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L’irrisolto problema greco si ripropone: prosegue la recessione ad Atene e per l’FMI è allarme

Variegati ed importanti sono gli argomenti che tengono banco tra i media cartacei, televisivi ed in generale tra tutti i canali multimediali. Spaziano dalla politica allo spettacolo fino alla finanza. In particolare, l’informazione è focalizzata sulle unioni civili e le controversie politiche dovute al meccanismo della “Stepchild Adoption” del DDL Cirinnà, la ricerca dei candidati delle varie coalizioni in vista delle elezioni amministrative che si terranno a primavera in numerosi importanti comuni, il festival di Sanremo, la riforma delle banche sia a livello europeo, con l’introduzione del Bail In per la gestione delle insolvenze, che, internamente, delle banche di Credito Cooperativo ed infine, ma di grande importanza, la visita a Cuba e la seguente visita in Messico, del Papa e del Patriarca Krill che si sono incontrati proprio all’aeroporto di L’Avana, dando indubbiamente vita ad un evento di portata storica.

Oltre a quanto scritto sopra però, un allarme che coinvolge tutta l’Europa, è stato lanciato proprio poche ore fa dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Invero, che questa piaga, lasciata irrisolta ad imputridirsi per troppo tempo, si sarebbe riaperta senza ombra di dubbio, lo avevamo scritto a più riprese in questa sede, ed ora la facile profezia si sta avverando non inaspettatamente, seppur non dotati noi di poteri chiromantici. L’istituto guidato da Christine Lagarde, ha riportato l’attenzione sulla Grecia, intimando il concreto pericolo di una sua uscita dall’Europa Unita.

La Grecia di Tsipras è prepotentemente ricaduta in recessione, del resto il governo Tsipras risulta essere una anatra molto più zoppa di quanto avvenga negli Usa quando il presidente ed il congresso risultano appartenenti a fazioni contrapposte. Quando è salito a palazzo, presso Syntagma, Alexis Tsipras ha dovuto accettare un piano di riforme ed  un programma di austerità dettato dall’Europa, la quale, solo sottostando al detto programma, ben lontano dalle idee della coppia Tsipras-Varoufakis caduta a Bruxelles, avrebbe sbloccato le tranche di aiuti concordati e necessari per i pagamenti e gli impieghi dello Stato verso i creditori ed anche per stipendi e pensioni. Il piano prevedeva tagli a stipendi e pensioni, nonché alle agevolazioni statali; gli stipendi e le pensioni, così come i tagli ai ministeri, sono già stati praticati e non possono colpire ulteriormente la popolazione che ancora non ha visto i lumi della tanto agoniata e promessa ripresa, anzi si è rivista la recessione, quindi è ora la volta dei tagli alle agevolazioni, in particolare a quelle agli agricoltori, pescatori ed allevatori, particolarmente importanti visto il peso che agricoltura, allevamento e pesca hanno nell’economia ellenica ed il numero di lavoratori che impiega, soprattutto appena ci allontaniamo dalle città e dalle zone turistiche per recarci nei luoghi più periferici o dell’entroterra. Gli impiegati del settore primario si sono mobilitati e stanno bloccando le strade ed intavolando proteste in piazza, inclusa piazza Syntagma, sede del Governo ellenico.

Era scontato che, appena la situazione economica Europea avesse subito un rallentamento, che include anche numerosi problemi, ora emergenti ma noti da tempo, al settore bancario, la vicenda greca si sarebbe ripresentata, e così, con una ricaduta in recessione, puntualmente è stato. Chiaro che la ricetta europea a base di austerità e tagli non è ciò che serve alla Grecia ed all’Europa per risolvere il grosso problema economico che ci sta travolgendo in modo differenziato da regione a regione, ma che ora sta colpendo anche la Germania, mostrando i primi problemi ad alcuni settori industriali ed ai consumi.

Alla recessione economica ed alle mobilitazioni degli agricoltori, Tsipras deve aggiungere la gestione del tema dei migranti, e gli adempimenti, 50 in tutto da eseguire in pochi mesi, che l’UE ha imposto per consentirle di permanere all’interno di Shenghen. Evidentemente in queste condizioni la Grecia non può riuscirci e sarebbe l’ulteriore, forse decisivo, passo verso la sua uscita dall’Europa ed alla conseguente disgregazione europea, che allora sarebbe solo questione di tempo.

Avevamo già detto, facendo eco a molte altre voci autorevoli e ben più illuminate, che la strategia europea era inconsistente ed inadatta a risolvere la situazione di permanente stagnazione economica quando non addirittura recessione, così come quella dei migranti, che si ripresenta immancabilmente ad ogni nuova primavera. Ribadiamo il concetto e ribadiamo come sarebbe ora di un definitivo cambio di rotta, sebbene crediamo che neppure questa sarà la volta buona, come il recente passato insegna.

 

14/02/2016
Valentino Angeletti
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Non v’è conclusione in vista alla crisi greca, e tutti, mercati, investitori e creditori, ne sono ben consci

A tra giorni dalla riapertura, in seguito a cinque settimane di chiusura forzata, la borsa di Atene pare non dare segni di recupero. Il primo lunedì di apertura, il listino era precipitato fino a segnare -23% per poi chiudere a -16.2%, i giorni seguenti sono stati migliori ma sempre all’insegna del segno meno. Le principali vittime della riapertura sono state, prevedibilmente, le banche, precipitate finanche a -30%. I volumi sono stati bassi, ed è facile prevedere alta volatilità fino a che Grecia e creditori non giungono ad un accordo con il quale si sblocchi il piano di salvataggio da oltre 80 miliardi e di conseguenza la prima tranche. Il limite temporale per portare a termine il trattato è il 18 agosto, in modo che sussistano i tempi tecnici per consentire ad Atene il pagamento degli oltre 3 miliardi di €, ad oggi non presenti nelle casse elleniche, dovuti alla BCE entro il 20 agosto. Già subito si nota che dei circa 7 miliardi, erogati come prima tranche del piano di aiuti, parte torneranno alla BCE, in una partita di giro poco efficace per la Grecia e che si verificherà anche con le altre rate degli aiuti, in quanto le scadenze per Atene sono diluite in un arco di tempo ventennale. Altri dovranno andare a sostenere il sistema bancario, in ginocchio a causa di una sfrenata corsa agli sportelli e nonostante i limiti imposti ai greci sui prelievi bancomat. In favore degli istituti ellenici non è stata aumentata, dalla BCE, la liquidità di emergenza, ferma a 90.4 miliardi; è anche vero che la banca centrale di Atene, non potendo ignorare la condizione di insolvibilità dei suoi istituti, non pare aver chiesto l’innalzamento del tetto ELA alla Banca Centrale Europe. Sempre più scontata pere essere la necessità di ricapitalizzare le banche della penisola olimpica così come il fatto che molto poca della liquidità assegnata passerà all’economia reale (di fatto farà parte di una partita di giro poco funzionale se non per dire formalmente che i debiti sono stati saldati, la stessa Lagarde mise in guardia che in tal modo non si sarebbe risolto il problema greco).

Tra Atene e creditori pare vi sia la convinzione di giungere ad un accordo entro fine settimana e con tutta probabilità così sarà, anche se permangono alcune divergenze sulle riforme delle pensioni, sulla tassazione degli armatori e sull’eliminazione delle agevolazioni agricole.

In ogni caso, anche andasse in porto l’accordo nei tempi stabiliti, è evidente che i mercati hanno già scontato gli scenari meno auspicabili, e ciò è dimostrato dai ribassi relativamente contenuti delle altre piazze finanziare, mentre ad Atene era il tracollo, e soprattutto che gli investitori istituzionali, le grandi banche, le assicurazioni, i fondi, non credono nella bontà delle misure adottate per la Grecia, quindi il piano da 80 miliardi per traghettare Atene circa fino a fine anno, vincolandolo al recepimento di precise riforme di impronta ancora austera e non troppo differenti nelle modalità di azione a quelle che han portato la Grecia e l’UE nelle condizioni attuali. Del resto basta ricordare che lo stesso FMI si è detto dubbioso se partecipare al piano di salvataggio a queste condizioni e soprattutto senza una rinegoziazione del debito che mai come ora sembra, assieme alla ricapitalizzazione del sistema bancario, inevitabile, ma che, nonostante l’evidenza, pare non voler essere discussa ed implementata con decisione. Non è quindi pensabile che, detto il pensiero dell’FMI e le esplicite parole della Lagarde, altri investitori, dalla mission ben più speculativa rispetto all’istituto di Washington, possano dar credito alla Grecia a queste condizioni.

La prima impressione avuta a valle della presentazione del piano, vale a dire che fosse semplicemente un palliativo per prendere tempo, è confermata. Inoltre ad autunno (arrivando alle elezioni tedesche e spagnole) si prospettano nuove elezioni che potrebbero destabilizzare ulteriormente la situazione di Atene, ove, sia a livello politico, con le divisioni interne a Syriza, sia a livello sociale, si respira aria pesante. In ultimo, ma non per importanza, si rincorrono ancora le teutoniche voci e le “minacce” di una “GrExit” in caso Grecia e creditori non si accordassero entro le scadenze e come diretta conseguenza lo sfaldamento di tutta l’Unione Europea ed un effetto domino imprevedibile e diffuso.

