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Italia a crescita demografica zero: il contributo dei flussi migratori alla sostenibilità economica

A volte quando si parla di immigrazione, ovviamente quella regolare, come una opportunità, e di più, come una necessità per il paese, si è accusati di eccessivo buonismo, di non voler tutelare prima i connazionali rispetto agli “extracomunitari” e di non comprendere come l’Italia non sia in grado di dar sostentamento ai propri cittadini nativi e contemporaneamente ai migranti. Le accuse si fanno più aspre e velenose soprattutto in questo periodo in cui i flussi migratori rappresentano un gravissimo problema, esasperato da situazioni drammatiche presso i paesi di origine dei migranti, dalla stagionalità, dall’incapacità e dalle scarse forze italiane nel fronteggiare l’enormità del flusso, ed ancor di più dell’insofferenza, apatia, farraginosità dell’Europa nel rispondere ad un dramma che dovrebbe vedere l’UE in prima fila, attorno ad un tavolo assieme alle altre istituzioni umanitarie e governative mondiali a regolare un fenomeno che, dura veritas sed veritas, sarà sempre più incisivo e poderoso nelle dinamiche che animeranno gli scenari globali, economici e sociali prossimi venturi.

Ma è davvero il buonismo e l’umana pietas, di cui pare esserci sempre più penuria, per coloro che si trovano in condizioni più disagiate e meno fortunate rispetto a noi, a guidare tale affermazione? No, sono anzi dati oggettivi.

L’Istat ha certificato che nel 2014 la crescita demografica è stata sostanzialmente zero. Il numero di cittadini italiani ammonta complessivamente a 60’795’612, +12’944 unità rispetto all’anno precedente, incremento dovuto principalmente alle revisioni anagrafiche  (aggiornamento irreperibili, re-iscrizioni di cancellati, ecc) epurato da questo fenomeno la crescita si ferma a 2’075 unità dovute totalmente alle migrazioni. Il saldo “nascite – decessi” è negativo per 100’000 unità e rappresenta il peggior dato dalla prima guerra mondiale, dove ovviamente il conflitto ha inciso non poco (quando si dice che questo scenario economico e sociale è da guerra non si fa eccessiva forzatura). Gli italiani nati in Italia  diminuiscono di 83’616, ma salgono di 130’000 se si considerano gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza. Un effetto palese è la deriva verso un aumento dell’età media, che ha raggiunto i 45 anni e che continuerà la sua ascesa.

Il fatto che gli italiani da soli non riescano a dare sprint alla crescita demografica è noto da tempo, ma fino ad ora questo fenomeno era stato bilanciato dall’effetto delle migrazioni e dalla maggiore propensione dei migranti a dar luce a nuova prole. Evidentemente la situazione economica drammatica spinge gli immigrati e fare meno figli, ed addirittura a cercare di uscire dal nostro paese col risultato che non si riesce più a sopperire al calo demografico imputabile a noi italiani.

L’importanza di una popolazione in crescita, dinamica e giovane è fondamentale per il progresso economico, perché costoro sono le persone che maggiorente danno contributo alle attività produttive, si inventano nuovi lavori ed imprese, possono sopperire alla richiesta di manodopera più o meno specializzata, si istruiscono, entrano in contatto con nuove tecnologie ed, in riferimento agli immigrati, spesso riempiono lacune nel mercato del lavoro per quelle occupazioni che gli italiani, dotati di titoli di studio elevati ma spesso poco funzionali per via della distanza tra scuola ed università rispetto al contesto lavorativo, non si sentono più di voler fare, ad esempio i cosiddetti mestieri.

Al sostegno della crescita economica che richiede indubbiamente gioventù forte, istruita, dinamica, flessibile, digitalizzata e via dicendo, si aggiunge anche il minor costo della popolazione giovane ed attiva che mediamente si ammala meno, ha meno necessità di welfare e di sostegno pubblico rispetto alle persone più avanzate con l’età; Inoltre il costo del lavoro per le persone più giovani, a prescindere dalle varie riforme in corso od in essere, è inferiore. Tale circostanza, in un paese che ha un bilancio statale a dir poco complesso e non riesce per colpevolezze politiche, nonostante i decennali tentativi di spending review ed il susseguirsi di commissari speciali, a tagliare la spesa pubblica, è un fattore non di poco conto. Ricordiamo che è stato appena raggiunto il nuovo record di debito pubblico a quasi 2’200 miliardi, benché abbia ragione Padoan quando afferma che il debito cresce fisiologicamente ed è al Pil che s’ha da rapportare, va però precisato, riportando il Ministro coi piedi a terra, che con i tassi attuali di crescita del Pil, considerando le stime più ottimistiche, anche il significativo rapporto Debito/Pil è destinato a crescere. In tale dinamica una demografia favorevole contribuirebbe a mantenere inferiore la spesa, quindi il debito, ed avrebbe le potenzialità, se presente un contesto economico giusto, per alzare il Pil: un doppio beneficio di cui l’Italia avrebbe bisogno, ma del quale deve fare a meno.

