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Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti?

Ormai all’indomani della definizione della nuova commissione Europea (approfondimento CommEU: Link) sono in procinto di svolgersi a Milano le riunioni di Eurogruppo ed Ecofin, precedute dall’incontro informale dei Ministri dell’Economia Eco-Fi.

Per l’Italia che da presidente di turno ospita gli eventi, la due giorni è aperta da una nuova trance di dati non rassicuranti sullo stato economico del paese. Dopo il -0.2% di crescita registrato nel Q2 2014 (Link), Morgan Stanley ha rivisto al ribasso la crescita per l’intero 2014 proprio a -0.2%, dato confermato dal Premier che ha collocato la crescita attorno allo 0% decimale più decimale meno. I Sindacati hanno certificato una diminuzione dei posti di lavoro in edilizia in 7 anni di ben il 50%, mentre la Commissione Europea ha registrato un ribasso del settore industriale italiano del 24.5% dal 2007. Lo spread, pur lontano dai devastanti valori del 2011/12 è tornato a salire oltre i 140 pti base, la ricchezza ed il potere d’acquisto degli italiani sono tornati indietro di 30 anni, in barba al concetto di prosperità e benessere alla base della nascita dell’Unione Europea, in ultimo l’ISTAT ha registrato un calo della produzione industriale di luglio dell’ 1% rispetto a giugno e dello 0.8% rispetto al trimestre precedente (Q3 vs Q2).

Dalla BCE, nonché dall’Europa stessa, proviene poi un monito allarmante, non solo per il contenuto, il quale non è nuovo a molti altri del passato, ma per quello che lascia presagire in merito alla volontà di mutamento della govenrance economica dell’area Euro. All’Italia, che è definita ancora troppo indietro nel processo riformatore, è intimato di proseguire con la massima urgenza nella disciplina di bilancio per arrivare al rispetto dei patti e dei vincoli europei (il fiscal compact). Tali vincoli riguardano in prima istanza il tasso di riduzione del debito, in continua crescita e proiettato al 137%, e il rapporto deficit/pil. Quest’ultimo rapporto sappiamo avere un paletto, al momento non negoziabile ma che necessariamente andrà rivisto o nei tempi e nell’applicazione della golden rule sugli investimenti produttivi, del 3%. Quando tempo addietro si parlava di flessibilità entro i patti, concetto invero accettato anche dai falchi nordici più rigoristi, si intendeva proprio la possibilità di arrivare, senza sforare, al 3% e questo era di fatto l’obiettivo dichiarato del nostro governo. La concessione comunque insufficiente, avrebbe consentito di liberare circa 6-7 miliardi di € per investimenti produttivi. Il Governo Renzi ed il Ministro Padoan, ribadendolo a più riprese, erano decisi e lo sono ancora, a non sforare il 3% ma andarlo a sfiorare per reperire quante più risorse possibili, indispensabili in una fase recessiva come quella in corso. Adesso il limite ribadito da BCE ed UE è tornato al 2.6%, smentendo la locuzione “flessibilità pur nel rispetto dei patti” (rimanendo invariato il vincolo del 2.6% non esisterebbe flessibilità, ma sarebbe solo un rispetto dei patti iniziali siglati a scenari ben diversi). Questo ritorno con fermezza la rigore ed al rispetto dei trattati (ci si immagina che ugual fermezza sarà applicata anche per il fiscal compact riguardante il rientro del debito/pil -Ridurre il debito è possinile?- che deve scendere a partire dal prossimo anno in 20 anni al 60%, e ciò, con un pil stagnante è sostanzialmente impossibile), lascia molti dubbi sulla reale inclinazione ad attuare un differente approccio economico, ultima spiaggia, riprendendo le parole di Juncker, affinchè l’Europa possa avere qualche speranza di risalire la china.

Il Ministro Padoan stesso ha risposto, nascondendo a fatica un po’ di amarezza, che quel paramento del 2.6% era riferito ad uno scenario economico europeo migliore, quando invece le condizioni si sono verificate oggettivamente più negative del previsto ed il fatto che tutta l’Europa stia fronteggiando situazioni problematiche è il segno evidente della necessità di discontinuità e cambiamento.

Si fa inoltre notare che se il dubbio sul rapporto deficit/pil al 2.6% permane nonostante l’adeguamento Eurostat sul calcolo del PIL che dovrebbe portare al rapporto in questione un beneficio dello 0.2%, significa che all’atto pratico non è stato rispettato, con le regole vigenti fino a qualche giorno fa, il 2.8%; analogamente, ipotesi tutt’altro che accantonata da BCE ed EU, se non si riuscisse a rispettare il 3% vorrebbe dire che effettivamente saremmo sopra il 3.2%.

