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Piccolo Tesoretto: catalizzatore delle energie e delle attenzioni pre elezioni regionali

TesorettoSe ne parlava da giorni e se ne continuerà a parlare a lungo, ma il DEF, documento di previsione finanziaria per il prossimo triennio, è stato approvato nel Consiglio dei Ministri di venerdì e si appresta a passare all’esame delle Camere prima ed al vaglio dell’Europa in un secondo tempo.

Come di consueto nel nostro paese le valutazioni del documento sono contrastanti a seconda dalla parte politica che si appresta ad interpretarlo ed a presentarlo all’elettorato, per il quale come al solito risulta pressoché impossibile prendere una posizione oggettiva se non andando ad informarsi presso le complicatissime ed articolate fonti ufficiali. Va premesso che nei prossimi giorni verranno avviate le prassi per la trasformazione dei decreti in attuativi e poi il vaglio della Commissione EU rappresenterà la solita forca caudina, in sostanza il DEF ancora non è un documento certo. Come detto esso si tratta di una stima previsionale basato su proiezioni che in passato spesso non si sono verificate e che hanno comportato la necessità di una seguente manovre correttiva, talvolta andando a trasformare il tanto blasonato Documento di Economia e Finanza in poco più che prestigiosa carta straccia di eccellente grammatura. Per tali ragioni non conviene ancora gettarsi in valutazioni troppo fini e dettagliate. Quello che è certo, e che ha catalizzato l’attenzione è senza dubbio la “scoperta”, sempre sulla base delle stime prese in considerazione, di un “tesoretto”. Esso deriverebbe da una miglior previsione del rapporto Deficit/PIL (leggero calo del Deficit e leggero aumento del PIL) che, assieme alla flessibilità EU comunque sempre entro i patti, ha liberato circa 0.1% di PIL, pari a 1.6 miliardi appunto.

Inevitabilmente alla parola “tesoretto” sono esplose le reazioni politiche. Per Brunetta di FI e baluardo del Berlusconismo il DEF è in deficit almeno di 16 miliardi ed il tesoretto non esiste, oppure, nel remoto caso che esistesse, è solo il provento di altre tasse. Anche per Fassina, dalle file della fronda spesso critica del Governo del PD, la manovra è recessiva, scetticismo anche tra i Sindacati, mentre per l’Esecutivo il DEF è la fine delle manovra tutte tasse.

Effettivamente, qualora si calcolasse il bonus di 80€ come sgravio e non come spesa, se si verificassero le condizioni previste dal DEF tali da disinnescare le clausole di salvaguardia su IVA e su accise, se si separassero imposte fiscali centrali da quelle locali (enti, regioni, comuni) e se fossero azzeccate (o sbagliate per difetto) le stime sui parametri economici, quelle per intenderci che libererebbero 1.6 miliardi, le tasse potrebbero anche considerarsi in diminuzione, tendenti il prossimo anno a rompere al ribasso l’impressionate quota 43%.

Riferendomi al “tesoretto ho utilizzato il condizionale proprio perché anch’esso, se non lo si fosse già capito, rappresenta al momento un entità virtuale, che si otterrà a fine anno a patto che le proiezioni che lo riguardano siano confermate e che l’Europa non imponga, viste le condizioni macroeconomiche favorevoli e la partenza del QE, un una maggior aderenza ai percorsi di rientro su Debito/PIL e Deficit/PIL, evenienza non da così astrusa per i prossimi anni.

Nonostante la natura ancora eterea degli 1.6 miliardi, ben più intangibile dei tagli che dovranno essere effettuati per scongiurare le clausole di salvaguardia (disinnescate dal DEF) e che ammontano almeno a 10 miliardi secondo il DEF derivanti da riduzione delle agevolazioni per 2.4 miliardi e taglio della spesa per 7.5 miliardi, il dibattito incandescente è su dove, o meglio a chi, destinare questi danari (che in realtà confrontando le varie previsioni si sarebbero potuti ipotizzare già qualche mese fa…. con conseguente più tranquilla definizione della destinazione, ma forse le elezioni regionali erano ancora troppo lontane nel tempo).

Senza voler cadere in pignoleria o eccessiva retorica, sicuramente sarebbe stato meglio a partire dai Governi precedenti aggredire subito la spending review attuando almeno qualche punto del piano di Cottarelli invece che tergiversare rimandando l’onere di prendersi il politico impegno di tagliare per non pestare alcuni piedi, a quest’ora le risorse libere potevano essere anche superiori. Sulla spending review (ancor prima che sulle privatizzazioni), non ci sono previsioni che tengano, l’Europa non transige: o si taglia o si tassa. Inevitabilmente però la forza della parola “tesoretto”, come lo è sempre stato in passato, unita alla vicinanza delle elezioni regionali pone le basi per un anticipo di campagna elettorale, collocando, come se già non lo fosse, il Premier Renzi sempre più in Pole Position. In valore assoluto la somma non è esagerata, soprattutto rispetto all’aumento di alcune tasse (ad esempio l’imposta sugli immobili negli ultimi anni è rincarata di oltre il 106%), ma vediamo come potrebbe essere utilizzata visto che nelle prossime settimane verrà definita la sua destinazione.

Va premesso che sia da Renzi che dai Ministri Padoan e Poletti gli indizi portano verso misure di sostegno alla “povertà”. In Italia sono definibili poveri circa 7 milioni di persone, e volendo sostenerli tutti il bonus pro capite arriverebbe a circa 20€ al mese per 12 mesi. Probabilmente la direzione sarà quella di ampliare la platea degli 80€ verso le pensioni più basse e gli incapienti, difficilmente saranno inseriti gli autonomi e le partite IVA. Volendo invece pensare a manovre ancor più “maliziosamente” elettorali sfruttando al massimo l’amplificazione mediatica conferita al “tesoretto”,   il bonus potrebbe essere rivolto ai lavori di messa in sicurezza dei territori liguri ed a sostegno degli abitanti colpiti dalle alluvioni visto la situazione in Liguria complessa per il PD in opposizione a Toti invece piuttosto forte; oppure al sostegno dello sviluppo del Mezzogiorno poiché in Puglia, nonostante l’ancora dissidente Fitto, sta paventandosi la prospettiva di una alleanza di centro destra a sostegno della Poli Bortone che vedrebbe coinvolti anche Lega di Salvini e Fratelli d’Italia (schieramento più vicino alla Bortone) di Giorgia Meloni e che potrebbe rappresentare un embrione ancora molto prematuro di un nuovo schieramento potenzialmente dalle mire governative, mentre in Campagna è il PD a dover sbrigare la questione De Luca, candidato non voluto.

Benché Renzi sia sempre fortissimo non può permettersi di perdere regioni baluardo come la Liguria, storicamente di centro sinistra, e la Puglia dell’uscente Vendola. Conoscendo l’abilità del Premier c’è da stare certi che utilizzerà nel migliore dei modi il “tesoro scovato nelle pieghe del DEF”. Bene per chi ne beneficerà, ma è evidente che non sarà nulla di strutturale e che, per far ripartire l’Italia, le energie della politica, delle istituzione, dell’informazione e dei media dovrebbero concentrarsi su ben altre priorità.

Valentino Angeletti
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Mutevoli rapporti di forza politici ostacolano le azioni da intraprendere sull’economia

La riforma costituzionale ha superato anche lo scoglio della Camera in seconda lettura. Per la definitiva approvazione rimangono dunque altri due passaggi, uno al Senato e l’ultimo nuovamente alla Camera. Il risultato del voto è stato di 357 favorevoli, 125 contrari e 7 astenuti, una vittoria con margine, ma che non raggiunge i 2/3 dell’Emiciclo, quorum sotto il quale è consenta la richiesta di un referendum popolare, opzione che Renzi, per poter proteggere la riforma con l’approvazione e il gradimento dei cittadini, vorrebbe seguire.  Pronosticare la vittoria del Sì non era a priori troppo difficile (LINK), le maggiori tensioni ed incertezza erano invece relegate nell’assetto che sarebbe scaturito dal delicato passaggio parlamentare. La scena politica italiana è ormai trasversalmente frammentata e parlare in un tale contesto di bi o tri-polarismo è quantomeno fuor di luogo. Tale mosaico è il preludio per una battaglia che probabilmente sarà più aspra di quella a cui si è appena assistito, ossia la votazioni di Maggio, quasi in concomitanza alla elezioni regionali, sulla legge elettorale “Italicum”. L’eredità lasciata dal primo passaggio alla Camera (II lettura) della riforma costituzionale è pesante ed in certi lembi contraddittoria.

La Lega, che ha votato no, ha subito la definitiva scissione tra la coppia Salvini-Zaia e Tosi, frattura che risulterà particolarmente influente per la corsa alla regione Veneto, dove la vittoria leghista sarebbe quasi scontata se il partito fosse unito. In questa conformazione, con Tosi che potrebbe dare vita ad una sua lista basandosi sulla fondazione che presiede e supportato da Italia Unica di Corrado Passera, gioisce la renziana  (ex Bersaniana di ferro) Alessandra Moretti e per transitività lo stesso Premier.

Forza Italia ha votato no alla riforma del Senato, ma non è stato un voto unanime o come si legge su qualche giornale coeso, bensì è stata una dichiarata manifestazione di “affetto” nei confronti del “patron” Silvio Berlusconi che intervenendo qualche giorno fa a Bari aveva informato della linea ufficiale di FI contraria alla riforma. Con una lettera 17-18 esponenti di FI anche di un certo peso e probabilmente facenti capo a Verdini tra i più filo-governativi dello schieramento di CDX, hanno mostrato il loro dissenso pur nel rispetto della linea dettata dall’ex Cavaliere, il quale ha aggiunto che il Nazareno è ufficialmente morto, infranto unilateralmente dal PD.

Nel Partito Democratico la minoranza DEM, come scontato, si è allineata nuovamente a Renzi appoggiando la riforma, tranne alcune defezioni come quella di Stefano (coerenza) Fassina. Un ultimatum, uno dei tanti, è stato lanciato al Premier da Bersani-D’Attorre-Bindi, informandolo che questo è l’ultimo voto partorito a “denti stretti”, non sarà la stessa cosa per l’Italicum che non verrà appoggiato senza modifiche in particolare alla conformazione delle liste.

Il M5S ha disertato l’aula confermando la sua apertura solo per discutere in merito a Rai e salario minimo.

SEL ha votato contro.

Le contraddizioni che emergono sono lampanti.

FI ha votato contro la riforma costituzionale del Senato pur avendola appoggiata tal quale in prima lettura e, se vogliamo, scritta all’interno del Patto del Nazareno ed il contenuto della lettera di dissenso dalla linea ufficiale è pressappoco questo. Infatti se la riforma era ritenuta buona in prima lettura per quale motivo non dovrebbe esserlo in seconda (A rigor di logica come dar loro torto)?

La minoranza PD, lanciando l’ennesimo ultimatum (tanto che associare i termini “minoranza-Dem” ed “ultimatum” sta diventando quasi ossimorico), dice di aver ingoiato questa riforma, ma non farà altrettanto con l’Italicum senza modifiche. Visti i precedenti e la scarsa fermezza, difficile crederlo, ma le motivazioni che adducono non sono affatto campate in aria. Se coma pare evidente il Patto del Nazareno non sussiste più perché ostinarsi a voler  mandare avanti la riforma simbolo del sodalizio? Oltretutto lo stesso Premier Renzi aveva in più di una occasione sostenuto che certi elementi dell’Italicum non erano di suo gradimento, ma necessari nel compromesso con Berlusconi affinché si potesse arrivare nel giro di poco tempo ad una nuova legge elettorale accettabile. Ora il Premier, libero dal Nazareno, potrebbe avere l’opportunità, dal suo punto di vista, di migliorare la riforma elettorale eliminando i punti che non gradisce: genererebbe un testo totalmente suo e del PD tanto da poterlo addirittura nominare, proseguendo l’odioso vezzo latinista (non me ne voglian i furon Cicerone o Seneca), “Renzellum”. Il Presidente del Consiglio non pare però orientato verso questa possibilità, giustificando con la solita voglia di portare a casa le riforme nel minor tempo possibile. Talvolta questo compromesso è necessario, perché l’ottimo non è raggiungibile o i tempi sono eccessivamente stretti e quindi si deve puntare rapidamente al meglio possibile al momento che non è quello assoluto. In tale situazione una simile motivazione non tiene. Attendere qualche mese in più o in meno rispetto a maggio, quando le elezioni regionali si saranno già tenute, non cambierebbe assolutamente nulla a meno che non siano ipotizzate, temute o ricercate elezioni anticipate.

