’Europa ed alla conseguente disgregazione europea, che allora sarebbe solo questione di tempo.

Avevamo già detto, facendo eco a molte altre voci autorevoli e ben più illuminate, che la strategia europea era inconsistente ed inadatta a risolvere la situazione di permanente stagnazione economica quando non addirittura recessione, così come quella dei migranti, che si ripresenta immancabilmente ad ogni nuova primavera. Ribadiamo il concetto e ribadiamo come sarebbe ora di un definitivo cambio di rotta, sebbene crediamo che neppure questa sarà la volta buona, come il recente passato insegna.

 

14/02/2016
Valentino Angeletti
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Politica nazionale intrigata e rotture europee

Negli ultimi mesi non sono certo mancati gli argomenti che hanno tenuto in scacco la scena politica italiana. In gran parte si tratta di nodi tutt’ora irrisolti e che rappresentano uno scoglio per l’Esecutivo Renzi, anche se al contempo possono essere una riprova ulteriore, se mai ve ne fosse stato bisogno, di quanto la debolezza degli avversari sia conclamata. Soprattutto se si volge lo sguardo verso il centro destra, che, dopo l’uscita di Berlusconi, non ha ancora trovato una linea chiara e manifesta difficoltà nel proporre un leader serio e carismatico, tanto che Berlusconi si sta lentamente riavvicinando alla politica, così come, parimenti, non è in grado di portare candidati per le elezioni amministrative di primavera in grado di battagliare ad armi pari (quasi) con i vari Sala a Milano e Giachetti a Roma, in pole per rappresentare il PD nonostante le venture primarie che li vedono vincitori quasi scontati.

Nei giorni scorsi si sono susseguite le vicende della 4 banche ed in particolare nell’occhio del ciclone permangono le indagini su Banca Etruria che vede coinvolti personaggi molto legati, anche con vincoli di sangue, al PD di Renzi. Altra questione importante è stata la scelta, ancora in fieri, per i candidati alle primarie in vista delle amministrative primaverili; poi vi sono i voti mafiosi presso il comune di Quarto, che hanno messo il M5S di fronte ai problemi della politica vera (che ahimè è prassi in Italia) con le conguenti connivenze territoriali e nazionali, la scelta del Movimento di espellere il sindaco, la grillina Capuozzo, e di richiederne le dimissioni per non aver saputo controllare possibili legami con la camorra di un membro pentastellato della sua giunta, è stata una mossa coerente rispetto al comportamento tenuto in casi analoghi del passato, quindi caso Cancellieri,  Lupi, Marino, Boschi (caso su cui il M5S ha preteso il voto di fiducia all’Esecutivo) ecc, la richiesta non poteva non avvenire; altro tema caldo sono le unioni civili, divisive soprattutto internamente al PD, e le riforme istituzionali/costituzionali, che non dovrebbero aver difficoltà nei prossimi passaggi in Senato e Camera e non dovrebbero averne di particolari, a meno di improbabili coalizioni iper-trasversali, da Lega a Sel passando per il M5S, neppure al referendum confermativo di ottobre, referendum che Renzi, spostando l’attenzione dalle amministrative ove la forza del M5S è concreta, ha incentrato su se stesso e che in caso di bocciatura comporterebbe il suo abbandono, stando alle parole del Premier, dalla politica.

In questo contesto, tanto intrigato quanto per noi comune, non si sentiva la mancanza dei battibecchi a livello europeo. Invece ne sussistono di molto cruenti, forse perché ormai in prossimità del vaglio della nostra legge di stabilità a Bruxelles, legge totalmente in deficit che sicuramente non passerà, priva di critiche, moniti o richieste di revisioni, senza una ulteriore richiesta di chiarimenti in merito al reperimento, preciso e puntuale delle risorse. Lo scontro stavolta è avvenuto non coll’austero presidente dell’Euroguppo, Jeroen Dijsselbloem, bensì col più diplomatico presidente della Commissione, Jean Claud Juncker. La scintilla che ha innescato il tenzone, è stata la flessibilità concessa all’Italia; il Premier attribuisce i margini ottenuti alle sue richieste, mentre per il presidente lussemburghese i margini non sono altro che concessioni europee che lui stesso ha, in ultimo, acconsentito. Juncker ha risposto a Renzi, a seguito delle pungenti e violente critiche che il Premier ha rivolto, parlando entro i confini nazionali, verso il comportamento della Commissione decisamente più penalizzante nei confronti dell’Italia rispetto ad altri paesi membri (Banche ed immigrati in primis), Renzi ha anche affermato, contraddicendo le sue precedenti parole, che in Europa non vanno cambiati i trattati (cosa che qualche mese fa voleva fare) bensì la politica economica (decisamente una bella virata). Il litigio, che sta proseguendo anche in queste ore, potrebbe essere molto controproducente per il nostro paese, visto che, come scritto sopra, la legge di stabilità passerà a marzo al controllo di Bruxelles, essa è decisamente protratta verso il deficit e presenta una ulteriore richiesta di flessibilità nel rapporto deficit/pil (circa 0.2%).

Sia l’accusa di Renzi, decisamente più violenta che in passato, che la risposta di Juncker, anch’essa sopra le sue solite righe, possono far pensare a due scenari. Da un lato Renzi che alza i toni con argomentazioni che possano attecchire sulla popolazione e sugli elettori in vista di elezioni più vicine rispetto alla scadenza naturale del 2018; dall’altro lato Juncker che vuole ribadire come sia la commissione ad approvare le manovre economiche italiane e le sue richieste di flessibilità, cercando quindi di ridimensionare le pretese nostrane.

Forse non sapremo mai quale interpretazione sia vera e neppure se ve ne sia una, di certo una rottura simile è quanto di meno utile vi sia, e per l’Europa e per l’Italia, in un momento di altissime tensioni economico sociali a livello globale.

 

16/01/2016
Valentino Angeletti
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Il Bail-In incombe e non è colpa dell’UE

Indubbiamente, benché le attività parlamentari abbiano potuto concedersi il lusso di un ponte natalizio di quasi un mese, la notizia, poi ovviamente relegata, da molti media, in secondo piano, vittima sull’altare dei sondaggi fai da te in merito ad acquisti, viaggi, cenoni e menù vari, ha orbitato attorno alle banche ed in particolare a Banca Etruria.

Sull’argomento, che può avere notevoli risvolti politici e rappresentare uno scoglio di non facile superamento per l’inverno di Renzi, abbiamo già scritto tempo addietro, appena emerso “l’affair” (Link articolo Banca Etruria), inoltre, rimanendo in tema bancario, su questo blog è possibile trovare analisi anche su MPS e, quasi in tempi non sospetti, Banca Marche.