Draghi, oltre alla nota sui conti italiani, ha ribadito la necessità europea di attrarre investimenti, che l’Italia non riesce ad attirare come potrebbe e dovrebbe. Giustamente, come qui più volte scritto, il Governatore ha sottolineato anche la necessità delle riforme, poiché ogni politica monetaria non può portare crescita e benefici strutturali di lungo periodo se non inserita in uno scenario di riforme volte a supportare l’economia. I piani su cui agire dovrebbero essere per l’intera Europa quello del regolatorio e quello della concessione di credito. Draghi riporta poi per il nostro paese l’esempio della Spagna, che come scritto (Lesson learnt spagnola, ma solo per le riforme), è possibile prendere limitatamente alla capacità attuativa delle riforme, ma non sotto altri aspetti che vedono lo stato iberico in condizioni non migliori dell’Italia, ad iniziare dall’occupazione.

Ormai è chiaro che un sistema creditizio basato quasi in toto sulle banche che mischiano finanza ed economia, non è in grado di fornire la giusta liquidità e nei giusti tempi all’economia ed alla produzione, è altresì necessaria una maggior diversificazione e differenti strumenti, tra cui certamente quelli che verranno messi in campo dalla BCE come TLTRO, ABS, eventualmente acquisto di debito sovrano, ma anche l’utilizzo di vincoli finanziari come Bankitalia, CDP, BEI, Mini-Bond, quotazioni in borsa facilitate ed incentivate, venture capital, tutti capaci di dare spinta in minor tempo. La diversificazione degli strumenti creditizi è fondamentale sia per una maggior gestione del rischio di crisi cicliche qualora il meccanismo erogante entrasse in difficoltà (esempio crisi dei mutui subprime oppure classico schema di prestiti e mutui), sia per andare incontro ad esigenze di tipologie di credito che la moderna economia presenta in mutate e plurime forme rispetto al passato, non più dunque solo ed esclusivamente puro e semplice cash.

La ripresa di concessione di credito potrebbe valere secondo il Governatore di Bankitalia Visco fino a 0.5% di PIL, un valore decisamente ottimistico, ma è appurato che la sua assenza non consente all’industria alcun tipo di investimento.

Dall’Europa, e per bocca del Commissario all’industria Nelli Feroci, vengono critiche al Governo Renzi sull’uso indiscriminato e non gradito a Bruxelles, del decreto legge senza una valutazione approfondita e chiara del suo impatto. Ad esempio sul tema del lavoro la ricerca della flessibilità, senz’altro utile, ha lasciato scoperto l’altrettanto importante aspetto dell’eccessiva rigidità dei salari, della giustizia (tema che con il processo telematico ha fatto passi avanti), dell’aspetto normativo e legislativo ermetico, ballerino, incomprensibile, dipendente da una pluralità di centri burocratici che spaventa letteralmente gli investitori, e di una fiscalità opprimente. Ciò è riportato nel paper europeo “Reindustrializzare l’Europa – rapporto competitività 2014”.

Il contesto necessita, e lo si ripete da tempo, di decisione risolute e rapide, tanto che il rischio di essere già irrecuperabilmente in ritardo è altissimo. Non vi sarà una rapida ripresa sia per lo scenario deflattivo in essere sia per il livello di disoccupazione raggiunto sia per le tensioni in politica estera che includono le sanzioni economiche alla Russia che hanno importanti ripercussioni su un gran numero di settori industriali di molti stati europei a cominciare da quello energetico, con le ritorsioni russe che parrebbe siano già in attuazione intermittente ai danni di Polonia, Slovenia ed Austria. Di ciò deve curarsi la nuova Commissione Europea cercando di lavorare in modo unitario, sinergico e sincronizzato, lasciando da parte i particolarismi ed i nazionalismi, puntando ad un nuovo approccio, quello probabilmente auspicato da Padoan, che sia resiliente e volto al perseguimento della prosperità, benessere, pace e protezione. Obiettivo non semplice se si guarda la conformazione della nuova commissione, eterogenea e con presenze che hanno mostrato nelle loro recenti parole connotazioni eccessivamente rigoriste e conservatrici, a cominciare da Katainen (per approfondimenti su commissione si rimanda al link1 – link-Katainen). Come già scritto il rischio è che non si giunga nei tempi necessari ad accordi che siano risolutivi e che il ritardo ed il compromesso continuino ad essere protagonisti indesiderati.

