Archivi tag: FED

QE-Day alle porte, ma non è scontato che sia anche un Beautiful-Day…

qeIl conto alla rovescia in attesa dell’ultra menzionato QE-BCE è agli sgoccioli. Il Direttivo della Banca Centrale Europea ha infatti annunciato l’avvio del piano per lunedì 9 marzo, come da ultimi pronostici. L’entità rimane confermata a 60 miliardi al mese fino a 1140 miliardi complessivi (19 mesi), ma con possibilità di prolungamento “ad libitum” fintanto che il target di una inflazione, attualmente a zero, inferiore ma prossima al 2% non sia raggiunto. Teniamo bene a mente che inflazione e stabilità dei prezzi, ossia il mantenimento di un adeguato rapporto tra Euro ed altre valute, sono i reali obiettivi di questa manovra di espansione monetaria. Gli asset acquistati saranno titoli di stato (anche con rendimento negativo fino a -0.2%, che è il rendimento dei depositi presso l’istituto di Francoforte) ad esclusione delle emissioni di paesi con rating basso o junk, ABS e covered bond aventi rating almeno mezzanino (si escludono pertanto titoli spazzatura). Il vincolo sul rating imposto esclude dal programma la Grecia e la possibilità di acquistare bond con rendimento negativo include nel piano l’acquisto di Bund tedeschi, che rappresenteranno la maggiora parte dei titoli sovrani.

Escludere la Germania dal piano di acquisto era all’atto pratico impossibile, primo perché per vincere l’ostilità della Germania una contropartita era necessaria, sappiamo bene che a costo zero la Germania non si sposta dalle proprie posizioni; secondo perché l’ammontare degli acquisti è ripartito in modo direttamente proporzionale alle quote di BCE detenute da ciascuna banca centrale nazionale e la Germania è la maggior azionista della BCE. Risulta pertanto che, nonostante l’ostracismo tedesco e dei falchi nordici al seguito solo in ultimo vinto, i tedeschi saranno coloro che più beneficeranno di questa misura. Non ne beneficerà invece la Grecia a causa del suo rating, alla quale però la BCE ha allargato la linea di credito di emergenza fino 100 miliardi, il 68% del Pil ellenico, caso unico in Europa, tanto che questa circostanza ha spinto il Governatore Draghi a dichiarare ironicamente che la BCE è diventata una sorta di Banca Greca.

Dal mio punto di vista con gran ritardo, perché se QE doveva essere considerando le condizioni recessive ampiamente manifeste avrebbe dovuto esserlo fin da subito, il QE partirà e sono state superate, non senza pagare loro pegno, le resistenze nordiche di quattro anni.

Nonostante la Germania sarà la più grande beneficiaria del QE, anche durante il Direttivo non sono mancate le critiche da parte di esponenti tedeschi, che quantomeno avrebbero posticipato l’operazione facendo fare alla ripresa (o meglio ripresina) il proprio corso (non capisco come si possa pensare di rivedere in tempi ragionevole l’inflazione al 2% senza interventi esterni). La BCE invece si è mostrata decisamente ottimista ed ha rialzato le stime di crescita del PIL dell’Eurozona a 1.5% per il 2015 ed a 1.9% per il 2016 con una inflazione che rimarrà bassa ancora a lungo, sfiorando il target nel 2017 quando è prevista all’1.8%. Questi dati si riportano solo per completezza di informazione, ma mi auguro che abbiamo imparato a diffidare dalle previsioni, normalmente riviste più e più volte, tanto più in uno scenario delicato e fluido su molti fronti come quello in essere dove basta davvero un batter d’ala di libellula per scatenare reazioni impreviste, imprevedibili e d’ingente entità. Questo ottimismo è in parte dovuto ai risultati già messi a segno dall’annuncio del QE ancora prima che esso venga davvero implementato: l’Euro si è ribassato notevolmente nei confronti del dollaro, i mercati (come di consueto anticipatori) hanno messo a segno discreti rialzi a cominciare dai titoli bancari, i Bond di debito sovrano dell’area Euro hanno ridotto i loro spread.

Appurato ciò è altresì doveroso fare alcune considerazioni, perché c’è il rischio che l’effetto dei QE sia in realtà meno vigoroso e decisivo di quanto supposto e la liquidità immessa potrebbe non confluire all’economia reale.

Innanzi tutto va ricordato che l’obiettivo del Quantitative Easing non è far confluire liquidità alle imprese, agli investimenti, ai privati, bensì supportare inflazione ed Euro; l’equazione non è affatto immediata o semplice. Ne abbiamo avuto chiaro esempio con gli strumenti monetari messi in campo negli anni addietro e che in parte contribuiscono a farmi affermare che sarebbe stato meglio tentare (sempre di tentativo è giusto parlare) fin da subito con un QE: i prestiti erogati a tassi attorno all’1% da Francoforte alla banche sono stati utilizzati non per dare credito, ma per acquisto di Bond dai rendimenti anche 4 o 5 volte superiori rispetto all’1% dovuto alla BCE; gli ABS e il TLTRO invece sono stati accolti con freddezza dalle banche a causa degli imminenti stress test europei, dei criteri di Basilea 3, e dello stato di patrimonializzazione delle banche italiane non buono. Queste stesse cause hanno ridotto la propensione al credito da parte degli istituti bancari, assecondata dalla scarsa domanda conseguente ad un clima di generale sfiducia ed incertezza sul medio lungo termine. A ben guardare è stato più benefico l’effetto annuncio procrastinato da Draghi sulla disponibilità della BCE a mettere in campo strumenti non convenzionali che l’effetto degli strumenti stessi.

Come nelle occasioni precedenti il rischio che anche in questo caso gli intermediari, ed in particolare le banche, piene di crediti deteriorati e secondo l’UE sottocapitalizzate, non destinino sufficiente liquidità al credito per le imprese ed agli investimenti è concreto. Il motivo principale risiede nei criteri di Basilea che gli istituti devono rispettate e che conferirebbero un profilo di rischio alla concessione di credito superiore rispetto a quello conferito ad attività finanziarie e speculative (derivati inclusi). Ne risulta che nonostante una leva più bassa le banche italiane siano valutate peggio rispetto ai grandi colossi nordici (Deutsche Bank, Commerzbank, BNP, Societè General, Credi Agricole, Norges, ABN Amro, Saxo ecc ecc). Una simile distorsione potrebbe comportare che la liquidità ottenuta dalle banche cedendo asset alla BCE in cambiio di denaro sonante invece di essere prestata per investimenti e sviluppo economico reale venga reinvestita in finanza.

Abbiamo poi un Euro già molto basso, a circa 1.1 rispetto al Dollaro, e non è certo che possa ribassarsi ancora, probabilmente tenderà alla parità, difficile prevedere ribassi ulteriori.

