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Referendum costituzionale: ben donde per essere indecisi!

Inesorabile si avvicina, ed il fermento politico di certo non si lascia desiderare. Ormai mancano pochi giorni al referendum costituzionale del 4 dicembre e gli esponenti, i comitati, le coalizioni, per il Sì o per il No, si stanno adoperando per far valere la loro posizione.
In questa battaglia senza esclusione di colpi, teoricamente sensata se si stesse agendo con rispetto e cercando di argomentare e divulgare i perché di una parte tosto che l’altra spiegando la natura e gli effetti di tale votazione, si è perso completamente il senso della campagna elettorale, scadendo in una lotta politica tra gruppi e figure singole. Nulla di più controproducente soprattutto quando in ballo c’è la costituzione.

Partendo da alcune considerazioni, alla domanda:
“La Costituzione va modificata?”
La risposta è sì, ebbene sì. La costituzione va modificata, migliorata in relazione al mutato contesto economico, sociale, giuridico in cui viviamo, ove sono richieste capacità di reazione, flessibilità e velocità legislative che una costituzione un poco datata, non garantisce, dando il fianco, non per colpa della Carta in se, al proliferare delle dispendiose burocrazie o al perenne ingessamento.

Su questo punto va detto che c’è accordo totale. Ogni partito politico, ogni frangia ed ogni coalizione ha almeno una volta asserito che la Costituzione debba essere in qualche punto cambiata (a cominciare dalla legge elettorale, per finire alla struttura totalmente speculare delle due Camere).

Ciò detto, la riforma proposta dal referendum, è quello che serve al paese?
Sinceramente non saprei dirlo con certezza. Il tema è decisamente scottante e l’informazione sui contenuti e sugli effetti lacunosa. Sui media se ne fa un gran parlare, ma, come detto, a prevalere è la personalizzazione. I contrari perché vorrebbero far cadere o mettere in difficoltà Renzi, i favorevoli perché vorrebbero far soccombere i cosiddetti Gufi o quelli che, a loro detta, rappresentano la casta. Del resto è dato di fatto che il primo a personalizzare il voto sia stato proprio il Premier, salvo poi fare dietro front. Rimane vero che ognuno, attraverso fonti di informazione come internet o alcune letture specifiche può, più o meno, chiarirsi le idee, ma va ricordato che è la TV lo strumento ancora più efficiente per la divulgazione di massa ed anche per indirizzare il voto degli elettori. Inoltre, come servizio pubblico, quello dell’informativa elettorale, è un “servizio” appunto che dovrebbe essere erogato.

Intuitivamente, anche solo il fatto che non via sia alcun tipo di accordo sul Sì o sul No, fa presagire che la riforma non sia finalizzata al bene del paese.
Da un lato ci sono i sostenitori del Sì, che oltre alle file di Renzi, si trovano nella maggioranza ed in qualche caso anche nell’opposizione, mentre a sostenere il No sono, oltre che la gran parte dell’opposizione, anche una parte del PD, partito il cui segretario è proprio il Premier. Quando il Premier lega la sua permanenza all’Esecutivo all’esito della tornata elettorale, è scontato che la battagli si focalizzi su questo aspetto, e non sul reale contenuto. A corollario, è giusto ricordare che per una modifica della costituzione, così profonda servirebbe un accordo quasi totale, come avvenne per la Costituzione in essere, visto che sul piatto vi è il bene dei cittadini. Non sembra che l’obiettivo finale sia questo.

Vi è poi la destabilizzazione finanziaria che a dicembre minaccia di abbattersi sull’Italia in parte anche a causa dell’esito del voto. La finanza è tesa, ed a dimostrarlo c’è anche lo spread che seppure con il paracadute della BCE che acquista titoli di stato italiani a suon di 80 mld al mese, è in risalita verso i 180 punti. Le grandi banche e realtà “manovratrici dei mercati”, sembra si siano schierati per il Sì, e tra essi vi sono anche JPMorgan, in fieri di operare nel salvataggio di MPS, e Societè General, in trattativa per entrare in Unicredit il cui AD è il francese Mustier (un caso?). Dico sembra, perché in realtà girano alcuni report che sosterrebbero che una eventuale vittoria del No comporterebbe la formazione di un Governo tecnico sotto il quale sarebbe più semplice effettuare le riforme, anche economiche, necessarie.

Riassumendo quindi, la Costituzione va modificata e rapidamente; la riforma opera nella direzione corretta? Non si può dire, a meno di non affermare che certamente si potrebbe fare meglio.

Qualora vincesse il No, è pensabile ad una nuova riforma, migliore, nel giro di poco tempo? Anche in tal caso la risposta è chissà, sarebbe auspicabile ma è difficile.

A completamento di questo caos, permangono i problemi di uno dei pochi paesi nell’ambito europeo che non è tornato ai livelli pre crisi e pieno di problemi economici e sociali, che i cittadini (testimonianze di vita vera vissute anche stamani in un taxi) sentono assai più vicini ed urgenti.

Ce ne è ben donde per essere indecisi.

21/02/2016
Valentino Angeletti
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Un CDM festante… dai servizi, alle banche

Con ancora i metaboliti dei terremoti politici in vista delle amministrative primaverili con il cambio in corsa, in favore di Marchini esautorando Bertolaso, del candidato di CDX, e le contemporanee indagini su esponenti democratici in Campania e Sicilia, si è concluso un importante CDM, nel quale sono state prese decisioni rilevanti.

Il Governo, nel CDM di venerdì 29, ha presentato i nomi dei vertici delle agenzie preposte alla sicurezza nazionale, nella fattispecie sono stati rinnovati gli apici di Polizia, Finanza, Servizi e Marina. Al momento è in stand by, dopo le polemiche su Carrai, che avrebbe dovuto esserne il responsabile, il fondamentale apice dell’agenzia preposta alla Cybersecurity, entro il perimetro della quale dovrebbe ricadere la sicurezza e la privacy di tutte le informazioni top secret detenute dallo Stato Italiano. In ogni caso Marco Carrai, fidato amico di Renzi, sarà nei prossimi giorni chiamato, come consulente, a Palazzo Chigi, perché il Premier, manifestando il diritto di avere come amici eccellenti professionisti, non vuole privarsi di una sua consulenza. Oltre alla delega sulla sicurezza informatica, rimane in sospeso un’altra pedina chiave del Governo, vale a dire il ministro dello Sviluppo Economico, che succederà alla dimissionaria Guidi. La prossima settimana dovrebbe essere la volta anche di questa nomina, con voci di palazzo che pronosticherebbero che si tratterà di una figura d’industria, con tutta probabilità donna.

Le nomine ai vertici della sicurezza di Franco Gabrielli alla Polizia, Alessandro Pansa al Dis, Mario Parente all’Aisi, Giorgio Toschi alla Guardia di Finanza, varranno due anni, in quanto Renzi ha ritenuto che il nuovo Governo, dopo le elezioni del 2018, dovrà avere la possibilità di riconfermarle o meno. Vero che, come dice il Governo, si tratta di figure competenti e serie, ma è anche vero che, senza timore di essere smentiti, si tratta di uno dei più classici giri di poltrone, rispetto a professionisti che già lavoravano proprio in quel campo. Nessun rinnovamento od inserimento, magari in affiancamento, di nuove leve che avrebbero dovuto avere l’onore e l’onere di rappresentare la nuova classe dirigente, raccogliendo e facendo tesoro dell’esperienza e della contaminazione che in un affiancamento del genere avrebbero potuto maturare, dal canto loro i navigati professionisti avrebbero potuto contare in una fresca mente innovativa, tecnologica e digitale per modificare il loro approccio e punto di vista, che rischia di essere involontariamente, ma naturalmente e comprensibilmente, polarizzato e eterodiretto da anni di permanenza in ruoli similari.

Altro punto, spinosissimo, affrontato dal CDM, è il provvedimento di rimborso ai truffati dalle banche fallite, tra cui l’Etruria, la più famosa per le relazioni con la politica e Banca Marche, la più grande. Le dichiarazioni immediatamente successive alla decisione su tale misura, sono state ripetute, diffuse da tutti i media e positive, lasciando intendere che il salvataggio degli investitori fosse pressoché totale. Molto diversa invece è la realtà.

Ad essere immediatamente rimborsati, ma limitatamente all’80% del patrimonio investito e dopo l’esclusione degli interessi maturati, saranno solo coloro a basso reddito (sotto i 35 mila € lordi annui), non detentori di patrimonio immobiliare superiore ai 100 mila euro e che hanno investito prima del giugno 2014. Tutti gli altri dovranno attendere, addentrarsi in un dedalo di ricorsi e probabilmente considerare perduti gran  parte dei loro risparmi. Certamente molti hanno investito attratti da tassi decisamente allettanti, sicuramente fuori mercato, ma, per come pare si sia svolta la vicenda, è facile supporre che la maggior parte di loro fosse davvero ignara dai rischi d’investimento. Del resto se un soggetto mediamente competente in materia finanziaria venisse consigliato dal bancario di fiducia, lo stesso che magari lo ha aiutato ad ottenere il prestito sulla prima casa (che in tale vicenda precluderebbe il rimborso), difficile pensare ad un rifiuto del prodotto presentato esente da rischi.

