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Fondi per l’Immigrazione: Bond o Accisa?

Sui fondi Europei per l’immigrazione si sta giocando l’ennesimo, stucchevole, scontro tra la visione tedesca e quella italiana.

L’Italia vorrebbe una sorta di Euro bond, mentre la Germania propende per una più immediata tassa sui carburanti.

La differenza non è banale, anzi è sostanziale, proprio per il meccanismo di erogazione di simili fondi.

Una accisa sui carburanti da allocarsi nella gestione dei flussi migratori è molto più flessibile, probabilmente meno onerosa, facilmente ritirabile; di contro un bond ha durata stabilita non trascurabile, un tasso remunerativo ed anche a livello di gestione dello stesso strumento che richiede più sforzi, risorse e costi, inoltre implica una condivisione dei rischi, che è quell’elemento di fondo contro il quale si è sempre schierata la Germania dei falchi.

 Precisato ciò è facile capire perché la Merkel preferisca una accisa pro immigrati anziché un’emissione comune. Innanzi tutto va ricordato, ma questo fattore è secondario rispetto a quello esposto di seguito, che il costo dei carburati in Germania è più basso che in Italia e quindi un leggero incremento temporaneo è sostenibile. In secondo luogo, ma fattore principale, la Germania è consapevolmente capace, una volta che l’emergenza sarà rientrata oppure i fondi erogati in modo differente dalla UE, di togliere immediatamente l’accisa.

L’Italia invece non ha una simile capacità, e neppure volontà visti i conti in perenne abbisogno di nuove risorse. Sulla benzina, che ha già prezzi esorbitanti, pesano ancora, inspiegabilmente, le accise per il terremoto del Belice, per gli interventi in Abissinia e Libia ed altre piacevoli amenità che rendono il costo tra i più alti di Europa. Dal canto nostro preferiremmo un bond, che è chiaramente mal visto dai tedeschi a causa della lunga durata e del rischio messo in comune, si tratta di un impegno vincolante, probabilmente più dispendioso e sicuramente con un grado di rischio più elevato. Non ultimo, a giustificare la preferenza del governo italiano per il Bond, è il riflesso elettorale che avrebbe l’accettazione di una accisa sui carburanti, proprio quando si cercano di disinnescare, con la stesura del nuovo DEF, le clausole di salvaguardia che tra l’altro, comprendono anche l’introduzione di nuove accise.

Facile dunque capire, pur nell’incomprensibile, o meglio materiale, egoismo nazionalistico tuttora vigente entro in confini UE, le due differenti vedute. Pur rimanendo dell’idea, prettamente personale, che per molte delle questioni europee, come ad esempio il rischio sistemico per le banche e per il settore del credito, giusto per citare un elemento al centro delle cronache in quest’ultimo periodo, il bond e l’Euro-Bond, come asseriva il professor Prodi, ma anche l’Ex Ministro Tremonti, sia lo strumento dal quale possiamo solo temporaneamente fuggire, ma prima o poi dovrà essere, paesi membri volenti o nolenti, adottato, a patto di voler continuare a mantenere attivo il progetto di una Europa unita e solidale.

20/04/2016
Valentino Angeletti
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A Cernobbio la prima di Renzi, tra dati Italiani “incoraggianti” ed epocali migrazioni. Lo scenario totale, però, non offre certezze.

Come la ciliegine sulla torta, o il dulcis in fundo dei luculliani banchetti romani, è proprio alle ultime giornate del Workshop Ambrosetti, tenuto annualmente nella amena Villa d’Este di Cernobbio, che si presentano i pezzi da novanta della politica. Oggi è stata la volta del Ministro dell’Economia Padoan, mentre ieri del Premier Renzi.

Ricordiamo la scorsa edizione fu disertata dal Premier, con fare che alcuni ritennero un po’ snob, motivando che preferiva recarsi ove si creava vero lavoro, di voler confrontarsi con l’economia reale; scelse quindi di visitare una rubinetteria lombarda. Face le sue veci il vice ministro dell’economia Morando, che parlo, con grande realismo, cercando di riportare tutti con i piedi per terra, presentando una situazione complessa di crisi, la cui soluzione si sarebbe potuta vedere, con immani, sforzi, impegno e determinazione, solamente nell’arco di decenni (Link Ambrosetti 2014). Evidentemente il pensiero di Renzi quest’anno è stato differente, a meno che a Cernobbio non si fosse allestita una raccolta di curricula….

I temi centrali toccati da Renzi sono stai quelli dei risultati ottenuti, in primis l’abolizione dell’Articolo 18, nel contesto di un Jobs Act che lascia perplessi sotto molti aspetti, non ultimo quello dell’eliminazione dell’articolo 2 che regola il controllo a distanza dei lavoratori a mezzo di cellulari, tablet, pc aziendali, ora possibile senza accordi sindacali, che si ritiene essere una grave perdita di diritto per i lavoratori. Analogamente,l’abolizione dell’articolo 18, e quindi la possibilità di licenziare anche per le grandi aziende oltre 15 dipendenti (che rappresentano la minima parte di quelle operanti nel paese), non si ritiene essere uno strumento di flessibilità adeguato al mercato del lavoro italiano, che rimane stagnante. Se negli Usa o in Uk la flessibilità è un valore spesso ricercato dai singoli, in quanto consente progressioni di carriera e miglioramenti salariali per via della dinamicità economica e occupazionale, in Italia, ove vi è stagnazione e poca richiesta di lavoro, sembra più uno strumento di ricatto per i lavoratori e che può essere utilizzato da aziende malintenzionate.

Il Premier ha poi rammentato il percorso quinquennale per il taglio delle tasse a cominciare dall’imposta sugli immobili (Link a riflessione su IMU e TASI), proseguendo con quella sulle imprese e sul lavoro e che dovrebbe toccare i 50 miliardi in 5 anni. L’importanza del taglio fiscale è stata ribadita dal Padoan il giorno successivo, inserendola tra quelle necessarie per consentire ripresa economica e dei consumi. A tal proposito però va detto che senza una lotta all’evasione, che costa quasi 100 mld all’anno, ed una spending review puntuale e precisa, senza incidere su servizi già in sufficienti in molti casi, sarà difficile ottenere questi risultati, a meno di non ribaltare l’imposizione, come già fu prassi, su comuni e regioni. In parallelo al proposito del Premier, viene il richiamo all’attenzione della CGIA di Mestre che ricorda la necessità di reperire immediatamente 1.4 miliardi onde evitare l’aumento delle accise, previsto dalle clausole di salvaguardia, dietro l’angolo se non vengono reperiti 10 miliardi da spending review.

Renzi si è poi soffermato sulla necessita di proseguire con le riforme e sui risultati dei parametri economici, presentando con orgoglio il fatto che la crescita, che dovrebbe raggiungere a fine anno lo 0.6 – 0.7%, sia migliore delle ultime stime (ma in realtà perfettamente in linea con quanto previsto lo scorso anno), quindi, agli occhi di Renzi, la via intrapresa è giusta, l’Italia cresce come gli altri stati d’Europa: pare quasi una manifestazione di immane potenza, ed un incredibile successo. In realtà l’Italia cresce la metà rispetto alla media UE (1.4 – 1.5%) ed è fanalino di coda tra gli stati membri, assieme a Grecia, Finlandia ed Irlanda.

Inoltre non va dimenticato come il contesto globale, e questo, Padoan, di ritorno dal G20, lo ha ricordato, sia complesso. Solo gli USA mantengono tassi di crescita elevati, la Cina, seppur crescendo, non riesce più a rimanere attorno al target governativo del 7-8%, dovendo fare i conti con una realtà che, epurata da speculazione e finanza ombra (ed in futuro con i temi ambientali e dei diritti umani), non è più così devastante, complice anche la maggior magnitudine dell’economia cinese nel suo complesso. L’area UE, ed in particolare tutti i paesi emergenti (a meno dell’Africa che però ha una economia, nel suo complesso, ancora troppo piccola per poter far da traino globale), stanno vivendo un periodo di stallo, con crescita tentennante e non strutturale, sicuramente non stabile nel lungo periodo.

Questo complesso scenario, ove la domanda rimane bassa e quindi l’offerta, già satura, pure rallenta, viene in un periodo in cui le congiunture macroeconomiche sono tutte molto favorevoli e difficilmente ripetibili (QE in Usa e poi un UE, bassi tassi ovunque quindi costo del denaro ai minimi, prezzo del greggio basso) e ciò non può che destar sospetti sulle prospettive future, che vengono ulteriormente minate dalle possibili decisioni in tema monetario delle banche centrali Statunitense e Cinese.

Difficile quindi credere, che in un mondo così globale ed interdipendente, oltre che interconnesso, qualche “zero virgola” della crescita italiana ci possa mettere al sicuro per gli anni a venire e possa far da presupposto ad una reale ripartenza. Sembra più un fisiologico rimbalzo una volta toccati i valori minimi, in tutti i settori, da quando si tengono i dati delle serie storiche.

Altro tema toccato in modo pesante ed al quale hanno fatto riferimento anche i messaggi del presidente Mattarella e del Papa, sono stati i flussi migratori. Essi da anni, ma rappresentano una dinamica mondiale del prossimo futuro, son un evidente problema, e, dando atto a Renzi, è vero che l’Italia e la Grecia sono state lasciate sole, con la scusa che fondi europei venivano loro corrisposti per affrontare il problema. Adesso la questione si sta espandendo, pur non avendo mai smesso di causare morti, e l’opilione pubblica europea si sta sensibilizzando maggiormente. A questa maggior sensibilizzazione hanno contribuito le ultime tragedie: il tir in terra austriaca a con 71 cadaveri, e la foto del corpo esanime di un bimbo riverso sulla spiaggia; purtroppo, queste altro non sono che manifestazioni visive di quanto già ben sapevamo tutti in coscienza e cuor nostro e dispiace che debbano essere le immagini, peraltro crude e violente, a responsabilizzarci, come se i soli intelletto e capacità di ragionamento non ci fossero sufficienti.

La Germania, una volta ostile all’accoglienza totale (ricordiamo il pianto della bimba migrante quando una realista Merkel le faceva notare con parole schiette che la Germania non li poteva accogliere tutti), ha cambiato ora approccio ed è diventata patria dell’accoglienza e dei benvenuto ai migranti, idem per l’Austria e per la Finlandia (il Primo Ministro ha messo a disposizione la sua seconda sontuosa villa per accogliere i migranti), finanche all’UK, per la prima volta favorevole all’uscita dall’UE secondo i sondaggi, che si è impegnata ad accogliere 15’000 profughi andando direttamente a prelevarli nei paesi interessati, Siria principalmente (per evitare ondate incontrollate di migranti), pur non aderendo alla redistribuzione delle quote prevista dall’UE. A restare ostili rimangono le Nazioni dell’Est, come l’Ungheria di Orban, che invero sono solo un passaggio per giungere alla meta finale.

Se questo ritrovato spirito di solidarietà, aiuto ed accoglienza, saranno utili a salvare vite ed a meglio gestire il problema, sarà senza dubbio un buon risultato, ma, in particolar modo in riferimento alla Merkel, mi sorge (ma io sono malizioso, troppo forse) il tremendo dubbio che, considerando l’impatto sull’opinione pubblica dei cruenti fatti ed immagini che l’hanno mossa a pietà per i disperati che si imbarcano in un viaggio infernale con alta probabilità di morte, si sia convinta ad attuare una politica fortemente rivolta all’accoglienza per far salire ulteriormente la sua popolarità nei sondaggi. Una mossa più dettata dalla propaganda elettorale in vista delle venture elezioni, che dal buon cuore teutonico.

Tra qualche mese vedremo se la Germania sarà ancora “casa di tutti i popoli” ed in ogni caso questo dubbio non potrà essere sciolto con certezza.

06/09/2015
Valentino Angeletti
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Tra tasse ed immigrazione: Renzi e l’UE

Si finge stupore, quasi si ostenta forte risentimento, come se un nostro perimetro, una nostra zona di confort, fosse stata violata, ma in realtà non c’è da meravigliarsi in quanto, che sarebbe stato tenuto un simile atteggiamento, era noto da tempo (link).

Mi riferisco alla “forte e calda” raccomandazione europea di non proseguire con il taglio dell’imposta sugli immobili, della quale il Premier Renzi ha fissato il rito funebre per il 16 dicembre prossimo venturo. Alla dichiarazione del Premier dell’eliminazione dell’imposta sugli immobili, che, considerando l’alta percentuale di possessori di prima casa, riscontra sempre alto gradimento tra gli elettori, si sono succedute parole anonime (rimarcate come nè ufficiali nè ufficiose dal consigliere economico Filippo Taddei) della Commissione Europea che avrebbero definito il provvedimento non attinente alle linee guida da loro proposte, vale a dire aumento imposte sul possesso, sui patrimoni, sugli acquisti, e taglio di quelle sul lavoro e le attività produttive.

Chissà se è si tratta di un caso il fatto che il paese avente la maggior percentuale di possessori di abitazione sia la Romania, seguita a ruota dall’Italia, mente le economie più dinamiche e con maggior tasso di crescita si collocano nelle ultime posizioni di questa classifica.

La commissione UE, per bocca della portavoce del Commissario agli affari economici, Annika Breidthardt, si è limitata a dire che sono state recepite le parole di Renzi, note le sue intenzioni, ma tutta l’impostazione del progetto fiscale italiano verrà valutato al momento della presentazione, in ottobre, della prima bozza ufficiale di legge di stabilità, al vaglio della UE stessa. Renzi invece, da far suo, non si è limitato a presentare la sua idea di abolizione dell’imposta sugli immobili, in certi punti anche condivisibile, come per i terreni agricoli e gli imbullonati, ma si è scagliato contro la Commissione. Le parole pronunciate all’emittente radiofonica RTL sono state forti ed in sostanza redarguivano la Commissione sul fatto che si fosse permessa di dare suggerimenti su dove agire fiscalmente (in passato lo fece allo stesso modo anche il Governatore BCE, Draghi) ad uno stato, Italia, con dati economici migliori delle previsioni e che ha dovuto finora subissarsi, quasi in solitudine, il gravissimo problema, nei confronti del quale l’UE è stata effettivamente cieca, dell’immigrazione.

Su IMU, Tasi ed in generale sull’imposta sugli immobili della quale tanto si è qui scritto e parlato, fino ad aspri confronti, nelle legislature addietro, non mi stancherò mai di ribadire un concetto. Da un lato è indubbio che la tassa debba essere ridotta, o tolta, per tutte le attività produttive, a cominciare da quelle agricole, vada rivista l’imposta per gli imbullonati ed eliminata nel caso di capannoni sfitti o di imprese fallite (previa verifica ovviamente, per evitare speculazioni); ma ciò deve andare di pari passo con una revisione profonda delle agevolazioni fiscali che spesso sono eccessive quando decisamente senza motivo d’essere. Dall’altro lato urge una revisione del catasto, che sembrerebbe, ed auspichiamocelo, in via di perfezionamento, per le abitazioni domestiche. L’abolizione dell’imposta sulla prima casa varrebbe circa 3.47 miliardi, già una cifra non banale, per un bilancio come quello italiano, senza ricorrere ad una pesantissima spending review, includendo anche seconde ed ulteriori abitazioni, il gettito complessivo salirebbe a circa 23.9 miliardi, impossibili da trovare nelle pieghe del nostro bilancio (ricordiamo i vincoli Deficit/PIL ed il relativo percorso di rientro nonché il debito/PIL al 132% soggetto al fiscal compact europeo che impone di portarlo al 60% in 20 anni). La spending review, tanto sbandierata, su cui fior di commissari hanno lavorato inascoltati e pagati e che comunque a ancora da venire, può garantire coperture parziali, ma non totali, anche supponendo di racimolare tutti i 17 miliardi previsti, in parte destinati a disinnescare le clausole di salvaguardia ed in parte dirottate alla riduzione del debito; al momento non è ancora ipotizzabile concretamente  un aumento dei margini di flessibilità europei. Inoltre, va considerato che togliendo l’imposta immobiliare si va a colpire pesantemente il bilancio dei comuni, molti dei quali sono già abbondantemente in rosso e che quindi potrebbero dover ricorrere all’aumento di altre imposte locali, con il risultato di abbassare le tasse nazionali, alzando però quelle locali, in un bilancio che complessivamente rimane in pareggio, ma più spesso va a scapito del contribuente il quale in ultimo si trova soggetto ad un maggior livello impositivo.

Molto più lungimirante, e, se volgiamo, anche equa, sarebbe una revisione delle detrazioni e l’introduzione di una progressività, realmente funzionante, dell’imposta, basata sul nuovo catasto, che includa anche immobili ecclesiastici non adibiti a culto, possedimenti di enti, fondazioni, partiti e via dicendo. Di certo una azione in tal senso non sarebbe osteggiata dall’Europa che invece si pronuncerà sicuramente in modo negativo su una eventuale proposta di abolizione totale, come ad oggi pare voglia fare Renzi, in sede di presentazione e valutazione del DEF.

Tutte queste sono parole già dette insomma, che possono risultare quasi stucchevoli e ripetitive, ma tristemente sempre valide.

Se Renzi vorrà davvero abolire totalmente l’imposta sugli immobili il Ministro Padoan e tutto il suo staff dovranno, ma ne sono ormai abituati, sudare sette camicie.

Seppur inserite in un attacco all’Europa leggermente fuori luogo e che rischia di essere tutt’altro che produttivo quando la Commissione dovrà decidere se concedere o meno altra flessibilità all’Italia, va riconosciuto a Renzi di aver ribadito un grosso problema, quello dell’immigrazione, che solo ora a distanza di anni dalle prime tragedie che hanno scosso l’opinione pubblica (non di certo le prime in assoluto) sembra essere preso fattivamente in considerazione da stati come Francia e Germania, che si sono visti negli ultimi mesi interessati a loro volta da ondate migratorie via terra, foriere degli stessi drammi di quelle via mare. Quando le parole le richieste di aiuto e di impegno vengono dalla Merkel o da Hollande hanno un altro peso che quando vengono dalla penisola, dalla quale sono anni che si sollevano inascoltate ed anestetizzate dietro l’allocazione di fondi, forse anche colpevolmente mal gestiti, ma solo parte di una soluzione che richiede un’articolata politica comune che include risorse economiche e di mezzi, logistica, redistribuzione dei migranti ed anche interventi in loco nei paesi di origine.

L’Europa, pur ancora lontana da una soluzione concreta, sembra molto più sensibile ed operativa sul fronte migratorio da quando a far pressione è stata la Germania. Le richieste della Merkel di inasprire i controlli italiani nel Brennero sono state immediatamente recepite dal nostro Governo, ed il fronte comune, mai nato su altri temi, caldeggiato dal Cancelliere tedesco, tra Germania, Francia ed Italia per gestire il problema, pare godere di considerazione e margine di manovra a livello europeo. Esso, se ben strutturato, riuscirà a scardinare le resistenze di stati più restii all’accoglienza ed alla gestione attiva dei flussi migratori, quali l’Ungheria di Orban. A sensibilizzare le istituzioni ed i Governi non può e non deve essere stata la foto, pur oltremodo drammatica, di un bimbo esanime riverso su una spiaggia, immagine che campeggia oggi su molti quotidiani (alcuni altri si sono rifiutati di pubblicarla), perché si tratta di una tragica rappresentazione visiva di quanto ci è già noto da tempo accadere o in mare, o su terra, quando su una stiva di una nave, quando nel rimorchio di un tir, finanche tra gli angusti spazi di un cofano motore. Non possiamo essere cosi legati alla solo senso della vista, nell’era della diffusione digitale ed immediata delle informazioni.

Di sicuro ad attivare l’Europa sull’immigrazione non saranno le parole di Renzi, fin qui inascoltate a Bruxelles in più di una occasione e come probabilmente lo saranno anche quelle sull’imposta sugli immobili che in autunno, se proseguirà il progetto del taglio totale, dovrà essere rivista in sede di valutazione del DEF, ma se il fronte comune, ritardatario ma stavolta non per colpa italiana, bensì per disinteresse altrui, tra Italia – Germania – Francia fosse l’inizio di un percorso verso un’efficace gestione dei flussi migratori con i quali sempre più il vecchio continente dovrà misurarsi, sarebbe sicuramente notizia positiva.

03/09/2015
Valentino Angeletti
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La microscopica crisi greca al cospetto del potenziale impatto cinese. I pericoli economici sembrano non finire

yuan-renminbiCome avevamo previsto (Link), in merito alla crisi greca, pare sempre più probabile un accordo tra creditori ed Atene entro il 18 agosto, in modo da poter rimpinguare le casse greche per il 20 agosto, data in cui lo stato ellenico dovrebbe rimborsare la BCE di una somma pari a poco più di 3 miliardi di €. Il piano di riforme che Atene avrebbe intenzione di portare a compimento è stato presentato ai creditori ed alle istituzioni europee ed è stato da loro condiviso. Si tratta di un testo da 385 pagine con 27 riforme da implementare, tra cui l’aumento di tasse sugli immobili, delle imposte sugli armatori, fino ad ora praticamente esenti, eliminazione delle agevolazioni agricole, differenti scaglioni di IVA, piano per aumentare l’età pensionabile ed un imponente piano di privatizzazioni (svariati aeroporti sono già nel mirino dell’Hub di Francoforte). Il piano è particolarmente duro per l’ellade, e poco rispecchia le promesse elettorali di Tsipras, diventato molto più mansueto ed accomodante nei confronti della ex Troika, da quando Varoufakis si è tirato fuori (o è stato fatto fuori) dalla compagine del governo Tsipras, sostituito da un “assente” Euclid Tsakalotos. I falchi europei, Germania e Finlandia in testa a tutti, si dicono scettici sulla possibilità che Atene sia in grado di mantenere le promesse ed implementare le riforme, così preferirebbero, allo sblocco del piano di aiuti da 86 miliardi in 3 anni, un prestito ponte per traghettare la Grecia ad autunno, consentendo il pagamento della rata agostana alla BCE ed oltrepassando l’eventuale riconferma elettorale della Merkel. Fonti riportano di toni più che aspri ed urla telefoniche tra il Premier ellenico ed il Cancelliere tedesco. Il testo del piano di riforme, che peraltro, in alcune parti come IVA e privatizzazioni, è molto simile alle linee guida che l’UE consiglia di seguire all’Italia, dovrà essere votato dal Parlamento Greco immediatamente prima dell’Eurogruppo di venerdì 14, da quello UE e da alcuni altri stati membri, tra cui Germania, Finlandia, Olanda. Risulta evidente che senza una ristrutturazione del debito ed una revisione degli interessi, ogni piano di aiuto è inutile, se non a compartecipare ad un inutile e vizioso giro di denari che partono dai creditori, confluiscono ad Atene per tornare, a distanza di pochi giorni ai creditori stessi per assolvere alla scadenze imminenti; nulla si ferma in modo stabile e costruttivo nell’economia greca. Questa, non a caso, è l’idea che ultimamente si è fatta l’FMI, non più certa di partecipare al piano di salvataggio (la decisione comunque non sarà presa prima di ottobre) senza una riorganizzazione del debito, che avendo raggiunto quasi il 180%, con interessi non trascurabili, è chiaramente insostenibile soprattutto se peridi di austerità sono ancora in vista. Invero i mercati pare abbiano già scontato gli scenari peggiori, risultando così immuni dai possibili colpi di scena che la vicenda greca potrebbe ancora riservare, visti gli attriti permanenti tra falchi e colombe, analogo discorso non può essere fatto per l’autorevolezza, l’integrità ed il valore internazionale dell’Europa nella sua interezza, che deve ancora guardarsi bene dal trascurare il peso della crisi ellenica.

Non si arriva però ad intravedere un po’ di calma da un lato, quando nuove e ben più procellose tempeste imperversano e si palesano dall’altro. Si tratta stavolta di un peso massimo, al cospetto del quale la Grecia pare meno che un virus già debellato da poderose dosi di vaccino: la Cina. La Banca Cinese (BoC) ha deciso, con una mossa che ha colto tutti gli analisti di sorpresa, di manovrare, svalutandola, la propria moneta nazionale, lo Yuan Renminbi, e lo ha fatto per ben tre volte consecutive nell’arco di 72 ore, rispettivamente ritoccando il tasso di cambio di -1.9% lunedì, -1.6% martedì e -1.1% all’apertura di giovedì, per un ribasso complessivo di 4.6%. Si tratta di un segnale decisamente forte, benchè l’arma utilizzata sia senza dubbio la medesima adottata da FED, BCE, BoJ, l’impatto cinese è stato ben più forte, perché inatteso, ma soprattutto per due ragioni, una di respiro a breve termine, l’altra da valutare sul medio-lungo periodo. Da anni il governo cinese tenta di far in modo che lo Yuan possa rientrare nel paniere delle banche nazionali, FMI in testa, come valuta di riserva per gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie, dapprima ancorandone il valore al dollaro e mantenendo la quotazione artificialmente alta, ora, disancorando il tasso di cambio dal dollaro, svalutando ed aprendo di fatto la quotazione dello Yuan alle leggi di mercato.

Per tale ragione, una maggiore e più naturale competizione tra valute, il FMI plaude alla decisione cinese, asserendo che in tal modo il valore dello Renminbi non sarà gonfiato, e nel medio periodo concorrerà alla stabilità del mercato delle valute: questa si terebbe di una decisa apertura all’economia di mercato del regime cinese.

I due rischi menzionati sopra, riguardo a questa mossa cinese sono connessi all’impatto immediato ed alle prospettive future.

Nell’immediato la reazione delle piazze finanziarie mondiali è stata decisamente negative con perdite tra il 3 ed il 4.5%, bruciando nel complesso oltre 227 miliardi di Euro solo in UE (anche se oggi, giovedì, le piazze sembrano tentare il rimbalzo). Gli USA hanno accusato il Governo di Pechino di voler scatenare una guerra valutaria, e come conseguenza probabilmente verrà presa la decisione di non alzare i tassi che ormai avrebbero dovuto subire un rincaro per via degli ottimi dati sull’occupazione ai quali sono legati. Ovviamente la svalutazione dello Yuan punta ad incrementare la competitività nell’export dei prodotti cinesi, penalizzando di fatto l’import. A risentirne maggiormente sono stati i comparti del lusso, automotive e beni di consumo Europei e Statunitensi. Tra i due mercati vi è però una differenza, mentre l’Europa può dirsi toccata più marginalmente dalla svalutazione cinese, in quanto paga le merci in Dollari, stesso discorso non vale per gli Stati Uniti. In realtà i mercati del lusso e delle auto di un certo livello (le grandi tedesche, le auto di lusso e le supersportive) si ritiene possano stare relativamente tranquilli, visto che un incremento di prezzo anche del 5% su beni dall’elevato costo e ad appannaggio dei più facoltosi milionari cinesi, non dovrebbe incidere molto sulle loro abitudini di consumo; non è così per i grandi colossi europei ed americani del consumo di larga scala, al quale i cinesi medi, nuova classi di colletti bianchi del boom economico, hanno iniziato ad attingere a piene mani. Rientrano in questa cerchia marchi come Apple, Intel, GM, Siemens ed, in quota minore, FCA. Impatto negativo c’è stato anche sulle materie prime (in particolare minerarie) di cui la Cina è grande consumatrice, ad iniziare dal petrolio, in questa fase ancora sotto pressione (la Cina è il secondo importatore). Un altro grande rischio del breve periodo, ma con effetti anche nel medio-lungo termine, è la possibilità che si inneschi una guerra valutaria. In Asia, stati come il Vietnam che competono per manodopera con la Cina, hanno già provveduto a svalutare e le valute Australiana, Neozelandese, Malese, Indonesiana (ed anche il Dollaro Canadese) sono ai minimi. L’Euro invece ne esce decisamente rafforzato, con ripercussioni negative sul nostro export (in aggiunta a alla maggior competitività dei prodotti cinesi). Si innescasse una guerra valutaria, il rischio globale sarebbe una deflazione planetaria che potrebbe spingere taluni paesi, ed anche l’Italia viste le politiche del lavoro perseguite negli ultimi anni, a tentare un’impossibile battaglia sui prezzi delle merci, tagliando sempre più (auguriamoci di no) costo del lavoro e materiali, a scapito del potere d’acquisto dei lavoratori e della qualità, vero valore aggiunto che la nostra manifattura deve conferire alle proprie produzioni. Alla deflazione potrebbe concorrere anche il prezzo del greggio, già sotto pressione per le decisioni OPEC, indirizzate dall’Arabia Saudita, di non intaccare le produzioni, dalla domanda inferiore dovute a rallentamenti in molti settori ciclici ad alto consumo di idrocarburi, dalle scorte USA maggiori del previsto e dalle nuove disponibilità di Iran ed Iraq; in questa fase, a seguito di un rallentamento cinese dell’import di OIL, la domanda potrebbe calare ulteriormente.

Il secondo elemento di preoccupazione, è rivolto al medio-lungo periodo ed è collegato all’economia Cinese che pare in rallentamento (anche se detto dall’Italia e dall’Europa fa sorridere sarcasticamente). Quest’anno la crescita cinese faticherà a raggiungere il target del 7%, ed quand’anche lo raggiungesse, la crescita reale potrebbe essere inferiore, drogata: dagli interventi statali nel campo della finanza, come il divieto di vendita di titoli imposto poche settimane fa a seguito di diminuzioni degli indici borsistici di Hong Kong e Shanghai; dall’eccesso di credito per investimenti in borsa (prestiti per acquisto di azioni e prodotti finanziari anche non regolati, OTC, dando come garanzia quote dei titoli stessi); dal settore immobiliare, in questi anni eccessivamente attivo, senza che vi fosse una corrispondentemente alta domanda a giustificarlo; dal maggior interesse alla tutela dell’ambiente e dell’aria di cui la Cina dovrà necessariamente curarsi. Gli ultimi dati macroecoomici cinesi non sono rassicuranti: i prezzi al consumo sono calati del 5%, la produzione industriale è aumentata del “solo” 6%, mentre le esportazioni e le vendite al dettaglio del 10.5% (a noi comuni europei può sembrarci strano, ma tali valori sono decisamente sotto le stime) e denotano un rallentamento globale dell’economia del dragone. Rallentamento che avrebbe, ed avrà perché prima o poi dovrà verificarsi nonostante le alchimie finanziarie tentate da Pechino, un impatto enorme su USA, Russia (che deve vedersela con un PIL calato di oltre 4 pti percentuali), Asia, Europa: sul globo insomma. Non va mai dimenticato che durante le ultime crisi, la Cina è sempre stata la valvola di sfogo per molto dell’export estero e soprattutto la locomotiva, in grado di non far precipitare l’economia mondiale, alla quale agganciarsi per non cadere nel baratro della recessione.

A parte la Grecia quindi, alla quale si continua a prestare molta attenzione se non altro per i destini dell’UE, il mondo deve fare tremenda attenzione alla Cina, studiare un piano B ed interventi che possano evitare un suo eccessivo rallentamento, senza ricorrere a trucchi finanziari, compromessi sull’ambiente e senza soprassedere sui diritti umani e sulla sicurezza sul lavoro. Una partita tutt’altro che facile.

13/08/2015
Valentino Angeletti
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Tutti vincitori all’Eurogruppo …. per ora perché la partita è ancora lunga

Tsipras-WeidmanQuello di giovedì scorso deve essere stato un Eurogruppo ad altissimo grado di suspance, a testimoniarlo quasi con certezza vi sono le 3 ore di ritardo che lo hanno fatto slittare dalle 15 alle 18, cosa assi inusuale in un ambiente preciso e puntuale come quello di un Bruxelles, colonizzato com’è da tedeschi, lussemburghesi ed olandesi. In questo lasso di tempo probabilmente si sono svolte febbrili trattative tra i vari sherpa per limare gli ultimissimi dettagli su ciò che di lì a poco si sarebbe deciso e comunicato al grande pubblico.

Che il clima del vertice fosse poco rilassato era quasi ovvio visti i presupposti tutt’altro che positivi con il quale veniva affrontato. La Germania e l’Unione, rispettivamente per bocca di Schauble-Weidmann e Moscovici, avevano rigettato ogni ipotesi greca definendola irricevibile ed inaccettabile. Il Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem assieme allo stesso Weidmann avevano additato i piani della Grecia come deliberatamente inconsistenti e fumosi nel tentativo di ottenere un prestito ponte senza che il Governo ellenico si impegnasse in alcun che (fiducia cieca si potrebbe dire). Anche il Fondo Monetario Internazionale, il creditore che per primo dovrà essere rimborsato da Atene, all’ipotesi di un haircut sul debito greco o di un eventuale non rinegoziazione (erano circolate illazioni secondo cui Atene avrebbe avuto intenzione di tagliare il proprio debito del 60%) aveva risposto repentinamente con la Direttrice Christine Lagarde, asserendo che tale possibilità non doveva neppure essere menzionata e che i debiti si sarebbero dovuti pagare fino in fondo. Proprio a ridosso dell’Eurogruppo era poi tornato in scena uno dei tanti schemi a triangolo tra Weidmann-Schauble e Merkel, in cui i primi due facevano la parte degli austeri burocrati intimando alla Grecia la non esistenza di un piano B che non coincidesse col piano A, ossia il pieno rispetto del programma della Troika, mentre la seconda si cimentava nell’allentare la pressione telefonando a Tsipras ed esprimendo la sua convinzione che una soluzione di mediazione si sarebbe trovata. Un gioco delle parti che non è affatto nuovo ma che in genere ha sempre funzionato.

Anche il leader greco era collocato in una posizione non certo semplice, con i falchi del nord Europa capeggiati dalla Germania schierati contro le sue idee di flessibilità, ai quali si sono aggiunti gli ultimi paesi entrati a far parte dell’Unione che hanno immediatamente versato la loro quota al fondo “salva stati” e quelli che hanno completato il programma della Troika subendone tutte le condizioni, come Portogallo, Irlanda e Spagna. La stessa Italia, mai paga nell’asserire con poco realismo che la flessibilità europea deriva dalle linee dettate durante il Semestre UE italiano, ha sempre appoggiato la posizione ufficiale di Bruxelles a trazione tedesca. Gli unici ad allearsi con la Grecia facendo sentire le proprie voci sono stati gli USA, la Cina e la Russia disposti addirittura a supportare la Grecia economicamente sia per stabilizzare i mercati che per attirarla nella propria orbita, invero più per interessi geopolitici e strategici che per pura magnanimità, in caso di una GrExit la cui quotazione saliva pericolosamente.

L’Eurogruppo inoltre non era quello dell’ultimo minuto, infatti lo stanziamento di ulteriori 3.3 miliardi di € del programma ELA per la Grecia, che hanno innalzato il tetto dei fondi convogliati al paese ellenico da 65 (cap già precedentemente rincarato) a 68.3 mld €, ha dato respiro alle banche in affanno e colpite da fughe di capitale fuori dal comune in situazioni normali (tra 500 e 1000 milioni di € di prelievi al giorno) e consentito al paese di avere ossigeno fino al 28 febbraio, data di scadenza degli aiuti del programma della Troika. Altri 7 giorni quindi prima che la “penisola olimpica” cadesse nell’insolvenza. A ben analizzare la situazione, pur evitando un rinvio che avrebbe inasprito ulteriormente i rapporti in UE ed innalzato le tensioni sui mercati e tra i partner internazionali, il tempo rimanente verrà utilizzato fino all’ultimo secondo poiché la decisione scaturita dal vertice europeo non è altro che il punto di partenza di un negoziato che si preannuncia ancora piuttosto complesso.

All’Eurogruppo è stato deciso, consentendole di evitare la bancarotta, che la Grecia potrà usufruire del prolungamento del programma di aiuti per altri quattro mesi (e non sei come da iniziali richieste elleniche) fino a maggio, proprio alla vigilia del rimborso di circa 6.5 miliardi di € alla BCE. A fronte di tale concessione però la Grecia si deve impegnare a presentare un piano di riforme da porre al vaglio ed all’approvazione europea e delle Istituzioni (leggi Troika) e nell’arco dei quattro mesi un nuovo programma di impegni da concordare con le medesime controparti.

Lunedì 23 è prevista la presentazione del nuovo piano di riforme targato Tsipras, ed i giorni successivi probabilmente saranno utilizzati dalle Istituzioni (UE, BCE, FMI) per analizzarlo, proporre modifiche, approvarlo e consentire il prolungamento degli aiuti, arrivando così alla scadenza del 28 febbraio. Dopo l’approvazione il piano non sara modificabile unilateralmente e quindi Tsipras dovrà rispettarlo pedissequamente.

Come riportato dal Ministro Padoan quella che è stata presa all’Eurogruppo è una decisione sul processo e non sui contenuti, ancora sconosciuti, che rappresentano un elemento basilare ed altamente divisivo.

Il risultato del vertice al momento è uno di quelli che tutti indicano come a proprio favore. La Grecia ha ottenuto più tempo e ciò fa gioire e cantar vittoria la coppia Varoufakis-Tsipras che, forse con troppo entusiasmo, esultano e festeggiano il cambio di rotta dell’UE verso una nuova e più umana epoca rivolta all’interesse del cittadino, il tutto grazie alla fermezza delle posizioni greche; la Germania e le Istituzioni (UE, BCE, FMI) hanno ottenuto di discutere e vagliare con il loro metro di giudizio, usualmente non tenero nè permissivo, un nuovo programma di riforme. A dire il vero forse la bilancia pende un po’ più dalla parte di Atene… sono infatti scomparsi i termini “Troika” e “Memorandum” sostituiti da “Istituzioni” e qualcosa come “nuovo piano“, si sa del resto quanto l’etimologia del verbo sia curata in ellade … in realtà al momento pare la Germania colei che giocherà in casa le prossime partite ed in Grecia dovrà essere monitorata la reazione della società perché verosimilmente dovrà ridimensionare la sua aspettative.

Con tutta probabilità i prossimi giorni saranno frenetici perché concordare un piano di riforme non sarà banale. Tsipras in campagna elettorale ha promesso ai suoi elettori stremati da una condizione sociale drammatica lo stop delle privatizzazione, il non incremento dell’IVA, l’aumento dei salari pubblici, l’aumento delle pensioni, il reinserimento delle tredicesime per le pensioni e gli stipendi più bassi, l’introduzione di un salario minimo, la riassunzione dei dipendenti pubblici licenziati, investimenti pubblici, spese per il welfare e per la sanità così da renderla nuovamente gratuita, il non rispetto dei vincoli del rapporto deficit/pil al 3% per il 2015 ed al 4.5% per il 2016 più altre amenità. I cittadini Greci questo è ciò che si attendono. Da quel che è dato sapere oltre alla lotta serrata all’evasione ben poche riforme sono condivise con le Istituzioni (leggi Ex-Troika), forse solamente, e non è poco, la concessione sul vincolo di bilancio del 3% che potrebbe essere ridimensionato all’1-1.5% liberando risorse per gli investimenti (cosa che in Italia non si è riusciti a raggiungere), ma non è dato sapere se ciò soddisferà gli ellenici, se consentirà loro un po’ più di prosperità e benessere, nè tantomeno se ciò può essere sufficiante a Tsipras e Varoufakis per continuare fregiarsi di aver sfondato le barriere rigoriste dell’austera Germania che sotto sotto, con la sua tendenza nordica all’azione piuttosto che alla dichiarazione, potrebbe uscire nuovamente vincitrice.

Lo scontro tra austerità inflessibile, mai realmente abbandonata in Europa nonostante ciò che si è detto e proclamato in lungo ed in largo per i palazzi belgi e non solo, e la ricerca dei quella giusta flessibilità che non deve scadere nel deleterio eccesso di permissività senza controllo, continuerà anche nei prossimi giorni.

Vedremo se a dominare sarà ancora la trazione nordica oppure se effettivamente si dovrà ringraziare Tsipras per aver aperto una breccia nel muro di intransigenza tedesco nel quale potranno incunearsi anche altri attori. Al momento in ogni caso pare che una GrExit, dannosa per tutti tranne che che per la finanza speculativa di Wall Street o della City, per la quale però in più d’uno ha già iniziato a prepararsi, possa attendere ancora un po’.

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21/02/2015
Valentino Angeletti
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La contrapposizione tra interessi tedeschi ed europei e la “speranza” greca

Atene-AcropoliWeidmann attacca instancabile, Schauble raccoglie i precisi assist e Frau Merkel li copre a distanza distraendo gli avversari.

Forse si tratta del solito gioco di squadra sapientemente architettato da un tridente che fino ad ora ha avuto la meglio in quasi tutte le partite, incluso il “pareggio fuori casa” del QE. Infatti con la garanzia a carico delle Banche Nazionali dell’80% tutto sommato il provvedimento monetario è stato potentemente smorzato secondo quelle che erano le assicurazioni richieste dai tedeschi, vale a dire non condividere rischi e non pagare i debiti degli altri stati (Avanti QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prevalso).

Mentre la Merkel a Firenze loda, con le solite maniere di circostanza e gli ammiccamenti con il Premier Renzi, l’ambizione (termine usato almeno mille volte esattamente nello stesso contesto) delle riforme italiane e si dice certa che saranno funzionali alla ripresa anche grazie al supporto proprio del QE, il Governatore della BundesBank Weidmann afferma, anzi ripete per l’ennesima volta, che il QE è un grosso pericolo, un errore. A suo dire non ce ne sarebbe stato bisogno poiché la tendenza deflattiva a cui stiamo assistendo sarebbe solo ed esclusivamente legata alla dinamica dei prezzi energetici ed alle quotazioni del greggio, drogate, che risentono delle strategie arabe e parzialmente russe. Inoltre lo scenario europeo, sempre a detta di Weidmann, sarebbe già impostato verso la ripresa. La sua ricetta sarebbe dunque quella di pazientare (come se il tempo già perso non fosse sufficiente) e proseguire con le riforme che, sempre secondo il Governatore, sarebbero messe a repentaglio in Francia ed in Italia proprio dal QE, reo di spingere questi stati “notoriamente spreconi”ad agire con minor determinazione.

Nel palleggio Merkel – Weidnamm si inserisce il Ministro Schauble che va a pressare il fronte, decisivo in queste ore, Greco. Il Ministro Wolfgang avverte perentoriamente la Grecia, e direttamente Tsipras leader di Syriza, che se non verranno rispettati tutti i patti, inclusi gli impegni presi dal precedente Governo con la Troika non sarà parte del programma QE. Poco si discosta questo ammonimento dal ricatto.

L’affermazione di del Ministro delle Finanze di Berlino è la risposta ai piani che Tsipras ha presentato ai cittadini greci stremati dai tagli dei salari, dalle cancellazioni delle tredicesime, dai licenziamenti, dai tagli alla sanità che rendono addirittura i parti, l’accesso ai servizi di pronto soccorsi o ai medicinali salva vita a pagamento (pare servano 1000€ per diventare mamme). Il Leader di Syriza ha ribadito anche durante la sua azione di voto, che non ha intenzione di uscire dall’Euro, nè di non rispettare i patti con l’Europa, ma non può, in ossequio al suo popolo, sottostare all’austerità, ai piani della Troika, ed agli impegni presi con Bruxelles dal precedente governo di centro destra; ha esplicitamente detto di voler aumentare i salari, reintrodurre le tredicesime, ed aumentare la spesa pubblica per welfare ed investimenti pubblici a sostegno della creazione di posti di lavoro e sviluppo, il tutto anche grazie alla rinegoziazione di un debito al 170% circa del PIL che, considerando anche gli interessi, non consente alcun margine di manovra se non tagli e riduzioni di spesa in tutti i settori (la situazione potrebbe essere non dissimile dall’Italia con la differenza che il debito italiano sta pericolosamente tornando tutto in mano nostrana rendendo eventuali insolvibilità quasi per intero a carico dei cittadini e dello stesso stato, lo si riporta anche nell’articolo sul QE di cui al collegamento sopra).

Riguardo alla Germania è evidente che nonostante la convinzione con cui la stessa Merkel proferisce certe dichiarazioni fuori dal suo paese, la linea dei tedeschi è fissa sulla protezione dei propri interessi sempre ben tutelati finora, tanto da consentire dati occupazionali eccellenti, nonostante un peggioramento dell’export in Europa, il maggior sbocco per le merci tedesche, dovuto proprio alla crisi. Esattamente questo aspetto, ossia il fatto che con una Europa allo stremo ed incapace di consumare, alla lunga anche la Germania è destinata a sopperire alla crisi a meno di ri-orientare totalmente l’export verso l’extra-UE, dovrebbe spingere Berlino a convincersi nel sostegno delle politiche di flessibilità e condivisione di rischi e benefici sostenute anche dalla BCE e da tutti i Governi ed Istituzioni, incluso Bruxelles e la Commissione Juncker che a parole fanno buon viso all’Europa dei popoli della cooperazione e della solidarietà, un po’ quella richiesta da Tsipras, ma alla luce dei fatti sono soggette al volere dei potenti tedeschi che si fanno valere sia nel Direttivo della Banca Centrale Europea, sia a Bruxelles e Strasburgo. Anche l’effetto primario dei QE di abbassare il valore dell’Euro, paradossalmente, unito ad una garanzia in capo alle singole Banche Nazionali che potrebbe essere presa con sospetto dai mercati e dagli altri stati testimoniando un sostanziale indebolimento della solidità finanziaria che potrebbe invece avere una Europa realmente unita a livello economico e finanziario per la quale Draghi a ripetuto che si deve lavorare, reca un beneficio per l’export extra UE del quale gode abbondantemente la stessa Germania.

Non cessando mai di ripetere che il processo riformatore delle istituzioni europee e dei singoli stati, Italia in prima linea, non si deve stoppare, deve anzi velocizzarsi ulteriormente facendo leva, se possibile (poiché è ancora tutto da dimostrarsi) su un QE che mira al target inflazionistico del 2% e non ad immettere liquidità direttamente nel sistema, ci vorrebbe realmente qualcuno di polso che duramente faccia notare alla Germania che sarebbe auspicabile un suo contributo diretto e fattivo alle ripresa europea, innalzando i consumi interni, investendo in infrastrutture di  tlc, digitali, strade e ponti che anche nei pressi di Berlino necessitano di un rinnovamento, di cessare di sovvenzionare le proprie imprese con sgravi sull’energia che somigliano tanto ad aiuti di stato e tornare sotto il 6% (vincolo europeo) del surplus commerciale (con è plausibile venga ulteriormente incrementato grazie ad un un euro così basso).

Questi moniti verbali, ma che poi dovrebbero trasformarsi in provvedimenti seri aventi lo scopo di spingere il Governo tedesco ad accettare la messa in comune dei rischi e benefici del far parte di una unione di economie, valori e persone, dovrebbe essere compito di Bruxelles che però ancora non ha la forza di imporsi sulla Germania. Avviene anzi che sia proprio la Germania a guidare la politica Europea. Anche Renzi non sembra sufficientemente autorevole e coraggioso…. forse con un’azione di contropiede costruita da Grecia, Italia, Francia e Spagna esiste una qualche possibilità di imporsi.
Di certo ora, come uno, come due, come tre e come quattro anni fa la visione ed i comportamenti tedeschi, che sempre forniscono pretesti ai mercati per diffidare dalla solidità dell’UE, non fanno l’interesse dell’euro-zona e nel mentre la crisi si è acuita.

Il nodo delle elezioni Greche sarà senza dubbio fondamentale, esso mette in luce due aspetti importanti che vanno modificati. Da un lato la colpevolezza di alcuni Governi nell’attuare politiche non rivolte al bene dei cittadini, nè tanto meno alla sostenibilità dei bilanci, ma propensi alla corruzione, allo spreco, al mantenimento dello status quo di certe “caste” privilegiate, alla spesa per consenso elettorale; spesa che, andando in parte in favore del popolo, pur non potendo lo stato permetterselo in quei modi, garantiva consenso elettorale, tanto da anestetizzare gli stessi popoli che hanno avuto la colpa di accettare silenti tali situazioni prive di ogni prospettiva di lungo termine, di investimenti in istruzione, crescita, innovazione, ricerca, infrastrutture digitale ecc (gli esempi USA ed anche della Germania o degli stati del Nord Europa o della Corea del Sud, ma anche di Turchia ed Israle sono sicuramente virtuosi). In tal senso Grecia, con la truffa sui bilanci per rientrare nei parametri di Maastricht, ma anche Italia sono paesi sicuramente da colpevolizzare, convenendo che ora vengono raccolti i frutti di quanto politicamente seminato.
Dall’altro lato è stato messo a nudo il totale fallimento di una economia eccessivamente basata sulla finanza, sulla preminenza del guadagno dei mercati rispetto al bene comune per i cittadini, una sostanziale segregazione tra PIL e benessere diffuso, la crescente diseguaglianza tra strati di società sempre più copiosi alla soglia della povertà e pochissimi super ricchi, così come la completa inefficacia di un modello di gestione delle crisi economiche, imposto dalla UE e dalla Troika (Commissione, BCE ed FMI), improntato solo ed esclusivamente al rispetto dei parametri europei sovente anacronistici e non più rispondenti all’evoluzione globale del moderno mondo, all’austerità, al rigore dei bilanci cieco nei confronti del reale bisogno di sviluppo dei paesi, dei popoli e del loro diritto all’essere coinvolti nelle scelte economico-sociali che la politica intraprenderà influenzando anche la loro vita.

Il cambiamento europeo quindi è richiesto su due livelli: dai singoli paesi membri per una più sana gestione dei conti e della politica interna che deve giovasi dei processi riformatori in atto; dalla gestione unitaria delle politiche eruopee improntate non più all’austerity, ma allo sviluppo reale e tangibile, che, oltre all’aspetto puramente numerico e parametrico, si imponga come target il miglioramento evidente delle condizioni sociali di coloro che vivono nell’Unione.

Se Tsipras otterrà il numero di voti sufficienti (almeno il 36%) per governare in autonomia senza compromessi e porterà a termine i suoi piani (temuti più per la natura di precedente che per l’ammontare delle somme in gioco) potrà avere l’occasione di dare il via ad un’era diversa, probabilmente migliore, visto che quella del rigore ha evidentemente fallito (Link: Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia) .

In Grecia, nelle Polis, nacquero la Politica, la Democrazia, il Diritto, la consultazione pubblica e si diffusero nel mondo. Ora la Grecia, nel suo piccolo, può rifar suoi questi valori e farli risorgere in tutta l’UE.

 

25/01/2015
Valentino Angeletti
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Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia

EU-GRDoveva provenire dal Semestre Italiano di Presidenza UE, poi con l’insediamento della nuova Commissione Juncker recependo il sentimento diffuso dei cittadini europei, la presa di coscienza trasversale dei vari partiti disposti ad un nuovo approccio politico, economico e monetario del quale vi è evidente necessità imminente, doveva essere un argine ai movimenti anti europeisti che sempre più stanno attecchendo nella popolazione e troppo spesso sfociano in episodi di intolleranza e grette manifestazioni di chiusura verso un pericoloso nazionalismo xenofobo, invece il cambiamento radicale di cui c’è bisogno pare non sarà guidato dalle istituzioni deputate ufficialmente a gestire la governance, aggiornandola e rendendola più consona ai tempi ed agli scenari che sono, bensì da fattori esterni.

Il Semestre Italiano, che si concluderà in modo ufficiale il 13 gennaio con il discorso del Premier Renzi, oggettivamente, nonostante gli ovvi e prevedibili tentativi di elencare con minuziosa puntualità ogni minimo elemento positivo di questi circa 175 gironi, ha lasciato ben pochi segni; in parte per causa della conformazione stessa della presidenza che ha limitate possibilità se non quella di impostare una agenda delle priorità da condividersi poi con le altre realtà istituzionali, in parte perché è stata il teatro in cui ha avuto luogo il passaggio di consegne tutt’altro che rapido e snello tra la vecchia Commissione Barroso e la nuova Commissione Juncker ed in parte perché non è riuscita ad imprimere il giusto vigore ad un nuovo concetto di flessibilità ed alla possibilità di discussione sui trattati europei. La flessibilità è rimasta quella già prevista negli accordi, nessun margine ulteriore, salvo un poco di tempo in più per eseguire i piani di rientro già definiti, tanto che le leggi di stabilità di Italia, Francia e Belgio, proprio perché rischiano di non essere conformi ai trattati subiranno una nuova verifica nel mese di marzo. Gli investimenti non sono stati incentivati adeguatamente ed ogni tipo di spesa che possa comportare crescita, eccezion fatta forse per la sola quota di contribuzione nazionale ai fondi europei, non sarà sottratta al patto di stabilità così come il piano di rientro del debito è stato confermato (giungere al 60% in 20 anni) con uno “shift” temporale di un solo anno. Il “Piano Juncker” suscita numerosi dubbi, ha come ipotesi una leva titanica di 15 volte rispetto ai 21 miliardi di € forniti da Commissione (16) e BEI (5) per arrivare così alla quota di 315 miliardi col supporto di investimenti privati esterni che difficilmente, viste le condizioni congiunturali e gli scenari di medio-breve periodo, si avventeranno a collocarsi nel vecchio continente quando altre zone del mondo a cominciare dagli USA stanno vivendo una ritrovato fermento. Il vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL è rimasto, assumendo sembianze sempre più anacronistiche, termine che ad un certo punto pareva addirittura abusato ma che permane attuale, forse ora più che mai visti i risultati fin qui ottenuti. Anche il punto sull’immigrazione è rimasto costante se non addirittura deteriorato. L’atteggiamento della Commissione e soprattutto della Germania non sono mutati gran che con quest’ultima sempre meticolosamente attenta in primis a proteggere, giocando anche con una elevatissima perspicacia e strategia dialettica che si manifesta in “diabolici” quanto efficaci palleggi verbali tra Merkel, Schaeuble, Weidmann, i propri interessi mantenendo uno status quo che piano piano ed in ritardo rispetto ad altre realtà nazionali si potrebbe deteriorare anche nei pressi di Berlino e Francoforte (disoccupazione ai minimi al 6.5%, ma dati della produzione industriale tedesca di novembre a sorpresa in calo dello 0.1% su ottobre rispetto ad una stima di +0.3% ed in calo dello 0.5% rispetto a novembre 2013).

Francoforte altro nodo chiave, perché qui ha sede la BCE “Governata” da Mario Draghi probabilmente sempre stretto tra l’incudine di voler attuare una politica monetaria più ispirata agli USA ed il martello della Germania, con il suo seguito di falchi nordici, che, in vece di maggiore azionista dell’Istituto Centrale, glielo ha impedito o comunque lo ha decisamente limitato. I risultati sono stati interventi lenti, in ritardo e spesso sottodimensionati al problema di una inflazione, il mantenimento del cui livello in un intorno sinistro del 2% è tra i mandati della BCE, in costante calo e di un Euro che solo ora sta tornando a livelli più realistici nei confronti del Dollaro. Draghi ha saputo giocare egregiamente con gli effetti annuncio delle sue periodiche dichiarazioni, ma col passare del tempo i mercati hanno iniziato ad attendere oltre le parole alle quali si sono armai anestetizzati, i fatti quindi le misure espansive concrete.  L’ultimo annuncio di Draghi è stato di giovedì 8 gennaio, nulla di nuovo rispetto alla consueta conferma che la BCE metterà in atto ogni misura possibile per contrastare una deflazione che molti si ostinano ancora a negare celandola dietro il calo dei prezzi del greggio, incluso l’acquisto di Bond sovrani, senza peraltro specificare l’ammontare (stando alle passate indiscrezioni dovrebbero essere 1000 mld dei quali 500 nella prima trance) e la data che potrebbe essere il 22 gennaio o, attendendo l’esito delle elezioni greche, il 5 marzo (perdendo ulteriore del giù nullo tempo che ci rimane). Anche sull’ammontare permane qualche dubbio perché 500 miliardi, se distribuiti come sembra e come eventualmente potrebbe accettare la Germania, in base alle quote della BCE detenute dai vari governi nazionali, porterebbero all’Italia una somma attorno ai 90 miliardi, inferiore a quanto, senza effetti risolutivi, fu acquistato nel 2011 (110 mld circa). I mercati sono schizzati in alto e subito (i più ingenui o maliziosi secondo noi) hanno gridato all’effetto bomba di Draghi, difficile da credere per un non nulla di nuovo o eclatante, molto più probabile che le parole di Draghi siano state usate come scusa per giustificare il rimbalzo conseguente al crollo post dichiarazione della Merkel sull’opzione di una Grecia fuori dall’Euro in un momento in cui l’attentato terroristico a Parigi avrebbe affossato anche le più solide piazze finanziarie. Come già detto i mercati non vengono influenzati dalle news, ma le usano (o le plasmano) per giustificare andamenti già, in linea di massima, definiti in riunioni notturne o della primissima mattina che si tengono in riservatissimi uffici ad altissimi piani di vitrei grattaceli, negli HQ di poche grandi banche, assicurazioni, fondi (a Parigi il CAC40 l’8 gennaio -oggi- è aumentato del 3.59%, come se immediatamente dopo l’11 settembre Wall Street fosse stata attorno alla parità….).

Le elezioni greche sopra menzionate sono un altro elemento fondamentale, forse in questo momento il vero ago della bilancia. A conferma che la necessità di cambiamento non è stata recepita in modo convito dalle istituzioni vi sono le varie dichiarazioni in merito ai piani di Tsipras, che vorrebbe rimanere nell’Euro, ma rinegoziando il debito insostenibile (ipotesi sostenuta anche dal Financial Time che vede nel debito greco qualche cosa di non più onorabile) ed aumentando la spesa pubblica per investimenti, servizi, welfare (anche la sanità è ormai quasi solo a pagamento ed il servizio sanitario non è più in grado di fornire medicinali) e per risollevare i salari dei dipendenti pubblici quasi dimezzati per rispettare i parametri imposti dalla Troika. A parte l’ipotesi di uscita della Grecia dall’Euro avanzata dalla Merkel e subito smentita da fonti governative tedesche (probabilmente un gioco congegnato per lanciare un segnale agli elettori ellenici) ed appurato che sia a detta dalla BCE che della Commissione UE l’Euro è un processo irreversibile, i moniti rivolti alla Grecia, agli elettori ed a Tsipras, leader di Syriza probabile futuro partito di governo, rimarcano con veemenza la volontà delle istituzioni europee che il venturo Governo rispetti gli impegni presi dal Governo precedente, ne porti avanti il programma già impostato e paghi ciò che deve pagare ai creditori senza venire meno ai piani di rientro concordati con la Troika, ovviamente nessuna ipotesi di revisione del debito o incremento della spesa pubblica. In questa fase di attesa degli scrutini, la Troika ha interrotto gli aiuti che riprenderanno solo una volta confermati tutti gli impegni da parte di Atene; anche l’acquisto di bond da parte della BCE potrebbe essere a rischio. Simili messaggi certamente indirizzati anche agli elettori potrebbero essere recepiti dalla classe media che ancora riesce in qualche modo a sostentarsi, difficilmente scalfiranno coloro, e sono i più, ormai senza nulla da perdere avendo stipendi dimezzati, nessuna possibilità di accedere alla sanità che non possono permettersi ed animati da profondo risentimento nei confronti di Troika, Bruxelles, BCE ed attuale Governo.

Il cambiamento forte che il Semestre Italiano, la Commissione Juncker e la BCE non hanno fino ad ora saputo indirizzare potrebbe essere impostato da Tsipras se riuscirà a trattare con Merkel, Germania, Commissione arrivando ad una soluzione di compromesso in grado di puntare davvero alla nuova Europa della crescita e della prosperità che deve essere l’obiettivo comune. Dalla sua il leader greco ha anche il fatto che questo è un anno di elezioni importati e diffuse e qualora il suo programma funzionasse, come lui stesso è convito, potrebbe rappresentare un precedente che indirizzerebbe il voto delle prossime tornate nei paesi membri, in molti casi già proiettati verso soluzioni simili a Tsipras che incarnano la diffusa e da troppo tempo necessaria, ma sin qui ignorata, richiesta proveniente dal basso  di una radicale discontinuità per il ritorno ai concetti fondanti il Progetto Europeo.

08/01/2015
Valentino Angeletti
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Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni Qurinalizie e le presidenziali in greche

Poco più di 25 minuti, tanto è durato l’ultimo discorso di fine anno del Presidente Napolitano. Nelle sue parole hanno trovato conferma le “imminenti” e “prossime” dimissioni sulle quali ha tenuto a precisare come esse siano previste dalla costituzione. La scelta è stata anche dovuta ad un senso di dovere nei confronti del paese poiché le sue condizione di salute non gli avrebbero più consentito di svolgere nel pieno delle sue forze e con il massimo impegno e concentrazione tutte le funzioni caratterizzanti la posizione istituzionale che ricopre, inoltre, essendo stato rieletto in condizione di emergenza e dopo un lungo e “doloroso” percorso politico, auspica il ritorno ad una elezione svolta secondo quanto sancito dalla Costituzione e possibilmente che goda del più ampio consenso tra i partiti.

Da queste sue parole emerge il fortissimo attaccamento alla Carta fondamentale e si evince un limitato riferimento alla politica, ripresa solamente in modo superficiale in seguito, nella speranza di un lavoro comune, condiviso e collaborativo, tanto in Italia quanto in Europa, svolto per il bene dei cittadini e per perseguire un crescita economica sostenibile, di prosperità, duratura e che abbracci tutti i membri della UE. Il fatto che i destinatari delle sue parole, meno politiche e più personali rispetto al discorso di insediamento del suo secondo mandato e del capodanno 2014, siano sostanzialmente i cittadini e non i politici, apostrofati in modo perentorio ed accusatorio nelle due occasioni precedenti, può star a significare, benché non detto esplicitamente, un po’ di delusione rispetto alla politica, lenta e poco fattiva nell’elaborare ed implementare il processo necessario di riforme istituzionali ed economiche, anche per colpa di circostanze macroeconomiche ed europee oltre che per i particolarismi ed i giochi di partito interni; Napolitano fa dunque appello a tutti noi cittadini per un cambiamento più ispirato e portato avanti dal basso.

Non entrano nei dettagli già sviscerati e che continueranno ad esserlo nelle più recondite pieghe sillabiche da analisti blasonati, è innegabile che Napolitano voglia infondere fiducia, evidenziare ciò che di buono è stato fatto e che lascerà in eredità al suo successore, guardare la metà colma della brocca. Rimanda infatti al processo di riforme indubbiamente avviato senza però far menzione al tempo ed all’impegno trasversale tra forze discordi (e non solo tra partiti) ancora necessari per portarlo a termine; parla di Mafia Capitale e della scandalosa ingerenza della malavita, ma mette principalmente in risalto i nomi che portano alto il labaro dell’Italia, dalla scienziata Giannotti all’astronauta Samanta Cristoforetti; si riferisce con encomio ai giovani che intraprendono esortandoli ad impegnarsi nel lavoro dopo gli studi senza cadere nell’ignavia, ma non ricorda con sufficiente enfasi il livello di disoccupazione “non voluto” dai senza lavoro e l’impossibilità di emergere nel nostro paese, il quale lascia spesso come sola opzione l’emigrazione, che sovente i giovani devono fronteggiare sbattuti nel gorgo del precariato o di stipendi e condizioni al limite dello sfruttamento, senza possibilità di sostentamento in grandi città facendo in modo che solo coloro già agiati possano accedere ad un certo livello di studi ampliando ulteriormente il divario sociale, non solo in campo economico, ma, il che è peggio, anche a livello culturale; redige un bilancio positivo del semestre italiano di presidenza europea essendo stati inseriti con più determinazione i concetti di flessibilità, di crescita, di occupazione, senza riconoscere che questa presa di coscienza è stata parzialmente imposta dall’evidenza di errori pregressi sia di Bruxelles che della BCE, dal precipitare della crisi e poiché le misure ad oggi intraprese si stanno verificando insufficienti, a cominciare dal prossimo, lento e poco convincete piano “investimenti Juncker”, a fronte di una condizione europea (ed italiana) grave e senza ulteriore tempo da spendere in prove e test di opinabile efficacia già in partenza; accusa le pericolose tendenze anti-europee e propendenti all’abbandono della moneta unica, senza poi calcare la mano in modo deciso, come fatto dal Cancelliere Merkel nel suo discorso di fine anno, su un sentimento, ormai diffusissimo e pieno di consensi nell’Unione, che porta ad una sempre maggiore chiusura rispetto alle istituzioni, rispetto ad altri popoli, rispetto al diverso, sfociando sempre più spesso in episodi di intolleranza e di xenofobia; non accenna alla crisi Greca e ad altre delicate elezione in Europa dalla Spagna al referendum Britannico sulla permanenza nell’Euro; non parla del’incapacità di risolvere la situazione dei Marò nè dei nuovi tragici flussi migratori dalla Siria attraverso l’Adriatico, che si aggiungono a quelli africani verso Lampedusa e la Sicilia, ingestibili solo dall’Italia ed anche dall’intera Europa se continua a comportarsi come fatto fino ad ora, quasi ignorando che tante vite disperate si spengono e si disperdono tra le acque, sulle carrette del mare nelle stive dei traghetti.

Senza andare oltre, ribadiamo come Napolitano abbia voluto provare ad infondere fiducia a tutti noi, ben conscio dall’alto della sua esperienza del reale stato delle cose, della giustificata stanchezza nei confronti della politica e di un sentimento diffuso e comprensibile (forse non pienamente scusabile) di apatia e rassegnazione, sicuramente non orfano, ma che ha i genitori ben definiti nei partiti (ovviamente non in tutti i componenti), nelle evidenti protezioni di Status Quo e rendite di posizione, di scontri divisivi forieri di conservazione, di inutili vessilli ideologici, di una UE distante e meccanica e via dicendo in un impietoso quanto noto elenco. La fiducia, anche nella politica, è fondamentale per la ripresa economica, la crescita, la propensione ai consumi di medio e lungo termine, per la dinamicità sociale e Napolitano ha provato a fomentarla lasciando un messaggio di speranza al suo successore ed a tutti i cittadini. Sappiamo però che la fiducia, che i sondaggi danno ulteriormente in calo, si perde con facilità ed è difficile da riconquistare, per guadagnarla servono molto impegno, dimostrazioni concrete di buona volontà e risultati ed atti tangibili.

A livello nazionale il primo test per mettere alla prova il recepimento (dubbio, perché la condivisione di circostanza per taluni discorsi spesso lascia subitamente spazio ad una sordità cronica) delle parole e degli auspici di Napolitano, saranno le elezioni Quirinalizie. Il Presidente dall’alto della sua esperienza sa che esse stanno catalizzando i movimenti di partito e già giochi di forza sono in atto, influenzando l’attività parlamentare. Forse a questo punto sarebbe doveroso da parte sue dare una dimensione temporale precisa ai concetti di “IMMINENTI” e “PROSSIME” in modo da focalizzare entro un limite ben definito la preparazione e le manovre per il Colle, definendo una data oltre la quale, con un nuovo Presidente, tutto dovrà tornare alla normalità politica ed alla piena concentrazione sul lavoro di riforma che non dovrebbe cessare, ma è in evitabile che si interrompa.

Guardando all’Europa invece le elezioni in Grecia, che per come sono nate lasciano sospettare una volontà trasversale della politica greca di dare freno all’austerità non più sostenibile, sono la prima prova. Il 25 gennaio i sondaggi danno favorito Alexis Tsipras, leader del partito di sinistra Syriza, che ha nei suoi programmi non l’uscita dall’Euro, ma il rinegoziato dei trattati, una nuova discussione sul debito sovrano, aumento della spesa pubblica per investimenti e salari e la convergenza verso una Unione meno oppressiva e più vicina ed assistenziale verso i cittadini, teorie non molto differenti da quelle di molti economisti e partiti europei. Le urne, benché il FMI abbia interrotto il piano di aiuti, al momento non spaventano troppo i mercati per quattro ragioni principali:

  1. Draghi è atteso nel suo discorso di giovedì 22 gennaio; in tale occasione i broker e le piazze finanziarie confidano che i dettagli dei QE siano precisati e siano sufficientemente potenti.
  2. L’ Europa ha toccato con mano che in certe occasioni il costo per il mantenimento del rigore e dell’austerità è ben superiore rispetto a quello di un salvataggio immediato della situazione difficoltosa; si crede quindi che lo stesso errore non verrà ripetuto.
  3. La TROIKA non ha risolto la situazione ed il sentimento popolare, con il consenso a Tsipras e più duramente con gli scontri di piazza, ha prevaricato i freddi dati  ed i parametri economici in miglioramento.
  4. Il governo Tsipras probabilmente governerà in coalizione, non avrebbe quindi carta totalmente bianca.

Se le condizioni di cui sopra si verificheranno tutte e la vicenda sarà gestita da Bruxelles con trattative WIN-WIN senza diktat, ostruzionismi, arroccamenti ed inserendo elementi di flessibilità e garanzia per la sostenibilità dei conti (più tempo, proroghe o sospensioni dei trattati nel periodo di crisi ecc) i mercati, il governo Tsipras ed il popolo greco digeriranno, altrimenti potrebbe scoppiare una tempesta dovuta non al peso economico ellenico, ma al fattore “precedente che fa giurisprudenza”.

Un ruolo fondamentale lo avrà la BCE, Draghi e la Germania, con la triplice Merkel, Schauble, Weidmann, per consentire all’istituto di Francoforte la messa in atto di acquisti di titoli di stato ed a Bruxelles per alleggerire la morsa del rigore introducendo elementi di flessibilità. Pur avendo Schauble assicurato con durezza che lo contraddistingue che qualsiasi governo salirà nello stato ellenico i trattati europei non sono in discussione nè possono essere disdetti, la Merkel ha la possibilità di dar atto alle parole sui timori per le tendenze xenofobe e violente presenti nel suo discorso di fine 2014 muovendosi una volta tanto concretamente e senza mettere dinnanzi a tutto l’interesse germanico.

Non ci rimane che attendere queste imminenti, prossime e fondamentali vicende, confidando davvero nell’apertura, non solamente verbale, di un reale periodo di cambiamento la cui fase embrionale ha animato il discorso dell’ancora Presidente Napolitano ed è stata da lui ritenuta sufficiente, in decisiva concomitanza con la stanchezza fisica tipica della sua veneranda età, per stabilire che è il momento di collaborare con le istituzioni da altra sede rispetto all’Ufficio del Quirinale.

Link:
Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica? 02/12/14
Il Presidente Napolitano, stanco e forse deluso, verso le dimissioni? 09/11/14
Fine anno, tutti con Napolitano. Quindi da domani si cambia? 01/01/14

01/01/2015
Valentino Angeletti
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PD di fronte ad una scelta necessaria, ma soprattutto un Weidmann passato quasi sotto silenzio che teme il cambiamento in UE

jens-weidmannL’attenzione dei media e l’azione politica in questi giorni sono sempre più catalizzate dagli eventi interni al PD che in queste ora sta svolgendo la propria assemblea nazionale. Le divergenze sono ormai forti, forse insanabili, di sicuro mostrano l’esistenza di due correnti con vedute quasi diametralmente opposte. Da una parte vi è Renzi con i suoi seguaci, la maggioranza del partito, dall’altra vi è la cosiddetta vecchia guardia o coloro che mostrano riserbo nei confronti delle scelte politico-strategiche del segretario. Nella vecchia guardia vi sono Cuperlo, Fassina, Bindi, D’Alema, Bersani mentre i dissidenti sono rappresentati da Civati. Ciò che più rimproverano al al Premier sono: l’accordo con Berlusconi, il cosiddetto patto del Nazareno, il quale a loro detta sta prevaricando l’esclusivo tema delle riforme costituzionali per abbracciare tutta l’azione di governo, le eventuali elezioni del presidente della Repubblica e probabilmente inserisce alcune clausole per garantire vantaggi al Cavaliere (che siano essi politici, economici, personali o giudiziari) e l’impronta della linea politica dell’Esecutivo distante da quello che era il programma del PD, un partito che si starebbe avvicinando sempre più a Confindustria e starebbe eseguendo le volontà del centro destra, NCD e FI in particolare (del resto Alfano proprio oggi parlando ad In mezz’ora su Rai3 ha apertamente affermato che l’alleanza sussiste in quanto il Governo sta realizzando i programmi di centro destra), senza dare il medesimo credito e la medesima possibilità di confronto ai sindacati, liquidati in un incontro di 60 minuti. La votazione della Commissione Costituzionale sull’articolo 3 della riforma del Senato, relativa ai senatori di nomina presidenziale, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso e se (e ciò emerge anche dalle prime notizia provenienti dall’assemblea PD), Cuperlo ed “i suoi” non sembrano possibilisti nei confronti di una scissione di diverso avviso è Civati che qualora la linea continuasse ad essere quella in atto si è detto, parlando al futuro e se opportunamente seguito, a dividersi fondando una nuova sinistra.

Le difficoltà e la presenza di una parte di elettorato di centro sinistra non rappresentata dal PD sono evidenti, molti sono coloro che hanno aderito agli scioperi, altri sono i delusi della politica di Renzi, ed altri ancora gli astenuti e quelli che hanno riversato nel M5S un voto di protesta. Questa circostanza mette effettivamente i critici interni al PD di fronte ad una domanda che devono dirimere, cioè se sia giusto eticamente e moralmente dare a questo elettorato una rappresentanza, pur rischiando di essere schiacciati alle urne dal peso del partito di Renzi oppure mantenere la posizione “di comodo” ed accettare la linea di partito quale essa sia, in quanto l’alternativa di far cambiare strada al Premier è oggettivamente impossibile e per la determinazione di Renzi e per i suoi numeri ed alleanze trasversali. Che la situazione vada chiarita e che non sia corretto continuare in queste discussioni e divisioni interne è evidente e quindi ognuno dovrebbe prendersi le proprie responsabilità ed agire secondo le proprie convinzioni, votando a favore dei provvedimenti se si ritengono corretti oppure contro per dar voce ai propri elettori, in alternativa dire chiaramente agli elettori di essersi convinti, allineati ed aver mutato pensiero.

Potrebbe essere pensabile una alleanza Civati-Sindacati (CGIL e FIOM in primis) che coinvolgesse anche SEL, ma la sensazione è che l’alto rischio, quasi la consapevolezza, delle poca forza di questo nuovo schieramento mantenga un po’ tutti in stallo e porti i protagonisti in ultimo ad accettare, pur avanzando critiche quasi fini a se stesse se poi non sono seguite da fatti, ogni decisione venendo talvolta meno alle loro idee. Evidentemente il timore fondato di poter sparire quasi definitivamente dalla scena esiste e non vuole essere corso.

Senza voler incolpare né renziani né “dissidenti” e convinti che si debba convergere rapidamente ad una soluzione che sia essa PD unito o PD diviso, più che alla questione PD, importante internamente perché comporta un rallentamento dei lavori Parlamentari, viene come al solito dall’Europa il segnale più preoccupante, per la precisione dalla Germania e per essere ancor più precisi dal Governatore della BuBa Weidmann. Segnale passato quasi inosservato nonostante la sua importanza. In una intervista rilasciata a La Repubblica Weidmann conferma quanto scritto in questa sede proprio qualche ora prima dell’incontro tra il tedesco ed i giornalisti (italiani e non solo): L’UE dopo un allentamento torna a pressare l’Italia (e la Francia) 11/12/14Dopo una chiosa di circostanza e retorica a supporto delle riforme del Governo Renzi, in particolare quella sul lavoro, conclusa comunque col perentorio suggerimento che adesso è il momento di passare dall’annuncio all’attuazione delle riforme, il discorso si è concentrato sulla politica monetaria della BCE.

Riguardo alle riforme va detto che la posizione dell’Europa, in tal caso esposta dal Commissario Pier Moscovici, è molto netta: a Bruxelles interessano relativamente poco i contenuti delle riforme, quello che conta sono i risultati ed i saldi finali, il mezzo e le modalità con cui raggiungerli è in capo ai singoli stati. Per tale ragione si può supporre che, fatto salvo per i “numeri” approfonditi meticolosamente, i lunghi piani di riforme siano sommariamente letti dalla Commissione Europea ed analogamente dal Presidente Weidmann. Ad esempio sulla riforma del lavoro al giudizio di Bruxelles poco importa se sia fatta a vantaggio degli imprenditori, dei lavoratori o, come sarebbe auspicabile, di entrambi, l’importante è finalizzare il risultato; al momento, ma la situazione sta cambiando e la nuova crisi Greca sarà un primo decisivo banco di prova, in UE non devono far fronte alla popolarità e sopratutto non devono perseguire il consenso elettorale che a volte nei singoli paesi membri muove le azioni politiche fuorviandole da quello che è nell’interesse della collettività.

Tornando alle dichiarazioni di Weidmann sulla politica monetaria, in estrema sintesi ha asserito che Draghi dovrebbe scartare l’ipotesi di QE con acquisto di Bond sovrani e parimenti non dovrebbe neppure considerare una condivisione dei rischi e dei debiti degli Stati, che pure il Governatore aveva avanzato, in quanto tali misure spingerebbero i paesi meno virtuosi ad indebitarsi ulteriormente e rallentare il cammino delle riforme. Gli esempi della FED in USA o della BoJ in Giappone, secondo il leader della BuBa, non sarebbero significativi nè attuabili in un contesto come l’Europa che non presenta, a differenza di USA e Giappone appunto, una finanza, una legislazione ed una economia unitaria (da ricordare comunque che anche la BoE in UK ha attuato con successo una politica espansiva animata dai QE). La via da perseguire secondo il Presidente della Bundesbank rimane quella del rigore, della disciplina di bilancio e delle riforme. Riguardo agli investimenti che la Germania dovrebbe fare per cercare di potenziare il suo ruolo di “locomotiva europea”, secondo il Presidente ed anche secondo la Merkel, essi possono anche essere fatti, ma non sortiranno effetto sugli altri paesi, come a dire: “lasciateci fare che in casa nostra decidiamo noi”. Wiedmann non ritiene un problema nè inflazione che secondo lui è dovuta esclusivamente al calo dei prezzi energetici, quando sappiamo che c’è stata una dinamica deflattiva anche sui salari, in Italia in particolar modo ma non solo, nè il rallentamento della Germania che lui vede in perfetta salute. La sua strategia sarebbe quella di ATTENDERE gli effetti del rigore di bilancio e delle riforme che dovrebbero portare da sole buoni risultati. Anche Weidmann a chiedere tempo, o meglio di temporeggiare.

Come già detto svariate volte in questa sede, il rigore e la disciplina di bilancio sono importanti e le riforme in questo frangente lo sono ancora di più, ma i primi dovrebbero essere allentati in momenti drammatici come quello in atto per poi essere nuovamente applicati per rendere strutturale il percorso di crescita già intrapreso, le seconde invece necessitano di tempo per portare risultati, si parla di effetti nel medio – lungo periodo. Manca un’azione espansiva che affianchi i Governi nazionali nelle riforme e che sortisca effetti subitanei.

Si intende chiaramente che fino ad ora la politica della BCE è stata dominata dalla BuBa, maggiore azionista della BCE stessa, e nonostante sia le ipotizzabili velleità espansive di Draghi sia la dinamica decisionale non soggetta ad unanimità bensì a maggioranza, a dominare è sempre stata la linea attendista dei rigoristi e, per quel che conta il mio parere, se ne vedono i risultati. Il punto chiave è che la posizione di Weidmann (e del seguito che avrà) pare possa continuare a rallentare le azioni di politica monetaria volte a contrastare nel breve e brevissimo termine inflazione ed a sostenere le dinamiche dei prezzi: infatti se adesso la maggioranza della Board BCE parrebbe orientata ad azioni più espansive (anche per lo scarso successo di ABS e TLTRO e per gli scenari europei ancora molto traballanti e deboli) è innegabile che il peso di una BuBa ostacolante non sarà un elemento facilmente liquidabile e richiederà dunque tempo, riunioni, negoziati e ridimensionamento dei piani (come lo è stato per l’unione bancaria ed i criteri di Basilea). Tempo che per Weidmann c’è copioso mentre per uno che come me vede la realtà dagli “stupidi occhi senza MBA e master in economia e finanza nelle prestigiosi Università ed Atenei chissà di quale stato del mondo” questo tempo sembra ormai già scaduto e lo percepisce nella vita quotidiana, nel calcare le vie dei mercati rionali, nei negozi, nei bar, nelle piazze ed osservando il proprio portafoglio, il conto in banca, le entrate e gli adempiente fiscali imminenti. In Italia siamo tornati ai livelli di salari del 1999 con prezzi e rincari del 2014, altro che dinamiche salariali in aumento paventate da Jens Weidnamm.

Il pericolo quindi è che la situazione scivoli e degeneri facendo il proprio corso vittima del non fare, corso che riteniamo estremamente differente, a meno di non essere tedeschi e quindi sapientemente protetti dal trino scudo Merkel-Schauble-Weidmann con supporto di Commissione Europea, da quello positivo ipotizzato con certezza dal Presidente Weidmann.

La politica italiana quindi è là, in Europa, e nelle relazioni con gli altri Stati che dovrebbe concentrarsi, unita, coordinata e con una strategia sottoscritta da tutti i partiti, rivolta a concretizzare quanto presente negli slogan per una Unione Europea meno burocratica e rigida quindi più coesa e flessibile. Purtroppo la sensazione che si ha costantemente dal 2011, quando il tema della Governance europea è entrato nei dibattiti nazionali, è che le istituzioni che dovrebbero rappresentare l’Italia in UE e la politica italiana non abbiano nè le capacità, nè le persone, nè l’autorevolezza, nè l’ordine mentale per gestire simili rapporti in modo proficuo per il nostro paese e, riteniamo, per il destino di tutta l’Unione che al momento non pare proprio di prosperità, pace e protezione.

14/12/2014
Valentino Angeletti
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La BCE punta ancora sull’effetto annuncio assecondando la minoritaria volontà tedesca

Pare essere tutto pronto. A valle della riunione mensile della BCE sono stati evidenziati dal suo Governatore alcuni punti che lasciano ipotizzare una decisione finale di un certo tipo:

  • la board BCE non ha necessità dell’unanimità per decidere, ma opera per maggioranza;
  • il mandato della BCE è quello della stabilità dei prezzi, sarebbe illegale non perseguirlo con ogni strumento possibile;
  • per perseguire il proprio mandato (stabilità dei prezzi ed in altri termini inflazione nell’intorno sinistro del 2%) la BCE può adottare strumenti monetari non convenzionali. Addirittura c’è una cifra sul controvalore da raggiungere: 1000 mld € in totale, 500 nelle prime trance.
  • le stime di crescita sono state viste al ribasso;
  • le previsioni sull’inflazione, come sulla crescita, sono previste ulteriormente in calo ed a dicembre si attendono dati non confortanti che per giunta non considerano l’effetto del crollo del prezzo del greggio dovuto alla “guerra” in atto (l’Arabia Saudita potrebbe puntare ai 60 $/bar per mettere in difficoltà i concorrenti).

Ovviamente il Governatore Draghi non ha dimenticato di ribadire come l’istituto da lui presieduto non può sostituirsi ai Governi nazionali (pur avendo richiesto in occasioni precedenti una cessione di sovranità per quel che concerne le riforme e la condivisione dei rischi sovrani) nel perseguimento del processo riformatore volto ad attrarre investimenti, sostenere crescita ed occupazione, convergere verso un sistema bancario più solido ed integrato. Draghi ha poi dispensato elogi a Juncker per il suo piano di investimenti da 21 (315 considerando un ipotetico fattore 15), sostenendo che va nella giusta direzione e che in fondo Juncker è l’unico ad aver intrapreso qualche azione concreta.

Noi rimaniamo dell’idea che il Piano Juncker sia un piuttosto timido e che lasci più di un dubbio sulla sua efficacia pratica, ovviamente sempre felici di essere smentiti, così come, se è timido il piano Juncker, lo è stato ancora di più l’atteggiamento della BCE la quale, dopo l’errore iniziale di non vincolare i capitali immessi nel sistema finanziario all’utilizzo a sostegno dell’economia reale, non ha mai mostrato la risolutezza e la capacità d’azione e reazione necessarie in una crisi così drammatica, pur con un’inflazione lontanissima dai target della banca centrale e senza segni di un possibile miglioramento (l’argomento è stato qui tratto in più di una occasione).

Stando quindi alle considerazioni esposte ci si aspetterebbe che la conclusione fosse un dettaglio quantomeno più preciso rispetto all’uso di una delle ultime munizioni a disposizione della BCE: il QE tramite acquisto di titoli di stato (o debito sovrano che dir si voglia). Dalla nuova sede di Francoforte invece il piano è stato ancora rimandato. Ricordiamo che già a giugno scorso e poi a settembre erano state messe in atto alcune misure i cui frutti tardano ancora ad arrivare e, come insegnano le prime iniezioni di liquidità della BCE al sistema bancario, non è detto che i risultati e le loro dinamiche siano quelle attese. Del resto potrebbe essere così anche nel caso di acquisto di Bond. Sarebbe dunque auspicabile intervenire quanto prima, senza negare l’evidenza che è già stato perso troppo tempo e nessun argine è stato posto al naturale corso della crisi che rimane in peggioramento. Evidentemente questa non è la linea dell’Istituto che pure ha rilevato un ulteriore deterioramento dei parametri di crescita ed inflazione dell’aria Euro. Prossimi sviluppi si potranno avere il 22 gennaio o 6 settimane dopo (i Board BCE non sono più mensili) confidando, ma le smentite sono prassi, che venga mantenuta la tempistica de “i primi mesi del 2015”. L’effetto annuncio stavolta non è bastato ed ha comportato un rafforzamento dell’Euro sul Dollaro ed un calo, seppur non drammatico, degli indici borsistici con grande volatilità tra i bancari durante le ore di contrattazione. I mercati ormai sono diventati immuni agli annunci che un tempo riempivano di euforia ed ora il continuo rimandare ripetendo gli stessi concetti rischia di aumentare la tensione tra i grandi operatori e manovratori comportando di conseguenza un pericoloso aumento dalla volatilità (il famoso indice VIX ormai dimenticato, ma tanto famoso ai tempi dei mutui subprime USA).

Non si capirebbe dunque il motivo di un simil temporeggiare del quale non c’è bisogno e che anzi rischia di essere controproducente consentendo di mese in mese un continuo avvitamento della situazione economica con ripercussioni sul sociale e sul sentimento di avversione, già ampiamente manifesto, nei confronti dell e istituzioni in generale e di quelle europee in particolare. Non si capirebbe appunto col condizionale, perché in realtà, come abbiamo detto più volte, il maggior azionista della BCE è la Germania con la sua BuBa presieduta attualmente dal Jens Weidmann. La Germania, nonostante un rallentamento che coinvolge anche la sua economia sofferente in certi settori, come le auto ed alcuni macchinari industriali, per la concorrenza giapponese con lo Yen ora ai minimi, ha sostenuto che non v’è alcuna necessità di ulteriore espansione monetaria e pochi giorni fa proprio a valle della presentazione delle leggi di stabilità dei singoli paesi presso la Commissione Europea, il Ministro delle finanze tedesco ha sottolineato come non ci sia la minima possibilità di eludere, interrompere o venire meno ai trattati europei ed ai vincoli di bilancio sottoscritti, limitando così la flessibilità che al momento non è altro che quanto previsto dai patti stessi e che si sta dimostrando insufficiente. Il rischio temuto è il rallentamento nell’attuazione delle riforme nei paesi meno virtuosi e più sofferenti (leggi Italia che tra i meno virtuosi definiti anche “periferici” oppure “oil belt” o anche “del sud” è quella con più peso e con il debito più preoccupante) i quali più avrebbero respiro da approcci maggiormente espansivi. La Germania dovrebbe però considerare che la capacità di riformare un paese, come l’Italia appunto, in modo radicale necessita di vedute politiche convergenti verso il medesimo obiettivo di crescita, condizione assai difficili nel nostro paese, sicuramente per colpa e tendenza a proteggere propri status quo, ma anche a causa del contesto sociale sempre più teso, della scarsa fiducia e della sensazione di impotenza e rassegnazione dei cittadini.

Continua quindi la cocciuta propensione all’egoismo, che in ultimo sarà auto-distruttore, da parte dei tedeschi i quali nella Board BCE hanno 6 o 7 adepti, i rappresentanti di Lussemburgo, Estonia, Lettonia, Olanda, con quello austriaco che sembra orientato a sostenere i QE e quello Finlandese che sarebbe ormai convinto ad appoggiare Draghi. In Ogni caso 6 o 7 membri su 23 non dovrebbero costituire un problema. Non è però il numero che conta…. ma è il peso!

Di esempi, oltre alla contestata Abenomics, vi sono gli USA e più vicino a noi la Gran Bretagna, dove, ed è quello che si dovrebbe perseguire trasversalmente anche entro i confini dell’Euro-Zona, un sapiente lavoro della Banca Centrale, BoE, assieme ad un profondo processo riformatore e di taglio della spesa hanno portato la determinata Albione a puntare dritta dritta al superamento del 3% di crescita.

Insomma, continuando a perseverare senza voler apprendere le lezioni delle passate esperienze né trarre esempio dai nostri vicini, rischiamo di meritarci ciò che si merita un recidivo.

Link:
Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo. 27/11/14
Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno 05/11/14
Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino 19/11/14
Non solo Draghi e BCE dietro il crollo delle borse, ma pesano Francia e frammentazione europea 03/12/14
Draghi espansivo, ma Schaeuble frena con gli ABS 26/09/14
Draghi: “allarme rosso sulla ripresa”. Alcuni Mea culpa, ma soprattutto un futuro da affrontare diversamente 23/09/14

04/12/2014
Valentino Angeletti
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