Lo spread ha subito un notevole calo sfondando al ribasso, nel caso dei BTP, quota 100. Indubbiamente ciò comporta un buon risparmio sugli interessi sul debito sovrano, ma di contro le stime sul debito inserite nel DEF si sono rivelate ottimistiche ed in realtà il debito è superiore di circa 4 punti percentuali, il 128% previsto si è rivelato 132.2% quindi il risparmio effettivo è un po’ inferiore.

Un altro fattore importante è il prezzo del petrolio attorno ai 50 $ al barile. Tale circostanza è stata inserita dalla BCE tra i fattori trainanti la crescita economica, mentre per la BuBa ed il ministero delle finanze tedesco questo elemento sarebbe la reale causa della bassa inflazione. Opinione condivisa è comunque che nel giro di qualche mese al massimo anno il petrolio tornerà attorno ai 70 $ ed oltre, rischiando quindi di peggiorare le ultime previsioni della BCE. I prezzi attuali non sono sostenibili a lungo per molte compagnie, principalmente piccole realtà, operanti sia nello Shale che nel difficile mare del nord dove i costi estrattivi sono alti, inoltre le major hanno stoppato gli investimenti andando a comportare un rischio di approvvigionamento nel lungo termine, quando la domanda di idrocarburi tornerà a salire e ciò conferisce un gradi di incertezza in più.

In ultimo, ma non per importanza, vi è la situazione internazionale delicatissima. Le tensioni in Medio Oriente e nel Mediterraneo (Siria e Libia in primis) e la crisi Russo-Ucraina con le sanzioni Russe che penalizzano l’export italiano. Secondo le stime si ha una riduzione media dell’export verso la Russia del 5% che per molte aziende vale però il 50% del proprio giro d’affari, in sostanza si collocano sull’orlo del fallimento. Anche le variabili più lontane andrebbero tenute in debita considerazione, non di poco conto per l’UE è ad esempio il calo di 0.5% della crescita Cinese che passa dal 7.5% al 7% con rapporto deficit/pil a circa il 2%.

Il caso di successo dell’espansione monetaria statunitense può lasciare ben sperare, ma le circostanze USA sono ben differenti da quelle europee. Innanzi tutto la FED ha agito (ed ha anche esortato la BCE a farlo) per tempo non ostinandosi nel rispetto dell’austerità procrastinata in Europa, ha iniettato liquidità direttamente nell’economia e non ha lesinato di stampare moneta (cosa non nel mandato della BCE) ad oltranza. Gli USA hanno innalzato costantemente il tetto del loro debito (portandolo oltre il 100% del PIL per evitare il fiscal cliff) e non si sono mai curati troppo del rapporto deficit PIL a circa il 5%; hanno poi settato il target sulla disoccupazione, puntando al 6-6.5% (cosa non consentita in Europa visto che il lavoro è materia in capo ai singoli stati ed il target monetario della BCE è relativo ad Euro ed inflazione) e non lesinato in spesa pubblica per investimenti infrastrutturali che creassero lavoro nè per aumentare il welfare (legge sanitaria e salario minimo innalzato). Tutto ciò assieme ad un sistema dinamico, flessibile e meritocratico ha consentito di consolidare seriamente la ripresa economica.

Com’è ora possibile evincere con facilità, il risultato dei QE è tuttaltro che scontato e di certo va recepito il sempre corretto monito di Draghi a proseguire il piano di riforme necessario in tutta Europa ed in Italia in particolar modo, senza crogiolarsi troppo sulle iniezioni di liquidità. Sull’austerità cara alla Germania è interessante poi notare come la linea di credito d’emergenza alla Grecia (senza considerare gli aiuti passati) abbia raggiunto pochi giorni fa i 100 miliardi e che un salvataggio di Atene nel 2011 sarebbe costato circa 150 miliardi complessivi, evidentemente un prezzo di gran lunga inferiore, con la possibilità che la crisi avesse un corso meno drammatico.

Credo, ma non solo da ora, che in fondo convenisse agire in quel modo, abbandonando fin da subito l’austerità, salvando la Grecia ed insistendo sul percorso di riforme che già all’epoca erano evidentemente indispensabili, senza fare sconti a coloro che non le implementassero o che eventualmente sprecassero il denaro concesso. Il timore del “precedente” e la forza tedesca nel proteggere i propri interessi hanno invece avuto la meglio come sembra abbiano, in misura inferiore, anche adesso.

Il QE-Day è dunque alle porte, ma che sia anche un Beautiful-Day è ancora tutto da dimostrare.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

 

Annunci

La lenta fretta del G20 ed una realtà italiana più tartaruga che Achille

Come accaduto nei giorni scorsi all’Ecofin e consessi affini anche all’ultimo meeting G20 australiano non sono emerse grandissime ed eclatanti novità. Si tratta degli stessi allarmi e delle stesse possibili soluzioni di massima per il perseguimento delle quali rimane comunque un certo disaccordo tra i protagonisti. Ripetendo quanto detto per il meeting economico europeo (Ecofin1 – Ecofin2) pare che gli ingredienti siano ormai scelti e condivisi (sembrava lo fossero anche durante la campagna elettorale per le europee del 25/05), ma non si sappia in che ricetta impiegarli … un primo, un secondo o un dolce? Ed anche una volta scelta la portata, che cosa si vuole cucinare?,

Questa continua assenza di allineamento che fa si che oltre ai corposi report ben poco all’atto pratico scaturisca da simili eventi è in palese contraddizione con uno dei messaggi fondamentali che sempre si ribadiscono, e questa volta non fa eccezione, ossia che c’è fretta e che si deve agire il più rapidamente possibile con soluzioni concrete e che portino risultati.

Di seguito per chi volesse approfondire, si allegano alcuni link che descrivono e commentano il G20 di Cairns.

Repubblica G20-Padoan
Repubblica G20 infrastrutture
Quotidiano.net Ripresa incerta
AGI Padoan crescita incerta

I 20 che rappresentano l’85% dell’economia globale lanciano un (ben noto) allarme dicendo:

“i rischi per l’economia globale sono aumentati negli ultimi mesi”.

