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Politica nazionale intrigata e rotture europee

Negli ultimi mesi non sono certo mancati gli argomenti che hanno tenuto in scacco la scena politica italiana. In gran parte si tratta di nodi tutt’ora irrisolti e che rappresentano uno scoglio per l’Esecutivo Renzi, anche se al contempo possono essere una riprova ulteriore, se mai ve ne fosse stato bisogno, di quanto la debolezza degli avversari sia conclamata. Soprattutto se si volge lo sguardo verso il centro destra, che, dopo l’uscita di Berlusconi, non ha ancora trovato una linea chiara e manifesta difficoltà nel proporre un leader serio e carismatico, tanto che Berlusconi si sta lentamente riavvicinando alla politica, così come, parimenti, non è in grado di portare candidati per le elezioni amministrative di primavera in grado di battagliare ad armi pari (quasi) con i vari Sala a Milano e Giachetti a Roma, in pole per rappresentare il PD nonostante le venture primarie che li vedono vincitori quasi scontati.

Nei giorni scorsi si sono susseguite le vicende della 4 banche ed in particolare nell’occhio del ciclone permangono le indagini su Banca Etruria che vede coinvolti personaggi molto legati, anche con vincoli di sangue, al PD di Renzi. Altra questione importante è stata la scelta, ancora in fieri, per i candidati alle primarie in vista delle amministrative primaverili; poi vi sono i voti mafiosi presso il comune di Quarto, che hanno messo il M5S di fronte ai problemi della politica vera (che ahimè è prassi in Italia) con le conguenti connivenze territoriali e nazionali, la scelta del Movimento di espellere il sindaco, la grillina Capuozzo, e di richiederne le dimissioni per non aver saputo controllare possibili legami con la camorra di un membro pentastellato della sua giunta, è stata una mossa coerente rispetto al comportamento tenuto in casi analoghi del passato, quindi caso Cancellieri,  Lupi, Marino, Boschi (caso su cui il M5S ha preteso il voto di fiducia all’Esecutivo) ecc, la richiesta non poteva non avvenire; altro tema caldo sono le unioni civili, divisive soprattutto internamente al PD, e le riforme istituzionali/costituzionali, che non dovrebbero aver difficoltà nei prossimi passaggi in Senato e Camera e non dovrebbero averne di particolari, a meno di improbabili coalizioni iper-trasversali, da Lega a Sel passando per il M5S, neppure al referendum confermativo di ottobre, referendum che Renzi, spostando l’attenzione dalle amministrative ove la forza del M5S è concreta, ha incentrato su se stesso e che in caso di bocciatura comporterebbe il suo abbandono, stando alle parole del Premier, dalla politica.

In questo contesto, tanto intrigato quanto per noi comune, non si sentiva la mancanza dei battibecchi a livello europeo. Invece ne sussistono di molto cruenti, forse perché ormai in prossimità del vaglio della nostra legge di stabilità a Bruxelles, legge totalmente in deficit che sicuramente non passerà, priva di critiche, moniti o richieste di revisioni, senza una ulteriore richiesta di chiarimenti in merito al reperimento, preciso e puntuale delle risorse. Lo scontro stavolta è avvenuto non coll’austero presidente dell’Euroguppo, Jeroen Dijsselbloem, bensì col più diplomatico presidente della Commissione, Jean Claud Juncker. La scintilla che ha innescato il tenzone, è stata la flessibilità concessa all’Italia; il Premier attribuisce i margini ottenuti alle sue richieste, mentre per il presidente lussemburghese i margini non sono altro che concessioni europee che lui stesso ha, in ultimo, acconsentito. Juncker ha risposto a Renzi, a seguito delle pungenti e violente critiche che il Premier ha rivolto, parlando entro i confini nazionali, verso il comportamento della Commissione decisamente più penalizzante nei confronti dell’Italia rispetto ad altri paesi membri (Banche ed immigrati in primis), Renzi ha anche affermato, contraddicendo le sue precedenti parole, che in Europa non vanno cambiati i trattati (cosa che qualche mese fa voleva fare) bensì la politica economica (decisamente una bella virata). Il litigio, che sta proseguendo anche in queste ore, potrebbe essere molto controproducente per il nostro paese, visto che, come scritto sopra, la legge di stabilità passerà a marzo al controllo di Bruxelles, essa è decisamente protratta verso il deficit e presenta una ulteriore richiesta di flessibilità nel rapporto deficit/pil (circa 0.2%).

Sia l’accusa di Renzi, decisamente più violenta che in passato, che la risposta di Juncker, anch’essa sopra le sue solite righe, possono far pensare a due scenari. Da un lato Renzi che alza i toni con argomentazioni che possano attecchire sulla popolazione e sugli elettori in vista di elezioni più vicine rispetto alla scadenza naturale del 2018; dall’altro lato Juncker che vuole ribadire come sia la commissione ad approvare le manovre economiche italiane e le sue richieste di flessibilità, cercando quindi di ridimensionare le pretese nostrane.

Forse non sapremo mai quale interpretazione sia vera e neppure se ve ne sia una, di certo una rottura simile è quanto di meno utile vi sia, e per l’Europa e per l’Italia, in un momento di altissime tensioni economico sociali a livello globale.

 

16/01/2016
Valentino Angeletti
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Un “mini bilancio” di un semestre dopo l’ultimo consiglio UE

cons-1112011224357aL’ultimo consiglio europeo sotto la presidenza italiana, che si concluderà ufficialmente il 13 gennaio, è ormai alle spalle ed è già tempo di bilancio.

Dal punto di vista di Matteo Renzi, Premier italiano e presidente europeo di turno uscente, questo semestre sarebbe stato il semestre spartiacque tra austerità-stagnazione e crescita-lavoro. In realtà lo stesso Premier non pare troppo convinto di ciò, infatti anche lui stesso, abituato a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno presentandolo in taluni casi come strabordante, ha definito il piano di investimento di Juncker, in realtà l’unica vera eredità di questo semestre se si esclude la formazione della nuova Commissione, come un po’ poco coraggioso e ciò detto da lui vale più di mille analisi.

Effettivamente se si pensa alle attese con cui era stato caricato da Renzi questo semestre, e immediata è l’analogia con le aspettative di cambiamento, di apertura di una stagione di riforme attuate a cadenza mensile con tanto di crono-programma, profuse in Italia, ha deluso, trascorrendo molto sotto tono e totalmente caratterizzato dal rinnovo delle commissioni, con unica vero risultato (per taluni positivo, per altri no) di aver ottenuto la Mogherini come alto rappresentate della politica estera e sicurezza europea, e dalle tensioni in politica estera, ancora in corso, che spaziano dalla crisi russo-ucraina alla situazione medio orientale, libica e del Mediterraneo, passando per la guerra sui prezzi del greggio. Curioso, ma da non sottovalutare, come l’Italia, e per posizione geografica e per interessi economico-commerciali, risulti molto penalizzata su tutti i fronti: gli scambi commerciali con la Russia sono notevoli e le sanzioni imposte indubbiamente penalizzano la nostra economia, la Libia è nostra fornitrice energetica, così come la stessa Russia il cui gas transita attraverso l’Ucraina e sappiamo bene che le forniture potrebbero essere a rischio sia per ritorsioni russe che ucraine. Ripercussioni per il nostro paese potrebbero derivare anche da una guerra sul greggio se portata all’estremo perché, a fronte di un calo dei prezzi che si sta effettivamente verificando, potrebbe esserci una ulteriore spinta verso la deflazione (come già detto in precedenza – LINK).

Anche il concetto di flessibilità sicuramente non ha raggiunto il livello che Renzi intendeva raggiungere o quanto meno aveva comunicato di voler raggiungere, perché se il termine è diventato di uso comune, quasi abusato, in realtà mai ci si è avvicinati ad una reale discussione su una flessibilità che fuoriuscisse dai trattati, nonostante una situazione economica ben più che problematica e senza segni concreti di inversione di tendenza; la flessibilità utilizzata è sempre stata, e non senza scontri, quella dei patti, insufficiente per dare quello shock al sistema che serve in questi momenti. Nemmeno pensabile quindi un avvicinamento al risultato che Renzi dichiarava di voler raggiungere, ossia recarsi a Bruxelles e “battere i pugni sul tavolo” (locuzione un tempo giornalmente proferita ed oggi scomparsa) per avere una revisione dei trattati, abbattendo in particolare “quell’anacronistico vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL” che rimane tanto anacronistico quanto attuale. La la linea tedesca ha avuto costantemente la meglio e, sia nelle azioni che nella comunicazione, il terzetto Merkel, Schauble, Weidmann non deve prendere lezioni da nessuno: è un tridente micidiale, invincibile fino ad ora.

Avevamo già avanzato dubbi sul piano Juncker (LINK), dall’ultimo Consiglio emerge la possibilità dell’applicazione della “Golden Rule” che consente lo scorporo degli investimenti per progetti di crescita (infrastrutturali, energetici, tlc, trasporti ecc) dal deficit. L’applicazione della regola aurea sarebbe ovviamente limitata alle sole quote di investimento destinate al pino di Juncker, ma anche in tal caso sì è di fronte solamente ad un intento futuro perché i dettagli saranno definiti il prossimo anno. Il piano Juncker prevede lo stanziamento da parte dell’Europa di 21 miliardi (16 dalla UE e 5 dalla BEI) per crescita che dovrebbero lievita a 315 grazie ai contributi dei singoli stati membri e soprattutto degli investimenti privati (ribadiamo che non è semplice pensare un così cospicuo moltiplicatore degli investimenti verso un terreno poco promettente come in questo momento è l’Europa a fronte della presenza di altre zone del globo che hanno ripreso a macinare punti di PIL). Lo sconto sul calcolo del deficit quindi non è stato definito, nè si sa se sia limitato agli investimenti in conto capitale o se includa anche i cofinanziamenti; in sostanza non è ancora chiaro se e quando questo principio verrà davvero applicato, per ora rimane annuncio.

Un buon risultato invece è quello della concessione del pagamento rateizzato, qualora fosse necessario, della quota che i singoli stati membri devono corrispondere al budget europeo.

Per quanto si è potuto costatare, affinché vi sia qualche possibilità che la Golden Rule sortisca effetti non nulli, essa dovrebbe essere applicata a tutti gli investimenti dei singoli stati, a prescindere da piano Juncker. Ovviamente ciò trova le opposizioni tedesche che, oltre a ribadire correttamente come vadano portate a termine ed attuate le riforme, non hanno assoluta intenzione di concedere allentamenti sui vincoli. La stessa Merkel lo ha sottolineato proprio durante il Consiglio, ribattendo a Juncker in riferimento alla possibilità di applicazione della regola d’oro al suo piano. A causa di un simile contrasto il prossimo anno quando i dettagli dovranno essere discussi e decisi, essa sarà una partita tutt’altro che facile, scontata e rapida. Il Cancelliere tedesco avrà la solita voce in capitolo e di certo influenzerà la decisione e se si verificherà che sul piano Juncker ceda qualche decimetro di terreno c’è da star certi che avrà già trattato una contropartita a suo beneficio altrove.

Sicuramente da prendere atto dell’impegno italiano nel rispetto dei vincoli, quelli che non v’è stato modo di rivedere, e questo l’Europa lo deve riconosce. Per il resto, la legge di stabilità del nostro paese è stata rimandata a Marzo con una sorta di ultimatum (LINK – LINK) che ha portato con se dichiarazioni al veleno e seguenti smentite che lasciano trasparire come la tensione sia alta, la linea non condivisa e soprattutto non chiara neppure alle più alte figure dell’istituzione europea. La sensazione è di un navigare a vista, deleterio quando si è di fronte ai problemi attuali e dove i populismi e gli anti-europeismi sguazzano e proliferano copiosi, ed effettivamente è ciò che sta pericolosamente accadendo in Europa anche per via della situazione di disagio sociale che da Grecia a Portogallo passando per talune zone della Spagna non può essere negata.

Sulla nostra ex finanziaria recentemente “fiduciata” dal Senato, il Ministro Padoan ha dichiarato che è un elemento che ci da autorevolezza in Europa, dimostrando la nostra serietà.

Difficile che la nostra autorevolezza possa incrementare se le istituzioni europee ne hanno seguito lo sviluppo, ossia la presentazione di un Maxi Emendamento composta da circa 780 modifiche tre le quale alcune anche avanzate dal Governo, proposto al Senato alle 19:00 di sera con voto alle 4:00 di mattina (Sergio Zavoli, 91 anni 22 ore consecutive in aula… io non ci avrei capito nulla dopo la metà del tempo….). Sostanzialmente i parlamentari non hanno neppure avuto il tempo materiale di leggere li Maxi Emendamento, figuriamoci di approfondirlo. Inoltre alle 4:00 di notte, in un tour de force simile, difficilmente si ha la lucidità necessaria a prendere decisioni delicate. In genere a quell’orario la probabilità che ci scappi il pastrocchio è alta. Come se non bastasse la legge sarebbe stata presentata con errori e parti incomplete tanto che anche il Governo stesso si sarebbe scusato per i ritardi. Adesso, dopo un nuovo vaglio della commissione bilancio, andrà alla Camera, il tutto per concludersi prima di Natale. Se poi i ritardi e gli emendamenti sono serviti a togliere le cosiddette mance, come ha sostenuto Renzi, ben venga, ma è difficile pensare che, tra le 780 modifiche, tolta una mancia non ne sia stata introdotta un’altra (vengono riportate quelle ai trasporti, ai giochi d’azzardo, ai porti ecc).

Infine, anche la fretta sulla riforma del lavoro e quella elettorale (differente è la discussione sull’Ilva, che pure si terrà in quei giorni, perché in per l’acciaieria vie sono le motiziavioni tecniche di mancanza di liquidità ad imporre la massima rapidità) in Parlamento nel “blitz natalizio” del 24-27-28 dicembre quando nessuno si interessa di politica e quando i banchi parlamentari rischiano di essere vuoti per le imminenti festività in corso, la spending review quasi scomparsa assieme al lavoro di Cottarelli, ben pagato poi accantonato chissà dove, e l’imminente dimissione del Presidente Napolitano, che a questo punto dovrebbe comunicare una data precisa, danno l’impressione che il clima del paese rimanga incerto ed instabile; ciò è percepito anche all’estero, come riportato da Les Echos.

Ora il semestre è alle spalle, quel che è stato fatto (poco e non solo per colpa propria) è stato fatto, adesso la politica dovrebbe certamente a continuare a lavorare (meglio) in Europa e concentrarsi sulla situazione nazionale (non solo sull’elezione al Colle per la quale i coltelli si stanno già arrotando) tutt’altro che stabile, semplice da gestire ed scarsamente orientata alla crescita ed all’attrazione di investimenti.

21/12/2014
Valentino Angeletti
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La lenta fretta del G20 ed una realtà italiana più tartaruga che Achille

Come accaduto nei giorni scorsi all’Ecofin e consessi affini anche all’ultimo meeting G20 australiano non sono emerse grandissime ed eclatanti novità. Si tratta degli stessi allarmi e delle stesse possibili soluzioni di massima per il perseguimento delle quali rimane comunque un certo disaccordo tra i protagonisti. Ripetendo quanto detto per il meeting economico europeo (Ecofin1 – Ecofin2) pare che gli ingredienti siano ormai scelti e condivisi (sembrava lo fossero anche durante la campagna elettorale per le europee del 25/05), ma non si sappia in che ricetta impiegarli … un primo, un secondo o un dolce? Ed anche una volta scelta la portata, che cosa si vuole cucinare?,

Questa continua assenza di allineamento che fa si che oltre ai corposi report ben poco all’atto pratico scaturisca da simili eventi è in palese contraddizione con uno dei messaggi fondamentali che sempre si ribadiscono, e questa volta non fa eccezione, ossia che c’è fretta e che si deve agire il più rapidamente possibile con soluzioni concrete e che portino risultati.

Di seguito per chi volesse approfondire, si allegano alcuni link che descrivono e commentano il G20 di Cairns.

Repubblica G20-Padoan
Repubblica G20 infrastrutture
Quotidiano.net Ripresa incerta
AGI Padoan crescita incerta

I 20 che rappresentano l’85% dell’economia globale lanciano un (ben noto) allarme dicendo:

“i rischi per l’economia globale sono aumentati negli ultimi mesi”.

Non volendo sembrare stucchevole mi vien da dire che, osservando la crisi mediorientale, la questione russa, ma anche i rallentamenti delle economie emergenti, le tensioni a livello monetario e la difficoltà della Cina a raggiungere il target 2014 di crescita del 7.5%, non ci voleva certo il G20 per appurarlo. Nonostante questo alert la stima di crescita, già vista al ribasso, del 2% per l’economia mondiale nei prossimi 5 anni viene ritoccata appena all’1.8%. A fare la differenza però è il diverso ritmo di crescita. Considerare USA, estremo oriente, Africa ed emergenti è ben differente che considerare l’Europa. L’UE cresce meno e più lentamente, la Germania è stata esortata a fare di più soprattutto utilizzando il proprio surplus commerciale; i rappresentanti tedeschi, ad iniziare dal Ministro Schauble hanno ribadito che non con la flessibilità si esce dalla crisi, ma con il rigore dei conti e con le riforme in capo ai singoli stati, difendendo ancora una volta il proprio status-quo. All’interno dell’Eurozona l’Italia non cresce proprio.

A ricordare che siamo in recessione tecnica (per il terzo anno consecutivo) è il Ministro Padoan che però, ottimisticamente, afferma che la crescita tornerà nel 2015 e che siamo in una condizione in cui le riforme servono immediatamente. Anche in tal caso la scoperta non è nuova, in questa sede lo si ripete da mesi e mesi, quasi anni che il tempo è scaduto. La crescita mondiale, e quella italiana del 2015 se vi sarà sarà inferiore forse appena qualche decimo di punto percentuale, non è sufficiente per creare lavoro, imprescindibile per una ripartenza economica stabile, per supportare i consumi ed abbattere gli scenari deflattivi, quindi non lo sarà probabilmente neppure nel nostro paese. Se lo scenario deflattivo continuasse a persistere, secondo Fitch la recessione del Bel Paese potrebbe protrarsi più a lungo, almeno per tutto il 2016, con debito/Pil tendente al 150%, disoccupazione oltre il 13% e conti pubblici a rischio; differente invece lo scenario più ottimistico in cui l’inflazione tornasse a salire, quindi una conferma che le azioni e le misure debbano avere carattere di urgenza.

L’accento del G20 è nuovamente posto sulla necessità di investimenti, concetto ancora ribadito e che in Italia sia il MEF sia Confindustria e Sindacati sia Bankitalia hanno già indicato come priorità indiscussa. Abbiamo però già scritto che per l’investimento serve un intervento pubblico sostanzioso ed un substrato economico in grado di attirare capitali privati che dovrà comprendere defiscalizzazione e minore costo del lavoro, minor burocrazia, più certezza e chiarezza normativa, giudiziaria e legislativa, possibilità di un business profittevole che vale a dire uno scenario di crescita e competitività; si torna dunque alla necessità di un sostanzioso e rapido pacchetto di riforme. Tra gli investimenti i 20 identificano prioritari quelli infrastrutturali, ed allora è evidente che il supporto pubblico è necessario e che quindi lato italia non sia compatibile con un rigido rispetto dei patti europei come il fiscal compact ed il rapporto defcit/PIL sic stante. Per gli investimenti vi è un piano del G20 per creare una grande banca dati dove investitori e progetti possano essere visibili l’uno l’altro in modo da far da luogo virtuale di contatto ed acceleratore.

Un altro punto interessante riguarda l’intenzione di ridurre elusione ed evasione fiscale da parte dei grandi colossi che riescono a non pagare tasse nei paesi dal fisco più alto servendosi di meccanismi di controllate e succursali in paesi a fisco agevolato, cosa peraltro spesso legale e che nell’ambito Europeo (e qui lo si è scritto fin dai primi articoli, ormai oltre 200 fa) non può prescindere da una armonizzazione normativa e fiscale ove le differenze tra i vari paesi vengono livellate e non sia più possibile lavorare in Italia ma fatturare in Lussemburgo, Olanda, UK o Irlanda che con il suo 12.5% di Corporate Tax ha fatto di questa caratteristica la base della sua ripresa e degli introiti per rientrare dal debito contratto con la Troika. Un meccanismo di scambio automatico di dati dovrebbe entrare in vigore sia tra i paesi del G20 sia tra i membri ed i non membri nel 2017/18.

Non è mancata poi l’occasione per puntualizzare il ruolo della BCE. Secondo il ministro del Tesoro Usa, Jack Lew, le politiche della Banca Centrale Europea, fino ad ora poco reattiva e lenta, così come quella del Giappone dovrebbero essere ancora più espansive e prendere spunto proprio dalla FED. Il Ministro tedesco Schauble ed il Governatore della Buba Weidmann hanno nuovamente ribadito che in tal modo si aumenta ulteriormente il rischio di una bolla monetaria e speculativa, già alto dopo le recenti misure della BCE, la via è solo ed esclusivamente il rigore dei conti e le riforme.

Da queste brevi analisi si percepisce già che gli intenti sono comuni, gli strumenti di alto livello anche, ma come utilizzarli e mischiarli ancora non è chiaro, non vi è un piano unico, totale e globale neppure tra i grandi della terra, nonostante si assuma l’urgenza come assioma fondamentale ed indiscutibile. Inoltre la Germania, dominatrice della scena europea e con la più grande influenza su Bruxelles-Strasburgo, non sembra aver intenzione di alleggerire le proprie posizioni.

In Italia il concetto di fretta ed urgenza si amplifica rispetto ad altrove, ma si amplificano anche gli impedimenti ad azioni rapide incisive e concrete, del resto lo si poteva intuire un poco prima che c’era da sbrigarsi, dati tipo quello diramato dalla CGIA di Mestre che fissa ad 80 miliardi i consumi persi dal 2007, 3’300€ a famiglia e 1’300€ a persona, non son quelli che maturano dalla sera alla mattina.