Il pronostico che la vicenda greca sia ancora lungi dall’essere risolta, soprattutto senza rinegoziazione repentina del debito e ricapitalizzazione del sistema bancario, pare essere sempre più vero.

05/08/2015
Valentino Angeletti
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Stime FMI gelano l’Italia, ma in realtà non dicono nulla di nuovo

La notizia non è stata ben digerita, ma non è di certo nuova. L’FMI ha certificato che con i livelli di crescita attuale e stimati per il prossimo futuro, il mercato occupazionale italiano tornerà ai livelli pre-crisi solo tra 20 anni; esattamente come per il Portogallo, e ben 10 anni dopo la Spagna, seppur fosse partita da condizioni iniziali peggiori.

A poco valgono i tentativi di screditare l’osservazione del Fondo ricordando che più volte ha preso degli abbagli, oppure che una crescita del PIL non necessariamente (e ciò accade nelle economia più mature e tecnologicamente all’avanguardia) corrisponde ad un incremento dell’occupazione, esistono senza dubbio casi di Jobless recovery, ma è assolutamente verificato che al di sotto di una crescita del PIL del 2 – 2.5% difficilmente potranno crearsi i presupposti per una crescita degli occupati (intesi come nuovi posti di lavoro effettivi). In Italia le previsioni danno un PIL in crescita dell 1.5% per il 2015 e del 1.7% per il 2017, ancora insufficienti (a fronte del 3.1% stimato sia per il 2016 che per il 2017 negli States). Se si ha buona memoria, si può ricordare che altri istituti, italiani ed europei, hanno messo in guarda dal rischio di una generazione persa ad inseguire la ripresa, e l’arco di tempo indicato era proprio di circa 20 anni.

Anche qui si è più volte ribadito il medesimo concetto. Si è infatti asserito che per le condizioni economiche in cui è precipitata l’Italia e l’Europa, per le malagestioni politiche degli anni addietro che ad esempio hanno portato una crescita vertiginosa del debito senza corrispettivi ritorni sul’economia, per i tristi fenomeni ed episodi di corruzione e malaffare, dilaganti, pervasivi e persistenti (Mafia Capitale, Mose, EXPO solo per citare gli ultimi), per l’incerto e frenante il contesto normativo e burocratico che osta l’insediamento di nuovi business ed investimenti, se tutti, politica e cittadini, fossero disposti ad impegnarsi onestamente, mettersi al servizio della collettività in modo disinteressato, anche rinunciando in taluni casi a privilegi propri e consapevoli del grande sacrificio necessario, quindi se tutto andasse nel migliore dei modi possibili, sarebbe servita almeno una generazione (quella degli attuali 20-30 enni), per tornare, seppur necessariamente seguendo un modello di sviluppo economico differente, ai livelli di benessere (welfare, potere d’acquisto, lavoro, dinamiche economiche) pre-crisi.

Ieri, questa che era una evidenza già anni fa, è stata rilevata anche dall’FMI. In tutta sincerità la notizia non stupisce affatto nè sorprende, ma preoccupa. Non è accettabile un drenaggio simile di risorse e capitale umani ed una fuoriuscita senza ritorno di competenze verso i paesi nostri competitor come quella a cui stiamo assistendo.

Credo che a poco valgano le rassicurazioni di Padoan, secondo il quale il modello adottato dall’FMI non tiene conto delle riforme attuate ed in via di attuazione, che, sempre a detta dal Ministro, dovrebbero portare spinte positive al PIL ed alle dinamiche occupazionali, lo scontato esempio citato è il Jobs Act, fortemente voluto dall’FMI stesso.

Ma che tipo di lavoro si crea con il Jobs Act? Può consentire di mantenere ed incrementare negli anni la piena occupazione? Non si crede possibile senza una virata radicale del micro e macro sistema economico. L’attuale contesto, seppur per certi aspetti oggettivamente migliorato, non è tale da far pensare ad una proliferazione di Business ed investimenti. Inoltre l’FMI potrebbe anche aver considerato la notoria e cronica incapacità italica di portare rapidamente le riforme in attuazione, una volta proferito il pomposo annuncio.

Il paragone con gli USA, parimenti alla differenza con il PIL, è sconcertante. La disoccupazione USA si attesta al 5% contro l’11% abbondante di Eurolandia e ciò nonostante l’Europa possa contare su almeno tre fattore oltremodo facilitanti: i QE ed il bassissimo costo del denaro, il basso prezzo del petrolio e la svalutazione dell’Euro che dovrebbe dare vigore alle esportazioni.

Le politiche statunitensi hanno aggredito la crisi con sostanziosi invesitmenti pubblici anche se in deficit; hanno costantemente modificato la legge per innalzare il rapporto debito/PIL consentito onde evitare il baratro fiscale (Fiscal Cliff) ed il tutto nonostante Obama non abbia la maggioranza al Congresso, segno che, in ultimo e dopo negoziazioni aspre, è il bene del paese ad essere messo al centro; hanno implementato tempestive politiche di alleggerimento monetario convogliando liquidità direttamente all’economia reale, senza le inefficienze o le speculazioni degli intermediari; ed hanno posto come parametro per la prosecuzione dei QE, non l’inflazione al 2% come in UE, ma proprio il dato sulla disoccupazione, da abbattere sotto il 6%. In realtà i QE stanno proseguendo, anche se in misura minore, nonostante il raggiungimento di tale target, ma si sa, se un cavallo corre, tanto più in un contesto non roseo per l’UE, non è saggio fermarlo.

In Europa invece all’espansione sono stati preferiti austerità e rigore teutonici, impedimenti ad ogni forma di investimento pubblico per gli stati ai quali sarebbero più utili. Le azioni della BCE, influenzate dalla presenza del 17% della Bundesbank come azionista principale, sono state lente e poco reattive (fortunatamente vi era Draghi, altrimenti sarebbe stato probabilmente peggio) ed il piano di investimenti faraonico di Juncker ancora latita. Simili difficoltà si sono sommate a quelle, croniche, in essere nel contesto italiano che rendono sfavorevole ogni insediamento di business, attività produttiva o investimento. Come sappiamo i fattori limitanti sono un enorme peso fiscale su persone ed imprese, un costo del lavoro molto elevato, una produttività media molto bassa, ma soprattutto corruzione, malaffare, burocrazia, clientelismo, giustizia e legislazione lente e non chiare.

Ovvio, quasi banale, affermare che il piano di riforme deve essere accelerato e deve essere dato più peso alle misure di tipo economico, innegabilmente trascurate fino ad ora.

Detto ciò però, rimane valido il concetto iniziale, ossia che, supponendo, ed è tutt’altro che scontato, l’impegno collettivo totale di pubblico, privato, istituzioni, politica, il sacrificio disinteressato ed una ottima politica (raramente vistasi in Italia), non è realistico pensare di tornare ai livelli pre-crisi se non prima di 10 anni.

28/07/2015
Valentino Angeletti
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L’accordo Tsipras – Eurogruppo verso l’approvazione di Atene, ma sono sempre meno a credere nella sua efficacia

Si terrà in serata, probabilmente alle 22 ora locale, la votazione del Parlamento greco in merito al piano di riforme scaturito dall’accordo di lunedì mattina tra Tsipras e le Istituzioni UE. Man mano che il tempo passa la compagine di Syriza, che aveva sostenuto il suo leader, si sta depauperando di numerosi elementi. L’ultimo in ordine cronologico è stato il vice ministro greco delle Finanze, Nantia Valavani, che ha rassegnato le proprie dimissioni con la motivazione che il piano proposto dall’Europa a Guida tedesca non ha altro scopo che umiliare e punire la Grecia.

Nonostante un sondaggio della società Kapa per il quotidiano To Vima riveli che il 70,1% dei greci vuole che il Parlamento approvi l’accordo poiché, benché duro, pare indispensabile. Il 51,5% lo ritiene addirittura positivo.

Se confermato quanto riferito da sondaggio, viene da interrogarsi sull’esito del voto referendario che si era opposto con il 60% dei votanti ad un piano più blando rispetto a quello ora proposto. Evidentemente la paura ha fatto cambiare opinione ai votanti.

Nonostante le defezioni provenienti da Syriza, che cercheranno di osteggiare le misure, c’è da attendersi che grazie ai voti dei partiti più moderati (Nea Demokratia, Pasok, To Potami) di opposizione, il programma venga approvato, anche se Tsipras ha detto di non voler decurtare stipendi e pensioni che invece, stando all’accordo, dovrebbero essere limati (il 5% dagli stipendi pubblici ad esempio); sicuramente le Istituzioni Europee non soprassederanno su questi punti cardine dei tagli imposti. Probabilmente a valle del nulla osta Parlamentare, il Governo Tsipras, mancante della maggioranza, sarà costretto a subire un rimpasto e probabilmente con pressioni (non ufficiali) da parte della UE su che figure introdurre, coronando una più completa e pervasiva cessione di sovranità al controllo esterno, in unione al rientro della Troika, previsto anch’esso dal programma di aiuti. Dopo l’approvazione di Atene il piano dovrà passare al vaglio di altri 6 parlamenti più quello UE.