Non volendo sembrare stucchevole mi vien da dire che, osservando la crisi mediorientale, la questione russa, ma anche i rallentamenti delle economie emergenti, le tensioni a livello monetario e la difficoltà della Cina a raggiungere il target 2014 di crescita del 7.5%, non ci voleva certo il G20 per appurarlo. Nonostante questo alert la stima di crescita, già vista al ribasso, del 2% per l’economia mondiale nei prossimi 5 anni viene ritoccata appena all’1.8%. A fare la differenza però è il diverso ritmo di crescita. Considerare USA, estremo oriente, Africa ed emergenti è ben differente che considerare l’Europa. L’UE cresce meno e più lentamente, la Germania è stata esortata a fare di più soprattutto utilizzando il proprio surplus commerciale; i rappresentanti tedeschi, ad iniziare dal Ministro Schauble hanno ribadito che non con la flessibilità si esce dalla crisi, ma con il rigore dei conti e con le riforme in capo ai singoli stati, difendendo ancora una volta il proprio status-quo. All’interno dell’Eurozona l’Italia non cresce proprio.

A ricordare che siamo in recessione tecnica (per il terzo anno consecutivo) è il Ministro Padoan che però, ottimisticamente, afferma che la crescita tornerà nel 2015 e che siamo in una condizione in cui le riforme servono immediatamente. Anche in tal caso la scoperta non è nuova, in questa sede lo si ripete da mesi e mesi, quasi anni che il tempo è scaduto. La crescita mondiale, e quella italiana del 2015 se vi sarà sarà inferiore forse appena qualche decimo di punto percentuale, non è sufficiente per creare lavoro, imprescindibile per una ripartenza economica stabile, per supportare i consumi ed abbattere gli scenari deflattivi, quindi non lo sarà probabilmente neppure nel nostro paese. Se lo scenario deflattivo continuasse a persistere, secondo Fitch la recessione del Bel Paese potrebbe protrarsi più a lungo, almeno per tutto il 2016, con debito/Pil tendente al 150%, disoccupazione oltre il 13% e conti pubblici a rischio; differente invece lo scenario più ottimistico in cui l’inflazione tornasse a salire, quindi una conferma che le azioni e le misure debbano avere carattere di urgenza.

L’accento del G20 è nuovamente posto sulla necessità di investimenti, concetto ancora ribadito e che in Italia sia il MEF sia Confindustria e Sindacati sia Bankitalia hanno già indicato come priorità indiscussa. Abbiamo però già scritto che per l’investimento serve un intervento pubblico sostanzioso ed un substrato economico in grado di attirare capitali privati che dovrà comprendere defiscalizzazione e minore costo del lavoro, minor burocrazia, più certezza e chiarezza normativa, giudiziaria e legislativa, possibilità di un business profittevole che vale a dire uno scenario di crescita e competitività; si torna dunque alla necessità di un sostanzioso e rapido pacchetto di riforme. Tra gli investimenti i 20 identificano prioritari quelli infrastrutturali, ed allora è evidente che il supporto pubblico è necessario e che quindi lato italia non sia compatibile con un rigido rispetto dei patti europei come il fiscal compact ed il rapporto defcit/PIL sic stante. Per gli investimenti vi è un piano del G20 per creare una grande banca dati dove investitori e progetti possano essere visibili l’uno l’altro in modo da far da luogo virtuale di contatto ed acceleratore.

Un altro punto interessante riguarda l’intenzione di ridurre elusione ed evasione fiscale da parte dei grandi colossi che riescono a non pagare tasse nei paesi dal fisco più alto servendosi di meccanismi di controllate e succursali in paesi a fisco agevolato, cosa peraltro spesso legale e che nell’ambito Europeo (e qui lo si è scritto fin dai primi articoli, ormai oltre 200 fa) non può prescindere da una armonizzazione normativa e fiscale ove le differenze tra i vari paesi vengono livellate e non sia più possibile lavorare in Italia ma fatturare in Lussemburgo, Olanda, UK o Irlanda che con il suo 12.5% di Corporate Tax ha fatto di questa caratteristica la base della sua ripresa e degli introiti per rientrare dal debito contratto con la Troika. Un meccanismo di scambio automatico di dati dovrebbe entrare in vigore sia tra i paesi del G20 sia tra i membri ed i non membri nel 2017/18.

Non è mancata poi l’occasione per puntualizzare il ruolo della BCE. Secondo il ministro del Tesoro Usa, Jack Lew, le politiche della Banca Centrale Europea, fino ad ora poco reattiva e lenta, così come quella del Giappone dovrebbero essere ancora più espansive e prendere spunto proprio dalla FED. Il Ministro tedesco Schauble ed il Governatore della Buba Weidmann hanno nuovamente ribadito che in tal modo si aumenta ulteriormente il rischio di una bolla monetaria e speculativa, già alto dopo le recenti misure della BCE, la via è solo ed esclusivamente il rigore dei conti e le riforme.

Da queste brevi analisi si percepisce già che gli intenti sono comuni, gli strumenti di alto livello anche, ma come utilizzarli e mischiarli ancora non è chiaro, non vi è un piano unico, totale e globale neppure tra i grandi della terra, nonostante si assuma l’urgenza come assioma fondamentale ed indiscutibile. Inoltre la Germania, dominatrice della scena europea e con la più grande influenza su Bruxelles-Strasburgo, non sembra aver intenzione di alleggerire le proprie posizioni.

In Italia il concetto di fretta ed urgenza si amplifica rispetto ad altrove, ma si amplificano anche gli impedimenti ad azioni rapide incisive e concrete, del resto lo si poteva intuire un poco prima che c’era da sbrigarsi, dati tipo quello diramato dalla CGIA di Mestre che fissa ad 80 miliardi i consumi persi dal 2007, 3’300€ a famiglia e 1’300€ a persona, non son quelli che maturano dalla sera alla mattina.

Prendiamo ad esempio il pagamento dei debiti arretrati delle PA: i soldi pare che siano stanziati, ma solo il 50% è arrivato a destinazione proprio perché tra stanziare ed elargire la differenza è abissale, determinante per una azienda, dopo lo stanziamento subentra altra burocrazia, enti, provice, regioni, comuni, aziende pubbliche ed ovviamente l’intermediario bancario. Nonostante l’impegno poi il nostro paese continua ad essere un cattivo pagatore infrangendo le regole europee con una media dei pagamenti di 160 giorni (fino a 700 in certe zone del sud) a fronte dei 30, che arrivano a 60 nell’ambito sanitario, concessi dalla UE.

Le riforme sul lavoro e la discussione sull’articolo 18 rischiano di rallentare un ambito in cui servono risultati immediati sacrificandoli sull’altare delle ideologie e delle bandiere sia un una parte che dall’altra.

Il decreto sblocca italia dovrebbe favorire investimenti, ma, come si vede nel caso della TAP che è uno dei maggiori progetti europei e per il quale potrebbero decidere di porre come punto ultimo di approdo l’Albania (l’Italia quindi perderebbe investimenti) se non si riescono a risolvere i problemi in Puglia,  la TAV ed in ogni altro progetto dalle energie rinnovabili ai corridoi di viabilità le opposizioni locali, di enti, di popolazioni di associazioni, di comuni, di aziende hanno la capacità di bloccare, come se la burocrazia non bastasse, ogni opera infrastrutturale. Proprio quelle opere prioritarie per il G20.