Vi è un altro aspetto da considerare, ed ha carattere prioritario, che è quello della previdenza pensionistica. Avere una popolazione giovane, che lavora e che, con i meccanismi ancora parzialmente in essere, paga le pensioni ai ritirati dal lavoro, è indispensabile per la sostenibilità del bilancio pensionistico. Si sente sempre più spesso parlare di riforme che vorrebbero portare al contribuitivo totale e ciò in linea teorica è corretto e tecnicamente impeccabile per la sostenibilità di bilancio, ma va detto che, per come sono conformati gli stipendi italiani, ciò vuol dire lavorare fino a circa 10 anni dall’età media di aspettativa di vita (un po’ di più per le donne), “godersi” una pensione (o meritato riposo) brevissima ed avere corrisposta una somma spesso insufficiente per un sostentamento dignitoso (almeno ad oggi è così, altro che godersi il dolce far nulla o cirare i propri interessi, si dovrà lottare per la sussistenza). Potendo quindi contare su lavoratori giovani in grado di accollarsi parte della spesa previdenziale sapendo che poi dai giovani futuri questo favore, o patto generazionale, gli verrà restituito, sarebbe di grande importanza anche per il benessere sociale, senza voler regalare nulla a nessuno. Ovviamente tutto è legato a doppio giro alla necessità di una crescita demografica costante ed alla presenza di sufficienti posti di lavoro, cosa non scontata ed a maggior ragione in un paese bloccato come l’Italia.

Stime dello stesso Istituto di Previdenza Sociale affermano che, se non vi sarà una ripresa ragionevolmente corposa e non è prevista nell’immediato, le casse dell’INPS passeranno dall’attuale attivo di 18.5 miliardi, nonostante alcuni buchi ascrivibili a gestioni separate come certi fondi, ex istituti dipendenti pubblici e dirigenti d’azienda, ad un rosso di 56 miliardi nel 2023: impensabile.

Risulta doveroso precisare che la tendenza al calo demografico per quel che concerne la popolazione “autoctona” è comune a molti Stati industrializzati e sviluppati, soprattutto del nord europa, ma in tal caso la tendenza è mitigata da politiche ed incentivi in favore delle nascite, che gli italiani possono solo sognare, ad un maggior bilanciamento lavoro – vita privata e famigliare, ad un capillare reticolo di asili anche aziendali, a veri contribuiti economici finanche alla maggiore età e finalizzati persiano allo studio. Senza volersi spingere ai campioni nordici come Finlandia, Svezia o Olanda, basta scavalcare le Alpi e prendere come esempio la Francia, termine di paragone più prossimo a noi a dai dati economici che secondo alcuni economisti sarebbero addirittura peggiori di quelli nostrani. Se queste politiche, magari appena dispendiose nell’immediato, ma che si ripagano gratuitamente nel medio-lungo periodo, non dovessero essere sufficienti, ecco che entra in gioco il fattore migrazione, e le relative politiche di integrazione e regolarizzazione, che bilancia una situazione altrimenti incompatibile con crescita economica, benessere, sviluppo e progresso strutturali.

Ecco spiegato dunque un altro motivo per il quale bisogna repentinamente prendere in carico il problema dei flussi migratori. Motivazione forse più veniale rispetto al soccorso di vite umane ed al contenimento di situazioni al limite della decenza che ci si presentano dinnanzi in questi giorni, ma sicuramente di importanza non trascurabile se si ha in mente il progetto di un paese vivibile, accogliente, dinamico e competitivo.

La politica, soprattutto quella che fa leva sulla paura del diverso ed in particolare in situazioni di difficoltà sociale diffusa, sarebbe bene che ragionasse anche in questi termini, e sarebbe bene che lo facesse, ancor prima della politica quasi sempre capziosa ed in cerca di facile consenso, l’elettorato che, in quanto umano, dovrebbe essere in grado di pensare e scegliere, senza farsi influenzare da soluzioni e ragionamenti troppo semplicistici.

Valentino Angeletti
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Crisi Greca: scadenza vicina, soluzione lontana. Flussi migratori ed economia: i fallimenti del progetto UE

La fine di giugno si avvicina e giovedì 18 è prevista la riunione dei Ministri delle finanze UE che metteranno al centro dei lavori soprattutto la crisi greca sulla quale gli sherpa dei paesi membri, e non solo, stanno lavorando da tempo alacremente.