In tutta sincerità vedo pochi squali dietro questa vicenda, se non proprio alcune banche, e vedo estrema necessità di una nuova forma di educazione finanziaria che nel nostro paese latita e ce lo ricorda l’europa stessa, così come manca una chiara e semplice informativa da parte degli istituti finanziari, che fino ad ora hanno redatto i profili di investimenti indirizzando le risposte degli intervistati a seconda del prodotto che volevano loro vendere (ovviamente senza voler generalizzare). Sicuramente su questi due aspetti ci deve essere priorità di intervento e di impegno da parte dello stesso esecutivo nel perseguire questi obiettivi.

Seppur nell’attesa del capo della cybersecurity e del nuovo ministro dello sviluppo economico e nel giubilo festante, chissà poi quanto giustificabile, per aver salvato masnade di correntisti (che sono, a conti fatti, circa 5 mila e non correntisti bensì obbligazionisti subordinati) ignari, credo che questa vicenda delle banche non sia ancora completamente conclusa.

30/04/2016
Valentino Angeletti
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D’Alema e l’ormai incolmabile divergenza del PD

Sono giunte come un colpo di sciabola e come tale hanno un peso notevole, non tanto per il messaggio che trasmettono, il quale non è nuovo dall’essere proferito, quanto per lo spessore di colui che le ha emesse. Il riferimento è, ancora una volta, alle forze disgregatrici che ormai risiedono, come inquilini stabili, all’interno del PD e che in questa circostanza sono state esplicitate niente poco di meno che da Massimo D’Alema, di ritorno da un viaggio in medio oriente.

In estrema sintesi D’Alema ha affermato perentoriamente che Renzi, la sua entourage ed il modello che ha adottato per la gestione del PD, lo sta “distruggendo”  e rendendo estraneo rispetto a quelli che erano gli ideali dei fondatori; ormai il partito della nazione, almeno dal Nazareno in poi, è cosa fatta ed assodata, grazie, indubbiamente, al supporto di Verdini. Secondo D’Alema, questo agire non può essere accettato dalla vecchia guardia del PD, dicendo ciò cita esplicitamente il professor Romano Prodi. Nell’idea di D’Alema esiste un notevole spazio a sinistra del PD, rappresentato dal vecchio elettorato storico, che è il momento di colmare, ed al “Leader Massimo” fa eco, a distanza di poche ore, l’ex segretario generale CGICL, Cofferati, dichiarando che è il momento di creare un partito vero e proprio che ritrovi le origini e persegua i primordiali ideali del Partito Democratico. Prende invece le distanze dalla copia di “dissidenti” Pierluigi Bersani, che smentisce ogni ipotesi di divicreato benché sostenga che Renzi ha perso la misura e che deve nutrire rispetto per quelli che il PD lo hanno creato.

Ovviamente la risposta di Renzi non ha tardato ad arrivare, ed è stata, come da par suo, tosta, respingendo al mittente le accuse di aver distrutto il PD. Il declino del partito, per il Premier, sarebbe iniziato quando la vecchia dirigenza avrebbe consegnato l’Italia nelle mani di Berlusconi.

Quanto detto da D’Alema non è nuovo, ci avevano provato Speranza, D’Attorre, Cofferati, Fassina, Civati, ma, complice anche la loro totale divisione e divergenza di vedute sul se e come creare una nuova entità politica di sinistra una volta fuori dal partito, l’esperienza, che pure continua, pare non esser altro che l’ennesimo fallimento. Adesso però a parlare è una delle voci più autorevoli del centro sinistra, una figura che, con le sue passate politiche all’insegna del liberismo, le sue azioni in politica estera, la sua apertura al dialogo con altre fazioni, non può certo dirsi estremista, anzi tutt’altro: ciò senza dubbio è un elemento da valutarsi con attenzione e non privo di significati, tra i quali, il più lampante, è che la “misura” tra vecchia e nuova dirigenza, è ormai colma e la faglia non più saldabile, con buona pace dei Bersani e Cuperlo di turno.

Probabilmente lo spazio a sinistra del PD teoricamente esiste, lo dimostrano le interviste nelle periferie romane durante le primarie, tutti, dei pochi votanti, a sostegno di Morassut, ma allo stato attuale questo spazio è difficilmente colmabile da una nuova formazione sinistrorsa, che tra l’altro si affiancherebbe a SEL. Questa frangia di delusi dai democratici si è ormai schierata tra le file degli astensionisti oppure dei sostenitori del M5S, talvolta per condivisione dei programmi, propositi di etica e morale (spesso con le vicende dei candidati con pendenze legali  disdetti dal recente PD), talvolta identificando il movimento come minore dei mali e colui che mai è stato messo realmente alla prova e per tanto vergine dal peccato originale. D’Alema, con le mosse che ora dovranno necessariamente seguire le sue forti dichiarazioni, deve stare attento, perché potrebbe rischiare di indebolire il PD di Renzi quel tanto che basta per consegnare, ad esempio Roma, nelle mani di un centro destra estremamente disorganizzato e con Berlusconi che ha voltato le spalle a Salvini e Meloni, o, cosa più probabile, al M5S, nonostante le ragioni di Massimo D’Alema siano più che comprensibili.

Vedremo a breve cosa accadrà e dovremo stare attenti a come verrà affrontato il referendum sulle riforme costituzionali, che potrebbe essere realmente, ancora più che le elezioni romane, un viatico cruciale per l’esecutivo, nel quale viene testata la fiducia che a livello nazionale è riposta nel Governo e soprattutto nel suo operato.

Quello che al momento è certo, è che il centro sinistra, per come storicamente lo conosciamo, non esiste più, da tempo, e finalmente lo hanno realizzato anche i vecchi dirigenti.  Sarà interessante seguire come verrà gestito e che conseguenze avrà questo sempre più evidente bivio. Il pronostico più facile è che se una scissione si verificherà, allora Renzi, per poter avere numeri adeguati, non potrà far altro che avvicinarsi sempre più a Verdini ed al suo elettorato democristiano e di centro destra andando, grazie alla sinistra fuoriuscita, a realizzare sempre più compiutamente quel partito della nazione così poco sopportato da D’Alema.

12/03/2016
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità: troppi ripensamenti, sintomo di inconsistenza politica ed assenza di piani a medio – lungo termine

Documento di Economia e Finanza: questo è il tema che sta catalizzando l’attenzione politica e con essa, al seguito, le polemiche, accentuate dal fatto che ancora, nonostante sembrasse che il DEF fosse già pronto, controfirmato e vidimato dall’Europa, non è stato presentato in Parlamento in via definitiva, e solo pochi politici hanno tra le mani la bozza in stato avanzato. In queste ore il testo è presso i tecnici del Quirinale e passerà, dopo la visura quirinalizia, in Senato.

I media, che mai come in queste circostanze, assai sentite dai cittadini perché le conseguenze andranno a toccare direttamente i loro portafogli, sono alla mercé del posizionamento politico e della propaganda, quindi pur filtrando parole e dichiarazioni ed andando a considerare solo i più diretti interessati che dovrebbero essere quanto di più preciso sulla scena, l’impressione che se ne ha dall’esterno è quella, non troppo positiva, della presenza di troppi ripensamenti, probabile sintomo di inconsistenza politica ed assenza di quei necessari piani di medio – lungo termine da tanto richiesti ed auspicati.

Oltre al nodo delle pensioni, che non sarà trattato neppure in questa finanziaria e rimarrà irrisolto, con buon pace di coloro che si trovano in un limbo d’incertezza ed indeterminatezza divenuto ormai ossimoricamente stabile, e non si fa riferimento solo agli esodati, ma anche a tutti coloro che, essendo giunti qualche mese prossimi al pensionamento, si sono trovati a non avere la minima idea di quando potranno ritirarsi da lavoro, nè di quanto percepiranno, pur sicuri di un importo inferiore, vi sono il tema della tassa sugli immobili, quella dell’aumento del contante da 1’000 a 3’000€ ed infine il canone Rai.

Tornando un attimo sulle pensioni, le ultime voci autorevoli, quindi dello stesso Ministro Poletti, parlavano di un possibile part time, al 50%, a cominciare da 4 anni prima della data di conseguimento dei requisiti per il ritiro dal lavoro, con assegno decurtato del 30-40% (leggermente superiore al 50% che spetterebbe matematicamente) e con contribuzione piena. Questa misura è stata criticata da molti, citiamo solo la critica più incisiva, quella del Presidente dell’INPS, Tito Boeri, secondo il quale non va assolutamente bene continuare ad agire con misure estemporanee senza modificare complessivamente un impianto ed una normativa che necessita chiaramente di cambiamenti per giungere ad una sostenibilità definitiva e costante. Il fatto che il DEF non aggredisca l’atavico problema previdenziale in questi termini e con obiettivi di lungo periodo, a detta del Professor Boeri, è una sconfitta, tanto che egli starebbe pensando di tornare al suo vecchio lavoro, riposizionandosi dietro una prestigiosa cattedra economica milanese.

In merito all’argomento dell’imposta sugli immobili, i più attenti ed i diretti interessati (statisticamente circa l’80% delle famiglie, anche se considerando la concentrazione degli immobili nelle mani di medesimi proprietari, sospetto che siano in realtà ben di meno ed in ogni caso tutte vecchie generazioni) non avranno potuto non notare che, nelle prime dichiarazioni, Renzi affermava l’abolizione sia di TASI che di IMU, ma solo sulle prime case. Poi si rendeva (o loro informavano) che l’IMU si riferisce solo alle seconde case, allora il Premier rettificava dicendo che avrebbe abolito la tassa sugli immobili per tutti, indistintamente. In un terzo tempo invece, rettificava nuovamente, escludendo dalla esenzione ville e castelli. Subentrava, come saetta a ciel limpido, una ulteriore modifica: reinserimento dell’IMU sulle seconde case, con tanto di possibilità di aumento dell’aliquota addizionale comunale fino allo 0.8 x 1000.