A parte il palese, scontato e manifesto rigetto da parte di molti esponenti di Syriza di tutto l’operato che ha caratterizzato l’attività del Premier Ellenico, non più riconosciuto come leader, in questa ultima settimana (nonostante circa il 58% della popolazione mantenga una opinione positiva di Alexis Tsipras) anche altre voci autorevoli gettano dubbi sul programma e sulla sua efficacia, fatto salvo nel riuscitissimo intento di impartire una severa lezione alla Grecia ed a tutti coloro che si oppongono alle politiche di austerità e di asservimento alle istituzioni egemoni. L’FMI ha ipotizzato la sua esclusione dal programma di aiuti alla Grecia, non potendo lo stato ellenico assicurare adeguate garanzie. Secondo un report dell’istituto di Washington il debito greco non è sostenibile, esso era al 127% ad inizio crisi per poi impennare con rapidità impressionate al 180% ed ora punta al 200%; i parametri sul disavanzo inoltre sono ritenuti non raggiungibili alla luce del debito e delle condizioni economiche in cui versa il paese. Per ridurre quindi il rapporto debito/PIL l’unica via è quella di una pesante ristrutturazione del debito ellenico, un haircut del 30% come lo stesso FMI aveva ipotizzato, ben oltre quanto messo sul piatto dall’Europa e ben oltre quanto l’Europa si sia detta disposta a fare.

Evidentemente non c’è fiducia nel piano e neppure che le condizioni della Grecia siano recuperabili a meno di interventi drastici, come del resto avevamo già dubitato in precedenza. Una ulteriore conferma che la vicenda si protrarrà ancora a lungo e presenterà nuovamente di conto. In aggiunta a ciò si riafferma la tendenza assolutamente non cooperativa e di mutuo auto all’interno dell’Europa a 28. Gli stati che non hanno adottato la moneta unica e che pur sono partecipi all’ESM, hanno già detto (David Cameron lo ha esplicitato in varie interviste, rivelando quale idea possa avere della BrExit) di non essere disposto a pagare i debiti greci e per manutenerla nella zona Euro. Pertanto, non essendo possibili prestiti bilaterali, il salvataggio della Grecia avverrà quasi sicuramente attraverso l’ESM, ma con una forma di tutela, ancora da definirsi, per i paesi non dell’eurozona. Decisamente una nuova manifestazione di debolezza del vecchio continente.

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Grecia: meno due all’epilogo (anche quello europeo?) ormai quasi scontato

È durato poco più di un’ora per essere rimandato ad aggiornamenti successivi, quello che doveva essere l’incontro decisivo sul futuro greco tra i leaders ellenici e i rappresentati delle istituzioni creditrici. Probabilmente un ulteriore round si terrà martedì 30, ultimo giorno utile, ma già oltre ogni scadenza tecnica, per il rimborso degli 1.6 mld dalla Grecia all’FMI. Nel frattempo oggi è in atto il direttivo BCE per cercare di capire come gestire l’eventuale (ma ormai certa) impossibilità di Atene di rimborsare i creditori e gli aiuti che tramite il programma ELA al momento sono i soli a sostenere la banche greche sull’orlo della crisi di liquidità, anche dovuta alla corsa agli sportelli bancari del popolo ellenico, per prelevare i propri risparmi e metterli al sicuro oltreconfine o, più facilmente per le persone comuni, sotto il materasso. Tra creditori ed Atene non c’è stato accordo e, come detto nei pezzi riportati precedentemente, l’impasse sulla crisi si è aggravata andando ormai ad oltrepassare, viste le tempistiche sempre più stringenti per giungere ad un accordo, ogni livello di guardia. Le posizioni tra le controparti si sono allontanate ed irrigidite. Da un lato la proposta dei creditori che avrebbero messo sul piatto 15 miliardi di euro, un prestito ponte, dicasi anche palliativo o pezza di circostanza, che avrebbe consentito ad Atene di protrarre l’agonia ancora 5 mesi scadenza entro la quale Tsipras avrebbe dovuto elaborare un piano di riforme gradito al Bruxelles Group, contrariamente a quelli proposti fino ad ora, che seppur vicini anche numericamente alle richieste europee non hanno convito i creditori in merito a pensioni, innalzamento IVA, tassazione e tagli alla spesa, in altri termini ancora troppo basso il livello di austerità. Guarda caso 5 mesi sono anche il tempo necessario per arrivare a ridosso delle elezioni in Spagna, temute in caso di concessioni alla Grecia per via delle richieste che Podemos, sulla falsariga di Tsipras, potrebbe avanzare, tanto da far diventare il Premier Rajoy quasi un falco. Per tale motivazione, se concessioni saranno acconsentite a Tsipras, i creditori non vorrebbero farlo prima delle elezioni autunnali. Le richieste di Tsipras, messo per un momento da parte il programma di riforme indigesto, pur se vicino nei numeri (come scritto in precedenza), a coloro seduti dall’altro lato del tavolo delle trattative, erano state quelle di una proroga degli aiuti e del rimborso oltre il 5 luglio, meno di una settimana quindi, domenica in cui dovrebbe tenersi un referendum popolare. Il referendum, ancora ipotetico, non riguarderebbe la permanenza nell’Euro, al quale secondo i sondaggi sarebbe favorevole il 65% del popolo ellenico, bensì se accettare o meno il piano di riforme proposto dalle istituzioni.

Nonostante si legga da più parti che la corsa agli sportelli bancari dei Greci sarebbe una sorta di voto al referendum proposto da Tsipras, quasi a voler sottintendere che la volontà di permanere nell’euro darebbe una spinta al voto favorevole al piano della Ex Troika, in realtà non è così. Anzi è vero proprio il contrario. Innanzi tutto è comprensibile, in preparazione di una, improbabile, uscita dall’euro, cercare di preservare in euro i propri capitali e ciò può essere fatto trasferendo i conti altrove e principalmente, fintanto che si deve fare una operazione simile, verso zone a bassa tassazione (Olanda, Lussemburgo, Cypro, Svizzera e perché no, Singapore ed Hong Kong), oppure mantenere biglietti euro in casa, sotto il materasso o per chi può permetterselo in cassaforte. Per coloro che avessero fatto una simile azione, paradossalmente e senza considerare i debiti privati, una uscita dall’euro potrebbe essere anche vantaggiosa, in quanto è probabile che il capitale prelevato aumenti il proprio valore da un minuto all’altro del 30% (per la precisione sarebbe la nuova moneta ellenica ad essere svalutata, secondo alcune simulazioni, del 30% circa, ma l’effetto è il medesimo).

Invero l’esito del voto pare scontato: difficilmente ci sarà l’accettazione del programma di riforme della Troika. L’austerità ha già troppo mietuto il popolo greco, i cui Governi non sono sicuramente incolpevoli, sul quale si è abbattuta la scure dell’inflessibilità cieca europea ed è comprensibile che la popolazione non voglia sentire neppur parlare di nuove tasse o tagli che fino ad ora l’UE ha imposto linearmente. L’Unione, per non creare un precedente, il quale avrebbe potuto essere letto come spirito di unione, collettivo aiuto e mutuo soccorso all’interno di una UE convergente verso una vera unione di interessi, quindi dimostrazione di forza, ha protratto una politica asfissiante, esacerbando una situazione divenuta molto più costosa ed ingestibile rispetto a quanto non fosse 2-3-4 anni or sono. All’interno del Parlamento di piazza Syntagma si sono schierati in favore del referendum Syriza ed Alba Dorata, gli estremi di sinistra e di destra dell’Emiciclo, segno evidente che il sentimento anti politiche UE è trasversale e che non vi sono più schieramenti o correnti che agiscono e si pronunciano secondo comportamenti canonici e standard. Ormai la critica all’Europa è trasversale e di ciò le istituzione e Bruxelles ne devono tenere conto, cercando anche di capire il perché, il quale evidentemente risiede, avendo accomunato parti che nulla avrebbero in comune, in una errata gestione di situazioni complesse ed emergenziali. Nonostante ciò però non pare vi sia reale volontà di cambiare spartito.

Stanti così le cose, ed in questo poco tempo che rimane difficile pensare ad uno sblocco, il 30 giugno la Grecia risulterà insolvente nei confronti dell’FMI, gli aiuti verranno interrotti ed i 7.2 miliardi spettanti ad Atene bloccati. Si andrà incontro ad un default controllato con conseguente ristrutturazione del debito che coinvolgerà principalmente BCE e Stati, con i pole position Germania (circa 60 mld), Francia (circa 50 mld), Italia (circa 40 mld). Come detto in pezzi precedenti, è difficile pensare all’uscita dall’euro della Grecia, GrExit, perché sarebbe l’ammissione troppo evidente di una sconfitta e potrebbe innescare un pericolosissimo effetto domino. Non parimenti ad una GrExit, ma anche un nuovo default controllato della Grecia è terreno inesplorato e periglioso. Padoan rassicura in merito alla situazione dell’Italia, ma, seppur rafforzata da alcune riforme, e soprattutto dalla politica monetaria BCE e dalla situazioni contingenti positive, nulla può contro eventuali e probabili reazioni impetuose dei mercati, che, contrariamente alle istituzione europee che solo ora stanno lavorando seriamente a scenari complessi a valle dell’epilogo greco, avevano già in precedenza simulato ogni possibilità, preparandosi a varie eventualità, in particolare quella più probabile e scontata già da tempo di una default controllato di Atene. Se default sarà, da allora in poi nulla sarà più certo, tantomeno le sorti delle successive scadenze dei rimborsi di Atene ai creditori, che di certo non saranno corrisposte in pieno.

L’esasperazione della vicenda Greca, patria, illo tempore, della moderna democrazia, creò la polis e fece del popolo il sovrano della cosa pubblica, rischia seriamente, con colpe bipartisan dei Governi Greci, esecutivo Tsipras incluso, e delle istituzioni UE, di essere l’epilogo di un esperimento di unificazione di valori, interessi, economia, politica, moneta, regole, rischi e benefici, encomiabile negli intenti, negli obiettivi, nella missione, necessario per competere nella globalizzazione sfrenata del mondo, ma male iniziato, non disinteressato, viziato da errori evidenti mai corretti e da politiche inadatte a perseguire gli obiettivi ed i risultati inizialmente nei.

Se sarà fallimento nessuno tra Stati ed Istituzione potranno dirsi incolpevoli, nonostante una popolazione europea ormai scoraggiata e diffidente nei confronti dell’attuale UE, ma profondamente convinta e pienamente consapevole, e ciò può essere motivo di speranza, di quanto sia indispensabile perseguire quel progetto europeo come fu pensato dai padri fondatori.

Per chi volesse avere una panoramica sugli ultimi sviluppi della crisi greca ecco 4 pezzi delle ultime due settimane (ma per chi volesse cercare sul blog ve ne sono molti altri):

28/06/2015
Valentino Angeletti
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Crisi Greca: i creditori cambiano approccio, non chiedono più il “solo” rispetto di vincoli e parametri, ma impongono la politica economica

Avevamo detto (Crisi Greca: Eurosummit moderatamente ottimista, ma ancora nessuna soluzione definitiva) che le posizioni tra Creditori, leggasi Brussels Group, ovvero FMI, BCE, Commissione UE, e debitrice, vale a dire Grecia, non erano troppo distanti, a dire il vero in precedenza mai erano risultate così prossime come in questo momento. I mercati, notoriamente poco lungimiranti, festeggiavano, ma avevamo anche posto l’attenzione sul fatto che in molti ed autorevoli esponenti dei creditori, tra cui il più intransigente FMI, il Ministro tedesco Schauble e di riflesso il Cancelliere Merkel, ritenevano che il lavoro da farsi fosse ancora assai lungo e di fatti una soluzione definitiva a valle dell’ultimo Eurosummit d’emergenza e delle riunioni successive (ben tre in una settimana) non c’è stata, anzi, via via, le parti sono parse allontanarsi sempre di più. Ciò evidentemente, a parte l’ottimismo diffuso, non è un buon segno per una vicenda che è stata esacerbata oltremodo ed il cui costo è lievitato in modo inconcepibile.

Le cifre in ballo non erano e continuano a non essere insormontabili, lo abbiamo riportato noi, così come il ben più competente e noto giornalista economico Federico Fubini in un pezzo su Repubblica. Stando ai freddi ed oggettivi numeri non avrebbe senso non procedere ad un accordo, magari limando ancora di poco le pretese da ambo i lati.

Adesso invece sembrano sorgere tipi di problemi differenti, che preoccupano sia Tsipras, che i creditori, coinvolgendo gli equilibri politici interni ai singoli stati. Problemi i quali, se volessimo vedere quella in cui siamo incastonati, come una vera Europa Unita, simile a colei che fu pensata dai padri fondatori, non avrebbero motivo d’essere.

Tsipras non può spingersi a concedere ciò che in campagna elettorale, nei comizi ed interrogazioni parlamentari seguenti aveva assolutamente promesso di non concedere; analogamente i creditori, in particolare FMI, non vogliono dare eccessive concessioni per non rischiare che altri paesi ne avanzino di simili (in primis Podemos in Spagna), e che dal loro punto di vista non sono state conferite ad altri stati in difficoltà benché per il Premier ellenico con altri paesi, come appunto Irlanda o Portogallo, ci fu maggior volontà di concludere positivamente il negoziato. Questa rigidità avrebbe fatto addirittura paventare a Tsipras l’ipotesi di un disegno specifico per non concludere la trattativa, oppure l’esplicita volontà di difendere interessi particolari ed affossare la Grecia, quasi che vi fosse un disegno di una spectre occulta, un progetto implementato da un Bildeberg che vorrebbe assere fatto accadere, apparendo quasi casuale.

I nodi della discordia riguardano, in linea generale, una divergenza di fondo: i creditori vorrebbero uno spostamento per il reperimento di risorse da tassazione (che nei piani di Tsipras coinvolgerebbe i ceti più ricchi) verso tagli alla spesa, tipicamente welfare e pensioni. Tsipras invece ha impostato il suo programma proprio cercando di colpire i più ricchi, preservando al contempo il welfare delle classi meno abbienti, già colpite e ormai oltre la soglia di povertà. I creditori spingono per un’Iva su tre fasce, e del 23%, livello massimo, per i ristoranti, mentre il governo Tsipras, per preservare il turismo, insiste per una aliquota del 13%. Il gruppo di lavoro di Bruselles (ex Troika o Brussels Group) respinge poi l’idea di una tassa del 12% sui profitti societari superiori a 500’000 €. Secondo la Lagarde, parlando alla rivista Challenges:

«Non si può basare un programma solo sulla promessa di nuovo gettito fiscale. È stato fatto negli ultimi cinque anni, con pochi risultati».

A dire il vero in tutti i paesi più o meno risanati, dall’Irlanda al Portogallo, ma anche in Italia, il rispetto dei vincolo e dei parametri UE è stato raggiunto a mezzo di austerità ed in particolare maggiore tassazione, accise sui carburanti, incremento dell’IVA (ricordiamo le dissertazioni fatte in questa sede sulla curva di Laffer), imposta sugli immobili. In italia ben pochi invece sono stati i tagli di cui ci sarebbe un dannato bisogno e sul quale da anni hanno lavorato commissioni su commissioni e fior di esperti, senza però ottenere risultati degni di tal nome. La Grecia invece ha fatto tagli che se applicati in Italia oscillerebbero, in proporzione, tra i 250 e 300 miliardi, ovviamente adesso ogni ulteriore taglio andrebbe a gravare su servizi essenziali, salute (per la quale in Grecia si deve già pagare), trasporti ed in generale tutto quel welfare che rende un paese davvero civile, vivibile e terreno ove può insediarsi un livello decente di crescita economica.
Sul versante pensionistico, i creditori insistono per un taglio delle pensioni più generose, anziché un aumento dei contributi come previsto dal governo Tsipras per fare quadrare i conti. Vogliono inoltre un aumento dell’età pensionabile da 62 a 67 anni fin dal 2022 e la soppressione delle pensioni anticipate che Tsipras ha concesso già a partire dal 2016.

Le posizioni e le somme non sono distanti, sicuramente la fretta esiste ed i tempi sono minimali, i 7.2 miliardi di aiuti alla Grecia sono indispensabili per Atene in modo da pagare stipendi e pensioni. Per l’FMI è altrettanto indispensabile però il rimborso del debito da 1.6 miliardi entro il 30 giugno e senza il quale non è intenzionato a concedere la tranche di aiuti dovuta alla Grecia.

Analizzando questi ultimi sviluppi della vicenda greca, sembra trasparire un mutato approccio da parte delle istituzioni europee. Mentre in occasioni precedenti, al momento di vagliare i documenti di economia e finanza dei vari paesi, avevano come unico pilastro di controllo il rispetto di parametri e difficilmente, se non con consigli o messaggi più o meno velati, ma mai imposti (anche perché non ne avrebbero avuto il potere), suggerivano una misura piuttosto che un’altra. Ora l’atteggiamento è mutato, ed oltre a pretendere il rispetto dei vincoli, tendono ad imporre, e nel caso greco possono permettersi di provare a farlo essendo loro i deputati allo sblocco degli aiuti, le politiche economiche e le misure da adottare. Una cessione, o usurpazione, a seconda di dove la si guardi, di sovranità in piena regola. Da un certo punto di vista questo nuovo approccio potrebbe anche essere vantaggioso e coerente con una Unione che dovrebbe tendere ad unificare banche, norme, leggi, fisco, ecc, se non fosse che quanto imposto dai creditori alla Grecia sembrano essere misure recessive (taglio pensioni già basse, aumento IVA, aumento IVA su attività turistiche ecc e contemporanea protezione da aumento tasse di detentori di grandi patrimoni) impostate al protrarre l’austerità, bloccando di conseguenza ripresa, consumi, potere d’acquisto. Riassumendo si tratta di Misure pro cicliche a tutti gli effetti e sicuramente non funzionali alla ripresa del paese, dell’Europa, nè tanto meno a dare l’idea agli interlocutori internazionali di una UE solida e forte, sia politicamente che economicamente.

Trattasi di solo una sensazione, ma di Grecia si sentirà parlare ancora a lungo, come altrettanto a lungo, e forse di più, si dovranno gestire gli effetti della sua “epopea”.

Valentino Angeletti
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Crisi Greca: scadenza vicina, soluzione lontana. Flussi migratori ed economia: i fallimenti del progetto UE

La fine di giugno si avvicina e giovedì 18 è prevista la riunione dei Ministri delle finanze UE che metteranno al centro dei lavori soprattutto la crisi greca sulla quale gli sherpa dei paesi membri, e non solo, stanno lavorando da tempo alacremente.

Nonostante la consueta sicurezza manifestata da Tsipras, il quale ritiene che una soluzione non sia mai stata così vicina, e le tranquillizzazioni del ministro dell’economia ellenico Varoufakis, secondo il quale la Grecia non sta affatto giocando d’azzardo, come invece l’accuserebbero di fare i creditori, la conclusione di questo tira e molla esacerbato sembra ben lungi dall’essere trovata. O meglio, la conclusione per forza di cose si avvicina con l’incedere di giugno, a meno di ulteriori rinvii dei pagamenti che comunque sarebbero emblematici di una volontà dei creditori di mantenere la Grecia all’interno dell’Euro e che permetterebbero ad Atene di proseguire nel fare gioco duro e mantenere salde alcune posizioni su cui non intende cedere. A fine giugno scade il programma di aiuti alla Grecia il quale dovrebbe essere rifinanziato per un ammontare di circa 7.2 miliardi, necessari come l’ossigeno alle casse ormai a secco del paese ellenico, ma a fine giugno scade anche una pesante trance di debito da 1.6 miliardi che, dopo aver aggregato più dilazioni di pagamento come solo negli anni 70 allo Zimbabwe fu concesso, il paese di Tsipras deve corrispondere all’FMI. Senza saldo non saranno concessi aiuti, questa è la linea generale che il Brussels Group ha fino ad oggi indicato di voler seguire.

In contrapposizione all’ottimismo greco, che misto ad un po’ di sfacciataggine, non ha mai abbandonato la coppia Tsipras – Varoufakis, vi è il pragmatismo e l’evidente seccatura da parte dell’FMI, che giovedì scorso non ha disdegnato di lasciare i tavoli delle trattativi per tornare a Washington, asserendo che non era stato concluso nulla e che lo stallo era tale da non lasciare presagire soluzioni nel breve termine. Due modi differenti, quello di Tsipras e quello dell’FMI, di trattare la medesima questione, da una parte il debitore senza denari, che deve mantenere in patria il consenso in calo e non ha nulla da perdere, dall’altra il creditore, indignato per il vedere sempre più concreta l’ipotesi di non riacquisire il proprio capitale.

Il nodo delle discordie rimane sempre il piano di riforme che il Brussels Group vorrebbe imporre alla Grecia, dall’altro quello di Tsipras, che, già accusato in Grecia di essere troppo morbido e flessibile, in UE non vuole cedere su alcuni punti cardine, proprio quelli fondamentali secondo l’ex Troika.

Al centro di tutto vi è principalmente la revisione delle aliquote IVA che Tsipras sarebbe disposto a rivedere, ma in misura minore rispetto a quanto chiesto dai creditori, analogamente per l’avanzo primario, molto più lento il percorso di rientro proposto dal leader ellenico rispetto a quanto richiesto dal Brussels Group. Inoltre Atene non ha assoluta intenzione di inserire gli altri elementi da austerità richiesta dai creditori, come i tagli agli stipendi pubblici, alle pensioni, una grande riforma dell’età pensionabile con un sostanziale innalzamento dell’età pensionabile a fronte di meccanismi di prepensionamenti quantomeno generosi in vigore solo fino a poco tempo fa. Sciogliere questi nodi non è affatto facile e se da un lato è comprensibile come Tsipras, senza nulla da perdere e criticato in patria possa tirare la corda, dall’altra l’indignazione dei creditori potrebbe portare a spezzare quella corda messa oltremodo in tensione dai due negoziatori.

Tra l’altro una sentenza della Corte Costituzionale ellenica imporrebbe al governo di Atene il rimborso ai pensionati di tagli non dovuti, un po’ come è accaduto in Italia, per un controvalore di 1.6 miliardi e tutto ciò contemporaneamente alla riapertura, mossa sicuramente poco gradita all’UE, dopo due anni di schermi bui, dell’emittente televisiva pubblica greca ERT.

Il tempo sicuramente stringe e, viste le richieste di trovare una rapida soluzione da parte degli USA, della FED, di Obama, considerate le tensioni sui mercati, gli spread in salita e le intimazioni delle agenzie di rating secondo cui perseverando in tal modo Atene fallirà nel girio di un anno, anche la Merkel ha allentato la morsa, deviando dalla posizione di Schauble e Bundesbank, ed andando a richiedere ad Atene nell’immediato una singola tra le riforme richieste dai creditori in cambio dell’allungamento del piano di aiuti, mediazione subito ripudiata dal Brussels Group che di fatto hanno “messo in minoranza” il Cancelliere tedesco che ormai pare sempre più muovere verso approcci a politiche monetarie accomodanti (alla buon ora), contrariamente alla linea della banca centrale tedesca che rimane ferrea ed austera.

Inutile ribadire come la vicenda sia intrigata e, nonostante le sole due settimane alla scadenza dei prestiti e per il rimborso (anche se motivi tecnici per consentire l’avvio del nuovo piano di aiuti necessitano di una decisione entro il 18), lontana dalla soluzione. Pertanto è chiaro che, tralasciando le doverose smentite del caso, ogni paese, istituto di credito, istituzione, agenzia di rating, stia simulando scenari e pianificando strategie per una uscita della Grecia dall’Euro (ipotesi che rimane complessa a mio avviso) e per un (ben più probabile) fallimento, concordato o meno, di Atene. Il debito di Atene attualmente ammonta a 320 miliardi, il 177% del PIL, ben poca cosa se si paragona agli aiuti dati durante questi anni di crisi alle banche. Scenari di uscita di Atene dall’Euro o di un default ellenico, nonostante la BCE abbia fatto sforzi per assicurare che non avranno impatto, sono a tutti gli effetti terreni ignoti, inesplorati e potenzialmente destabilizzanti per l’economia di tutto il globo. Di ciò, man mano che scorre il tempo, pare prenderne atto anche la Commissione UE ed infatti il presidente Juncker ha chiaramente detto che una GrExit getterebbe l’economia mondiale in una situazione complessa, sconosciuta e dall’impatto potenzialmente devastante.

Come abbiamo più volte detto in questa sede, l’aver esacerbato oltremodo la situazione ellenica richiedendo una austerità insostenibile per tutta l’Europa, Italia inclusa, l’aver imposto vincoli e parametri che da tempo, ancor prima di Renzi, definiamo anacronistici (come il 3% sul deficit/PIL in periodi che, gli USA insegnano, necessitano di investimenti ingenti, strategici e mirati per far ripartire l’economia). Se mai, l’austerità sarebbe stata utile al momento di fare entrare i vari paesi nel progetto europeo. All’epoca tutti sapevano, ed è anche il professor Prodi ad averlo affermato, che Atene non aveva i conti in ordine, quello era il momento di essere austeri e non questo. Invece all’epoca si fu, neppure flessibili, ma fintamente ciechi, azzardati e scellerati, ed ora si richiede un’austerità evidentemente inapplicabile ed insostenibile e ciò vale per Grecia, ma anche per Italia, Portogallo, Spagna che pure hanno valori ed indici decisamente migliori, ma per  crescita economica ed occupazionale sostenibile e strutturale nel lungo periodo servirebbe un ben altro modo di agire assieme ad un rinnovato paradigma economico. Ogni giorno che passa invece ci si può rendere conto di come non sia il progetto europea ad essere protetto, bensì gli interessi particolari, ad iniziare da quelli degli stati più forti, più presenti in percentuale nelle istituzione (Germania in BCE ad esempio), che possono permettersi quindi di dettar legge.

Chiaro è che un simile approccio, protratto e tuttora essere nonostante l’evidente inefficacia, stia conducendo alla fine del progetto europeo dei padri fondatori: l’UE della protezione, prosperità e pace (delle tre P) per tutti e dove tutti cedono un po’ sovranità per il bene condiviso, si accollano rischi comuni per un beneficio diffuso. Progetto originario sacrificato sull’altare degli egoismi, e dei nazionalismi che in un contesto globale significano, per i paesi più deboli prima e per quelli più forti poi, perire sotto i colpi della concorrenza di colossi inarrivabili, che studiano, lavorano, producono più di noi e sovente costano molto meno.

Ancor prima che nel caso greco, nelle vicende economiche come unione bancaria, energetica, mercato unico dell’energia, politica monetaria, piano di investimenti Juncker, abbozzati ma mai conclusi e ne portatori di un qualche vantaggio, la tendenza alla disgregazione si è vista nelle questioni geopolitiche come la crisi ucraina, libica, la lotta la terrorismo, e nella farraginosa gestione dei flussi migratorio.