Nonostante la consueta sicurezza manifestata da Tsipras, il quale ritiene che una soluzione non sia mai stata così vicina, e le tranquillizzazioni del ministro dell’economia ellenico Varoufakis, secondo il quale la Grecia non sta affatto giocando d’azzardo, come invece l’accuserebbero di fare i creditori, la conclusione di questo tira e molla esacerbato sembra ben lungi dall’essere trovata. O meglio, la conclusione per forza di cose si avvicina con l’incedere di giugno, a meno di ulteriori rinvii dei pagamenti che comunque sarebbero emblematici di una volontà dei creditori di mantenere la Grecia all’interno dell’Euro e che permetterebbero ad Atene di proseguire nel fare gioco duro e mantenere salde alcune posizioni su cui non intende cedere. A fine giugno scade il programma di aiuti alla Grecia il quale dovrebbe essere rifinanziato per un ammontare di circa 7.2 miliardi, necessari come l’ossigeno alle casse ormai a secco del paese ellenico, ma a fine giugno scade anche una pesante trance di debito da 1.6 miliardi che, dopo aver aggregato più dilazioni di pagamento come solo negli anni 70 allo Zimbabwe fu concesso, il paese di Tsipras deve corrispondere all’FMI. Senza saldo non saranno concessi aiuti, questa è la linea generale che il Brussels Group ha fino ad oggi indicato di voler seguire.

In contrapposizione all’ottimismo greco, che misto ad un po’ di sfacciataggine, non ha mai abbandonato la coppia Tsipras – Varoufakis, vi è il pragmatismo e l’evidente seccatura da parte dell’FMI, che giovedì scorso non ha disdegnato di lasciare i tavoli delle trattativi per tornare a Washington, asserendo che non era stato concluso nulla e che lo stallo era tale da non lasciare presagire soluzioni nel breve termine. Due modi differenti, quello di Tsipras e quello dell’FMI, di trattare la medesima questione, da una parte il debitore senza denari, che deve mantenere in patria il consenso in calo e non ha nulla da perdere, dall’altra il creditore, indignato per il vedere sempre più concreta l’ipotesi di non riacquisire il proprio capitale.

Il nodo delle discordie rimane sempre il piano di riforme che il Brussels Group vorrebbe imporre alla Grecia, dall’altro quello di Tsipras, che, già accusato in Grecia di essere troppo morbido e flessibile, in UE non vuole cedere su alcuni punti cardine, proprio quelli fondamentali secondo l’ex Troika.

Al centro di tutto vi è principalmente la revisione delle aliquote IVA che Tsipras sarebbe disposto a rivedere, ma in misura minore rispetto a quanto chiesto dai creditori, analogamente per l’avanzo primario, molto più lento il percorso di rientro proposto dal leader ellenico rispetto a quanto richiesto dal Brussels Group. Inoltre Atene non ha assoluta intenzione di inserire gli altri elementi da austerità richiesta dai creditori, come i tagli agli stipendi pubblici, alle pensioni, una grande riforma dell’età pensionabile con un sostanziale innalzamento dell’età pensionabile a fronte di meccanismi di prepensionamenti quantomeno generosi in vigore solo fino a poco tempo fa. Sciogliere questi nodi non è affatto facile e se da un lato è comprensibile come Tsipras, senza nulla da perdere e criticato in patria possa tirare la corda, dall’altra l’indignazione dei creditori potrebbe portare a spezzare quella corda messa oltremodo in tensione dai due negoziatori.

Tra l’altro una sentenza della Corte Costituzionale ellenica imporrebbe al governo di Atene il rimborso ai pensionati di tagli non dovuti, un po’ come è accaduto in Italia, per un controvalore di 1.6 miliardi e tutto ciò contemporaneamente alla riapertura, mossa sicuramente poco gradita all’UE, dopo due anni di schermi bui, dell’emittente televisiva pubblica greca ERT.

Il tempo sicuramente stringe e, viste le richieste di trovare una rapida soluzione da parte degli USA, della FED, di Obama, considerate le tensioni sui mercati, gli spread in salita e le intimazioni delle agenzie di rating secondo cui perseverando in tal modo Atene fallirà nel girio di un anno, anche la Merkel ha allentato la morsa, deviando dalla posizione di Schauble e Bundesbank, ed andando a richiedere ad Atene nell’immediato una singola tra le riforme richieste dai creditori in cambio dell’allungamento del piano di aiuti, mediazione subito ripudiata dal Brussels Group che di fatto hanno “messo in minoranza” il Cancelliere tedesco che ormai pare sempre più muovere verso approcci a politiche monetarie accomodanti (alla buon ora), contrariamente alla linea della banca centrale tedesca che rimane ferrea ed austera.

