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Economia e politica italiane nelle mani dell’UE, mai come ora

Distogliendo per un attimo, anche se con estrema difficoltà, l’attenzione dalle tremende stragi e dagli attentati che si stanno susseguendo in modo preoccupante, facendoci sorgere sempre più eterogenee domande sulla sicurezza europea, sulle politiche di integrazione, ma anche sul malessere mentale che sembra avvolgere come un manto l’intera umanità dall’estremo Sol Levante fino al più frenetico occidente, riemergono le problematiche economiche del nostro paese.

Le perplessità provengono direttamente dal G20 di Ghengdu, in Cina , al quale ha partecipato il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan. Lo scenario economico globale è in rallentamento, questa è la conclusione più cruda, e l’Italia non fa eccezione, anzi, amplifica quello che è il trend globale.

Nel nostro paese il PIL 2016 crescerà meno dell’ atteso 1.2%, non raggiungerà l’1%: l’Fmi ha stimato lo 0.9%, Bankitalia lo 0.8%, mentre il Ref addirittura lo 0.6%.

Alla luce di questi dati serviranno risorse aggiuntive così da poter centrare gli obiettivi di bilancio, ed in particolare il rapporto deficit/PIL, richiesti dall’UE (4-5 mld per bilanciare il calo del PIL), per disinnescare le clausole di salvaguardia come aumento IVA (8 mld) ed accise, nonché per mantenere le promessi di Bonus e detassazione avanzate prepotentemente dal Premier. In totale sono circa 20 i miliardi da reperire nella ventura legge di stabilità. L’obiettivo “20 mld” è evidentemente irraggiungibile ed a questo si aggiunge anche il problema del settore bancario italiano, che secondo il Ministro Padoan è sotto controllo, ma che sicuramente andrà gestito, e non sarà completamente gratis per le casse dello Stato, ad iniziare da MPS che attualmente si trova a ridosso dei minimi storici.

Parte della franta del PIL italiano, che già non correva come una monoposto da F1, potrebbe essere giustificata dalle problematiche condizioni al contorno, come le elezioni americane, dove Trump, secondo i sondaggi, avrebbe sopravanzato la Clinton, il tentato colpo di stato in Turchia, e, soprattutto, la Brexit.

Seppur sicuramente influenti, le sopraccitate, sono solo giustificazioni parziali e che non spiegano perché il nostro paese sia sempre il meno performante. Il referendum britannico ha fatto perdere all’Italia circa un decimo di Pil, decisamente peggio rispetto all’Eurozona che, nonostante il “leave”, ha incrementato il tasso di crescita di un fattore pari a 0,1 e registrerà quest’anno un Pil in aumento dell’1,6%.

Contro le stime di Bankitalia, che pongono il PIL del nostro paese in crescita per il Q2 2016 dello 0.15% invece che dello stimato 0.25%, si potrebbe argomentare che il PIL è in risalita per il quinto trimestre consecutivo; il che è vero, ma è anche vero che nel 2014 la recessione era ancora realtà, ed allo stato attuale, rispetto ai valori pre crisi del 2008, l’Italia si colloca ancora ben 8.5 punti percentuali al di sotto, a fronte degli altri partner che segano performance sicuramente migliori:  la Germania quest’anno crescerà dell’1,6%, la Francia dell’1,5% e la Spagna ben del 2,6%.

Questa disparità di andature all’interno di paesi europei simili fa da conferma di come siano sì le politiche europee a dover essere riviste, ma all’interno del nostro paese è necessario un pesante intervento sul piano economico che fino ad oggi è mancato ed è stato relegato sempre ad una priorità inferiore, sacrificato rispetto a riforme indubbiamente utili ma che avranno effetti, se ne avranno, nel lungo periodo. Allo stato attuale serve intervenire subito raccogliendo immediatamente risultati che dovranno  poi avere natura strutturale nel più lungo periodo.

Il Governo Renzi è probabile che userà l’impatto della Brexit, le scie di terrorismo ed il rallentamento globale generale, per avanzare richieste di ulteriore flessibilità in Europa la quale sapendo bene quali sono realmente gli impatti di questi eventi, deciderà o meno se acconsentire. La linea seguita fino ad ora da Bruxelles farebbe propendere ad un rifiuto, ma vi è l’incognita del referendum costituzionale che Renzi ha posto come punto chiave per proseguire la sua avventura di Governo. L’aggiornamento al DEF sarà discusso in autunno, probabilmente qualche settimana prima del referendum costituzionale che si potrebbe tenere a novembre, per poi passare alla revisione definitiva da parte della Commissione nel periodo primaverile. Ora, se il DEF fosse molto peggiorativo per i cittadini, nel senso che la necessità di reperire risorse si rispecchiasse in un incremento di tassazione in modo più o meno occulto, e le clausole di salvaguardia ne rappresenterebbero l’evento più lapalissiano,  ciò potrebbe riflettersi sull’esito del referendum, che già vede in vantaggio il fronte del “NO” opposto al Governo, il quale con la previsione di un aumento di tassazione sarebbe ancora più impopolare. La vittoria del “NO” potrebbe avere come conseguenza l’abbandono del Premier e quindi una fase di instabilità istituzionale che rappresenterebbe una enorme incognita in un panorama Europeo già indebolito.

Bruxelles pertanto potrebbe trovarsi di fronte a due scelte:

  • supportare il Governo concedendo altra flessibilità ed appoggiando più o meno velatamente il “Sì” al Referendum confermativo;
  • non acconsentire allentamenti dei vincoli di bilancio, mettendo in conto una eventuale crisi  di Governo.

Nel caso della seconda opzione, con tutta probabilità, Bruxelles ha già in mente un Esecutivo successivo a Renzi, che non potrà essere che tecnico, quindi nomi del calibro dell’attuale Ministro Padoan o il Presidente del Senato Grasso.