Il taglio del fisco e dell’Irap per le imprese (già avvenuto assieme al bonus 80€ nella misura del 10%) è una priorità manifestata da Padoan, che però deve fare i conti con i proventi della Spending review, copertura per la defiscalizzazione, lentissima che ha visto il cambio di vari commissari, nella quale i tagli sono osteggiati e discussi da realtà come sanità o regioni (ed ogni centro di potere tagliato avrà da recriminare aspramente) e che dovrà essere divisa con l’obiettivo di riduzione del debito.

In tutto ciò ricordiamo come i lavori parlamentari si siano impantanati a causa dell’incapacità di rinnovare i membri di CSM e Corte Costituzionale che riguardo ai due membri esponenti di PD e PDL ha necessitato invano di 14 votazioni nonostante il patto del Nazareno. Ricordiamo che vi sono centinaia di riforme approvate dai vecchi governi che sono in “coda” attendendo il decreto attuativo e che ad esempio un elemento indiscutibile per attrarre investimenti e cavallo di battaglia degli ultimi esecutivi, l’agenda digitale con il suo piano per la digitalizzazione, la banda larga e l’abbattimento del digitale divide, rimane un punto di domanda, o meglio un report in un cassetto..

Nonostante tutto in questo frangente la velocità non sembra di questo paese…. per la gioia dei centri di potere.

Link:
FMI taglia stime PIL; riforme nella giusta direzione ma da applicare in un Governo che non sembra così coeso
OCSE taglia stime di crescita, scenario fragile. Serve più flessibilità parallelamente al processo di riforme
Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE
Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre
Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno
Draghi: parole “infraintendibili” per tutti, non per Schauble
Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza
Padoan: crescita molto lontana da quanto previsto. Indiscrezioni di un non facile tavolo segreto per vincoli europei più flessibili. Che questa volta sia quella buona.
Economia europea congelata, analisi, possibili soluzioni e rischi a valle dei dati di PIL Q2
Cinque analisi su alcuni fatti economico-politici salienti della settimana: 14/08/14
Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere
La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto?
Un difficile G20 per puntare alla resilienza

21/09/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

Draghi: parole “infraintendibili” per tutti, non per Schauble

draghi-schaeuble-227731_tn Secondo il Ministro dell’economia tedesco Wolfgang Schauble, il discorso di Draghi al meeting di Jackson Hole sarebbe  stato male interpretato. Per il Ministro non sarebbe stato nelle intenzioni del Governatore della BCE avanzare  l’ipotesi di  allentamenti monetari stile FED, precludendo quindi ogni tipo di strumento non convenzionale, QE,  acquisto di titoli di  stato o cartolarizzazioni bancarie.
Schauble sostiene, quasi volendosi arrogare il diritto di parlare per bocca di Draghi stesso, che non vi sarà assolutamente  un abbandono del rigore e del rispetto dei vincoli di bilancio e che risulta fondamentale il percorso riformatore che dovrà coinvolgere gli stati membri (includendo quasi in un impulso di ritrovata umiltà anche la stessa Germania) e l’Europa.

A ben vedere il discorso proferito da Draghi a Jackson Hole (LINK) lascia ben pochi margini di interpretazione. L’importanza delle riforme, ricalcando quanto già detto in interventi precedenti, ossia di conferire all’Unione una maggior influenza ed una maggior sovranità nei processi di riforme economico-istituzionale delle nazioni, è confermata, in particolare per quel che concerne la spinta verso un incremento di investimenti pubblici e privati e verso la lotta alla disoccupazione.
Su questo primo macro-punto il Governatore ed il Ministro tedesco sono facilmente confrontabili.

Differente invece è il discorso che riguarda prettamente la finanza e la politica monetaria. Come sempre Draghi non ha voluto calcare la mano oltremodo su flessibilità dei trattati né ha esplicitamente appoggiato un eventuale alleggerimento del rigore, ma ha sottolineato prepotentemente la necessità che in Europa ed in tutti gli stati (Italia in primis) sia il privato che il pubblico tornino ad investire.

Questo processo necessita indubbiamente delle riforme che, nel caso italiano sono parzialmente rappresentate dai testi che verranno presentati nel CdM del 29, quindi: scuola/istruzione in modo che vi sia più vicinanza al mondo del lavoro, e sia un sistema più efficiente, efficace, meritocratico e di qualità; sbocca-italia per allocare risorse ad investimenti produttivi confidando anche in fondi europei visto che i margini sono decisamente stretti; giustizia cosicché gli investitori stranieri e nostrani possano confidare in un meccanismo di legalità funzionante, snello, rapido e che giunga rapidamente a sentenza (stessa cosa dovrebbe valere anche per l’aspetto normativo e regolatorio, nel nostro paese troppo ballerino per offrire le certezze richieste nel mondo degli investimenti e degli affari).
Innegabile però che Draghi abbia anche fatto esplicito riferimento a strumenti finanziari non convenzionali per assolvere la missione della BCE di riportare l’inflazione a ridosso del 2% e garantire la stabilità dei prezzi, obiettivi fino ad ora mancati probabilmente proprio a causa di tempi di reazioni lenti dell’istituto di Francoforte e per l’intermediazione bancaria che ha rappresentato un meccanismo inceppato dell’ingranaggio banca centrale – economia reale/imprese.
Del resto, e forse Schauble non lo ricorda, a settembre partiranno i meccanismi di ABS, TLTRO ed eventualmente i QE su titoli di stato e cartolarizzazioni.

Innegabile che poi gli investimenti in una fase di crisi come quella in atto siano legato saldamente alle possibilità di spesa, basse sia per gli stati in crisi che per molte delle aziende europee che devono far fronte a mercati stagnanti e ad un Euro, benché in calo, ancora troppo forte per puntare tutto sull’export. A ciò si aggiungono le sanzioni commerciali alla Russia (estese in queste ore oltre che all’alimentare anche al lusso) e le crisi medio orientali che potrebbero influire sui prezzi delle materie prime come gas e petrolio.
In fasi simili gli investimenti possono essere fatti sul lato pubblico solo rivedendo i patti a livello europeo (oltre che agendo sui tagli alla spesa che però in un paese come l’Italia stando ai piani dichiarati dovrebbero andare a riduzione del debito ed alla detassazione), mentre sul lato privato fornendo liquidità, quindi credito, a basso costo, cosa che potrebbe fare in modo relativamente rapido proprio la BCE con una politica monetaria più accomodante (in attesa degli effetti delle riforme che non devono rallentare), magari assieme ad azioni volte a deprezzare la moneta unica supportando l’export, anche alla luce dell’indebolimento del mercato russo come destinazione a causa delle sanzioni.