Scendendo a livello italiano lo scenario rischia di essere anche peggiore. In parte la colpa va attribuita ai centri di potere, alle tecnocrazie e burocrazie bloccanti, spesso con potere decisionale e di veto che tendono alla conservazione ed alla sopravvivenza ed in parte alle le tensioni che disperdono energie dagli obiettivi di crescita, lavoro, riforme. Esse sono molte e si notano internamente ai vari partiti (caso PD in Emilia Romagna, ma anche all’interno di FI la leadership di Berlusconi comincia ad essere velatamente messa in discussione), si notano quando arrivano i nodi di alcune riforme come quella del lavoro e dell’articolo 18, sono insite nella spending review che dovrebbe tagliare gli sprechi tra gli altri alle regioni ed alla sanità, ma evidentemente ogni centro di potere ritiene di essere efficiente e di non dover essere oggetto di tagli, si notano infine nelle votazioni per la Consulta e CSM giunta ormai alla nona tornata e che ha visto, se vogliamo clamorosamente, fallire il patto del Nazareno secondo cui avrebbero dovuto essere eletti Catricalà e Violante. Benché PD e FI assieme abbaino la maggioranza assoluta non sono riusciti a far valere il loro accordo e la conseguente squadra di magistrati, testimoniando come certi agglomerati tecnocratici e burocratici superino in forza gli stessi partiti, rendendo impossibile, talvolta giustamente e talvolta a torto, innovazioni o cambiamenti a loro non favorevoli. Se questo fatto si moltiplica per ogni decisione, riforma, processo e per ogni centro di potere esistente e per il numero di votazioni che la legislazione prevede prima di sancire l’entrata in attuazione di una riforma è ben chiaro che non è affatto possibile pensare di essere sufficientemente rapidi ed incisivi nelle azioni di governo. Fa pensare la nuova linea del Premier di velocizzare l’iter per concludere la legge elettorale “Italicum” dandole priorità rispetto alla riforma delle PA, sembrerebbe una presa d’atto che in una simile viscosità non sia possibile imprimere quell’accelerazione reclamata a gran tono da più voci a partire dal 2011. Forse si tratta davvero del primo passo verso un rischio importante, un ALL-IN per provare ad arrivare ad un adeguato livello di rapidità ed incisività  (Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre 06/09/14) finora non sufficienti.

12/09/2014
Valentino Angeletti
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La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota

“L’Europa sta vivendo uno scenario incerto e di debolezza principalmente dovuto al rischio geo-politico che monitoriamo costantemente e del quale in questa sede siamo seriamente preoccupati. A risultare più pericolosa per l’Eurozona è la tensione con la Russia a causa dalla quale si temono ripercussioni sul mercato energetico che potrebbero portare ad un incremento dei prezzi e ridurre la capacità di approvvigionamento di certi stati.

Riguardo alle figure economiche dell’Italia esse sono rese così negative dal comprovato bassissimo livello di investimenti privati dovuto fondamentalmente all’incertezza sulle riforme, alla giustizia ed alla burocrazia. Stati che hanno portato a compimento alcune importanti riforme hanno visto miglioramenti sensibili delle proprie condizioni macro economiche. L’Italia dunque si impegni nel portare a termine quelle riforme che abbiano impatto strutturale sull’economia, ancor prima che quelle istituzionali, che agiscano sul fisco e sul mercato del lavoro in modo da tornare attraente per i capitali privati.

Inoltre dovrà essere accettato di cedere in tema di riforme strutturale sovranità all’Europa”.

A parlare non è stato un rappresentate, funzionario o commissario della Comunità europea, bensì il Governatore della BCE Mario Draghi nel suo discorso a valle della riunione con il board dell’istituto di Francoforte.

Ovviamente Draghi ha parlato anche della politica monetaria questa volta senza scaldare gli animi e senza gli effetti pirotecnici che di norma i suoi annunci causano ai mercati. Ha mantenuto i tassi invariati a 0.15%, ha confermato i target inflattivi di medio periodo della BCE prossimi al 2% sostenendo che lo scenario di breve presenta e presenterà ancora una inflazione molto bassa, ma nel medio termine l’obiettivo rimane prossimo, ma inferiore, al 2% pertanto si prevedono periodi prolungati di costo del denaro basso. Proprio il basso costo del denaro, secondo il Governatore, non rappresenta un ostacolo agli investimenti in Italia, che, riagganciandoci a quanto detto sopra, deve lavorare sulle riforme strutturali economiche. Il Governatore ha poi ribadito, come al solito, la totale disponibilità della BCE ha mettere in campo misure straordinarie non convenzionali (TLTRO sono previsti per settembre stando a quanto dichiarato nei mesi scorsi, ma misure non convenzionali erano già attese per il giugno passato), incluso l’ABS (Asset Baked Securities, che prevede l’acquisto dalle banche di titoli cartoralizzati).

I mercati non hanno reagito bene e le borse hanno riscontrato un sensibile calo. Evidentemente il rischio geopolitico ed il monito sulle riforme che allo stato attuale non soddisfano il Governatore, hanno inciso più che l’annuncio, ormai consueto, di un possibile utilizzo di strumenti non convenzionali. La due giorni con l’accoppiata dato del PIL Italiano del secondo trimestre al -0.2% e discorso di Draghi, è costata a Piazza Affari 9 miliardi di € in capitalizzazione e lo spread ha toccato i 180 pti, complice anche un abbassamento del tasso dei bund.