Mai come ora, benché molto nascostamente, i destini economici e politici del nostro paese sono in mano a Bruxelles, del resto, considerando i risultati non ottenuti in questi anni, difficilmente avrebbe potuto essere altrimenti.

 

25/07/2016
Valentino Angeletti
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A Cernobbio la prima di Renzi, tra dati Italiani “incoraggianti” ed epocali migrazioni. Lo scenario totale, però, non offre certezze.

Come la ciliegine sulla torta, o il dulcis in fundo dei luculliani banchetti romani, è proprio alle ultime giornate del Workshop Ambrosetti, tenuto annualmente nella amena Villa d’Este di Cernobbio, che si presentano i pezzi da novanta della politica. Oggi è stata la volta del Ministro dell’Economia Padoan, mentre ieri del Premier Renzi.

Ricordiamo la scorsa edizione fu disertata dal Premier, con fare che alcuni ritennero un po’ snob, motivando che preferiva recarsi ove si creava vero lavoro, di voler confrontarsi con l’economia reale; scelse quindi di visitare una rubinetteria lombarda. Face le sue veci il vice ministro dell’economia Morando, che parlo, con grande realismo, cercando di riportare tutti con i piedi per terra, presentando una situazione complessa di crisi, la cui soluzione si sarebbe potuta vedere, con immani, sforzi, impegno e determinazione, solamente nell’arco di decenni (Link Ambrosetti 2014). Evidentemente il pensiero di Renzi quest’anno è stato differente, a meno che a Cernobbio non si fosse allestita una raccolta di curricula….

I temi centrali toccati da Renzi sono stai quelli dei risultati ottenuti, in primis l’abolizione dell’Articolo 18, nel contesto di un Jobs Act che lascia perplessi sotto molti aspetti, non ultimo quello dell’eliminazione dell’articolo 2 che regola il controllo a distanza dei lavoratori a mezzo di cellulari, tablet, pc aziendali, ora possibile senza accordi sindacali, che si ritiene essere una grave perdita di diritto per i lavoratori. Analogamente,l’abolizione dell’articolo 18, e quindi la possibilità di licenziare anche per le grandi aziende oltre 15 dipendenti (che rappresentano la minima parte di quelle operanti nel paese), non si ritiene essere uno strumento di flessibilità adeguato al mercato del lavoro italiano, che rimane stagnante. Se negli Usa o in Uk la flessibilità è un valore spesso ricercato dai singoli, in quanto consente progressioni di carriera e miglioramenti salariali per via della dinamicità economica e occupazionale, in Italia, ove vi è stagnazione e poca richiesta di lavoro, sembra più uno strumento di ricatto per i lavoratori e che può essere utilizzato da aziende malintenzionate.

Il Premier ha poi rammentato il percorso quinquennale per il taglio delle tasse a cominciare dall’imposta sugli immobili (Link a riflessione su IMU e TASI), proseguendo con quella sulle imprese e sul lavoro e che dovrebbe toccare i 50 miliardi in 5 anni. L’importanza del taglio fiscale è stata ribadita dal Padoan il giorno successivo, inserendola tra quelle necessarie per consentire ripresa economica e dei consumi. A tal proposito però va detto che senza una lotta all’evasione, che costa quasi 100 mld all’anno, ed una spending review puntuale e precisa, senza incidere su servizi già in sufficienti in molti casi, sarà difficile ottenere questi risultati, a meno di non ribaltare l’imposizione, come già fu prassi, su comuni e regioni. In parallelo al proposito del Premier, viene il richiamo all’attenzione della CGIA di Mestre che ricorda la necessità di reperire immediatamente 1.4 miliardi onde evitare l’aumento delle accise, previsto dalle clausole di salvaguardia, dietro l’angolo se non vengono reperiti 10 miliardi da spending review.

Renzi si è poi soffermato sulla necessita di proseguire con le riforme e sui risultati dei parametri economici, presentando con orgoglio il fatto che la crescita, che dovrebbe raggiungere a fine anno lo 0.6 – 0.7%, sia migliore delle ultime stime (ma in realtà perfettamente in linea con quanto previsto lo scorso anno), quindi, agli occhi di Renzi, la via intrapresa è giusta, l’Italia cresce come gli altri stati d’Europa: pare quasi una manifestazione di immane potenza, ed un incredibile successo. In realtà l’Italia cresce la metà rispetto alla media UE (1.4 – 1.5%) ed è fanalino di coda tra gli stati membri, assieme a Grecia, Finlandia ed Irlanda.

Inoltre non va dimenticato come il contesto globale, e questo, Padoan, di ritorno dal G20, lo ha ricordato, sia complesso. Solo gli USA mantengono tassi di crescita elevati, la Cina, seppur crescendo, non riesce più a rimanere attorno al target governativo del 7-8%, dovendo fare i conti con una realtà che, epurata da speculazione e finanza ombra (ed in futuro con i temi ambientali e dei diritti umani), non è più così devastante, complice anche la maggior magnitudine dell’economia cinese nel suo complesso. L’area UE, ed in particolare tutti i paesi emergenti (a meno dell’Africa che però ha una economia, nel suo complesso, ancora troppo piccola per poter far da traino globale), stanno vivendo un periodo di stallo, con crescita tentennante e non strutturale, sicuramente non stabile nel lungo periodo.

Questo complesso scenario, ove la domanda rimane bassa e quindi l’offerta, già satura, pure rallenta, viene in un periodo in cui le congiunture macroeconomiche sono tutte molto favorevoli e difficilmente ripetibili (QE in Usa e poi un UE, bassi tassi ovunque quindi costo del denaro ai minimi, prezzo del greggio basso) e ciò non può che destar sospetti sulle prospettive future, che vengono ulteriormente minate dalle possibili decisioni in tema monetario delle banche centrali Statunitense e Cinese.

Difficile quindi credere, che in un mondo così globale ed interdipendente, oltre che interconnesso, qualche “zero virgola” della crescita italiana ci possa mettere al sicuro per gli anni a venire e possa far da presupposto ad una reale ripartenza. Sembra più un fisiologico rimbalzo una volta toccati i valori minimi, in tutti i settori, da quando si tengono i dati delle serie storiche.