L’immigrazione è un altro grande emblema del fallimento europeo. Solo pochi giorni dopo l’accettazione del “piano Juncker” di redistribuzione di quote di immigrati per paesi UE, al momento di ricevere i migranti, esso è stato disdetto e sciolto perché tutti gli Stati, inclusi Germania, Francia, Austria e Spagna, che pure avevano siglato l’accordo (non come UK e Danimarca per le quali sono previste clausole), si sono rifiutati di accettare le loro quote. Francia, Germania ed Austria hanno letteralmente chiuso i propri confini sospendendo Shenghen. Adesso pare che la soluzione verso la quale convergere siano i rimpatri forzati e, come di consueto soluzione tardiva ma fin da subito evidentemente l’unica davvero possibile per combattere in modo strutturale una piaga assolutamente complessa, il supporto ai paesi di partenza e di appartenenza dei migranti. Lo stanziamento in favore del problema dei migranti da parte dell’UE, dovrebbe ammontare alla cifra, quasi ridicola, di 60 milioni di Euro. Come tante volte abbiamo sentito ripetere, e stavolta è il Ministro degli Esteri Gentiloni a ribadirlo, questa soluzione non è sufficiente ma è un buon inizio, peccato che poi l’inizio, spesso e volentieri, sia coinciso con la fine stessa di un qualsivoglia provvedimento.

Se per le questioni economiche, in fondo, si tratta di, seppur difficili e drammatiche, perdite in denaro (ma anche in benessere e stato sociale dei cittadini), con i flussi migratori le perdite in gioco sono migliaia e migliaia di vite umane, ma ciò non è fino ad oggi bastato per dettare una linea ed una strategia comune a livello europeo.

Mi spiace, da europeista convito quale tutt’ora sono, doverlo ammettere, ma siamo davvero ad un passo d’infante dal tracollo e dal fallimento europeo delle tre P. Ed ancor prima che per la prima volta uno Stato, forse la Grecia che diventerebbe il capro espiatorio di una colpa non totalmente sua, abbandoni la moneta unica.

Questo blog, forse alle sue ultime battute, ha trattato temi di politica italiana ed internazionale, geopolitica, argomenti legati all’energia, economia nazionale ed internazionale e molto spesso temi europei. Riguardo a questi ultimi, è davvero deludente, per una persona che pensa che l’Europa sia l’unica soluzione per consentire la competitività dei nostri paesi che presi singolarmente sono dei piccoli Davide nella terra dei Golia, senza però possibilità alcuna di un epilogo biblico, notare costantemente che a seguire i tanti meeting, summit, conferenze convention, vertici, bi e tri laterali, forum e consessi dove si proferiscono belle parole e si propongono sensati propositi, non si dia il là ad alcun intervento concretamente risolutivo i tanti problemi, qui di volta in volta trattati e che di fatto, dall’apertura circa tre anni or sono di questo spazio virtuale infimo e senza pretesa nè velleità alcuna, sono ancora tutti lì, senza sostanziali progressi.

13/06/2015
Valentino Angeletti
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Soluzione greca lontana, parti distanti, tempi stretti ed euro pochi

Tsipras-Varoufakis“Il destino della Grecia è solo nelle sue mani”. Con questa frase il Governatore della BCE Mario Draghi ha descritto la situazione greca andando a significare ed a sottolineare come, lato istituzioni Europee (Ex Troika o Bruxelles Working Group che dir si voglia), il possibile è già stato fatto.

In tal senso, dal punto d’osservazione istituzionale, è chiaro come il destino della Grecia dipenda da Atene stessa: accetti il programma di riforme richiesto dall’Europa o ne presenti uno che ne ricalchi i dettami, e le tranche di aiuti saranno consegnate nelle mani di Varoufakis; in caso contrario non pare più esserci margine di trattativa. Viceversa è evidente che il destino, forse dell’intera Europa, ma sicuramente dello scenario economico finanziario dell’immediato futuro, è strettamente legato all’evolversi della vicenda greca. La dimostrazione è stata la violenta reazione dei mercati che ha seguito gli aggiornamenti provenienti da Washington dove si teneva il summit finanziario tra i Ministri delle Finanze europei, BCE ed FMI.

Probabilmente la notizia che le piazze finanziarie, ai massimi da svariati mesi/anni e pesantemente bisognose di giustificare una massiva presa di profitti ed uno scaricamento degli oscillatori, hanno colto al volo per stornare con decisione e per innalzare in modo generalizzato il livello degli Spread, è stata quella secondo la quale nella casse di Atene rimarrebbero appena 2 miliardi per il pagamento di stipendi e pensioni, con alle porte due importanti tranche di rimborso: 2.5 miliardi di € al FMI entro maggio-giugno e 7.5 miliardi alla BCE entro luglio-agosto. La notizia, subito smentita da Atene, effettivamente pare non essere troppo fondata poiché fu proprio il Ministro ellenico Varoufakis, pur mantenendo il consueto ottimismo poco oggettivo e poco avvalorato dai fatti, a dichiarare che difficilmente la soluzione all’impasse potrà avvenire all’Eurogruppo del 24 aprile, di sicuro si dovrà attendere almeno la fine di giugno.

È dunque ipotizzabile che almeno fino alla fine di giugno Atene sia in grado di onorare i propri impegni considerata l’assoluta intransigenza di BCE ed FMI sulle riscossioni che gli spettano. Secondo la testata tedesca Spiegel alla Grecia starebbero per arrivare in soccorso la Russia, che verserebbe 5-5.5 miliardi per i diritti di passaggio del nuovo gasdotto Turkish Stream, e Pechino, interessata a prendere parte ai processi di privatizzazione, tra cui il porto del Pireo, che l’UE chiede fortemente a Tsipras, per una quota di 10 miliardi di provenienza cinese. Se queste siano illazioni senza fondamento oppur realistiche, allo stato attuale delle cose, non lo si può sapere, certo è che nell’orbita degli interessi di Mosca a Pechino, che pure con diplomazia hanno smentito ufficialmente un simile supporto economico, vi è sicuramente lo Stato ellenico.

Lo scenario rimane bloccato e senza segni che lascino presagire sviluppi immediati. La posizione delle istituzioni è nota: intransigente ed in attesa della lista delle famose riforme che vadano a sostituire quelle presentate da Tsipras e Varoufakis non soddisfacenti per la loro genericità e difficoltà nell’essere quantificate oggettivamente in termini di introiti effettivi. La Grecia invece, per bocca dei sui leader Tsipras e Varoufakis, continua a non voler mollare. Del resto le promesse fatte in sede elettorale non possono essere disdette e nel paese cominciano a riaccendersi le tensioni, in particolare tra anarchici e polizia che sono venuti i contatto anche nei giorni scorsi. Varoufakis addirittura talvolta pare cadere in un ingiustificato eccesso di sicurezza ed emanare una lontananza dalla difficile realtà sia della trattativa sia del suo paese. Fuori luogo infatti è sembrata la risposta “radioso” alla domanda su come percepisse il futuro greco fatta da alcuni giornalisti a Washington. Ci sono poi i mercati in attesa di notizie ed illazioni per giustificare i propri movimenti ed a poco servono gli ammonimenti e le messe in guardia di Draghi indirizzate a coloro che vorrebbero speculare contro l’Euro.

Sullo sfondo vi è il futuro economico, istituzionale e politico dell’Europa. Le opzioni sono limitate: o la Grecia accetta le riforme, ma al momento non pare intenzionata a scendere a compromessi visto che è stato confermato l’innalzamento dei livelli dei salari minimi ed in programma rimangono l’aumento delle pensioni ed il reinserimento della tredicesima ai salari più bassi, tutte misure draconiane di riduzione salariale e di taglio lineare inserite dal precedente governo; oppure si prospetta l’insolvibilità di Atene. Questa seconda ipotesi lascia il campo a due strade, il default con mantenimento della moneta unica ovvero l’uscita dall’Eurozona.

Le istituzioni ed il Ministro italiano dell’economia Padoan cercano di tranquillizzare, assicurando che le misure prese dall’Europa sono in grado di sopportare un eventuale default ellenico e secondo il Ministro Italiano l’Italia è al sicuro da un eventuale contagio. L’approccio votato, forse oltremisura, all’ottimismo che i leader politici sono soliti trovare in questi grandi eventi istituzionali (forse coadiuvati dalle tartine al salmone) è dimostrato dalle parole di Pier Carlo Padoan, secondo le quali il debito italiano sarebbe sotto controllo e non in crescita…. In realtà gli ultimi dati Istat indicano un nuovo massimo storico a 2169.2 mld: altro che in fase di stabilizzazione! Così come la situazione ellenica e ben lungi dall’essere sotto controllo.

Un “semplice” default probabilmente è davvero sopportabile e, pur nel segreto che cela operazioni simili, a questa via pare si stia preparando la Germania della Merkel. Differente invece il discorso di un’uscita dall’Euro che sarebbe un “precedente” tale da dare il liberi tutti a mercati e speculatori con primi target verso Italia e Spagna. Rispetto a questa seconda via stanno prendendo contromisure nella City londinese importanti istituti finanziari, ben consci che sarebbe una situazione non indolore neppure per loro che eppure all’Europa non sono legati dalla valuta comune. Ovviamente BCE ed istituzioni, con Draghi sugli scudi, cercano di rassicurare gli animi, asserendo che l’Euro è irreversibile e che anche nel malaugurato caso di “incidente GrExit” l’UE ha raggiunto un livello di solidità tale da poterlo metabolizzare. Difficile credervi, le potenze finanziarie pronte a scagliarvisi contro sono molto più forti, la reputazione europea verrebbe asfaltata più di quanto già non lo sia e le parole successive dello stesso Governatore BCE , confermando i timori e gli scenari preoccupanti riportati sopra, paiono più realistiche:

“L’incidente ci farebbe entrare in un territorio inesplorato ed ignoto”.

Mancano poche settimane e non conviene più a nessuno protrarre oltremodo questo stillicidio. Va necessariamente trovata una soluzione definitiva, alcuni non fanno altro che attendere lo sfacelo, ma molti altri, in Grecia soprattutto, stanno lottando per la sopravvivenza e contro la povertà. A questo punto un po’ di egoismo lo si può conferire anche al comportamento dei leader greci e l’Europa da par suo non può continuare una intransigenza che è stata complice di un avvitamento perverso del malessere sociale. Le soluzioni possibili non sono molte e l’uscita della Grecia dall’Euro, a mio insignificante modo di vedere, sarebbe l’inizio della fine dell’esperimento europeo. Nonostante tutto le poche vie percorribili ed in grado di offrire qualche possibilità di esito positivo paiono bloccate da ostacoli insormontabili ed i viandanti poco determinati ad operarsi per renderle nuovamente agibili.

19/04/2015
Valentino Angeletti
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Pasqua a Washington per Varoufakis e Lagarde con l’ombra del Daily Telegraph su una nuova Dracma

Non sarà certo una Pasqua tranquilla per i leader greci Tsipras e sopratutto Varoufakis, e c’è da giurare che non lo sarà neppure per la Direttrice FMI Christine Lagarde. Sugli scudi c’è ancora il braccio di ferro tra Atene e le istituzioni europee ora Brussels Group (ex Troika con l’aggiunta dell’ESM European Stability Mechanism). La vicenda, nonostante dai media nostrani sia stata messa un po’ in secondo piano rispetto alla situazione politica interna animata dalle solite tensioni nei partiti a cominciare da FI e PD in vista delle prossime regionali e dalla corsa alle limature sul DEF alla caccia dei fondamentali 10 miliardi circa per evitare le clausole di salvaguardia pronte per il prossimo anno, continua ad agitare i sonni di molti.

I vari piani di riforme proposti da Tsipras non hanno fino ad ora convinto Bruxeelles. Per la Commissione UE rimangono troppo aleatori e non precisamente quantificabili nelle entrate, si basano su stime previsionali come la lotta all’evasione, importantissima ma non valutabile ex ante con oggettiva precisione, il rientro di capitali esteri, il rilancio delle privatizzazioni, tra cui quella del Porto del Pireo, la vendita delle frequenze televisive e la reintroduzione della tassa sugli immobili. Mancano tutti gli elementi di austerità richiesti dalle istituzioni europee su pensioni, i pesanti tagli alla pubblica su amministrazioni e sanità e l’ulteriore accelerazione sulle privatizzazioni, azioni che Tsipras non può permettersi onde il venir meno alle promesse fatte in campagna elettorale che gli hanno consentito la fiducia popolare e la conseguente elezione.

Se l’Europa può dilungarsi (ma quanto realmente?) nel muro contro muro mantenendo alta la tensione nei negoziati che durano da tempo ed è prevedibile che dureranno almeno qualche altra settimana, non vale lo stesso per il FMI. L’istituto di Washington deve infatti ricevere entro il 9 aprile la tranche da 458 milioni di Euro del prestito elargito al Partenone e che non ha la minima intenzione di prorogare oltre scadenza. Analogo ragionamento si può fare per la Grecia che, nonostante le smentite governative, potrebbe già essere in crisi di liquidità. I depositi privati sono diminuiti di 30 miliardi dal novembre scorso ed hanno superato al ribasso i 150 miliardi complessivi. Alle Banche elleniche è stato precluso il QE ed ogni forma di rifinanziamento eccezion fatta per la linea d’emergenza ELA; anche l’emissione di altri titoli di stato a breve termine che hanno superato il limite dei 15 miliardi non è stato consentito dalla BCE.

Se Tsipras e Varoufakis tranquillizzano che entro il 9 verrà saldato il debito con l’FMI e verranno pagati stipendi e pensioni, le voci secondo cui sarebbero in realtà a rischio, si fanno sempre più insistenti. Le ultime provengono dal Daily Telegraph e dall’economista Piketty, che indicano la situazione greca ormai non sostenibile a lungo. Secondo il quotidiano britannico fonti attendibili riporterebbero che la Grecia stia pensando a due vie per sopportare l’onere dei rimborsi che dovranno essere erogati prossimamente e che oltre a FMI, stipendi e pensioni, si compongono anche di  250 milioni di euro d’interessi in scadenza a fine mese e dal rifinanziamento dei titoli che matureranno il 13 e 17 aprile prossimi per un totale di 2,4 miliardi di euro: non proprio una inezia quindi. Le due vie sarebbero la nazionalizzazione delle banche e l’emissione di titoli di pagamento per stipendi e pensioni in una forma differente dall’Euro.

La locuzione forma diversa dall’Euro di fatto sarebbe il ritorno ad una moneta nazionale che anche se non nominata Dracma e anche se inizialmente circolante in parallelo all’Euro costituirebbe il precedente ufficialmente sancitorio della disfatta e revocabilità della moneta unica, mai neppure ipotizzata come seria opzione da BCE ed istituzioni. La notizia, seppur, ripetiamo, smentita ufficialmente, non ha avuto il meritato risalto. L’eventualità di uno strumento di pagamento alternativo, che per come stanno le cose non pare campata del tutto in aria, sarebbe l’inizio della disgregazione europea che nessuno vuole, ma che, se le trattative ed i negoziati non si indirizzano più concretamente verso una soluzione di compromesso, rischia di diventare realtà con la conseguente esplosione dei mercati e delle devastanti manovre speculative sugli spread tali da mettere in ginocchio, con un effetto domino virale, anche altri stati a cominciare da Italia, Spagna e probabilmente anche Francia.

Alla luce di ciò l’incontro dell’8 aprile, immediatamente precedente al rimborso di Atene all’FMI, tra Putin e Tsipras può essere visto come la volontà di tessere e stringere un rapporto in vista di qualche evoluzione estrema, proprio come la reintroduzione di una valuta nazionale. Certo è, come detto da Moscovici, che Tsipras è libero e ben fa a trattare con chiunque, ma i tempi e gli scenari sono sospetti e le licenze di perforazione nell’Egeo fanno gola ad una nazione che vuole mantenere la sua egemonia energetica come la Russia, tanto più in un momento in cui la guerra dei prezzi del greggio e la trattativa di Losanna, con gli accordi in fieri sul nucleare Iraniano che potrebbero concretizzarsi comportando uno stop alle sanzioni, rischiano di far ribassare ulteriormente il prezzo del petrolio e delle commodities energetiche le quali Putin vorrebbe ben più care.

Non sarà una Pasqua facile per Varoufakis e Lagarde, ma non possono stare troppo tranquilli neppure a Bruxelles, ed è bene che seguano interessati l’evolversi della vicenda perché non è una esagerazione affermare che ne va del futuro economico e sociale di un intero continente e forse anche oltre.

04/04/2015
Valentino Angeletti
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UE: le parole pre-elettorali che ormai sembrano andate al vento

Ricordiamo benissimo la campagna elettorale pre-elezioni europee dello scorso 25 maggio. Anche all’epoca la condizione macroeconomica non era affatto positiva e confortante, le critiche e talvolta le autocritiche nei confronti dell’approccio economico adottato da Bruxelles ed improntato esclusivamente all’austerità ed al rigore dei conti sembravano condivise da tutte le principali parti politiche dal PPE al PSE passando per i Liberali.

Ad aprire ad una maggiore flessibilità parevano essere anche gli stati membri compresa la Germania, che, sempre molto timidamente, sembrava essere propensa a concedere in sede europea qualche margine di manovra in più nei bilanci dei singoli paesi per appoggiare una fase che avrebbe dovuto essere improntata alla crescita. Il nuovo (probabile) Commissario uscito dagli scrutini delle urne, il lussemburghese Juncker aveva decisamente indicato la sua volontà di orientare nuovamente l’Europa verso le tre P dei padri fondatori, ossia i valori di Protezione, Pace, Prosperità e questa era l’idea di cui tutti si facevano sostenitori.
Il bisogno di ritornare alle origini, oltre che dai dati macro economici in continuo peggioramento che la disciplina di bilancio in un momento recessivo non era riuscita ad invertire, era evidente anche a causa della sempre maggior distanza tra i popoli e l’istituzione europea che appariva più matrigna che madre, tanto da fomentare numerosi movimenti anti Europa dagli importanti e diffusi consensi, in molti gravi casi improntati verso derive xenofobe e naziste.
Sembrava essere davvero la Commissione della svolta perché sulle priorità di crescita, lavoro, investimenti e politica estera la condivisione era unanime e l’intento di Juncker di stanziare 300 miliardi di € per investimenti lasciava ben sperare. Poi vi era il semestre di presidenza italiano sul quale, stando ai discorsi, avremmo dovuto far leva pesantemente.
Ora, forse anche per le lungaggini delle prassi europee che porteranno all’insediamento stabile della nuova Commissione dall’1 novembre, la situazione non pare volgere in meglio. I dati continuano ed essere non buoni ed il clima di fiducia non è migliorato.

In Italia l’FMI ha rivisto al ribasso la crescita del PIL 2014 a -0.2% (sarà +0.8% nel 2015), con rapporto debito/PIL in crescita a 136.7% e deficit/PIL al limite del 3%. Al prestigioso ed italiano Ateneo Luiss, il direttore esecutivo dell’istituto di Washington, l’italiano Andrea Montanino, ha dichiarato che l’Italia non può avere un futuro radioso fin tanto che le previsioni di crescita si attesteranno attorno allo 0.5%. Effettivamente, calcoli alla mano, la ripresa della domanda di lavoro, così come il rispetto dei parametri di bilancio (Debito/PIL e Deficit/PIL in particolare) potranno migliorare solamente in presenza di almeno 1.5% di crescita e simultaneo taglio del deficit e debito, supponendo invece un debito non crescente servirebbe almeno un 2.8% costante.
In Europa vi sono esempi di stati con i parametri in miglioramento, come la Spagna (PIL +1.5% 2014, +2% 2015) che hanno saputo seguire un virtuoso processo di riforme, ancora non pienamente presente in Italia, ma non va dimenticato a che prezzo per la popolazione che continua a vivere nella disoccupazione e con salari e pensioni decisamente impoveriti (LINK).
In questa fase anche la virtuosa Germania, come avevamo già previsto in più occasioni, sta iniziando ad avere ripercussioni economiche, con un calo della produzione del 4% e gli ordinativi a -5.7% (dati relativi ad agosto) era evidente che, essendo la Germania forte esportatrice (prima manifattura) in Europa, alla lunga, con il ritardo fisiologico dovuto appunto alla sua forza, gli effetti si sarebbero ripercossi anche su di loro.
Nonostante ciò, e nonostante una Francia in difficoltà che ha dichiarato che non rispetterà il vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL portandolo al 4.4% per il 2014, sembra che i propositi pre-elettorali siano stati dimenticati (LINK).

La Germania, a dispetto dei brutti dati di agosto, già da tempo si è mostrata totalmente avversa alla politica monetaria di BCE  (LINK1 – LINK2LINK3) la quale sta provando ad assumere una connotazione ulteriormente espansiva, anche se non tanto quanto la FED, attraverso l’acquisto di ABS, Covered Bond ed il piano T-LTRO. I QE a mezzo di acquisto di titoli di stato benché solo ipotizzati sono già stati bocciati in toto dalla Germania, attraverso le parole del Governatore della BuBa Weidmann, che ritiene tutte le ultime misure di Draghi eccessivamente rischiose per via della difficile quantificazione del sottostante (che comunque dovrebbe essere garantito ed a basso rischio LINK).
Le proposte di Weidmann sono le solite di sempre, ossia rigore e disciplina di bilancio e, giustamente, riforme. Addirittura il Governatore si è spinto a suggerire (esulando dalle sue funzioni) alla Commissione di bocciare la legge di stabilità francese qualora presentasse un rapporto deficit/PIL al 4.4%. In realtà quanto dice Weidmann ben poco sembra rispondere alla necessità di stabilità dei prezzi ed in particolare al bisogno di riportare l’inflazione europea attorno al 2% (attualmente a 0.3% con svariati stati, tra cui l’Italia già in deflazione).
A fare eco a Weidmann, confermando il ruolo della Germania di maggior azionista sia nella BCE che nella Commissione, vi è l’attuale Commissario per gli Affari Economici e Monetari e soprattutto futuro VP per la Crescita ed Occupazione Katainen, che nella sua audizione all’Europarlamento non si sbilancia riguardo ai 300 miliardi di investimento e si limita a recitare la solita nozione secondo la quale i paesi virtuosi dovrebbero sostenere i consumi e gli investimenti, mentre i paesi più in difficoltà dovrebbero proseguire con le riforme rispettando i vincoli europei (difficile pensarlo con un PIL in calo e senza margini per investire e per creare le condizione per attrarre capitali dall’estero nel brevissimo periodo in attesa degli effetti delle riforme che arriveranno nel medio-lungo termine), non è pensabile secondo il Finlandese impostare un crescita contraendo altro debito.
Non si dilunga in ulteriori dettagli e la sua arringa è sembrata gradita al consesso europeo, differentemente dalla posizione di Moscovici che per via del suo venturo ruolo da Commissario agli Affari Economici e Monetari e per via della sua nazionalità francese potrebbe avere difficoltà (anche se personalmente non lo credo molto probabile) a farsi confermare nel ruolo.

In sostanza, pur in mezzo ad un costante deterioramento delle condizioni economiche europee, incluse quelle tedesche, e con i grandi analisti a partire da FMI (non che siano la Bibbia o che non sbaglino previsioni, ma non vi è giustificazione per perseverare con l’approccio finora adottato ed il fondo monetario lo dice da tempo LINK) che vorrebbero spronare la BCE ad adottare misure più espansive e soprattutto QE diretti, così come spingono per una politica economica europea meno germanocentrica e più flessibile, ma non flessibile all’interno dei patti che avrebbe relativamente poco senso ed efficacia, ma, limitatamente a questa fase recessiva, concretamente più permissiva e rivolta realmente a crescita ed occupazione di qualità, rivedendo se necessario i trattati europei.
Eppure, oltre agli USA esiste, ed è più prossimo geograficamente, anche l’esempio UK al quale l’Italia dovrebbe ispirarsi molto più che a quello spagnolo.
Il Regno Unito assieme ad una politica monetaria autonoma ed equilibrata è riuscito ad investire e creare un mercato del lavoro dinamico, fare le riforme necessarie e soprattutto tagliare drasticamente la spesa senza guardare in faccia a nessuno (Regina Madre inclusa) e senza impatti negativi sul lavoro pur avendo ridotto il numero dei dipendenti pubblici. Soprattutto riguardo al taglio della spesa l’Italia dovrebbe prendere spunto perché la fondamentale spending review, un tempo generatrice di tutte le coperture, è stata recentemente ridimensionata scontrandosi costantemente con una volontà politica assente quando si tratta di agire concretamente sui veri centri di spesa  a cominciare da regioni, sanità, centrali d’acquisto, previdenza, difesa ecc. La spending review si dovrebbe attestare a 5 miliardi rispetto ai 17 previsti che da soli avrebbero quasi coperto l’intera legge di stabilità; considerando quanto per l’UE la revisione sia fondamentale è prevedibile che la Commissione non tacerà su questa rettifica in sede di discussione della legge di stabilità che essendo fatta in deficit probabilmente subirà critiche nonostante il rispetto del parametro del 3%.
In Italia come in Europa le procedure e le decisioni sono sempre estremamente lente e pastose, la burocrazia impera.
I tempi necessari per l’elezione dei giudici della consulta, le aspre discussioni sulla riforma del lavoro che lasceranno un segno forse indelebile (le oscene lotte fisiche in Parlamento lo dimostrano), il numero esagerato di emendamenti presentati ad ogni proposta di riforma, così come la superficialità con la quale talvolta si affrontano temi estremamente complessi e delicati solo per poter dichiarare di avanzare senza alcun ostacolo, in alcune occasioni a scapito del risultato che, per evitare conseguenze impreviste ed effetti nulli, pur nella fretta deve essere adeguatamente ponderato. Purtroppo l’immobilismo dei decenni precedenti ci ha costretti in una condizione in cui si deve fare presto e bene e ciò non è affatto semplice.
A livello Europeo gli scontri e le continue divergenze sulla politica economica così come le tempistiche per l’insediamento della nuova commissione stanno distogliendo da ciò che realmente serve per fronteggiare i problemi di politica estera/geopolitica in cui l’UE è pesantemente coinvolta e soprattutto per impostare il percorso di crescita che tutti reclamano ma che nessuno sembra davvero capace di indirizzare. In tal scenario si inserisce il semestre italiano europeo che quasi sotto silenzio si sta concludendo.

L’impressione di uno stolto osservatore, quale io sono, potrebbe essere quella di un contesto molto fragile, politicamente frammentato e socialmente debole, che deve stare in guardia da bassissima inflazione, scarsa capacità di innovare ed attrarre investimenti se confrontato con in competitori mondiali, sistema industriale spesso arcaico, eccessivamente esposto alle banche e non in grado di auto-finanziarsi con strumenti tipo borse e venture capital come accade in USA.

Agli occhi dello stolto di cui sopra non sembra sussistere alcun mutamento nella direzione positiva che i proclami pre-elettorali facevano sperare, anzi, come un gambero, addirittura potrebbe sembrare che le condizione di alcuni importanti stati dell’UE siano arretrate con tanto di divergenze che si fanno, se possibile, più evidenti e pericolose proprio quando il tempo per agire è sempre meno.

07/10/2014
Valentino Angeletti
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