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Economia e politica italiane nelle mani dell’UE, mai come ora

Distogliendo per un attimo, anche se con estrema difficoltà, l’attenzione dalle tremende stragi e dagli attentati che si stanno susseguendo in modo preoccupante, facendoci sorgere sempre più eterogenee domande sulla sicurezza europea, sulle politiche di integrazione, ma anche sul malessere mentale che sembra avvolgere come un manto l’intera umanità dall’estremo Sol Levante fino al più frenetico occidente, riemergono le problematiche economiche del nostro paese.

Le perplessità provengono direttamente dal G20 di Ghengdu, in Cina , al quale ha partecipato il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan. Lo scenario economico globale è in rallentamento, questa è la conclusione più cruda, e l’Italia non fa eccezione, anzi, amplifica quello che è il trend globale.

Nel nostro paese il PIL 2016 crescerà meno dell’ atteso 1.2%, non raggiungerà l’1%: l’Fmi ha stimato lo 0.9%, Bankitalia lo 0.8%, mentre il Ref addirittura lo 0.6%.

Alla luce di questi dati serviranno risorse aggiuntive così da poter centrare gli obiettivi di bilancio, ed in particolare il rapporto deficit/PIL, richiesti dall’UE (4-5 mld per bilanciare il calo del PIL), per disinnescare le clausole di salvaguardia come aumento IVA (8 mld) ed accise, nonché per mantenere le promessi di Bonus e detassazione avanzate prepotentemente dal Premier. In totale sono circa 20 i miliardi da reperire nella ventura legge di stabilità. L’obiettivo “20 mld” è evidentemente irraggiungibile ed a questo si aggiunge anche il problema del settore bancario italiano, che secondo il Ministro Padoan è sotto controllo, ma che sicuramente andrà gestito, e non sarà completamente gratis per le casse dello Stato, ad iniziare da MPS che attualmente si trova a ridosso dei minimi storici.

Parte della franta del PIL italiano, che già non correva come una monoposto da F1, potrebbe essere giustificata dalle problematiche condizioni al contorno, come le elezioni americane, dove Trump, secondo i sondaggi, avrebbe sopravanzato la Clinton, il tentato colpo di stato in Turchia, e, soprattutto, la Brexit.

Seppur sicuramente influenti, le sopraccitate, sono solo giustificazioni parziali e che non spiegano perché il nostro paese sia sempre il meno performante. Il referendum britannico ha fatto perdere all’Italia circa un decimo di Pil, decisamente peggio rispetto all’Eurozona che, nonostante il “leave”, ha incrementato il tasso di crescita di un fattore pari a 0,1 e registrerà quest’anno un Pil in aumento dell’1,6%.

Contro le stime di Bankitalia, che pongono il PIL del nostro paese in crescita per il Q2 2016 dello 0.15% invece che dello stimato 0.25%, si potrebbe argomentare che il PIL è in risalita per il quinto trimestre consecutivo; il che è vero, ma è anche vero che nel 2014 la recessione era ancora realtà, ed allo stato attuale, rispetto ai valori pre crisi del 2008, l’Italia si colloca ancora ben 8.5 punti percentuali al di sotto, a fronte degli altri partner che segano performance sicuramente migliori:  la Germania quest’anno crescerà dell’1,6%, la Francia dell’1,5% e la Spagna ben del 2,6%.

Questa disparità di andature all’interno di paesi europei simili fa da conferma di come siano sì le politiche europee a dover essere riviste, ma all’interno del nostro paese è necessario un pesante intervento sul piano economico che fino ad oggi è mancato ed è stato relegato sempre ad una priorità inferiore, sacrificato rispetto a riforme indubbiamente utili ma che avranno effetti, se ne avranno, nel lungo periodo. Allo stato attuale serve intervenire subito raccogliendo immediatamente risultati che dovranno  poi avere natura strutturale nel più lungo periodo.

Il Governo Renzi è probabile che userà l’impatto della Brexit, le scie di terrorismo ed il rallentamento globale generale, per avanzare richieste di ulteriore flessibilità in Europa la quale sapendo bene quali sono realmente gli impatti di questi eventi, deciderà o meno se acconsentire. La linea seguita fino ad ora da Bruxelles farebbe propendere ad un rifiuto, ma vi è l’incognita del referendum costituzionale che Renzi ha posto come punto chiave per proseguire la sua avventura di Governo. L’aggiornamento al DEF sarà discusso in autunno, probabilmente qualche settimana prima del referendum costituzionale che si potrebbe tenere a novembre, per poi passare alla revisione definitiva da parte della Commissione nel periodo primaverile. Ora, se il DEF fosse molto peggiorativo per i cittadini, nel senso che la necessità di reperire risorse si rispecchiasse in un incremento di tassazione in modo più o meno occulto, e le clausole di salvaguardia ne rappresenterebbero l’evento più lapalissiano,  ciò potrebbe riflettersi sull’esito del referendum, che già vede in vantaggio il fronte del “NO” opposto al Governo, il quale con la previsione di un aumento di tassazione sarebbe ancora più impopolare. La vittoria del “NO” potrebbe avere come conseguenza l’abbandono del Premier e quindi una fase di instabilità istituzionale che rappresenterebbe una enorme incognita in un panorama Europeo già indebolito.

Bruxelles pertanto potrebbe trovarsi di fronte a due scelte:

  • supportare il Governo concedendo altra flessibilità ed appoggiando più o meno velatamente il “Sì” al Referendum confermativo;
  • non acconsentire allentamenti dei vincoli di bilancio, mettendo in conto una eventuale crisi  di Governo.

Nel caso della seconda opzione, con tutta probabilità, Bruxelles ha già in mente un Esecutivo successivo a Renzi, che non potrà essere che tecnico, quindi nomi del calibro dell’attuale Ministro Padoan o il Presidente del Senato Grasso.

Mai come ora, benché molto nascostamente, i destini economici e politici del nostro paese sono in mano a Bruxelles, del resto, considerando i risultati non ottenuti in questi anni, difficilmente avrebbe potuto essere altrimenti.

 

25/07/2016
Valentino Angeletti
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Primarie PD: una sconfitta mascherata da vittoria?

Il primo importante passo del PD verso le elezioni amministrative di primavera si è concluso ed ovviamente è rappresentato dalle primarie che si sono tenute nel weekend scorso in alcuni importanti comuni. Contemporaneamente si apre il lungo cammino della compagna elettorale che ci accompagnerà fino all’election day.

Sfogliando i risultati si direbbe che la vittoria della frangia governativa del PD, in altri termini dell’ “apparato” renziano, sia lampante: a Roma Giachetti ha vinto su Morassut con circa il 60% di preferenze, a Napoli si è imposta la giovane Valente battendo la vecchia guardia rappresentata da Bassolino, a Trieste l’uscente PD, il filogovernativo Cosolini, ha confermato la sua candidatura anche per la prossima tornata del capoluogo friulano. Ed infatti sono questi i dati che fanno cantare vittoria ad Orfini benché tale affermazione sia in palese contraddizione con quelli che erano gli obiettivi dichiarati prima delle primarie, ossia puntare ad una grande partecipazione e poi, qualunque fosse il vincitore, fare gruppo per sostenerlo unitamente.

Considerando Roma, che sarà la vera prova del nove per Renzi, sia per Morassut che per Giachetti, sia per Orfini che per il Premier stesso, la soglia minima da raggiungere per non considerare queste primarie un fallimento (testuali parole) era 70’000 votanti, con l’auspicio di superare i 100’000 che parteciparono all’elezione di Marino; la scorsa domenica invece, il conteggio si è fermato a poco meno di 50’000. I 25 – 30 mila voti incassati da Giachetti sono praticamente un quarto di quelli (80’000) ottenuti da (il fu) Marino.

A rincarare la dose c’è stato anche testa a testa a Napoli, dove l’affluenza non ha rappresentato un problema, ma che non sottolinea una dominanza renziana in terra partenopea, alla luce anche del seguito grillino, e soprattutto, come ogni primaria degna di tale nome, all’ombra di brogli che qualche ora fa si è abbattuta sulle primarie sotto il Vesuvio: alcuni filmati (resi pubblici da fanpage.it) proverebbero che persone sono state indirizzate al voto alla Valente, fornendo loro anche l’Euro di contributo al partito.

Tornando alla capitale, la bassissima affluenza denota in primis una disaffezione per la politica, e già ne avevamo contezza, ma anche per il PD. Le periferie, quelle che una volta rappresentavano la base dei democratici e la sede dei principali circoli, non hanno votato, o se lo hanno fatto si sono apertamente (non mancano interviste in merito) schierate per Morassut, l’unico, a detta loro, rappresentante della vera sinistra, non quella “invisa” con patto del Nazareno, con Verdini, col partito della Nazione. La borghesia bene, già di stampo democratico, ma anche quella più centrista e democristiana non disprezzante le posizioni filo centriste e destrorse più volte assunte ufficialmente dal Premier, ha probabilmente sostenuto il candidato indicato da Renzi, il radicale Giachetti.

Dai sondaggi è possibile estrapolare la conclusione che molti degli storici elettori del PD andranno a rimpinguare le file degli astensionisti o dei delusi che si rivolgeranno, come ultima ratio, al M5S. Di questo fatto, al momento verificabile per la città capitolina, ma facilmente ampliabile su scala nazionale, il PD, e Renzi primo tra tutti, dovrà tenere conto in vista di un sempre più probabile ballottaggio col movimento ispirato da ispirato da Grillo, ma anche con lo sfasciato CDX, che se si unisse in una coalizione, ipotesi decisamente rara, sarebbe il primo partito di Roma e, con tutta probabilità, d’Italia.

Ad alzare ulteriormente il livello di complessità della vittoria all’eventuale ballottaggio tra PD e M5S, contribuisce anche la situazione economica che vede una Europa nuovamente, anche se con piglio più amichevole e meno nordico, alle nostre calcagna, ricordandoci come la flessibilità che richiediamo sia già stata usata e che i parametri di deficit e debito non sono migliorati come invece avrebbero dovuto, benché vengano riconosciuti alcuni passi avanti sul fronte di riforme e lavoro. Questo fatto, unito alle irrisolta crisi migratoria, si rispecchia nel nostro paese con un pericoloso incrementare del degrado di alcune periferie cittadine e con la situazione economica di molte famiglie che non riescono a fronteggiare le spese giornaliere, incluse quelle sanitarie, spingendo così molte persona a trascurare la propria salute.
Oltre che a lavorare su riforme economiche che possano portare benefici immediati all’ex ceto medio che ha perso la vocazione democratica, il Governo Renzi deve necessariamente lavorare ad una chiara idea di partito e puntare o al ritorno alle origini cercando di recuperare consensi a sinistra, oppure, con l’obiettivo di ampliare il bacino elettorale di centro e di centro destra (i cui elettori sono sempre più spaesati) guardando al partito della nazione, come conseguenza del patto della nazione e degli accordi con ALA di Verdini. Analogamente anche la frangia del PD più orientata a sinistra dovrà decidere “cosa fare da grande”.

L’attuale situazione del Partito Democratico di “né carne né pesce” è molto probabilmente di grande vantaggio per il M5S e, cosa assai peggiore, d’incentivo all’astensione.

08/03/2016
Valentino Angeletti
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Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno….

Il processo di modifica della normativa su lavoro ed occupazione è iniziato. Come prevedibile dagli scontri dei mesi scorsi, il primo tema affrontato è stato l’Articolo 18. Il timore era che affrontare una tematica complessa a partire dalla regolamentazione dei licenziamenti fosse solo il modo per attaccare un baluardo ideologico più che per creare un substrato realmente favorevole alla proliferazione e catalizzazione di investimenti privati nel nostro paese.

L’attrazione degli investimenti come abbiamo detto più volte (LINK) non è figlia solo della normativa, indubbiamente da semplificare e snellire come tutta la burocrazia borbonica imperante ed inefficiente che la fa letteralmente da padrona come elemento maieutico per la proliferazione di poltrone e potentati, ma della domanda e della necessità di nuova manodopera per sopperire ai consumi, alla necessità di servizi, alla richiesta di export in sostanza alla dinamicità dell’economia, situazione dalla quale siamo ancora ben lungi.

Ricordiamo inoltre che l’articolo 18 non si applica già alle imprese sotto i 15 dipendenti, circa il 90% delle aziende nostraneane. Taluni sostengono che la non espansione di simili realtà dipende proprio dalla volontà di non dover sottostare a questa ulteriore norma, altri invece, tra cui imprenditori titolari di piccole imprese, non ritengono la presenza dell’Art. 18 un problema essendo l’aumento ed il non aumento di personale principalmente legato alla necessità di nuova manodopera, al costo da affrontare per nuove assunzioni che deve essere giustificato da un eccessivo incremento di profitto e non ultimo dal desiderio di mantenere una dimensione famigliare in cui i rapporti umani sono una delle forze che fanno il successo dell’attività. Se poi si considerano i casi in cui l’Articolo 18 è stato applicato nelle aziende oltre i 15 dipendenti essi risultano davvero un numero esiguo.

La modifica inserita dal Jobs Act abolisce l’Articolo 18 per tutte le imprese oltre 15 dipendenti introducendo la possibilità di licenziare a fronte di una buona uscita che varia dalle 4 alle 24 mensilità; 4 mensilità sono corrisposte per i licenziamenti entro il primo anno, per gli anni successivi le mensilità scendono a 2 all’anno per un massimo di 24 appunto. Le nuova assunzioni, che dovrebbero essere di tre anni come apprendista per poi trasformarsi automaticamente in tempo indeterminato, sono poi agevolate da uno sgravio di circa 7-8 mila € in favore dell’azienda. Il reintegro per i lavoratori dovrebbe, ed il condizionale è d’obbligo in quanto vi è ancora margine di intervento, permanere per i licenziamenti discriminatori. Verrebbero inoltre assimilati i licenziamenti collettivi a quelli di singoli individui.