Altro tema toccato in modo pesante ed al quale hanno fatto riferimento anche i messaggi del presidente Mattarella e del Papa, sono stati i flussi migratori. Essi da anni, ma rappresentano una dinamica mondiale del prossimo futuro, son un evidente problema, e, dando atto a Renzi, è vero che l’Italia e la Grecia sono state lasciate sole, con la scusa che fondi europei venivano loro corrisposti per affrontare il problema. Adesso la questione si sta espandendo, pur non avendo mai smesso di causare morti, e l’opilione pubblica europea si sta sensibilizzando maggiormente. A questa maggior sensibilizzazione hanno contribuito le ultime tragedie: il tir in terra austriaca a con 71 cadaveri, e la foto del corpo esanime di un bimbo riverso sulla spiaggia; purtroppo, queste altro non sono che manifestazioni visive di quanto già ben sapevamo tutti in coscienza e cuor nostro e dispiace che debbano essere le immagini, peraltro crude e violente, a responsabilizzarci, come se i soli intelletto e capacità di ragionamento non ci fossero sufficienti.

La Germania, una volta ostile all’accoglienza totale (ricordiamo il pianto della bimba migrante quando una realista Merkel le faceva notare con parole schiette che la Germania non li poteva accogliere tutti), ha cambiato ora approccio ed è diventata patria dell’accoglienza e dei benvenuto ai migranti, idem per l’Austria e per la Finlandia (il Primo Ministro ha messo a disposizione la sua seconda sontuosa villa per accogliere i migranti), finanche all’UK, per la prima volta favorevole all’uscita dall’UE secondo i sondaggi, che si è impegnata ad accogliere 15’000 profughi andando direttamente a prelevarli nei paesi interessati, Siria principalmente (per evitare ondate incontrollate di migranti), pur non aderendo alla redistribuzione delle quote prevista dall’UE. A restare ostili rimangono le Nazioni dell’Est, come l’Ungheria di Orban, che invero sono solo un passaggio per giungere alla meta finale.

Se questo ritrovato spirito di solidarietà, aiuto ed accoglienza, saranno utili a salvare vite ed a meglio gestire il problema, sarà senza dubbio un buon risultato, ma, in particolar modo in riferimento alla Merkel, mi sorge (ma io sono malizioso, troppo forse) il tremendo dubbio che, considerando l’impatto sull’opinione pubblica dei cruenti fatti ed immagini che l’hanno mossa a pietà per i disperati che si imbarcano in un viaggio infernale con alta probabilità di morte, si sia convinta ad attuare una politica fortemente rivolta all’accoglienza per far salire ulteriormente la sua popolarità nei sondaggi. Una mossa più dettata dalla propaganda elettorale in vista delle venture elezioni, che dal buon cuore teutonico.

Tra qualche mese vedremo se la Germania sarà ancora “casa di tutti i popoli” ed in ogni caso questo dubbio non potrà essere sciolto con certezza.

06/09/2015
Valentino Angeletti
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G20 di Brisbane tra Economia, Geopolitica, Clima cioè nulla di nuovo, stallo, rinvii

G20-Brisbane-Australia-2014Proprio in queste ore si sta concludendo a Brisbane in Australia la prima delle due giornate del G20. L’evento come di consueto ha attirato le attenzioni delle cronache e dei mass media mondiali e del resto, essendosi mossi tutti i Premier delle maggiori economie mondiali più alcune “whitecard”, non poteva essere altrimenti.

Quando ancora poco è trapelato dei discorsi ufficiali, cosa è lecito attendersi da un simile consesso? A dire il vero non molto rispetto a quanto già non si sapesse. Probabilmente a far da padroni saranno temi come l’economia, la geopolitica, il clima e forse l’emergenza ebola.

Riguardo all’economia è già chiara la direttrice che verrà seguita, l’obiettivo è quello di portare di qui a 5 anni il PIL mondiale a crescere del 2% (circa 2 triliardi di dollari) ed al momento il vero fardello e la vera mina vagante economica è l’Europa. I propositi e le indicazioni per il vecchio continente saranno senza dubbio quelli di abbandonare, almeno momentaneamente, l’austerità e svolgere politiche più mirate alla crescita, agli investimenti ed all’occupazione proseguendo nell’intento di riformare un sistema di governance che, sia per l’UE che per molti dei paesi membri (tra cui l’Italia), non è più al passo coi tempi. Alcune stoccate sono già arrivate sia dal Tesoro statunitense sia dal FMI che hanno redarguito nuovamente Europa e BCE per aver proseguito per troppo tempo con politiche poco espansive e troppo rigoriste, pur avendo l’esempio statunitense a portata di mano: i livelli di crescita sono troppo bassi, l’inflazione quasi a zero, la disoccupazione in certe aree, le stesse ove stentano gli investimenti ed i consumi, drammatica e le stime sono state ulteriormente tagliate da molti istituti, in definitiva uno scenario ben vicino all’essere ormai compromesso (da tempo si fa notare che non c’è più tempo). In particolare viene proprio dal portavoce del Tesoro USA l’allarme secondo cui (e qui lo si era già scritto) i 300 miliardi di investimenti (di cui l’Italia, con un piano di investimenti inviato proprio poche ore, fa ha fatto richiesta per una quota fino a 40 miliardi) promessi da Juncker sarebbero inadeguati. Se guardiamo la cifra con gli occhi degli statunitensi, che per mesi e mesi si sono visti erogare 85 miliardi di dollari “fior di conio” dalla FED con l’obiettivo di raggiungere determinati target di disoccupazione (<6%), l’affermazione non pare per nulla campata in aria. Di qui il caloroso consiglio di fare di più, incluso l’acquisto di titoli sovrani da parte della BCE dando il via al più classico dei QE con eventuale buona pace della Germania.

Questi moniti o consigli fraterni li abbiamo sentiti ripetere più e più volte, ma fino ad ora poco hanno sortito perché l’EU, influenzata (crediamo di sì, e molto) o meno da elementi interni, è parsa non recepirli, pur avendo ormai raggiunto la condivisa opinione di dover lavorare sul fronte della crescita, occupazione, giovani ed investimenti, ma a quanto pare senza un vero piano .

Sul lato geo-politico oltre alla Libia e la Siria sarà la questione Ucraina a tener banco. Le tensioni nelle aree dell’est si sono nuovamente fatte pesanti e Putin si è presentato con atteggiamento belligerante seguito da un paio di navi da guerra ferme a largo del continente oceanico che hanno destato non poche preoccupazioni (dalle chiavette USB del G20 Russo alle navi da guerra: di sicuro mostra eclettismo lo Zar). Il Primo Ministro ha poi alzato ulteriormente i toni rispondendo ad alcune interviste in merito alle sanzioni ancora in vigore contro Mosca che lui non ha intenzione di stare all’angolo e che se proseguiranno si vedrà costretto a prendere provvedimenti. Ha ricordato quanto grande sia la dipendenza europea dal gas russo e la possibilità di lavorare per combattere la supremazia del Dollaro negli scambi di combustibili fossili che avrebbe contribuito ad un drammatico ribasso dei prezzi. Temano gli Stati Uniti, ma tema anche la Germania perché se decidesse, come sembra, di proseguire o addirittura di inasprire le sanzioni, potrebbero essere messi a repentaglio i 300’000 posti di lavoro che le imprese tedesche impiegano nel suolo russo, ha paventato lo Zar.

L’atteggiamento ferreo di Putin, che fino all’ultimo sembrava intenzionato ad abbandonare i tavoli dopo il primo giorno, i bilaterali tra il capo del Cremlino ed i Leader Canadese e Britannico carichi di tensioni su Ucraina e sanzioni ed il ritorno delle violenze, invero mai cessate, nelle regioni del Donbass, Lugansk ed in tutto l’est ucraino, lasciano trasparire due aspetti che gli interessati vorrebbero mascherare ma che emergono lampanti: il primo è che anche l’economia russa è alle strette, la crescita è stata ben inferiore del previsto ed anche il predominio energetico potrebbe essere messo in discussione dalla rivoluzione americana, di qui le mosse per fortificare i colossi Rosfnet e Gazprom tramite acquisizioni trasversali nel campo energy ed Oil&Gas. Putin dunque mentre cerca di stringersi di più con la Cina, per la quel comunque rimane poco più che un potenzialmente forte fornitore energetico e di qualche altra materia prima (nulla in confronto ai rapporti commerciali tra Cina ed USA che spaziano dalle infrastrutture alla tecnologia), vuol continuare a difendere ed interpretare la parte della tigre ruggente, apprezzata in patria, mentre in realtà potrebbe rischiare di diventare a breve una tigre in gabbia. Il secondo aspetto riguarda invece la totale incapacità europea nel gestire la situazione ucraina nonostante i tavoli, i trilaterali, gli incontri diplomatici in territorio neutro e le sanzioni le quali non è ben chiaro se abbiano colpito di più la Russia o l’Europa. L’UE non ha parlato una lingua comune, ha dimostrato la sua persistente fragilità ed inconsistenza a livello strategico e non ha saputo trovare una linea in politica estera condivisa tra i vari membri, anche in tal caso come sul fronte economico, sempre in bilico nel dover scegliere tra interessi propri oppure collettivi.

Infine una nota sul clima. Il tema sembrerebbe quello più promettente in senso positivo perché parte da un accordo tra USA e Cina dichiarato la settimana scorsa nell’incontro tra le economie del Pacifico e perché Obama ha detto di destinare 3 miliardi all’ONU per supportare i paesi più poveri nello sviluppo di tecnologie (principalmente energetiche) verdi. La realtà però è un’altra e ben più complessa, l’accordo “USA – Cina” prevede che gli Stati Uniti riducano di qui al 2025 del 26-28% le proprie emissioni di CO2 mentre la Cina entro il 2030 dovrebbe ridurre le emissioni di picco (il che vuol che la media delle emissioni Cinesi potrebbe anche non diminuire). Considerando le tempistiche in atto e le frizioni occorse è come se con l’accordo si fosse rimandato tutto almeno al 2015 con il vertice climatico parigino. Allo stato attuale e viste le previsioni IPCC (e di molti altri enti di ricerca) non è possibile attendere 10-15 anni, le azioni dovrebbero essere molto più rapide, ma in molte occasioni si ha la sensazione che, nonostante le parole e le dichiarazioni di intenti, non si voglia sacrificare la crescita del PIL, differente dal benessere collettivo e diffuso, per l’ambiente. Anche i 3 miliardi di $ di Obama, ai quali dovrebbero aggiungersene altri 1.5 dal Giappone proprio durante il G20, a prima vista ben più concreti per rimpinguare il fondo ONU attualmente di 3 miliardi e che punta ai 10, in realtà sono ancora molto ipotetici. Si tratta infatti della promessa di una anatra zoppa che poi dovrà fare i conti con la maggioranza parlamentare repubblicana sicuramente non così favorevole ad una simile spesa.

Questi incontri e questi prestigiosi tavoli che fanno così scalpore sono buone occasioni per ribadire linee guida ed intenzioni spesso già ben note, ma è impensabile che tutto ciò di cui si discute e su cui si conviene possa essere realizzato. La prima ragione è perché oltre alle parole servono piani concreti che non si costruiscono nei due giorni di consesso, ma avrebbero già dovuto esserci quando invece pare non siano stati elaborati anzi sembra sempre che attorno ai discorsi, usualmente molto condivisibili, ben poco vi sia di tangibili; insomma chiuso l’evento si va a cena ed il compitino è sbrigato. La seconda motivazione è che, differentemente rispetto a quando ci si limita alle sole parole, quando viene il momento di decidere, troppo spesso sono gli interessi personali/nazionali a spingere in una direzione piuttosto che in un’altra.