Un paese come l’Italia, che rimane molto interessante per gli investitori i quali sono scoraggiati ad investire proprio per la burocrazia, le tasse, la legalità, l’incertezza normativa, il costo del lavoro, ecc, si gioverebbe enormemente di una prima fase di sbocco di investimenti tramite QE e revisione dei patti UE, in attesa che la burocrazia venga alleggerita, le norme e la giustizia vengano rese più snelle e certe, il fisco e la rigidità del lavoro riviste. Raggiunti quei traguardi importantissimi non sarebbe necessario più alcun supporto esterno perché il meccanismo degli investimenti riprenderebbe in automatico ad opera di investitori nazioni ed esteri sia del campo pubblico che privato.

Per ora i mercati non hanno dato troppo peso alle parole di Schauble, ritenendo probabile il verificarsi di operazioni straordinarie da parte della BCE e assieme alla prosecuzione del tapering della FED (il PIL USA Q2 ha battuto le attese registrando +4.2% rispetto al 3.8%). Questa possibile ulteriore liquidità renderebbe il mercato UE forse anche più interessante di quello USA. Secondo Nomura ci sono il 30% delle probabilità che la BCE adotti misure non convenzionali entro l’anno.

Verrebbe da chiedere alle imprese ed ai consumatori tedeschi, ricordando loro i valori del PIL e dell’indice di fiducia IFO se siano totalmente d’accordo con le parole del loro Ministro (sempre più ostinatamente falco). Credo che qualche oppositore non lesinerebbe critiche alle dichiarazioni di un Ministro che a volte sembra cieco di fronte all’avvitarsi della situazione economica.

Link:

La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota 08/08/14
La crisi di governo francese ha rotto il fronte anti austerità? Problemi in vista? 26/08/14
Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande 13/08/14
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere 11/08/14

27/08/2014

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza

Jackson Hole In Wyoming, a Jackson Hole, si è tenuto il prestigioso meeting tra i banchieri  centrali culminato con gli attesi interventi della Governatrice della FED Janet Yellen  e del Governatore della BCE Mario Draghi.

Il consesso rigorosamente ad inviti, è uno di quelli di altissimo livello dove si  delineano le politiche e le strategie, si fanno propositi e talvolta proclami, salvo poi  rilevare che spesso o risultano già ampiamente anticipati dagli eventi oppure di  difficile implementazione a causa di una catena di trasmissione, che dovrebbe  renderli operativi, nella realtà dei fatti spesso più complicata e meno funzionale del  previsto.

I due interventi principe oltre a trattare i temi tipici di competenza delle banche  centrali quindi le politiche monetarie, come ampiamente anticipato hanno avuto il loro fulcro nel mercato del lavoro e nella disoccupazione, problematiche che vedono impegnati sia gli USA che la UE, la cui presidenza italiana ha posto al centro del proprio semestre proprio l’occupazione, essendo un fattore indispensabile, ma ancora fragile in gran parte dell’Europa, per l’innesco di uno spiraglio di ripresa. A testimonianza dell’interesse al lavoro rispetto a quanto accaduto in passato, a questa edizione sono stati invitati meno banchieri d’affari e più esponenti, accademici e studiosi proprio delle dinamiche dell’occupazione e del lavoro. 

Il discorso del Governatore Draghi è stato abbastanza blando, senza grossi colpi di scena, del resto la BCE non giocava nello stadio di casa, Draghi quindi probabilmente si è limitato a sottolineare quanto l’Istituto da lui diretto ritiene necessario fare in questa fase, lasciando eventuali annunci “shock” per interventi presso la sede tedesca di Francoforte.

I punti centrali in tema di politica monetaria della sua esposizione si possono riassumere nell’impegno costante a riportare i livelli di inflazione a ridosso del 2% e nell’utilizzo di ogni tipo di strumento, anche non convenzionale, per dare all’economia reale quello spunto di cui da tempo ha bisogno (e che ha visto la BCE ritardataria) utilizzando ogni misura, a cominciare da quanto già in programma a partire dal 18 settembre, cioè ABS, TLTRO ed eventualmente acquisto di cartolarizzazioni e titoli di stato, cercando di ridurre al minimo il potenziale effetto di smorzamento avuto in passato a causa dell’intermediario bancario.

A ciò però si aggiungono alcune critiche, che esulano dai compiti specifici della BCE. Draghi infatti ha ribadito come la BCE non può sostituirsi in alcun modo agli Stati i quali devono realizzare e rendere effettivi i pacchetti di riforme che già conoscono bene, in particolare quella sul mercato del lavoro non risulta più prorogabile. La politica monetaria è inutile se non vi sono misure strutturali che supportano l’economia. Gli Stati devono lavorare in tal senso in modo da essere più attrattivi ed attirare capitali industriali e finanziari. Ribadisce infatti, come fece Visco qualche settimana fa in occasione del convegno dell’ABI, la necessità di più investimenti sia privati che pubblici, ed in tal senso l’Italia deve sentirsi direttamente chiamata in causa avendo perso rispetto al passato molta attrattività nei confronti degli investimenti industriali proprio a  causa, oltre che della crisi, di meccanismi legislativi, della giustizia, del fisco, della burocrazia e del lavoro, spesso borbonici e che scoraggiano ogni tipo di investimento in attività produttive.

Quello che dice Draghi risulta verissimo (in particolare sulle riforme) e porta implicitamente a fare alcuni ragionamenti.

Il primo riguarda il pacchetto di investimenti pubblici che reclama. Essi in questa fase sono fuori portata per ogni Stato in difficoltà con i conti (Debito, rapporto deficit/PIL ecc). Tali Stati sono proprio quelli a necessitare di più profondi e repentini investimenti. In parte il pacchetto da 400 miliardi annunciato da Jucker potrà assolvere questa funzione, ma di certo non sarà sufficiente. Serve che anche i singoli Stati si impegnino (in Italia risulterà fondamentale il piano Sbocca Italia al varo nel CdM del 29 agosto) e per impegnarsi in investimenti, in ricerca, in sviluppo e innovazione, in aggiornamenti tecnologici e nella creazione di valore aggiunto nel medio-lungo periodo, devono avere disponibilità di budget da far fruttare. Ecco allora che la revisione dei patti europei risulta nuovamente una possibile chiave di volta da considerare seriamente perché utilizzando la flessibilità ad oggi concessa, alla luce dei pessimi dati di PIL di gran parte dell’area Euro, non sembra possibile avere sufficienti margini di intervento. Ovviamente i conti non dovranno essere sballati, ma dovranno consentire qualche scostamento temporaneo per iniziare efficacemente la sortita dalla crisi.