Muovendo verso il tema del limite al contante, anche il preciso Padoan, colto in flagranza di contraddizione, è costretto a confermare di aver cambiato radicalmente idea: prima infatti, era fervente sostenitore di limiti, ben più bassi di 1000€, in favore della diffusione dei pagamenti digitali, ora invece sostiene che il tetto a 3’000 € non faccia altro che allineare l’Italia agli altri paesi europei (non ci dilunghiamo ulteriormente perché abbiamo già toccato l’argomento: Link 1Link 2). Pur ritenendo che avere un limite al contante di 1’000 o 3’000 € non cambi nulla nè a livello di evasione e neppure di incremento dei consumi e della spesa, se non in misura impercettibile, ritengo che sia un passo indietro, ostativo rispetto alla necessaria diffusione e cultura dell’uso di carte di pagamento elettroniche, elemento che dovrebbe concorrere al processo di digitalizzazione della popolazione italiana, ancora ben lontana dagli standard degli altri paesi europei e lontanissima dagli ordinatissimi e precisi nordici.

Il senso di incertezza al quale i cittadino, ormai avvezzo, si trova di fronte, aumenta se si tocca il tema del canone Rai. La proposta di inserirlo in bolletta è stata recepita con estremo sospetto dalle utility energetiche, a mezzo delle quali bollette dovrebbe essere riscossa l’imposta sul possesso della TV (o di qualsiasi apparecchio atto a ricevere onde radiotelevisive in chiaro), per via dei molti problemi tecnici e burocratici (presenza di due componenti eterogenne, eventualità di mancato pagamento, sanzioni, seconde case, non possesso di TV, ecc) ed anche legali (una tassa all’interno di un’utenza non sarebbe permessa dal codice vigente). A schierarsi contro l’ipotesi di accorpamento è stato anche il Presidente di Assonenergia, Chicco Testa, riunendo il giudizio avverso di tutti i gestori elettrici. A prescindere da ciò, che comunque aiuterebbe a combattere l’evasione del canone, va detto che, supponendo di recuperare buona parte dell’evasione, la somma di 100 € della nuova bolletta rispetto ai precedenti 113 €, conferirebbe all’erario un’entrata complessiva ben superiore; allora sorge la domanda sul perché non si potesse abbassare ulteriormente. Alcune stime indicano 70-80€ la cifra del nuovo canone che avrebbe consentito di pareggiare le entrate del precedente. A corollario del tutto vi sono la valanga di dichiarazioni in merito alla dilazione di pagamento: inizialmente si parlava di unica rata ad inizio anno, poi due rate da 50 €, una all’inizio ed una a metà anno, poi addirittura 4 trance da 16.66 €, una per trimestre, infine pare si stia tornando vero l’ipotesi di due rate.

Renzi continua ad affermare con convinzione e supportato da ogni tipologia di media, che il Def abbassa sostanzialmente le tasse, ma anche all’interno del suo stesso partito non tutti sono d’accordo, ad iniziare da Chiamparino, il quale è arrivato a minacciare le dimissioni, per i tagli agli enti locali, province e regioni e per la diminuzione dei trasferimenti da 3 a 1 mld. Secondo il presidente della conferenza delle regioni, con questi presupposti è impossibile garantire servizi e sanità senza aumentare tasse locali. Ripensandoci Sergio Chiamparino ha ritirato, in un secondo tempo, l’ipotesi di lasciare l’incarico (quasi a non voler essere da meno della volatilità del DEF), ufficialmente per cercare di modificare il Documento di Economia e Finanza, i più maligni però dicono che il ripensamento sia figlio del piacere della poltrona.

In tutto ciò, che definir marasma è quasi bonario, il cittadino – contribuente, che può capirci?

Non avrebbe dovuto essere questa l’era delle certezze normative e contributive, anche finalizzate a favorire gli investimenti, la spesa, la fiducia?

A me non pare…. e sembra non parere neppure a Fitch, che ha confermato il rating italiano a BBB+, con outlook stabile, mettendo in guarda dal debito, previsto oltre il 120% almeno fino a fine decennio, e da una dinamica economica, sì in lieve ripresa, tanto da aver allontanato il rischio di insolvenza, ma ancora estremamente fragile ed in balia di una molteplicità di potenziali perturbazioni interne ed esterne.

Del resto tutti questi ripensamenti lasciano sospettare la totale assenza di piani strutturati e startegici di medio – lungo periodo (come sottolineato da Boeri), nonché legittima il sospetto di un carisma e spessore politico non sufficiente per affrontare una complessa fase di transizione e mutamento economico – sociale di livello globale, come quella che ci stiamo trovando ad attraversare.

24/10/2015
Valentino Angeletti
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Blocco di Novembre: la proposta shock di Salvini nei confronti della quale Renzi pare abbondantemente immune

Dopo un’insistente ed esasperata polemica, quasi stucchevole, su un grave e drammatico problema, come l’immigrazione, che da anni continua a mietere vittime nel Mediterraneo e presso i confini di quegli Stati meta di migrazioni terrestri o semplicemente di passaggio per raggiungere località più nordiche, come Germania, Svezia, UK, tra il Leghista Salvini ed il segretario della CEI, Monsignor Galantino, la nuova proposta shock del leader leghista riguarda un blocco nazionale, una sorta di maxi sciopero di 3 giorni a novembre: il 6, 7 ed 8 (quindi chi volesse aderire è avvisato per tempo. Del resto sarebbe stato poco delicato e corretto anticiparlo ai periodi di ferie o appena alla ripresa del lavoro, con lo stress da rientro ad altissimi livelli).

L’intento del Matteo leghista è quello di raccogliere quanti più aderenti possibili, e tra le file dei cittadini, e tra le istituzioni. Assieme alla partecipazione dei lavoratori autonomi, delle partite IVA, degli agricoltori, degli imprenditori, degli artigiani, dei tassisti e degli autotrasportatori, avrebbe addirittura auspicato la partecipazione dei sindacati e dei lavoratori dipendenti. Tra le forze politiche l’augurio è stato di una adesione massiva, da parte del M5S, di FI ed anche dei dissidenti PD. Tutte le opposizioni dunque sono chiamate a bloccare l’Italia, con il fine di mandare a casa il Governo e tornare alle elezioni, “per avere finalmente”, dice Salvini, “un paese normale”. Il blocco dovrebbe consistere in una totale serrata degli esercizi commerciali, dei trasporti, dei consumi e del pagamento di ogni tipo di imposta o tassa.

A dire il vero non si capisce di che blocco si stia parlando, visto che in Italia i consumi, così come gli investimenti pubblici e privati, sono già al palo e difficilmente un commerciante o un autotrasportatore con contratto italiano, già in difficoltà ad arrivare a fine mese, possano permettersi tre giorni di chiusura totale. Va poi detto che mediamente l’italiano è un pigro, che con facilità si lamenta, ma, quando è il momento di trasformare le parole in fatti, sovente si tira indietro seguendo il motto “avanti tu che io ti seguo”, col risultato che, a differenza di Francia e Germania, grandi proteste di massa non si sono mai verificate. L’italiano medio si accontenta di vivacchiare, sa bene che (o almeno fino ad ora lo sapeva; adesso qualche certezza, con 7 anni di crisi alle spalle, si sta sgretolando, la solidità della classe media ne è un triste esempio) qualcosa da mangiare, vuoi per la famiglia, per i nonni o per gli amici, riuscirà a portarlo ad ogni pasto e così non si impegna (non si vuole comunque generalizzare) fattivamente per un reale cambiamento.

L’iniziativa di Salvini è estremamente simile a quella che, il 9 dicembre di un paio di anni, fa fu organizzata dal movimento (gran fuoco di paglia) dei Forconi, i quali, a meno delle chiacchiere e polemiche precedenti e susseguenti, non spostarono il corso degli eventi di una virgola, eppure sembrava dovessero creare chissà quali disagi.

I primi a non credere al progetto salviniano, sono le altre forze politiche, che hanno rigettato l’invito, anche con parole forti, come quelle di Nicola Morra del M5S che ha ritenuto le frasi del leghista neppure degne di essere prese in seria considerazione. Anche FI non pensa possa essere una soluzione valida: “l’Italia”, ha affermano il portavoce forzista, nonché presidente Ligure, Toti, “ha bisogno di ripartire e di essere sbloccata, non di un ulteriore blocco”.

È quindi pensabile che, al di là del crescente consenso che ha avuto la Lega, vuoi per la politica molto terra terra, comprensibile dalle masse, effettivamente presente a livello territoriale (connotazione che invece il PD renziano sta perdendo, nonostante le origini di sindaco del segretario), vuoi per i programmi semplici e spicci che parlano, al limite del populismo, alla pancia della gente, e del conseguente, se vogliamo giusto, incremento delle presenza mediatiche di Salvini, che ormai si trova, come il prezzemolo, ovunque e ad ogni ora (ma impegni a Bruxelles o Strasburgo non ne ha?), il suo piano di blocco autunnale non sarà così ampiamente aderito. Tra le forze politiche, la sola Giorgia Meloni, leader di Fratelli D’Italia, si è detta propensa alla partecipazione.

