Archivi tag: gas

Stop russo alle forniture di Gas e la debolezza europea

L’Ultimatum di Mosca che intimava all’Ucraina il pagamento di una prima trance del debito sulle forniture di Gas, con scadenza, prorogata più volte, a lunedì 16 giugno è scaduto, senza trovare risposta da parte di Kiev.

La somma richiesta da Gazprom ammontava a poco meno di 2 miliardi di dollari, su un totale di circa 4 miliardi di debito complessivo. Dal canto suo l’Ucraina denunciava discriminazioni sul prezzo del gas che l’hanno portata negli ultimi giorni a ricorrere al tribunale di Stoccolma, tribunale al quale la stessa Russia si è appellata per vedere saldato il debito sul metano.

I nodi principali che hanno fatto saltare le trattative nonostante i vertici indetti tra le parti, a cominciare da quello di Ginevra e poi di Bruxelles, ed alla presenza si USA, EU e Nato, riguardano gli scontri in Crimea, regione russofona che con un referendum non ufficiale si è dichiarata autonoma rispetto all’Ucraina, le accuse mosse da Kiev verso Mosca secondo la quali la Russia appoggerebbe nella guerra civile i separatisti fornendo armi e milizie e non ultimo  il prezzo del combustibile che Mosca vorrebbe fissare a circa 485 $ per mille metri cubi contro la richiesta di 280 $ richiesta da Kiev, ossia il prezzo pre crisi.

Sullo sfondo di questa lotta sul gas vi sono gli scontri tra separatisti filorussi e milizie di Kiev che hanno fatto numerose vittime tra civili, militari e separatisti.

Adesso Mosca ha, con la tipica risolutezza sovietica, bloccato ogni fornitura verso l’Ucraina a meno di non essere pagata anticipatamente; dall’Ucraina però passa oltre il 60% del gas russo diretto in Europa, che rappresenta circa il 15% del totale approvvigionamento europeo, ma con notevoli differenze da nazione a nazione che vede quelle dell’est Europa, la Germania e l’Italia più vulnerabili.

Il commissario Eu per l’energia, Oettinger, ha dichiarato che questo inverno potrebbero sussistere problemi di approvvigionamento se la situazione continuerà a mantenersi grave. Fortunatamente gli inverni miti degli ultimi anni hanno consentito di riempire i depositi garantendo una maggiore autonomia.

Almeno due critiche vanno mosse all’Unione nella gestione di questa crisi, la prima denuncia uno scarso potere a livello internazionale, di politica estera, militare e di coordinamento congiunto nel definire strategie comuni; l’Europa senza l’appoggio di Nato ed USA ha ben poca autorevolezza nei confronti delle altre potenze mondiali e ciò rispecchia anche la gestione dell’immigrazione nonché delle sanguinose crisi che attanagliano tutto il bacino del Mediterraneo come Siria, Libia ed Iraq.

La seconda critica riguarda l’assenza a livello Europeo di una politica energetica sufficientemente diversificata per tecnologie e fornitori, problema che si amplifica a livello italiano dove i principali fornitori di energia primaria sono Russia e Libia, ambedue territori decisamente instabili. In tal contesto si ripercuote anche la crisi dell’area Mediterranea che contribuisce ad indebolire la sicurezza energetica Europea ed italiana. A ciò si aggiunge il minor interesse degli USA ad intervenire, per la linea politica di Obama, per la minor necessità di energia dovuta alla rivoluzione della shale gas e per il taglio di costi militari se non strategicamente necessari. Ovviamente in ultimo se sarà indispensabile gli USA interverranno a supporto dell’alleato Europeo, ma non manifestano sicuramente quella “verve” tipica delle amministrazioni Bush (e non per un ritrovato pacifismo).

L’Europa nella crisi Ucraina si è trovata tra la necessità di mantenere i rapporti commerciali con la Russia (importanti non solo per l’energia) ed al contempo appoggiare la linea statunitense totalmente avversa all’operato russo. A dimostrazione di ciò vi sono le sanzioni economiche, immediatamente erogate al Cremlino da parte degli USA, ma solo annunciate e minacciate da parte degli stati europei, autonomi nel gestire simili provvedimenti.

Ora a livello Europeo si sente parlare di possibili nuovi fornitori energetici o rotte, opzioni totalmente avversata dalla Russia, di considerare l’importazione di shale dagli USA i quali hanno dato il via libera all’esportazione di materiale energetico e più in generale di accelerare sulla via della diversificazione e del mercato unico. In realtà su questo fronte le possibili minacce all’Europa erano già note da tempo, ma irrisolte come del resto lo è la dipendenza italiana da territori instabili. Queste modifiche di approccio, più che sensate e ragionevoli, richiedono però tempo e non si risolvono da un giorno all’altro. La diversificazione tecnologica richiede piani e valutazione dei mix energetici ottimali, mentre quella geografica richiede infrastrutture come nuove pipeline o rigassificatori.

Probabilmente questo inverno non vi saranno problemi di forniture perché anche la Russia, nonostante gli accordi con la Cina, le sua mire di dominio del settore Oil&Gas con i colossi Rosneft e Gazprom, e la volontà di riaffermare la sua autorevolezza agli occhi del mondo e del proprio popolo mostrando i muscoli, non ha interesse a rompere i rapporti con l’Europa e dall’altro canto l’Ucraina non può permettersi di bloccare i flussi poiché se scoperta avrebbe indebolito il suo rapporto con l’Europa che la sostiene economicamente (è stata erogata in questi giorni una prima tranche di aiuti pari a 500 mln di $ che probabilmente useranno per acquisto di Gas). In questa fase comunque i rischi di sabotaggi sono alti e non è semplice scoprirne gli artefici; le accuse potrebbero rimpallarsi come è avvenuto per l’esplosione in territorio ucraino di un tubo di collegamento per il trasporto di metano tra Russia ed Europa del 17 giugno.