Draghi parla molto bene anche in merito al fatto che la politica monetaria non può risolvere tutto e che risulta inefficace se non vi sono piani di medio-lungo periodo che devono essere in capo ai singoli Stati, ed in questo perimetro rientra il pacchetto di riforme economiche da farsi più che rapidamente (i soldi si possono elargire, ma i beneficiari devono saperli investire e far fruttare…). È altrettanto vero però che la politica monetaria deve rappresentare la fase “uno” che sbocchi violentemente i meccanismi di crescita economica bloccati dalla crisi e che Stati in difficoltà, soprattutto se stretti nel rigore dell’austerità, non riescono a sbrogliare. L’impulso monetario che è mancato venendo in gran parte neutralizzato dagli istituti di credito, avrebbe dovuto fornire la liquidità necessaria ad una fase “due” di sostegno all’economia reale, alle imprese, al credito ed in parte agli investimenti strutturali di medio-lungo periodo i cui risultati avrebbero dovuto portare lavoro, reddito, domanda (incluso export), produzione industriale ad un livello più stabile; il tutto andando in parallelo con il processo di riforme comunque necessario a rendere duraturi e solidi, con i fisiologici tempi di ritardo,  i risultati.

Anche un’azione volta a svalutare leggermente la moneta per favorire l’export avrebbe potuto essere utile, ma in tal senso la Germania dagli alti livelli di export, benché gli ultimi dati abbiano visto rallentare anche le esportazioni tedesche, sarebbe stato lo Stato a trarne maggiori vantaggi ed inoltre avrebbe dovuto essere calcolato il rischio di “guerra monetaria” (terreno sempre scivoloso ed imprevedibile anche per i più esperti) con gli UK, USA, Cina e Sud America.

Il discorso della Yellen ha principalmente riguardato il perimetro statunitense.

Il tapering continuerà, gli acquisti di titoli di stato si sono già ridotti da 85 a 25 miliardi di $ al mese e verranno stoppati ad ottobre in quanto ormai prossimo il target sulla disoccupazione del 6.5%. La Governatrice ha anche assicurato che i tassi rimarranno per il momento bassi, ma che verranno rialzati qualora non vi siano segnali economici avversi (in tal senso potrebbe giovarne l’Euro perdendo un po’ di forza nei confronti del Dollaro e favorendo quindi le esportazioni dal vecchio continente, processo che pare già essere lentamente in atto).

La Governatrice della FED ha però aggiunto alcune note molto interessanti.

La prima, e sembra un sottile riferimento all’azione in certe circostanze conservativa e lenta della BCE, è relativa al notevole ruolo che ha avuto la politica monetaria accomodante dell’istituto di Washington nel traghettare gli USA fuori da una recessione lunga un lustro, riportando l’economia a stelle e strisce ad essere ben impostata.

In tal percorso, ed il la seconda nota da analizzare, è stato partorito un nuovo concetto di lavoro ed occupazione. Si è a tutti gli effetti in presenza di  escalation di questo tema. Se prima infatti gli unici dati tenuti in considerazione erano la disoccupazione ed il numero di nuovi occupati, adesso si è preso atto che questi non sono più sufficienti. Si devono invece analizzare i meccanismi del lavoro in modo più profondo, come il numero di disoccupati di lungo termine; le tipologie di occupazione, se stabili o eccessivamente precarie, il che non vuol dire che il posto deve essere fisso a vita, ma che il mercato del lavoro deve essere flessibile ed offrire sempre nuove opportunità; il livello del salario, ancora troppo basso e che non consente una ripresa stabile dei consumi interni e della fiducia. Lo scenario USA è quindi in miglioramento, ben impostato, ma ancora lungi dall’essere strutturalmente stabile e solido.

In Europa, e come a volte capita l’Italia ne rappresenta l’estremo peggiore, si è ancora radicati al vecchio concetto ed ai vecchi dati e pare che si sia realizzata una politica diametralmente opposta. L’azione sembra rivolta a dare flessibilità al lavoro, ma nel senso “precarizzante” che non offre alcuna certezza né salari decenti al lavoratore che troppo spesso può contare solo su attività di breve termine ed assenza di prospettive nel medio-lungo periodo. Gli stessi salari sono stati sovente rivisti al ribasso ed il potere d’acquisto quasi azzerato. Questi due elementi da soli sono sufficienti ad innescare la spirale deflattiva che ha contribuito a portare livelli di inflazione continentali circa allo 0.4% con molti Paesi già in deflazione (sul tema del lavoro grande importanza avranno i piani e gli impegni di questo Governo, posto di fronte a partite tutt’altro che semplici anche per la frammentazione parlamentare che si potrebbe avere su un simile argomento).

Negli USA siamo dinnanzi ad un a presa di coscienza importante, ossia il bisogno di fare un “upgrade”  nelle politiche e nei dati utilizzati per analizzare e risolvere le crisi. Adesso pare che si vogliano considerare anche le condizioni al contorno piuttosto che, come accade per i parametri cardine della politica dell’austerità, il semplice e singolo dato (alla lunga si potrebbe convergere dal PIL ad un indice di benessere complessivo come molte teorie già indicano e come il Bhutan ha già adottato). L’obiettivo dovrebbe essere quello (come detto anche qui, vedi link a fondo pagina) di puntare ad un riassetto che sia strutturale, porti benessere reale e tangibile e sia resiliente alle rapide mutazioni economico sociali, in modo da presentarsi più capace nell’affrontare e scongiurare la ciclicità delle crisi che un’economia eccessivamente basata sulla finanza sembra causare.

L’Europa dovrà anch’essa perdere atto di questi mutamenti muovendosi verso un adeguato livello di proattività e resilienza, perché al momento pare ancora troppo radicata ad un approccio obsoleto, vulnerabile, fragile e totalmente in balia delle variabili macro sempre più rapide e meno prevedibili. 

Questo percorso dovrà convergere verso situazioni di stabilità strutturale capaci di evitare le crisi o ridurne la frequenza, nel caso prevederle quanto prima ed in ultimo mutare la propria azione e la propria struttura così da rispondervi nel modo più pronto, efficace e meno traumatico possibile.

Inutile ribadire che questo processo necessita di lungimiranza nello studio e nell’implementazione dei piani di crescita, sviluppo ed investimento di medio-lungo periodo nonché nell’applicazione di quelle riforme strutturali reclamate da più parti a gran voce.

Link correlati:
Un difficile G20 per puntare alla resilienza 29/08/13
Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde 26/01/14
Obama – Italia: problemi simili soluzioni antitetiche 29/01/14
Le misure di Draghi ci sono, con un ma…. 05/06/14
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere 11/08/14
Cinque analisi su alcuni fatti economico-politici salienti della settimana: 14/08/14
Conclusioni di Visco all’assemblea di Bankitalia. Concetti noti, ma qualche novità al contorno 31/05/14

22/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

2013-2023: decennio, forse l’ultimo, a stelle e strisce?

In questo momento di congiunture macroeconomiche complesse e di grande difficoltà per il vecchio continente, stando ai dati pare che ad arrancare senza aver agganciato la ripresa in maniera incisiva siano solamente alcune realtà europee, cominciando dall’Italia, la cui situazione è ben nota.

Considerando invece gli USA, che rimarranno la prima economia mondiale almeno fino al 2028 anno in cui le previsioni indicano il sorpasso cinese ai danni degli Stati Uniti immediatamente seguiti dall’India, si notano evidenze di una tendente ripresa e crescita economica le quali, nonostante oggettive difficoltà persistenti, faranno sì che anche il prossimo decennio potrà essere made in USA.

Gli Stati Uniti, partendo dalla crisi dei mutui subprime, hanno dovuto realizzare immediatamente la gravità della situazione, si sono potuti muovere, benché già in ritardo, ben prima del vecchio continente ed hanno potuto usufruire di quell’esperienza della “seconda volta” che le ha consentito di reagire e mettere in atto in modo relativamente tempestivo politiche e piani atti a fronteggiare questo secondo acuirsi della crisi ben più penetrante ed estesa di quella del 2007/2008 e che coinvolge non solo la finanza, ma tutta la società in modo ben più pervasivo e trasversale.

I fattori che hanno dato agli Stati Uniti questa possibilità sono da ricondurre in parte a situazioni parzialmente fortuite (rivoluzione energetica) ed in parte a politiche, monetarie e di investimenti, che finora stanno dando ragione alla nazione di Obama.

Partendo dalla politica monetaria della FED di Ben Bernanke, essa è stata fin da subito molto accomodate e non ha assolutamente lesinato nell’iniettare enormi quantità di denaro principalmente facendo leva sulla possibilità di coniare e stampare e su acquisti massicci di titoli di stato pari a circa 85 miliardi di dollari al mese. Questi titanici acquisti stanno gradualmente cessando, si può dire che il tapering sia iniziato e proseguirà anche quando, a partire dal prossimo anno, ai vertici della FED si insedierà Jenet Yellen. Considerando la ritrosia nell’avviare il tapering, giustificata dai possibili impatti che questo provvedimento avrebbe potuto avere sui mercati, è plausibile che i segnali di ripresa USA siano più concreti di quelli che vengono resi pubblici o che il tepring sia già stato scontato. Parallelamente ai provvedimenti monetari, che hanno avuto il merito, cosa non accaduta in Europa e per la quale probabilmente abbiamo e stiamo tuttora pagando, di alimentare non il sistema finanziario e delle banche, ma direttamente l’economia reale, forse frutto della precedente esperienza del 2007/08, sono stati avviati importanti piani di sviluppo ed investimento in grandi opere, infrastrutture pubbliche, ricerca, telecomunicazioni e viabilità in grado di creare lavoro ed al contempo garantire profitto al paese nel lungo termine. Questa “fase 2” è partita non curandosi troppo del deficit e dei parametri che invece in Europa sono considerati il sancta sanctorum, il dogma ultimo e che tengono in scacco, condannandole definitivamente qualora non venissero rivisti, economie importanti e trainanti come l’Italia. Gli USA hanno un debito di oltre 17’000 miliardi di dollari (detenuto per circa il 1’100 miliardi dalla Cina), superiore al 100% del PIL, tetto che democratici e repubblicani, dopo trattative e negoziati estenuanti ma testimoni di come quando siano le sorti dell’intero paese ed essere messe in gioco in ultima istanza gli accordi volgano a conclusione (non come in Italia), hanno deciso di innalzare onde evitare il fiscal cliff. Il rapporto deficit/PIL è di circa il 4%, oltre lo storico 3% europeo ed il PIL USA è cresciuto, battendo tutte le previsioni, del 4.1% nel Q3 2013, gli indici borsistici, sostanzialmente ai massimi storici, nell’ultimo anno sono cresciuti di circa il 38% il Nasdaq, del 26% il Dow Jones, del 29% lo S&P500 (contro un circa +16% del FTSE-MIB). Che questa politica, adottata anche dal Giappone di Abe (indice Nikkei +55% circa dal 1 gennaio 2013), avrà solo ripercussioni positive ed eviterà il ripetersi ciclico delle crisi e delle bolle, che hanno fin qui caratterizzato lo sviluppo economico mondiale, è presto per capirlo, di certo tale approccio ha sbloccato l’economia ed ha dato una scossa decisiva in un momento cruciale.

Un secondo settore in cui gli USA stanno vivendo una violenta rivoluzione è quello dell’energia, indispensabile per una economia florida e produttiva, e fattore determinante delle scelte di business development delle multinazionali (lo sappiamo bene in Italia). La possibilità di estrarre shale-gas, presente in abbondanza, in modo relativamente economico grazie alle infrastrutture estrattive già presenti ed ai giacimenti petroliferi esausti, ha consentito agli Stati Uniti di raggiungere l’autonomia energetica garantendo alle imprese locali un costo della bolletta decisamente più basso (circa 1/3) che in Europa. Al contempo l’estrazione di petrolio ed i grandi investimenti in tecnologie verdi, energie rinnovabili, tecniche di abbattimento degli inquinati (come la CCS), efficienza energetica e delle reti di trasmissione/distribuzione elettrica, che a dispetto della completa liberalizzazione e del regime concorrenziale presente, sono ancora molto deficitarie rispetto agli standard italiani, sono proseguite consentendo agli USA di diventare un paese esportatore di petrolio, meno dipendente dal carbone rispetto al passato ed emettere meno gas serra. Tutte queste circostanza da un lato danno la possibilità di perseguire in modo più concreto politiche di riduzione delle emissioni e lotta ai cambiamenti climatici (vero cavallo di battagli delle propagande di Obama, più difficoltoso da attuarsi nei fatti), dall’altro consentono di allentare, al limite rescindere, quel legame, fino a poco tempo fa inesorabile, con le economie arabe e del Medio Oriente, caratterizzate da situazioni geo-politiche complesse, ad alto rischio e che hanno assorbito negli anni grosse risorse economiche, militari e del comparto difesa statunitensi. A ciò potrebbe seguire, benché non nell’immediato, un minor dispiego militare ed un conseguente risparmio in dollari.

Ulteriori fattori non di secondo piano si possono ricercare negli accordi commerciali con l’Europa, che diventano sempre più stretti, e, dal punto di vista statunitense, favoriti da un Dollaro molto debole nei confronti dell’Euro, rispetto al quale è deprezzato del 30% circa, che agevola le loro esportazioni. Il rafforzamento di tale legame può essere anche letto come un tentativo di allontanare l’Europa dall’orbita russa, sempre più vicina, e che potrebbe raggiungere la completa indipendenza in ogni settore confidando nella collaborazione con un partner leale ed affidabile come l’Europa.
La flessibilità introdotta nel mondo del lavoro e l’abbassamento del costo della manodopera potrebbero essere viste come una sorta di precarizzazione e peggioramento, ed in parte è vero, ma, se mantenuta solamente per consentire l’uscita definitiva dalla crisi, potrebbe esser stata determinante per combattere la disoccupazione, attualmente al 6% ma che ha come obiettivo prossimo il 5%, e dare un minimo sostentamento e potere d’acquisto ad una fascia sociale altrimenti totalmente a carico della collettività.
Infine le politiche sull’immigrazione hanno consentito di attirare manovalanza poco qualificata ed a basso costo, ma anche e soprattutto i talenti e l’elite studentesca, inclusa la futura classe dirigente cinese che si forma nelle più prestigiose università americane per poi tornare in patria, testimoniando un processo organizzato e funzionale di creazione di manager e di successione alla leadership ignoto in Italia, avendo padronanza delle due lingue mondiali (cinese ed inglese) e soprattutto con una nuova prospettiva del mondo, che grazie al connubio degli approcci orientali d occidentali, intesi dalla cultura, scienza e tecnologia, alla gestione ed amministrazione aziendale, risulta davvero arricchita e pronta alla globalizzazione.
Questa elite, benché in parte destinata a tornare in patria, contribuisce in ogni caso a fare innovazione e ricerca di altissimo livello nei migliori istituti dal MIT a Stanford, Yale ed Harvard o aziende (IBM, Google, realtà della Silicon Valley) potendo confidare su un sistema meritocratico relativamente premiante, dove il tentativo è valorizzato anche in caso di un primo fallimento, e su ingenti investimenti pubblici e privati come i venture capital in sostegno alle start up. Importanti risorse sono anche destinate all’High Tech ed alla copertura totale del suolo americano con internet super veloce, Google ha iniziato il cablaggio in fibra di diverse aree, consentendo velocità di 100 volte superiori rispetto alle migliori velocità medie odierne.

Se a quanto detto si associa un regime fiscale favorevole è facile capire perché molte aziende, che delocalizzarono, stiano rientrando negli USA dando vita ad un processo inverso rispetto a quello di desertificazione industriale che sta colpendo il nostro paese, in particolar modo il sud.

Permangono tuttavia situazioni alle quali gli USA dovranno porre rimedio e che sono costate figure magre all’amministrazione Obama. La riforma sanitaria “Obama Care”, minata ulteriormente nell’immagine dalle complicanze occorse nel sito internet, è motivo di scontro sia tra repubblicani e democratici sia con le grandi compagnie assicurative e le associazioni delle multinazionali farmaceutiche; la vicenda dell’ NSA, del datagate ed in generale della sicurezza, molto sentito dai cittadini disposti a cedere parte della loro privacy per standard migliori, alla quale gli USA destineranno miliardi e miliardi di dollari, negli anni venturi incanalati in buona parte verso quello che è il controllo ed il monitoraggio di internet e della rete (cybersecurity, cyberwarfare, cyber-espionage) ed alle nuovissime tecnologie applicate in ambito militare; altro punto scottante è il rapporto con la Russia che sta vedendo l’acuirsi di tensioni forti sia a livello mediatico e propagandistico (ad esempio la rappresentante USA alle Olimpiadi invernali di Sochi sarà la ex Tennista, ma anche icona dei movimenti Gay, Billie Jean King; contemporaneamente però Putin da segni di clemenza concedendo alcune grazie e mostrando segni di apertura all’omosessualità ed all’opposizione politica) sia in termini di spiegamenti di forze belliche; l’ultimo elemento, già menzionato, sono gli accordi per evitare a febbraio il fiscal cliff che, nonostante sia impensabile non vengano raggiunti, possono creare squilibri e comportare incertezze e ripercussioni economiche.

Se gli USA sapranno affrontare intelligentemente queste “minacce” ci sono buoni presupposti affinché il prossimo decennio sia caratterizzato, assieme alla continua ascesa di potenze come Cina ed India, da un importante dominio economico a stelle e strisce.

29/12/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Calda giornata politico-economica e non per l’anticiclone nordafricano

Molto brevemente oggi è una giornata decisamente intensa e ricca di eventi importanti.

Sul fronte politico la Cassazione, probabilmente nella seconda metà del pomeriggio, si pronuncerà sul Cavaliere Silvio Berlusconi nell’ambito del processo Mediaset. In tal contesto l’eventuale riduzione dell’interdizione dai pubblici uffici, a prescindere dalla condanna penale, non renderebbe così scontato una scomparsa totale di Berlusconi dalla politica. Molto dipenderebbe dalla durata di questo Esecutivo.

Contemporaneamente si sta accelerando la procedura di modifica costituzionale per poter metter mano alla legge elettorale, cosa che statisticamente è accaduta solo a ridosso delle elezioni stesse.

Le due circostanze non sembrano del tutto scorrelate, è evidente che la sentenza del processo Berlusconi può influenzare in maniera decisiva il destino dell’attuale Governo e nessuno, anche internamente all’Esecutivo è certo delle reazioni all’esito della Corte che le varie fazioni, siano esse del PDL, PD, SEL, Scelta Civica o M5S, potrebbero avere.

Se un nuovo Governo, con meno contrapposizioni interne, si insediasse nel periodo di interdizione di Berlusconi, allora per lui sarebbe decisamente difficile potersi ripresentare in politica in modo ufficiale, anche per l’anagrafe del Cavaliere.

Come si evince gli scenari possibili sono numerosi lasciando aperte molte possibilità.

Sul fronte economico, dopo i dati molto positivi degli USA, che hanno visto un PIL in crescita dell’ 1.7%, le decisioni della FED di mantenere i tassi invariati e proseguire con l’acquisto di bond (85 miliardi di $ al mese) si stanno attendendo Draghi e la ECB che dovrebbero lasciare i tassi invariati e potrebbero annunciare l’acquisto di bond.

Infine da segnalarsi, la semestrale di Mediaset, titolo molto movimentato per il processo che porta il nome dell’azienda di comunicazione e quelle di  ENEL (ore 18) ed ENI dopo le dichiarazioni poi smentite, della possibilità di cessione dei gioielli di stato come ENEL, ENI, Finmeccanica  appunto.

 

01/08/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale