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Ottimismo immerso nella dolce aere di Cernobbio, ma i Vescovi, alcuni dati e la tesa situazione globale rammentano la realtà del quotidiano

ambrosetti2015_324x230Si è chiusa indubbiamente all’insegna dell’ottimismo l’ultima edizione del workshop Ambrosetti a Cernobbio. Un ottimismo pervasivo e condiviso dai relatori politici, economici e dai molti top manager presenti. Del resto risulta oggettivamente complesso non lasciarsi prendere dall’ottimismo in una località così amena come lo sono le sponde lombarde del lago di Como tra golosi coffe break a base di tartine al pregiato salmone affumicato dalle esalazioni delle braci di ginepro e caviale dei freddi mari nordici (difficilmente però di importazione russa) e tra pantagruelici pasti dominati da primizia nostrane e non, mi immagino pregiatissimo Parmigiano Reggiano stagionato almeno 32 mesi, prosciutto dolcissimo di Parma e salatissimo di terra toscana, salamelle D.O.P. tipiche, olive taggiasche e pistacchi di Bronte, il tutto innaffiato da buon vino piemontese e veneto delle migliori annate, spumanti e champagne di vario tipo.

A questa edizione, contrariamente a quella scorsa dove per dare segno di rottura coi poteri forti il Governo aveva mandato in rappresentanza un solitario Morando, era presente, evidentemente dopo una riappacificazione con quelli additati lo scorso anno come potentati, direttamente il Ministro dell’Economia Padoan. La visione del Ministro è stata comune a molti economisti, al Governatore di Bankitalia Visco ed all’ex premier Enrico Letta. Secondo Padoan vi sono ampi spazi per la crescita e la ripresa creati da congiunture macroeconomiche favorevoli, come il prezzo del petrolio ai minimi (ma è un valore transitorio non sostenibile nel medio lungo periodo, a sostenerlo sono tutti i CEO delle major dell’Oil&Gas), la svalutazione dell’Euro che favorisce le esportazioni europee, i QE, la rinnovata fiducia dei mercati e delle istituzioni UE nei confronti del nostro paese, i tassi bassi a lungo. Questa opportunità congiunturale per il titolare del MEF non va sprecata e non si deve peccare di eccessi di fiducia nè rallentare con il processo di riforme che nel nostro paese deve proseguire arrivando finalmente alla fase attuativa ancora lontana. I dati sulla crescita previsti sono decisamente positivi, molto più positivi rispetto a quanto una analisi oggettiva della situazione economico-sociale lascerebbero pensare, ed oscillano per il 2015-2016 rispettivamente tra un +0.4% / +2.1% di Bankitalia (Visco più ottimista ha parlato di +0.5% per il 2015), +2.1% /+2.5% del Centro Studi Confindustria e +0.6% / +1.3% dei media partner europei (contro una crescita media dell’Euro Zona di +1.3% / +1.9%, quindi rappresenteremmo sempre il fanalino di coda).

La deviazione standard delle previsioni è talmente ampia da lasciare perplessi ed indurre a porsi qualche legittima domanda se i dati su cui si basano simili previsioni siano effettivamente gli stessi, ma del resto abbiamo imparato ad essere scettici e prendere con le molle le varie stime, sempre passibili di pesanti correzioni ed in genere al ribasso.

Come prevedibile le obiezioni più critiche sono pervenute dal ministro Greco Varoufakis che da sua consuetudine ha colto occasione per redarguire l’operato della BCE asserendo che il QE non sarà efficace e che lo statuto della BCE è stato scritto dalla BuBa tedesca. Al posto del QE, che secondo il Greco non sarebbe funzionale a fornire credito all’economia reale, sarebbe il caso di elaborare una manovra, che chiamerebbe ironicamente “Merkel”, “Simil Quantitative Easing” ad opera della BEI (Banca Europea degli Investimenti).

Più realisti del re sono i Vescovi che dalle colonne dell’Avvenire sconfessano la visione ottimistica del Forum Ambrosetti, sostenendo che le evidenze e le testimonianze provenienti dalle parrocchie sono ben differenti e mostrano una società sempre più in difficoltà, diseguale e che stenta ad arrivare a fine mese in modo dignitoso senza privazioni di prima necessità o addirittura senza chiedere una aiuto esterno.

Dove sta allora la verità? Come al solito nel mezzo.

Riguardo alle affermazioni di Voroufakis va detto che non è possibile stabilire a priori la reale efficienze del QE nei confronti dell’economia reale come invece ha sentenziato perentorio il ministro Greco (allineandosi stranamente alla visione dei falchi tedeschi anche se con soluzioni alternative ben differenti). Innanzi tutto lo scopo del QE non è quello di fornire credito all’economia, ma di mantenere la stabilità dei prezzi (cosa che per ora sta facendo anche se è presto per dirlo in modo definitivo) e per riportare l’inflazione in prossimità ma sotto al 2%. In ogni caso che il QE andasse fatto, e da tempo, sembra evidente; l’effetto del QE sull’economia reale dipende da molti fattori: innanzi tutto dalla propensione delle banche a dare credito, dalle richieste di credito da parte di aziende e privati quindi dal clima di fiducia nel futuro che influenza la propensione ad indebitarsi, dall’applicazione dei criteri di Basilea di unificazione bancaria, dalla quantità di investimenti pubblici e privati che verranno attivati e da molto altro ancora. Inoltre la politica monetaria senza una contemporanea riforma della govenrance complessiva europea e di molti stati nazionali risulta una freccia spuntata.

La visione dei Vescovi è in un certo senso confermata da altri dati come quello del calo della produzione industriale in gennaio, dalla spesa pubblica aumentata tra il 2010-2014 di 27.4 miliardi (dati CGIA) nonostante le promesse di spending review fatte a Bruxelles e su cui l’UE conta e preme in modo martellante, degli investimenti tragicamente in calo di 15.4 miliardi (2010-2014 -23.9% secondo CGIA). Le riforme sono in via di implementazione, ma, complice anche la macchinosità del sistema nostrano e le divisioni politiche, ancora lontane da giungere ad attuazione. Inoltre la priorità nel campo delle riforme sembra essere stata data a quelle più politiche e meno prettamente economiche. Sempre durante il Forum l’economista Nouriel Roubini ha indicato la corruzione e la giustizia come maggior freno per lo sviluppo italiano, ancor prima del Jobs Act e del fisco. Effettivamente se a giustizia e corruzione si aggiunge anche evasione fiscale otteniamo un costo annuo per lo Stato difficilmente quantificabile, ma che ragionevolmente potrebbe superare i 250 miliardi di €.

Il divario tra le classi sociali presenti all’Ambrosetti Forum e la società civile narrata dai Vescovi è immane e lo spietato gioco dell’analisi dei dati medi non tiene conto delle situazioni particolari che in realtà rappresentano la maggioranza. L’unica speranza è che il tempo trasferisca la percezione carpita prima da coloro che hanno una visione più globale e d’insieme, anche a coloro che invece si vedono costretti a lottare con le situazioni personali e del quotidiano; una sorta di un ritardo fisiologico in grado alla lunga di livellare il tutto positivamente.

Oltre ai fattori sopra citati che riportano con i piedi per terra rispetto ad un ottimismo che pure è benefico purché non sia solo quello della volontà o ancor peggio delle grandi occasioni, vi è uno scenario globale altamente complesso e delicato che colpisce l’Europa ed in particolar modo l’Italia. Ovviamente si fa riferimento al terrorismo dell’ISIS, alle guerre civili in medio oriente ed in Libia, uno dei più importanti partner energetici dell’Italia, alla questione Ucraina e le relative sanzioni alla Russia dall’ingente costo per l’economia nostrana (sia per via degli scambi commerciali ridotti che per l’approvvigionamento energetico), al problema dei flussi migratori, ai movimenti in ascesa di stampo anti-UE e xenofobo. Tutte questioni tesissime che si protraggono da anni e che l’Europa, letteralmente incapace di affrontarle autorevolmente, con determinazione ed unità perdendo così di prestigio agli occhi degli interlocutori internazionali, avrebbe dovuto risolvere da tempo.

Storia a se fa il perdurare del braccio di ferro tra Grecia e Germania, la quale non si sa a che titolo si sia arrogata il diritto di parlare a nome delle istituzioni Europee, sulla necessità di liquidità di Atene e sulle riforme che il paese ellenico dovrà necessariamente implementare. Questa situazione ha bisogno di giungere al termine con concessioni diplomatiche da una parte e dall’altra. Non è pensabile che alla Grecia sia applicato altro rigore andando letteralmente ad asfissiare la popolazione come non è pensabile che vengano presentati dal Varoufakis effimeri programmi di riforme basati sul intenzioni e niente affatto su dati concreti. Nonostante l’evidenza di questa necessità la risoluzione della disputa pare ancora lontana e, una volta passata l’euforia da QE, i mercati potrebbero decidere di utilizzare il pretesto greco per stornare e scaricare gli oscillatori adducendo come motivazione le incertezze europee dovute ala situazione economica dell’Ellade che potrebbero comportare una disgregazione del vecchio continente messa per un attimo da parte.

Come si può vedere l’ottimismo congiunturale della borghesia politica, finanziaria e manageriale non è del tutto campata in aria, alcuni dati ed alcune situazioni sono oggettivamente in miglioramento, ma ve ne sono altrettante, ancora più forti e complesse da condurre a soluzione, decisamente di segno opposto che sembrano non essere state considerate nelle sessioni plenarie di altissimo profilo tenute da multi-laureati luminari che si sono svolte sulle rive comasche del lago.

L’ottimismo è il profumo della vita ed in questi giorni l’aere di Cernobbio sarà stata sicuramente satura di dolcissimi aromi fin quasi a venire a noia per quanto melliflui.

Link: Gli ingredienti per la tempesta perfetta ci sono tutti….

15/03/2015
Valentino Angeletti
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Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre.

Dopo l’assenza al meeting di Comunicazione e Liberazione che ogni agosto anima Rimini e lo rende centro, oltre che vacanziero, d’incontri e di dibattiti con grandi nomi della politica, dell’economia, del volontariato, il Premir Renzi ha confermato la sua tendenza al mantenimento di un profilo basso, molto apprezzato in questo frangente dal grande pubblico e dal ceto, per così dire, popolare, mancando anche ad un altro appuntamento in cui politica, industria, finanza si incontrano, ossia il Forum Ambrosetti di Cernoobbio che tra dibattiti, propositi e soluzioni, da il LA alla stagione politico-economica autunnale.

Il Presidente Renzi ha preferito visitare l’apertura di una fabbrica di rubinetti nel bresciano assieme al numero uno di Confindustria Giorgio Squinzi.

L’idea di Renzi è evidentemente quella di voler abbandonare i salotti buoni, le stanze della finanza ed i bunker dei bottoni, dove tutto si decide, o almeno così l’immaginario collettivo ritiene, in gran segreto. Questi ambienti per un certo verso mistici riuniscono coloro che effettivamente hanno per la posizione ricoperta, in alcuni casi non si sa quanto meritata o quanto consegnata per cooptazione quasiché delfini di un destino ineluttabilmente benevolo che in questo paese volta sovente le spalle ad ottimi talenti inghiottiti dal gorgo delle sue inefficienze oppure realizzatisi oltre i confini muniti di biglietto di sola andata,  notevole influenza nel paese. Si tratta di finanzieri, industriali, grandi manager e dirigenti che usualmente la politica, se non asseconda, tiene in considerazione, ma al contempo additati dai cittadini comuni come grandi responsabili assieme alla politica stessa del tracollo di un paese schiacciato dall’incapacità della classe che (sempre facendo le debite distinzioni) dovrebbe essere illuminata per lo sviluppo economico e per la gestione della cosa pubblica. Il Premier identifica come segno di rottura con la politica di relazionatone l’essere assente o al limite contrastare realtà come il meeting di Rimini, il forum di Cernobbio o gli stessi sindacati, tutti ritenuti colpevoli dell’interesse nella conservazione per proteggere rendite di posizione o potentati e burocrazie bloccanti a buon pro del loro stesso interesse, ovviamente nonostante discorsi orientati verso tutt’altra direzione.

Ai cittadini segni come questi possono effettivamente dare l’impressione del un desiderio di slegarsi ed essere indipendenti dal potere “nascosto”, così come la visita alla fabbrica di rubinetti può essere interpretata come interesse per le realtà pratiche, produttive ed in difficoltà del paese. Non v’è dubbio però che prima ancora di simili segnali in una fase ancora drammatica, come confermano tutti i dati economici e dell’occupazione, al cittadino interessino i risultati che hanno scandito i programmi e riempito le slide di Renzi. Quindi si ritorna al pacchetto di riforme istituzionali ed economiche, al sostegno alle classi meno agiate che vada al di là del bonus Irpef che a ben vedere non ha supportato i più poveri, al sostegno alle imprese in enorme difficoltà, alle modifiche sul lavoro, alla reale offerta di possibilità di accesso alla classe dirigente prescindendo da ceto sociale e conoscenze, ed a tutto ciò che può rilanciare investimenti ed aprire le porte a coloro che volessero farne dei nuovi. Il titanico lavoro si inserisce in una complessa partita a livello Europeo, giocata sotto il vessillo del semestre di presidenza così come in difficili, dinamici e fluidi scenari esteri.

In questo momento i risultati ed il raggiungimento di alcuni obiettivi tangibili per i cittadini nel giro di poco tempo sono fondamentali, perché se da un lato il liberarsi da quelli da lui definiti come poteri forti e salotti buoni, leggasi Cernobbio, CL, Sindacati, Mediobanca ecc, ha guadagnato in popolarità, parallelamente questa popolarità non è per sempre e per essere mantenuta necessita di azioni concrete. La decisione di proseguire col blocco della rivalutazione degli stipendi per le forze di polizia già allo stremo e per altre categoria deboli sembra tanto uno di quei tagli lineari che tanto i cittadini detestano e che vanno contro il principio che ormai tutti vorrebbero fosse esaudito di ridistribuzione della ricchezza, indubbiamente uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale renziana. Vi sono poi molti sostenitori e leopoldiani della prima ora che stanno avanzando apertamente critiche al Premier, non così rapido ed incisivo come atteso, ci si riferisce ad alcuni giornali e direttori di media e/o testate ed a manager “amici” come Della Valle. All’interno del PD poi le tensioni si fanno sempre più evidenti e manifeste palesemente. A favore del Premier gioca la lapalissiana circostanza di assenza di avversari concreti e strutturati in grado di contrastarlo, adeguatamente carismatici, con spiccate capacità comunicative e metodi guascon-fiorentini tali da raggiungere la pancia delle masse, benché poco popolari tra le alte sfere.

Il programma renziano da 100 giorni è passato a 1000, in questa sede si era avanzata la necessità di 10 anni di duro, meticoloso, calibrato e perfetto lavoro per risollevare la situazione economico-sociale raggiungendo una crescita relativamente strutturale, il giornalista del Financial Times, Wolf, pronostica almeno 5 anni. Quindi tempi non immediati durante i quali, se meramente di attesa ed aspettativa, non è certa la tenuta sociale.

Se v’è la sensazione di non essere in grado di raggiungere ciò che è stato presentato nel crono programma, anche alla luce della situazione complessa ereditata e delle altissime aspettative che Renzi si è accollato per avere ampio consenso, forse questo momento potrebbe essere l’ultimo per pensare a nuove elezioni in modo da poter essere totalmente legittimato ed avere un proprio governo tale da presentare qualche possibilità di scalfire i poteri delle burocrazie e tecnocrazie bloccanti che, tanto sono potenti, riescono a frapporsi al percorso delle riforme e del cambiamento. Ovviamente è una partita a poker che, con la legge elettorale in essere, richiede un ampio consenso per avere la maggioranza in ambedue le Camere, ma del resto Renzi del “mi ci gioco la faccia” ha fatto un motto, forse quindi è arrivato il momento di un “all-In”.

Link: Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07/05/14

06/09/2014
Valentino Angeletti
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Renzi virtualmente a Villa D’Este. Morando: salario minimo e poche illusioni

Al prestigioso Forum Ambrosetti di Cernobbio dedicato ai mercati finanziari erano presenti solo due esponenti del Governo: il Viceministro dell’ Economia Enrico Morando ed il commissario alla Spending Review Carlo Cottarelli. Nonostante ciò il Governo Renzi è stato virtualmente presente ed ha accolto gli apprezzamenti e gli attestati di stima dei manager in sala, il 59% dei quali si è detto favorevole all’Esecutivo ed al suo operato. Come già accaduto a valle degli incontri con la Cancelliere Merkel, con il Presidente Obama  e con il Premier Cameron questa calda accoglienza non stupisce, come non stupirono le medesime reazioni positive che vennero riservate da platee istituzionali e manageriali ai precedenti Governi Monti e Letta.
In favore di Matteo Renzi c’è in più l’impressione di una sua decisa volontà di imprimere velocità e forza alle riforme che all’unanimità sono ritenute irrimandabili e che fin qui hanno latitato. Come al solito gli scontri in merito non mancano e come ogni cosa esse possono essere perfettibili, ma la necessità di affrontare certi problemi e certe tematiche, consolidata nel tempo ma mai concretizzata, è ovvia.

Renzi dunque si trova in una posizione privilegiata dalla quale il suo compito è relativamente semplice: seguire un deciso e rapido piano riformatore senza fare sconti ed eccessive concessioni, nel caso in cui opposizioni, attriti e scontri portassero alla crisi di Governo ed al limite allo scioglimento delle Camere ed al voto, Renzi potrebbe, a ragione, dire di aver provato il tutto e per tutto e di essere stato osteggiato, forte del fatto che nel caso di una nuova tornata elettorale avrebbe la vittoria quasi scontata.

Questo cambio di passo, del quale il paese aveva da tempo bisogno perché stava morendo nella staticità e nell’impotenza, può essere positivo se fatto con criterio, il che vuol dire pianificando il breve, il medio ed il lungo termine e coinvolgendo le persone giuste, quelle competenti, nelle posizioni chiave delle istituzioni, delle commissioni e dei segretariati tecnici, analogamente vale per le aziende che, con le risorse migliori, dotate di spiccata visione strategica ed inclini all’innovazione, dovrebbero interfacciarsi con il Governo per elaborare piani di crescita e strategie che siano proficui per entrambi. A maggior ragione il ragionamento vale per coloro che saranno scelti per andare al Parlamento Europeo a seguito delle elezioni di maggio. Il contesto comunitario, se non si vuole che l’Europa perisca nella sfida della globalizzazione e sotto i colpi degli anti-europeismi imperversanti, dovrà essere certamente riformato, ma assumerà sempre più importanza ed un primario ruolo decisionale per impostare politiche generali che poi dovranno essere adattata ai singoli contesti. Meritocrazia come driver quindi che, come per ogni elemento dell’umana sfera, non esula da errori, ma al contempo da la certezza che gli sbagli non siano interessati, che possano essere ammessi in onestà e rimediati ponendo il bene dei cittadini italiani ed europei al primo posto, circostanza decisiva ma fino ad ora non scontata per il nostro paese.

Tra i provvedimenti del programma di riforme previsto dall’Esecutivo vi è anche l’inserimento di un salario minimo garantito (parte del JOBS Act), che è stato un tema centrale dell’intervento del Viceministro a Cernobbio. Ha fatto scalpore la dichiarazione di Morando secondo la quale il salario minimo è una proposta concreta così come la galera per coloro i quali non lo rispettassero. I manager presenti non hanno manifestato particolare avversione, anzi si sono mostrati piuttosto favorevoli diversamente ad alcuni media. Non si comprendono, a parte il nodo delle risorse, le motivazioni ostanti, il salario minimo esiste in molti stati europei, in Germania è stato introdotto da poco e vale 8.5€ all’ora, in Usa invece Obama lo ha recentemente aumentato a 7.5$ all’ora. Qualora poi una norma simile entrasse in vigore e fosse stato comprovato dai tre gradi di giudizio previsti e partendo dal presupposto di innocenza che un datore l’avesse infranta non si comprende perché l’avvio di una procedura penale nei suoi confronti fosse opinabile. In tutto il resto del mondo non lo sarebbe affatto, come in tutto il resto del mondo i reati di evasione, bancarotta, aggiotaggio e tutto l’insieme dei reati finanziari sono perseguiti e punti duramente; nel nostro paese invece ci siamo abituati a pericolosi patteggiamenti o a pene irrisorie rispetto al maltolto.
Questo gridare al giustizialismo sempre e comunque e simili meccanismi devono essere estirpati perché fanno parte delle armi per la conservazione, in difesa dello satus quo, per impedire il cambiamento, uccidere la meritocrazia, ampliare la disuguaglianza, osteggiare l’innovazione e la realizzazione dei sogni e delle ambizioni di coloro che onestamente si impegnano e che ancora ingenuamente credono di potercela fare da soli.

Le tempistiche che il Viceministro ha dato non sono immediate. Realisticamente ha detto che le misure potranno avere qualche efficacia a partire dal 2018, richiedono dunque una continuità di Governo che, urne permettendo, dovrebbe andare anche oltre la fine naturale del mandato e che testimoniano il concetto secondo il quale il cambiamento, necessario e non ritardabile in certe situazioni, non deve distruggere valore e quanto fatto di utile e strategicamente ben pianificato in precedenza. Tre anni dunque (ma a mio avviso anche qualche cosa in più), a patto di avviare immediatamente i processi di riforma sia in Italia che in Europa, dove le cose si complicano ulteriormente anche se le ondate di anti-europeismi potrebbero contribuire ad un cambio di impostazione da parte delle istituzioni; anni durante i quali deve essere messo al centro il merito ed il capitale umano ed in cui dobbiamo pensare di sacrificarci, di essere flessibili ed adattabili, nel mondo del lavoro in particolar modo, che non torneremo nel medio periodo al livello di benessere, di consumi e di capacità di spesa che avevano i padri, a maggior ragione la generazione dai 30 in giù, in sostanza saremo tutti più poveri.
Un senso di concretezza e disillusione è stato dato anche dai pochi numeri sciorinati: per una diminuzione del cuneo fiscale che abbia qualche effetto tangibile ed allineato al resto di Europa non sono sufficienti i 10 miliardi destinati al taglio dell’ IRPEF, ma ne servono almeno 32 in maggior parte derivanti da strutturali ottimizzazione e tagli della spesa che comunque dovrà contribuire sensibilmente, assieme alle privatizzazioni, anche alla riduzione del debito. Arduo lavoro quindi per Cottarelli.

Dalle dichiarazioni di Morando in quel di Villa D’Este è stata percepita la volontà di non illudere, di far capire che il lavoro da fare è tanto, il percorso lungo e per ora solo in fase embrionale. Non è il momento dei proclami e delle parole, ma quello dei fatti, delle persone, della collaborazione tra generazioni, aziende, sindacati ed associazioni. Siamo tutti in attesa che si agisca e che si “faccia”, inoltre le reali aspettative che è lecito avere dovrebbero essere divulgate a platee più ampie e popolari in modo che non nascano tra i cittadini false illusioni.

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06/04/2013
Valentino Angeletti
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