Se, ed è più che legittimo, Salvini, come forza politica, avesse intenzione di mandare a casa il Governo, e visti i numeri in Seanto e le divisioni all’interno del PD l’ipotesi non è del tutto irrealizzabile, dovrebbe ingaggiare una sana, perseverante e concreta battaglia parlamentare, entrando nel merito specifico di proposte e provvedimenti e non parlando di fantomatici scioperi e blocchi. Ovviamente dovrebbe coinvolgere tutte le opposizioni realmente intenzionate a tornare alle elezioni, che dovrebbero prendere coscienza del fatto che, per scardinare il Governo, è necessaria una unione trasversale per il fine comune di elezioni anticipate.  In particolare non possono mancare FI, dissidenti DEM e M5S, in una stranissima ed improbabile alleanza anti Renzi atta a mettere in minoranza la compagine governativa.

Qualora si creasse un siffatto battaglione, l’Esecutivo potrebbe davvero dover temere per le proprie sorti; ma, complici alleanze innaturali e timore di perdere seggi, al momento assicurati per alcuni altri anni, è difficile credere che possa davvero andare in porto un simile piano.

Insomma, anche dall’ultima proposta shock anti Governo, pare che il Premier Renzi possa ritenersi vaccinato ed abbondantemente immune.

 

18/08/2015
Valentino Angeletti
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Direzione PD, master plan per il mezzogiorno, riforma del Senato ed urne…

Anche se non è solito lasciar trasparire preoccupazione, ed infatti tale atteggiamento è confermato dalle parole all’ultima direzione PD che riportano di numeri certi per fare approvare le riforme, in particolare quella del Senato, al Premier Renzi non mancheranno certo pensieri e dubbi durante la pausa estiva dell’attività parlamentare.

Durante la direzione PD i temi dominanti sono stati sostanzialmente due: il faraonico piano di investimenti previsto per il sud, incentrato tutto si un “master plan” la cui presentazione è programmata a settembre; e le riforme istituzionali, principalmente quella del Senato della Repubblica, seconda Camera del sistema bicamerale italiano.

Riguardo al piano di investimenti, che includerebbe (ma è ancora tutto etereo, e lo sarà fino alla presentazione del “master plan”) la TAV fino a Bari ed in Calabria, il riassetto infrastrutturale ed investimenti in opere di ammodernamento e riqualificazioni varie. L’ammontare complessivo è incredibile, nel senso letterale del termine, sarebbero infatti previsti 100 miliardi. Evidentemente il Governo non ha, nè avrà mai, la disponibilità di questi denari. Non ne ha avuti per sistemare la questione del blocco delle pensioni, non ne ha per quella degli stipendi pubblici, solo per fare un paio di esempi, ha in programma di tagliare di 50 mld in 3 anni le tasse e contemporaneamente deve operare per scongiurare l’aumento IVA e delle accise, parte delle clausole di salvaguardia che entreranno in vigore se gli introiti erariali ed i risparmi statali si dimostrassero più scarni di quanto stimato in fase di redazione del DEF. Questi 100 miliardi dovrebbero pervenire da risorse e fondi europei bloccati e non spesi. Da qui la prima domanda sul perché, alla luce dell’arretratezza in vari settori del nostro paese, della dannata necessità di investimenti e riqualificazioni, della condizione a rischio deindustrializzazzione ed impoverimento perenne del nostro sud, non si siano spesi prima. La seconda questione è se, effettivamente, questi fondi siano ancora disponibili, in quanto di norma l’Europa tende a riprendere le risorse non spese entro un determinato periodo di tempo. Effettivamente la somma, più che ottimistica, pare essere esagerata e sproporzionata e difficilmente si ritiene possa essere davvero messa sul piatto, fermo restando che ce lo auguriamo di cuore, perché, per rimettere in sesto l’Italia, quelle sono le cifre in gioco e non qualche miliardo (che pure lo Stato italiano non può permettersi di spendere).

Il tema che però dovrebbe destare più preoccupazioni al Premier, è legato al tema della riforma del Senato della Repubblica. Sono state presentati dalle opposizioni e dalla minoranza DEM ben 513’450 emendamenti. Di questi 510’293 della lega nord, 1’075 da FI, 194 dal M5S, 63 dai Senatori PD, 17 dalla minoranza DEM. Un record, evidentemente con l’intento di bloccare l’iter legislativo e con la minaccia della Lega (Calderoli), qualora non si modifichi il testo proposto, di avere già pronti 6.5 milioni di emendamenti per impedire il percorso del testo. Il punto cardine della questione è l’elettività o meno della seconda Camera, infatti mentre il testo del Governo propone sostanzialmente un Senato nominato, le opposizioni non vogliono rinunciare all’elettività dei Senatori da parte dei cittadini. Il Premier Renzi ed i suoi sostenitori, tra cui i vicesegretari Serracchiani e Guerini e Zanda, si sono detti aperti al dialogo, al confronto con tutti ed al recepimento di alcune modifiche, fermo restando che non si debba snaturare l’impianto base; che, parafrasando dal lessico renziano, significa, come del resto è solito dire apertamente, che si discute con tutti ma poi si decide, e di norma a decidere è sempre e solo uno: il Premier.

Anche FI si è detta aperta alla discussione puntuale in tema di riforme ed all’eventuale sostegno al Governo, ma sul nodo del Senato, come dimostrano inconfutabilmente i 1’075 emendamenti se non bastassero le parole di Toti, FI non è allineata col Governo e non dovrebbe dare il proprio supporto. Una Nuova edizione del Nazareno pare, in questa fase, non verosimile.

Lega e M5S si oppongono strenuamente, asserendo che la Camera derivante dall’Italicum  sarà già popolata in maggior parte da nominati e che pertanto il Senato debba essere completamente elettivo.

Il nodo più ostico per il Governo, e per Renzi nella fattispecie, proviene però, e come al solito vista l’inesistenza di un fronte di opposizione in grado do coordinarsi per impensierire il Premier, dall’interno del PD che ha già tentato di frapporsi tra il Governo e la nomina dei vertici Rai, senza successo. Questa volta, nonostante il Prmier continui a ribadire di avere i numeri, le cose sembrerebbero essere differenti, se non altro perché è possibile una grande coalizione trasversale, tra opposizioni e frangia interna del PD, per affossare la riforma del Senato. Ovviamente ciò presuppone un dialogo trasversale, a cui il M5S deve cedere.

Allo stato attuale, stando a quanto riportato sui quotidiani, i senatori favorevoli al testo del Governo sarebbero 154, contro i 166 contrari, dei quali, e fanno la differenza, 28 della minoranza DEM  (totale 320 a cui si aggiunge il Presidente del Senato, Pietro Grasso, che non vota). I numeri per il Governo sembrano quindi non esserci e non risulta sufficiente l’appoggio del gruppo Verdiniano ALA.

Qualora la Riforma del Senato venisse bloccata e non andasse definitivamente in porto è prevedibile una crisi di Governo che potrebbe portare direttamente alla urne. Il Premier stesso ha affermato in più di una occasione, che il Governo sta in piedi per andare avanti spedito sulle riforme, quando questa condizione venisse meno le urne sarebbero la diretta ed immediata conseguenza.

Le opposizioni quindi hanno, volendo, la concreta opportunità di tornare al voto nel giro di pochi mesi (forse in un election dai con le amministrative del 2016) e l’ago della bilancia potrebbero proprio essere i “dissidenti” del PD. Mandare a casa il governo e sfidarlo alle urne è la missione dichiarata del M5S, più volte ripetuta, ma coi fatti mai perseguita, neppure quando ne avrebbero avuto l’opportunità. La vera domanda però, la cui più probabile risposta tranquillizza, e non poco, Renzi, è chi sia davvero interessato ad andare immediatamente alla Urne, quindi con questa legge elettorale.

Il M5S non disdegna un “Consultellum”, ma via via che si delineava l’Italcum ed i sondaggi davano il loro responso, la nuova legge elettorale è diventata sempre più conveniente per i “Grillini” che per tale ragione potrebbero aver gioco nel non forzare troppo la mano. In ogni caso, qualora volessero mandare sotto il Governo, dovrebbero dialogare ed allearsi quantomeno con la minoranza DEM e probabilmente far fronte comune, per l’obiettivo condiviso delle elezioni, con FI.

Lato opposizioni destrorse, la riorganizzazione del CDX non è ancora avvenuta, anzi con l’uscita di Verdini FI e la scissione con Fitto, il Centro Destra si è ulteriormente indebolito in favore di quel Centro-Sinistra, col trattino in mezzo, che poco piace ai nostalgici della “ditta PD”.

Infine c’è la Minoranza DEM, di fronte al dilemma ed al quesito atavico sul dove inserirsi e sul loro destino qualora cadesse il Governo. Evidentemente, a seguito della caduta dell’Esecutivo, i dissidenti, volenti o nolenti, non potrebbero rimanere nel PD di Renzi, ed allora dovrebbero allocarsi altrove (Sel, Possiamo ecc) con un numero di posti disponibili al Senato ed alla Camera decisamente ridotti.

Tirando le somme, colui che da immediate elezioni potrebbe paradossalmente uscirne l’unico davvero rafforzato, è il solo che al momento non ha interesse esplicito ad andare alla urne, cioè Renzi.

Ora le opposizioni ed i dissidenti avranno tutta l’estate per riflettere, chissà che consiglio porteranno loro le infuocate notti agostane.

08/08/2015
Valentino Angeletti
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Bilancio delle Regionali, vincitori (pochi) e vinti (quasi tutti)

Archiviate le regionali 2015 e consolidati i risultati in tutte e 7 le regioni coinvolte, è tempo, per tutte le parti politiche, di tirare i bilanci.