Il tema centrale, oltre alla bagarre politica scatenata dalla vicinanza dell’istituto aretino con la famiglia del Ministro Boschi (il padre Pierluigi ne divenne vicepresidente appena qualche settimana dopo l’ascesa di Maria Elena al dicastero per le riforme), ha riguardato la decurtazione, fino al quasi azzeramento, delle obbligazioni subordinate emesse dell’Etruria e vendute principalmente alla propria clientela. Il dissesto finanziario della banca infatti, è tale da dover richiedere un intervento esterno, oppure il ricorso all’odioso stato di insolvibilità verso alcuni (o tutti) i propri creditori.  Tra i creditori, i cui crediti non avrebbero dovuto essere restituiti in toto, vi sono anche gli obbligazionisti subordinati, vale a dire detentori di obbligazioni con al loro interno capitale di rischio. Fin qui tutto normale, o quasi, se non fosse che tali obbligazionisti non avessero chiara la natura dei titoli da loro stessi detenuti, né ne conoscessero la reale percentuale di rischio (in alcuni casi superiore al 60%). Come scritto nell’articolo menzionato e “linkato” sopra, ciò è stato dovuto ad una condotta non trasparente delle stesse banche, ma anche da una educazione finanziaria degli italiani, definibile ignoranza, tanto che il popolo italico si colloca agli ultimi posti per conoscenza della materia. Ciò detto il danno è ormai fatto ed il governo, anche per non perdere consensi, sì è imposto di trovare una soluzione. La via più semplice e quella fino ad ora praticata a livello europeo, sarebbe stato l’intervento statale di concerto con la BCE, ed infatti l’Esecutivo avrebbe voluto poterlo applicare anche in tal caso, forte del dato di fatto di aver erogato, in periodo di crisi, a favore del sistema bancario italiano, risorse pubbliche decisamente inferiori rispetto alla virtuosa Germania (qualche mld contro alcune centinaia). La richiesta di poter intervenire con risorse pubbliche, sfruttando il fondo interbancario di garanzia europeo , è stata respinta con una lettera, datata 19/11/15, della Commissione, con la motivazione che si tratterebbe di aiuto di stato e che sarebbe una distorsione nei meccanismi di concorrenza.

Il Governo deve quindi trovare, a meno di non voler lasciare in balia del bail in, ed il gioco di parole non è casuale, gli obbligazionisti, loro discapito, subordinati. Ad oggi una soluzione definitiva ancora non è stata trovata, ma l’unica certezza che si ha, è stato il collocamento a vigilanza del sistema bancario del commissario anticorruzione Raffaele Cantone, che è diventato una sorta di factotum di Renzi. La mossa non è stata digerita senza colpo ferire da due altre importanti istituzioni: Bankitalia e Consob, i cui vertici Visco e Vegas, sono stati ricevuti al Quirinale chiedendo se dovessero dare le dimissioni. Evidentemente le tensioni tra governo ed istituzioni di vigilanza su banche e borsa, che pure avrebbero dovuto avere un ruolo nell’evitare l’epilogo delle banche in questione, sono notevoli e l’incrinatura, benché sottaciuta dalle frenesie natalizie, non è trascurabile.

In questa circostanza, differentemente rispetto al passato, non si può attribuire all’Europa un comportamento imprevedibile o incoerente al contesto. Le regole sul Bail-In e la risoluzione bancaria, entrate in vigore il primo gennaio scorso, sono state firmate all’unanimità dai paesi membri, inclusa l’Italia. Esse prevedono che al salvataggio delle banche in difficoltà, per evitare i precedenti diffusi in tutta Europa, debbano compartecipare non più stati e banche centrali, bensì i privati, in ordine crescente proporzionalmente al rischio del sottostante: azioni e altri strumenti finanziari di capitale (azioni, azioni di risparmio, obbligazioni convertibili in azioni emesse dall’istituto bancario in crisi); quando si sarà azzerato il loro valore e questo non sarà sufficiente, si passerà ai titoli subordinati senza garanzia (obbligazioni junior, subordinate e strutturate); esaurita questa categoria di titoli, si passa ai crediti non garantiti (obbligazioni bancarie che pur non essendo né subordinate né strutturate non sono garantite, come le obbligazioni senior). Se il capitale reperito attraverso l’azzeramento degli strumenti finanziari di cui sopra non fosse sufficiente, si passa ad aggredire i conti correnti per la quota eccedente i 100’000 €. Entro i 100’000 € (200’000 € se il conto è cointestato) i conti sono protetti dal fondo di garanzia interbancario, proprio quello a cui avrebbe voluto ricorrere il Governo italiano. Oltre ai conti entro 100’000 €, possono ritenersi sicuri anche le obbligazioni emesse dalla banca ma coperte da una garanzia, ad esempio i covered bond che rientrano nelle obbligazioni senior. Garantite anche le cassette di sicurezza o i titoli detenuti nel deposito titoli (ovviamente se non emessi dalla banca in crisi).

Spiegato ciò, è facilmente compresnibile il rifiuto della Commissione di acconsentire ad attingere al Fondo di garanzia, si sarebbe creato un precedente ancor prima dell’entrata in vigore della nuova norma sul Bail In. Differente invece il discorso per quel che concerne la strategia della banca portoghese, Banif, che ha convertito alcune obbligazioni in azioni potendo così, durante la sua procedura di fallimento, azzerarne il valore. Come detto, questa tecnica, per certi tipi di obbligazioni è consentita (il vero nocciolo della questione sta nell’informativa che si da al cliente, la quale deve essere chiara e trasparente).

Concludendo, in questa situazione non si più puntare il dito contro l’Europa, che ha solo applicato quanto sottoscritto dall’Italia, ma in futuro, per evitare il replicarsi di situazioni simili e tutelare maggiormente i piccoli risparmiatori confidenti nella buona fede delle proprie banche territoriali, si deve assicurare un maggior e tempestivo controllo da parte degli organi preposti (Consob, Bankitalia, ABI), rendere più trasparenti e semplici le comunicazioni bancarie evitando che per la redazione di un profilo di rischio siano i cassieri a rispondere alle domande in base al prodotto che vogliono vendere, ma anche il cliente non è esente da colpe poiché deve premurarsi, nel gestire i propri risparmi, di aver compreso bene pro e contro dello strumento che ha intenzione di sottoscrivere e non fidarsi più ciecamente del bancario di turno.

Il novo bail-in non perdona e, ancor più della legge, sembra proprio non ammettere ignoranza. Uomo avvisato…

03/01/2016
Valentino Angeletti
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Banca Etruria, caso Boschi e l’abilità comunicativa di Renzi

crack-bancheSiamo in un periodo politicamente convulso sia a livello europeo che nazionale. Le elezioni francesi hanno riaperto una ferita, solo in parte curata dalla vittoria ai ballottaggi dell’asse repubblicani e socialisti opposti alla destra estrema lepenista di Front Nationalle; la Spagna si appresta ad andare alle urne per rinnovare la legislatura, tra l’incertezza generale, è già appurato che sono ben 4 le forze in gioco e pertanto si tratterà comunque dell’ennesima sconfitta del tentativo di ricondurre l’EU, e con essa ogni stato membro, ad un bipartitismo PSE-PPE, già evidentemente non rispecchiante i rapporti di forza del nostro paese.

A notte inoltrata, 3:15 del mattino (di domenica 20/12), a larga maggioranza, è stata approvata dalla Camera la legge di stabilità che è intenzione varare entro il 23 dicembre. Essa, molto dispendiosa e per la maggior parte in deficit, tanto da richiedere l’innalzamento del rapporto deficit-PIL di un valore compreso tra 0.2 e 0.4% a seconda dell’andamento del prodotto interno lordo, contenine anche il decreto salva banche per risolvere il recente caso che sta meritando gli onori dei media.

Una frase che riecheggia, e non è cosa nuova, molto spesso in questi giorni è “i colpevoli pagheranno”. Simile frase sarebbe scontata in ogni altro paese, superflua, se non fossimo in Italia, dove molte volte si sono sentite uguali parole e molto poche invece quelle in cui le si è viste realizzate. Generalmente, tirando le somme, a pagare sono sempre stati i soliti cittadini o contribuenti, insomma hanno pagato coloro che, in molti casi, già prima avevano subito il maltolto.