Inutile ribadire come la vicenda sia intrigata e, nonostante le sole due settimane alla scadenza dei prestiti e per il rimborso (anche se motivi tecnici per consentire l’avvio del nuovo piano di aiuti necessitano di una decisione entro il 18), lontana dalla soluzione. Pertanto è chiaro che, tralasciando le doverose smentite del caso, ogni paese, istituto di credito, istituzione, agenzia di rating, stia simulando scenari e pianificando strategie per una uscita della Grecia dall’Euro (ipotesi che rimane complessa a mio avviso) e per un (ben più probabile) fallimento, concordato o meno, di Atene. Il debito di Atene attualmente ammonta a 320 miliardi, il 177% del PIL, ben poca cosa se si paragona agli aiuti dati durante questi anni di crisi alle banche. Scenari di uscita di Atene dall’Euro o di un default ellenico, nonostante la BCE abbia fatto sforzi per assicurare che non avranno impatto, sono a tutti gli effetti terreni ignoti, inesplorati e potenzialmente destabilizzanti per l’economia di tutto il globo. Di ciò, man mano che scorre il tempo, pare prenderne atto anche la Commissione UE ed infatti il presidente Juncker ha chiaramente detto che una GrExit getterebbe l’economia mondiale in una situazione complessa, sconosciuta e dall’impatto potenzialmente devastante.

Come abbiamo più volte detto in questa sede, l’aver esacerbato oltremodo la situazione ellenica richiedendo una austerità insostenibile per tutta l’Europa, Italia inclusa, l’aver imposto vincoli e parametri che da tempo, ancor prima di Renzi, definiamo anacronistici (come il 3% sul deficit/PIL in periodi che, gli USA insegnano, necessitano di investimenti ingenti, strategici e mirati per far ripartire l’economia). Se mai, l’austerità sarebbe stata utile al momento di fare entrare i vari paesi nel progetto europeo. All’epoca tutti sapevano, ed è anche il professor Prodi ad averlo affermato, che Atene non aveva i conti in ordine, quello era il momento di essere austeri e non questo. Invece all’epoca si fu, neppure flessibili, ma fintamente ciechi, azzardati e scellerati, ed ora si richiede un’austerità evidentemente inapplicabile ed insostenibile e ciò vale per Grecia, ma anche per Italia, Portogallo, Spagna che pure hanno valori ed indici decisamente migliori, ma per  crescita economica ed occupazionale sostenibile e strutturale nel lungo periodo servirebbe un ben altro modo di agire assieme ad un rinnovato paradigma economico. Ogni giorno che passa invece ci si può rendere conto di come non sia il progetto europea ad essere protetto, bensì gli interessi particolari, ad iniziare da quelli degli stati più forti, più presenti in percentuale nelle istituzione (Germania in BCE ad esempio), che possono permettersi quindi di dettar legge.

Chiaro è che un simile approccio, protratto e tuttora essere nonostante l’evidente inefficacia, stia conducendo alla fine del progetto europeo dei padri fondatori: l’UE della protezione, prosperità e pace (delle tre P) per tutti e dove tutti cedono un po’ sovranità per il bene condiviso, si accollano rischi comuni per un beneficio diffuso. Progetto originario sacrificato sull’altare degli egoismi, e dei nazionalismi che in un contesto globale significano, per i paesi più deboli prima e per quelli più forti poi, perire sotto i colpi della concorrenza di colossi inarrivabili, che studiano, lavorano, producono più di noi e sovente costano molto meno.

Ancor prima che nel caso greco, nelle vicende economiche come unione bancaria, energetica, mercato unico dell’energia, politica monetaria, piano di investimenti Juncker, abbozzati ma mai conclusi e ne portatori di un qualche vantaggio, la tendenza alla disgregazione si è vista nelle questioni geopolitiche come la crisi ucraina, libica, la lotta la terrorismo, e nella farraginosa gestione dei flussi migratorio.

L’immigrazione è un altro grande emblema del fallimento europeo. Solo pochi giorni dopo l’accettazione del “piano Juncker” di redistribuzione di quote di immigrati per paesi UE, al momento di ricevere i migranti, esso è stato disdetto e sciolto perché tutti gli Stati, inclusi Germania, Francia, Austria e Spagna, che pure avevano siglato l’accordo (non come UK e Danimarca per le quali sono previste clausole), si sono rifiutati di accettare le loro quote. Francia, Germania ed Austria hanno letteralmente chiuso i propri confini sospendendo Shenghen. Adesso pare che la soluzione verso la quale convergere siano i rimpatri forzati e, come di consueto soluzione tardiva ma fin da subito evidentemente l’unica davvero possibile per combattere in modo strutturale una piaga assolutamente complessa, il supporto ai paesi di partenza e di appartenenza dei migranti. Lo stanziamento in favore del problema dei migranti da parte dell’UE, dovrebbe ammontare alla cifra, quasi ridicola, di 60 milioni di Euro. Come tante volte abbiamo sentito ripetere, e stavolta è il Ministro degli Esteri Gentiloni a ribadirlo, questa soluzione non è sufficiente ma è un buon inizio, peccato che poi l’inizio, spesso e volentieri, sia coinciso con la fine stessa di un qualsivoglia provvedimento.

Se per le questioni economiche, in fondo, si tratta di, seppur difficili e drammatiche, perdite in denaro (ma anche in benessere e stato sociale dei cittadini), con i flussi migratori le perdite in gioco sono migliaia e migliaia di vite umane, ma ciò non è fino ad oggi bastato per dettare una linea ed una strategia comune a livello europeo.

Mi spiace, da europeista convito quale tutt’ora sono, doverlo ammettere, ma siamo davvero ad un passo d’infante dal tracollo e dal fallimento europeo delle tre P. Ed ancor prima che per la prima volta uno Stato, forse la Grecia che diventerebbe il capro espiatorio di una colpa non totalmente sua, abbandoni la moneta unica.

Questo blog, forse alle sue ultime battute, ha trattato temi di politica italiana ed internazionale, geopolitica, argomenti legati all’energia, economia nazionale ed internazionale e molto spesso temi europei. Riguardo a questi ultimi, è davvero deludente, per una persona che pensa che l’Europa sia l’unica soluzione per consentire la competitività dei nostri paesi che presi singolarmente sono dei piccoli Davide nella terra dei Golia, senza però possibilità alcuna di un epilogo biblico, notare costantemente che a seguire i tanti meeting, summit, conferenze convention, vertici, bi e tri laterali, forum e consessi dove si proferiscono belle parole e si propongono sensati propositi, non si dia il là ad alcun intervento concretamente risolutivo i tanti problemi, qui di volta in volta trattati e che di fatto, dall’apertura circa tre anni or sono di questo spazio virtuale infimo e senza pretesa nè velleità alcuna, sono ancora tutti lì, senza sostanziali progressi.

13/06/2015
Valentino Angeletti
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Gestione del cambiamento e delle crisi …. capacità su cui lavorare in Europa e non solo

Nessuno può mettere più in dubbio che l’epoca che stiamo attraversando sia un epoca di cambiamento, del resto tutto scorre, “panta rei” dicevano i greci, e l’evoluzione del mondo nel suo succedersi di ere e specie viventi ne è una dimostrazione. Quello in atto però, come molti altri, è una discontinuità netta, non graduale né dolce, ma sembra essere piuttosto irruenta. Mai come adesso il termine cambiamento si può associare alla sua radice etimologica di crisi, termine che sta caratterizzando il presente.

Le crisi per come le intendiamo nella nostra modernità, vale a dire periodi di estrema difficoltà, ci pongono di fronte alla necessità di saper gestire simili eventi così da portare avanti la nostra sopravvivenza. Il paragone è volutamente estremizzato, ma a pensarci bene neppure troppo.

Fino ad oggi la nostra società, forse differenziandosi da quelle del passato che erano avvezze ad adattarsi in modo più rapido a mutate condizioni, pare dimostrare di giorno in giorno di non aver la ben che minima capacità di affrontare crisi di un certo rilievo.

La capacità di fronteggiare e gestire le crisi, crisis management, dovrebbe essere caratterizzata almeno da quattro elementi:

  1. Capacità di prevederle, almeno in parte.
  2. Gestirne l’evoluzione.
  3. Reazione ed adattamento prendendo le opportune contromisure.
  4. Mitigazione ad apprendimento.

Recentemente la nostra modernissima ed altamente tecnologica cultura ha dimostrato di avere pesanti, incolmabili, lacune in ognuno dei quattro punti presentati. Le cause di questa deficienza risiedono sicuramente nella complessità delle recenti crisi che si inseriscono in un contesto sempre più globalizzato ed interconnesso in cui segregare gli effetti di eventi avversi diventa sostanzialmente impossibile e l’innesco dell’effetto domino risulta essere se non immediato sicuramente molto rapido, ma risiedono anche nell’assenza di una strategia comune di intervento mirata a perseguire obiettivi condivisi e che sia definita in modo olistico in ogni suo aspetto, nell’anteposizione di interessi particolari e nazionali  ed alla tendenza al mantenimento dello status quo, di privilegi acquisiti, del potere accumulato da parte di certi gruppi di influenza che pure a livello globale ancora esistono potenti. Non si parla di cospiratori o poteri oscuri dominatori dell’intero pianeta, ma semplicemente di gruppi di persone che principalmente per la posizione che ricoprono e per la loro capacità di fare sinergia proteggendo vicendevolmente i propri interessi comuni (cosa che i singoli stati non sono capaci di fare efficacemente in modo da indirizzare un benessere più diffuso) riescono ad avere notevoli influenze su aspetti che poi si ripercuotono su un numero molto elevato di persone ed hanno impatti importanti su interi sistemi.

Una dimostrazione di incapacità nella gestione di crisi e cambiamenti, limitandoci per un attimo al perimetro italiano, è rappresentata dagli ultimi episodi alluvionali di Genova che si sono verificati. Nonostante i recenti precedenti (a 3 anni da un evento identico ed avvenimenti simili accadono con cadenza annuale) non è stato possibile prevedere e quindi diffondere tempestivamente ed in modo ottimale l’allarme né avere danni limitati testimoniando che anche la gestione durante l’evento è stata approssimativa, in certi casi tardiva e troppo dipendente dall’iniziativa di singoli gruppi di persone più o meno organizzate. Il fatto che poi vi fosse un precedente dimostra l’incapacità nelle azioni di mitigazione nonostante i fondi stanziati per interventi di abbattimento del rischio e nell’apprendimento della lezioni impartita da madre natura. Inoltre a distanza di pochi giorni dalla vicenda di Genova eventi analoghi e problemi di gestione simili si sono verificati anche in Toscana (ricalcando un evento già accaduto nelle medesime zone solo due anni fa), a Trieste ed in Emilia Romagna. Salendo di livello, il verificarsi con sempre maggior frequenza di eventi atmosferici estremi, che per il numero di volte che si ripetono non possono più essere definiti straordinari, è strettamente collegabile al cambiamento climatico in atto. Il “Climate Change” è da tutti i consessi scientifici, a cominciare dall’IPCC, indicato come un rischio globale da fronteggiare e tale tesi è accettata da tutti i governi che periodicamente indicono riunioni e conferenze senza però che vi sia una roadmap tangibile e pratica per far fonte al problema riconosciuto come grave. Nel mentre le condizioni del pianeta tendono a peggiorare, i ghiacciai a sciogliersi, le acqua ad innalzarsi, la desertificazione avanza verso il continente europeo e l’incontro tra correnti d’aria calda africana con quella fredda nordica conferisce alle precipitazioni un’energia molto superiore rispetto al passato, tale da scatenare gli episodi a cui periodicamente assistiamo, inclusi tornado ed uragani. Pur avendo previsto tutto ciò ed avendone le basi scientifiche non siamo ancora capaci di gestire gli eventi né siamo in grado di adattarci e mitigarne il rischio.

Analogo ragionamento può essere fatto per il virus Ebola. Un problema grave che rischia di mettere in ginocchio l’economia mondiale come ha confermato l’ONU. La vicenda dell’infermiera statunitense contagiata è emblematica. Questa persona, entrata in contatto con malato proveniente dall’Africa pur seguendo ufficialmente le procedure è caduta vittima del contagio. Recatasi poi all’ospedale di Dallas è stata dimessa e si è imbarcata su un volo di linea assieme ad altre 300 persone. Qui è evidente la presenza di errori umani. La gestione delle procedure e degli eventi in un caso molto grave e noto non sono state sufficienti e c’è da scommettere che non lo sarebbero neppure altrove. Fin tanto che non verrà scoperto un vaccino minimamente efficace, e c’è da augurarsi che le case farmaceutiche al di là dell’interesse economico ci stiano lavorando, solo le procedure e la capacità di gestione possono contenere la minaccia, quindi devono essere seguite pedissequamente.

Anche sulla gestione dei flussi migratori l’Europa, e per la sua posizione l’Italia è la prima a risentirne, è stata, principalmente perché, dietro la spinta di specifici interessi, non interessata a contribuire economicamente ad un problema che pare di dominio altrui, incapace di lavorare in modo efficace e coordinato per fronteggiare l’emergenza, né ha imparato dal passato essendo le migrazioni un annoso problema.

Che dire poi delle crisi geo-Politiche ancora insolute, e lontane dall’esserlo, con le loro ripercussioni economiche ed umanitarie che sono tutt’ora in atto in Russia-Ucraina ed in medio Oriente?  Al di là di riunioni e vertici l’Unione Europea ha sostanzialmente raggiunto risultati nulli e, quasi in contemporanea con gli incontri tra vertici di stato, gli scontri continuano violenti senza che si capisca quale strategia di intervento sia stata elaborata.

Infine veniamo all’aspetto più veniale delle crisi economiche. Siano esse finanziarie o sistemiche si ripetono quasi periodicamente segno di un sistema che non riesce a reggersi in modo equilibrato e che prima o poi deve scaricare i propri oscillatori. Nell’ultima crisi del 2011, seguente a quella del 2007 dei Mutui Subrime dalla quale pare non si sia appreso nulla, è mancata la capacità di previsione nonostante alcuni segnali già vi fossero e qualche allarme fosse stato lanciato, è mancata la capacità di gestione perché le misure messe in campo come ad esempio il salvataggio di svariate banche, la politica adottata con la Grecia e l’approccio monetario non sono servite ad evitare la spirale recessiva e l’avvitarsi degli eventi; è mancata la capacità di adattamento perché nonostante i risultati evidentemente negativi non è mai mutato l’approccio con cui si è continuato ad affrontarla contribuendo al suo aggravamento (vedi i casi di Cipro, la prosecuzione dell’austerità inflessibile, e l’attuale ricaduta greca). Adattando quanto detto ad un evento recente, l’intenzione di Katainen, Commissario UE ad interim agli affari economici e monetari, di utilizzare un metodo strettamente aritmetico per l’analisi delle leggi di bilancio proposte dagli stati membri è esattamente il migliore emblema dell’incapacità e della non volontà di adattarsi agli scenari mutevoli.

La parola d’ordine del presente e del futuro è resilienza, dobbiamo constatare che non siamo in grado di indirizzare l’ordine degli eventi, ma dobbiamo essere bravi ad evolvere in modo da adattarci nel migliore e più proficuo dei modi, se necessario anche cambiando radicalmente le nostre convinzioni ed i nostri modelli fino ad oggi ritenuti, a torto o a ragione, vincenti.

Di sicuro la capacità di gestire il rapido cambiamento e le crisi in senso lato non è una delle qualità più acute dell’Europa e della nostra società, ma di per certo conviene a tutti che si inizi subito a far fronte a questa mancanza.

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15/10/2014
Valentino Angeletti
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Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde

È giunta al termine l’edizione 2014 del Worl Economic Forum (WEF) di scena a Davos, dove i grandi di politica ed economia provenienti da istituzioni pubbliche e private si sono riuniti per discutere e delineare le strategie e le priorità dell’agenda economica futura. In molti non sono teneri con questo genere di eventi ritenendoli costose passerelle propagandistiche senza alcun incisività e concretezza fino a spingersi a sostenere che coloro che davvero lavorano non hanno tempo per parteciparvi. Non so se sia vero, di certo in eventi così altisonanti che si prendano decisioni o che si parli di ciò che già non sia noto è estremamente difficile, ma, per il calibro delle personalità coinvolte, la rilevanza Forum è palese.

Finalmente, in deciso ritardo rispetto alla loro importanza nello scenario globale ed a dispetto della loro strettissima interconnessione con le vicende economiche mondiali, oltre ai classici temi economico-politici ne sono stati affrontati almeno altri tre: il clima, incluse le problematiche dell’inquinamento globale e dell’cambiamento climatico; la green economy; il rischio che l’automazione, in momenti dove l’austerità è dominante, possa essere in competizione con la creazione di nuovi posti di lavoro.
Argomenti questi già prioritari da anni, il primo discusso a partire da Kyoto, ma sempre senza la convinzione e l’unione mondiale di intenti che servirebbe per combattere una battaglia simile; il secondo ormai maturo, ampiamente sperimentato e rodato in numerosi stati del nord Europa, bacino di importanti investimenti e che in molte zone del mondo, e l’Italia non fa eccezione, dovrà essere uno dei driver dell’auspicata ripresa; il terzo noto dai tempi del luddismo della rivoluzione industriale di fine 1700, inizio 1800.

Le conclusioni del WEF sono state velate da un cauto ottimismo, giustificato dal recupero dell’economia statunitense, dalla timida ripresa europea, dall’uscita dalla quindicennale deflazione giapponese, dalla crescita Britannica dove secondo il Premier Cameron non esiste più il problema dell’occupazione, anzi, semmai c’è il problema opposto, tanta domanda e poca offerta, dove la City ha ricominciato a girare a pieno ritmo, ma anche dove, quando c’è stato bisogno di agire, lo hanno fatto incisivamente (taglio di 11 mld £ di spesa, riducendo anche i dipendenti pubblici, ma senza pesare negativamente sull’occupazione).

Le cose però non sono così lineari come un semplice resoconto potrebbe far pensare. Infatti negli USA, che rimane il traino del mondo, il problema dell’occupazione è tutt’altro che scomparso, probabilmente assisteremo a periodi di crescita senza occupazione, e lo scotto da pagare per fenomeno della delocalizzazione inversa dai mercati emergenti nuovamente verso gli States, è un abbassamento del livello e della tutela dei lavoratori, che però gli statunitensi in molti casi accettano, consapevoli che in periodi di crisi e di transizione è difficile pretendere altro. Il tapering statunitense, che sta gradualmente diminuendo le iniezioni di liquidità e l’acquisto dei titoli di stato passato da 85 miliardi di $ al mese a 75 miliardi ed in procinto di attestarsi a 60, ha messo in difficoltà quei mercati emergenti che non hanno saputo sfruttare i capitali investiti entro i loro confini e nelle loro economie/finanze, capitali che ora stanno tornando verso i più solidi mercati maturi.
I BRICS non sono così attraenti come in passato e sono sempre più rischiosi, ne sono un esempio l’Argentina, che potrebbe contagiare l’intero Sud America, colpita da una tremenda inflazione probabilmente dovuta ad una politica monetaria dissennata, un’economia ancora traballante e conti pubblici forse abbelliti ad hoc; la Turchia, dove domina l’instabilità e la tensione politica; l’Ucraina, crocevia fondamentale per la politica energetica russa, che si vede divisa tra europeisti e filosovietici sull’orlo di una guerra civile. Questi fattori hanno concorso a rallentare gli ordinativi nei confronti della Cina, nazione con l’onere di essere la seconda locomotiva mondiale, che ha fatto segnare una crescita del 7.3%, quando l’attesa era di oltre 8%, valore più basso dal 1989. Tra le economie emergenti sapranno adattarsi ai nuovi scenari solo coloro che con il capitale ricevuto in questi anni sono stati capaci di investire in modo produttivo e solidificare le fondamenta della loro economia, mettere fieno in cascina, parafrasando il rappresentante indiano a Davos.
L’Europa,in modo molto eterogeneo, sta uscendo lentamente dalla crisi, ma lo spettro della deflazione è minaccioso e rischia di innescare il circolo vizioso di riduzione dei prezzi, competizione con ulteriori riduzione di prezzi sostenuta al limite da licenziamenti, innescando così un’ulteriore diminuzione del potere d’acquisto, e quindi dei consumi, nonostante i prezzi siano bassi.