Nulla di nuovo sul fronte economico, stallo in geo-politica e rinvii sul clima, questo sembra quello che partorirà il G20 australiano, e sarà così per ogni nuovo vertice fintanto che non verrà davvero deciso di adottare una linea comune verso una direzione comune la quale, sia ben chiaro, non potrà necessariamente essere la migliore in ogni settore per ciascun contraente, è di ciò che se ne dovrebbero fare una ragione in tanti.

15/11/2014
Valentino Angeletti
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La lenta fretta del G20 ed una realtà italiana più tartaruga che Achille

Come accaduto nei giorni scorsi all’Ecofin e consessi affini anche all’ultimo meeting G20 australiano non sono emerse grandissime ed eclatanti novità. Si tratta degli stessi allarmi e delle stesse possibili soluzioni di massima per il perseguimento delle quali rimane comunque un certo disaccordo tra i protagonisti. Ripetendo quanto detto per il meeting economico europeo (Ecofin1 – Ecofin2) pare che gli ingredienti siano ormai scelti e condivisi (sembrava lo fossero anche durante la campagna elettorale per le europee del 25/05), ma non si sappia in che ricetta impiegarli … un primo, un secondo o un dolce? Ed anche una volta scelta la portata, che cosa si vuole cucinare?,

Questa continua assenza di allineamento che fa si che oltre ai corposi report ben poco all’atto pratico scaturisca da simili eventi è in palese contraddizione con uno dei messaggi fondamentali che sempre si ribadiscono, e questa volta non fa eccezione, ossia che c’è fretta e che si deve agire il più rapidamente possibile con soluzioni concrete e che portino risultati.

Di seguito per chi volesse approfondire, si allegano alcuni link che descrivono e commentano il G20 di Cairns.

Repubblica G20-Padoan
Repubblica G20 infrastrutture
Quotidiano.net Ripresa incerta
AGI Padoan crescita incerta

I 20 che rappresentano l’85% dell’economia globale lanciano un (ben noto) allarme dicendo:

“i rischi per l’economia globale sono aumentati negli ultimi mesi”.

Non volendo sembrare stucchevole mi vien da dire che, osservando la crisi mediorientale, la questione russa, ma anche i rallentamenti delle economie emergenti, le tensioni a livello monetario e la difficoltà della Cina a raggiungere il target 2014 di crescita del 7.5%, non ci voleva certo il G20 per appurarlo. Nonostante questo alert la stima di crescita, già vista al ribasso, del 2% per l’economia mondiale nei prossimi 5 anni viene ritoccata appena all’1.8%. A fare la differenza però è il diverso ritmo di crescita. Considerare USA, estremo oriente, Africa ed emergenti è ben differente che considerare l’Europa. L’UE cresce meno e più lentamente, la Germania è stata esortata a fare di più soprattutto utilizzando il proprio surplus commerciale; i rappresentanti tedeschi, ad iniziare dal Ministro Schauble hanno ribadito che non con la flessibilità si esce dalla crisi, ma con il rigore dei conti e con le riforme in capo ai singoli stati, difendendo ancora una volta il proprio status-quo. All’interno dell’Eurozona l’Italia non cresce proprio.

A ricordare che siamo in recessione tecnica (per il terzo anno consecutivo) è il Ministro Padoan che però, ottimisticamente, afferma che la crescita tornerà nel 2015 e che siamo in una condizione in cui le riforme servono immediatamente. Anche in tal caso la scoperta non è nuova, in questa sede lo si ripete da mesi e mesi, quasi anni che il tempo è scaduto. La crescita mondiale, e quella italiana del 2015 se vi sarà sarà inferiore forse appena qualche decimo di punto percentuale, non è sufficiente per creare lavoro, imprescindibile per una ripartenza economica stabile, per supportare i consumi ed abbattere gli scenari deflattivi, quindi non lo sarà probabilmente neppure nel nostro paese. Se lo scenario deflattivo continuasse a persistere, secondo Fitch la recessione del Bel Paese potrebbe protrarsi più a lungo, almeno per tutto il 2016, con debito/Pil tendente al 150%, disoccupazione oltre il 13% e conti pubblici a rischio; differente invece lo scenario più ottimistico in cui l’inflazione tornasse a salire, quindi una conferma che le azioni e le misure debbano avere carattere di urgenza.

L’accento del G20 è nuovamente posto sulla necessità di investimenti, concetto ancora ribadito e che in Italia sia il MEF sia Confindustria e Sindacati sia Bankitalia hanno già indicato come priorità indiscussa. Abbiamo però già scritto che per l’investimento serve un intervento pubblico sostanzioso ed un substrato economico in grado di attirare capitali privati che dovrà comprendere defiscalizzazione e minore costo del lavoro, minor burocrazia, più certezza e chiarezza normativa, giudiziaria e legislativa, possibilità di un business profittevole che vale a dire uno scenario di crescita e competitività; si torna dunque alla necessità di un sostanzioso e rapido pacchetto di riforme. Tra gli investimenti i 20 identificano prioritari quelli infrastrutturali, ed allora è evidente che il supporto pubblico è necessario e che quindi lato italia non sia compatibile con un rigido rispetto dei patti europei come il fiscal compact ed il rapporto defcit/PIL sic stante. Per gli investimenti vi è un piano del G20 per creare una grande banca dati dove investitori e progetti possano essere visibili l’uno l’altro in modo da far da luogo virtuale di contatto ed acceleratore.