Entro i confini nazionali la questione che più ha tenuto banco è senza dubbio il crack delle quattro banche territoriali: Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti. Se la più grande delle quattro è Banca Marche, le cui vicissitudini sono evidenti e note almeno da 4 anni, quella più nell’occhio del ciclone è Banca Etruria, essendo direttamente collegata alla famiglia del renziano Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi. Oltre ad incarichi secondari di altri componenti della famiglia Boschi, cosa peraltro diffusa che esponenti della politica locale abbiano posizioni in fondazioni legate per governance e comando a banche territoriali (molto abbiamo scritto di MPS), è la Vicepresidenza del padre Pier Luigi Boschi. Tale vicepresidenza ha inizio quando Maria Elena era già Ministro ed immediatamente prima della riforma per la trasformazione da istituti bancari con voto capitario, come le banche territoriali o di credito cooperativo, in SPA, quindi con voto proporzionale alle azioni detenute ed una più complessa ed approfondita governance di controllo sui bilanci. La riforma in questione, che ovviamente il ministro per le riforme doveva conoscere a puntino, ha consentito una repentina salita dei titoli interessati, e nella fattispecie ha fatto segnare una crescita di oltre il 60% a Banca Etruria. Ovviamente ciò non vuol dire che la famiglia Boschi abbia fatto guadagni, ma sicuramente disponeva di informazioni privilegiate, che avrebbe potuto sfruttare. Pur rimanendo ancorati al principio d’innocenza fino a prova contraria, ancora una volta siamo di fronte al solito concetto, che non dovrebbe verificarsi in politica, di “opportunità”, quello, ad esempio, secondo cui la Cancellieri avrebbe dovuto, a detta della stessa Boschi, dimettersi, e per il quale sono caduti Iosefa Idem e Maurizio Lupi. Altro elemento che fa pensare, è che recentemente sia stato inserito un emendamento secondo cui, in seguito ad un crack bancario, i vertici degli istituti godono di immunità che li rende non legalmente punibili.

Date queste evidenze, più fatti oggettivi che opinioni come alcuni vorrebbero far pensare, va detto che gli italiani, investitori sottoscrittori e vittime delle obbligazioni subordinate di emissione Banca Etruria, sono stati tratti in inganno da un sistema, quello finanziario, tutt’altro che trasparente, che suole compilare i questionari per la redazione dei profili di rischio dei clienti, indirizzando le risposte, quando non compilandoli totalmente loro, operatori con MBO sulle vendite di prodotti quali obbligazioni ed ostaggi delle difficoltà della banca, datrice di lavoro che solo vendendo simili prodotti può, ad esempio, non incorrere in contratti di solidarietà o licenziamenti. Il cliente, va detto, non essere del tutto incolpevole. L’italia è, tra i paese OCSE, l’ultimo come preparazione finanziaria e se, come di fatto è stato, entreranno a pieno regime le regole del Bail-In europee per la risoluzione bancaria, sarebbe bene che l’investitore avesse contezza di ciò in cui sta collocando i propri risparmi e del rischio che corre. Sapendo che il rischio di perdita sottoscrivendo obbligazioni subordinate dell’emittente Banca Etruria, si collocava nell’intorno del 60%, quanti avrebbero aderito? Eppure, sebbene tra cavillose righe scritte in burocratese, ciò poteva essere evinto ed era dovere dell’operatore spiegarlo chiaramente. O ancora, in quanti avevano letto i report europei pubblici che intimavano a Bankitalia di controllare le banche in questione poiché gli interessi conferiti non erano sostenibili in relazione al costo del denaro, in quel periodo ridotto ai minimi? Una duplice colpa dal mio punti di vista.

Lato opposizione di governo è parsa subito lapalissiana una disorganizzazione totale nel mettere in difficoltà l’esecutivo, sfruttando tutto ciò che questa vicende offriva su un piatto d’argento, e visto il calo dei consensi dell’esecutivo in favore del M5S, non sarebbe stato troppo complesso se, almeno in questa occasione, le opposizioni si fossero fortemente coalizzate. Invece l’incedere è stato differito, prima la sfiducia al Ministro Boschi avanzata dal M5S , Lega e pochi altri elementi (bocciata), poi sarà la volta della sfiducia a tutto il governo, incalzata da FI ed il centro destra. Una divisione che ha reso gioco facile a Renzi, che da ottimo comunicatore ha cercato di spostare l’attenzione sul fatto che il decreto salva banche appena inserito in stabilità avrebbe salvato dipendenti (probabilmente vero) e correntisti. Il termine correntisti è generico ed impreciso, infatti è probabile che i correntisti e gli obbligazionisti, per le norme di protezione e di solvenza nei confronti dei creditori, non siano coloro che avrebbero dovuto concorrere al salvataggio della banca, contrariamente a detentori di obbligazioni subordinate ed azionisti. Ricordiamo che i conti correnti sino a 100’000 euro sono protetti dal fondo interbancario. Indubbio però è che il termine correntisti fa molto più effetto che obbligazionista.

Altra mossa da maestro di Renzi, è stato l’attacco, giustissimo, ma sospetto per ritardo e tempistiche, alla Merkel ed alla Germania, alla quale veniva ricordato di “non stare versanod sangue per l’Europa”. Il Premier ha voluto porre attenzione su temi come immigrazione, economia, energia-petrolio, Russia, ed anche Banche. Le tempistiche sono sospette percè questi problemi sono noti da anni ormai e mai il Presidente Renzi aveva alzato la voce come in questa occasione. Il monito che Renzi ha sottolineato con più vigore è stato quello economico, ed in particolare legato al salvataggio delle banche, ed alla necessità che, se esistono regole comuni, anche i rischi devono essere condivisi tra tutti i paesi membri, cosa che la Germania ha sempre rifiutato (la condivisione dei rischi ed anche di bond europei sono soluzioni che da molto proponiamo in questa sede, ed anche Prodi prima e Tremonti poi se ne fecero promotori). Renzi ancora ha ricordato, e dice il vero, che la Germania utilizzò alcune centinaia di miliardi per salvare le sue banche (Deutsche Bank e Commerzbank le più note), mentre l’Italia solo uno (per MPS), omette però di ricordare che ciò è dovuto al fatto che a causa del rapporto deficit-PIL italiano, dal valore del debito e dal PIL stagnante, non ci fu consentito da Bruxelles.

Il risultato di un simile attacco è stato nullo in Europa, liquidato dalla Merkel con un: “non è la prima volta che abbiamo qualche divergenza con Renzi” (ricordiamo che quest’anno non riusciremo a rispettare il percorso di rientro deficit-PIL e che l’Europa per tale ragione potrebbe richiederci ulteriori sacrifici a primavera del 2016). In Italia invece gli attacchi di Renzi hanno avuto un successo incredibile nello spostare l’attenzione dal caso Boschi al suo coraggio nel battere i pugni in Europa…. Ma con quale ritardo ha iniziato a battere i pugni, e con che convinzione? Pressoché nulla.

Le regole da rivedere per convergere verso una unione reale, d’interessi e valori comuni, senza gli slanci particolaristici delle singole nazioni, attente alle proprie zone di confort, sono innumerevoli e l’italia, oggettivamente in molte circostanze penalizzata dalle normative comunitarie, dovrebbe con più convinzione, determinazione e competenza, lottare per una loro revisione, non lanciare qualche accusa solo quando la comunicazione ed il consenso lo richiedono.

20/12/2015
Valentino Angeletti
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Risultato delle politiche UE: trionfo di Le Pen alle regionali in Francia. Anche se il secondo turno è molto più complesso

Le ultime settimane sono state ricche di vicende politiche di rilevanza non trascurabile. Sì è partiti, come in un climax ascendente, dai rapporti interni al PD, che sono andati via via risanandosi, seppur con alle porte la scelta dei candidati per le primarie in vista delle amministrative del 2016. Questa aura di pace, da molto tempo assente tra i democratici, non ha fatto in tempo a sedimentarsi, almeno all’apparenza, che dati economici diramati dall’ISTAT, peggiorativi rispetto a quanto ipotizzato dal Governo (0.7% contro 0.9% di PIL), hanno risvegliato la divergenza di vedute tra ampie parti del PD ed il suo Segretario-Premier, in particolare riguardo alle misure votate all’economia ed al lavoro, rispetto alle quali anche i sindacati e le organizzazioni datoriali hanno espresso, con modalità e vigore differenti, numerose perplessità. Ma il vero catalizzatore politico dell’ultimo periodo sono state le elezioni amministrative regionali francesi.

L’esito, senza precedenti, è stato eclatante ed assolutamente inconfutabile: vittoria schiacciante, al primo turno del partito di estrema destra “Front Nationalle” guidato dalle eredi di Jean Marie: Marine Le Pen e la cugina Marion Maréchal Le Pen. La vittoria è stata netta in 6 delle 13 regioni d’oltralpe (vedere immagine) ed ha raggiunto a livello nazionale un dato attorno al 30%. Le 6 regioni sono state spartite tra le due cugine Le Pen: quelle del Nord hanno visto candidata direttamente Marine, mentre quelle più a Sud la nipote Marion, ben più estrema nelle sue ideologie rispetto alla zia. Mentre Marine ha posizioni, sì radicali, ma più aperte nei confronti di immigrazione ed islamismo, che rimangono un pilastro dell’economia francese, e sui diritti omosessuali, la più giovane Le Pen risulta quasi “nazista” in taluni aspetti dei suoi programmi, ove spicca il totale ripudio degli immigrati, degli islamici e la pressoché totale preclusione nei confronti dei diritti omosessuali. Ambedue sono accomunate dallo spiccato spirito anti europeo. Ricordiamo che Marine, quando il leghista Salvini si proclamava Lepenista e professava certe politiche di estrema restrizione nei confronti degli immigrati e degli islamici, la Marine, navigata conoscitrice delle dinamiche economiche e politiche francesi, se ne è prontamente discostata.

Esito 13 regioni elezioni regionali francesi 2015

Esito 13 regioni elezioni regionali francesi 2015

Queste votazioni sono state le prime dopo gli attentati di stampo islamico presso la redazione Charlie Hebdo e quella identificata come “strage del Bataclan”, ma collegare idealmente la vittoria della estrema destra a questi tragici episodi è o totalmente strumentale oppure denota cecità tipica di sinistri (inteso da aggettivo qualificativo) personaggi, come ad esempio lo statunitense Donald Trump. Possono aver infervorato gli animi degli indecisi o di coloro già elettori dell’estrema destra, ma che abbiano ampliato l’assenso nei confronti di FN tanto da spostare l’ago della bilancia, è impensabile.

Già da tempo la vittoria della Le Pen era nell’aria, sia in francia che a Bruxelles. Questa ha le radici nella crisi economica e soprattutto in come è stata affrontata dall’Unione Europea. La stessa Marine ha dichiarato che la sua vittoria, preludio, nei suoi piani, alla scalata all’Eliseo nel 2017, è il risultato nella popolazione francese delle politiche e delle imposizioni dei burocrati di Bruxelles. Medesime parole, senza troppa originalità d’analisi, sono state usate dal Premier Renzi per descrivere la vittoria Lepenista e la debacle di Hollande e del partito socialista, alleato del PD presso il Partito Socialista Europeo. Non sfugge a questa analisi anche il presidente della Commissione UE Junker, il quale ha aggiunto che, continuando nella direzione dei nazionalismi, entro 10 anni l’Unione rischia di essere cancellata.

A ben vedere la preoccupazione di J. C. Junker non è affatto remota. I nazionalismi imperversano in molti paesi europei, principalmente dell’est, ma non solo. In Italia siamo relativamente immuni a questa deriva, non esiste una destra, nè di centro nè estrema, in grado di mirare allo scranno nazionale. La Lega, movimento indubbiamente che più ha tratto vantaggio dalle derive destrorse anti europee, non ha ancora saputo elaborare una politica nazionale che richiederebbe o un totale assoggettamento di partiti quali FI al leader Salvini oppure un alleggerimento delle proprie posizioni, in contrasto con quelle che sono le caratteristiche di “originalità” leghista 2.0. Coloro che più possono assurgere al ruolo di partito di protesta sono i militanti ed i politici a 5 Stelle, che, stando ai sondaggi, potrebbero togliersi soddisfazioni nella prossima tornata amministrativa di primavera, ma che di certo poco hanno a che spartire coi programmi lepenisti.

Ciò che però Juncker dimentica di aggiungere, è che la situazione attuale altro non è che l’esito di una prolungata insistenza europea verso certe direttrici politico-economiche sicuramente errate almeno per taluni contesti, tra i quali annoveriamo Francia ed Italia, senza peraltro cogliere l’esempio di quanto attuato in USA per far ripartire con vigore (ovviamente non senza problemi) l’economia, il PIL e soprattutto il lavoro. L’agire austero di Bruxelles altro non ha fatto che allontanare sempre di più la popolazione del vecchio continente dai valori fondanti l’unione, rendendola apatica e diffidente nei confronti della politica, alla quale è stata posta come controreazione un ritorno ai nazionalismi, alle chiusure nazionalistiche ed alla paura del diverso, in opposizione alla necessaria contaminazione ed arricchimento culturale del mondo globalizzato.

Ora in Francia vi sarà il secondo turno, dove l’incognita principale è l’astensionismo. La vittoria della Le Pen, percentualmente eclatante, si sminuisce se letta con l’aritmetica dei numeri assoluti. Solo il 50% degli aventi diritto si è recata alla urne, ne risulta che FN ha vinto con il 30% del 50% degli elettori, quindi il 15% degli aventi diritto (chiaro è che il ragionamento si estende, amplificandosi, anche alle altre forze politiche i cui risultati sono quasi risibili, principalmente per Hollande).

Per Le Pen il secondo turno di domenica prossima sarà durissimo perché si prospetta una coalizione Socialisti – Repubblicani (pur non richiesta dal furbo Sarkozy, che ben sa che, anche senza suo esplicito messaggio, Hollande chiederà ai suoi di sostenere l’UMP dell’ex presidente Sarkò) in chiave anti FN e perché gli astensionisti, “partito” vincente come in Italia, non sono votanti di FN, che come ogni movimento di protesta ha mobilitato alle urne, con la speranza di un cambiamento radicale, la quasi totalità dei suoi elettori, ma principalmente delusi ed ex votanti tipicamente di Hollande, che di certo tutto vorrebbero meno che vedere un partito di estrema destra al governo.

Il messaggio all’Europa è stato lanciato, sicuramente sarà colto da partiti simili a FN in altri paesi europei (in Italia dalla Lega), ma soprattutto, per non incappare in una cocente sconfitta istituzionale, dovrà essere recepito nei palazzi di Bruxelles, per reindirizzare una politica che da tempo diciamo essere inappropriata al contesto economico, sociale e politico che stiamo vivendo.

08/12/2015
Valentino Angeletti
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DEF: ammiccamento al CDX con critiche bipartisan, in attesa di Bruxelles

Definita la prima versione “consolidata” della legge di stabilità o Ex Finanziaria, al secolo DEF, ovviamente divampano le contestazioni e le polemiche. Come spesso accade, anzi in questa circostanza più di altre volte, il malcontento sembra essere bipartisan, proviene dai sindacati, dal centro sinistra, dagli industriali, ma anche dal centro destra, che in ogni caso è l’unico ad aver manifestato condivisione ed approvazione rispetto ad alcuni provvedimenti, i quali senza timore di smentita, possiamo annoverare con tutta tranquillità tra quelli che furono cavalli di battaglia del precedente leader di FI, Silvio Berlusconi. Facile intuire il riferimento all’abolizione totale dell’IMU sulla prima abitazione ed all’innalzamento della soglia di uso del contante, portata da 1’000 a 3’000 euro. Nonostante ciò il governatore della Liguria, Giovanni Toti, rappresentate di FI, non ha lesinato critiche asserendo che la manovra non fa altro che dare da una parte, togliendo dall’altra, per un bilancio complessivo non certo favorevole alle tasche del cittadino.

Da parte dei Sindacati, e la minoranza Dem è sulla stessa lunghezza d’onda, arriva la delusione più profonda, innanzi tutto per i bassi aumenti ai dipendenti statali, che malapena raggiungono i 5 euro lordi al mese, ma soprattutto per l’incapacità del Governo, ancora una volta, di mettere una pezza alla riforma delle pensioni, che di fatto non rientra in questo DEF e che, secondo il Governo, verrà affrontata nel 2016, ma pare senza modifiche sostanziali dell’impianto Fornero, introducendo solo la possibilità di Part Time anticipato. Ciò non risolve il problema di tutti coloro che si sono trovati, nel giro di pochissimi mesi, dall’avere l’età pensionabile distante pochi mesi, al vedersela spostata avanti di svariati anni (5 – 7) e che adesso non sanno nè quando andranno in pensione, nè con che remunerazione. Questa condizione di incertezza getta coloro che sono alle prese con lavori più impegnativi o stancanti, sia dal punto di vista fisico che mentale, in un grande sconforto che rasenta la depressione (e parlo per testimonianze personali, non a caso), aggravata dalla potenziale decurtazione dell’assegno previdenziale (spesso già insufficiente per vivere) in caso di ritiro anticipato, ancora non possibile. Se è corretto far valere il principio di “percepire quanto versato nella vita lavorativa”, è anche vero che non si può imporre a coloro che, incolpevoli, hanno versato quello che, secondo norme di legge vigente all’atto dei versamenti, andava versato, una così profonda revisione dei regolamenti e dei meccanismi tale da ridurre le pensioni del 30 – 50% su potenziali cifre lorde di 1’000 euro o poco più. Non viene risolto neppure il problema degli esodati, anch’essi in un frustrante limbo. Sempre i sindacati poi sono assai contrari all’abolizione dell’IMU sulla prima casa, dicendo che sostanzialmente vengono agevolati i ricchi ed i detentori di ville e castelli, rispetto a coloro che hanno dimore modeste e che spesso risultavano già esenti da IMU (almeno prima della riforma in vigore attualmente). Dello stesso avviso risulta l’Ex Premier e professore in Bocconi, Mario Monti, il quale ha asserito che abolendo l’IMU è stata tolta una sorta di patrimoniale presente in tutta Europa, utile, progressiva e realmente equa nei confronti dei contribuenti, e da questa comunanza di vedute “Sindacato – Monti”, si capisce come sia impossibile in questa fase politica discernere con chiarezza chi sia e si comporti secondo principi di CSX e chi secondo quelli di CDX, di certo questa manovra assurge più a documento ascrivibile ad una forza affacciata a destra. In questa sede non si ritira quanto ribadito a più riprese sull’imposta sulla prima casa, ossia, che previa revisione del catasto, essa rimanga indispensabile ed utile ai fini del bilancio pubblico e dell’equità sociale, soprattutto in presenza, come siamo da anni, dell’incapacità politica di aggredire  una spesa pubblica eccessivamente corposa in relazione alla qualità di alcuni servizi e sbilanciata verso entità inutili (da ministeri che comunque avranno budget decurtato, fino a partecipate pubbliche, enti regionali e provinciali ecc, ecc). Altro provvedimento “divisivo” e rigettato dai sindacati, è l’aumento dell’uso del contante a 3’000 euro, dai 1’000 precedenti. Secondo le associazioni sindacali la misura non farebbe altro che agevolare l’evasione e l’elusione, opinione condivisa dal Governatore di Bankitalia e dalla minoranza Dem. A opione di chi scrive, come si disse all’articolo ivi segnalato, questa aumento avrà effetto sostanzialmente nullo, sia dal punto di vista dell’evasione che dei consumi. Le frange interne dei Democratici sono allineate alle motivazioni di critica alla manovra avanzate dai sindacati, differenti invece, all’interno della stessa frangia Dem, sono le modalità di dissenso: da un lato Alfredo D’Attorre, pronto ad uscire per raggiungere Fassina, dall’altro i soliti, inossidabili, sostenitori della Ditta che fino ad ora, per non voler essere causa di scissioni, hanno sempre accettato le condizioni dettate dal premier, si tratta di Cuperlo, Speranza, Bersani, assolutamente contrari all’impianto della manovra e disposti, a parole, a non votarla.

Sul fronte del CDX le maggiori critiche sono rivolte ai tagli agli enti comunali, pari a 600 milioni circa, ma tutto sommato, nonostante le critiche dovute più ad una presa di posizione che ad un dissenso reale, il CDX (in particolare FI) può dirsi soddisfatto. In questa legislatura ha ottenuto la rimozione dell’IMU,  l’aumento a 3’000 euro dell’uso dei contanti, l’abolizione dell’articolo 18, risultati che neppure il leader Berlusconi, nonostante li abbia fortemente cercati, non fu in grado di mettere in cascina.

Anche per Confindustria, ridimensionando una prima analisi positiva del presidente Squinzi, la manovra è poco coraggiosa: mancano i necessari investimenti in crescita, v’è un taglio del 50% degli sgravi per le assunzioni e non è presente sufficiente interesse per il sud, al quale avrebbe dovuto essere dedicato un master plan ad hoc, ma ancora sconosciuto. A fare da cassa di risonanza a questa posizione è stato il raduno dei giovani di Confindustra tenutosi a Capri.

A difesa del provvedimento di innalzamento all’uso dei contanti, proprio da Capri, si è schierato il ministro Padoan, che afferma la certezza che ciò non avrà impatti negativi sull’evasione ed a riprova di ciò porta l’esempio degli altri paesi UE, dove a detta del ministro non v’è correlazione tra limite al contante ed evasione. Andrebbe però fatta notare a Padoan la grande correlazione che c’è tra uso della moneta elettronica ed evasione e tra valore del PIL e scarso uso del contante. Il confronto sarebbe impietoso, infatti a PIL maggiori corrisponde basso uso del contante ed a frequente uso di moneta elettronica corrisponde bassa evasione. Sarebbe bene istruire gli italiani all’uso delle carte di pagamento, i quali, una vota appurata e testata la loro semplicità e comodità, probabilmente, a prescindere dai limiti ai contanti, difficilmente torneranno indietro all’uso delle banconote, come accade nei paesi più progrediti del nord Europa. Il Premier sostiene l’impianto di una manovra che dal suo punto do vista riduce le tasse, agendo con giustezza ed equità, senza dover per forza di cose essere ricondotto alla destra o alla sinistra. Come detto sopra, una maggior vicinanza al centro destra è comunque innegabile. Che siano presenti elementi positivi non può essere negato, ma l’eventuale riduzione delle tasse centrali deve essere rapportata agli aumenti che potrebbero apportare gli enti locali a seguito dei tagli presenti; come al solito potremmo essere di fronte ad una ben nota “partita di giro”.

Il DEF adesso dovrà passare le forche caudine dell’UE, che ha già bocciato la legge spagnola. Il Premier, con la sua proverbiale “spavalderia” nel parlare entro i nostri confini, dice che riproporrà la manovra tal quale, fino a che non verrà approvata, nel mentre punta ad ottenere ulteriori 0.1-0.2 punti percentuali di flessibilità per la tragedia dei migranti (che infondo, in questo frangente, hanno la loro utilità). Forse il complesso della legge di stabilità non verrà bocciato, ma è difficile pensare ad un totale silenzio da parte di Bruxelles, visto l’alto deficit presente, il basso peso degli investimenti, il taglio dell’IMU, imposta sul possesso sulla quale l’UE ha suggerito di spingere, le numerose coperture basate su stime incerte (evasione, volountary discosure etc) e non troppo care alla Commissione, la riduzione di oltre il 50% dei tagli alla spesa (spending review che passa da 17 a 10 ed ora a 5 miliardi).

Attendendo il responso dalla capitale Belga, non è difficile ipotizzare che, qualora siano evidenziati  punti di attenzione, il Premier, che comunque può vantare dati economici in lieve miglioramento, parlerà con tutt’altro vigore e tono rispetto a quanto fatto qui in Italia.

18/10/2015
Valentino Angeletti
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Politica: tra riforme del Senato e dell’Italicum. Economia: tra dati interni e trend globale

Queste poche settimane dalla riaperture dei lavori parlamentari, dopo la lunga pausa estiva, paiono essere quelle più delicate per la legislatura.

Si pensava che, come accaduto in successione ai Governi Berlusconi, Monti e Letta, fossero le questioni economiche a poter mettere in crisi l’Esecutivo, anche alla luce del fatto che, nonostante le ormai note congiunture macro favorevoli, ma al contempo transeunte, costituite dai QE di Draghi, il prezzo del petrolio basso, i tassi ai minimi che avrebbero dovuto favorire la richiesta di prestiti ed i consumi, con l’auspicio inesaudito di far ripartire l’edilizia, il settore maggiormente colpito dalla crisi nonché quello in grado di generare più indotto, un Euro debole a tutto vantaggio dell’export, una vera ripartenza dei consumi, dell’occupazione, del mercato interno e di quello immobiliare non si era verificata; le condizioni sociali permangono molto delicate, il livello di tassazione, nonostante gli sforzi del Governo, altissimo, la spending review è ancora solo un buon proposito, ed il numero di poveri, o di quelli sulla soglia di povertà, in costante crescita.

Invece, ad essere il maggior elemento di rischio per l’Esecutivo Renzi, ripetendo una consuetudine tipica del nostro paese, sono questioni prettamente politiche. Tra l’altro, il passaggio più delicato arriva proprio in concomitanza della diffusione di dati economici in miglioramento, da parte sia di organismi internazionali (OCSE), sia da parte del MEF di Padoan.

Le questioni che potrebbero essere la scintilla della crisi sono le riforme istituzionali, non più solo quella del Senato, ma è ritornata prepotentemente alla ribalta anche quella sulla legge elettorale, non senza collegamenti rispetto alla prima. Ovviamente rimane una costante, usuale per l’attuale Governo, la tensione con i sindacati sul diritto di sciopero, jobs act, diritti dei lavoratori, pensioni e previdenza, continua, in una lotta che, ambedue le parti commettendo evidenti errori, stentano, volenti o nolenti, a raffreddare, e che genera attriti anche all’interno dello stesso PD. Quello dell’assemblea sindacale che ha bloccato il Colosseo è solo l’ultimo macro episodio tra tanti.

Nonostante le certezze del Ministro Boschi, che si dice sicura che i numeri in Senato per consentire il passaggio della riforma sulla seconda Camera siano forti, non sembra così sentendo, con orecchio oggettivo, le altre campane. Il M5S la trova una pessima riforma, mettendo in luce il rischio di conferire l’immunità ad una pletora di indagati, che in tal modo risulterebbero non più perseguibili per il periodo del loro mandato, in forza dell’immunità parlamentare. FI si è detta assolutamente intenzionata a non votare la riforma, così come la Lega di Salvini. I fuori usciti dal Partito Democratico osteggeranno ovviamente il provvedimento, ma è all’interno del PD che vi sono le crepe più profonde. Esse riguardano l’Articolo 2, che la Minoranza Dem vorrebbe modificare per reintrodurre il Senato elettivo da parte dei cittadini, meccanismo che, secondo la riforma, scomparirebbe, a vantaggio della nomina di componenti all’interno delle presidenze di Regione. Proprio quando un accordo sembrava poter essere concluso tra la sfera Renziana e la minoranza Dem, grazie all’espediente di modifica del comma 5 dell’Art. 2 che, non costituendo emendamento, avrebbe potuto consentire un passaggio parlamentare spedito, sì è pronunciato, contrapponendosi alle parole di ottimismo della Boschi, Pierluigi Bersani, ancora tremendamente attaccato alla nostalgica unità di un partito che di unitario ha rimasto ben poco (e da illo tempore), affermando che, qualora non lo si fosse capito, la posizione dei “dissidenti” Dem è quella di avere un Senato elettivo; non sono concesse deroghe a questa prerogativa. Al piacentino ha risposto il braccio destro di Renzi, Lorenzo Guerini, dicendo che si auspica che quello di Bersani non sia un tentativo di ricominciare tutto da capo e confermando la disponibilità al confronto, ma senza accettare veti, il che, parafrasando “ab lingua renzianorum” vuol dire: “parliamo pure un’oretta, ma poi facciamo come ha già deciso”. Anche all’interno della coalizione di Governo, non è scontato il supporto di NCD, circa 15 componenti potrebbero opporsi alla modifica. Alla luce di ciò, i voti dei Verdiniani non sembrano sufficienti a blindare il passaggio della riforma del Senato, inoltre esiste anche la spada di Damocle dell’interpretazione del Presidente Grasso, che potrebbe decidere, invece che per una votazione parlamentare complessiva sulla riforma,  di procedere votando ogni singolo emendamento, il che significherebbe, dato l’ammontare delle modifiche presentate, in particolare dalla Lega, bloccare di fatto la riforma.

In questo dedalo di delicati rapporti di forza, rientra prepotentemente in auge l’Italicum, in particolare come pedina di scambio. La minoranza Dem potrebbe essere interessata al conferimento del premio di maggioranza alla coalizione anziché alla lista, mentre NCD ad un innalzamento della soglia di sbarramento. Una sorta di baratto per consentire un maggior potere ad alcuni partiti, tramite modifiche tecniche, ma dalle conseguenze politiche, all’impianto, in cambio di un supporto per la modifica del Senato. Come vediamo, proprio adesso che si sente tanto disquisire di sharing economy, la nostra politica, tornando al baratto ed allo scambio, la sta già collaudando (poi si dice che i politici sono retrogradi e vetusti, quando mai! Se l’interesse richiede innovazione, sanno essere più innovatori degli start-uppers della Silicon Valley!).

Domani (lunedì 21), in occasione della Direzione del Partito Democratico, sarà una giornata decisiva per capire come evolverà lo scenario e se i dissidenti del PD si faranno, come accaduto fino ad ora, chiudere all’angolo e dovranno capitolare, o se faranno la voce grossa. Nell’ultimo caso se volessero dare il loro fondamentale contributo per arrivare a nuove elezioni, non potranno non scindersi e dovranno intessere contatti ed aggregazioni all’uopo con M5S, FI e Lega.

Come detto precedentemente, qualche dato economico svolta in positivo: il pil è stato rivisto al rialzo, per il 2015 dallo 0.7% allo 0.9%, e dall’1.4% all’1.6% per il 2016; la disoccupazione è prevista leggermente in calo dal 12.6% al 12%; il debito dovrebbe anch’esso scendere dal 132.6% a circa il 131.8%; si attendono 12 miliardi, utili per scongiurare le clausole di salvaguardia, dalla lotta all’evasione e si attende maggior flessibilità europea, consentendo di arrivare al 2.2% nel rapporto deficit/pil anziché all’1.8% da piano di rientro, liberando così circa 6 miliardi, ma ciò costringendo ad innalzare il deficit ed a rimandare ancora una volta il pareggio di bilancio, spostato al 2018. Questi ultimi provvedimenti, riportati nel Def, dovranno essere vagliati dalla UE a metà ottobre, e non è automatico che vengano accettati, conoscendo l’attaccamento Europeo ai parametri, anche se la tragedia dei migranti viene tristemente a supporto delle richieste di maggior flessibilità.

L’errore che la politica non deve commettere è concentrarsi, crogiolandosi con questi dati, solo sulle riforme istituzionali, perché, se pure si potrebbe dire che l’Italia sia migliorata nei parametri, la situazione globale è in rallentamento e poco serve un lieve miglioramento italiano in un contesto in frenata. A fare monito di ciò è stato anche il G20, che vede rischi nel rallentamento delle economia emergenti (il Pil globale è stato rivisto al ribasso), a cominciare da Brasile (dove  per la recessione molti avanzano la necessità di dimissioni della Presidente Blanchè) e Cina (alle prese con una crisi finanziare profonda), con il conseguente calo di consumi globali, e nella fattispecie di materie prime non energetiche. Anche le odierne elezioni Greche devono mantenere alta la tensione, perché, nonostante il silenzio di queste ultime settimane, rimangono importanti per delineare il destino europeo.

Come si è spesso detto quindi, va bene stare attenti al nostro piccolo giardino privato, ma senza mai abbassare lo sguardo da un orizzonte ben più lontano e travolgente, tremendamente connesso ai fatti di casa nostra ed influente per la nostra economia.

20/09/2015
Valentino Angeletti
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La microscopica crisi greca al cospetto del potenziale impatto cinese. I pericoli economici sembrano non finire

yuan-renminbiCome avevamo previsto (Link), in merito alla crisi greca, pare sempre più probabile un accordo tra creditori ed Atene entro il 18 agosto, in modo da poter rimpinguare le casse greche per il 20 agosto, data in cui lo stato ellenico dovrebbe rimborsare la BCE di una somma pari a poco più di 3 miliardi di €. Il piano di riforme che Atene avrebbe intenzione di portare a compimento è stato presentato ai creditori ed alle istituzioni europee ed è stato da loro condiviso. Si tratta di un testo da 385 pagine con 27 riforme da implementare, tra cui l’aumento di tasse sugli immobili, delle imposte sugli armatori, fino ad ora praticamente esenti, eliminazione delle agevolazioni agricole, differenti scaglioni di IVA, piano per aumentare l’età pensionabile ed un imponente piano di privatizzazioni (svariati aeroporti sono già nel mirino dell’Hub di Francoforte). Il piano è particolarmente duro per l’ellade, e poco rispecchia le promesse elettorali di Tsipras, diventato molto più mansueto ed accomodante nei confronti della ex Troika, da quando Varoufakis si è tirato fuori (o è stato fatto fuori) dalla compagine del governo Tsipras, sostituito da un “assente” Euclid Tsakalotos. I falchi europei, Germania e Finlandia in testa a tutti, si dicono scettici sulla possibilità che Atene sia in grado di mantenere le promesse ed implementare le riforme, così preferirebbero, allo sblocco del piano di aiuti da 86 miliardi in 3 anni, un prestito ponte per traghettare la Grecia ad autunno, consentendo il pagamento della rata agostana alla BCE ed oltrepassando l’eventuale riconferma elettorale della Merkel. Fonti riportano di toni più che aspri ed urla telefoniche tra il Premier ellenico ed il Cancelliere tedesco. Il testo del piano di riforme, che peraltro, in alcune parti come IVA e privatizzazioni, è molto simile alle linee guida che l’UE consiglia di seguire all’Italia, dovrà essere votato dal Parlamento Greco immediatamente prima dell’Eurogruppo di venerdì 14, da quello UE e da alcuni altri stati membri, tra cui Germania, Finlandia, Olanda. Risulta evidente che senza una ristrutturazione del debito ed una revisione degli interessi, ogni piano di aiuto è inutile, se non a compartecipare ad un inutile e vizioso giro di denari che partono dai creditori, confluiscono ad Atene per tornare, a distanza di pochi giorni ai creditori stessi per assolvere alla scadenze imminenti; nulla si ferma in modo stabile e costruttivo nell’economia greca. Questa, non a caso, è l’idea che ultimamente si è fatta l’FMI, non più certa di partecipare al piano di salvataggio (la decisione comunque non sarà presa prima di ottobre) senza una riorganizzazione del debito, che avendo raggiunto quasi il 180%, con interessi non trascurabili, è chiaramente insostenibile soprattutto se peridi di austerità sono ancora in vista. Invero i mercati pare abbiano già scontato gli scenari peggiori, risultando così immuni dai possibili colpi di scena che la vicenda greca potrebbe ancora riservare, visti gli attriti permanenti tra falchi e colombe, analogo discorso non può essere fatto per l’autorevolezza, l’integrità ed il valore internazionale dell’Europa nella sua interezza, che deve ancora guardarsi bene dal trascurare il peso della crisi ellenica.

Non si arriva però ad intravedere un po’ di calma da un lato, quando nuove e ben più procellose tempeste imperversano e si palesano dall’altro. Si tratta stavolta di un peso massimo, al cospetto del quale la Grecia pare meno che un virus già debellato da poderose dosi di vaccino: la Cina. La Banca Cinese (BoC) ha deciso, con una mossa che ha colto tutti gli analisti di sorpresa, di manovrare, svalutandola, la propria moneta nazionale, lo Yuan Renminbi, e lo ha fatto per ben tre volte consecutive nell’arco di 72 ore, rispettivamente ritoccando il tasso di cambio di -1.9% lunedì, -1.6% martedì e -1.1% all’apertura di giovedì, per un ribasso complessivo di 4.6%. Si tratta di un segnale decisamente forte, benchè l’arma utilizzata sia senza dubbio la medesima adottata da FED, BCE, BoJ, l’impatto cinese è stato ben più forte, perché inatteso, ma soprattutto per due ragioni, una di respiro a breve termine, l’altra da valutare sul medio-lungo periodo. Da anni il governo cinese tenta di far in modo che lo Yuan possa rientrare nel paniere delle banche nazionali, FMI in testa, come valuta di riserva per gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie, dapprima ancorandone il valore al dollaro e mantenendo la quotazione artificialmente alta, ora, disancorando il tasso di cambio dal dollaro, svalutando ed aprendo di fatto la quotazione dello Yuan alle leggi di mercato.

Per tale ragione, una maggiore e più naturale competizione tra valute, il FMI plaude alla decisione cinese, asserendo che in tal modo il valore dello Renminbi non sarà gonfiato, e nel medio periodo concorrerà alla stabilità del mercato delle valute: questa si terebbe di una decisa apertura all’economia di mercato del regime cinese.

I due rischi menzionati sopra, riguardo a questa mossa cinese sono connessi all’impatto immediato ed alle prospettive future.

Nell’immediato la reazione delle piazze finanziarie mondiali è stata decisamente negative con perdite tra il 3 ed il 4.5%, bruciando nel complesso oltre 227 miliardi di Euro solo in UE (anche se oggi, giovedì, le piazze sembrano tentare il rimbalzo). Gli USA hanno accusato il Governo di Pechino di voler scatenare una guerra valutaria, e come conseguenza probabilmente verrà presa la decisione di non alzare i tassi che ormai avrebbero dovuto subire un rincaro per via degli ottimi dati sull’occupazione ai quali sono legati. Ovviamente la svalutazione dello Yuan punta ad incrementare la competitività nell’export dei prodotti cinesi, penalizzando di fatto l’import. A risentirne maggiormente sono stati i comparti del lusso, automotive e beni di consumo Europei e Statunitensi. Tra i due mercati vi è però una differenza, mentre l’Europa può dirsi toccata più marginalmente dalla svalutazione cinese, in quanto paga le merci in Dollari, stesso discorso non vale per gli Stati Uniti. In realtà i mercati del lusso e delle auto di un certo livello (le grandi tedesche, le auto di lusso e le supersportive) si ritiene possano stare relativamente tranquilli, visto che un incremento di prezzo anche del 5% su beni dall’elevato costo e ad appannaggio dei più facoltosi milionari cinesi, non dovrebbe incidere molto sulle loro abitudini di consumo; non è così per i grandi colossi europei ed americani del consumo di larga scala, al quale i cinesi medi, nuova classi di colletti bianchi del boom economico, hanno iniziato ad attingere a piene mani. Rientrano in questa cerchia marchi come Apple, Intel, GM, Siemens ed, in quota minore, FCA. Impatto negativo c’è stato anche sulle materie prime (in particolare minerarie) di cui la Cina è grande consumatrice, ad iniziare dal petrolio, in questa fase ancora sotto pressione (la Cina è il secondo importatore). Un altro grande rischio del breve periodo, ma con effetti anche nel medio-lungo termine, è la possibilità che si inneschi una guerra valutaria. In Asia, stati come il Vietnam che competono per manodopera con la Cina, hanno già provveduto a svalutare e le valute Australiana, Neozelandese, Malese, Indonesiana (ed anche il Dollaro Canadese) sono ai minimi. L’Euro invece ne esce decisamente rafforzato, con ripercussioni negative sul nostro export (in aggiunta a alla maggior competitività dei prodotti cinesi). Si innescasse una guerra valutaria, il rischio globale sarebbe una deflazione planetaria che potrebbe spingere taluni paesi, ed anche l’Italia viste le politiche del lavoro perseguite negli ultimi anni, a tentare un’impossibile battaglia sui prezzi delle merci, tagliando sempre più (auguriamoci di no) costo del lavoro e materiali, a scapito del potere d’acquisto dei lavoratori e della qualità, vero valore aggiunto che la nostra manifattura deve conferire alle proprie produzioni. Alla deflazione potrebbe concorrere anche il prezzo del greggio, già sotto pressione per le decisioni OPEC, indirizzate dall’Arabia Saudita, di non intaccare le produzioni, dalla domanda inferiore dovute a rallentamenti in molti settori ciclici ad alto consumo di idrocarburi, dalle scorte USA maggiori del previsto e dalle nuove disponibilità di Iran ed Iraq; in questa fase, a seguito di un rallentamento cinese dell’import di OIL, la domanda potrebbe calare ulteriormente.

Il secondo elemento di preoccupazione, è rivolto al medio-lungo periodo ed è collegato all’economia Cinese che pare in rallentamento (anche se detto dall’Italia e dall’Europa fa sorridere sarcasticamente). Quest’anno la crescita cinese faticherà a raggiungere il target del 7%, ed quand’anche lo raggiungesse, la crescita reale potrebbe essere inferiore, drogata: dagli interventi statali nel campo della finanza, come il divieto di vendita di titoli imposto poche settimane fa a seguito di diminuzioni degli indici borsistici di Hong Kong e Shanghai; dall’eccesso di credito per investimenti in borsa (prestiti per acquisto di azioni e prodotti finanziari anche non regolati, OTC, dando come garanzia quote dei titoli stessi); dal settore immobiliare, in questi anni eccessivamente attivo, senza che vi fosse una corrispondentemente alta domanda a giustificarlo; dal maggior interesse alla tutela dell’ambiente e dell’aria di cui la Cina dovrà necessariamente curarsi. Gli ultimi dati macroecoomici cinesi non sono rassicuranti: i prezzi al consumo sono calati del 5%, la produzione industriale è aumentata del “solo” 6%, mentre le esportazioni e le vendite al dettaglio del 10.5% (a noi comuni europei può sembrarci strano, ma tali valori sono decisamente sotto le stime) e denotano un rallentamento globale dell’economia del dragone. Rallentamento che avrebbe, ed avrà perché prima o poi dovrà verificarsi nonostante le alchimie finanziarie tentate da Pechino, un impatto enorme su USA, Russia (che deve vedersela con un PIL calato di oltre 4 pti percentuali), Asia, Europa: sul globo insomma. Non va mai dimenticato che durante le ultime crisi, la Cina è sempre stata la valvola di sfogo per molto dell’export estero e soprattutto la locomotiva, in grado di non far precipitare l’economia mondiale, alla quale agganciarsi per non cadere nel baratro della recessione.

A parte la Grecia quindi, alla quale si continua a prestare molta attenzione se non altro per i destini dell’UE, il mondo deve fare tremenda attenzione alla Cina, studiare un piano B ed interventi che possano evitare un suo eccessivo rallentamento, senza ricorrere a trucchi finanziari, compromessi sull’ambiente e senza soprassedere sui diritti umani e sulla sicurezza sul lavoro. Una partita tutt’altro che facile.

13/08/2015
Valentino Angeletti
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