A ben vedere, e forse in merito a ciò l’Europa, l’ECB e la Germania, che anche nel contesto del WEF non ha voluto sbilanciarsi sulla possibilità degli Eurobond glissando diplomaticamente, dovrebbero fare un esame di coscienza, ad andare meglio in questa fase sono quegli stati che a stimoli monetari “monster” hanno saputo affiancare un programma di investimenti e spesa pubblica produttiva non curandosi troppo del deficit, in grado di creare lavoro e sostenere l’innovazione: lavori pubblici, completamento delle opere non finite e cantierabili immediatamente, sostegno all’ R&D, alle start-up fino, potenziamento della banda larga ed internet di ultimissima generazione, nuovi investimenti nel settore energetico.

A Davos non è mancata poi la richiesta di più politica e meno finanza e significativo è il fatto che essa provenga proprio da un guru della finanza come Laurence Finck, CEO di BlackRock, secondo il quale la politica ha il vizio di parlare tanto, spesso anche bene, ma di non agire oppure di entrare in azione quando ormai le rapide dinamiche moderne hanno già fatto il loro corso. Questo monito deve risuonare nelle orecchie dei politici europei, ma soprattutto di quelli italiani, sempre e costantemente troppo lenti e poco risoluti e pragmatici nelle loro azioni, tanto che in questi anni, dai primi sintomi della crisi, ben poco è davvero cambiato e nuovamente sono i dati del Centro Studi Confindustria a testimoniarlo (calo PIL a 9.1% e riduzione del potere d’acquisto di oltre 3’000 € annui per le fasce ex ceto medio).

La conclusione del Forum è stata proferita dalla Direttrice del IMF, Christine Lagarde, la quale ha descritto la fase economica in corso con 3 R: Ripresa, Rischio e Reset della politica monetaria ed economica.
A queste tre R ne va necessariamente aggiunta una quarta, Redistribution, cioè ridistribuzione della ricchezza, strettamente connessa al problema demografico che è di primaria importanza.
Nel mondo si stanno sempre più ampliando le disuguaglianze tra pochissimi super ricchi e tantissimi poveri o sulla soglia della povertà, un tempo facenti parte della classe media.
L’Italia non fa eccezione, anzi, dopo USA ed UK è uno dei paesi più disuguali, nonostante la crisi e l’aumento della povertà diffusa, ha raggiunto il 4° posto per numero di nuovi milionari sfornati nel 2013: ben 127’000.
Oltre a ciò la popolazione mondiale sta puntando quota 9 miliardi di persone e nel nord Africa, nell’estremo oriente, nel sud e centro America, vi sono milioni e milioni di persone, principalmente nelle periferie delle megalopoli come Il Cairo, che spingono per consumare e per spendere quei pochi dollari che guadagnano, quasi come se fosse un segno di emancipazione. Al contempo richiedono accesso a più risorse, sia alimentari che in termini di servizi e di energia elettrica, motore dello sviluppo. In sostanza ambiscono a migliorare la loro condizione di vita in un processo che è una costante dell’umanità. Per raggiungere questo obiettivo sono disposti a migrare alimentando flussi migratori oceanici e difficili da gestire.

Un certo livello di disuguaglianza è benefico per le economie, perché unito ad una società dinamica, meritocratica e dove è possibile la scalata sociale, crea nelle persone quella naturale propensione al miglioramento della propria condizione che è il motore di sviluppo e crescita. Ciò vale sia all’interno delle economie mature sia nelle periferie del mondo che spingono per accedere a standard di vita più simili a quelli occidentali.
Se invece questo divario è eccessivo ed in più la mobilità sociale non esiste, anzi è il sistema delle caste a dominare inflessibilmente, il risultato saranno tensioni sociali, malcontento, scontro generazionale e razziale fino a sfociare in veri e propri conflitti e tremende manifestazioni di intolleranza che non rappresentano nient’altro che una lotta tra poveri e che contribuiscono ad acuire ulteriormente le disuguaglianze.
Di questo i grandi del WEF devono necessariamente preoccuparsi, ben prima delle dichiarazioni della prossima edizione del Forum.

26/01/2014
Valentino Angeletti
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