Un altro punto interessante riguarda l’intenzione di ridurre elusione ed evasione fiscale da parte dei grandi colossi che riescono a non pagare tasse nei paesi dal fisco più alto servendosi di meccanismi di controllate e succursali in paesi a fisco agevolato, cosa peraltro spesso legale e che nell’ambito Europeo (e qui lo si è scritto fin dai primi articoli, ormai oltre 200 fa) non può prescindere da una armonizzazione normativa e fiscale ove le differenze tra i vari paesi vengono livellate e non sia più possibile lavorare in Italia ma fatturare in Lussemburgo, Olanda, UK o Irlanda che con il suo 12.5% di Corporate Tax ha fatto di questa caratteristica la base della sua ripresa e degli introiti per rientrare dal debito contratto con la Troika. Un meccanismo di scambio automatico di dati dovrebbe entrare in vigore sia tra i paesi del G20 sia tra i membri ed i non membri nel 2017/18.

Non è mancata poi l’occasione per puntualizzare il ruolo della BCE. Secondo il ministro del Tesoro Usa, Jack Lew, le politiche della Banca Centrale Europea, fino ad ora poco reattiva e lenta, così come quella del Giappone dovrebbero essere ancora più espansive e prendere spunto proprio dalla FED. Il Ministro tedesco Schauble ed il Governatore della Buba Weidmann hanno nuovamente ribadito che in tal modo si aumenta ulteriormente il rischio di una bolla monetaria e speculativa, già alto dopo le recenti misure della BCE, la via è solo ed esclusivamente il rigore dei conti e le riforme.

Da queste brevi analisi si percepisce già che gli intenti sono comuni, gli strumenti di alto livello anche, ma come utilizzarli e mischiarli ancora non è chiaro, non vi è un piano unico, totale e globale neppure tra i grandi della terra, nonostante si assuma l’urgenza come assioma fondamentale ed indiscutibile. Inoltre la Germania, dominatrice della scena europea e con la più grande influenza su Bruxelles-Strasburgo, non sembra aver intenzione di alleggerire le proprie posizioni.

In Italia il concetto di fretta ed urgenza si amplifica rispetto ad altrove, ma si amplificano anche gli impedimenti ad azioni rapide incisive e concrete, del resto lo si poteva intuire un poco prima che c’era da sbrigarsi, dati tipo quello diramato dalla CGIA di Mestre che fissa ad 80 miliardi i consumi persi dal 2007, 3’300€ a famiglia e 1’300€ a persona, non son quelli che maturano dalla sera alla mattina.

Prendiamo ad esempio il pagamento dei debiti arretrati delle PA: i soldi pare che siano stanziati, ma solo il 50% è arrivato a destinazione proprio perché tra stanziare ed elargire la differenza è abissale, determinante per una azienda, dopo lo stanziamento subentra altra burocrazia, enti, provice, regioni, comuni, aziende pubbliche ed ovviamente l’intermediario bancario. Nonostante l’impegno poi il nostro paese continua ad essere un cattivo pagatore infrangendo le regole europee con una media dei pagamenti di 160 giorni (fino a 700 in certe zone del sud) a fronte dei 30, che arrivano a 60 nell’ambito sanitario, concessi dalla UE.

Le riforme sul lavoro e la discussione sull’articolo 18 rischiano di rallentare un ambito in cui servono risultati immediati sacrificandoli sull’altare delle ideologie e delle bandiere sia un una parte che dall’altra.

Il decreto sblocca italia dovrebbe favorire investimenti, ma, come si vede nel caso della TAP che è uno dei maggiori progetti europei e per il quale potrebbero decidere di porre come punto ultimo di approdo l’Albania (l’Italia quindi perderebbe investimenti) se non si riescono a risolvere i problemi in Puglia,  la TAV ed in ogni altro progetto dalle energie rinnovabili ai corridoi di viabilità le opposizioni locali, di enti, di popolazioni di associazioni, di comuni, di aziende hanno la capacità di bloccare, come se la burocrazia non bastasse, ogni opera infrastrutturale. Proprio quelle opere prioritarie per il G20.

Il taglio del fisco e dell’Irap per le imprese (già avvenuto assieme al bonus 80€ nella misura del 10%) è una priorità manifestata da Padoan, che però deve fare i conti con i proventi della Spending review, copertura per la defiscalizzazione, lentissima che ha visto il cambio di vari commissari, nella quale i tagli sono osteggiati e discussi da realtà come sanità o regioni (ed ogni centro di potere tagliato avrà da recriminare aspramente) e che dovrà essere divisa con l’obiettivo di riduzione del debito.

In tutto ciò ricordiamo come i lavori parlamentari si siano impantanati a causa dell’incapacità di rinnovare i membri di CSM e Corte Costituzionale che riguardo ai due membri esponenti di PD e PDL ha necessitato invano di 14 votazioni nonostante il patto del Nazareno. Ricordiamo che vi sono centinaia di riforme approvate dai vecchi governi che sono in “coda” attendendo il decreto attuativo e che ad esempio un elemento indiscutibile per attrarre investimenti e cavallo di battaglia degli ultimi esecutivi, l’agenda digitale con il suo piano per la digitalizzazione, la banda larga e l’abbattimento del digitale divide, rimane un punto di domanda, o meglio un report in un cassetto..

Nonostante tutto in questo frangente la velocità non sembra di questo paese…. per la gioia dei centri di potere.

Link:
FMI taglia stime PIL; riforme nella giusta direzione ma da applicare in un Governo che non sembra così coeso
OCSE taglia stime di crescita, scenario fragile. Serve più flessibilità parallelamente al processo di riforme
Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE
Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre
Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno
Draghi: parole “infraintendibili” per tutti, non per Schauble
Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza
Padoan: crescita molto lontana da quanto previsto. Indiscrezioni di un non facile tavolo segreto per vincoli europei più flessibili. Che questa volta sia quella buona.
Economia europea congelata, analisi, possibili soluzioni e rischi a valle dei dati di PIL Q2
Cinque analisi su alcuni fatti economico-politici salienti della settimana: 14/08/14
Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere
La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto?
Un difficile G20 per puntare alla resilienza

21/09/2014
Valentino Angeletti
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Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

Dal G20, il bicchiere mezzo pieno di Letta

A margine del G20 di San Pietroburgo il ministro dell’Economia Saccomanni rispondendo ad una intervista ha ricordato come, benché molto lentamente e debolmente, l’Eurozona mostri segnali di ripresa, tanto che, riferendosi ai dati Eurostat, i paesi della moneta unica sono fuori dalla recessione. Non l’Italia però, che ancora non riesce ad invertire il segno davanti al dato della crescita. Il Ministro ha poi fatto cenno all’instabilità politica che stiamo osservando a livello globale e soprattutto a livello nazionale che condiziona evidentemente gli investitori.

Più ottimista, sempre durante un’intervista a latere dell’evento, è stato il Premier Enrico Letta che si è detto soddisfatto ed orgoglioso che l’Italia non fosse “il sorvegliato speciale”.

Effettivamente dal punto di vista dei conti pubblici il Premier ha ragione, a partire dal governo Monti è stato raggiunto il fondamentale risultato, non senza sacrifici che purtroppo non sono ben rappresentabili ed immediatamente evinti dal freddo quoziente, di riportare il rapporto debito/pil sotto al 3% (prestazione migliore di Francia ed Olanda). L’Europa questo sforzo ce lo ha riconosciuto ed anche lo spettro della Troika (EU, ECB, IMF) è lontano, diretto verso la penisola ellenica che dovrebbe avere necessità di ulteriori aiuti entro il 2014 come ricordato da Schäuble e dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem (probabilmente attorno ai 5.5 – 6 mld €).

Esiste però l’altra metà del bicchiere, quella mezza vuota al quale in parte e velatamente ha fatto riferimento il Ministro Saccomanni. La strada delle riforme, che a dire il vero dovrebbero essere a carico sia nostro che dell’Europa attraverso ad esempio applicazioni della “Golden Rule”, è percorsa molto lentamente e posta in secondo piano rispetto ad altre problematiche più campanilistiche e poco lungimiranti. Questo fatto Bruxelles non manca occasione per ricordarcelo, come dalla capitale belga hanno intenzione di indagare in modo preciso le coperture per l’IMU, operazione non gradita all’Unione. L’instabilità politica che ormai caratterizza questa stagione e fa sussultare il Governo ogni giorno è costata al paese il declassamento da parte di S&P a BBB (luglio 2013). Vero che le agenzie di rating sono “odiose” ed oggettivamente in conflitto di interessi, però è sul loro giudizio che gli investitori (privati, governativi, istituzionali) basano la formazione del loro portfolio e sotto la categoria “Juck”, giusto due passi da BBB, non sono autorizzati per statuto ad investire.
L’ultimo declassamento subito è stato motivato non dall’andamento dei conti, ritenuto positivo, ma per dal debito a quasi il 130% del PIL e soprattutto a causa dell’instabilità politica, accentuatasi nelle ultime settimane, che osta qualsiasi misura per la crescita.
Ogni declassamento a livello nazionale si ripercuote poi sulle multinazionali nostrane e sulle banche detentrici del debito sovrano innescando un meccanismo che rende il rifinanziamento sempre più costoso colpendo più o meno direttamente l’intero paese (concessione e tassi su mutui e credito, ripercussione sull’occupazione e su politiche aziendali ecc).
È dunque giusto essere ottimisti, ma è anche bene non volare troppo alto lavorando sempre con la consapevolezza che qualcuno da est o da ovest ci tiene d’occhio. Non c’è da temere, a patto di sviluppare le tutte le nostre potenzialità e facendo quelle mosse che, ne più ne meno, è noto debbano essere fatte.

05/09/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn: Valentino Angeletti
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Un difficile G20 per puntare alla resilienza

Sarà un G20 estremamente difficile e delicato quello che si svolgerà giovedì 5 e venerdì 6 settembre, a San Pietroburgo, in Russia, si intrecceranno le problematiche economico-sociali con quelle geo-politiche e relative agli scontri in medio oriente.

Nelle ultime settimane le tensioni tra USA e Russia hanno progredito in crescendo, a cominciare dal caso Snowden fino alla vicenda della Siria. Russia e Cina, che con USA, Gran Bretagna e Francia rappresentano i cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’ONU, potrebbero porre veto alla bozza di risoluzione presentata da Cameron che prevedeva un intervento armato in risposta al presunto utilizzo di armi chimiche in Siria. Già prima della vicenda siriana esistevano addirittura dubbi sulla partecipazione di Obama al meeting, che in seguito ha confermato la propria presenza.
Nonostante si sostenga che quella siriana non è una vicenda che verrà trattata al G20 è innegabile che qualche risvolto lo porterà, le atrocità attuate non possono e non devono essere taciute ed inoltre, pur non essendo la Sira un grosso esportatore di petrolio, si trova in un aria strategica per l’approvvigionamento energetico del Mediterraneo. Gli scontri in Siria, in Egitto ed Libano, oltre al dramma umanitario di prima importanza, hanno fatto sfiorare al greggio quota 120$ al barile ed i prezzi dei carburanti sono in aumento, queste ripercussione saranno probabilmente inserite nei dibattiti.

Astraendo e ponendoci su un piano più elevato rispetto alle discussioni di dettaglio che verranno affrontate non c’è dubbio che debbano essere messi al centro della discussione il cambiamento che la società ed il mondo stanno vivendo, addirittura in molti casi subendo, e le interconnessioni globali che rendono sempre più complessi ed intrigati i rapporti tra paesi, continenti ed intere regioni geografiche.
Strettamente collegata al cambiamento ed alla possibilità do continuare a vivere con una elevati standard di benessere, ma al contempo in modo sostenibile, e diffondendo questo benessere alla platea più grande possibile, è la capacità dei singoli paesi ed aree di essere rapidamente resilienti rinnovandosi ed adattandosi proattivamente alle evoluzioni esterne, intraprendendo percorsi anche molto complessi per modificare stili, abitudini e più in generale sistema.

L’energia e l’ambiente saranno punti da affrontare e di sicuro Russia, Cina e USA (ma non solo) non si lasceranno scappare l’occasione. Anche nell’ “Energy and Environment” il cambiamento è evidente e rapido da un lato si dovranno analizzare le mutate esigenze energetiche, in particolare lo spostamento del baricentro della domanda, le differenti disponibilità dovute a nuove scoperte ed a tecnologie innovative e la necessità, essendo l’energia fonte di vita e bisogno primario per il benessere dei popoli, di cercar di rendere disponibile a tutto il globo sufficienti risorse energetiche per uno standard di vita dignitoso, dall’altro si dovrà fare i conti con l’ambiente sempre più sofferente e che non può sopportare ulteriori massicce immissioni di anidride carbonica ed in generale di veleni. L’impegno USA, che comunque non ha ratificato gli ultimi protocolli sul clima, è stato ribadito a più riprese da Obama che ha intenzione di imporre limiti di legge alle emissioni di CO2 alle aziende energetiche americane così come ha intenzione di investire sempre più in efficienza energetica domestica ed industriale, nel rinnovabile e nello shale gas. Analoghi impegni dovranno essere presi anche dagli altri paesi, in primis Russia, Cina e Canada, e sottoscritti, e ciò vale anche per gli USA, in modo formale nelle sedi deputate.

Le politiche monetarie dei vari Stati sono una questione che potrebbe sembrare troppo specifica e geograficamente limitata per essere affrontata in un G20, ma non è così. I soli annunci da parte della FED di un tapering, cioè riduzione dell’acquisto di titoli di stato, tramite stampa di nuovo denaro, che al momento ammonta ad 80-85 miliardi di dollari al mese, ha avuto un impatto importante sui mercati mondiali. E conseguenze ancora peggiori stanno avendo le crisi monetarie in India e Brasile dove per fronteggiare il rallentamento della crescita ha avuto luogo una enorme svalutazione delle valute locali che ha creato problemi al commercio, agli investimenti ed alle borse di tutto il mondo. Anche il rallentamento della crescita cinese che si è attestato al 7% circa (valore spaventoso per le economie sviluppate) e la politica del nipponico Abe si sono ripercosse sull’economia globale.

Il mondo della finanza e più semplicisticamente delle banche ha influenzato in modo drammatico gli ultimi anni. La decisione di unificare le banche d’investimento con le banche “commerciali” presa nel 1999 in USA ha contribuito, oltre che alla crisi dei mutui subprime iniziata nel 2008, alla deriva della finanza rispetto all’economia reale, creando un substrato di ricchezza virtuale ad appannaggio di pochi, così come han fatto, in modo minore, lo scandalo Libor o lo zelo del trader londinese di J.P. Morgan soprannominato la “balena di Londra”.
Il periodo pre-crisi è stato un periodo di indubbia crescita economica e prosperità viziato però da un fatto singolare nella storia, cioè che la ricchezza creata veniva incanalata verso pochissime persone aumentando sempre più marcatamente il divario tra i ricchi ed i poveri. Il Brasile, la Cina, la Russia ed in generale i paesi in via di sviluppo, ma anche quelli pesantemente basati sulla finanza come la Gran Bretagna e non dimentichiamo la stessa Italia vedono una disuguaglianza sociale enorme che il G20 dovrebbe discuterne al fine di implementare piani di intervento per riportare la finanza al servizio dell’economia. In tutti i periodi di crescita economica precedenti a quello conclusosi nel 2008 a beneficiare del maggior benessere era tutta la società, ciò dimostra una distorsione negli ingranaggi del sistema che necessità di un cambiamento radicale del paradigma ed in ogni caso di un maggior controllo, in particolare su tutta quell’aria finanziaria al momento non regolamentata, la shadow banking, popolata da derivati, cds, etf e strumenti che di per se non sono diabolici, ma non essendo stati regolati, avendo meccanismi incomprensibili se non a pochissimi esperti (il caso MPS dimostra come l’utilizzo di questi strumenti non sia banale neppure per addetti ai lavori) ed avendo superato per valore il PIL mondiale (poco meno di 70 mila miliardi di $) possono dare adito a speculazioni e crisi economiche e sistemiche di dimensioni catastrofiche.

In Europa problemi in paesi relativamente poco rilevanti come incidenza del loro PIL su quello dell’Eurozona hanno portato centinaia di miliardi di perdita in capitalizzazioni di borsa ed influito negativamente, in modo diretto sui loro cittadini, in modo indiretto su quelli europei, così come le scelte di politica monetaria della ECB o la propensione all’austerity della Germania hanno portato ripercussioni da est ad ovest.

Le interconnessioni tra le varie economie e la rapidità con cui enormi flussi di capitale e di investimenti, sia finanziari che reali (la Cina è molto attiva nel settore energetico, Oil&Gas e minerario), in poche parole la globalizzazione, si spostano tra zone geograficamente lontanissime a seconda della convenienza, rendono il sistema tanto interdipendente da ampliarne enormemente sia le potenzialità di crescita e sviluppo che le vulnerabilità le quaoli si ripercuotono su tutti gli attori dello scenario globale.

Il modo di affrontare una situazione che in relativamente poco tempo è mutata radicalmente necessita di un cambiamento incisivo, convinto, simultaneo e sincronizzato di tutti i sistemi paese e delle popolazioni. La resilienza che governi del G20 devono discutere assieme ad altri importanti attori della globalizzazione, come banche, multinazionali energetiche, fondi di investimento ed ovviamente istituzioni politiche e divulgare nei loro confini di competenza consiste nell’adattamento proattivo al cambiamento, della politica, delle amministrazioni, delle aziende e delle genti, che la ricerca del trade-off ottimo tra sviluppo e sostenibilità ci impone di perseguire in tutti i settori economico-sociali con il fine ultimo di modificare e porre dei limiti a quel sistema ed a quel paradigma che ha portato le distorsioni e le disuguaglianze foriere di crisi e tensioni sociali.

29/08/2013
Valentino Angeletti
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