Come per altre situazioni la soluzione per questo grave problema e per le violenze nel bacino del Mediterraneo passano attraverso il rafforzamento delle politiche Europee ed una maggior cooperazione tra gli stati membri.

Ti può interessare anche:

La Russia fortifica la sua egemonia spostandosi ad est. L’europa deve reagire… 30/05/2014

17/06/2014

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

La Russia fortifica la sua egemonia spostandosi ad est. L’europa deve reagire…

Mosca-Astana-MinskPiuttosto sotto silenzio è passato nei giorni scorsi l’accordo commerciale per la  creazione del quarto mercato mondiale siglato tra Russia, Bielorussia e Kazakistan.  Questa firma segue a ruota l’accordo da 400 miliardi di $ per la fornitura trentennale  di gas da parte della Russia alla Cina; gas, tra l’altro,  pagato a prezzo, a detta degli  esperti, abbastanza elevato, segno di un forte interessamento cinese verso la  sicurezza energetica e verso un combustibile meno inquinante rispetto al carbone. Le  emissioni inquinanti nelle grandi città cinesi non sono più sostenibili e stanno  diventando un grandissimo rischio, per la salute e per l’economia, che la Cina non può  più ignorare o nascondere.

Il patto tra la Russia, la Bielorussia ed il Kazakistan, chiamato Eurasiatico ma che di  Europeo ha ben poco, segna in modo abbastanza chiaro la volontà russa di fortificarsi  verso oriente probabilmente per far fronte da un lato al TTIP (Transatlantic Trade  and Investment Partnership) tra USA ed EU, che al momento rimane ancora arenato ma la cui importanza per le due economie coinvolte è enorme (potenziale stimato in 120 miliardi annui), e dall’altro alle dichiarazioni della Commissione Europea di voler diversificare maggiormente il proprio approvvigionamento energetico e di GAS (il 27% del gas importato europeo viene dalla Russia, di questo il 50% transita per l’Ucraina; ed il 33% di petrolio), a cui hanno fatto seguito le ipotesi di stress test energetici per definire con precisione l’impatto di un eventuale stop delle forniture Russe e quelle di una agenzia unica di acquisto di energetici.

La crisi Ucraina, ancora in essere benché la disponibilità (non si sa quanto di facciata) di Putin a collaborare con USA e EU per la sua risoluzione mantenendo però legittimo l’esito del referendum separatista, ha messo l’Unione di fronte ad un rischio percepito ma mai affrontato realmente. Il principale partner energetico per l’Europa potrebbe essere proprio Obama che si è detto disponibile ad avviare le esportazioni di shale gas verso il vecchio continente (già iniziate con un accordo siglato da Enel ed Endesa), ma che richiederebbe importanti investimenti in infrastrutture di trasporto, stoccaggio e trasformazione e che quindi non può essere considerata una opzione per il breve termine. L’Europa del resto in tema di energia rimane ancora piuttosto arretrata, non è in grado di sfruttare in pieno le proprie risorse (come i giacimenti nell’Adriatico) e la frammentazione del mercato elettrico, così come dei sistemi di trasmissione, rende il mercato poco interconnesso ed estremamente eterogeneo per costi e qualità del servizio. Evidentemente il compito importante, ora di Oettinger, in futuro della nuova commissione energia della EU sarà quello di migliorare questo scenario ristrutturandolo in modo significativo.

La Russia, dal canto suo, con l’ultimo trattato, che per ora non prevede una moneta unica (ipotesi discussa) così come non comporta la libera circolazione delle persone (temuta da Astana, vista l’autorità con cui Putin difende le popolazioni che si sentono di etnia Russa assai presenti in Kazakistan) e che rimane limitato agli aspetti economico-commerciali, vuole continuare a mantenere il suo ruolo da grande player mondiale messo in discussione da stati più o meno emergenti che crescono a tassi ben superiori rispetto a quelli di Mosca. L’energia, e la fame che il mondo ne ha,  è il grimaldello che apre le porte alla Russia e le mire egemoniche del Cremlino si evincono anche dalle strategie delle sue multinazionali Gazprom, Rosneft e Lukoil che si stanno muovendo a mezzo di importanti acquisizioni in tutti i settori direttamente o indirettamente coinvolti con gas e petrolio, dal trading di commodities fino alla chimica che di petrolio si nutre. Le operazioni di M&A in Europa operate da Gazprom, Rosneft e Lukoil (quest’ultima principalmente nell’est del continente) sono monitorate, forse con ritardo, dalla Commissione, per evitare, in particolare per quel che concerne gasolio e derivati, di dipendere quasi esclusivamente dai colossi ex sovietici. Tale questione mette in risalto un ulteriore problema del quale la commissione energia EU, ma anche i singoli stati e le multinazionali del settore, dovranno discutere, ossia cosa fare di vecchie centrali elettriche ad olio o raffinerie non più in produzione perché non competitive  e sempre fuori mercato che dovranno prima o poi essere necessariamente dismesse o riconvertite non senza costi che le aziende private ed i singoli stati membri, alla luce della situazione economica in essere e dei vincoli di bilancio, non possono accollarsi in autonomia.

30/05/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Crisi Ucraina: mire Russe d’egemonia energetica?

A poco è servito l’agreement di Ginevra tra Russia ed Europa e USA in merito alla crisi ucraina che invece sta degenerando.