Prendiamo ad esempio il pagamento dei debiti arretrati delle PA: i soldi pare che siano stanziati, ma solo il 50% è arrivato a destinazione proprio perché tra stanziare ed elargire la differenza è abissale, determinante per una azienda, dopo lo stanziamento subentra altra burocrazia, enti, provice, regioni, comuni, aziende pubbliche ed ovviamente l’intermediario bancario. Nonostante l’impegno poi il nostro paese continua ad essere un cattivo pagatore infrangendo le regole europee con una media dei pagamenti di 160 giorni (fino a 700 in certe zone del sud) a fronte dei 30, che arrivano a 60 nell’ambito sanitario, concessi dalla UE.

Le riforme sul lavoro e la discussione sull’articolo 18 rischiano di rallentare un ambito in cui servono risultati immediati sacrificandoli sull’altare delle ideologie e delle bandiere sia un una parte che dall’altra.

Il decreto sblocca italia dovrebbe favorire investimenti, ma, come si vede nel caso della TAP che è uno dei maggiori progetti europei e per il quale potrebbero decidere di porre come punto ultimo di approdo l’Albania (l’Italia quindi perderebbe investimenti) se non si riescono a risolvere i problemi in Puglia,  la TAV ed in ogni altro progetto dalle energie rinnovabili ai corridoi di viabilità le opposizioni locali, di enti, di popolazioni di associazioni, di comuni, di aziende hanno la capacità di bloccare, come se la burocrazia non bastasse, ogni opera infrastrutturale. Proprio quelle opere prioritarie per il G20.

Il taglio del fisco e dell’Irap per le imprese (già avvenuto assieme al bonus 80€ nella misura del 10%) è una priorità manifestata da Padoan, che però deve fare i conti con i proventi della Spending review, copertura per la defiscalizzazione, lentissima che ha visto il cambio di vari commissari, nella quale i tagli sono osteggiati e discussi da realtà come sanità o regioni (ed ogni centro di potere tagliato avrà da recriminare aspramente) e che dovrà essere divisa con l’obiettivo di riduzione del debito.

In tutto ciò ricordiamo come i lavori parlamentari si siano impantanati a causa dell’incapacità di rinnovare i membri di CSM e Corte Costituzionale che riguardo ai due membri esponenti di PD e PDL ha necessitato invano di 14 votazioni nonostante il patto del Nazareno. Ricordiamo che vi sono centinaia di riforme approvate dai vecchi governi che sono in “coda” attendendo il decreto attuativo e che ad esempio un elemento indiscutibile per attrarre investimenti e cavallo di battaglia degli ultimi esecutivi, l’agenda digitale con il suo piano per la digitalizzazione, la banda larga e l’abbattimento del digitale divide, rimane un punto di domanda, o meglio un report in un cassetto..

Nonostante tutto in questo frangente la velocità non sembra di questo paese…. per la gioia dei centri di potere.

Link:
FMI taglia stime PIL; riforme nella giusta direzione ma da applicare in un Governo che non sembra così coeso
OCSE taglia stime di crescita, scenario fragile. Serve più flessibilità parallelamente al processo di riforme
Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE
Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre
Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno
Draghi: parole “infraintendibili” per tutti, non per Schauble
Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza
Padoan: crescita molto lontana da quanto previsto. Indiscrezioni di un non facile tavolo segreto per vincoli europei più flessibili. Che questa volta sia quella buona.
Economia europea congelata, analisi, possibili soluzioni e rischi a valle dei dati di PIL Q2
Cinque analisi su alcuni fatti economico-politici salienti della settimana: 14/08/14
Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere
La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto?
Un difficile G20 per puntare alla resilienza

21/09/2014
Valentino Angeletti
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Finnico Katainen dalle tradizionali consuetudini

Dopo tanti proclami al cambiamento, tanti appelli ad una differente interpretazione delle regole europee, senza comunque mai citare il vituperato termine di flessibilità all’interno dei documenti ufficiali, in modo da superare l’austerità che nei fatti concreti ha contribuito a fomentare la spirale recessiva degli ultimi anni sintomo indiscusso di una pesante crisi in atto a partire dal 2007 senza soluzione di continuità e che ha coinvolto pesantemente l’aspetto finanziario, economico – produttivo e sociale, siamo da punto a capo.

Siamo da punto e a capo perché il nuovo Commissario Europe agli affari economici e monetari Katainen, guarda caso finnico proprio come il suo predecessore Olli Rehn, si è sbilanciato pesantemente, quasi sordo alle discussioni ed alle dichiarazioni provenienti da PSE, PPE e proferite dallo stesso Juncker, tuonando che l’Italia deve pensare a fare le riforme continuando il lavoro iniziato degli esecutivi precedente e portando avanti l’ambizioso programma del Premier Renzi, senza né pensare né richiedere ulteriore flessibilità, ma non flessibilità aggiuntiva, neppure quella che potrebbe essere insita all’interno dei trattati in essere che l’Italia ha confermato di voler rispettare (ma alla fine questi trattati dovranno essere rivisti). Il finlandese ha duramente ammonito che si impegnerà al massimo per evitare giochi di prestigio che potrebbero consentire una interpretazione meno rigida delle regole, facendo non misteriosa allusione a Francia ed Italia (Hollande e Renzi sarebbero i prestigiatori) ed inverosimilmente  adducendo questioni di giustizia nei confronti di Irlanda e Portogallo (in realtà sembrerebbe dire Irlanda e Portogallo, ma pensare agli interessi della Germania… ma siamo troppo maliziosi).

Katainen al momento è Commissario pro-tempore fino alla fine del mandato di Barroso, quindi novembre, ma con importanti mire di riconferma all’interno della Commissione guidata da Juncker andando a ricoprire una carica fortemente richiesta (a ragione) dal PSE con Moscovici in pole-position o in alternativa il rigido, ma pur sempre laburista, olandese Dijsselbloem.

Bene ha fatto Sandro Gozi, braccio destro di Renzi per le questioni europee, a rispondere seccamente dicendo che non spetta al Commissario Economico, per giunta a tempo, prendere certe decisioni in capo invece alla Commissione e che è l’austerità a soffocare l’Europa.

La vicenda mostra però come, all’interno della platea di posizioni vacanti a Bruxelles, all’Italia sarebbe più funzionale un Dicastero economico (anche se la posizione di Draghi rende difficoltosa questa nomina) o commerciale/industriale rispetto agli affari esteri, ma soprattutto mostra come in Europa continui a sussistere una visione particolaristica e votata alla pura lettura di numeri e parametri senza l’interpretazione dei contesti economici che li racchiudono e nei quali potrebbero risultare totalmente insensati. Anche se ufficialmente l’idea di una nuova governance europea pare trasversale e pare aver pervaso tutti i partiti in realtà, il che vuol dire capire cosa guiderà realmente le azioni dei nuovi vertici, non si sa quanti la possano pensare come Katainen.

Il semestre italiano, da far entrare subito nel vivo superando le questioni interne delle riforme ed europee delle nomine, ha il compito di dirigere, pur senza possibilità di imporre alcunché, l’agenda di Bruxelles verso l’abbandono dell’austerità ed il ritorno agli investimenti, e possibilmente alla riduzione della disoccupazione, che con i patti in essere non possono essere effettuati dagli Stati che ne avrebbero maggiormente bisogno. Del resto è lo stesso istituto guidato da Christine Lagarde, l’ FMI, a mettere in guardia dal fatto che l’austerità in Europa ha bloccato totalmente gli investimenti mai tanto bassi come in questi ultimi anni e di conseguenza la competitività del vecchio continente.

Ovviamente le riforme sia istituzionali che economiche, così come il taglio di spesa pubblica e debito,  vanno perseguite in Italia il più rapidamente possibile per riguadagnare immagine ma soprattutto per la nostra competitività e crescita, ma ciò non esime dall’immediata necessità di rivedere totalmente l’approccio economico dell’Unione se non si vuole assistere alla sua scomparsa.

Se proprio vogliamo rispolverare un termine ora quasi desueto, ma che ha vissuto vecchie glorie: “rottamazione”, esso va inserito nel contesto europeo, come si scrisse: Un “case study” di rottamazione da portare all’Eurogruppo 20/03/2014.

19/07/2014
Valentino Angeletti
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Le due letture dell’Ecofin

È terminata la prima due giorni economica Eurogruppo – Ecofin presieduta dall’Italia sotto la direzione del Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.
L’esito di questa serie di riunioni è duplice, e può essere letto positivamente o negativamente a seconda dell’interpretazione che vi si vuole dare.

Il lato positivo è rappresentato dalla condivisione degli obiettivi su cui l’Italia ha, e non poteva fare altrimenti, alzato il livello di priorità; si tratta ovviamente di crescita ed occupazione. Anche i mezzi per giungere al loro raggiungimento paiono sottoscritti dagli altri ministri dell’economia presenti, ossia più integrazione e concorrenza sui mercati, più investimenti in innovazione e riforme strutturali e costituzionali.

Il lato che invece va letto negativamente, e non è da sottovalutare, è l’interpretazione di flessibilità ancora assolutamente distante tra i rigoristi ed i fautori dell’abbandono dell’austerità. I primi, dopo aver accettato di inserire il termine flessibilità nelle loro discussioni, ma attenzione perché pare che nei documenti ufficiali questo termine non compaia così chiaramente, non tralasciano mai di accompagnarlo alla locuzione “flessibilità nel rispetto dei trattati e degli accordi” cioè fiscal compact, pareggio strutturale di bilancio e tutto ciò che è stato sottoscritto e firmato. Lo stesso Padoan è allineato ad un simile concetto ed ha più volte sostenuto che la flessibilità presente nei trattai è già sufficiente.
È bene però chiarire due punti importanti: il primo è che la flessibilità così come è attualmente prevista dai patti non contempla lo “scorporo” di alcun tipo di investimento per crescita dal computo del deficit (ed è una contraddizione con uno dei mezzi per perseguire crescita e lavoro), quindi neppure investimenti in infrastrutture, investimenti nel riassetto dell’edilizia scolastica, riassetto idrogeologico e neanche, con buona pace del Premier Renzi che l’aveva paventata parlando da Venezia, applicata agli investimenti in innovazione digitale, nuove tecnologie ed infrastrutture digitali (che tanto contrastano con la misure di Equo-compenso: link). A ribadire che nessuna spesa potrà essere eliminata dal calcolo del deficit è lo stesso Commissario pro tempore agli affari Economici e Monetari, l’estone Siim Kallas, che guarda caso è primo ministro dell’Estonia, un paese che ha fatto della digitalizzazione un capo saldo del proprio sistema tanto da essere uno dei più tecnologici di tutto il vecchio continente. L’unico elemento che può essere sottratto al deficit è la quota in carico ai singoli stati dei progetti di investimento cofinanziati dall’Europa, che come paese, e dovremo porvi rimedio, siamo davvero poco abili nell’utilizzare.
Anche l’affermazione tanto in voga “Flessibilità in cambio di riforme” non pare essere ben digerita in sede europea, infatti più voci, a cominciare dal tedesco Schaeuble e dall’olandese Jeroen Dijsselbloem, hanno ribadito che le riforme non devono essere un pretesto per abbassare la guardia e soprattutto che prima devono essere completate e solo dopo verrà eventualmente valutata la flessibilità da poter concedere.