Il sentore, pressoché certo, è che anche la situazione di stallo che si sta delineando non sia finalizzata ad ottenere riforme utili e per quanto più possibile ottime per il paese. I ragionamenti che dominano sono contraddittori e logicamente insensati: una riforma votata ed appoggiata tessendone le lodi in prima lettura diventa vittima di veti in seconda lettura da parte degli stessi individui, parimenti una riforma dichiaratemene ritenuta mal concepita viene appoggiata con un voto condizionato al fatto che la prossima volta non sarà così. Un comportamento che, oltre a dimostrare in modo oggettivo che gli interessi partitici prevaricano quelli del paese, prova inconfutabilmente che sovente anche il merito stesso della riforma è decisamente un elemento secondario rispetto agli incastri di potere, ai rapporti di forza, agli interessi partitici e talvolta personali.

Il momento, pur con qualche spiraglio positivo, accolto con troppo clamore e sbandierato quasi fosse giunta la fine del circolo vizioso in cui l’economia italiana e, nelle sue diversità geografiche, quella europea sono precipitati, tra cui il calo dell’Euro e dello Spread, il mercato dell’auto in recupero ed una previsione di crescita per il Q1 2015 in una forbice tra -0.1 e +0.3% con media di +0.1, continua ad essere fragilissimo. A ricordarlo sono i dati ed i numeri: l’Istat ha certificato il calo della produzione industriale nel mese di gennaio: -2.2% su anno e -0.7% sul mese. Anche il credito a privati ed imprese è in flessione rispettivamente di: 1.8% su anno (era in calo del 1.6% a dicembre) e 2.8% (-2.3% a dicembre), mentre aumentano le sofferenze bancarie. I dati sulla produzione industriale potrebbero essere leggermente influenzati dalla stagionalità, infatti nei mesi di dicembre e gennaio le giornate di lavoro si riducono (ma dovrebbero aumentare i consumi e la propensione alla spesa ed all’indebitamento). Dai dati su produzione industriale e sul credito si comprende una volta in più la necessità di sostenere domanda interna e ed export, fortunatamente buono, incrementando il potere d’acquisto e la disponibilità economica delle famiglie in questo frangente ciò può derivare quasi esclusivamente da sgravi fiscali mirati sui salari e sul carico fiscale delle imprese e da investimenti, che inizialmente non potranno essere altro che pubblici, per creare lavoro e conferire capacità di spesa a chi ora non ne ha. Di pari passo poi dovranno andare le riforme per facilitare il lavoro e lo sviluppo delle imprese attualmente ancora soffocate da peso di fisco e burocrazia. La debolezza del credito fa inoltre riflettere sul fatto che pur con ingente liquidità circolante le banche siano restie a concederne di altro, anche per via delle sofferenze in aumento, per tale ragione da una parte il QE può aiutare a diminuire tali sofferenze liberando i bilanci degli istituti da alcuni tipi di cartolarizzazioni, dall’altra la presenza costante dell’intermediario bancario che si frappone tra la liquidità e l’economia reale rende complessa l’equazione tra QE e “liquidità disponibile al consumo” (LINK).

Le riforme sono un elemento chiave ed è necessario che vengano affrontate secondo priorità, in questo momento la priorità non dovrebbe essere sulla legge elettorale, ma sono la burocrazia, l’economia, la giustizia, la lotta alla corruzione ed all’evasione che devono essere mandati avanti. L’Europa, ancora alle prese con la Grecia per arrivare ad un compromesso sulle riforme in merito alle quali (ironia della sorte) è proprio l’UE a chiedere flessibilità allo stato ellenico, ci misura sulle riforme e Moscovici, commissario economico UE, ha ricordato che all’Italia sono state risparmiate, applicando il massimo della flessibilità concessa dai patti e ritenuta possibile, le procedure di infrazione per debito eccessivo e per sforamento del percorso di riduzione del rapporto deficit/pil esclusivamente per il programma di riforme ritenuto ambizioso e promettente. L’Italia inoltre, attraverso la CdP (chissà se la nuova obbligazione CdP è funzionale a questo scopo), ha provveduto a sostenere il piano di investimento Juncker con 8 miliardi. Altri 8 sono arrivati dalla Francia e 10 dalla Germania. Ciò dovrebbe consentire secondo le stime di sbloccare investimenti nel nostro paese per circa 20 miliardi che andrebbero allocati su banda larga, PMI ed infrastrutture. Da sperare e confidare che i denari teorici che torneranno a fronte degli 8 miliardi elargiti dalla CdP a Bruxelles (per ora il piano Juncker incassa invece di distribuire, quando in linea teorica per ognuno dei 21 miliardi messi a disposizione da UE e Bei se ne dovrebbero generare 15 di investimenti) siano spesi nel migliore dei modi e con i migliori risultati possibili in termini di aggiornamento infrastrutturale, creazione di valore aggiunto e di posti di lavoro. In sostanza che contribuiscano a creare le basi necessarie ad attirare altri investimenti (la banda larga e l’istruzione digitale sono fondamentali affinché un’azienda decida di investire).

Per quanto detto parrebbe facile capire che la politica italiana e la cornice economica che la contorna dovrebbero andare di pari passo, invece non è così. Ad ogni diramazione la politica sembra voler procedere autonomamente quando invece in questa fase l’interazione con l’economia, per migliorare la situazione del paese e dei cittadini, dovrebbe essere il principale obiettivo.

Valentino Angeletti
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Riforma costituzionale: più tempo per discutere le modifiche o avanti di forza? Lotta in Parlamento mentre lo scenario internazionale e sempre più delicato

RiformaCostEbbene, è sempre stato definito nodo, ed ora le riforme un nodo cruciale lo sono diventate davvero. Alla Camera sulla riforma costituzionale, i cui emendamenti sono stati approvati nottetempo in una aula semivuota in seconda (delle necessarie quattro) lettura, si è svolta una vera “guerra” tra due parti: l’opposizione, composta da M5s, FI, SEL, unita alla minoranza critica del PD che ha deciso di non supportare il Governo ed il Governo stesso inclusa una parte di Dem, che pur non condividendone i modi, ha scelto di appoggiare la linea dell’esecutivo. Il labaro dietro il quale i due schieramenti de facto si battono, è per le forze oppositrici la necessità di discutere ampiamente e senza fretta i punti di una riforma costituzionale che appunto andrà a modificare profondamente alcuni articoli del testo fondante la Repubblica Italiana, mentre per il Governo è l’assoluto bisogno di agire con rapidità, urgenza, fretta e senza pause.

Forza Italia, SEL e M5S chiedevano lo stop delle sedute fiume notturne decise mercoledì sera dalla maggioranza ed il rinvio della discussione a marzo. Il Governo, supportato dallo stesso Premier rientrato durante la notte da Bruxelles ed andato in Parlamento per dar manforte ai suoi, ha risposto asserendo che il tempo per l’analisi degli articoli è già stato ampio e che questo è il momento di correre, qualora gli oppositori non fossero d’accordo l’Esecutivo è disposto e determinato ad andare solitario avanti di forza a colpi di maggioranza, come poi è accaduto.

Dopo un’iniziale ipotesi di accordo tra M5S e Governo che avrebbe sostanzialmente blindato il percorso della riforma, la rottura definitiva è stata sancita dal no del Governo a rimandare o rivedere l’Articolo 15 del DDL Boschi, relativo al referendum il cui quorum vorrebbe essere abrogato dal M5S. Questo niet ha comportato la spaccatura e provocato reazioni violente finite con la sospensione dei lavori, l’espulsione di alcuni Deputati M5S, parolacce tra membri di SEL e del PD e l’abbandono dell’aula Parlamentare, come in un Aventino, delle opposizioni FI, SEL, M5S a cui si sono aggiunti anche i democratici Fassina e Civati. Anche se contrari al merito della richiesta M5S sul referendum, le opposizioni si sono trovate unite nel richiedere più tempo per l’analisi degli articoli ed un rinvio dei lavori parlamentari.

L’eventuale rinvio avrebbe comportato l’interruzione delle attività fino alla fine di febbraio-inizio marzo, collidendo con l’intenzione del governo di giungere alle votazioni entro sabato. Le ultime settimane di febbraio infatti hanno in calendario i lavori sui decreti in scadenza e “parcheggiati” alla Camera che se non votati rischiano di andare perduti. Quello sulle riforme è il secondo dei 4 passaggi necessari (senza che vi siano modifiche ai testi) prima di giungere a conclusione dell’iter legislativo, dopo quello appena terminato dovranno essere conclusi un ulteriore passaggio al Senato ed uno nuovamente alla Camera.

Le opposizioni, denunciando un eccesso di autoritarismo del Governo, hanno deciso di chiedere un incontro con il Presidente della Repubblica Mattarella che li riceverà martedì 17 e che ha tra le sue competenze pregresse proprio quella in materia Costituzionale. Sergio Mattarella potrebbe quindi intervenire direttamente e perentoriamente per richiamare all’ordine un parlamento che sta dando ennesima dimostrazione di ridicolaggine. Renzi dal canto suo non è disposto a cedere e, questa volta senza mezzi termini, ha avanzato l’ipotesi delle elezioni (che lo vedono ancora ampiamente favorito). Nel qual caso ci si troverebbe a votare con il Consultellum, avendo l’Italicum in preparazione e con alla Presidenza della Repubblica l’artefice del Mattarellum …. “comici latinisti” verrebbe da dire ironici.

Sul tema costituzionale a livello teorico non si può dar torto alle opposizioni, perché è assolutamente vero che per le modifiche costituzionali si deve aver giusto tempo per discutere, confrontarsi ed esprimere in sede parlamentare la propria opinione senza sottostare al contingentamento dei tempi imposto dalle sedute fiume; sempre a livello teorico non si può dar torto neppure al Premier che sostiene che il tempo è stato sufficiente e che le condizioni urgenti non permettono ulteriori rallentamenti artificiosi al percorso delle riforme. La sensazione è però che queste due intenzioni potenzialmente condivisibili entrambe non vengano animate dallo spirito costruttivo di far uscire il paese da una palude e da un blocco di conservazione che perdura ormai da decenni, bensì siano mirate da un lato a mettere in difficoltà il governo e dall’altro a non fermarsi per non interrompere il flusso comunicativo e di annunci sul quale si basa un determinato tipo di politica.

Il Governo Renzi dopo la rottura col Nazzareno forse pensava di essere più forte e forse, accettando il compromesso di spostare le sue politiche un po’ più verso sinistra, avrebbe potuto realmente esserlo nelle votazioni parlamentari. Nei fatti con la rottura del Nazareno ed il mantenimento della vocazione centrista, l’Esecutivo appare più debole e fragile proprio perché non ha recuperato i rapporti né con la sua sinistra interna, né con quella esterna, prediligendo un appoggio, per ora ininfluente, di transfughi proveniente dal centro o dal M5S che nonostante le numerose defezioni è riuscito a dar il “la” alla protesta .

Nulla di più devastante per il nostro paese che si trova in un momento in cui, come qui abbiamo detto più e più volte, è necessario fare presto e bene: presto per la gravità del contesto sociale, macro-economico, politico e geopolitico, bene perché errori in questa fase potrebbero comportare distorsioni ed aberrazioni democratiche che richiederebbero più tempo per essere sanate di quanto sia necessario per apportare correzioni in questa fase in cui si può ancor discuterne il merito (giusto per citare il più classico ed odiato degli esempi richiamiamo la riforma Fornero). Invece il rischio concreto è di far poco, in ritardo e male. Sembriamo ancora in preda all’egoismo ed agli interessi partitici quindi, perdendo come al solito la cognizione di ciò che sta accadendo fuori dai nostri confini. Vicende ben più importanti delle quali dovremmo interessarci a tempo pieno, che non stanno peggiorando solo perché invero mai sono stati vicine ad una reale soluzione e che testimoniano l’incapacità di Europa e paesi membri nel gestire complesse situazioni di crisi.