Gli Stati Uniti hanno già diramato la lista delle aziende e degli oligarchi vicini a Putin oggetto di sanzioni economiche e di restrizioni commerciali.
Gli stati europei invece devono ancora redigere le proprie liste e stabilire sanzioni che saranno demandate agli stessi stati singolarmente.
Nonostante questo provvedimento le aziende interessate, ovviamente in primo lungo quelle energetiche ed Oil&Gas non sembrano disposte a rinunciare alle loro joint-venture; la BP ha dichiarato di proseguire la partnership con Rosfnet (non inserita nella lista al contrario del suo direttore generale Sechin, Link RaiNews), mentre la OMV ha appena siglato un accordo con Gazprom (Notizie Bloomberg) per la costruzione di una pipeline per il trasporto del gas russo in Europa senza attraversare l’Ucraina. Questa mossa lascia intendere la volontà del Cremlino di mantenere ed incrementare il proprio dominio come esportatore di energia primaria in Europa declassando il ruolo dell’Ucraina. Sempre seguendo il filo conduttore dell’egemonia della propria politica estera ed in contrapposizione agli USA si può interpretare la dichiarazione del ministro degli esteri russo Lavrov in visita a L’Avana, il quale ha condannato l’embargo statunitense nei confronti di Cuba. In questo caso il tentativo potrebbe essere quello di avvicinare i paesi e le economie più in difficoltà e/o in via di sviluppo e crescita; con la Cina i rapporti e gli scambi commerciali sono consolidati da tempo ed importanti per volume e denaro mosso, è probabile, considerando anche la relativa vicinanza geografica, la logistica più favorevole rispetto ad altri paesi, la forza con cui queste economie e mercati stanno crescendo, che la Russia tenterà di portare nella propria orbita anche la zona del Pacifico ove si collocano Malesia, Filippine ed Indonesia, già avviate ad essere le prossime tigri asiatiche.
Il segretario di stato statunitense, John Kerry, ha dichiarato che USA ed Europa sono totalmente allineate e determinate nel difendere l’Ucraina dagli assalti Russi; assalti che secondo il Presidente Putin sono pura fantasia tanto che non vi sarebbe nessuna truppa Russa in territori ucraini e gli attacchi sarebbero opera di gruppi filorussi autonomi. Di parere contrario sono il premier Ucraino Yatseniuk ed il presidente Turčynov.
Senza tirare troppo la corda, ma dando la necessaria chiarezza al messaggio, Putin ha dichiarato che, benché non vorrebbe e benché non sarebbe sua intenzione, se gli USA e l’Europa si ostineranno a proseguire con le accuse e le sanzioni a danno della Russia e con la difesa dell’Ucraina, si vedrà costretto a rivedere pesantemente la presenza di aziende statunitensi ed europee in territorio russo, con particolare riferimento a quelle operanti in settori strategici, energia in primo luogo.

Gli obiettivi della Russia che difficilmente agisce senza piani, programmi e motivazioni di natura strategica ed economica potrebbero essere sostanzialmente tre.

Il primo quello di mantenere e fortificare, eliminando la frapposizione Ucraina alla quale è stato fornito gas a prezzi favorevoli (somme miliardarie ancora non riscosse) ed alla quale veniva pagato un congruo affitto per la presenza in avamposti strategici, il ruolo fondamentale che ha nei confronti dell’eurozona, a cominciare da tutto il blocco ex sovietico, Ungheria, Polonia, Germania, Italia, Olanda, Finlandia come al solito in riferimento all’energia (in figura esportazioni di petrolio nel 2013); primato che potrebbero vedere minato dagli USA divenuti esportatori energetici.

Esportazioni di petrolio Russo verso altri paesi, 2013

Esportazioni di petrolio Russo verso altri paesi, 2013

Gli Stati Uniti per bocca del segretario Kerry ed il Commissario EU all’energia Oettinger hanno asserito che l’Unione deve essere più autosufficiente in tema energetico e meno dipendete da Russia e stati dalla traballante situazione politica; a tal fine gli USA si sarebbero proposti di supportare l’Europa grazie alla rivoluzione energetica dovuta allo shale gas, ma la logistica è molto più complessa (benché possibile come dimostrano gli accordi per l’importazione di shale dal Texas conclusi da Enel) e necessita di nuove infrastrutture rispetto quelle necessarie per gli scambi con la Russia ed in gran parte già presenti. Per gli Stati Uniti la tensione ucraina si colloca in un momento in cui avrebbero voluto, proprio per la quasi autosufficienza energetica raggiunta, allontanarsi dal medio oriente e dai suoi conflitti, risparmiando così le spese correlate, visto che l’unico interesse in medio oriente per gli USA è relativo agli idrocarburi. Diverso è il discorso per una potenza come la Russia che effettivamente potrebbe mettere a repentaglio (magari in coalizione con la Cina e l’Asia) il dominio statunitense come potenza egemone a 360° e che quindi richiede attenzione.

Il secondo, quello di diventare il riferimento per le economie emergenti di oggi e di domani (asiatiche in particolare per via della logistica), sempre più affamate di energia e che i pochi vincoli in tema ambientale e di diritti umani potrebbero rendere appetibili, poco costosi e molto profittevoli gli accordi sulla costruzione di infrastrutture di trasporto, produzione e fornitura energetica.

Il terzo, la volontà di tornare ad apparire agli occhi del proprio orgoglioso popolo, in un momento in cui la Russia è forte ma probabilmente non come un tempo, un grande stato rispettato e temuto in tutto il mondo. La popolazione russa crede profondamente in questi valori ed è disposta a servire e sacrificarsi se in ballo c’è l’egemonia della propria nazione, con tutte gli scenari prospettabili.

La questione è decisamente ancora tutta in divenire e la soluzione diplomatica lontano dall’essere trovata, del resto le intenzioni non sembrano quelle di una rapida pacificazione. Ancora una volta viene confermato quanto il tema energetico (ed economico) sia alla base degli assetti geo politici e dei rapporti di forza mondiali.