Da questo punto di vista, pur condividendo all’unanimità che le riforme devono essere valutate univocamente nel loro impatto economico per poterne ricavare una flessibilità relativa coerente, che l’impatto delle riforme è progressivo e porta vantaggi a tutti gli stati membri nel medio periodo, mentre nell’immediato rappresentano un costo (di investimento) per lo stato che le esegue, che anche le riforme istituzionali (se ben fatte) rappresentano un miglioramento della governance che porta vantaggi in termini di competitività, è innegabile che il crono programma pensato inizialmente dal Premier Renzi stia procedendo più lentamente del previsto e che stiano comparendo numerose difficoltà all’interno della maggioranza ed all’interno dello stesso PD (la generazione Min ad esempio), che il dialogo col M5S si riveli decisamente complesso e che i poteri della conservazione continuino a difendere le loro posizioni di rendita. Inoltre, passando dalle riforme istituzionali a quelle per la crescita, queste devono ancora entrare concretamente nel vivo, mentre le crisi continua a stringere e ridurre i consumi degli italiani.
L’Istat certifica che nel 2013 i consumi sono stati i più bassi da quando vi sono le serie storiche, la spesa degli italiani è mutata ed è probabile che certe abitudini (talvolta non salutiste e che potrebbero ricadere sulla sanità) verranno mantenute anche quando la crisi sarà alle spalle. Gli 80 euro finiti nei mesi scorsi in busta paga dei redditi da lavoro dipendente tra gli 8 ed i 26 mila €, a mio avviso si sono riversate nei consumi (alimentari, medici o di prima necessità) o a saldare debiti e pagamenti (mutui e bollette), ma alla luce del drastico calo dei consumi è pensabile che essi non riescano a controbilanciare la diminuzione di spesa della ben più ampia platea di coloro che non hanno attinto al bonus: pensionati, partite iva, artigiani e commercianti ed incapienti. Senza rilancio dei consumi, delle esportazioni, del potere d’acquisto che richiedono investimenti per la creazione di posti di lavoro è assai complicato credere nella possibilità di sbloccare l’impasse creatasi.

In conclusione da quanto emerge dall’Ecofin pare che il grado di flessibilità necessario a creare quello shock per far ripartire l’economia europea ed italiana al momento non sia presente nei tratti: nessuna deroga per l’Italia. La frase “flessibilità entro i limiti dei patti” lascia dunque un po’ il tempo che trova, così come “flessibilità in cambio di riforme” perché se per applicare la flessibilità si attende l’impatto positivo delle riforme le tempistiche sarebbero inevitabilmente troppo lunghe.

La nuova Commissione Europea che si insedierà in autunno (altri mesi di stand by quindi) sotto la presidenza italiana, dovrà necessariamente portare sul tavolo la questione della modifica dei trattati almeno nell’interpretazione del concetto di flessibilità ad oggi palesemente insufficiente ed oscuro. Di buon auspicio per la collaborazione tra le parti che si rende necessaria in questi frangenti potrebbe essere l’apertura di Juncker (la cui presidenza deve ancora essere confermata dall’Europarlamento) ad un commissario agli affari economici e monetari del socialista.
In Italia quello che ci chiedono, ed a ragione, è più decisione, rapidità concretezza e meno scontri e divisioni interne nell’applicare il processo riformatore che deve sì coinvolgere le istituzioni, ma anche l’aspetto prettamente economico del lavoro, della tassazione su persone ed imprese, del cuneo fiscale, del taglio alla spesa, delle privatizzazioni, dell’abbattimento del debito ecc; il nostro impegno in questi temi però non può prescindere da un altrettanto grande commitment europeo nell’implementare misure che sostengano realmente la crescita e non mirino solamente al rigore di bilancio, il che vuol dire modificare i trattati per ampliare il concetto di flessibilità.
Se ciò non avverrà dimentichiamoci pure crescita, possibilità di portare a termine riforme economiche incisive, investire in crescita, creare posti di lavoro e tutti quegli interventi necessari per impostare un percorso nel tempo virtuoso. Anzi c’è seriamente da temere l’aggravarsi di una spirale che a quel punto sarebbe irreversibile.

Link su flessibilità ed Europa:
Scontro BuBa-Renzi, spunti di riflessione per l’Europa e per l’Italia 05/07/14
Elezione senza precedenti del nuovo presidente della Commissione ed il patto sulla flessibilità 28/06/14

08/07/2014
Valentino Angeletti
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La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici

Non serve approfondire ulteriormente la desolazione che i dati sul lavoro in Italia conferiscono al lettore, bastano i crudi numeri, 13% di senza lavoro che salgono al 42,3% nella fascia di età tra 15 e 24 anni, 3,3 milioni di persone in cerca di occupazione ed incapaci di trovarla, il dato è il peggiore dal 1977, ma solo perché da quell’anno iniziano le rilevazioni ISTAT, in realtà è stato stimato che per avere un valore simile si debba tornare agli anni 50.
Da Londra Renzi, dove è in visita presso istituzioni ed investitori e dove ha raccolto anche la stima di Cameron, non ha potuto soprassedere la notizia tanto da spostare il discorso ed i contenuti delle interviste dal piano di riforme proprio verso il lavoro ed il Jobs Act.
Il provvedimento “Jumpstart Our Business Startup” si propone di rendere il mondo del lavoro più flessibile, meno soggetto alla burocrazia, le assunzioni più semplici e meno onerose tramite sgravi per le imprese, di eliminare i vincoli per il rinnovo dei contratti in modo da avere continuità nella permanenza in azienda, di inserire nuove forme di apprendistato, il tutto per far fronte ad un ormai innegabile cambiamento che si è consolidato e che richiede ai lavoratori di adattarsi, di essere propensi alla riqualificazione ed al reimpiego, di essere sempre pronti ad imparare ed a cambiare attività assecondando un mondo in inarrestabile evoluzione; stessa flessibilità andrà richiesta alle aziende, alle associazioni datoriali e sindacali in modo che più della difesa degli interessi si impegnino per una collaborazione produttiva. Lavoratori (e sindacati) ed aziende non dovrebbero essere nemici, ma parte di un medesimo ingranaggio dal cui funzionamento dipende il benessere ed il prosperare di entrambi.

La flessibilità è il modello seguito nella dinamica Gran Bretagna, dove il problema dell’occupazione non sussiste, anzi spesso vi è carenza di personale, perché però la flessibilità non si trasformi in elemento ricattatorio o abusato è necessario, come accade in UK ove sono stati fatti tagli importanti nel settore pubblico impattando minimamente sui lavoratori, che l’economia sia dinamica, crei costantemente nuove opportunità di impiego, offra adeguati strumenti formativi e di riqualificazione supportati dal contributo dello Stato e rispondenti alle reali esigenze di mercato abbandonando il concetto di ammortizzatore sociale statico e neutrale, offra adeguate retribuzioni, corretti avanzamenti di carriera e prospettive e sia necessariamente basato sul merito e sulle capacità.

La dinamicità economica e quindi la creazione di posti di lavoro, come abbiamo ripetuto più volte in questa sede, non si possono creare per decreto, che pure può essere un acceleratore, ma necessitano di condizioni specifiche. Nel caso italiano ad ostacolare il nascite di opportunità lavorative è la scarsissima domanda ed il calo dei consumi che hanno ridotto le produzioni e quindi la necessità di manodopera (senza differenze particolari tra per operai, impiegati e quadri).
Le azioni volte a sostenere il mercato del lavoro devono essere concentrate sulla ripartenza dei consumi e delle produzioni.
Si deve cercare di incrementare la quota dell’export, grazie al quale molte aziende sono sopravvissute o neppure hanno sentito la crisi, ampliandola a quei settori ancora chiusi, con una filiera distributiva ridotta e bassa visibilità oltre confine, che indubbiamente sono molti nel nostro paese; si deve cercare di incrementare il potere d’acquisto agendo sulla riduzione delle tasse, sul cuneo fiscale e sgravando, come detto precedentemente le imprese, ma questo punto è estremamente complesso poiché servirebbe un incremento netto dei salari di almeno un 15% affinché si possano avere effetti realmente benefici sui consumi e come sappiamo il reperimento di risorse nelle condizioni in cui si trova l’Italia e con i vincoli europei in essere è estremamente complesso, inoltre i tagli della spesa dovranno essere concentrati principalmente sulla riduzione del debito piuttosto che su quella delle tasse; devono essere destinate risorse agli investimenti produttivi, ad infrastrutture grandi e piccole, principalmente cantierabili nell’immediato, allo sviluppo di poli e distretti tecnologici nei campi più innovativi ed attrattivi anche per i capitali esteri (energie rinnovabili, sostenibilità ambientale, efficienza e risparmio energetico, energia, riqualificazione di territori e scuole, turismo, edilizia eco-compatibile, tecnologie industriali avanzate, tecnologie anti inquinamento, telecomunicazioni ed ICT, internet ed e-commerce/business), a tal scopo la possibilità di avere più tempo per rispettare in vincoli europei, che rimarrebbero immutati, (eventualità sostenuta da tempo in questa sede) avanzata velatamente all’Econfin dal Ministro Padoan, è un’ipotesi da far valutare all’EU che continua a rammentarci di proseguire con il risanamento e con la disciplina di bilancio; si deve incrementare l‘apertura a partnership ed investimenti stranieri, anche in settori totalmente o parzialmente pubblici qualora per assenza di risorse lo Stato non sia capace investire e di ingrandire i propri campioni industriali; infine, assecondando quanto già sottolineato più volte nei precedenti pezzi in questo blog, sufficienti risorse devono essere destinate ad innovazione, R&D, utilizzo intelligente in azienda delle nuove tecnologie, perché non è affatto vero che le nuove tecnologie sostituiscono il lavoratore, ma semplicemente creano la necessità di persone con competenze differenti per un loro ottimale utilizzo ed ancor prima per il loro sviluppo e produzione.
Le aziende che hanno saputo mantenere alto i livelli di innovazione e spesa in R&D sono quelle che hanno anche resistito alla crisi e questo è stato un punto che al convegno “Il Capitale Umano” di Bari ha messo d’accordo il Governatore di Bankitalia Visco, i Sindacati e Confindustria.

Oltre alle indispensabili modifiche normative che devono essere apportate al mondo del lavoro è dunque assolutamente necessario intervenire rapidamente a sostegno dell’economia in modo che, già a partire dal breve termine ma con prospettiva più lungimirante, vi sia un contesto di dinamicità ove poter applicare, valutare ed eventualmente revisionare la nuova regolamentazione; in caso contrario l’obiettivo del 10% di disoccupazione fissato dal Premier Renzi per il 2018 sarà difficilmente raggiungibile.

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01/04/2014
Valentino Angeletti
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