Il risultato di 5 – 2 in favore del PD, se trattato come se si stesse parlando di una partita di calcetto o alla PlayStation, con la quale il presidente PD Orfini stava giocando assieme al Premier Renzi appena prima di dichiarare alla stampa che il risultato ottenuto dal PD poteva definirsi assolutamente ottimo, effettivamente farebbe pensare ad una vittoria dei Democratici, schiacciante, tanto più se lo si inserisce in un contesto regionale italiano dove 16 regioni su 20 sono governate dal PD (10 strappate dai democratici al centrodestra proprio sotto la guida Renzi). Di seguito l’immagine della copertura regionale a livello nazionale (ovviamente Rosso PD, Blu centrodestra) e le percentuali riferite ai risultati di queste tornate elettorali regionali (gentilmente presa dal sito della Repubblica) per singola regione e per i due candidati più votati:

Regionali2015-Risultati

In realtà di vittoria schiacciante per il PD non si può parlare per diverse ragioni, così come non si può parlare di vittoria per nessuna altra formazione politica, eccezion fatta forse per la Lega personificata in Salvini e non più la vecchia Lega secessionista bossiana che ben poco a a che fare con quella attuale. Ovviamente tutto ciò a dispetto delle dichiarazioni di parte, che come sempre a valle di una tornata elettorale, tendono a erigere, adducendo motivi talvolta triviali e stabili come un castello di sabbia sahariana durante una tempesta di vento, loro stessi a vincitori.

Nessuno può dirsi vincitore perché a dominare realmente è l’astensionismo. In totale l’affluenza ha superato di poco il 50% (52.2%) e questa è una sconfitta per la democrazia e per l’esercizio del diritto-dovere civico. Vero è che pare dimostrato che l’astensionismo difficilmente influisce sull’esito finale, ma è altrettanto vero che, soprattutto nella situazione di disaffezione nei confronti della politica e delle istituzioni, che si percepisce chiaramente tra i cittadini italiani, è chiaro segno che la gente comune non crede più che la politica possa risolvere i problemi del vivere comune, non sia in grado di migliorare la realtà e, quel che è peggio, agisca solo ed esclusivamente a proprio beneficio. Ad incentivare ulteriormente l’astensionismo ha contribuito la scelta di collocare l’election day a cavallo di un lungo ponte primaverile, peraltro caldo e soleggiato, che, unitamente alla distacco tra cittadino ed istituzioni, ha creato un mix esplosivo.

Tra i partiti, FI deve prendere atto di poter vincere solamente se si colloca a traino della Lega di Salvini. Le parti nel centrodestra si sono invertite, il partito dominante è la Lega. Se Lega e FI si uniscano, e magari anche NCD di Alfano scende al compromesso sottostando alle richieste salviniane, quindi abbandono del Governo, le potenzialità del centrodestra sono molto ampie, soprattutto se rappresentato da un volto carismatico e comunicatore, come lo è Salvini e parzialmente Toti, al momento esponente di spicco di FI dopo Berlusconi. Ricordiamo che l’Italia rimane comunque un paese nel suo complesso di orientamento destrorso che attualmente però non trova sfogo e, quando non sceglie Salvini, si riversa nell’astensionismo.

Il M5S ha confermato ottime percentuali. A poco vale il tentativo di screditare il risultato dei pentastellati operato dal Presidente Dem Orfini, secondo il quale, sfoderando un’ironia che non gli era certo propria prima che si convertisse in Renziano duro e puro, la tornata regionale per il M5S si è conclusa con “Zero Tituli” di Murinhiana memoria. In realtà il M5S si è confermato seconda forza politica ed in molte regioni primo partito. Se si andasse alle elezioni nazionali in questo momento sarebbe il M5S a giocarsi l’eventuale ballottaggio dell’Italicum, con la possibilità di attrarre voti trasversali di tutti coloro che vorrebbero mettere sotto il PD di Renzi. Per tale ragione è possibile che le elezioni anticipate, un tempo non temute dal Governo e forse viste come potenziale occasione per fortificare le posizioni non ancora ad appannaggio di Renzi, siano ora temute. Addirittura alcune fonti riportano di certe voci all’interno del parlamento che starebbero avanzando l’ipotesi di modificare o annullare l’appena nato Italicum; personalmente non credo sia possibile una retromarcia simile, soprattutto per l’immagine dell’esecutivo, ma si tratta di più di un’illazione che vale la pena menzionare. Il M5S, nonostante l’ottimo risultato tra il 20 ed il 25% non può essere considerato vincitore perché, in linea con la tendenza generale, lascia sul campo rispetto alle ultime regionali, circa 1 milione di voti; tralasciando questo calo in valore assoluto, che comunque non inficia sulla percentuale ottenuta, anche il M5S potrebbe essere annoverato tra i vincitori.

Passando al PD, nonostante il risultato numericamente favorevole, lascia sul campo oltre 2 milioni di voti. Per i Democratici nel complesso le ultime regionali in cui era Bersani a rappresentare il PD andarono meglio. Il bilancio del PD è, per le sette regioni interessate da questa tornata elettorale, in pari, mantiene 5 regioni, perde la Liguria, ma guadagna la Campania. Va detto però che dove il PD vince, lo fa con personalità non renziane, anzi fino a poco tempo fa decisamente lontane da Renzi, Emiliano in Puglia e De Luca in Campania. Dove invece erano presenti candidati renziani: la Paita in Liguria e la Moretti in Veneto, la sconfitta è stata bruciante, in Veneto per il PD è addirittura il peggior risultato per il centrosinistra dai tempi del PCI, nonostante il Premier si fosse speso personalmente a Treviso parlando agli imprenditori veneti. Non ha quindi vinto il renzismo, anzi hanno vinto le vecchie figure del PD con “l’aggravante” campana, dove la vittoria per 2.8 punti percentuali deve ringraziare in gran parte i voti portati dall’alleanza col sempreverde Demita dell’UDC, sparito a livello nazionale, ma molto forte nei propri territori.

Infine la Lega. Essa è la vera vincitrice in quanto oltre ad aver aumentato la percentuale è l’unica ad aver aumentato anche i votanti in valore assoluto. Ha fatto filotto in regioni un tempo impensabili, come Liguria (dove ha consentito la vittoria di Toti) e Toscana (incluse province come Pisa, Massa, Lucca), ovviamente ha stravinto in Veneto. Non v’è dubbio che il driver che ha consentito a Salvini l’exploit è stata la battaglia durissima contro i Rom che ormai sono visti come problema dai votanti di ogni partito.

Fatta questa semplice disamina parrebbe logica e doverosa conseguenza che ogni schieramento politico facessa una approfondita analisi introspettiva.

Il M5S deve prendere atto di non essere più solo un movimento di protesta o votato alla sola opposizione, ma, con l’Italicum ed il meccanismo del ballottaggio, un pretendente al Governo. Pretendente forte, perché in caso di ballottaggio potrebbe essere in grado di erigersi a ricettacolo di tutte le forza trasversali anti PD renziano, che sono oggettivamente molte. Secondo questo nuovo ruolo il Movimento dovrà quindi indirizzare la propria strategia, pensare ad un impegno concreto e propositivo, mantenendo i temi al centro, ma con la consapevolezza di dover portare a casa in modo concreto e fattivo il risultato di quanto propongono. Quindi se vi sono provvedimenti di elargizioni, parimenti dovranno esserci risorse; se si pensa ad una modifica sostanziale della legge Fornero e del reddito di cittadinanza dovranno essere portati a compimento, ad esempio, adeguati tagli di spesa; se si vuole sconfiggere l’evasione e l’elusione, dovranno essere presentati fattibili strumenti di contrasto, e via dicendo. La partita è difficile e la posta in gioco alta: Palazzo Chigi. Ma con un ammorbidimento di certe posizioni, con una maggior capacità di dialogo ed intermediazione i Pentastellati potrebbero avere le carte in regola per giocarsi fino in fondo questa partita.

Il Centrodestra, quindi principalemte Lega, FI ed NCD, devono decidere cosa fare da grandi. FI deve convincersi di non essere più il fulcro del CDX, ma in questa fase politica si deve accontentare della scia della Lega. Sempre in casa FI, inoltre, dovrà essere definito il ruolo di Silvio Berlusconi ed individuato un erede dal carisma non nullo, che manca ai presunti leader attuali. NCD dovrà decidere se entrare definitivamente nell’orbita di Renzi, sottostando alle sue tendenze accentratrici e poco inclini al dialogo ed alla mediazione, o se permanere nel CDX, ma preparandosi a convivere con Salvini e, vista la sua predominanza, accettarne gran parte dei punti programmatici. Pensare ad una esistenza autonoma è per il partito di Alfano equivalente a viaggiare sulla soglia dello sbarramento con pochissime possibilità di far valere una qualche posizione propria in sede parlamentare. La Lega invece deve chiarire se voler avanzare pretese sul Governo nazionale o accontentarsi di una presenza, poderosa e dirompente, ma solo in alcune regioni. Per poter mirare a Palazzo Chigi, addirittura con il ruolo di principale partito della coalizione di CDX, dovrà però ammorbidire certe posizioni e cercare il consenso del sud, ove piano piano, soprattutto facendo leva sulla questione degli immigrati e dei ROM, Salvini sta diventando sempre meno antipatico. A Roma, ad esempio, sono molti i sostenitori del Leghista, cosa un tempo impensabile.