Innanzi tutto vi è la questione greca e della mediazione tra Tsipras e UE (leggasi Merkel), che se poteva sembrare sul via della risoluzione dopo il pronunciamento della parola “compromesso” dalle labbra del Cancelliere tedesco, ora sembra rimanere in alto mare. Il Presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha asserito che i tempi saranno lunghi ed il presidente della Commissione UE, Jucker, ha rincarato, aggiungendo che le trattative sono lontane dal trovare una soluzione comune. Pare che il compromesso della Merkel fosse da intendere come: “tu, caro Tsipras, scendi a compromesso con la Germania e con l’UE ed amici come prima”. La Grecia da canto suo non pare voler cedere, del resto le promesse elettorali e lo stato sociale greco non glielo consentono, ed incassa ipotesi di supporto da parte della Cina e della Russia così come manifeste dichiarazioni di sostegno da parte degli USA che più volte hanno tuonato contro l’austerità dell’UE. Anche se al momento è solo una possibilità, l’eventuale intervento esterno da parte di Russia, Cina, USA o anche UK (che si stanno preparando ad un eventuale GrExit) sconvolgerebbero un già in bilico equilibrio geopolitico mondiale.

Un altro versante caldissimo è quello dell’Ucraina dove a breve scatterà il cessate il fuoco (24:00 del 14 febbraio), ma dove la soluzione della crisi è lontanissima, del resto gli scorsi accordi non sono mai stati completamente rispettati. A dirlo è lo stesso presidente Ucraino e ciò è confermato dall’inizio ufficiale della tregua ben tre giorni dopo la sua decisione, giorni in cui i territori ucraini continuano ad essere teatro di guerra e di morti (26 tra militari e civili è l’ultimo bilancio) e la Russia ed i filorussi paiono determinati a conquistare quanto più terreno possibile. All’Ucraina, in crisi di liquidità, è stato concesso dal FMI un prestito di 17.5 miliardi di $, prestito assolutamente neppur considerato, sebbene meno sostanzioso, per la Grecia che pure lo richiede esplicitamente per arrivare a maggio (anche se ultimamente il ministro Varoufakis ha parlato di Agosto). Ciò testimonia la delicatezza della crisi Ucraina, pericolosa dal punto di vista strategico, politico, economico e che, per le sanzioni alla Russia ancora non interrotte che potrebbero essere inasprite, costa miliardi anche all’economia italiana e senza considerare il problema energetico.

Vi è ancora il dramma dell’immigrazione, affrontato nel peggiore dei modi dall’Europa ed in cui l’Italia ha un ruolo fondamentale per la sua posizione geografica. La scia marina di morte non accenna a cessare e le discussioni se fosse meglio Mare-Nostrum o Trithon, con tanto di conteggio delle vittime e delle spese mensili (Trithon costerebbe 9 milioni in meno al mese) come fossero un KPI, fanno letteralmente (permettete il termine) vomitare. Non è con questo pensiero che si può risolvere un problema come l’immigrazione dalla Lybia ed in generale da tutto il medio oriente e l’Africa, ma lo si può fare solo con un approccio realmente unito a livello europeo in cui tutti contribuiscono avendo un progetto comune ben chiaro e definito. Nella situazione attuale invece è facile comprendere come non esista nè un disegno ufficiale condiviso, nè una azione coordinata e congiunta tra gli stati membri che invece pensano in primo luogo a ridurre gli oneri a loro carico. Come purtroppo accade per fini biecamente propagandistici, è insensato e stupido incolpare il Gentleman o la Lady PESC di turno: senza l’Europa Unita che dobbiamo perseguire una singola persona non può nulla.

L’inconsistenza europea si vede nella vicenda Greca dove a dettare termini e condizioni a Tsipras sono la Merkel, Schaeuble, Weidmann ai quali si allineano a ruota le istituzioni UE (inclusa BCE) delle quali la Germania è la maggior azionista e si vede nella crisi Ucraina, dova assieme a Russia, Ucraina ed USA compaiono solo Hollande e Merkel come se gli altri 26 stati UE non esistessero (se non esiste un numero di telefono UE unico figuriamoci un rappresentante unico). La pochissima forza Europea si evidenzia anche nella gestione della crisi Libica e nella lotta al terrorismo che sta diventando sempre più pericoloso, potente e sicuro dei propri mezzi; la Farnesina ha intimato agli italiani di lasciare Tripoli e sta meditando la chiusura dell’Ambasciata, il Ministro Gentiloni ha paventato un intervento militare in un quadro di legalità internazionale.

Infine, riguardo alle “insignificanti” vicende del nostro paese se rapportate a quelle mondiali, vi sono gli ultimi dati sul PIL che effettivamente possono essere letti anche in modo moderatamente positivo. La crescita zero, il leggero calo del debito pubblico registrati nel Q4 2014 e la previsione di crescita di quale decimale nel 2015, potrebbero essere visti come stop della recessione ed inizio di una fase di “crescita”. In realtà il debito è calato per le entrate fiscali dirompenti nell’ultimo trimestre dell’anno (ad iniziare dall’IMU) e l’eventuale “zero punto” di PIL relativo al 2015 non è significativo nè può essere strutturale senza che le riforme (economiche e relative alla burocrazia ed alla governance dello stato) vengano rese attuative (non solo annunciate o approvate in prima lettura), entrino in vigore e portino i frutti previsti (risultato non scontato). Da ciò si capisce perché è sempre più necessario fare presto e bene entro i nostri confini, concentrandosi al contempo su ciò che accade al di fuori fuori, che, per le ripercussioni certe sul nostro paese, non può e non deve mancare della nostra attenzione. Se non lo fa la politica è bene che se ne interessino i cittadini e tutta la popolazione, sperando che essa non sia, come statistica vorrebbe, un estensione numerica di quelli che in queste notti hanno trasformato il Parlamento in un ring.

Link Grecia:
Negoziato Europa – Grecia, intanto UK ed USA si preparano alla GrExit
Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane
Tsipras: le prime mosse. Europa: reazioni all’insegna del vecchio approccio
La contrapposizione tra interessi tedeschi ed europei e la “speranza” greca
Link Quirinale:
Encomi e plausi per Mattarella. Auguriamo a lui sinceramente una mole enorme di lavoro
Mattarella presidente: il capolavoro di Renzi
Mossa Mattarella. La partita sul Quirinale ha già un vincitore certo: Renzi
Archiviata la Grecia focus sul Quirinale: dal voto 4 il candidato può essere solo….Nazareno
Link Economia – Politica
Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto
La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno
Avanti QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prevalso
Italicum, normative banche Popolari e Cooperative sulla scena italiana. Diseguaglianza domina il WEF ed il discorso sullo stato dell’Unione USA di Obama
L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato 
Governo Renzi ed i venti che, reclamando risultati, cambiano. Adesso fare presto e bene!

14/02/2015
Valentino Angeletti
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Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto

NazarenoLa premessa da tenere a mente e che ormai avremmo dovuto imparare a far nostra, è quella che nella politica nulla ha contorni chiari e definiti e tutto può essere assai differente da come appare. Le risposte e le letture più ovvie, semplici e talvolta scontate possono essere fuorvianti ed in ultimo smentite da fatti non ponderati precedentemente, parimenti è altresì vero che  spesso, come vuole il dicotomico metodo del rasoio di Occam, le soluzioni e le letture più semplici son quelle che poi si rivelano corrette. Questo per dire che niente è scontato e che la politica, in Italia a maggior ragione, può riservar sorprese sempre e comunque tanto i rapporti tra le forze e le strategie sono come le geologiche zolle tettoniche, mutevoli e semoventi, che quotidianamente, benché di pochissimi ed impercettibili frazioni di millimetri, scivolano l’una sull’altra.

Non fa eccezione la rottura sul patto del Nazareno. Lo strappo attorno alla metodologia utilizzata per l’elezione del Presidente della Repubblica è ritenuta una ferita insanabile da parte di Forza italia, tanto che le reazioni interne sono state veementi. Per tutta onestà va ricordato che fin da subito Renzi aveva escluso l’elezioni Quirinalizie dal perimetro del Nazareno, mentre FI, annoverando le elezioni Presidenziali tra le riforme istituzionali, anzi, la riforma istituzionale per eccellenza, ha sempre ritenuto il confronto e la scelta condivisa del nome tra FI e PD di Renzi un elemento fondamentale del Patto, rendendosi disponibile a sostenere un candidato vicino al PD purché inserito nella loro rosa di proposte.

In FI le divisioni già evidenti si sono ulteriormente acuite, Fitto spinge per lo scioglimento dei vertici del partito in modo da ricominciare da zero con nuove modalità di nomina della classe dirigente, sia un’elezione primaria oppure un nuovo congresso, mentre è il consigliere politico di Berlusconi, Toti, a confermare la sospensione o rottura del Patto, sostenuta con toni più pacati anche da Romani che pur mantiene possibile il supporto di FI alle riforme necessarie, tutte dal suo punto di vista. Romani quindi confermerebbe un sostanziale mantenimento in vita del Patto. Sorprendenti sono state invece le dimissioni avanzate da membri storici e fondatori del partito di Berlusconi, quali Brunetta e lo stesso Romani, dimissioni che sono state poi respinte dallo stesso Silvio Berlusconi.

La prima domanda da porsi, proprio tenendo a mente quanto detto inizialmente, è se il Patto Nazareno sia davvero rotto o o se invece sia solo un bluff da parte di FI per cercare di dare l’impressione, incassata la sconfitta del Colle, di un maggior potere negoziale nella trattativa con Renzi e con il Governo? Del resto è innegabile che il supporto dei voti di Berlusconi siano stati decisivi per il passaggio in aula di alcune riforme, tra cui l’Italicum. Con tutta probabilità FI vaglierà ogni riforma, ma potrebbe continuare a garantire il suo supporto ben conscia com’è che in questo momento la sua forza, parimenti al suo elettorato, è ridotta se non all’osso al tessuto connettivo immediatamente prossimo e che una sua uscita dal Nazareno, rendendola inquadrabile come fattore impediente per le riforme, darebbe adito alla facile critica nei confronti dei suoi membri di voler bloccare un paese che invece ha la necessità immane di progredire riformandosi presto e soprattutto bene. Berlusconi è troppo furbo e di esperienza per non aver valutato simili conseguenze.

Supponendo invece una definitiva rottura del Nazareno chi avrebbe la meglio e chi invece la peggio? La risposta è complessa, ma è possibile fare un’analisi.

Ad uscirne indebolita, checché ne dicano i suoi componenti, è FI. Ha perso una posizione quasi di Governo e, considerando il risanato legame tra Renzi e l’ala del PD che guarda più a sinistra, anche le condizioni che può avanzare, i veti che può opporre ed i voti che può precludere al percorso delle riforme sembrano meno incisivi che in passato.  In aggiunta a ciò il tessuto del partito risulta molto precario andando a toccare anche i le basi storiche del partito.

In situazione neutrale si trova NCD, forse leggermente in miglioramento proprio in conseguenza all’indebolimento di FI. La sua posizione rimane comunque minoritaria ed Alfano, considerando anche i voti che la nascitura formazione di Corrado Passera, “Italia Unica” drenerà da NCD, non può che essere soddisfatto della rappresentanza in termini di ministri che continua ad avere allocati nel Governo.

Il PD va diviso in PD di Renzi ed ala più a Sinistra, cosiddetta minoritaria. Per il “PD-minoritario” si apre l’opportunità di avere un margine di trattativa più ampio nei confronti di Renzi che adesso dovrà confrontarsi e prestare maggior ascolto alle richieste di questa parte dei Democat. L’elezione del Presidente Sergio Mattarella ha ristabilito un certo equilibrio ed una certa fiducia interna nonostante qualche attrito sulle riforme permanga ed è proprio su queste che Renzi probabilmente si vedrà costretto a cedere qualche metro, come del resto potrebbe dover fare sulle tematiche più in bilico anche con SEL, che dunque riconquista un po’ di centralità.
Vi è in ultimo il PD di Renzi, quello di Governo. La sua posizione rimane dominante, può in un certo senso non curarsi troppo delle dichiarazioni e delle azioni di FI sul Nazareno, anche se le esternazioni di suoi primi esponenti come Lotti Luca o Serracchiani Debora dovrebbero essere più pacate perché se è vero che anche senza FI è possibile per il PD approvare le riforme, dall’altro lato è altrettanto vero che si renderà necessario un maggior dialogo ed una maggior apertura verso le richieste della minoranza PD e di SEL. Questo comporterà indubbiamente un cambio di strategie, meno vicino ai requisiti richiesti da NCD e FI, in tema di legge elettorale, legge sul lavoro e diritti civili (tematiche in cui è estremamente competente ed in cui può, e ci auguriamo che lo faccia, entrare nel merito il Neo Presidente Mattarella). Tal circostanza non è che sia drammatica per il Premier, non sono i dettagli dettati dalle minoranze ed impensierirlo nel percorso delle riforme, una concessione a FI, al M5S che valuterà il suo supporto di volta in volta od una alla minoranza PD/SEL al fine di far approvare una riforma poco cambia dal suo punto di vista. L’obiettivo è correre incessantemente senza fermarsi, potendosi così fregiare di aver ottenuto l’approvazione di Camera e Senato. Quali siano le ultime decine di voti necessari è di secondaria importanza visto che mediaticamente il loro risalto è infinitesimale rispetto al fatto di aver ottenuto voto parlamentare favorevole. Ovviamente i mutati rapporti di forza dovranno far mutare approccio al Premier orientandolo alla riconquista degli elettori più sinistrorsi e drenando il M5S, anch’esso sempre meno solido e sfaldato dalle fuoriuscite ed espulsioni come da un atteggiamento prettamente ostruzionista e poco costruttivo. Il prezzo da pagare potrebbe dover essere una perdita di voti lato centro e centro destra che comunque sono stati e rimangono importanti nel portfolio del Governo; da questo punto di vista arrivano in soccorso al Premier fiorentino le divisioni interne a FI e la sua perdita di credibilità, così come la nascita della formazione Italia Unica di Corrado Passera che, in quota ancora ignota, andrà per forza di cose a sottrarre voti alla stesse FI ed NCD.

In sostanza anche in questa situazione il Premier può far spallucce e correre, eventualmente le elezioni anticipate non spaventano anzi ora meno che mai vista la cresciuta inconsistenza degli avversari. Il Guitto Fiorentino può muoversi camaleontico nella scena politica italiana, giocando in casa come sotto la cupola del Brunelleschi all’ombra del campanile di Giotto, traendo vantaggio da ogni situazione come è topico per chi è già collocato in posizione di netto vantaggio forte per giunta dell’assenza di avversarsi tali da poter recare una preoccupazione che non sia poco più di un grattacapo.

04/02/2015
Valentino Angeletti
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Italicum, normative banche Popolari e Cooperative sulla scena italiana. Diseguaglianza domina il WEF ed il discorso sullo stato dell’Unione USA di Obama

Politicamente importanti in queste ore, soprassedendo per qualche istante la successione Quirinalizia che da tempo anima il dibattito ed in merito alla quale si stanno svolgendo serrati incontri per la definizione del candidato comune più ampiamente condiviso, ma anche strategie alternative atte alla stesura di chissà quali imboscate, sono le discussioni, animatissime come conviene al più consueto italico costume, su Investment Compact e sulla legge elettorale “Italicum”.

Relativamente all’Italicum i punti cardine più caldi sono l’attribuzione del premio di maggioranza e le liste bloccate. La divisione che rischia di far vacillare il patto del Nazareno risiede principalmente nei nodi dell’attribuzione del premio di maggioranza alla lista, ipotesi prediletta dal PD essendo i Democratici il partito con più votanti in assoluto, o alla coalizione, opzione preferibile per FI (non necessariamente a Berlusconi che potrebbe appoggiare Renzi sull’Italicum chiedendo poi sul contropartita al Quirinale) in quanto così facendo esisterebbe una remota possibilità anche per una eventuale coalizione di centro destra da far comunque rinascere dalle sabbie di un deserto tartaro ove attualmente è il nulla, e delle liste bloccate o meno. Riguardo al blocco delle liste invece i maggiori dissensi sono interni al PD ove, secondo i detrattori che annoverano tra le loro fila anche Bersani, Mineo e Civati, l’impostazione renziana consentirebbe la perpetrazione di un Parlamento di nominati. Dopo l’uscita di Cofferati, la quale inevitabilmente apre nel partito un’evidente ferita che prima si cercava di nascondere, ogni tensione interna al PD, inclusa quella sull’Italicum, può essere l’innesco di un’implosione. I Democratici tendono a minimizzare, ma la possibilità è concreta e gli stessi vertici Dem lo sanno bene come sanno, pur rimanendo ignota la reale magnitudo, che l’elezione del nuovo Presidente non sarà immune da quei sentimenti dissenzienti talvolta quasi rancorosi. Sull’Italicum anche in FI si è potuto osservare una presa di coraggio di un manipolo di dissenzienti fattosi col trascorrere delle ore più consistente che nella segretezza del voto Quirinalizio potrebbero far fronte comune con i Democratici “riottosi” .

Passando all’Investment Compact (IC), al suo interno v’è una proposta passata sotto silenzio ma che fa riflettere sullo stato del nostro paese e risponde ad alcuni perché, ma la misura nell’occhio del ciclone riguarda la nuova strutturazione delle banche Popolari e di Credito Cooperativo.

La prima proposta a cui mi riferisco è la garanzia di esenzione da ogni modifica normativa e legislativa, inclusi eventuali pagamenti retroattivi (tanto frequenti in Italia) che nuove norme potrebbero eventualmente introdurre, che l’IC assicurerebbe alle imprese che investono almeno 500 milioni di € in Italia e per tutta la durata dell’investimento. Assolutamente corretta questa misura come corretto e doveroso è cercare di attrarre ed attivare capitali ed investimenti, ma viene da chiedersi perché quello che dovrebbe essere un diritto (più di buon senso ed equità che di conformazione prettamente tecnico-accademica) per tutti: cittadini ed imprese, venga quasi presentato con questa norma dell’IC come una particolare forma di trattamento che è effettivamente assente in Italia, ma un principio comune altrove? Perché se sono un privato cittadino, una PMI, un artigiano o una partita IVA posso subire ogni modifica e mi può essere richiesto di corrispondere emolumenti su periodi trascorsi dovuti a modifiche or ora introdotte ma con attuazione retroattiva che spesso paiono confliggere evidentemente col principio di intoccabilità dei diritti acquisiti che sempre è valido per certi, privilegiatissimi, trattamenti (che magari possono pure giudicare o partecipare al giudizio in merito alla correttezza costituzionale della norma che li andrebbe a penalizzare)? In sostanza si fa passare ciò che dovrebbe essere normale, e lo è ampiamente altrove, come una concessione, che sicuramente potrà portare qualche grande investimento in più, ma potrebbe far pensare a qualche PMI (quelle che non lo hanno già fatto) di essere finite nel paese sbagliato. Ben vengano i grandi investimenti e ben vengano tutte le misure al loro sostegno, ma bisogna far in modo che anche le PMI e gli artigiani godano di simili o medesimi trattamenti così da dare spinta anche agli investimenti medio-piccoli, che, viste le dimensioni medie ed i fatturati medi del tessuto imprenditoriale nostrano, possono coinvolgere un gran numero di soggetti al momento senza possibilità di investire, ma che sommando ed incanalando il loro potenziale complessivo riuscirebbero a fungere da prestatissimo motore economico interno (ovviamente gli sgravi alle imprese innovative e che investono in ricerca anch’essi presenti nell’IC sono da considerarsi encomiabili ed utili in tal senso, ma non bastano). Altrimenti la sensazione trasmessa potrebbe essere che ai grandi o già privilegiati tutto è concesso, gli altri invece possono essere soggetti (quasi in balia) a tutto.

Riguardo alla modifica sistema delle Popolari e BCC va detto che in ultimo le BCC sono state escluse dal provvedimento e quindi manterranno l’attuale struttura, mentre le Popolari invece dovranno passare dal voto capitario (una tesa un voto a prescindere dalla quota di azionariato detenuta) ad un modello SpA ove i voti pesano in base alle quote detenute. Ciò dovrà avvenire entro 18 mesi e la misura è circoscritta a quegli istituti con attivi superiori agli 8 miliardi di € (10 istituti in totale).

Il passaggio al voto proporzionale alle quote di azionariato caratteristico delle SpA rispetto all’attuale meccanismo di “una testa un voto di ugual peso per tutti” renderebbe queste banche nate come territoriale ampiamente scalabili. Vero che gli istituti più piccoli con attivi inferiori ad 8 miliardi di € hanno facoltà di mantenere l’attuale struttura, ma la storia insegna che la tendenza nel medio periodo è quella di un totale allineamento. L’idea originaria sarebbe di fortificare le Popolari facilitando le fusioni oppure incentivando la quotazione in borsa. Nella realtà delle cose però, aprendo così la stagione di M&A che si sapeva avrebbe dovuto iniziare considerando lo stato del sistema bancario italiano ritenuto sottocapitalizzato anche per via di distorsioni di valutazione nel criteri di Basilea alla base degli stress test europei che attribuiscono un rischio minore ai derivati rispetto al credito alle imprese,  è molto più probabile che siano le grandi banche del nord Europa ad avanzare tentativi di scalata rispetto alle maggiori banche nostrane molto più piccole e con minori risorse finanziarie rispetto ai colossi nordici (siamo in presenza di differenze dall’ordine di grandezza in su). Detto ciò è evidente che l’intendo del Premier Renzi, dichiarato apertamente, di voler supportare un credito che langue e di voler togliere potere ai banchieri potrebbe produrre l’effetto esattamente opposto, ossia conferire maggior patere a banchieri sempre più grossi e probabilmente tedeschi, svedesi, olandesi o francesi; dopodiché, una volta che una “Major Bank” entra in possesso di una Popolare, non ci si può attender altro che una revisione dei piani strategici/industriali i quali verranno improntanti sicuramente ad un maggior utilizzo della finanza e meno del credito, che languirà ulteriormente, per ovvie ragioni di redditività e di calcolo del rischio dei criteri Basilea (come accennato sopra). Inoltre, seguendo l’innovazione tecnologica, di processo e di gestione delle filiali e del personale, è scontato un maggior utilizzo dell’internet banking, come sta accadendo ovunque, a discapito dello sportello con ovvie ripercussioni sui dipendenti, sull’occupazione e probabilmente coinvolgendo il Governo in nuovi tavoli di crisi.  

A quel punto però nessuno potrà lamentarsi o lanciare accuse (e sono certo che saranno molte) se il modello nordico non piacerà o non era il risultato che nelle intenzione si avrebbe voluto raggiungere, ma vi saranno solo solo mea culpa da fare.
Sicuramente l’ambito delle Popolari e Crediti Cooperativi è molto, troppo, legato a fondazioni, politica e poteri territoriali e va riformato indiscutibilmente. Per tale ragione non pare essere vincente neppure la scelta di mantenere lo status quo delle BCC. Forse prima che rendere storici istituti nati per il territorio scalabili con pochi spiccioli sarebbe il caso di modificarne la regolamentazione e la missione, intensificare i controlli sui rapporti con la politica ed i poteri territoriali, pur mantenendo la loro natura che per mission stessa dovrebbe essere, a livello torico perché recenti e recentissimi episodi hanno dato evidenza che spesso non è stato così (vedi Carige e Baca Marche o, salendo di livello, MPS), già al servizio dello sviluppo del territorio e del tessuto imprenditoriale locale attraverso la preminenza della componente creditizia.

La predominanza nel sistema bancario moderno delle attività speculative e finanziarie, spesso shadow e non regolamentate, è stata e continua ad essere uno dei fattori che hanno squilibrato la distribuzione di ricchezza nel mondo creando nicchie di ricchi e ricchissimi, orientativamente un 10% della popolazione con l’aberrazione che nel 2016 l’1% dei più ricchi deterrà le stesse ricchezze (forse addirittura le supererà) del restante 99%. Questo 1%, circa 34.8 milioni di persone (nei paesi considerati dallo studio), ha visto passare i propri patrimoni rispetto alla ricchezza globale dal 44% nel 2009, al 48% del 2014 e arriverà al 50% nel 2016. Anche l’Italia non fa eccezione ed i ricchi stanno diventando sempre più ricchi, anche se rispetto agli anni addietro si sono maggiormente arricchiti esponenti del settore industriale rispetto a quelli del settore finanziario.

Assieme alla sicurezza geopolitica e cooperazione, ai cambiamenti climatici ed inquinamento, alla politica monetaria globale, ad un paradigma economico troppo poco incentrato sulla creazione di reale e tangibile valore a discapito della finanza, quello della disuguaglianza e della ridistribuzione della ricchezza (strettamente legato all’argomento precedentemente detto) sarà un tema centrale sia per il World Economic Forum 2015 di Davos sia del discorso del Presidente Barak Obama sullo stato dell’Unione (USA). Le ultime manovre di Obama, caratterizzate da un aumento delle tasse per i più ricchi in favore della classe media maggiormente depauperata dagli anni di crisi, vanno proprio in tal senso, con l’evidente (prima o seconda) finalità di cercar di recuperare i consensi che le elezioni di Mid-Term hanno evidenziato essere molto bassi.

Nulla di nuovo sotto il sole si potrebbe ironicamente parafrasare, visto che i medesimi argomenti erano stati trattati nell’edizione 2014 del World Economic Forum di Davos con una Lagarde che parlava proprio di redistribuzione, così come nel discorso di Obama dello stesso anno. Erano inoltre già ben visibili da tempo e non servivano schiere di economisti, luminari e capi di stato per identificarli…. peccato però che dal 2014 tante parole sono state dette, tanti propositi sono stati fatti, ma pochi risultati raggiunti, anzi, come certificato in questi giorni dal rapporto Oxfam, il divario tra ricchi e poveri si è acuito ulteriormente nell’ultimo anno. Come spesso accade questi aulici consessi altro non sembrano che sfilate di esercizi verbali dalle migliori intenzioni ma dal nullo seguito.

In calce alcuni link che dimostrano come il problema della disuguaglianza e la necessità di redistribuzione sia già da molto tempo evidente:

  1. Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde 26/01/14
  2. Obama – Italia: problemi simili soluzioni antitetiche (discorso stato Usa 29/01/14)
  3. Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza? 04/05/14
  4. Alternativa da 40 miliardi privata e complessa all’intervento sulle pensioni avanzato dal Ministro Poletti e per sostenere la ripartenza immediata 19/08/14
  5. Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
  6. Europa ed Olli Rehn VS Italia 03/12/13
  7. Per chi ieri ha potuto vedere servizio pubblico … Renzi VS Michele 08/11/13
  8. Da Lehman Brothers una nuova consapevolezza 15/09/13
  9. Un difficile G20 per puntare alla resilienza 29/08/13
  10. Missione impossibile: sistema pensionistico da riequilibrare, ma con equità 22/08/13
  11. Abbassare l’indice GINI con la meritocrazia e la collaborazione generazionale 24/06/13

20/01/2015

Valentino Angeletti
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Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno….

Il processo di modifica della normativa su lavoro ed occupazione è iniziato. Come prevedibile dagli scontri dei mesi scorsi, il primo tema affrontato è stato l’Articolo 18. Il timore era che affrontare una tematica complessa a partire dalla regolamentazione dei licenziamenti fosse solo il modo per attaccare un baluardo ideologico più che per creare un substrato realmente favorevole alla proliferazione e catalizzazione di investimenti privati nel nostro paese.

L’attrazione degli investimenti come abbiamo detto più volte (LINK) non è figlia solo della normativa, indubbiamente da semplificare e snellire come tutta la burocrazia borbonica imperante ed inefficiente che la fa letteralmente da padrona come elemento maieutico per la proliferazione di poltrone e potentati, ma della domanda e della necessità di nuova manodopera per sopperire ai consumi, alla necessità di servizi, alla richiesta di export in sostanza alla dinamicità dell’economia, situazione dalla quale siamo ancora ben lungi.

Ricordiamo inoltre che l’articolo 18 non si applica già alle imprese sotto i 15 dipendenti, circa il 90% delle aziende nostraneane. Taluni sostengono che la non espansione di simili realtà dipende proprio dalla volontà di non dover sottostare a questa ulteriore norma, altri invece, tra cui imprenditori titolari di piccole imprese, non ritengono la presenza dell’Art. 18 un problema essendo l’aumento ed il non aumento di personale principalmente legato alla necessità di nuova manodopera, al costo da affrontare per nuove assunzioni che deve essere giustificato da un eccessivo incremento di profitto e non ultimo dal desiderio di mantenere una dimensione famigliare in cui i rapporti umani sono una delle forze che fanno il successo dell’attività. Se poi si considerano i casi in cui l’Articolo 18 è stato applicato nelle aziende oltre i 15 dipendenti essi risultano davvero un numero esiguo.

La modifica inserita dal Jobs Act abolisce l’Articolo 18 per tutte le imprese oltre 15 dipendenti introducendo la possibilità di licenziare a fronte di una buona uscita che varia dalle 4 alle 24 mensilità; 4 mensilità sono corrisposte per i licenziamenti entro il primo anno, per gli anni successivi le mensilità scendono a 2 all’anno per un massimo di 24 appunto. Le nuova assunzioni, che dovrebbero essere di tre anni come apprendista per poi trasformarsi automaticamente in tempo indeterminato, sono poi agevolate da uno sgravio di circa 7-8 mila € in favore dell’azienda. Il reintegro per i lavoratori dovrebbe, ed il condizionale è d’obbligo in quanto vi è ancora margine di intervento, permanere per i licenziamenti discriminatori. Verrebbero inoltre assimilati i licenziamenti collettivi a quelli di singoli individui.

Senza entrare più nel dettaglio, è evidente che la tematica rimane altamente divisiva, anzi pare proprio non accontentare nessuno.

Per NCD di Alfano – Sacconi e per tutta l’area liberale è stato fatto un piccolo passo avanti, ma soprattutto è stata persa l’occasione di eliminare definitivamente la possibilità di reintegro anche per i licenziamenti discriminatori ovviamente dietro corrispettivo pecuniario (opting out).

Per FI, Brunetta e Toti, è stato fatto tanto rumore per nulla, questa norma non sortirà effetti ed è stato creato ulteriore caos finalizzato a marketing e propaganda politica.

All’interno della sinistra e del PD si annidano però le critiche più feroci e pericolose per la tenuta del Governo Renzi. Il come sempre durissimo Fassina sostiene che sia stato eseguito il compitino dato dalla Troika, mentre i sindacati, inclusa la CISL che pure non aveva scioperato per opporsi a questa norma, si sono detti sconcertati per la perdita di fondamentali diritti sul lavoro con un pericoloso livellamento al ribasso. In particolare il dito è stato puntato contro l’equiparazione dei licenziamenti collettivi e di singoli individui, sulla quale lo stesso presidente della Commissione Lavoro Cesare Damiano ha aperto a modifiche e revisioni, così come verso la monetizzazione dei licenziamenti. Secondo le sigle sindacali, ed anche per la parte civatiana del PD, rimarrebbe presente una giungla indecente ed insostenibile di contratti. In sostanza il Premier avrebbe esaudito i desideri delle imprese e di Confindustria, che a dire il vero rimangono moderatamente soddisfatte.

Altro importante punto di scontro riguarda l’applicabilità della norma sui licenziamenti anche al settore pubblico caldeggiata dall’area liberale e di centro-destra. Il Governo, con i ministri Poletti e Madia, hanno dichiarato di non ritenere applicabile il Jobs Act ai dipendenti pubblici (anche se per il Premier Renzi è il Parlamento a doversi pronunciare su questo tema) aprendo così un ampio campo di scontro con tutta l’ala liberale di Governo ed opposizione, da Ichino a Zanetti.

Passando ad analizzare queste prima ed ancora precarie informazioni, una chiara evidenza è che le mensilità non sono poi così allettanti per il lavoratore al quale, più che l’indennizzo economico, è la prospettiva per il futuro ad interessare, prospettiva e fiducia nel deivenire senza la quale la ripresa economica e dei consumi non può esserci, come dimostrato da questa crisi. Inoltre nei i primi anni lo sgravio per le aziende è superiore a quanto esse dovrebbero rimborsare al lavoratore in caso di licenziamento, sembrerebbe dunque una contraddizione in cui licenziare può essere addirittura conveniente.

Come detto il licenziamento non è previsto per motivi discriminatori, ma lo è ad esempio per quelli disciplinari. Evidentemente, oltre al ricorso al giudice per stabilire la sussistenza o meno del comportamento perseguibile con l’allontanamento definitivo dal posto di lavoro, in molti casi di licenziamento il licenziato cercherà di ricondurre la sua situazione ad un licenziamento discriminatorio ricorrendo al giudice ed aprendo una causa con l’azienda probabilmente lunga, cavillosa e dispendiosa in termini di tempo e risorse sia per l’una che per l’altra parte. I licenziamenti collettivi già esistono, e soprattutto nelle grandi aziende, vengono operati con la creazione ad hoc di società controllate al 100% poi cedute in toto col meccanismo della cessione di ramo aziendale.

Pur essendo evidente è bene ri-sottolineare che per le aziende al di sotto dei 15 dipendenti di fatto non cambia assolutamente nulla.

La questione dell’applicabilità al pubblico impiego, dove per certe inadempienze l’allontanamenti dal posto di lavoro già esiste anche se forse applicato in pochissimi casi (come spesso capita basterebbe applicare fedelmente le regole già in essere invece che crearne nuove…), pone di fronte al classico caso border line che è difficile dirimere; se infatti il dipendente pubblico ha sostenuto e superato un regolare concorso è anche vero che si accentua ulteriormente un divario tra lavoratori soggetti a maggior tutele, che pur pagano lo scotto di blocchi salariali ormai di lungo corso, e lavoratori ai quali simili tutele non si applicano. Questo elemento sarà probabilmente territorio di dibattiti e scontri, ma alla fine è difficile pensare un’applicazione ai dipendenti pubblici, sia per la forza del loro sindacato, sia per la presa di posizione dei Ministri Poletti-Madia, sia per l’importanza di un simile bacino elettorale.

Infine, un lavoratore a tempo indeterminato di lungo corso, quindi beneficiario dell’Articolo 18, che cambiasse lavoro spostandosi presso una differente azienda, sarebbe assoggettato alle nuove regole o manterrebbe la non licenziabilità del vecchio contratto? Questo elemento potrebbe essere ostativo nei confronti di una mobilità ed aspirazione alla crescita del lavoratore stesso, elemento basilare per il traino della ripresa USA.

Gli effetti del Jobs Act si vedranno nel giro di anni, e nonostante i dibattiti ampliamenti già aperti, la norma è ancora tutta da definire in molti punti chiave. Di sicuro di primo acchito non pare che sia una vera rivoluzione copernicana, piuttosto sembrerebbe che ben poco venga cambiato tanto da far sospettare che l’apporto alla creazione di posti di lavoro sia minimale rispetto a quanto auspicato. Sicuramente il fatto di non essere considerata una buona norma da tutti partiti porterà ad impasse ed aspri scontri vista anche la determinazione del Governo a non cedere a modifiche e l’apertura al ricorso allo sciopero già avanzata dai sindacati, con CGIL a far da capo fila.

Come dimostra l’ultimo caso di delocalizzazione che ha toccato lo stabilimento di Chieti della Golden Lady, in via di chiusura dopo la serrata della OMSA di Faenza riconvertita a produzione di divani, quella che va aperta è la stagione delle sburocratizzazioni e della defiscalizzazione in modo da attrarre investimenti privati, così come far in modo che l’Europa consenta più ingenti investimenti pubblici anche sotto strettissimo controllo di spesa e del raggiungimento dei risultati. Il superamento degli attuali ammortizzatori sociali, che non sono stati ancora completamente coperti da adeguate risorse, verso una riqualificazione attiva del lavoratore è indispensabile per la creazione della dinamicità tipica degli USA che tanto si prendono da esempio, ma dove le dinamiche sono completamente differenti e la ripresa ha goduto di politica monetaria e QE finalizzati esplicitamente al raggiungimento di un preciso target di disoccupazione (< 6%), investimenti pubblici, re-industrializzazione, mercato del lavoro dinamico e meritocratico ed un dollaro deprezzato in gradi di spingere con vigore le esportazioni; in ogni ragionamento poi non vanno mai dimenticate le contraddizioni sempre presenti, come l’imperante diseguaglianza e le tensioni sociali che stanno sfociando in gravi episodi razziali.

Meno burocrazia, meno tasse, sostegno ad imprese e lavoratori senza utilizzare la pericolosa arma della svalutazione salariale rappresentano gli elementi base per poter realmente spingere i consumi, l’export, creare domanda e conseguenti posti di lavoro, altrimenti articolo 18 o no l’occupazione non pioverà dal cielo.

27/12/2014
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond. Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo.

Come previsto la Legge di Stabilità italiana è stata promossa a Bruxelles. Più che una promozione si tratta di un rinvio a marzo per un nuovo controllo alla luce dei progressi fatti. Rispetto alla comunicazione ufficiale le parole di Juncker sono state decisamente più melliflue infatti hanno puntato a mettere in luce una maggiore applicazione della flessibilità sottolineando che pur essendoci i margini per multare l’Italia, la Francia ed il Belgio, ciò non è stato fatto riscontrando le condizioni eccezionali della crisi e concedendo quindi più tempo e fiducia a questi paesi. All’Italia ha ricordato la necessità di proseguire con il risanamento dei conti e con le riforme, ma ha avuto parole anche per la Germania alla quale ha fatto presente che per lei ha la possibilità è venuto il momento da parte di investire.

Il comunicato ufficiale, anch’esso riconoscendo l’eccezionalità della crisi, riguardo al nostro paese ha riconosciuto l’impegno nel perseguire alcune riforme, ma ha anche aggiunto che quello che è stato fatto non è sufficiente e sono necessari più sforzi. Effettivamente oltre a qualche buon impostazione si vede ancora ben poco. Il rischio Italia è rimane a alto, sia dal punto di vista delle riforme stesse, sia dal punto di vista dei conti. Vieni richiesto infatti al governo un maggior impegno nel taglio della spesa, nell’ottimizzazione ed efficientamento nell’utilizzo di denari pubblici, nel taglio del debito e nel programma di privatizzazioni. Come detto, a marzo vi sarà una nuova valutazione dell’ex finanziaria alla luce dei progressi e se questi dovessero risultare insufficienti è più che probabile che verranno presi poco piacevoli provvedimenti ossia procedure di infrazione. Si tratta più che di una promozione di un vero ultimatum, perché se quest’anno è stata applicate una pseudo-flessibilità, che comunque non sarà da sola in grado di far fronte alla spirale recessiva, per il prossimo non sono previsti sconti.

Anche per un poco attento osservatore è gioco facile notare che vi è davvero ben poco di nuovo e che quanto riportato nel comunicato ufficiale sono null’altro che i capisaldi degli impegni presi dal nostro paese e presentati alla Commissione UE dal Governo Monti in poi, a cominciare proprio da Spending Review e privatizzazioni. Da allora scarsi obiettivi sono stati raggiunti e neppure è pensabile poter invocare oltre che un po’ di flessibilità in più, finora relegata a quella prevista dai patti che in quanto tale non può definirsi flessibilità ma semplicemente corpo del patto stesso, una vera e propria revisione dei trattati perché l’intento (sempre da Monti in poi) era  quello avanzare la richiesta con in mano la contropartita della Spending Review, delle privatizzazioni, di qualche dato incoraggiante sul debito, della defiscalizzazione e delle riforme, contropartita che al momento non abbiamo.

Il corollario economico non mostra segni particolarmente positivi e se sull’Italia Confindustria si mostra moderatamente ottimista, Moody’s ha tagliato le stime di crescita ed anche Padoan ha messo in guardia su un 2015 che potrebbe continuare ad essere difficoltoso, pur mantenendo la previsione, ma dalla sua posizione non potrebbe fare altrimenti, di un ritorno al segno “più”.  Gli ultimi dati sulla disoccupazione italiana non sono confortanti, infatti l’Istat registra +13,2% a ottobre, record, tasso più alto dall’inizio delle serie, cioè dal 1977. Sempre ad ottobre i disoccupati sono 3,4 mln, +90’000 in un mese. L’aumento dipende anche dal ritorno alla ricerca del lavoro e questa è la parte mezza piena del bicchiere, ma crescono contemporaneamente anche le ore di cassa integrazione ed il numero di lavoratori che ne usufruiscono. Tra i giovani si riscontra una disoccupazione al +43,3%, oltre 700 mila in cerca di lavoro. Gli occupati in ottobre sono in calo di 55’000. La crescita è stimata dall’ISTAT a zero anche nel Q4 e secondo l’istituto di statistica è possibile che il segno negativo si estenda anche al 2015.

Il punto di vista della BCE è stato espresso da Draghi durante il suo discorso al Governo finlandese. La BCE continua a paventare l’ipotesi di ulteriori misure non convenzionali che a questo punto possono risiedere solamente nell’acquisto diretto di titoli di stato. All’atto pratico però non è ancora chiaro se e quando queste misure saranno messe in azione, confermando così il costante ritardo che ha caratterizzato l’operato di Francoforte condizionato dalle pressioni tedesche. A questi annunci, ai quali ormai ci eravamo abituati, si è aggiunta una considerazione degna di nota: è stato detto agli stati membri che devono prepararsi ad una cessione di sovranità, non tanto riguardo alle riforme, cosa che era già stata sostenuta, quanto alle materie prettamente economiche. Draghi ha ribadito che il solo sostegno monetario non è sufficiente, e fin qui nulla di nuovo, ma ha aggiunto che è NECESSARIA UNA CONDIVISIONE DEL RISCHIO SOVRANO, IL CHE VUOL DIRE CHE GLI STATI PIU’ RICCHI E VIRTUOSI DEVONO CEDERE PARTE DELLA LORO STABILITA’ DI CREDITO SOVRANO IN FAVORE DI QUELLI PIU’ PROBLEMATICI CHE DOVRANNO RICAMBIARE CON LE RIFORME E LA PERSECUZIONE DELLA DISCIPLINA DI BILANCIO. IN ALTRE PAROLE UNA CONVERGENZA VERSO UNO STRUMENTO DEL TIPO EURO-BOND (argomento già trattato e sostenuto almeno due anni or sono in questa sede, precedentemente avanzato da Prodi ed anche da Tremonti). Singolare che il Governatore abbia parlato così proprio nel nido dei falchi duri e puri, Olli Rehn e Jyrki Katainen, chissà per questa dichiarazione quante notti insonni e quanti incubi dovranno affrontare.

Il timore comunque è che questa svolta verso la condivisione dei rischi all’interno dell’Euro-Zona sia venuta troppo tardi e sia ancora ben poco più che un periodo ipotetico del terzo tipo. Bene che se ne parli (era ora) e che ci sia consapevolezza che quella deve essere la direzione per raggiungere una vera ed efficace unione, ma chissà quante opposizioni dovrà subire e chissà se gli effetti non saranno ormai limitati da una situazione andata costantemente peggiorando.

Non pochi dubbi lascia anche il piano di investimenti di Juncker che dispone di soli 21 miliardi freschi, 16 dai budget europei e 5 dalla BEI e che si spera possano essere moltiplicati grazie ad investimenti privati (non crediamo che Juncker, nonostante la sua provenienza lussemburghese, voglia spingersi a fare pura finanza) di un fattore 15 raggiungendo così i 315 miliardi. A destare perplessità è più di un punto, innanzi tutto va capito quale investitore avrà voglia di investire suoi capitali nella zona del mondo più in difficoltà (e l’Italia, pur con grandi possibilità, ne rappresenta il caso limite in negativo) con crescita bassissima o nulla e sull’orlo della deflazione. Fortunatamente in questa fase i mercati e gli spread, anche grazie alla guerra sui prezzi del petrolio, sembrano essere temporaneamente cauti, ma i venti sono rapidi a virare. La soluzione potrebbe essere una sorta di imposizione europea ai vari Stati ad investire, assegnando a ciascuno una quota dei 21 miliardi che dovranno essere moltiplicati per 15 a spese degli stessi Stati; qui sorge il secondo punto perché ad essere scomputati dal calcolo del deficit (decisivo per il rapporto deficit/pil ancora fissato al 3% come limite massimo, ma che l’italia si è impegnata a contenere entro il 2.6-2.7% nel 2015, ritardando di un anno) dovrebbero essere solo le quote del piano Juncker. Quindi supponendo che il piano di investimenti italiano da circa 87 miliardi presentato alla Commissione sia accettato per 1/3 si ottiene un fabbisogno di 29 miliardi che diviso per 15 da (arrotondiamo) 2 miliardi provenienti da piano Juncker e non conteggiabili nel deficit e ben 27 di risorse proprie da inserire invece nel calcolo del deficit. Si tratta di una somma insostenibile per i nostri bilanci.

Dall’esempio nostrano sono evidenti i dubbi su questo tanto blasonato “bazooka” della Commissione Juncker che rischia di sparare men che a salve o di poter essere sostenuto solo da pochi stati, quelli in condizioni migliori come la solita Germania.

Abbiamo infine una situazione economico-politica italiana tutt’altro che facile. Pare incredibile come in questa fase tutti i partiti siano al loro interno divisi: in FI è in atto un “fitto” scontro sulla leadership, il PD è diviso sulle riforme, quella del lavoro in particolare che sta andando verso una fiducia e che rischia di non essere votata da una trentina di membri del partito, in sostanza la linea impostata da Renzi al PD non piace a molti e lo stesso Cuperlo ha dichiarato che quello non è il partito che avevano in mente, nonostante ciò sembra che questa fronda non abbia sufficiente forza per una vera scissione. Anche il M5S è in difficoltà dopo i mediocri risultati alle regionali, ha appena espulso due membri ed eletto una sorta di penta-direttorio per supportare Grillo.

Ciò non aiuta a velocizzare e snellire il percorso delle riforme sulle quali si attendono svariate battaglie in aula e tante ripercussioni nelle ore a seguire, il tutto a vantaggio del precipitare della situazione economica mai affrontata concretamente né realmente in ripresa come mostrato dagli ultimi dati.

In aggiunta vi è la questione della successione di Napolitano, che sembrerebbe ormai prossimo alle dimissioni. Le motivazioni più probabili sembrerebbero legate all’età ed alle sue condizioni di salute e tenuta fisica, che devono fare i conti con il numero 90 e non gli consentirebbero di affrontare il ritmo di una intera giornata di lavoro. Sul tema le speculazioni giornalistiche poi si sprecano: vanno da una misteriosa malattia alla volontà di lasciare prima dello scoppiare di una tempesta economico-finanziaria. Riteniamo che abbiano ben poche fondamenta se non quelle di alimentare ulteriormente il già aspro dibattito ed il sospetto. La stanchezza e la voglia di riposo, che peraltro il Presidente già aveva al momento della sua rielezione, unite ad uno scoraggiamento causato dalla tortuosità del percorso delle riforme (a cominciare dalla legge elettorale) ed alla possibilità, che non vuole essere lui a trasformare in realtà, di uno scioglimento anticipato delle Camere, lo potrebbero verosimilmente aver spinto alla scelta di lasciare.

Sul nodo della successione è chiaro che si aprirà un’altra “sanguinosa” battaglia di intrigate alleanze e doppiogiochismi, tali da sottrarre ulteriori energie ai lavori parlamentari, che potrebbero rappresentare delle vere e perigliose forche caudine per il Governo. Il Presidente del Senato Grasso, che assumerebbe ad interim la Carica di presidente della Repubblica, ha già iniziato ad appellarsi alla responsabilità, auspicando di giungere tempestivamente ad una convergenza più ampia possibile, come se volesse dire ai partiti di cominciare a mettersi d’accordo perché quando sarà il momento non c’è tempo da perdere. Difficile che il consiglio verrà seguito, del resto si sente già lo sfregar metallico delle armi che si stanno affilando.

Link:
Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è
Il Presidente Napolitano, stanco e forse deluso, verso le dimissioni?
Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno
Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita
Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso.

 

28/11/2014
Valentino Angeletti
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Elezioni regionali: vince il PD assieme all’astensionismo. La democrazia non gioisce.

Un tempo per il partito di centro-sinistra/sinistra sarebbe stata una cavalcata trionfale, oggi invece una vittoria, ma a metà. Le elezioni regionali, principalmente in Emilia-Romagna ma vale anche per la Calabria,  indubbiamente suscitano perplessità per l’altissimo livello di astensionismo, che, sia chiaro, non delegittima la vittoria del PD in quanto nel sistema elettorale italiano sono i votanti che si recano alle urne a decidere chi sarà il loro rappresentante al Governo dell’entità sulla quale si è chiamati a pronunciarsi e questa consapevolezza se vogliamo rende il dato ancora più allarmante.

Un calo della partecipazione era stato ampiamente previsto, del resto si sa che le tornate regionali registrano affluenze fisiologicamente inferiori rispetto a quelle nazionali o rispetto alle occasioni in cui fossero accorpate ad altre elezioni, inoltre hanno contribuito gli scandali delle spese pazze e l’abbandono anzitempo dei precedenti presidenti di regione, ma pensare che in Emilia Romagna si sia recato alle urne appena il 37.67% (meno che in Calabria dove è stata registrata un’affluenza del 44.07%) degli aventi diritto fa trasalire chi conosce quei luoghi.

L’Emilia-Romagna è una terra dove si  mangia (o si mangiava?) davvero pane e politica e le feste dell’unità usualmente gremite così come i comizi ed i dibattiti pubblici sempre partecipatissimi ne sono riprova. In Emilia-Romagna l’esercizio del diritto di voto è realmente sentito e per le votazioni più importanti non si stenta a rasentare percentuali attorno al 90% anche in calde domeniche estive, figurarsi durante nebbiose giornate autunnali come quella in questione. Questa volta invece non è stato così, e non lo è stato nella “terra rossa” per eccellenza dove Prodi ha dichiarato che una affluenza inferiore al 50% sarebbe più che preoccupante.

Il risultato percentuale, da confrontarsi poi con in valori assoluti che evidenzieranno un calo di consensi diffuso, non lasciano adito ad interpretazioni: la coalizione di centro-sinistra sostenitrice di Stefano Bonaccini ha vinto toccando il 49.05% con un PD al 44%, anche se un tempo la percentuale sarebbe stata decisamente più bulgara, la lega con Alan Fabbri è il secondo partito con poco più del 30% doppiando Forza Italia fermo all’8%, il M5S con Giulia Gibertoni è sotto al 15%.

In Calabria le cose sono leggermente differenti, benché il candidato del Centro Sinistra Mario Oliviero abbia vinto con circa il 60% solo il 24% dei voti va direttamente al PD, i restanti vanno tutti alla lista con nome del candidato, significativo poi che il M5S sia sostanzialmente scomparso attorno al 4%.

Ai partiti ora va il compito di fare un serio esame di coscienza. Per tutti il numero in valore assoluto dei votanti è diminuito sensibilmente.

Il Centro Destra deve prendere atto di essere inconsistente e la Lega da sola non può oggettivamente pensare di avere mire a livello nazionale. Per il Carroccio questo momento, per via delle difficoltà e del disagio sociale, del suo modo aggressivo di affrontare il problema abitativo da tempo esistente ma da poco agli onori delle cronache, è particolarmente propizio puntando spesso a cavalcare la paura del diverso, innegginado al diritto che gli italiani hanno prima di ogni altro e talvolta avanzando a suon di populismi difficilmente realizzabili. Ciò spiega i consensi raggiunti e quelli che probabilmente raggiungeranno nelle regioni del nord.

Il M5S deve ammettere di aver fallito. Non ha risposto, pur avendone la possibilità, alle aspettative dei suoi elettori (l’ Emilia-Romagna rappresentava un po’ la culla del movimento) arroccandosi dietro un ostracismo fine a se stesso e dando l’impressione di non aver raggiunto alcun risultato degno di nota se non quello di opporsi a priori senza mai aprirsi ad un atteggiamento negoziale e propositivo. Inoltre i modi autoritari, a volte “epurativo” al limite del dittatoriale del “leader de facto” non sono contestati e rinnegati da molti dei sostenitori della prima ora.

Al Centro-Sinistra ed al PD però sta l’esame di coscienza più profondo. Le cause che possono aver condotto all’astensionismo sono tante, nazionali ed internazionali, politiche ed economiche, ma non il PD può fingere, nascondendosi dietro la vittoria, i tweet e l’uso preciso dei media, di non sapere che la divisione interna al partito, la violenza negli scontri coi sindacati e la disaffezione della gente siano state quelle dominanti. Il PD di Renzi, e questo il Premir deve tenerlo smpre in mente perché suo ancestrale impegno personale, si è detto intenzionato fin da subito ad essere il partito rappresentate la “gente” un partito che vuole conoscere la situazione nelle strade, nei mercati, vuole coinvolgere i cittadini attivamente nella vita politica, rompere quel divario che separa attività amministrativa da vita quotidiana, vuole far si che la politica appartenga a tutti e che tutti si sentano partecipi ed importanti nel poter contribuire ad un progetto che era quello, arduo quanto necessario ed encomiabile, di cambiare l’Italia ed un po’ esageratamente l’Europa. Ciò evidentemente non è avvenuto e non è avvenuto neppure in Emilia-Romagna dove quel sentimento di partecipazione e perversione politica in tutte le sfere della vita giornaliera già c’era, anzi la disaffezione è aumentata segno oltremodo preoccupante che la fiducia nel futuro, nella ripresa economica, in un periodo leggermente più prospero, nella reale possibilità di cambiamento ed anche nella classe politica e dirigente è ulteriormente diminuita. Chiaro è che molte persone non si sentono rappresentate dall’attuale PD ed esse sono riconducibili ai tanti operai e tanti sostenitori dei sindacati nati in quelle terre e dove hanno fatto storia (ed il ministro Poletti dovrebbe saperlo), ed ai tanti elettori di centro sinistra che non possono comprendere come si possa patteggiare in modo segreto con Forza Italia e direttamente, ad esempio, con Verdini e Berlusconi. Costoro sono in sostanza quelli afferenti ai vari Fassina, Civati e Cuperlo. Allo stesso modo questa ala del PD dovrà decidere come comportarsi: continuare a opporsi a molti dei provvedimenti avanzati del PD salvo poi, una volta alle strette, votarli; allinearsi a quelle che sono le linee generali del Partito (ormai ben chiare e che esulano dallo scontro aspro ma costruttivo verso una convergenza comune visto che alcune visioni si possono dire agli antipodi e non conciliabili); oppure ritenere di avere un seguito di elettori e sostenitori tale, come sembrerebbe dalle dichiarazioni pubbliche, da permettersi di dividersi impegnandosi a rappresentarli compiutamente dando fattezza a quello che spesso indicano come popolo di sinistra non rappresentato. Nelle condizioni in essere tale frangia non è né carne né pesce.

Questa situazione di una Destra e Centro-Destra sgretolate, di un Centro e di una Sinistra inesistenti e di un Centro-Sinistra che di fatto non rappresenta una buona fetta dei suoi vecchi elettori che si trovano in difficoltà nell’esercizio del voto (come già di scrisse: LINK1 – LINK2) è un grandissimo dramma per la Democrazia di un paese ed è una condizione che va superata anche perché il disagio sociale ed il malcontento, uniti alla sensazione di impotenze e di non rappresentanza potrebbero dare adito ad un ulteriore incremento e ad una maggior strutturazione di episodi violenti e sovversivi.

Al momento, ed è sentimento comune dimostrato dall’astensionismo, Renzi,  nonostante cinguettii pungenti e comunicativi a volte efficaci a volte meno, a volte propri a volte impropri, non è riuscito a cambiare davvero verso e marcia, non è riuscito a dare un impulso shock al sistema. Forse per cambiare il paese il PD dovrebbe chiarire se stesso scoprendo quale direzione vuole realmente intraprendere, chi vuole esserne parte condividendo le linee programmatiche e chi vuole uscirne, riplasmando, qualora ritenuto opportuno, il partito stesso. Il consenso unanime e trasversale non è nelle corde di nessun leader politico e quando si è verificato non è mai stato duraturo e spesso ha avuto esiti tragici.

23/11/2014
Valentino Angeletti
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Verso le europee, che poco dovrebbero incidere sul Governo nazionale, ma molto sulla governance dell’Unione

Dal profondo silenzio elettorale si attendono ora solo gli esiti delle tornate inaugurate il 22 in UK e Paesi Bassi.
In Italia la campagna elettorale ha subito una escalation che l’ha portata ad assumere toni esagerati, sfiorando il violento: Hitler, El Carogna, Stalin, Kapò, Pol Pot sono solo alcuni dei riferimenti utilizzati e quanto meno fuori luogo.
Le europee hanno così erroneamente assunto un valore nazionale quasi fossero un referendum tra due leader.

Considerando i partiti maggiori, Renzi ed il PD, dopo una prima fase di propaganda in cui hanno accettato il duello nel piano nazionale, negli ultimi giorni pre elezioni hanno modificato la loro strategia riportando l’attenzione sul fatto che si tratti di elezioni europee e che non avranno alcun impatto sul governo del paese, assecondando quanto ribadito dal Presidente Napolitano.

Di contro, Grillo del M5s e Berlusconi di FI hanno mantenuto un’impronta prettamente nazionale e referendaria, in certi casi sbilanciandosi a promesse (dalle dentiere fornite dal servizio sanitario nazionale ed una nuova abolizione totale dell’IMU, fino al reddito di cittadinanza ed alle pensioni minime aumentate ad 800 e poi 1000€) tipiche di elezioni politiche e che poco si confanno a quelle continentali.

I sondaggi non ufficiali (ed illegali) darebbero quasi all’unanimità il PD come primo partito attorno tra il 30 ed il 32% seguito a ruota dal M5S che oscillerebbe tra il 27 ed il 29.5% e FI tra il 18 ed il 20%, la Lega e NCD sarebbero tra il 4 ed il 6%, tutti sotto la soglia di sbarramento del 4% gli altri partiti.

La fascia degli indecisi rimane ampia così come quella degli astensionisti che potrebbero aumentare ulteriormente, superando il 45%, considerando la bella giornata di maggio che invoglia a gite fuori porta o marittime e l’apertura straordinaria in occasione della Giornata Nazionale delle Dimore Storiche di alcuni importanti palazzi italiani di norma chiusi al pubblico (come palazzo Farnese sede dell’ambasciata francese o l’ambasciata del Brasile in piazza Navona) e di prestigiose cantine; comunque il rifiuto del diritto-dovere di voto alla base della democrazia dovrebbe essere coscienziosamente evitato, meglio allora, se proprio si volesse dare segno di protesta, recarsi alle urne e “votare” scheda bianca.

Difficile pensare che, a meno di risultati veramente eccezionali e di conseguenti forti movimentazioni in patria (opzione ancora non del tutto remota), queste elezioni europee possano avere un impatto sulla tenuta del Governo, così come è non è matematicamente possibile che un singolo partito nazionale, come potrebbe essere il M5S o all’estero un movimento anti-EU, quand’anche ottenga un successo di gran lunga superiore alle attese, possa pensare di dettar legge presso il Parlamento Europeo visto che l’Italia eleggerà in totale 73 su 751 Parlamentari (ed è uno dei maggiori contribuenti, al primo posto la Germania con 96 Parlamentari). La caratteristica di non volersi alleare è probabilmente la debolezza dei partiti anti-Euro: per quanto forti internamente risultano altamente disgregati presso le istituzioni europee e per tanto perdono di incisività.

In Italia la durata e la popolarità del Governo dipendono non tanto dall’esito delle elezioni europee, quanto dalla capacità di Renzi e dell’esecutivo di attuare in tempi rapidi le incisive riforme necessarie e più volte illustrate e per le quali  il tempo sarebbe da molto già scaduto (Link: Letta, Squinzi ed il tempo già scaduto da molto ; Link: Rafforzare il governo, riempire la bisaccia, cambiare marcia in Italia ed in Europa:  settimana decisiva, che non sia una delle tante).

I primi 80 giorni del Governo sono probabilmente stati più complessi di quanto il Premier avesse previsto, un po’ perché i particolarismi, siano essi politici o burocratici, tendono a lottare strenuamente per conservarsi ed hanno autorevole voce in capitolo per portare avanti la propria battaglia, un po’ perché il Governo di larghe intese rimane comunque di compromesso e non garantisce a Renzi la libertà di manovra che un Governo proprio invece assicurerebbe (Link: Governo Renzi e compromessi). Risultati importanti ed iniziali di un viatico virtuoso sono stati conseguiti, come gli 80 euro, la risoluzione di alcune vertenze sindacali, alcuni investimenti esteri attirati, il bonus alla cultura, ma sono ancora piccole cose rispetto a tutto ciò che va eseguito rapidamente perché maggiormente incisivo su economia e credibilità, dagli aspetti più istituzionali a quelli più prettamente economici (rimanendo in attesa, il 2 giugno, del pronunciamento di Bruxelles sulla possibilità paventata dal Ministro Padoan e dal MEF, di avere più tempo per il pareggio strutturale di bilancio).

Con la stabilità politica, il controllo dei bilanci e soprattutto con la capacità di riformare velocemente, Fitch e S&P hanno motivato l’upgrade dei rating di Spagna e Grecia che comunque, soprattutto per quel che concerne la penisola ellenica, devono ancora apportare benefici tangibili ai cittadini tutt’ora costretti ad importanti sacrifici. Da prendere invece da esempio la riforma tedesca sulle pensioni, che, per consentire maggiori ingressi dei giovani nel mondo del lavoro, hanno diminuito a 63 anni, dai 67 previsti, l’età pensionabile per tutti coloro che abbiano maturato 45 anni di contributi.

Queste elezioni europee devono essere lette come una possibilità che i cittadini europei hanno per appassionarsi alle vicende dell’Unione dando un proprio piccolo contributo a quella che sarà la conformazione governante in capo alla quale cadranno decisioni importantissime anche per la vita quotidiana, come energia, cibo, agricoltura, banche e finanza, ma soprattutto un contributo a quello che dovrà essere in nuovo assetto ed il nuovo approccio alle politiche monetarie ed economiche che l’Unione dovrà, ed è opinione condivisa tra tutte le maggiori forze politiche nazionali ed europee, intraprendere per rendersi resiliente alla crisi ancora in corso. L’interessamento alle questioni di Strasburgo e Bruxelles deve crescere tra il popolo europeo perché solo con una Europa unita, diversa da quella attuale e consapevole che l’agire collaborativo è necessario, si potrà pensare di sopravvivere nel mondo globale e di rimanere un interlocutore non trascurabile (Link: La limitata visione italiana ed i grandi cambiamenti mondiali). Da ciò dipende inoltre l’ulteriore dilagare o il ridimensionamento dei movimenti che vorrebbero la disgregazione dell’Europa, e di fatto l’emarginazione economica degli stati membri, anche se non è oggettivamente chiaro per andare in che concreta direzione.

Il risultato più probabile è un testa a testa tra PSE e PPE che potrebbe portare ad una grande coalizione. In tal senso è bene che alla Germania si chieda di chiarire le proprie posizioni e di seguirle coi fatti. Fino ad ora le azioni non hanno comprovato un reale interesse tedesco al benessere collettivo, anche a scapito di un minimo della propria sovranità che altri stati hanno già ridimensionato, e, nonostante le edulcorate dichiarazioni del Cancelliere Merkel e del leader del PPE Junker, pare che il Ministro tedesco delle finanze Schaeuble non voglia cambiare opinione, avendo sostenuto solo qualche giorno fa che il meccanismo OMT di acquisto dei Bond emessi dagli stati in difficoltà da parte della ECB esula dal mandato della banca centrale, confermando le motivazioni che avevano portato la Germania a dubitare della sua costituzionalità appellandosi alla corte di Karlsruhe.

Insomma, oltre che al mero confronto nazionale invero poco calzante per le elezione europee e all’atto pratico un grande rischio interno che non deve proseguire oltre il 25 maggio, si dovrebbe pensare a come si vorrebbe conformare la nuova Europa, concetto presente in modo non dissimile in tutti i programmi dei principali partiti, lavorando per un obiettivo comune ed estirpando i particolarismi ed i nazionalismi che, seppure in modo non ufficiale, non fanno altro che alimentare e partecipare a quei sentimenti anti europei che tanto si temono e per i quali l’Unione, per la governance intrapresa, dovrebbe fare mea culpa (Link: Verso l’europa dei popoli; Link: Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa).

Link correlati:

Dopo le europee è veramente possibile un cambio di passo o va cercato altrove?

Tempistiche dei provvedimenti e lo scostamento da problemi pratici: la rinascita di pericolose derive

Renzi al Quirinale riforme in Italia ed in Europa

24/05/2014
Valentino Angeletti
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Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare?

La giornata di ieri è stata decisamente travagliata per il Governo. Due le questioni fondamentali, da un lato il congresso nazionale della CGIL di Rimini dall’altro il voto in commissione sulla riforma del Senato (per approfondimenti link Unita.it, Ansa.it).

Riguardo alla riforma del Senato dopo una prima vittoria doll’ OdG proposto da Calderoli con una vittoria di 15 a 13, tra cui spiccano il voto favorevole dell’esponente della maggioranza di Governo Mauro e l’assenza del Senatore PD Mineo, passa in tarda serata la proposta del Governo per 17 a 10 con il decisivo appoggio, precedentemente negato, della forza di opposizione FI. Il testo base del Governo passa una prima approvazione, ma il percorso per la riforma del Senato è ancora lungo e sono possibili modifiche a questo punto mai scontate.

Aria di tensione si continua a respirare anche tra sindacati, in particolare, CGIL e CISL, e Governo accusato di escludere totalmente ogni forma di concertazione e di arrogarsi l’epiteto di innovatore semplicemente perché in opposizione con le sigle sindacali. Il tema centrale è indubbiamente la riforma del lavoro accusata di aumentare precarietà  e non garantire adeguati diritti ai lavoratori senza peraltro contribuire ad abbassare il livello di disoccupazione.

Se nei confronti dei sindacati e della Camusso, con la quale potrebbero sussistere pregresse ingerenze interne al PD, il Premier ed il Ministro Poletti possono dire che verranno ascoltati ma poi il Governo deciderà in autonomia la propria strada secondo quello che ritiene essere il bene per il paese altrettanto non può essere fatto nelle varie commissioni dove le votazioni sulle riforme non sembrano avere numeri sempre sufficienti.

Riguardo all’argomento lavoro va sottolineato che in passato è innegabile che i sindacati abbiano in certe situazioni prediletto la tutela di diritti acquisiti ed effettivamente ormai fuori tempo e luogo e si siano opposti ad una sostanziale innovazione del concetto di lavoro e di industria che avrebbe dovuto essere affrontato già da tempo, senza ovviamente venire meno ai diritti dei lavoratori; diritti che, pur senza riduzioni, potrebbero necessariamente dover essere adattati (ripeto non diminuiti) alle nuove contingenze macro economiche. Tale rigidità è stata un parziale contributo, assieme alle ben più importanti assenza di una politica industriale concreta dei precedenti Governi e crisi mondiale, all’accrescimento del livello di disoccupazione. D’altro canto è condivisibile anche la richiesta avanzata dalle sigle sindacali di una politica industriale, economica (ed aggiungo monetari esulando dal perimetro del Governo italiano), che supporti la creazione di posti di lavoro e quindi la ripresa economica.

Considerando lo scenario macroeconomico e le sue evoluzioni appare chiaro che siano necessarie sia una chiara e lungimirante (ossia in grado di interpretare scenari di medio e lungo periodo non escludendo eventuali adattamenti in corso dovuti ai rapidi cambiamenti economico, sociali, geopolitici e tecnologici a cui dovremo sempre più abituarci) politica industriale così come un’impalcatura legislativa e normativa che supporti la creazione di posti di lavoro, la riqualificazione dei lavoratori, la flessibilità, la formazione, i nuovi modelli e settori economici e la sostenibilità rispetto ad ammortizzatori sociali e tutele.

Tornando ai numeri dell’Esecutivo, come testimoniato dalla votazione sul Senato, sembra proprio che la strada delle riforme sia lastricata di difficoltà poiché sono presenti frange interne al PD, frange interne al Governo ed una opposizione con potere determinante. Ogni commissione, ogni emendamento, ogni OdG, ogni proposta di modifica sarà una forca caudina non tanto per il Governo che non ha una linea ben definita e condivisa da tutti membri, quanto per il Premier Matteo Renzi e per la sua idea finale di assetto istituzionale. Inoltre quando sarà il momento di riformare le PA o aggredire quei privilegi che Renzi ha detto di voler scalfire, i giochi si faranno ancora più duri e serrati in quanto in certi casi ad avere voce in capitolo su alcune riforme sono proprio coloro i quali vengono penalizzati dalle stesse. Per giunta l’azione di certi gruppi di potere derivanti dalla politica delle conoscenze e delle relazioni (e non centra nulla l’attività di Lobbying sulla quale è stato gettato fin troppo discredito “link: distorsione mdiati ca delle lobby) agiscono in modo non ufficiale lungi dunque dall’essere chiaramente individuati.

Certamente scontro serrato vi sarà anche sul testo della riforma del lavoro, e vi sarà anche all’interno del PD, dove il sindacato è presente così come lo è nella commissione lavoro, oltre che con l’alleato di Governo NCD, con FI, col M5S e con Scelta Civica.

Del tutto personalmente, alla luce delle voci poi immediatamente smentite secondo le quali eventuali bocciature del testo base del Governo sul Senato avrebbero comportato le dimissioni del Ministro Boschi e dello stesso Renzi e considerando le dichiarazioni del Premier che sarebbe pronto a dimettersi in ogni momento qualora non riuscisse a completare quanto promesso, ritengo che il processo di riforme possa riuscire ad andare avanti mosso dalla credibilità europea e mondiale in gioco, dal timore di ripercussioni finanziarie sui mercati ([link] che a dire il vero sono mossi da variabili ben più ampie rispetto alle politiche interne italiane), dall’interesse di molti investitori internazionali che in questa fase sembrano pronti ad investire in Italia a patto del completamento di un sostanziale pacchetto di riforme e di una stabilità politica fino a qui sempre in dubbio e che ha portato a sfare e disfare quanto fatto in precedenza rendendo ogni certezza ed ogni piano industriale, fondamentale per coloro che vogliono investire, inconsistenti.

La domanda centrale però è: a che prezzo si potrà andare avanti? Quali compromessi, non tanto il variegato Governo quanto lo stesso Renzi, dovrà accettare? I risultati e quindi l’impatto sui cittadini, lo shock economico necessario, il radicale cambiamento della PA, la riduzione delle spese e dei privilegi, quanto si discosteranno da quello che il Premier aveva in mente? Quanto potranno essere ignorate e superate le burocrazie, le tecnocrazie e tutte quelle realtà particolari che influiscono indirettamente sulle scelte politiche e per le quali la conservazione del sistema in essere è fonte di guadagno?

A priori non è possibile rispondere a queste domande e c’è da stare certi che il percorso sarà lungo, duro e non privo di colpi di scena tanto da far sorgere un’ultima e dirimente domanda:

Non dovrebbe forse il Premier pensare se e quanto potrebbero essere utili eventuali elezioni anticipate dove mettere in gioco non tanto la vittoria, quanto una ampia vittoria, testimonianza di un paese che sarebbe davvero dalla sua parte e del quale tutti i partiti dovrebbero a quel punto prendere atto, tale da rendere possibile la sostituzione delle “imperiture” burocrazie e tecnocrazie bloccanti e conservatrici nonché la creazione di un governo non di compromesso ed avente i numeri affinché i propri piani e le proprie idee possano essere messe in atto senza subire distorsioni e snaturamenti? 

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07/05/2014
Valentino Angeletti
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