Prescindendo dal giudizio se simili indicazioni possano essere impartite ai singoli stati dalla BCE che come mandato ha quello della stabilità dei prezzi e di mantenere bassa l’inflazione, vi sono alcuni aspetti interessanti da analizzare.

Il Premier Renzi ha letto il messaggio della BCE come una conferma della correttezza dei suoi programmi, ossia andare avanti con le riforme. Dal discorso del Governatore però emerge chiaramente che ciò che è stato fatto in Italia fino ad ora non è sufficiente (ma Renzi in tre mesi non poteva risolvere la situazione) e soprattutto che per Draghi le riforme da perseguire con la massima urgenza sono quelle strutturali con rilevante impatto economico tale da attrarre investitori: fisco, flessibilità del mercato del lavoro, burocrazia, giustizia. Non vi è nel novero ad esempio la riforma del Senato la cui prima lettura sarà presentata venerdì 8 ed alla quale ne dovranno seguire altre tre identiche, senza alcuna modifica, affinché la riforma divenga effettiva, in termini di tempo si parla di circa un anno per completare l’iter parlamentare. Il monito quindi può essere letto come un’esortazione nel proseguire le riforme, ma anche l’indicazione severa di spostare immediatamente la priorità verso l’economia.

Significativa risulta anche l’intimazione dei singoli stati a lasciare parte della sovranità in tema di riforme all’Europa. Il fatto è positivo ed esorta la stessa Bruxelles e la nuova Commissione a porsi l’obiettivo di un’Unione più cooperativa, sinergica, coesa nella quale si condividano rischi e benefici. Questa affermazione la vorrei leggere come una non troppo indiretta frecciata alla Germania che ha sempre osteggiato, proteggendo la propria posizione dominante di stato forte e virtuoso (ma anche in un certo senso egoista) relativamente immune (o meglio ultimo a risentirne) dalla crisi. Draghi ha menzionato la sovranità rispetto alle riforme strutturali in tema economico, ma una simile cessione e condivisione del rischio potrebbe e dovrebbe, se l’intenzione è quella di creare una entità europea unita e forte senza anelli deboli che vadano a minare la stabilità di tutto il continente, avvenire anche per quel che concerne un allineamento dei rischi e delle garanzie sui debiti sovrani, anche perché per stati come l’Italia o la Grecia e non solo, il rispetto del fiscal compact europeo non è sostenibile nei modi e nei termini definiti, a maggior ragione in uno scenario congiunturale di debolezza ed instabilità anche geopolitica che si protrarrà ancora a lungo. Il concetto di bond europeo sembra vincente, è stato più volte proposto in questa sede, ed ancor prima ne parlarono Prodi e Tremonti. Ovviamente, come accaduto per il processo di unificazione bancaria e per la regolamentazione dei fallimenti controllati degli istituti di credito con vari soggetti che vanno a condividere il rischio il quale dunque viene formalmente spezzettato rispetto al totale supporto statale, la Germania ha sempre osteggiato duramente questa possibilità proprio per proteggere la solidità del proprio rischio sovrano, proseguendo la tutela di quei particolarismi locali e nazionali che in una struttura forte e coesa, con interessi e valori comuni dovrebbe cadere.

La ricetta di Draghi, azzeccata, non è nulla di nuovo (è sostanzialmente quello che già si riportava qui ed in articoli precedenti), anzi ormai da tempo la si propone come soluzione; sul lato della politica monetaria invece, anche alla luce del susseguirsi degli eventi, della spirale inflattiva, della estrema forza dell’Euro e delle tensioni geopolitiche, la BCE pare troppo conservativa e statica. Già il FMI proprio per bocca della Governatrice Lagarde aveva intimato, suscitando reazioni stizzite da Francoforte che si vide invaso il proprio campo d’azione, che sarebbe stata preferibile una politica monetaria più aggressiva ed ulteriormente accomodante. Un processo che, come quello della FED o della BoJ, fosse in grado di alimentare direttamente le imprese in modo che potessero investire in attività produttive ad alto ROE e valore aggiunto seguendo esattamente l’esempio degli USA e del Giappone. Le misure utilizzate fino ad oggi sono state ridimensionate dall’intermediario bancario che ha innegabilmente portato avanti i propri interessi di profitto. Misure straordinarie e non convenzionali erano state annunciate per giugno, potrebbero essere implementate in settembre, ma ancora non sono state messe in campo. Esse potrebbero anche non essere così efficaci come si pensa (non credo) e quindi dovrebbero essere modificate richiedendo ulteriori raffinamenti in un contesto di massima urgenza. Ovviamente un processo di iniezione o QE può fungere da shock immediato di breve termine che deve essere seguito dalla raccolta dei risultati di medio-lungo periodo forniti dal processo di riforme economiche strutturali e dal piano di sviluppo e crescita che ogni paese avrebbe dovuto mettere in campo.
A parte la soddisfazione di poter dire che i paesi che hanno fatto riforme economiche, come la Spagna o gli UK, hanno visto migliorare i loro conti ed hanno riconquistato la fiducia degli investitori, la situazione macroeconomica generale continua ad avvitarsi, i consumi interni sono diffusamente in calo ed anche l’export dei due campioni manifatturieri, Italia e Germania, ha subito un calo; la crisi russa potrebbe costare lo 0.4% di PIL Europeo ed un costo dell’energia più alto senza considerare, viste le tensioni in Medio Oriente, il rischio di approvvigionamento di energia primaria; l’inflazione continua ad essere decisamente bassa circa 0.5% le ultime rilevazioni, ben lontane dal target del 2%, la deflazione ha colpito più di un’area del continente Europeo. A ciò si aggiungono le contro-sanzioni imposte da Mosca che bloccano l’importazione di alcuni prodotti alimentari (per l’Italia il costo annuale stimato oscilla tra 800 e 1000 milioni di €) e la possibilità di interdizione dello spazio di volo russo alle compagnie aeree statunitensi ed europee potrebbe rappresentare un ulteriore problema.

Alla luce di ciò ci si continua a chiedere se non fosse stato il caso di agire già tempo fa; ed ora, viste le difficoltà dell’export, i blocchi russi di alcune importazioni, la forze dell’Euro, se non fosse stato il caso di operare in modo da indebolire leggermente la moneta europea per facilitare le sportazioni.

Draghi ha menzionato il tempo e la rapidità come fattore chiave, ricalcando quanto detto da Padoan nel giorno della comunicazione del PIL italiano, ma pare che per la BCE questa fretta non valga, nonostante la natura delle misure che ha nelle proprie corde consenta un’immediata reazione economica.
Va senz’altro ribadito che una misura tipo QE diretto (o con vincoli per le banche alla distribuzione alle imprese ed all’economia reale) alle PMI non è la panacea di tutti i mali, ma serve che gli stati e l’Europa abbiano definito ed implementato strategie di sviluppo, investimento e crescita, riforme strutturale e piani industriali validi. In sostanza i soldi possono arrivare, ma vanno fatti fruttare ed investiti in modo produttivo, sintetizzando vanno saputi utilizzare (cosa che effettivamente l’Italia non sempre ha fatto nel migliore dei modi).

Politica monetaria
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Deflazione
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07/08/2014
Valentino Angeletti
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Dati economici che cominciano a preoccupare

Si comincia a percepire in modo marcato un senso di sempre maggiore preoccupazione nei confronti dei dati economici del nostro paese. Gli allarmi e gli interventi più estremi e radicali, come una manovra correttiva oppure addirittura il commissariamento dell’Italia da parte della Troika, sono seccamente smentiti dal Governo e dalla voci di Renzi e Padoan in persona.

Risulta innegabile però che la situazione economica a causa delle mille congiunture e variabili interne ed esterne, stenti a migliorare, per il nostro paese in particolare. Gli ultima dati diramati dal Censis (Link: Censis: paveri raddoppiano in quinquennio 07-12 ) parlano di un incremento del 100% dei poveri nel quinquennio 2007-2012 mentre Prometeia rivede al ribasso le stime del PIL portandole per il 2014 a +0.3% contro la stima (definita pessimistica) di +0.8% del Governo mentre per il 2015, secondo l’istituto bolognese, la crescita si fermerebbe all’ 1.2%. Questi numeri si aggiungono al debito in crescita, alla ancora non chiara entità della spending review di Cottarelli, alla disoccupazione che non si riesce ad arginare ed ai consumi in stagnazione (e con i dati Censis non potrebbe essere altrimenti) che zavorrano la produzione industriale. A tutto ciò, ed in parte ne è conseguenza, si aggiunge anche la bassissima inflazione, uno spettro che pervade l’ intera Europa.

Questi segnali che ora intimoriscono in modo manifesto erano già ben noti (Link: Ridurre il debito è oggettivamente possibile? ), come lo era il fatto che se il fiscal compact Europeo, il quale al momento rappresenta una di quelle regole dei trattati che si vorrebbero più flessibili senza però mai paventare la possibilità di una reale rinegoziazione, non impone automaticamente all’Italia di perseguire ulteriore gettito per abbassare il rapporto debito/PIL, lo impone di fatto se non si riesce a ridurre sensibilmente il debito o ad aumentare il PIL. Con un debito sotto controllo, ossia non in crescita, ed un PIL attorno al +2% il fiscal compact praticamente non richiederebbe azioni dirette. Non è ovviamente così se le stime di crescita sono più basse di quelle, già non entusiasmanti, previste.