Il PD è il partito che necessita di una analisi più approfondita. La linea di Renzi e del suo entourage in riferimento al risultato delle elezioni è quella di un successo. Nel mentre però il Premier è volato in Afganistan stranamente senza rilasciare dichiarazioni o tweet. Ha indossato la tuta mimetica, sovrapponendola ingenuamente alla camicia bianca, ed ha fatto gli auguri per la festa della repubblica al nostro contingente. Questa immagine è stata accostata dall’arguta quanto maliziosa Lucia Annunziata, a quella di un noto telefilm USA che pare essere la moderna ispirazione dei politici quarantenni: House Of Cards (pensare che un tempo la politica era ispirata da Pericle e dalle École d’études politiques francesi…. ora da un telefilm statunitense…. Forse se ne vedono i risultati…. ma sono certo che torneranno anche i tempi che furono). L’Annunziata avrebbe paragonato l’immagine di Renzi a quella di un protagonista della serie TV che dopo aver perso pesantemente le elezioni si è fatto fotografare presso un cimitero militare in una mossa dall’alto impatto comunicativo. Non si vogliono dare giudizi su questa similitudine, ognuno e libero di farsi la propria idea. Nel PD dovrà necessariamente aprirsi un dialogo con la minoranza DEM che, a ragione, può avanzare pretese di maggior considerazione: le regionali hanno dimostrato che la minoranza DEM non è morta, anzi tutt’altro, forse al momento buona parte degli elettori del PD si ritiene più vicino a questi “dissidenti” che alla linea ufficiale del partito, in particolare su scuola, relazioni con sindacati, rimborso ai pensionati, legge Fornero, lavoro ecc. Il risultato di Pastorino in Liguria ha effettivamente provato che “un qualcosa a sinistra del PD” esiste e può valere dal 10 al 15%, voti in parte recuperati all’astensionismo ed in parte drenati dal PD. Evidentemente Renzi non è più l’uomo solo e forte al comando che può vantare consensi plebiscitari, come alcuni volevano far credere indicasse il 41% delle elezioni Europee, quindi ne consegue che il discorso tipicamente renziano secondo cui chi non segue la linea del partito deve andarsene, potrebbe essere controproducente. Il PD renziano ha perso molti consensi ed è chiaro che il modo di agire in solitaria, con autoritarismo e senza aperture ad un confronto costruttivo (la linea è quella di “ascolto tutti, ma decido io come voglio io”) non piace all’elettorato. Di questo fatto Renzi, ebbene si, stavolta lui stesso, deve farsene una ragione, come deve farsi una ragione che i suoi avversari principali saranno M5S e Lega. Il Premier è pertanto tenuto ad indirizzare i suoi programmi in modo tale da contrastare i nuovi avversari, ben più concreti e belligeranti dell’ormai domo Berlusconi. Infine il PD deve affrontare il problema della Campania, di De Luca, dell’impresentabilità e della Legge Severino in modo da non dare adito a critiche e sospetti già nati, consolidati e che a livello nazionale possono minare il consenso. Riguardo all’inserimento di De Luca nella lista di impresentabili, stilata dalla Commissione Antimafia sotto la presidenza di Rosy Bindi, in tutta risposta alle richieste di scuse avanzate dalla Bindi al PD dopo le forti polemiche che abbiamo già trattato, il neoeletto De Luca ha presentato denuncia penale proprio contro la presidente della Commissione. Si attendono velenose code su questa vicenda.

In ultimo due considerazione di carattere generale:

  • La prima riguarda l’astensionismo. Esso ha raggiunto percentuali allineate con il resto d’Europa, ma avulse al contesto italiano, ove, e se ne deve andare orgogliosi, le persone hanno sempre tenuto ad esercitare il diritto-dovere civico, assolvendo il proprio dovere e rispettando al Costituzione. Questo fenomeno deve essere combattuto dalla politica e dalle istituzioni, con una maggior vicinanza alle persone, ed ai problemi concreti dei cittadini. La politica deve occuparsi della Res Publica, del benessere sociale e non alla protezione partitica e del proprio status quo .
  • La seconda riguarda il risultato di Salvini. Il suo successo è dovuto principalmente alla tendenza del leghista ad essere pragmatico su questioni molto concrete e tangibili. In primo luogo immigrazione e ROM (la Ruspa è diventata il sibolo della Lega più del Carroccio e di Alberto da Giussano). Questi temi sono diventati molto problematici perché i governi che si sono succeduti sono stati incapaci di affrontarli e risolverli o quantomeno mitigarli, col risultato che ora, complice un disagio sociale dirompente, sono diventati oggettivamente gravi problemi, non più sopportabili nè rimandabili. Essi muovono odio ed anche pericolose tendenze razziali e xenofobe ed hanno consentito l’escalation salviniana anche in Toscana, Liguria e precedentemente in Emilia-Romagna.

A parte il probabile interesse del Governo ad arginare la crescita della Lega, il problema dei ROM e degli immigrati è bene che venga ascritto immediatamente tra le priorità da affrontare con fretta estrema. In ultimo, l’auspicio che le discussioni, che inevitabilmente porteranno con se questa elezione regionale, non sottraggano energie, forze e tempo alle riforme economiche di cui abbiamo assolutamente necessità.

02/06/2015
Valentino Angeletti
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Direttrici che non portano alla crescita ed all’aumento dei livelli di benessere

La condizione economica attuale è complessa, difficile e probabilmente per la sua evoluzione, volendo considerare come punto iniziale la crisi statunitense dei mutui subprime, estesa poi nel continente europeo mutando da principalmente finanziaria a riguardante i debiti sovrani, interi Stati fino ad assumere connotazioni sistemiche, unica nella storia. Simili frasi sembrerebbero ormai retoriche per quante volte sono state ripetute. L’azione politica però non pare comprenderlo. Mai come in questo momento servirebbero visione, azione comune, focalizzazione verso gli obiettivi di ritorno al benessere collettivo, di collaborazione e di cooperazione, mettendo per un  attimo da parte lo scontro tra i partiti e tra gli interessi delle nazioni che in contesti “normali” possono essere, nei limiti del bene della Res Pubblica, accettabili. Così dovrebbe essere sia a livello europeo che nazionale. Ciò a cui stiamo assistendo su ambedue i livelli invece è un comportamento quasi diametralmente opposto, con dichiarazioni che danno il senso dell’urgenza di alcune azioni, ma fatti che smentiscono quanto detto pochi istanti prima; così è sia un Europa che in Italia.

Non mancano giorni in cui si nota che la soluzione della crisi è ancora lontana pur negli alti e bassi dell’ evoluzione di un qualsivoglia scenario. In Europa ad esempio sono prepotentemente tornati a manifestarsi il problema dell’immigrazione, dei rapporti con gli stati limitrofi, le varie crisi socio – economico – umanitarie che vanno dalla Russia alla Libia arrivando fino al centro Africa. Ancora più l’inviluppo della crisi greca che può essere ascritto ad emblema della non cooperazione politica a Bruxelles. Già si è detto che il salvataggio greco iniziale sarebbe costato ben meno del protrarre oltremodo ed inconcepibilmente uno stillicidio, peraltro senza avere un piano ben definito a priori, ma agendo all’evenienza fino ad arrivare a questi giorni, dove si sente parlare sempre più insistentemente del default, più o meno pilotato e concordato, di Atene. Il debito greco non è più onorabile dalla penisola ellenica, tale è l’opinione condivisa da tanti economisti. Molto probabile che questa evenienza, pur smentita dal Governatore Draghi, sia assai concreta. Ne parlano da mesi nella City londinese e JP-Morgan (come altri istituti) ha da tempo iniziato a proporre ai suoi clienti piani per affrontare una GrExit. La stessa Germania si sta preparando ad un default greco ma senza uscita dalla moneta unica che comporterebbe la prosecuzione di una corsa agli sportelli bancari, già comunque in corso per mantenere in Euro il proprio capitale, e forse la deflagrazione del tentativo di unione.

Modi di agire simili, anche qualora la Grecia si salvasse, confermano la totale lontananza dai concetti di Prosperità, Progresso e Protezione che dovrebbero essere alla base dell’unione, senza spingersi in sentimenti più romantici come collaborazione, spirito di appartenenza ad una stessa comunità, solidarietà e condivisione dei rischi e dei benefici.

Analogo ragionamento può essere fatto per l’Italia. Anche gli ultimi dati confermano, nonostante tassi di interesse mai bassi come ora, un prezzo del petrolio al momento ancora più che vantaggioso, mutui potenzialmente a buon mercato e prezzi delle case decisamente diminuiti, una situazione che mantiene alti livelli di complessità.

Il debito pubblico ha fatto segnare un nuovo record sfondando quota 2169 miliardi con crescenti spese centrali e spese locali in diminuzione, la disoccupazione tende a migliorare leggermente, ma attestandosi comunque a fine anno ad un inaccettabile 12.6% con aumento dei disoccupati di lungo termine, ossia coloro che più difficilmente potranno trovare impiego, magari depauperando un patrimonio d’esperienza e di conoscenze che potrebbe sicuramente ancora risultare d’utilità. Il credito in Italia rimane difficile, tra i più difficili in europa, non in grado di supportare il mercato immobiliare (affossato anche dall’incertezza normativa sulla tassazione) nè di appoggiare gli investimenti che latitano. Gli investimenti necessari in Italia sono molti e fondamentali, ovviamente dovranno essere razionali e lungimiranti, ma servono e servono sia quelli per piccole opere come la riqualificazione del territorio, delle scuole, la riconversione energetica e lo spostamento verso un modello economico più sostenibile sul quale Renzi dice di puntare con convinzione, sia quelli per grandi opere e, come i crolli nelle scuole ed i periodici disastri dovuti al maltempo sono la dimostrazione del bisogno dei primi, i grandi crolli infrastrutturali (ultimamente ponti e viadotti) fanno da testimoni della necessità dei secondi.

Nel paese invece la politica è tutta catalizzata su alcuni temi: la legge elettorale Italicum che ha comportato una profonda spaccatura nel PD e le dimissioni dell’ex capogruppo Speranza (uno dei pochi che si è dimesso per dissenso politico e non per indagini o scandali), il dissenso da parte del M5S e di FI che assieme alla minoranza DEM hanno scritto lettere separate ma dallo stesso contenuto (l’ipotesi fiducia sulla legge elettorale sarebbe un attentato alla democrazia) al presidente Mattarella; le regionali con le difficoltà del PD in Liguria, aumentate a seguito delle indagini sulla candidata Paita per i dissesti idrogeologici essendo lei all’epoca assessore competente in materia, e con quelle di FI in Puglia. Infine a non tarderanno troppo le discussioni sull’impiego del tesoretto da 1.6 mld €, potenziale goloso benefit elettorale.

Il tesoretto come già riportato (LINK) è una numero previsionale derivante da un miglioramento della stima del rapporto deficit/PIL di 0.1%. Le previsioni iniziali sul PIL 2015 del Governo erano di +0.6% e sono state aggiornate nell’ultimo DEF a 0.7% (ma sempre di previsione di tratta). L’intenzione del Governo pare quella di spendere la somma quando ha ancora fattezze virtuali. Il rischio che sì corre è che, avesse ad esempio ragione il Fondo Monetario con la sua stima di crescita riferita all’Italia portata a 0.5% (in miglioramento), il paese si troverebbe nella condizione in cui mancherebbe di 1.6 mld più 1.6 mld derivanti dalla differenza di 0.2% tra lo 0.7% stimato e lo 0.5% reale, più altri 1.6 mld dovuti alla spesa in deficit già effettuata.

Come al solito prenderò un abbaglio, ma la sensazione è che, seguendo le direttrici impostate da UE ed Italia, difficilmente si potrà impostare un percorso virtuoso per incrementare, senza sperare di tornare ai livelli precedenti, il nostro grado di benessere. Questo è un presentimento che spero vivamente provenga da uno di quei piccoli gufi che saranno a breve smentiti.

Valentino Angeletti
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La lotta dei dati tra Governo ed istituti di statistica

Con l’ultima serie di dati del 2014 diramati dall’Istat riguardanti lo stato economico dell’Italia, l’istituto di statistica ha aperto la manopola dell’acqua gelida sulle nude spalle del Governo proprio in un momento in cui l’Esecutivo cercava di infondere la sensazione che l’inversione del trend economico negativo fosse ormai alle porte cercando tra l’altro di supportare la tesi con elementi numerici, vale a dire dati.

Il Governo aveva enumerato in 79’000 i nuovi contratti a tempo indeterminato derivanti dai primi due mesi di decontribuzione fiscale triennale per le aziende in caso di instaurazione di un rapporto a tempo indeterminato (link). Dopo poco si è poi intuito e verificato che molti di essi erano trasformazioni di partite IVA, contratti precari o determinati già in essere, in seguito si è poi fatto notare come quel numero andrebbe confrontato con le cessazioni di contratto del medesimo periodo. Da ciò il risultato è stato che in gennaio e febbraio i nuovi contratti indeterminati sono stati 79’000 le cessazioni circa 40’000, dei 39’000 rimasti le trasformazioni sono state oltre il 50% andando quindi a ridurre il numero di nuovi posti di lavoro, elemento di maggiore interesse.

Effettivamente questo è avallato dai rapporti Istat che indicano una diminuzione degli occupati ed un aumento dei disoccupati e degli inattivi cioè coloro che non sono impegnati in cerca di occupazione, nonostante siano inoccupati.

La spesa pubblica secondo Ministero delle Finanze ed Istat è aumentata, portando il rapporto deficit/PIL di nuovo al limite europeo del 3% con i rischi di vedere ridurre i margini di flessibilità applicabili all’Italia e soprattutto lo scatto delle clausole di salvaguardia su IVA ed accise che sarebbero un colpo da KO ai consumi e probabilmente anche alle entrate fiscali del governo centrale ed enti territoriali, conformemente a quanto asserito dalla teoria di Laffer e dalla sua famosa curva, mai dimostrata ma sempre verificata nei fatti come una congettura matematica. Ciò va in netta contrapposizione all’obiettivo apertamente espresso dal Governo di tagliare la spesa ed i costi centrali e locali, operazione che avrebbe consentito di evitare le temibili clausole inserite nel DEF.

Le retribuzioni medie si attestano su 20’600 € per i dipendenti e 17’650 per gli imprenditori, 16’280 per i pensionati e 35’660 per i lavoratori autonomi. I livelli sono i più bassi tra i paesi “industrializzati” con un costo della vita confrontabile. Interessante è il divario tra i dipendenti e gli imprenditori in favore dei primi rispetto ai datori, il che è probabile che indichi una forte tendenza all’evasione. Le dichiarazioni dei redditi oltre 50’000 € sono il 5% del totale mentre coloro che dichiarano oltre 300’000 € sono solo 30’000. Nonostante quindi le intenzioni di redistribuzione del reddito avanzate dall’Esecutivo, tale redistribuzione (necessaria da tempo, Link) non è ancora avvenuta, anzi pare che il divario sociale stia pericolosamente aumentando andando a tendere verso una situazione in cui i super ricchi lo diventano sempre di più mentre i poveri aumentano, diventano sempre più poveri ed includono anche ex membri della classe un tempo media ed agiata ora in via di estinzione.

La pressione fiscale è salita al 48.3% con il picco oltre il 50% a fine anno. Il numero di contribuenti è diminuito di 425’000 unità di cui 334’000 lavoratori dipendenti, al contempo anche i pensionati sono diminuiti di 168’000 unità. Ciò conferma l’aumento della disoccupazione e la diminuzione dei contribuenti fa si che coloro che pagano realmente il fisco debbano accollarsi percentuali ancora superiori al 50%. Se poi si considera che l’80% della pressione fiscale ricade su dipendenti e pensionati che hanno aliquote fisse in proporzione al reddito, mediamente basso e non eludibile, ne segue che la pressione sui piccoli artigiani, partite IVA, commercianti, autonomi, imprenditori che hanno l’onesta di onorare all’erario tutto il dovuto arriva a percentuali molto superiori al 50% fino al 68-70%. Anche in tal caso il dato è in conflitto con le dichiarazioni del Governo, secondo cui, principalmente a causa degli 80€, la pressione fiscale è sensibilmente diminuita. Per l’Istat invece gli 80€ sono ascrivibili alla spesa pubblica e non una riduzione della tassazione. Inoltre anche se il bonus Irpef fosse considerato sgravio fiscale, sarebbe limitato ad una stretta platea di contribuenti, andando ad escludere nuovamente autonomi, professionisti, artigiani che rimangono coloro i quali, se onesti, pagano di più, e pure pensionati.

Ora va detto che i dati, per tutti coloro che sono abituati in qualche modo a trattarli, e siamo la maggior parte delle visto che ci confrontiamo quotidianamente con loro, da una semplice bolletta alla costatazione dell’aumento dei prezzi nel supermercato sotto casa, sono elementi incontrovertibili, oggettivi, quasi assiomatici, indiscutibili. Vi è poi la loro interpretazione che può variare. Per fare un banalissimo esempio l’aumento del costo del caffè al bar può essere imputato alla bramosia del barista oppure si può ipotizzare che il fornitore di caffè abbia aumentato il costo della materia prima e così il barista abbia optato di preservare il proprio margine accollando l’aumento sul consumatore finale. L’oggettività del dato, ossia l’aumento di prezzo della bevanda, non è in discussione, è una costate.

Quello che invece spesso accade, come in questo caso, tra il Governo e vari istituti come Istat, camere di commercio, patronati del lavoro e via dicendo, che per mestiere forniscono dati, è che si discuta la veridicità del dato stesso o delle metodologie. Cosa incomprensibile visto che si sta parlando di istituti professionali.

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca diceva un saggio e vista la frequenza di letture discordanti e rilevazioni presentate in modo sospettosamente parziale sembrerebbe quasi che si voglia presentare, peraltro con eccessiva faciloneria, una situazione molto migliore di quella che è nella realtà dei fatti. Mai come ora è necessario che il Governo sia chiaro con i cittadini i quali hanno già perso la fiducia nelle istituzioni e sono ormai predisposti, non proprio a torto visti i precedenti, a pensare male. L’esecutivo non può permettersi di poter essere sospettato di voler ingannare una popolazione che finora è stata la sola a dover accollarsi il peso della crisi: questi cittadini vanno rispettati e messi di fronte alla verità, bella e brutta che sia. In caso contrario la fiducia calerà ancora e non sarà più recuperabile. Detto ciò poi l’Esecutivo non può pensare che in condizioni di pressione fiscale, occupazione, evasione simili sia possibile parlare di inizio della ripresa, siamo ancora ben lontani dalla vera ripresa nonostante congiunture macroeconomiche momentanee potenzialmente molto favorevoli. Indispensabile è dunque evitare innanzi tutto le clausole di salvaguardia, lottare l’evasione e dare il via a vere politiche per il lavoro e di redistribuzione delle ricchezze. Le vie per conseguire simili obiettivi ci sono, sono note e ripetute da tempo, sono molteplici, ma tutte necessitano di quella volontà politica fino ad ora latitante e la cui assenza ha contribuito ad aggravare lo stato di crisi già di per se drammatico per quanto il corollario globale ha imposto con violenza.

 

03/04/2015
Valentino Angeletti
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Velleità di Landini: fuoco di paglia o controparte tale da non poter essere ignorata?

landiniCosa abbia in mente non è chiaro e da quello che è stato possibile ascoltare e leggere pare che a non averlo chiaro sia anche il diretto interessato. Maurizio Landini, in rotta dichiarata con molte politiche del governo che lo coinvolgono direttamente, a cominciare quindi dal Jobs Act e tutto il concetto di lavoro e tutela di diritti che vi si cela dietro, è in procinto di lanciare un “movimento”, una “coalizione”.

Sarebbe bene capire quali siano le sue intenzioni e le sue velleità. Il segretario FIOM, che a breve scenderà in piazza per presentare la sua “creazione”, parla di una forza non politica, non un partito, del resto fin da subito aveva escluso questa opzione, ma di un’entità aggregatrice di quelle classi sociali, persone, lavoratori atipici, pensionati ed in buona sostanza ogni cluster di persone non rappresentate, morse pesantemente dalla crisi che non sentisse i propri interessi protetti e portati avanti dal Governo. Questo concetto ricorda molto quello lanciato da Sergio Cofferati, anche lui con un grande passato da sindacalista, in occasione del suo abbandono del PD a valle delle primarie liguri. Quasi le stesse parole furono usate: “forza aggregatrice”.

Il bacino di seguaci a cui Landini può attingere e dar voce è potenzialmente ampio e parte dalla base (come sarebbe partito un eventuale movimento di Cofferati) della manifestazione di piazza San Giovanni. Del resto che il Governo stia attuando politiche molto moderate e molto vicine ad un centro più sbilanciato a destra, con buona gioia di Alfano e del piccolo NCD, non è mistero, così come l’apprezzamento verso il Premier di una parte consistente e “pesante” di FI e di molti ex elettori di Silvio Berlusconi. Lo si è visto in varie occasioni, nel Jobs Act solo per citare l’ultimo e lo rivedremo con al seguito aspri scontri e polemiche anche quando verrà affrontato il tema dei diritti civili, delle unioni di fatto e dei matrimoni Gay che hanno appena ottenuto il via libera dal Parlamento Europeo. Landini denuncia il Premier di asservire e soddisfare esclusivamente i desideri confindustriali, agendo peraltro senza confronto con le parti sociali.

Per la volontà di non “perdere tempo” e non interrompere un flusso comunicativo costante e martellante, spesso anche un po’ superficiale ed in certi casi (detto con la massima umiltà, affetto e nell’insignificanza di chi scrive)  anche stucchevole, pesante ed infantile, e per la voglia di “fare”, talvolta senza troppo curare che si arrivi al bene o al meglio possibile che su questioni molto delicate non può essere sacrificato alla rapidità, il Premier non ha mai negato la disponibilità ad ascoltare tutti gli interlocutori, salvo poi mantenere il diritto di agire in autonomia. Su ciò c’è stata fin da subito la massima trasparenza da parte del fiorentino.

Da ciò ne consegue che gran parte della sinistra più radicale, quella definibile di sindacato e che si può ascrivere alla minoranza DEM, non sia rappresentata, ed anche Bersani dovrebbe mettersi l’anima in pace, perché il suo desiderio di modificare il partito dall’interno non può essere realizzato con le esigue e poco determinate forze che potrebbe raccogliere. Pierluigi deve prendere atto che la Ditta non è più la sua ed è ben differente da come la conosceva: ora la dimensione del PD pare quasi una multinazionale che non disdegna di portare la residenza fiscale a Londra se ciò, legalmente, le consentisse di ottenere vantaggi in termini fiscali. La conformazione della creatura scaturita da DS, Ulivo e Margherita è radicalmente mutata e Bersani, così come Cuperlo, Civati, Mineo, D’Attorre e compagnia bella oggettivamente non “c’incastrano” più nulla.

Oltre a questa frangia del PD anche Sel potrebbe trovare casa nel movimento di Landini. Sel aveva lanciato la proposta di dividersi dal PD a Civati, poi avrebbe accolto Cofferati ed ora senza dubbi si è espressa a favore di una discesa in campo (qualsiasi sia il modo e la forma) del leader FIOM.

Vi sono poi delusi, e non pochi, del M5S e dello stesso Governo Renzi, un tempo convinti sostenitori ed ora dal mutato pensiero. Un nome da emblema? Della Valle. È pensabile anche a qualche elettore leghista che ha mal digerito la divisione interna e l’orientazione che Salvini sta dando alla ex Lega Nord (di fatto non lo è più) sulle orme di un estremismo di destra anti Europa misto tra il Le Penismo e le correnti xenofobe mitteleuropee.

Questo a grandi linee è il bacino a cui può pensare di dar voce Landini. Quantificarlo numericamente è complesso, ma si può pensare che, appurata la natura di centro destra dell’italia, possa arrivare anche ad un 9-12% sempre che vi sia coesione e che poi non vincano le divisioni verso l’atomismo tipiche della sinistra da Bertinotti in poi. Se il leader dei metalmeccanici ritiene che molte persone disagiate, a prescindere dalle dimensioni, non siano rappresentate e siano vittima sofferente dell’evolvere dell’azione parlamentare, è quasi un dovere morale ed etico tentare di dar loro voce e farlo nel modo più forte possibile. Analogo ragionamento vale per la minoranza DEM Bersaniana o Civatiana che sia e per Cofferati.

Il vero punto che deve risolvere e chiarire Maruzio Landini è come da loro voce in modo da esser incisivo rispetto al Governo. Evidentemente deve poter interagire ed influenzare l’attività parlamentare, lui stesso cita più volte lo strumento del referendum abrogativo, ma lo fa, non tradendo la sua sicurezza, anche Renzi in merito alle riforme costituzionali, distorcendone il senso perché, secondo Costituzione questo tipo di referendum dovrebbe essere strumento a protezione delle minoranze e non di consenso per la maggioranza. Landini non può non sapere quanto è forte Renzi: si muove in modo perfetto nella scena politica italiana, tesse e scuce accordi e patti, può contare su più maggioranze (fino a 4) a seconda del tema trattato, si fa forte di avversari inesistenti, di alcune congiunture macroeconomiche favorevoli (pur in uno scenario fragile e debole), e dell’appoggio al suo piano di riforme di Bruxelles (che deve iniziare a preoccuparsi dell’escalation dei partiti anti UE che in Italia stanno contagiando anche M5S e del perdurare del braccio di ferro Grecia-Germania la quale non si capisce spinta da qual autorità agisca da capo europeo), al quale non interessa tanto il merito, ma il risultato. Ad esempio per l’UE massima licenziabilità è sinonimo di flessibilità del mondo del lavoro, quindi un bene, mentre è una bestemmia blasfema per Landini. Non sono riusciti ad intaccare la forza di Renzi, che non disdegna di avanzare per decreto se si trova alle strette, FI, Nazareno, frange PD, Sindacati, dubbi ed ombre sulle primarie ed altre simili quisquilie, figurarsi se il Premier può essere preoccupato da un movimento senza velleità politiche, ma orientato più ad essere un elemento culturale e di condivisione di valori e vedute comuni.

Le uniche due possibilità che realisticamente Maurizio Landini può avere sono:

  1. prendere coraggio e fondare un partito sulle orme di Siriza o Podemos, che in pochissimo tempo e nato quasi dal nulla rischia di vincere le prossime elezioni spagnole, proponendosi fin da ora assieme a SEL e frange DEM come alternativa di sinistra al Governo PD (leggi Renzi) – NCD che diverrebbe di fatto grande centro moderato.
  2. Fondare un nuovo sindacato che rappresenti TUTTI i lavoratori, ad iniziare da coloro che non sono rappresentati. Non sia dominato dai pensionati o lavoratori di lungo corso ben tutelati, ma punti ai giovani, alle partite IVA, agli artigiani ed autonomi, ai precari, a coloro ai quali sono stati tolti benefici e diritti che i più anziani ancora a lavoro detengono tutt’ora. L’interesse ed il bene del lavoratore non è nè di destra nè di sinistra, ma solo ed esclusivamente del lavoratore medesimo ed in tal senso c’è spazio affinché un “sindacato globale del lavoro” possa affermarsi. Questo concetto, non espresso in modo così chiaro, sembra però animare i discorsi e le intenzioni di Landini.

Rimane solo da attendere non tanto qualche informazione o dichiarazione in più, quanto qualche azione concreta che faccia capire se quello del Segretario FIOM si rivelerà solo un fuoco di paglia relegato nell’Iperuriano valoriale e destinato a chiacchiere nei raduni di piazza ma inutile all’obiettivo del sindacalista di esser considerato nelle decisioni parlamentari come ve ne sono tanti oppure se si concretizzerà in controparte tale da non poter essere ignorata dell’Esecutivo, ridisegnando una scena politica già molto fluida, magmatica ed affatto chiara se non nel suo incontrastato ed unico “Dominus”.

Link:

  1. L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato
  2. Un Jobs Act “destrorso” divide le sinistre. Il MEF computa la crescita per le riforme nell’intento di abbonire l’UE
  3. PD di fronte ad una scelta necessaria, ma soprattutto un Weidmann passato quasi sotto silenzio che teme il cambiamento in UE
  4. RIFORME: decisive per la Grecia ed al centro dell’Eurogruppo, ma anche crocevia importante per un nuovo assetto politico italiano

14/03/2015
Valentino Angeletti
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