Articoli correlati:
Il gas russo e le contraddizioni energetiche italiane ed europee (08/03/2014)
La delicata questione Russo-Ucraina: intrecci di politico-economici con al centro energia e strategie Geo-Politiche (16/03/2014)

30/04/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Tre elementi del bilaterale Italia-USA, senza perdere di vista Europa, Cina e Russia

Sì è concluso il viaggio del Presidente USA in Italia. Ovviamente Obama ha mostrato tutto il suo apprezzamento per le personalità ed istituzioni che ha incontrato: dal Papa che ammira profondamente, che potrebbe essere un’icona a Stelle e Strisce e col quale ha parlato di temi etici, ma anche della povertà dilagante, della fame e della crescente disuguaglianza che i due leader vorrebbero debellare a cominciare dalle forme più estreme; al Presidente della Repubblica Napolitano con il quale vi è una lunga amicizia e con cui ha parlato tra le altre cose dei temi internazionali e della Russia che il Presidente italiano non vorrebbe isolare, ma riavvicinare con la diplomazia; fino a concludere con l’incontro con il Premier Renzi.

Poiché i convenevoli, quasi eccessivi, sono esternazioni, anche se sincere, di certo rituali che si rinnovano ad ogni incontro istituzionale tra Leaders (ricordiamo gli incontri tra Merkel e Monti e Letta prima e Renzi poi, oppure quelli tra lo stesso Obama, con i predecessori di Renzi), non c’è troppo da crogiolarsi per questa “profonda sintonia” verbale. Occorre guardare oltre alla dichiarata stima, all’appoggio alla politica di Renzi, al processo riformatore ed ai complimenti per l’energia che il nostro Premier indubbiamente mostra nell’aggredire i problemi, e forse la parola energia non è sta usata a caso perché il tema energetico è di primo piano per analizzare alcuni aspetti.

Innanzi tutto Obama inserisce il viaggio in Italia, che aveva come primo obiettivo l’incontro con il Papa, in un tour Europeo e medio orientale che ha visto, per la prima volta dal suo insediamento nel 2009, il presidente USA recarsi presso le più alte istituzioni Europee; dopo l’Italia sarà la vota di Riad, Arabia Saudita. La crisi Russo-Ucraina ha infatti mutato la politica estera statunitense, fino ad ora orientata ad un progressivo ritiro dal Mediterraneo e dal Medio-Oriente perché la rivoluzione dello Shale Gas stava (e sta) portato gli States verso l’indipendenza energetica. Il presidio strategico della zona era garantito dalle basi statunitensi e NATO presenti nei paesi alleati, come appunto l’Italia, quindi una riduzione dell’impegno militare poteva avere un senso, considerato l’approvvigionamento energetico interno ormai raggiunto e l’abbattimento dei costi che ne sarebbe derivato.
Ora le cose stanno cambiando, già da svariati mesi si è assistito ad un escalation delle dimostrazioni di forza di Putin ed il timore degli USA è che la dipendenza energetica dell’Europa (Stati dell’ex blocco sovietico, ma anche Germania ed Italia) nei confronti della Russia porti il vecchio continente ad essere eccessivamente clemente con Putin al quale saranno dirette sanzioni via via crescenti.
Nella stessa ottica si inseriscono il piano di aiuti (tra i 10 ed i 13 miliardi di $) che l’ IMF varerà a supporto dell’Ucraina, la quale non può più contare sull’appoggio russo ed alla quale Putin e Gazprom stanno chiedendo di saldare i debiti per le forniture (qualche miliardo di $) intimando lo stop delle esportazioni di gas, ed il via libera proprio di Obama alle export di gas naturale dagli Usa verso le coste europee.
Si ricorda che la maggior autonomia energetica del continente è uno degli obiettivi fissati dalla Commissione Europea.
La questione dell’energia è stata, è tuttora, e lo sarà sempre di più, di decisiva importanza per lo sviluppo e la crescita dei paesi, per i rapporti di forza e le strategie geo-politiche.
Le grandi multinazionali a cominciare da Gazprom e Rosneft (la seconda produttrice di Oil dopo la saudita Aramco) stanno ampliandosi nei settori affini, ultimamente Rosneft, già al 20% di Saras, ha rilevato il 13% di Pirelli (circa 500 miliardi di $ di investimento in un settore, quello degli pneumatici, molto vicino al petrolifero) e si sta apprestando, sempre che gli USA non blocchino l’operazione per le tensioni con la Russia, a rilevare la divisione commodities di Morgan Stanley, deputata al trading di materie prime appunto. Gazprom agisce pressappoco allo stesso modo sul fronte del gas e dell’upstreaming. Non sono da meno le grandi compagnie di stato cinesi, che operano nei settori energy, oil&gas e delle terre rare eseguendo acquisizioni in tutto il mondo, incluse Canada, Africa ed USA (dove alcune operazioni sono state bloccate dal Governo statunitense). La banca popolare cinese ha superato quota 2% del capitale di Enel ed ENI attingendo al flottante e diventando il secondo azionista dopo lo Stato.

Un secondo punto strettamente legato alle crisi internazionali è la spesa per la difesa: “la sicurezza non è gratis”, dice il Presidente statunitense.
Obama ha esplicitamente dichiarato che se gli USA, grande potenza con il più grande esercito e quindi spesa in valore assoluto, impegnano il 3% del PIL sulla difesa, analoga proporzione deve essere rispettata anche in Europa. L’attuale impegno europeo dell’ 1% del PIL crea uno squilibrio troppo grande. Forse qualche velato riferimento ai tagli italiani, parzialmente connessi all’acquisto in 7 anni dei 130, ridotti a 90, caccia F35 di produzione americana da circa 100-135 mln di € cadauno, sulla spesa militare stimata attorno ai 16 miliardi di € annui si è percepito.
La risposta di Renzi ha lasciato aperte tutte le porte, assicurando, come ha sempre fatto fino ad ora, il rispetto degli accordi, ma con un occhio al budget, visto che comunque i mercati, che qualche influenza politica oltre che finanziaria ce l’hanno, intimano la riduzione strutturale del debito.
La questione sulla spesa militare, sulla difesa, ed in particolare sulla NATO è tutt’altro che chiusa e risolta e necessiterà di ulteriori dialoghi.
La struttura europea fa sì che in campo militare non vi sia né coordinamento reale tra gli Stati membri, né un esercito (di mezzi e uomini) comune, né un piano strategico condiviso, è quindi evidente la dipendenza in questo settore dall’alleato USA e dalla NATO.

L’ultimo punto che vogliamo affrontare è quello del rapporto economico Europa-USA. Nei prossimi mesi dovrebbe essere sottoscritto il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un accordo che riduce le barriere commerciali tra USA ed Europa e che rappresenta per ambedue le economie e per il mondo in generale un passo importante. Secondo alcune stime della Commissione Europea, potrebbe portare benefici per € 120 mld in Europa, € 90 mld in USA, € 100 mld nel resto del mondo.
Il rapporto Europa-USA però non può prescindere dalla ripresa dell’economia europea.
Infatti, se i provvedimenti di Obama in USA hanno ridato slancio, non vale lo stesso per il vecchio continente che continua, mediamente, ad affrontare notevoli difficoltà. Obama ha sottolineato che una ripresa europea è fondamentale per gli scambi USA-EU e per il rafforzamento dell’ Import-Export. A dire il vero con il livello di cambio in essere a beneficarne sarebbero più le esportazioni USA e quindi capitale europeo che attraverserebbe l’Atlantico, che non viceversa.
Perché questa ripresa avvenga il Presidente ha indicato in modo non troppo nascosto che alcuni Stati più forti (implicito riferimento alla Germania) devono abbassare il loro surplus commerciale incrementando i loro consumi interni rispetto alle esportazioni e facendo da locomotiva a tutto il continente. Prima ancora di ciò è però necessario il rilancio generalizzato dei consumi e del potere d’acquisto con una politica meno austera e vincolata a rigidi parametri, misure volte a lottare contro la disoccupazione dilagante ed una politica monetaria realmente accomodante. L’allineamento con Renzi e col PSE a guida Schulz è lampante.
Renzi si è detto ispirato dalla politica di Obama che rappresenta un suo modello, ma questo modello, che fin qui ha funzionato, è bene ricordare che è fatto di spesa pubblica e deficit oltre il 10%, un debito oltre i 17’000 mld $ (che ha comportato la revisione del tetto rischiando il fiscal cliff) detenuto in gran parte dai cinesi, una politica monetaria fatta di QE e di stampaggio di nuove banconote indirizzata quasi mese per mese dai dati sulla disoccupazione (obiettivo al 6.5%), grandi investimenti pubblici, sostegno al lavoro decisamente molto flessibile, sostegno al reddito con l’introduzione di un salario minimo e non con la competizione sui prezzi e salari come accade in Italia esponendola al rischio deflattivo, regime fiscale meno oppressivo, norme più chiare, e, non in ultimo (non ci stancheremo di ripeterlo vista la sua importanza), la rivoluzione energetica. Tutto ciò è stato in grado di innescare un meccanismo di re-industrializzazione degli USA attirando capitali ed imprese estere o che avevano delocalizzato.
Sostanzialmente il contrario di quanto è stato seguito in Europa e di quanto Renzi, Schulz e tutti i sostenitori di un’Europa sì più flessibile, ma al contempo più forte, omogenea (norme, finanza, banche, fisco, ecc) solidale e coesa, dovranno cercare, magari in prima istanza parzialmente, di far approvare alla burocrazia europea ed alla Germania.
Germania che si appresta ad ospitare, quasi fosse una contromossa, la visita del Presidente Cinese Xi Jinping, certo che tra i due stati si potrebbe creare un legame economico-commerciale forte ed indissolubile. In effetti pensare all’unione di due economie e manifatture simili, potenzialmente in grado di coprire da sole le proprie esigenze di materie prime ed il fabbisogno di gran parte del mondo rivolgendosi sia ai benestanti, con prodotti di alto di gamma made in Germany, sia alle masse, grazie ai prodotti a basso costo cinesi, può far tremare i polsi a tutti competitors.

L’asse e la condivisione degli obiettivi, che stando alle dichiarazioni pare esistere, tra Schulz, candidato PSE alla presidenza della Commissione EU, e Renzi, Premier in Italia la quale a luglio avrà i sei mesi di presidenza europea, si arricchisce di un terzo membro, Obama e gli USA.
Questa visione comune deve essere sfruttata e supportata da altri attori, come Francia e Spagna, per dirigere, ed Obama in questo anno di elezioni di medio termine dovrà partecipare attivamente spendendosi di persona, l’Europa verso un modello più sostenibile e riformatore, che non porti allo sfascio economico-sociale, all’ulteriore impoverimento della classe media già in via di estinzione ed al rafforzamento delle derive anti europee.

Link correlati:
Decennio Usa
Politica tedesca
Riforme europee
Obama – Italia a problemi simili soluzione antitetiche

27/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

La delicata questione Russo-Ucraina: intrecci di politico-economici con al centro energia e strategie Geo-Politiche

Oggi la Crimea probabilmente voterà per l’annessione alla Russia. L’Ucraina è fondamentale per la Russia, il 60% del gas esportato passa da lì, e la posizione è strategica,avamposto tra Russia ed Europa.

Russia e USA poi si stanno allontanando divenendo meno dipendenti l’un l’altro, i primi per i rapporti più stretti con Cina ed in parte Europa, i secondi per una epocale rivoluzione energetica in atto che li porterà all’autosufficienza. Alcune vicende importanti per capire come i fatti abbiano un impatto mondiale:

  • la Russia ha ritirato 105 bil. $ in titoli USA spostandoli probabilmente in altra valuta: guerra monetaria;
  • le esportazioni di gas Russo passano per il 60% attraverso l’Ucraina, e l’Ucraina importa dalla Russia il 65% del suo fabbisogno di gas.;
  • in Europa Germania ed Italia sono i più legati alle importazioni energetiche russe, in Italia il 40% del gas è di impostazione russa;
  • l’Italia ha strettissimi legami economici e commerciali con la Russia nei campi di energia, infrastrutture, difesa, oil&gas che sono vitali per alcune aziende;
  • Saipem ha appena vinto una gara indetta da Gazprom per la costruzione di una pipeline nel Mar Nero, parte del progetto South Stream che consentirà di portare gas Russo in Europa bypassando l’Ucraina,valore commessa 2 bil. $;
  • la Cina si è astenuta dal voto del consiglio di sicurezza dell’Onu che dichiarava illegittimo il referendum in Crimea, risoluzione poi non andata a buon fine per il veto Russo;
  • il G7 ha proposto, da Londra, di escludere la Russia dal G8, il cui prossimo meeting di giugno avrebbe dovuto tenersi proprio a Sochi, ora l’evento è in dubbio, probabile nuova sede: Londra;
  • Russia e Cina hanno orbite sempre più secanti ne consegue che la Russia può essere meno diplomatica con gli USA; attacchi hacker rivendicati da gruppi filorussi di Ucraina e Crimea hanno colpito, senza gravi conseguenze, i siti web Nato;
  • la Crimea era territorio Russo, fu regalato all’Ucraina negli anni 50;
  • l’Ucraina, senza supporti economici esterni fino a qualche mese fa assicurati dalla Russia ed ora interrotti, ma erogati dopo la crisi dagli alleati NATO, è sull’orlo del fallimento;
  • la Russia ha sospeso gli sconti sul gas concessi all’Ucraina che vanta un debito per forniture di 1.3 bil. $, la Russia li reclama minacciando il blocco delle forniture.

Questi sono solo alcuni degli aspetti che rendono la questione Ucraina estremamente importante a livello globale, in ballo c’è la geopolitica mondiale, i rapporti di forza dei prossimi decenni e l’assetto di politica estera Europeo.

Argomenti correlati: Link “Gas Russo e contraddizioni energetiche italiane ed europee

15/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Il gas russo e le contraddizioni energetiche italiane ed europee

Non si placano le tensioni tra Russia ed Ucraina per il dominio in Crimea. Lo Stato dell’ex URSS, dopo che è divenuto premier Arseny Yatseniukm, non ha la minima idea di cedere il territorio con capitale Sebastopoli concesso da Chruščëv all’Ucraina nel 1954. Il nuovo premier Ucraino pare intenzionato a mantenete una linea filo europea nonostante le intimidazioni e gli interventi militari Russi che stanno costando allo Stato di Putin le critiche di tutti i consessi internazionali a partire da Nato ed ONU fino ad arrivare agli USA, all’EU ed alla Cina, che mai come in questo periodo sta intessendo e mantenendo strettissimi e buoni rapporti con la Russia.
Ovviamente se gli USA, grazie alla dipendenza energetica raggiunta con la rivoluzione dello shale gas possono fare la voce grossa, così non è per gli stati europei, a partire da Italia e Germania, che nutrono numerosi interessi con la Russia, nei campi delle infrastrutture, della difesa, dei trasporti ed in particolare per quel che riguarda l’energia ed il gas che approvvigionano in modo importante questi paesi.
Anche la stessa Russia ha iniziato a minacciare alcuni accordi commerciali e patti sanciti nel passato; proprio in queste ore viene messo in discussione lo Star 3, intimando di bloccare l’accesso a delegazioni straniere ai propri arsenali nucleari, la minaccia più forte ed immediata rimane comunque quella sul fronte energetico.
Gazprom vanta un credito di 1.8 miliardi di dollari con l’Ucraina per forniture passate e si dice pronta a bloccare ogni ulteriore fornitura in caso il debito non venisse rimesso. La Russia ha poi bloccato ogni sconto sul gas del quale godeva l’Ucraina così come si sta apprestando a richiedere i 15 miliardi concessi allo stato Ucraino per evitarne la bancarotta e cercare di legarlo ancora più strettamente alla propria orbita. Aiuti in favore di Yatseniukm sono stati assicurate da Europa ed USA, ma il problema energetico non è di poco conto per l’EU in primis.

L’Amministratore dell’ENI Scaroni in una intervista alla Stampa assicura che non ci sono problemi per l’Italia che può contare su buone scorte. Effettivamente la stagione trascorsa è stata mite, la primavera è alle porte e le centrali a gas hanno funzionato a regimi ridottissimi a causa del calo dei consumi dovuti alla crisi e proprio perché in questi periodi il mercato energetico predilige le rinnovabili ed il carbone, molto più a buon mercato. Paolo Scaroni ha poi voluto portare all’attenzione che il prezzo dell’energia in Europa è molto più alto che in USA e che questo è un argomento da affrontare; per essere competitivi e meno vincolati al gas russo suggerisce di puntare sullo shale e sul nucleare.
Il gas di scisto però nel continente europeo è molto meno abbondante che in Usa e necessita di infrastrutture costosissime ex novo, mentre in USA esse sono di norma già presenti a causa delle precedenti estrazioni petrolifere dove sorgono i principali giacimenti di shale che dunque possono contare su perforazioni e condotte preesistenti. Il nucleare invece è stato bocciato da un referendum in Italia ed in ogni caso avrebbe necessitato di circa 20 anni affinché si fossero potuti toccare con mano i benefici; la Germania aveva iniziato il processo di denuclearizzazione, salvo poi rimetterlo negli ultimi mesi in discussione. Queste due nazioni sono quelle più energeticamente legate alla Russia, e quelle che nei confronti del Cremlino hanno posizioni più morbide.

Effettivamente l’Italia, almeno nel breve, non deve temere per le proprie scorte di Gas ed il commissario EU per l’energia, Günther Oettinger, non ritiene possibile un blocco delle pipeline verso l’Europa come nel 2009. La situazione però mette nuovamente in luce la relativa precarietà del sistema di approvvigionamento energetico italiano, che dipende per il gas principalmente da tre zone decisamente instabili con ripercussione su prezzi e volume: Libia, Algeria e Russia-Ucraina.

Nonostante ciò vi sono ancora numerose ritrosie nel modificare il piano e l’assetto energetico: da una parte vi sono ambientalisti più per partito preso che per reale credo che non riescono a capire ad esempio anche le produzioni di turbine eoliche, di pannelli fotovoltaici ed il relativo smaltimento hanno un impatto non da poco sull’ambiente e che la garanzia di fornitura in ogni situazione, incluse le emergenze impreviste, attualmente non può essere garantito al 100% dal rinnovabile, il quale si sottolinea deve essere ancor meglio sviluppato ed ottimizzato; dall’altra vi sono sistemi industriali e produttivi che seguono più per moda del momento che per un reale piano energetico soluzioni evidentemente non sostenibile o non efficaci.
La struttura energetica italiana, benché vi sia surplus di capacità installata, è molto legata a fattori esterni, ma a dispetto di ciò non si arriva ad una soluzione sugli esagerati incentivi alle FER, il rigassificatore di Porto Empedocle, come ogni altro rigassificatore, è stato osteggiato, così come l’approdo pugliese della TAP, pipeline che dovrebbe apportare gas senza passare dal territorio Ucraino. Sempre la Puglia avrebbe dovuto essere destinazione per un rigassificatore della British Gas che però dopo aver speso oltre 250 milioni di € ha preferito abbandonare e ritirarsi in perdita a causa delle pastoie burocratiche alle quali non riusciva a venire a capo. Pastoie burocratiche hanno ritardato enormemente, oltre 10 anni, il progetto Enel di centrale a biomasse a Mercure, in Calabira. Ogni progetto rinnovabile subisce ritardi ed impedimenti, spesso proprio di coloro che poco prima si definivano ambientalisti, e vari progetti di eolico off-shore a largo del Molise sono stati bloccati sul nascere. Il capacity payment per alcune efficienti centrali a gas o a carbone è tacciato di aiuto di stato (quando si sperperano milioni in feste di paese e per finanziare municipalizzate già da tempo tecnicamente fallite – Link Sorgenia Capacity Payment), ma pare impossibile dismettere completamente, per vari motivi non ultimo quello occupazionale, le vecchie centrali ad olio.
In tutto questo contesto l’energia elettrica ed il riscaldamento domestico, fondamentali e sempre più strategici, continuano ad avere un prezzo molto elevato rispetto ad altri paesi europei e devono essere assicurate sempre e comunque.
Per eliminare questa contraddizione di fondo e svincolare l’Italia e l’Europa da dipendenze a rischio, garantire concorrenza nel mercato energetico e per le industrie, convergere verso un sistema più sostenibile è necessario a livello nazionale riorganizzare la strategia energetica ed a livello europeo puntare ad un mercato unico e ad un sistema che potrebbe essere quello degli ETS, ma in contesto globale e riadattato alla luce del fallimento occorso, che garantisca sostenibilità ed abbattimento delle emissioni, assieme ad assicurare sempre e comunque l’accesso alla risorsa elettrica.

08/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Yaki VS Della Valle

Quasi esilarante, se non stesse toccando un tema delicatissimo, è il tenzone che si sta protraendo negli ultimi giorni e che una volta tanto non è strettamente connesso alla politica. Si tratta dei tafferugli verbali, anche molto pesanti, tra John Elkann, presidente Fiat, Exor, e Giovanni Agnelli & C, e Diego Della Valle, patron di Tod’s e della Fiorentina.
Tra i due non corre buon sangue, forse non è mai corso, e le tensioni si sono acuite a seguito della vicenda RCS di cui Elkann detiene il 20% e Della Valle poco meno del 9%.

Il battibecco si è incentrato dapprima su questioni industriali ed economiche per poi passare, proprio ieri al tema del lavoro e dei giovani.

John Elkann, parlando alle scuole superiori della Valtellina in un incontro organizzato dalla Banca Popolare di Sondrio, ha dichiarato che il lavoro c’è, che in realtà i giovani non lo trovano perché poco ambiziosi e determinati, con poca voglia di fare e di cogliere le opportunità; loro in fondo in fondo stanno bene a casa. Ha poi sostenuto che lui, come i suoi fratelli, hanno sempre viaggiato e lavorato in molte delle loro aziende e che è divenuto presidente non per “eredità imposta”, ma per scelta (è però diverso dover lavorare per necessità oppure farlo per piacere, quasi per hobby).
(Sul tema del lavoro giovanile evidentemente non è semplice comunicare, siamo dinnanzi ad una delle tante gaffe, non so quanto comunicativa o, cosa ben più grave, di contenuti – LINK).

Questa dichiarazione è valsa la forte critica di Della Valle che ha sentenziato:
“Il poveretto di John Elkann non perde mai tempo di ricordare agli italiani che è un imbecille” rincarando la dose sostenendo che forse sarebbe da considerare un referendum per cacciarlo dall’Italia.

Mi sento di condividere l’affermazione che i giovani, noi giovani, in un periodo difficile come questo dobbiamo essere un po’ più ambiziosi e determinati, essere consapevoli che il mondo sta cambiando rapidamente, che ci dovremo mettere in gioco sempre di più perché il mito del posto fisso, magari sotto casa nella piccola azienda storica del paese, non esiste più, così come non esiste più il lavoro duraturo che ci accompagnerà fino alla pensione (pensione???); anche nella medesima azienda è pressoché certo che dovremo affrontare esperienze differenti, forse anche maturare nuove competenze neppure considerate fino a qualche tempo prima oppure spostarci all’estero. Certi lavori, come taluni impieghi manuali quasi scomparsi, torneranno, altri verranno cancellati, soppiantati dalle tecnologie, dall’automazione, da nuovi modelli produttivi, economici e nuovi settori industriali. Se poi, come sarebbe opportuno, verrà riformato il sistema degli ammortizzatori sociali verso una riqualificazione dei lavoratori, è possibile che in certi casi dovremo tornare quasi a scuola. Può piacere o no, ma tant’è, e difficilmente questo processo si potrà arrestare. Penso invece che convenga coglierlo per arricchirsi professionalmente e personalmente, per porci obiettivi ed impegnarci a perseguirli con determinazione, passione ed ambizione positiva, ricercando opportunità che però devono avere condizioni al contorno opportune per potersi creare (Giovani, italiani e ambizione – LINK).

Detto questo, che vuole inquadrare uno scenario generale già piuttosto consolidato, veniamo ai dati.

In 7 anni la disoccupazione giovanile è più che raddoppiata, passando dal 20% a circa il 41.5% con punte di oltre il 50 in certe zone del paese. Una famiglia su tre vive in stato di indigenza e non riesce a sopperire ai propri fabbisogni. I consumi dei beni di prima necessità sono stati ridotti, si rinuncia a cibi proteici e di qualità, ci si rivolge agli hard discount, per risparmiare si può arrivare ad acquistare cibo scaduto, si rinuncia a visite mediche, specialistiche e ad alcuni medicinali; si lesina su cibo e salute, inconcepibile.
Circa 7 milioni di under 35, il 61.2% dei non sposati, vive con i genitori, molti di loro sono rientrati dai luoghi dove per lavoro si erano trasferiti e dove questa crisi glielo ha tolto, senza offrire alternative o nuove opportunità da cogliere. La disoccupazione continuerà ad aumentare nel 2014, anche per i più volenterosi ed ambiziosi.
In contemporanea le spese, benché l’inflazione sia bassissima, aumentano in termini relativi poiché il potere di acquisto in certi casi si è azzerato totalmente, o dimezzato se si considerano le situazioni di cassa integrazione, la quale in questi anni ha raggiunto livelli record rappresentando tra l’altro un importante costo per la collettività (esenti da ogni colpa i lavoratori e le industrie che non hanno approfittato della crisi). La Camera di Commercio di Mestre ha rilevato che dal 2008 al 2013 sono scomparse 1’340 mila imprese, in buona parte piccole aziende, artigiani e commercianti afflitti principalmente dai rincari di gas ed energia cresciuti del 20% in 6 anni.
I contratti di lavoro sono spesso precari, offrono meno di 800 euro al mese e sono concentrati in grandi centri urbani dove, se non si accettano condizioni non degne di un paese civile, è impossibile vivere con quel livello salariale. Vi è poi l’imposizione di partite IVA o le collaborazioni ed i progetti che a volte assumono più le sembianze di sfruttamento senza alcuna tutela. In sostanza, nel nostro paese un uomo di 35 anni con una istruzione alta ed un lavoro fisso (che sia ingegnere, professore, impiegato) da solo difficilmente riesce a sostenere una famiglia di tre persone in una grande città, e questo è un caso di un “fortunato”, perché ben spesso la realtà è più drammatica. Non di rado si incappa in persone che rovistano nei cassonetti della spazzatura.

Questi non sono parole, ma fatti. Logicamente tra i fatti vi sono anche aziende che non trovano alcune figure specializzate, o artigiani che vorrebbero assumere ma non trovano le persone con adatte competenze, ed obiettivamente a volte anche voglia di lavorare il weekend o la notte. Allora è possibile riflettere su un sistema scolastico ed universitario poco coeso con le necessità del mondo del lavoro e delle imprese, ma di qui a dire che il lavoro c’è, esiste un abisso.

Difficile quindi sostenere le affermazioni di Elkann che dimostrano un certo distacco col tessuto sociale ed industriale reale, fatto di distretti, di PMI, di artigiani e commercianti, di poca finanza e di tanta difficoltà di accesso al credito, di operai ed impiegati anche di alto profilo che non riescono a riciclarsi perché troppo costosi e per l’assenza di domanda.
Del resto lui stesso dovrebbe conoscere bene il tema della cassa integrazione, della bassissima domanda, del costo del lavoro e forse ha un po’ contribuito all’incremento della disoccupazione.
Mi auguro che la sua gaffe sia stata solo comunicativa, fatta nel momento sbagliato e che il suo intento fosse quello di incoraggiare giovani ancora alle scuole superiori ad essere proattivi. In caso contrario il grande manager si farebbe piccolo piccolo, si mostrerebbe avulso dall’economia produttiva e quasi immune ai problemi che hanno spinto migliaia di persone sul lastrico.
Assieme alla opinabile politica industriale della ex Fiat, ora FCA, questa dichiarazione non contribuirà di certo a far risalire l’appeal e la popolarità di una famiglia che ha segnato la storia industriale italiana nel bene e nel male.
Dovrebbe, Yaki, provare a crearsi un CV “anonimo” senza menzionare le sue radici, un CV con laurea, dottorato e pure master, inviarlo a varie aziende, tra cui la sua FCA.
Sarei davvero curioso di scoprire di qui ad un anno quante chiamate, colloqui, proposte di assunzione e con che salario riceverà.

15/02/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale