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Il Presidente Napolitano, stanco e forse deluso, verso le dimissioni?

Presidente-Napolitano... Saluta?L’ufficialità non c’è ed è bene non dare nulla per scontato, tanto più in un paese strano come l’Italia, ma sembra ormai piuttosto probabile che il Presidente Napolitano possa lasciare il suo incarico a fine anno. La notizia rimbalza da alcune ore sui giornali lanciata dal’editorialista Stefano Folli dalla sua nuova testata, Repubblica; l’Ufficio Stampa del Quirinale in una NOTA ha sottolineato, né smentendo né confermando, come il Presidente avesse posto limiti temporali al suo operato inferiori al corso naturale dell’incarico. Le occasioni per ufficializzare la decisione potrebbero essere il saluto alle alte cariche, attorno al 20 dicembre, oppure direttamente durante il discorso di fine anno.

Il percorso che ha portato alla rielezione di Giorgio Napolitano è stato più che travagliato e senza precedenti, quasi una supplica da parte della politica che non fu in grado di trovare un accordo condiviso su una personalità, pur essendone state presentate di autorevoli. Del resto anche l’elezione dei Giudici della Consulta ci stanno nuovamente mettendo di fronte ad una situazione, pur mantenendo le giuste proporzioni, simile.

Napolitano accettò, essendo così rieletto il 20 aprile 2013. Proferì un discorso molto duro nei confronti di tutti gli esponenti politici ed anticipò che, per via della sua avanzata età di 89 anni (90 il prossimo 29 giugno) e per l’energia necessaria a svolgere l’incarico di Presidente della Repubblica, avrebbe mantenuto il mandato per un tempo limitato. Non si sottrasse alla richiesta a causa della situazione politica caotica e per una congiuntura economica drammatica con il semestre italiano di presidenza UE non lontano, precisò, da europeista che ha visto nascere l’Unione quale lui è, che il semestre europeo sarebbe stato un momento importante per il paese e si auspicò, richiedendolo quasi esplicitamente al Governo, che da quel 20 aprile alla fine del 2014 fossero portate a termine importanti riforme costituzionali, istituzionali ed economiche. I fattori che lo hanno convinto furono dunque lo scompiglio politico, la criticità economica in Italia ed in Europa, il semestre di presidenza e la necessità di eseguire le riforme già individuate (da anni a dire il vero) nel modo più rapido e qualitativamente elevato possibile in estrema urgenza (termine leitmotiv di questi ultimi anni).

Il contesto non migliorò sotto nessun aspetto a parte qualche risultato puntuale ed il 17 febbraio 2014, cosa che probabilmente non avrebbe mai voluto, fu costretto a sciogliere le Camere e dare incarico a Renzi di formare un nuovo Governo, il seguente rispetto a quello del dimissionario Enrico Letta. Il nuovo Esecutivo, secondo della XVII Legislatura,  si insediò il 22.

Il Presidente Napolitano probabilmente già allora aveva intuito che il livello di riforme che avrebbe voluto trovare, al momento delle sue dimissioni sarebbe in realtà stato molto peggiore e forse si pose la conclusione del semestre come limite massimo del suo lavoro, del resto non poteva non essere data fiducia a Renzi, che con il suo crono-programma prometteva di rivoltare l’Italia come un calzino al ritmo del completamento di una riforma al mese.

Ora che dicembre è alle porte nuovamente la situazione è con tutta probabilità peggiore di quella che Napolitano si aspettava e sperava. L’economia stenta davvero a ripartire ed è condizione comune per tutta Europa; in UE non pare essere stata trovata quella sintonia e condivisione di approccio politico e monetario tale da riportare il cittadino al centro dell’Unione che a detta dello stesso Napolitano deve puntare a divenire unione di popoli mentre rimane incompleta area di moneta comune con tutte le distorsioni del caso, analogo si può dire per l’operato e la strategia della BCE, ripresa da più autorevoli parti per una azione più decisa e rapida. A livello interno però vi sono le maggiori delusioni, infatti è, oltre che alla fisiologica stanchezza, proprio il sentimento di delusione e rassegnazione che traspare dalle poche righe della nota stampa Quirinalizia.

A ben vedere ed al di là delle sempre bellissime e toccanti parole sull’importanza delle persone, della ricerca, dello stimolo all’innovazione, ogni riforma economica (le poche portate a termine) è stata sempre terreno di scontro, l’ultimo caso a dimostrarlo è il DL Sbloccaitalia; i dati ISTAT ed Eurosta (con la disoccupazione drammaticamente alta) ed anche la legge di stabilità han confermato la difficoltà del nostro paese che pur continua a mantenere la parola data in Europa la quale pare ancora molto sospettosa nei confronti dell’Italia; la spendig review, pilastro per reperire risorse e far comprendere all’UE le nostre buone intenzioni, e con lei tutto ciò che ne consegue dai centri unici di acquisto al taglio delle partecipate cronicamente in perdita, non è ancora stata affrontata ed il Commissario Cottarelli graditamente accompagnato all’uscio; la riforma del lavoro ha sollevato come prevedibile proteste con le parti sociali, divenute acerrime nemiche, ed il disagio della gente comune, dei disoccupati, dei precari ed esodati, dei lavoratori (tanti dei quali probabilmente ha percepito il bonus da 80€), dei pensionati, del pubblico impiego e degli autonomi sta sfiorando livelli pericolosi ed i mesi a venire saranno delicati sul fronte scioperi e manifestazioni, del resto, con quasi 5’000 € persi all’anno per i lavoratori dipendenti ed il rischio di povertà ed indigenza per un autonomo su quattro, non è possibile pensare altrimenti; le manifestazioni svoltesi hanno mostrato una tendenza violenta, talvolta xenofoba con un ritorno ad indicare il “diverso” come fonte di ogni problema dando adito all’estrema semplificazione di una situazione che forse è una delle più complesse dal 1900 in poi; in Italia l’antieuropeismo supera il 40% ed è hai massimi in Europa; le riforme istituzionali, vedi la modifica del Senato, sono state abbozzate, ma ben lungi dall’essere completate poiché dovranno passare ulteriori letture Parlamentari, saranno nuovamente terreno di scontro e passibili di modifiche e se entreranno in vigore non lo faranno nel migliore dei casi prima della seconda metà del prossimo anno; nelle province, benché “abolite”, si sono svolte elezioni di secondo livello e le gerarchie istituzionali in gran parte sono ancora in piedi; indicibili poi le 20 votazioni per l’elezione dei giudici della consulta, vicenda che ancora non ha trovato una conclusione mancando il Giudice esponente del centro destra e che ha sdegnato Napolitano stesso; infine la vituperata legge elettorale che da anni ci si prefigge di modificare, necessaria per garantire governabilità al paese e dare la possibilità al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere e rimandare ad elezione qualora necessario, ancora non c’è, tanto che attualmente si avrebbero due differenti leggi a regolare le elezioni per Camera e Senato.

La legge elettorale vorrebbe essere portata a conclusione in breve tempo e Renzi sta stringendo i tempi con conseguente scricchiolamento del patto del Nazareno con il tandem Berlusconi-Verdini e possibile avvicinamento al M5S.

Alla luce di ciò pare comprensibile che, un po’ sommessamente e senza vedere reali prospettive di miglioramento nel medio periodo, Napolitano sia spinto a lasciare, non volendo trovarsi di fronte ad una situazione che potrebbe richiedere lo scioglimento delle camere, atto che di sicuro non vuole essere lui a sancire.

Nonostante ogni parte, partito e personalità della politica sostengano, nelle dichiarazioni rilasciate al grande pubblico, che Napolitano sia la garanzia che serve e si augurino che continui a svolgere il suo mandato (e ciò dovrebbe far preoccupare il Presidente Giorgio perché i precedenti non sono confortanti), il toto nomi è già partito tra possibili donne, professori, economisti, ex Premier così come la giostra di possibili alleanze, patti segreti (PD-M5S contro FI ad esempio), tradimenti e franchi tiratori, tutto in estrema fluidità ed oscurità, ma chiaro nel dimostrare che i meccanismi i quali fin qui hanno imperato e regolato la vecchia politica sono ancora vivissimi a dispetto dell’evidente ed estremo bisogno di un minimo di collaborazione e condivisione di intenti quantomeno negli aspetti atti a garantire un corretto e regolare funzionamento delle istituzioni del paese.

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09/11/2014
Valentino Angeletti
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Puntare sul meglio per un cambiamento inderogabile

Neanche il migliore tra tutti gli aruspici sarebbe in grado di prevedere quello che succederà alla scena politica italiana, si potrebbe andare a nuove elezioni anche nel giro di poco tempo, oppure il Premier Letta, che oggi incontrerà il Presidente Napolitano di ritorno da Napoli dove ha parlato della situazione indecente delle carceri per la quale l’Europa ci ha multato, potrebbe presentare le proprie dimissioni, ci potrebbe essere un rimpasto di governo magari con il supporto dei Senatori a vita, di qualche membro del M5S e del PdL, ambedue contravvenendo alla linea di partito e di Scelta Civica che si è sempre detta attenta ad agire per il bene del paese. Né tanto meno potrà facilmente vaticinare sulla risposta dei mercati, sull’ andamento dello spread e sulla reazione delle agenzie di rating.
Le scadenze imminenti non sono di poco conto, c’è l’approvazione della legge di stabilità da concludere entro metà ottobre per poi passarla alla commissione EU, finalizzata a presentare manovre e coperture di fine anno con l’intento di riportare il rapporto deficit/PIL sotto al 3% dal 3.1 – 3.2% attuale (a seconda delle stime). Se il governo saltasse e non venisse approvato nulla scatterebbero tutti quegli aumenti automatici (IVA ormai certa, seconda rata IMU, blocco pagamenti delle PA, blocco rifinanziamento CIG e missioni all’ estero) che paradossalmente colpirebbero duramente i contribuenti, ma potrebbero fare in un certo senso riquadrare i conti in modo apprezzato alla finanza che come è noto è imprevedibile e non scontata. È assai probabile che la situazione politica intricatissima peserà sulla direzione dei mercati, ma di certezze non ve ne sono.

In mezzo a tutti questi “forse”, che rispecchiano una situazione drammatica, c’è una certezza: la necessità di cambiamento. Un cambiamento che deve colpire la classe politica e dirigente italiana, non solo nei cosiddetti “palazzi”, ma anche nelle aziende a parziale controllo e private, nelle municipalizzate e nelle realtà locali partecipate.
Non deve avvenire quella rottamazione insensatamente basata su fattori anagrafici che sta fomentando un pericoloso e distruttivo odio generazionale; chi ha agito bene, o comunque ci ha provato, ma non è riuscito perché succube di un sistema che rende impotenti, prescindendo dall’età ha ancora molto da dare al paese e deve continuare a contribuire. Non è vero che tutta la politica o tutto il management è incapace o solamente interessato al proprio tornaconto, ci sono esempi, innumerevoli, che dimostrano il contrario e non si può permettere che vengano “buttati nel mucchio”.
A fianco di queste persone è però necessaria una nuova classe, quella del futuro, dei giovani, che dovrà già entrare nel circuito ed essere pronta alle prossime elezioni europee ed al semestre italiano che partirà a luglio 2014. In sede internazionale ci vuole la massima credibilità e competenza, non è possibile ripresentarsi con coloro che non hanno saputo gestire gli anni scorsi. Servono “vecchi” saggi mentori e giovani vogliosi e promettenti.

In Parlamento, alla Camera, in Senato vi sono ancora esponenti che si vantano di non utilizzare internet, dichiarando che il loro portaborse è un internet personalizzato. In questa era di cambiamento, di transizione c’è bisogno di gente che sappia cosa sia il digital divide, che conosca il significato di StartUp e di Crow-founding, che comprenda l’importanza della banda larga, che possa parlare di cambiamento climatico, di green economy, di energia, di mix energetico, di produzioni tipiche e biologiche e di sostenibilità aziendale. Persone che, quando si parla di rinnovare le PA, digitalizzare e sburocratizzare, non pensi che un posto di lavoro viene perso perché sostituito da uno stupido computer, animandosi di un luddismo da prima rivoluzione industriale, ma abbia chiaro che quel computer, se usato correttamente, snellirà ed ottimizzerà un processo, farà risparmiare in tempo e denaro, aumenterà l’efficienza e con la consapevolezza che dietro quel computer esiste un indotto di gestione, manutenzione, educazione digitale i quali rendono positivo il bilancio degli occupati ed in grado di creare valore.

La collaborazione generazionale è fondamentale in scenari che mutano rapidamente e per confrontarsi in modo competitivo e credibile nei consessi internazionali, le azioni di affiancamento e rinnovo devono però essere rapide perché la tendenza dei giovani, che in molti hanno perso speranza ed ottimismo, è quella di abbandonare alla volta di lidi sicuramente più favorevoli, anche senza dover percorrere migliaia di Km.

Solo con le migliori risorse, ed in Italia ce ne sarebbero da valorizzare a su cui puntare, delle generazioni passate, presenti e future che combatto insieme con voglia ed energia, ciascuno utilizzando le proprie capacità e conoscenze per un fine comune, si può raddrizzare una situazione che agli occhi dei più pare ormai compromessa irrimediabilmente.

29/09/2013
Valentino Angeletti
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Verso l’Europa dei popoli

Tra vicende politiche e giudiziarie nazionali si torna a parlare di Europa. Lo fa il Premier Letta in un’intervista al sussidiario.net prima di intervenire al Meeting di Rimini, ove comunque ha ripetuto i concetti, e lo fa il Sole 24 ore nel seguente articolo:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-08-18/leuropa-ricostruita-meno-egoismo-160223.shtml

Benché il tema sia affrontato da angolazioni differenti la sostanza condivisa è che l’attuale modello di Europa sarebbe da rivedere perché da un lato distorto in partenza da un modello economico, finanziario e monetario probabilmente errato o troppo precipitoso dall’altro da una unione fragile, guidata da particolarismi ed interessi locali invece che da collaborazione e sinergia tra popoli al fine di arricchirsi vicendevolmente e competere a livello globale. La marcata austerità che ha dominato negli ultimi anni può non essere più quel baluardo assolutamente da non mettersi in discussione, del resto i Paesi Bassi, primi sostenitori dell’austerity ad ogni costo, non sono protagonisti della ripresa economica, il PIL è calato in nel secondo trimestre del 2013 dello 0.2%, proprio come l’Italia  e le previsioni per l’anno in corso fanno segnare un -1.8%. In Germania il Cancelliere Merkel continua sulla sua linea dura, sostenendo che gli interventi in Grecia sono stati tempestivi ed adeguati, ma ovviamente ciò è parte della campagna elettorale in vista delle elezioni politiche di settembre che saranno una sfida serrata tra SPD e CDU tanto che il Primo Ministro tedesco non esclude una nuova grande coalizione. Dopo le elezioni forse, si spera, ci sarà spazio per mutazioni di pensiero, visto che anche in Germania sta cominciando a prendere piede l’idea che la pur forte e solida nazione teutonica senza un’altrettanto forte e coesa Europa alle spalle, difficilmente riuscirà a competere nei mercati e nell’economia globale.

Di certo c’è che attualmente l’Europa risulta ancora divisa e distante per quel che riguarda troppe questioni importanti, menzionate più e più volte, su cui si dovrebbe intervenire rapidamente. Giusto per aggiungere un ennesimo esempio si riporta il grafico degli stipendi medi nei vari paesi della EU. Come si può vedere la classica giustificazione del costo della vita non può essere addotta (la Grecia o la Spagna non hanno un costo della vita maggiore dell’Italia, e Berlino non è più cara di Roma o Milano, ma un giovane laureato italiano una vita autonoma e dignitosa a Roma o Milano non può permettersela, un collega tedesco a Berlino invece sì). Inoltre, relativamente al nostro paese a penalizzare c’è l’altissimo costo del lavoro e l’enorme differenza tra i redditi più alti e quelli più bassi i quali spesso non raggiungono il livello medio riportato in figura, tanto che per molti, troppi, 23’406€ rappresentano un sogno.

Stipendi medi in EU

Stipendi medi in EU

Il punto chiave per avviare, sperando in una positiva conclusione, il processo di creazione di quell’unione di popoli e culture in mente ai fondatori della EU, a Romano Prodi, ad Enrico Letta ed al Presidente Giorgio Napolitano è che coloro che hanno privilegi e beneficiano, anche meritatamente, di situazioni favorevoli decidano di rinunciare a qualche loro vantaggio immediato per il bene dell’unione, che pagherà sicuramente, con gli interessi, in futuro.

La stessa cosa, a livello nazionale, dovrebbe valere per quel fenomeno vizioso chiamato “scontro generazionale” da mutarsi in “collaborazione generazionale”. Chi ha più privilegi dovrebbe comprendere che per riequilibrare una società altamente disuguale, insostenibile e perdente è necessario cederne una parte in favore dei meno fortunati, tipicamente giovani; allo stesso modo i più validi manager e dirigenti di esperienza dovrebbero impegnarsi, con il sostegno istituzionale, a formare i giovani e la nuova classe manageriale, disposta ad imparare e mettersi in gioco con ambizione ma senza supponenza e superbia, che attualmente non è presente, ma della quale il paese ha fortissimo ed immediato bisogno.

Solo con questo spirito collaborativo, di grande sinergia ed intesa si potrà rinnovare e riformare ciò che al momento non è palesemente vincente.

18/08/2013
Valentino Angeletti
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