Senza entrare più nel dettaglio, è evidente che la tematica rimane altamente divisiva, anzi pare proprio non accontentare nessuno.

Per NCD di Alfano – Sacconi e per tutta l’area liberale è stato fatto un piccolo passo avanti, ma soprattutto è stata persa l’occasione di eliminare definitivamente la possibilità di reintegro anche per i licenziamenti discriminatori ovviamente dietro corrispettivo pecuniario (opting out).

Per FI, Brunetta e Toti, è stato fatto tanto rumore per nulla, questa norma non sortirà effetti ed è stato creato ulteriore caos finalizzato a marketing e propaganda politica.

All’interno della sinistra e del PD si annidano però le critiche più feroci e pericolose per la tenuta del Governo Renzi. Il come sempre durissimo Fassina sostiene che sia stato eseguito il compitino dato dalla Troika, mentre i sindacati, inclusa la CISL che pure non aveva scioperato per opporsi a questa norma, si sono detti sconcertati per la perdita di fondamentali diritti sul lavoro con un pericoloso livellamento al ribasso. In particolare il dito è stato puntato contro l’equiparazione dei licenziamenti collettivi e di singoli individui, sulla quale lo stesso presidente della Commissione Lavoro Cesare Damiano ha aperto a modifiche e revisioni, così come verso la monetizzazione dei licenziamenti. Secondo le sigle sindacali, ed anche per la parte civatiana del PD, rimarrebbe presente una giungla indecente ed insostenibile di contratti. In sostanza il Premier avrebbe esaudito i desideri delle imprese e di Confindustria, che a dire il vero rimangono moderatamente soddisfatte.

Altro importante punto di scontro riguarda l’applicabilità della norma sui licenziamenti anche al settore pubblico caldeggiata dall’area liberale e di centro-destra. Il Governo, con i ministri Poletti e Madia, hanno dichiarato di non ritenere applicabile il Jobs Act ai dipendenti pubblici (anche se per il Premier Renzi è il Parlamento a doversi pronunciare su questo tema) aprendo così un ampio campo di scontro con tutta l’ala liberale di Governo ed opposizione, da Ichino a Zanetti.

Passando ad analizzare queste prima ed ancora precarie informazioni, una chiara evidenza è che le mensilità non sono poi così allettanti per il lavoratore al quale, più che l’indennizzo economico, è la prospettiva per il futuro ad interessare, prospettiva e fiducia nel deivenire senza la quale la ripresa economica e dei consumi non può esserci, come dimostrato da questa crisi. Inoltre nei i primi anni lo sgravio per le aziende è superiore a quanto esse dovrebbero rimborsare al lavoratore in caso di licenziamento, sembrerebbe dunque una contraddizione in cui licenziare può essere addirittura conveniente.

Come detto il licenziamento non è previsto per motivi discriminatori, ma lo è ad esempio per quelli disciplinari. Evidentemente, oltre al ricorso al giudice per stabilire la sussistenza o meno del comportamento perseguibile con l’allontanamento definitivo dal posto di lavoro, in molti casi di licenziamento il licenziato cercherà di ricondurre la sua situazione ad un licenziamento discriminatorio ricorrendo al giudice ed aprendo una causa con l’azienda probabilmente lunga, cavillosa e dispendiosa in termini di tempo e risorse sia per l’una che per l’altra parte. I licenziamenti collettivi già esistono, e soprattutto nelle grandi aziende, vengono operati con la creazione ad hoc di società controllate al 100% poi cedute in toto col meccanismo della cessione di ramo aziendale.

Pur essendo evidente è bene ri-sottolineare che per le aziende al di sotto dei 15 dipendenti di fatto non cambia assolutamente nulla.

La questione dell’applicabilità al pubblico impiego, dove per certe inadempienze l’allontanamenti dal posto di lavoro già esiste anche se forse applicato in pochissimi casi (come spesso capita basterebbe applicare fedelmente le regole già in essere invece che crearne nuove…), pone di fronte al classico caso border line che è difficile dirimere; se infatti il dipendente pubblico ha sostenuto e superato un regolare concorso è anche vero che si accentua ulteriormente un divario tra lavoratori soggetti a maggior tutele, che pur pagano lo scotto di blocchi salariali ormai di lungo corso, e lavoratori ai quali simili tutele non si applicano. Questo elemento sarà probabilmente territorio di dibattiti e scontri, ma alla fine è difficile pensare un’applicazione ai dipendenti pubblici, sia per la forza del loro sindacato, sia per la presa di posizione dei Ministri Poletti-Madia, sia per l’importanza di un simile bacino elettorale.

Infine, un lavoratore a tempo indeterminato di lungo corso, quindi beneficiario dell’Articolo 18, che cambiasse lavoro spostandosi presso una differente azienda, sarebbe assoggettato alle nuove regole o manterrebbe la non licenziabilità del vecchio contratto? Questo elemento potrebbe essere ostativo nei confronti di una mobilità ed aspirazione alla crescita del lavoratore stesso, elemento basilare per il traino della ripresa USA.

Gli effetti del Jobs Act si vedranno nel giro di anni, e nonostante i dibattiti ampliamenti già aperti, la norma è ancora tutta da definire in molti punti chiave. Di sicuro di primo acchito non pare che sia una vera rivoluzione copernicana, piuttosto sembrerebbe che ben poco venga cambiato tanto da far sospettare che l’apporto alla creazione di posti di lavoro sia minimale rispetto a quanto auspicato. Sicuramente il fatto di non essere considerata una buona norma da tutti partiti porterà ad impasse ed aspri scontri vista anche la determinazione del Governo a non cedere a modifiche e l’apertura al ricorso allo sciopero già avanzata dai sindacati, con CGIL a far da capo fila.

Come dimostra l’ultimo caso di delocalizzazione che ha toccato lo stabilimento di Chieti della Golden Lady, in via di chiusura dopo la serrata della OMSA di Faenza riconvertita a produzione di divani, quella che va aperta è la stagione delle sburocratizzazioni e della defiscalizzazione in modo da attrarre investimenti privati, così come far in modo che l’Europa consenta più ingenti investimenti pubblici anche sotto strettissimo controllo di spesa e del raggiungimento dei risultati. Il superamento degli attuali ammortizzatori sociali, che non sono stati ancora completamente coperti da adeguate risorse, verso una riqualificazione attiva del lavoratore è indispensabile per la creazione della dinamicità tipica degli USA che tanto si prendono da esempio, ma dove le dinamiche sono completamente differenti e la ripresa ha goduto di politica monetaria e QE finalizzati esplicitamente al raggiungimento di un preciso target di disoccupazione (< 6%), investimenti pubblici, re-industrializzazione, mercato del lavoro dinamico e meritocratico ed un dollaro deprezzato in gradi di spingere con vigore le esportazioni; in ogni ragionamento poi non vanno mai dimenticate le contraddizioni sempre presenti, come l’imperante diseguaglianza e le tensioni sociali che stanno sfociando in gravi episodi razziali.

Meno burocrazia, meno tasse, sostegno ad imprese e lavoratori senza utilizzare la pericolosa arma della svalutazione salariale rappresentano gli elementi base per poter realmente spingere i consumi, l’export, creare domanda e conseguenti posti di lavoro, altrimenti articolo 18 o no l’occupazione non pioverà dal cielo.

27/12/2014
Valentino Angeletti
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Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica?

Pare proprio che ci siamo. Con una nota ufficiale il Quirinale ha definitivamente posto nero su bianco il fatto che il Presidente della Repubblica non ha assoluta intenzione di dimettersi prima di fine anno, il che coincide con la fine della presidenza italiana in Europa la quale ha contribuito in modo decisivo alla scelta di Napolitano di accettare un nuovo e stancante mandato che pure aveva anticipato non avrebbe portato a termine. La nota però lascia anche intendere che dopo il 31/12 le dimissioni saranno questioni di giorni.

Pensare che il Presidente, nonostante la stanchezza comprensibile perché a giugno prossimo gli anni saranno 90, perché la carica che ricopre è sempre e comunque di responsabilità e richiede estrema lucidità in ogni frangente e perché gli ultimi anni della politica italiana hanno gravato ed incrementato in modo quasi singolare il lavoro della prima Carica dello Stato, avesse potuto dimettersi prima del 31 dicembre era veramente improbabile ed azzardato. Un annuncio formale contenente anche le tempistiche potrà avvenire o attorno a metà mese con il saluto alle alte cariche dello stato oppure proprio nel discorso di auguri alla Nazione di fine anno. Alcune voci, che tra l’altro lo danno sempre più stanco (e riteniamo che proprio la stanchezza e l’alto livello di responsabilità, la lucidità necessaria giorno e notte, siano i moventi delle dimissioni anticipate benché i giorni scorsi ci sia stata una corrente giornalistica speculativa che parlava di malattie piuttosto che di timori per tempeste economiche quasi già pianificate), asseriscono che il presidente non presenzierà alla giornata della memoria del 27 gennaio dedicata alla Shoah alla quale è particolarmente legato, è pensabile quindi che la data di abbandono per un ritrito a vita privata in Via dei Serpenti possa avvenire tra il primo ed il 27 gennaio con tutta probabilità più verso la seconda metà del mese. A quel punto subentrerebbe ad interim il Presidente del Senato Grasso.

Nella nota si legge anche che la decisione sarà completamente autonoma esulando totalmente dalla dall’attività di Governo e dall’esercizio della funzione legislativa. In sostanza svincola le dimissioni dalla fase politica in atto.

Questa presa di posizione lascia aperte almeno due chiavi di lettura: la prima è indubbiamente la volontà del Presidente di non bloccare in in una sorta di bimestre bianco l’attività Parlamentare che vorrebbe invece vedere convergere rapidamente verso una fase più concreta del processo riformatore nel minor tempo possibile, né anticipare oltremodo le manovre e gli accordi per la ricerca di un successore; la seconda (che del resto avevamo già anticipato: link) riguarda la sua delusione rispetto a come si è evoluta la situazione politico economica italiana da quando accettò il secondo mandato nell’aprile 2013.

Contrariamente alle dimissioni, l’accettazione del secondo mandato aveva invece una connotazione strettamente legata alla fase politica allora in atto. Infatti Napolitano si sacrificò proprio per cercare di contribuire al processo di riforme ed alla presidenza italiana di turno in Europa, soprattutto avrebbe voluto vedere conclusa la legge elettorale e le riforme istituzionali/costituzionali, dopodiché avrebbe lasciato il Quirinale. Il suo mandato è stato totalmente politico e nonostante la Nota Qurinalzia lo sono anche le sue dimissioni e testimoniano, oltre alla stanchezza senza la quale forse avrebbe provato a resistere, che nel tempo intercorso non sono stati raggiunti i risultati attesi ed il Presidente non è nello spirito di attendere ancora. Una sconfitta della politica.

Facendo una rapida analisi molte delle riforme istituzionali che riteneva prioritarie, alcuni da anni come quella elettorale, sono ancora al palo, ostaggio dei rapporti di forza tra i partiti, degli accordi e dei negoziati che ognuno vorrebbe a proprio vantaggio col risultato del blocco. Si potrebbe pensare che questo rallentamento nel riformare le istituzioni siano state conseguenti ad una maggior attenzione al lato economo ed alle riforme più prettamente riguardanti la crescita e l’attrazione di investimenti, come la defiscalizzazione, la sburocratizzazione, il taglio del cuneo fiscale, il sostegno a famiglie ed imprese, la spending-review e via dicendo; invece no, gran parte delle riforme necessarie e note da tempo non sono state portate a complimento se non in prima lettura e comunque sempre faticosamente oggetto di scontri aspri. Nel mentre i dati economici non hanno bisogno di essere ricordati, perché anche in questa sede si possono andare a ricercare facendosi così un’idea dello stato del paese, ed anche l’ultimo dato diramato dall’ISTAT sul PIL del Q3 2014 a -0.1% non fa eccezione, andando a portare la previsione sul PIL a fine anno a -0.5%, davvero ben lontano rispetto alle stime di crescita 2014 date all’insediarsi del Governo Renzi, il 22 febbraio 2014, dallo stesso Premier e dal Ministro dell’Economia Padoan che parlavano di +0.8% definito prudenziale con l’aggiunta della locuzione “vi stupiremo”, a testimonianza che i corsi economici non si invertono a comando o per volontà divina e quand’anche venissero raddrizzati hanno tempistiche tecniche e fisiologiche per dare i frutti. Anche i dati sull’occupazione non migliorano, del resto è dimostrato che l’occupazione presenta un ritardo rispetto alla crescita ed all’aumento del PIL di circa 12-18 mesi ed inoltre necessita di un incremento stabile del prodotto interno lordo attorno ad 1.2-1.5% affinché la condizione non sia poco più che un dato provvisorio. Anche i consumi interni non riescono a riprendersi, complice il livello di tassazione cresciuto in 18 anni del 44% a fronte di un aumento degli stipendi del 19% che si azzera per effetto dell’inflazione (altro problema a livello europeo), nè il debito migliora puntando al 133.8% per il 2015.

Anche l’unione e l’unità di intenti tra i partiti e le forze politiche affinché agissero nel più ampio consenso per il bene del paese e per la rapidità dell’azione riformatrice auspicate, quasi ordinate, dal Presidente Napolitano all’atto del suo secondo mandato, non si sono verificate, anzi hanno subito una escalation sia tra differenti partiti che internamente alle medesime forze politiche (PD, M5S, FI nessuno fa eccezione) e l’elezione dei giudici della consulta ne costituiscono solo uno dei numerosi esempi. Parallelamente la situazione sociale è peggiorata, il malcontento e la sfiducia dei cittadini alla luce delle altissime aspettative poi disattese sono aumentati (vedi lotta per la casa, scontri di piazza, Tor Vergata) ed anche i rapporti Governo-Sindacati sembrano molto precari, nel peggiore dei casi irrecuperabili (CGIL-FIOM). Ciò ha comportato l’acuirsi di un pericoloso sentimento di intolleranza verso il diverso additato di essere causa dei mali che sfocia in episodi di xenofobia, nazionalismi, di anti europeismo convinto, manifestato alla urne col crescente consenso alla Lega, o meglio a Salvini che ha modificato radicalmente il Carroccio adesso molto più vicino, non a caso suo alleato, allo schema del Fronte Nazionale di Le Pen che punta all’Eliseo parigino. Il pensiero che ha comportato i voti della Lega (personificata da Salvini) è stato sostanzialmente il medesimo che ha dato la vittoria schiacciante a Renzi alle europee del maggio scorso, ossia la scoraggiamento, la sfiducia e la ricerca di un’ultima spiaggia (che a ben vedere ne presenta sempre una dopo ancora più ultima).

Passando a livello Europeo quella che doveva essere una corsa verso una UE dei popoli si è dimostrata poco più che un lento incedere barcollante. Napolitano crede nell’Europa Unita come entità di popolazioni coesa e cooperativa, non solo stretta da una moneta e qualche legge formale in cui le realtà dei vari stati nazionali sono quasi esclusivamente attente ai propri vantaggi e senza alcuna volontà di condivisione di rischi e benefici. L’austerità propugnata fino ad ora va direttamente in quel senso: divide invece di unire, porta anti-europeismi invece che sentimento di appartenenza, aumenta le disuguaglianza sociali invece che livellarle verso un benessere comune. La BCE non ha saputo agire efficacemente nonostante l’esempio USA e forse Draghi è stato limitato nel suo operato dalle pressioni di Berlino, maggiore azionista dell’istituto di Francoforte, tanto che non è riuscito ad arginare la diminuzione dell’inflazione e sostenere l’economia reale in modo diretto. Anche il piano investimenti di Juncker da 315 miliardi teorici lascia più di un dubbio perché presuppone interventi privati per una leva di 15 in una zona a bassissima crescita e con scarse possibilità di una rapida inversione di tendenza rispetto ad altre parti del mondo (Link: Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo). Infine come presidente del semestre Europeo l’Italia ha lasciato ben pochi segni; tale incarico prevedeva sostanzialmente la sola possibilità di dettare le priorità dell’agenda, nessun potere decisionale, ma complice le elezioni ed il lento insediamento della nuova Commissione completato in questi giorni, è stato solamente possibile convenire sul fatto che l’Europa avrebbe dovuto concentrarsi su crescita, occupazione (giovanile in particolare),  trovare nuove vie per attrarre investimenti nei settori più strategici (infrastrutture, energia, tlc, digitale) ed abbandonare la totale austerità per un approccio più flessibile senza però darne dettagli. A ben vedere nulla di quanto non si senta ribadire da più parti (anche in questa sede) almeno dal 2011.

Alla luce di simili evidenze, tutt’altro che celate o difficili da comprendere, è facile pensare ad una delusione e voglia di staccare da parte del Presidente in carica che sicuramente non può non pensare anche all’eventualità, pur remota ma che di certo non vuole essere Lui a dover gestire, di uno scioglimento anticipato delle Camere. Di qui la decisione di concludere il semestre di presidenza, come aveva già detto nel febbraio 2013, per poi lasciare, avendo di fatto visto concluso solo l’impegno che si era dato per se stesso, vale a dire il termine del turno di presidenza, ma senza che la politica sia riuscita ad assolvere nessuno di quelli (leggi riforme) che il Presidente aveva caldamente assegnato. Sotto questo punto di vista le dimissioni in un contesto simile non possono che essere interpretate come una sconfitta della politica stessa che non è stata in grado di adempiere alla richiesta di responsabilità intimata perentoriamente dal Presidente.

La speranza nutrita da Napolitano, della quale la nota del Quirinale è testimonianza, sul non voler anticipare gli accordi e le manovre sulla sua successione per non turbare i lavori parlamentari, rischia di nascere già infranta. Manovre ed accordi sono già in atto tra i palazzi. Sherpa e teste di ponte stanno vagliando varie ipotesi: fuori usciti dal M5S in sostegno al PD che si svincolerebbe dalla minoranza interna e dal patto del Nazareno, FI e Berlusconi che vorrebbero procedere alle riforme (elettorale in primis) solo dopo la rielezione del nuovo inquilino del Quirinale così da non perdere il loro potere negoziale, il M5S che con alcuni portavoce si dice disposto a ragionare col PD su nomi comuni mentre con altri smentisce tali ipotesi, il Presidente Grasso che esprime la necessità di dover trovare fin da subito un nome che goda di ampio consenso per non essere impreparati al momento delle votazioni velocizzando così i tempi, il Premier che vorrebbe un nome importante ma al contempo di poca forza e non inviso alla politica ed all’economia (ultimo nome Muti padre) in modo da avere più potere in stile tedesco, altri preferirebbero un nome politico come le frange del PD (e Prodi sarebbe il primo della lista), altri ancora una personalità economica.

Dal mio punto d’osservazione starebbe bene qualcuno in grado di comprendere e gestire questa fase economica del calibro di Draghi, che nonostante le inespresse volontà tedesche e nordiche, difficilmente abbandonerà il delicato ruolo in BCE proprio in prossimità dell’uso di altre armi non convenzionali (forse addirittura i QE tanto odiati dalla Germania) e proprio ora che il Governatore ha dichiarato la necessità di una condivisone dei rischi sovrani all’interno dell’area euro. Alternative potrebbero essere Ignazio Visco Governatore di Bankitalia oppure Franco Bassanini presidente CdP, senza mai dimenticare Prodi la cui indiscussa esperienza e lungimiranza in campo economico, la conoscenza delle istituzioni, l’autorevolezza e la stima di cui gode in Europa e nel mondo non dovrebbero essere sacrificate a priori per la sua appartenenza politica.

Ci siamo dilettati nel fare qualche nome, ma è giusto interrompere questo gustoso esercizio perché ancora il tempo delle nomination è lontano, tanti se ne sentiranno e tanti verranno bruciati, del resto si sa che i menzionati anzitempo sono anche i primi a finir fuori dalla rosa degli effettivi candidati.

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01/12/2014
Valentino Angeletti
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Verso le europee, che poco dovrebbero incidere sul Governo nazionale, ma molto sulla governance dell’Unione

Dal profondo silenzio elettorale si attendono ora solo gli esiti delle tornate inaugurate il 22 in UK e Paesi Bassi.
In Italia la campagna elettorale ha subito una escalation che l’ha portata ad assumere toni esagerati, sfiorando il violento: Hitler, El Carogna, Stalin, Kapò, Pol Pot sono solo alcuni dei riferimenti utilizzati e quanto meno fuori luogo.
Le europee hanno così erroneamente assunto un valore nazionale quasi fossero un referendum tra due leader.

Considerando i partiti maggiori, Renzi ed il PD, dopo una prima fase di propaganda in cui hanno accettato il duello nel piano nazionale, negli ultimi giorni pre elezioni hanno modificato la loro strategia riportando l’attenzione sul fatto che si tratti di elezioni europee e che non avranno alcun impatto sul governo del paese, assecondando quanto ribadito dal Presidente Napolitano.

Di contro, Grillo del M5s e Berlusconi di FI hanno mantenuto un’impronta prettamente nazionale e referendaria, in certi casi sbilanciandosi a promesse (dalle dentiere fornite dal servizio sanitario nazionale ed una nuova abolizione totale dell’IMU, fino al reddito di cittadinanza ed alle pensioni minime aumentate ad 800 e poi 1000€) tipiche di elezioni politiche e che poco si confanno a quelle continentali.

I sondaggi non ufficiali (ed illegali) darebbero quasi all’unanimità il PD come primo partito attorno tra il 30 ed il 32% seguito a ruota dal M5S che oscillerebbe tra il 27 ed il 29.5% e FI tra il 18 ed il 20%, la Lega e NCD sarebbero tra il 4 ed il 6%, tutti sotto la soglia di sbarramento del 4% gli altri partiti.

La fascia degli indecisi rimane ampia così come quella degli astensionisti che potrebbero aumentare ulteriormente, superando il 45%, considerando la bella giornata di maggio che invoglia a gite fuori porta o marittime e l’apertura straordinaria in occasione della Giornata Nazionale delle Dimore Storiche di alcuni importanti palazzi italiani di norma chiusi al pubblico (come palazzo Farnese sede dell’ambasciata francese o l’ambasciata del Brasile in piazza Navona) e di prestigiose cantine; comunque il rifiuto del diritto-dovere di voto alla base della democrazia dovrebbe essere coscienziosamente evitato, meglio allora, se proprio si volesse dare segno di protesta, recarsi alle urne e “votare” scheda bianca.

Difficile pensare che, a meno di risultati veramente eccezionali e di conseguenti forti movimentazioni in patria (opzione ancora non del tutto remota), queste elezioni europee possano avere un impatto sulla tenuta del Governo, così come è non è matematicamente possibile che un singolo partito nazionale, come potrebbe essere il M5S o all’estero un movimento anti-EU, quand’anche ottenga un successo di gran lunga superiore alle attese, possa pensare di dettar legge presso il Parlamento Europeo visto che l’Italia eleggerà in totale 73 su 751 Parlamentari (ed è uno dei maggiori contribuenti, al primo posto la Germania con 96 Parlamentari). La caratteristica di non volersi alleare è probabilmente la debolezza dei partiti anti-Euro: per quanto forti internamente risultano altamente disgregati presso le istituzioni europee e per tanto perdono di incisività.

In Italia la durata e la popolarità del Governo dipendono non tanto dall’esito delle elezioni europee, quanto dalla capacità di Renzi e dell’esecutivo di attuare in tempi rapidi le incisive riforme necessarie e più volte illustrate e per le quali  il tempo sarebbe da molto già scaduto (Link: Letta, Squinzi ed il tempo già scaduto da molto ; Link: Rafforzare il governo, riempire la bisaccia, cambiare marcia in Italia ed in Europa:  settimana decisiva, che non sia una delle tante).

I primi 80 giorni del Governo sono probabilmente stati più complessi di quanto il Premier avesse previsto, un po’ perché i particolarismi, siano essi politici o burocratici, tendono a lottare strenuamente per conservarsi ed hanno autorevole voce in capitolo per portare avanti la propria battaglia, un po’ perché il Governo di larghe intese rimane comunque di compromesso e non garantisce a Renzi la libertà di manovra che un Governo proprio invece assicurerebbe (Link: Governo Renzi e compromessi). Risultati importanti ed iniziali di un viatico virtuoso sono stati conseguiti, come gli 80 euro, la risoluzione di alcune vertenze sindacali, alcuni investimenti esteri attirati, il bonus alla cultura, ma sono ancora piccole cose rispetto a tutto ciò che va eseguito rapidamente perché maggiormente incisivo su economia e credibilità, dagli aspetti più istituzionali a quelli più prettamente economici (rimanendo in attesa, il 2 giugno, del pronunciamento di Bruxelles sulla possibilità paventata dal Ministro Padoan e dal MEF, di avere più tempo per il pareggio strutturale di bilancio).

Con la stabilità politica, il controllo dei bilanci e soprattutto con la capacità di riformare velocemente, Fitch e S&P hanno motivato l’upgrade dei rating di Spagna e Grecia che comunque, soprattutto per quel che concerne la penisola ellenica, devono ancora apportare benefici tangibili ai cittadini tutt’ora costretti ad importanti sacrifici. Da prendere invece da esempio la riforma tedesca sulle pensioni, che, per consentire maggiori ingressi dei giovani nel mondo del lavoro, hanno diminuito a 63 anni, dai 67 previsti, l’età pensionabile per tutti coloro che abbiano maturato 45 anni di contributi.

Queste elezioni europee devono essere lette come una possibilità che i cittadini europei hanno per appassionarsi alle vicende dell’Unione dando un proprio piccolo contributo a quella che sarà la conformazione governante in capo alla quale cadranno decisioni importantissime anche per la vita quotidiana, come energia, cibo, agricoltura, banche e finanza, ma soprattutto un contributo a quello che dovrà essere in nuovo assetto ed il nuovo approccio alle politiche monetarie ed economiche che l’Unione dovrà, ed è opinione condivisa tra tutte le maggiori forze politiche nazionali ed europee, intraprendere per rendersi resiliente alla crisi ancora in corso. L’interessamento alle questioni di Strasburgo e Bruxelles deve crescere tra il popolo europeo perché solo con una Europa unita, diversa da quella attuale e consapevole che l’agire collaborativo è necessario, si potrà pensare di sopravvivere nel mondo globale e di rimanere un interlocutore non trascurabile (Link: La limitata visione italiana ed i grandi cambiamenti mondiali). Da ciò dipende inoltre l’ulteriore dilagare o il ridimensionamento dei movimenti che vorrebbero la disgregazione dell’Europa, e di fatto l’emarginazione economica degli stati membri, anche se non è oggettivamente chiaro per andare in che concreta direzione.

Il risultato più probabile è un testa a testa tra PSE e PPE che potrebbe portare ad una grande coalizione. In tal senso è bene che alla Germania si chieda di chiarire le proprie posizioni e di seguirle coi fatti. Fino ad ora le azioni non hanno comprovato un reale interesse tedesco al benessere collettivo, anche a scapito di un minimo della propria sovranità che altri stati hanno già ridimensionato, e, nonostante le edulcorate dichiarazioni del Cancelliere Merkel e del leader del PPE Junker, pare che il Ministro tedesco delle finanze Schaeuble non voglia cambiare opinione, avendo sostenuto solo qualche giorno fa che il meccanismo OMT di acquisto dei Bond emessi dagli stati in difficoltà da parte della ECB esula dal mandato della banca centrale, confermando le motivazioni che avevano portato la Germania a dubitare della sua costituzionalità appellandosi alla corte di Karlsruhe.

Insomma, oltre che al mero confronto nazionale invero poco calzante per le elezione europee e all’atto pratico un grande rischio interno che non deve proseguire oltre il 25 maggio, si dovrebbe pensare a come si vorrebbe conformare la nuova Europa, concetto presente in modo non dissimile in tutti i programmi dei principali partiti, lavorando per un obiettivo comune ed estirpando i particolarismi ed i nazionalismi che, seppure in modo non ufficiale, non fanno altro che alimentare e partecipare a quei sentimenti anti europei che tanto si temono e per i quali l’Unione, per la governance intrapresa, dovrebbe fare mea culpa (Link: Verso l’europa dei popoli; Link: Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa).

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Dopo le europee è veramente possibile un cambio di passo o va cercato altrove?

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Renzi al Quirinale riforme in Italia ed in Europa

24/05/2014
Valentino Angeletti
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Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM?

L’Istat ha diramato, in riferimento al quarto trimestre 2013, una serie di importanti dati per monitorare lo stato dell’economia del nostro paese. Il famoso rapporto deficit/PIl si attesta al 2.8% se non si considerano le operazioni di SWAP ed EDGING sui derivati a protezione del rischio, computate invece dall’Europa per l’avvio delle procedure di infrazione, che lo scorso anno sono valse lo 0.2% portando il rapporto al 3%. Rispetto al 2012 il rapporto deficit/PIL è diminuito dello 0.1%, segno dell’impegno dei successivi governi Monti, Letta, Renzi nel mantenimento della disciplina di bilancio e nel rispetto dei parametri europei.
A Bruxelles quindi i rigoristi o falchi possono stare tranquilli, fintanto che l’allentamento dei vincoli non verrà concordato, e prima o poi ciò dovrà avvenire, l’Italia, come confermato dal Premier, manterrà i patti.
L’altra faccia della medaglia è però rappresentata dalla diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie (-1.1%, dato più basso dall’inizio dei rilevamenti, il 1995), e dei consumi finali (-1.3% per giunta nel periodo delle festa natalizie). Ciò in parte spiega il calo dello 0.3% della pressione fiscale (comunque altissime al 51.5%).
Questi dati sembrerebbero in controtendenza con la bassa dinamica inflattiva (+0.7 nel quarto trimestre contro +2.1% del primo) e con la rilevazione secondo la quale i redditi sono aumentati dello 0.3% e la propensione al risparmio dell’ 1.4% (9.8% del totale).

Mentre da Bruxelles ed in particolare dalla ECB di Francoforte, benché con sempre meno convinzione, tendano a non considerare plausibile lo spettro deflattivo argomentando, e ciò è sostenuto da taluni anche per il nostro paese, che il rallentamento dell’inflazione non è dovuto al calo dei consumi; dati alla mano per l’Italia il discorso pare non valere.
La competizione che molte aziende hanno accettato, e perso, è stata sul ribasso dei prezzi dei prodotti, sul taglio dei salari e sul ricorso agli ammortizzatori sociali, che unitamente all’elevata pressione fiscale ed alla dilagante disoccupazione (arrivata al 17% se si considerano anche cassa integrati e scoraggiati), hanno letteralmente impoverito ed abbattuto, quando non azzerato, il potere d’acquisto, la propensione ai consumi ed il risparmio delle famiglie italiane che ha visto il principio di un processo di continua erosione.
Anche in un contesto, come il quarto trimestre 2013, ove gli acquisti avrebbero potuto sembrare vantaggiosi e dove si è registrato un lieve aumento del reddito, non sì ha assistito ad un incremento dei consumi, proprio perché il clima di fiducia tra i consumatori, complice anche la costante incertezza normativa, è venuto sensibilmente meno. La dinamica che si è innescata è quella di risparmiare, quando e se possibile, per fronteggiare imprevisti, come spese mediche o nuove imposte, oppure rimandare gli acquisti cercando di spuntare prezzi migliori. Questi modelli comportamentali non sono altro che la chiara evidenza dell’innescarsi dei tipici meccanismi che portano alla deflazione, avvallati anche dall’analisi dei dati ISTAT.

La ECB, sotto la pressione dell’ IFM e del Direttore Lagarde, pare stia elaborando un piano per arginare la diminuzione dei prezzi, indice di economie deboli. Illazioni parlano di un piano da 1000 miliardi di €, per QE da 80 miliardi al mese, superiori a quelli statunitensi attualmente in via di riduzione (disoccupazione giunta al 6.5% con target al 6%). Le misure fino ad ora adottate non hanno sortito effetti positivi principalmente perché il denaro immesso dall’Europa tramite gli istituti bancari non confluiva all’economia, ossia ad imprese e cittadini, sotto forma di credito, ma veniva investito in titoli di stato relativamente sicuri e ad alto reddito oppure depositato presso la stessa ECB.
Le proposte per ovviare a tali meccanismi, che nel processo di consolidamento dell’Unione Europea dovrebbero derivare da una regolamentazione bancaria chiara, trasparente e comune fino a convergere ad un vero e proprio sistema bancario unico, potrebbero essere ulteriori diminuzioni dei tassi (anche in negativo) o l’immissione diretta di liquidità bypassando le banche (come è avvenuto in USA).

Anche l’ipotesi avanzata da Yves Mersch, membro lussemburghese della ECB, di cartolarizzare i prestiti alle PMI per conferire loro la liquidità necessaria potrebbe rappresentare una buona soluzione di immissione diretta. Meno interventisti sono invece i rappresentanti dei paesi più stabili economicamente, come l’austriaco Nowotny, secondo il quale, prendendo la stima di crescita della Germania del 3% annuo, si assisterà ad una ripartenza di economia ed inflazione.
Evidente è la distorsione data dal prendere la Germania come esempio, il panorama europeo in realtà è ben differente.
Queste proposte saranno vagliate durante la riunione annuale dell”IFM in programma per questo fine settimana a Washington ed alla quale parteciperà il Ministro dell’Economia Padoan.

Dal punto di vista italiano è importante analizzare e valutare la proposta di cartolarizzazione dei prestiti delle PMI, che in Italia (ed in Europa) rappresentano un tessuto produttivo fondamentale e soffrono per il mancato credito e per il non pagamento dei debiti delle PA, ma ancor prima si deve fare in modo che l’allarme sul pericolo della deflazione e del conseguente perdurare della stagnazione economica, si faccia più grave perché per alcuni pilastri dell’economia europea lo è realmente e non si deve rischiare di agire in ritardo come avvenuto molto frequentemente negli ultimi anni.

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07/04/2014
Valentino Angeletti
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Renzi virtualmente a Villa D’Este. Morando: salario minimo e poche illusioni

Al prestigioso Forum Ambrosetti di Cernobbio dedicato ai mercati finanziari erano presenti solo due esponenti del Governo: il Viceministro dell’ Economia Enrico Morando ed il commissario alla Spending Review Carlo Cottarelli. Nonostante ciò il Governo Renzi è stato virtualmente presente ed ha accolto gli apprezzamenti e gli attestati di stima dei manager in sala, il 59% dei quali si è detto favorevole all’Esecutivo ed al suo operato. Come già accaduto a valle degli incontri con la Cancelliere Merkel, con il Presidente Obama  e con il Premier Cameron questa calda accoglienza non stupisce, come non stupirono le medesime reazioni positive che vennero riservate da platee istituzionali e manageriali ai precedenti Governi Monti e Letta.
In favore di Matteo Renzi c’è in più l’impressione di una sua decisa volontà di imprimere velocità e forza alle riforme che all’unanimità sono ritenute irrimandabili e che fin qui hanno latitato. Come al solito gli scontri in merito non mancano e come ogni cosa esse possono essere perfettibili, ma la necessità di affrontare certi problemi e certe tematiche, consolidata nel tempo ma mai concretizzata, è ovvia.

Renzi dunque si trova in una posizione privilegiata dalla quale il suo compito è relativamente semplice: seguire un deciso e rapido piano riformatore senza fare sconti ed eccessive concessioni, nel caso in cui opposizioni, attriti e scontri portassero alla crisi di Governo ed al limite allo scioglimento delle Camere ed al voto, Renzi potrebbe, a ragione, dire di aver provato il tutto e per tutto e di essere stato osteggiato, forte del fatto che nel caso di una nuova tornata elettorale avrebbe la vittoria quasi scontata.

Questo cambio di passo, del quale il paese aveva da tempo bisogno perché stava morendo nella staticità e nell’impotenza, può essere positivo se fatto con criterio, il che vuol dire pianificando il breve, il medio ed il lungo termine e coinvolgendo le persone giuste, quelle competenti, nelle posizioni chiave delle istituzioni, delle commissioni e dei segretariati tecnici, analogamente vale per le aziende che, con le risorse migliori, dotate di spiccata visione strategica ed inclini all’innovazione, dovrebbero interfacciarsi con il Governo per elaborare piani di crescita e strategie che siano proficui per entrambi. A maggior ragione il ragionamento vale per coloro che saranno scelti per andare al Parlamento Europeo a seguito delle elezioni di maggio. Il contesto comunitario, se non si vuole che l’Europa perisca nella sfida della globalizzazione e sotto i colpi degli anti-europeismi imperversanti, dovrà essere certamente riformato, ma assumerà sempre più importanza ed un primario ruolo decisionale per impostare politiche generali che poi dovranno essere adattata ai singoli contesti. Meritocrazia come driver quindi che, come per ogni elemento dell’umana sfera, non esula da errori, ma al contempo da la certezza che gli sbagli non siano interessati, che possano essere ammessi in onestà e rimediati ponendo il bene dei cittadini italiani ed europei al primo posto, circostanza decisiva ma fino ad ora non scontata per il nostro paese.

Tra i provvedimenti del programma di riforme previsto dall’Esecutivo vi è anche l’inserimento di un salario minimo garantito (parte del JOBS Act), che è stato un tema centrale dell’intervento del Viceministro a Cernobbio. Ha fatto scalpore la dichiarazione di Morando secondo la quale il salario minimo è una proposta concreta così come la galera per coloro i quali non lo rispettassero. I manager presenti non hanno manifestato particolare avversione, anzi si sono mostrati piuttosto favorevoli diversamente ad alcuni media. Non si comprendono, a parte il nodo delle risorse, le motivazioni ostanti, il salario minimo esiste in molti stati europei, in Germania è stato introdotto da poco e vale 8.5€ all’ora, in Usa invece Obama lo ha recentemente aumentato a 7.5$ all’ora. Qualora poi una norma simile entrasse in vigore e fosse stato comprovato dai tre gradi di giudizio previsti e partendo dal presupposto di innocenza che un datore l’avesse infranta non si comprende perché l’avvio di una procedura penale nei suoi confronti fosse opinabile. In tutto il resto del mondo non lo sarebbe affatto, come in tutto il resto del mondo i reati di evasione, bancarotta, aggiotaggio e tutto l’insieme dei reati finanziari sono perseguiti e punti duramente; nel nostro paese invece ci siamo abituati a pericolosi patteggiamenti o a pene irrisorie rispetto al maltolto.
Questo gridare al giustizialismo sempre e comunque e simili meccanismi devono essere estirpati perché fanno parte delle armi per la conservazione, in difesa dello satus quo, per impedire il cambiamento, uccidere la meritocrazia, ampliare la disuguaglianza, osteggiare l’innovazione e la realizzazione dei sogni e delle ambizioni di coloro che onestamente si impegnano e che ancora ingenuamente credono di potercela fare da soli.

Le tempistiche che il Viceministro ha dato non sono immediate. Realisticamente ha detto che le misure potranno avere qualche efficacia a partire dal 2018, richiedono dunque una continuità di Governo che, urne permettendo, dovrebbe andare anche oltre la fine naturale del mandato e che testimoniano il concetto secondo il quale il cambiamento, necessario e non ritardabile in certe situazioni, non deve distruggere valore e quanto fatto di utile e strategicamente ben pianificato in precedenza. Tre anni dunque (ma a mio avviso anche qualche cosa in più), a patto di avviare immediatamente i processi di riforma sia in Italia che in Europa, dove le cose si complicano ulteriormente anche se le ondate di anti-europeismi potrebbero contribuire ad un cambio di impostazione da parte delle istituzioni; anni durante i quali deve essere messo al centro il merito ed il capitale umano ed in cui dobbiamo pensare di sacrificarci, di essere flessibili ed adattabili, nel mondo del lavoro in particolar modo, che non torneremo nel medio periodo al livello di benessere, di consumi e di capacità di spesa che avevano i padri, a maggior ragione la generazione dai 30 in giù, in sostanza saremo tutti più poveri.
Un senso di concretezza e disillusione è stato dato anche dai pochi numeri sciorinati: per una diminuzione del cuneo fiscale che abbia qualche effetto tangibile ed allineato al resto di Europa non sono sufficienti i 10 miliardi destinati al taglio dell’ IRPEF, ma ne servono almeno 32 in maggior parte derivanti da strutturali ottimizzazione e tagli della spesa che comunque dovrà contribuire sensibilmente, assieme alle privatizzazioni, anche alla riduzione del debito. Arduo lavoro quindi per Cottarelli.

Dalle dichiarazioni di Morando in quel di Villa D’Este è stata percepita la volontà di non illudere, di far capire che il lavoro da fare è tanto, il percorso lungo e per ora solo in fase embrionale. Non è il momento dei proclami e delle parole, ma quello dei fatti, delle persone, della collaborazione tra generazioni, aziende, sindacati ed associazioni. Siamo tutti in attesa che si agisca e che si “faccia”, inoltre le reali aspettative che è lecito avere dovrebbero essere divulgate a platee più ampie e popolari in modo che non nascano tra i cittadini false illusioni.

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06/04/2013
Valentino Angeletti
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