Il nodo delle riforme istituzionali rispetto a quelle economiche, è stato posto su un pino maggiormente prioritario, ed una sua logica ce l’ha poiché la governabilità, lo snellimento delle procedure, la certezza normativa, influiscono anche sull’economia e sulla capacità di attrarre investimenti in un paese, ma non si può negare che gli scontri e gli attriti stanno facendo perdere molto tempo, il resto lo fa la complessità del sistema italiano; ad esempio per la riforma del Senato, che sembra ormai prossima, saranno necessari due passaggi alla Camera e due al Senato intervalli da almeno 90 giorni l’uno dall’altro. Malcontenti e talvolta pesanti scontri verbali si verificano costantemente tra le fronde di medesimi partiti, tra alleati di governo e tra alleati per le riforme. Nel mentre si discute il tempo passa e di trimestre in trimestre i dati e le previsioni non migliorano quando non vengono riviste al ribasso. Rapidità è quello che anche l’Europa ci chiede, ben consapevole che la crescita andrebbe perseguita immediatamente (nonostante l’Unione fino ad ora non sia comportata in modo impeccabile nella gestione della crisi), invece nel Bel Paese tra dibattiti interni, oggettive problematiche da affrontarsi rapidamente (come questioni internazionali, dal medio oriente all’Ucraina, ed immigrazione), tra frondisti, scissionisti, ultimatum vari che poi magari si dissolvono in un bicchiere d’acqua, senza considerale l’ancestrale problema della declinazione di genere del termine presidente (il presidente, la presidente o la presidentessa… sbagliare potrebbe essere offensivo sfiorando il più tremendo maschilismo) si sprecano energie e tempo prezioso per “venire a capo” a questioni estemporanee non riuscendo ad affrontare tematiche più importanti, di ampio respiro e di medio termine. Si badi bene che è così da anni, anzi da decenni, ed intanto il tempo è scorso ed veri nodi sono sempre lì e sempre più intricati da sciogliere.

In autunno l’Italia dovrà presentare il DEF, la vecchia finanziaria, all’ EU, nel frattempo vi sono le importanti nomine europee che impegneranno parte del nostro Governo, internamente ancora molto rimane da risolvere, poi vi sono le ferie estive, al quale Renzi pare vorrà ammirabilmente rinunciare, ma purtroppo lui da solo non basta, ed ancora il periodo per riprendere le redini del lavoro sospeso, dunque sopraggiungerà l’autunno e con esso il documento economico da presentare a Bruxelles con dati oggettivi alla mano perché l’Europa ha fatto ben intendere che di promesse senza elementi fattivi non ne vuol sapere.

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14/07/2014
Valentino Angeletti
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Scontro BuBa-Renzi, spunti di riflessione per l’Europa e per l’Italia.

BuBa Si apre un nuovo capitolo nella storia europea tra rigoristi e sostenitori  dell’abbandono dell’austerità, o se preferiamo tra falchi e colombe. Questa volta ad  opporsi in tenzone sono la Bundesbank (BuBa) e l’Italia, rappresentata dal Premier  Renzi e da pochi giorno presidente di turno del consiglio Europeo.

La BuBa, per bocca dell’influente presidente Jens Weidmann, avrebbe attaccato la  richiesta di “flessibilità” dell’Italia, che a dire il vero racchiude le richieste di molti altri  stati ed una volontà comune e trasversale che pervade l’Europa animata dalla  comprovata necessità di cambiare strategia economico – politica in modo da perseguire una crescita sostenibile tenendo in debita considerazione gli scenari macroeconomici e congiunturali e puntando ad evitare la ciclicità delle crisi dovute ad una eccessiva finanziarizzazione dell’economia a scapito delle attività produttive reali e concrete. Il rimprovero della BuBa riguarda la possibilità di contrarre ulteriore debito, pericoloso per uno stato come l’Italia ove il debito è estremamente pesante, che, per l’istituto tedesco, non consentirebbe crescita bensì contribuirebbe a rendere ancora più precaria la stabilità finanziaria dei paesi richiedenti. A ciò si aggiunge la scoccata, quasi personale al Premier italiano, che viene rimproverato per le tante parole, la poca concretezza e la lenta azione, riassumendo, il concetto si esprime nella frase “le riforme vanno fatte, non solo annunciate”.

La risposta piccata e dura di Renzi non è tardata ed ha sottolineato nettamente come sarebbe bene che la BuBa si occupasse del proprio mandato e non interferisse nella politica di un paese, l’Italia, fuori dal suo perimetro di competenza. Forse non era nelle intenzioni di Renzi, ma il riferimento ai bilanci ed agli pseudo aiuti di stato convogliati verso le banche territoriali tedesche (LadersBank) dai conti incerti, avvezze alla leva, troppo piccole singolarmente per rientrare negli accordi di Basilea, ma decisamente importanti se prese nella loro totalità, è immediato ed automatico.

Aspri scontri non sono nuovi, ricordiamo lo scambio di battute tra Lagarde, IMF, e Draghi, ECB, sulla politica monetaria; ovviamente, per non compromettere i rapporti internazionali, anche in questa circostanza le rettifiche e l’abbassamento dei toni da parte dei vari portavoce è stato immediato. Sia dall’Italia che dalla Germania,vuoi per bocca dei diretti interessati vuoi per tramite dei portavoce ufficiali, è stato confermato l’eccellente rapporto tra i due paesi, tra Renzi e Merkel e tra i rispettivi ministri delle finanze, Padoan e Schaeuble  in quest’ultimo caso introducendo anche l’elemento della forte amicizia personale.

Il primo appunto da fare è che non è assolutamente la prima volta che tra dichiarazioni e smentite la Buba, il ministero dell’economia e delle finanze tedesco e la Merkel si lasciano andare in un confuso ping pong di dichiarazioni che se da un lato aprono alla maggiore flessibilità ed alla possibilità di concessioni a patto di comportamenti virtuosi dando speranza per una nuova struttura europea, dall’altro ribadiscono l’assoluta inflessibilità degli accordi e l’impossibilità di violarli. Tutto ciò lascia ampio spazio alle libere interpretazione della reale volontà tedesca, ancora oggi non manifesta, facendo sospettare i più maliziosi (tipo il sottoscritto, ma in genere sbaglio….) di una furbesca e strutturata strategia per lasciare tutto inalterato beneficiando (nel breve termine, perché nel lungo le cose cambierebbero drasticamente…) della situazione oggettivamente loro favorevole.

Il secondo punto da analizzare risiede nei contenuti delle dichiarazioni della BuBa. Ancora l’Italia, pur avendo fatto progressi, non ha riconquistato quella credibilità che consente di dare garanzia sull’eventuale utilizzo delle risorse aggiuntive. Nuove procedure di infrazione europee continuano ad essere aperte, gli scandali per tangenti non cessano di minare il nostro sistema economico-industriale così come i costi delle grandi opere sono incredibilmente superiori rispetto ad altrove, Grillo, generalizzando infantilmente, esorta l’Europa a non dare fondi all’Italia poiché finirebbero diretti nelle mani di ‘ndrangheta e camorra; il processo di riforme, di taglio del debito e della spesa pubblica, e le tempistiche che lo distinguevano da un puro sogno, non seguono la tabella del “cronoprogramma”. Nonostante l’indubbio impegno e la buonissima volontà di Renzi, troppi sono gli impedimenti ed i compromessi da accettare, le burocrazie e le tecnocrazie da sconfiggere, i loro poteri da escludere (tanto che si scrisse: Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07/05/14), inoltre il governo rimane sempre e comunque di compromesso e nelle posizioni apicali (politiche e burocratiche) spesso non vi sono sostenitori della discontinuità e del cambiamento, anzi vi sono i beneficiari del sistema in essere. Un sintomo di questa tendenza al conservatorismo ed alle difficoltà a 360 gradi per il Governo nel concretizzare il radicale piano di cambiamento di cui il paese ha bisogno, è riportato oggi sul giornale “La Notizia” secondo cui: “La riorma della Pubblica Amministrazione presentata dal Governo vieta di assegnare incarichi dirigenziali ai dipendenti in pensione. Lo stesso Governo ieri invece ha nominato il pensionato Ortona presidente di Arcus…”, qualora fosse confermato ogni commento sarebbe superfluo. Evidentemente è necessario il reale cambio di passo ancora assente a dispetto di alcuni appassionanti quanto sporadici sprint e scatti, troppo spesso vanificati dalla percentuale della salita. Si deve per tanto sciogliere immediatamente il nodo delle riforme istituzionali e devolvere tutte le energie al piano di riforme per la crescita seguendo anche quelle che sono le linee guida europee. Indirettamente ciò è confermato dal Ministro Padoan e dal Presidente della CdP Bassanini a margine di un convegno organizzato congiuntamente da BEI e CdP e dal rapporto dell’antitrust. La CdP ricorda la necessità per l’EU, e per l’Italia in particolare, di maggiori investimenti ovviamente privati, ma anche pubblici. Per il nostro paese gli investimenti sono preoccupantemente a livello del 95 e se è vero che i privati dovrebbero investire di più in innovazione e tecnologia di prodotto e di processo è anche vero che lo stesso dovrebbe fare il pubblico ad esempio nelle grandi e piccole infrastrutture e per innovare ed ottimizzare le PA (contribuendo ad abbassare la spesa pubblica nel medio periodo ed aumentando la qualità del servizio, riducendo i tempi per la burocrazia con vantaggio per cittadini ed imprese che dovrebbero “sprecare” meno giorni a combattere con le carte risultando più produttivi), ma questo elemento non può prescindere dal concetto di flessibilità di cui parleremo in seguito. L’antitrust invita invece ad accelerare sulle privatizzazioni ( i target previsti di 12 miliardi per il 2014 sembrano difficilmente raggiungibili) approvando il piano per la messa sul mercato di quote di Poste, a rilanciare la competitività attraverso una maggiore concorrenza a cominciare dai settori chiave di energia, elettricità, gas, assicurazioni, banche, telefonia, ed infine, confermando le cricche del sistema italiano, a risolvere il problema dell’economia di relazione che tante risorse economiche ed umane sottrae allo sviluppo del paese (viene naturale un pensiero alla non applicazione del concetto di meritocrazia e scalata sociale…Tangenti Expo 2015 …. amara conferma che per “noi” non c’è spazio – 08/05/2014).

Il terzo punto è proprio quello della flessibilità a livello europeo, tanto chiesta da tutte le colombe, in linea di massima assicurata dai falchi, ma ancora oscura ed invero mai menzionata nei documenti ufficiali che rammentano solamente come i trattati prevedano già “un certo grado di flessibilità”. Anche Barroso, presidente di Commissione Eu uscente, proprio dall’Italia ha ribadito la necessità di un’Italia forte, ma anche di rispettare gli accordi europei. Ora, il nostro paese ha bisogno di una flessibilità che esuli dai patti, nel senso che considerando le condizioni economiche, la tendenza del debito tra il 132 e 133% del PIL, i dati sullo stesso PIL costantemente rivisti al ribasso è impossibile rispettare il fiscal compact (che sostanzialmente prevede la riduzione della parte eccedente il 60% del rapporto debito/PIL di 1/20 all’anno a partire dal 2015) così come  non è pensabile raggiungere il pareggio strutturale di bilancio (nonostante la concessione di un anno in più) ed abbassare il rapporto deficit/PIL che dal 3% dovrebbe tendere all’ 1.5%. Anche solo mantenere a tempo “indeterminato” fino all’uscita dalla crisi il 3% sarebbe uno strappo decisamente consistente ai trattati europei da noi stessi sottoscritti. In tal senso si richiede più flessibilità, come è vero che in tal senso i patti non si possono rispettare e vanno rivisti ed allentati, altrimenti l’Italia, così come altri stati dell’unione, rischierebbero di far tracollare l’Europa trascinando, prima o poi, anche la Germania. Di ciò si dovrebbe discutere in Europa e di questi fattori dovrebbe costituirsi il patto di flessibilità e crescita siglato dal Consiglio EU; di fronte al rischio dello sgretolamento europeo è evidente che il prezzo di una condivisione dei debiti (solo per fare un esempio) sarebbe ben poca cosa.

Per capire come si vorrà impostare la direttrice europea e le intenzioni della Germania, sarebbe bene che al venturo Presidente di Commissione fosse esplicitamente richiesto di sottoscrivere un documento (che a ben vedere dovrebbe essere promosso dall’asse Italia – Francia) chiaro, senza possibilità di interpretazioni soggettive, ove si mettessero nero su bianco ed avessero valore vincolante le richieste, le misure ed i provvedimenti che l’Europa vorrà rapidamente e concretamente adottare per indirizzare l’uscita dalla crisi, così come indicare (non avendo potere in merito) quella che secondo Bruxelles dovrebbe essere la politica monetaria della ECB e comunque essere sempre presente nella discussione delle misure dell’istituto di Francoforte. Qualora, e spiacevolmente perché sarebbe un disattendere una votazione popolare che per quanto strana e risicata è stata pronunciata, ciò non avvenisse si potrebbe pensare che il Parlamento Europeo, nell’ultimo passo formale del processo di successione alla presidenza di Commissione, non acconsentisse all’ascesa di Juncker. Di certo sarebbe un segnale forte e non privo di rischi, ma giunti a questo punto pare che la risolutezza e la decisione siano indispensabili e non più prorogabili.

Che le due partite, quella delle riforme e del cambiamento in Italia e quella dell’abbandono dell’austerità e dei particolarismi in Europa, distinte ma all’interno di un medesimo torneo, fossero improbe lo si sapeva, così come è tremendamente complesso ottenere concessioni dalla Germania, ma la necessità di portarle a casa entrambe è di gran lunga più necessaria rispetto alla loro difficoltà ed è questo il concetto che dovrebbe muovere le riflessioni dell’Italia e dell’Unione.

05/07/2014
Valentino Angeletti
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