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L’irrisolto problema greco si ripropone: prosegue la recessione ad Atene e per l’FMI è allarme

Variegati ed importanti sono gli argomenti che tengono banco tra i media cartacei, televisivi ed in generale tra tutti i canali multimediali. Spaziano dalla politica allo spettacolo fino alla finanza. In particolare, l’informazione è focalizzata sulle unioni civili e le controversie politiche dovute al meccanismo della “Stepchild Adoption” del DDL Cirinnà, la ricerca dei candidati delle varie coalizioni in vista delle elezioni amministrative che si terranno a primavera in numerosi importanti comuni, il festival di Sanremo, la riforma delle banche sia a livello europeo, con l’introduzione del Bail In per la gestione delle insolvenze, che, internamente, delle banche di Credito Cooperativo ed infine, ma di grande importanza, la visita a Cuba e la seguente visita in Messico, del Papa e del Patriarca Krill che si sono incontrati proprio all’aeroporto di L’Avana, dando indubbiamente vita ad un evento di portata storica.

Oltre a quanto scritto sopra però, un allarme che coinvolge tutta l’Europa, è stato lanciato proprio poche ore fa dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Invero, che questa piaga, lasciata irrisolta ad imputridirsi per troppo tempo, si sarebbe riaperta senza ombra di dubbio, lo avevamo scritto a più riprese in questa sede, ed ora la facile profezia si sta avverando non inaspettatamente, seppur non dotati noi di poteri chiromantici. L’istituto guidato da Christine Lagarde, ha riportato l’attenzione sulla Grecia, intimando il concreto pericolo di una sua uscita dall’Europa Unita.

La Grecia di Tsipras è prepotentemente ricaduta in recessione, del resto il governo Tsipras risulta essere una anatra molto più zoppa di quanto avvenga negli Usa quando il presidente ed il congresso risultano appartenenti a fazioni contrapposte. Quando è salito a palazzo, presso Syntagma, Alexis Tsipras ha dovuto accettare un piano di riforme ed  un programma di austerità dettato dall’Europa, la quale, solo sottostando al detto programma, ben lontano dalle idee della coppia Tsipras-Varoufakis caduta a Bruxelles, avrebbe sbloccato le tranche di aiuti concordati e necessari per i pagamenti e gli impieghi dello Stato verso i creditori ed anche per stipendi e pensioni. Il piano prevedeva tagli a stipendi e pensioni, nonché alle agevolazioni statali; gli stipendi e le pensioni, così come i tagli ai ministeri, sono già stati praticati e non possono colpire ulteriormente la popolazione che ancora non ha visto i lumi della tanto agoniata e promessa ripresa, anzi si è rivista la recessione, quindi è ora la volta dei tagli alle agevolazioni, in particolare a quelle agli agricoltori, pescatori ed allevatori, particolarmente importanti visto il peso che agricoltura, allevamento e pesca hanno nell’economia ellenica ed il numero di lavoratori che impiega, soprattutto appena ci allontaniamo dalle città e dalle zone turistiche per recarci nei luoghi più periferici o dell’entroterra. Gli impiegati del settore primario si sono mobilitati e stanno bloccando le strade ed intavolando proteste in piazza, inclusa piazza Syntagma, sede del Governo ellenico.

Era scontato che, appena la situazione economica Europea avesse subito un rallentamento, che include anche numerosi problemi, ora emergenti ma noti da tempo, al settore bancario, la vicenda greca si sarebbe ripresentata, e così, con una ricaduta in recessione, puntualmente è stato. Chiaro che la ricetta europea a base di austerità e tagli non è ciò che serve alla Grecia ed all’Europa per risolvere il grosso problema economico che ci sta travolgendo in modo differenziato da regione a regione, ma che ora sta colpendo anche la Germania, mostrando i primi problemi ad alcuni settori industriali ed ai consumi.

Alla recessione economica ed alle mobilitazioni degli agricoltori, Tsipras deve aggiungere la gestione del tema dei migranti, e gli adempimenti, 50 in tutto da eseguire in pochi mesi, che l’UE ha imposto per consentirle di permanere all’interno di Shenghen. Evidentemente in queste condizioni la Grecia non può riuscirci e sarebbe l’ulteriore, forse decisivo, passo verso la sua uscita dall’Europa ed alla conseguente disgregazione europea, che allora sarebbe solo questione di tempo.

Avevamo già detto, facendo eco a molte altre voci autorevoli e ben più illuminate, che la strategia europea era inconsistente ed inadatta a risolvere la situazione di permanente stagnazione economica quando non addirittura recessione, così come quella dei migranti, che si ripresenta immancabilmente ad ogni nuova primavera. Ribadiamo il concetto e ribadiamo come sarebbe ora di un definitivo cambio di rotta, sebbene crediamo che neppure questa sarà la volta buona, come il recente passato insegna.

 

14/02/2016
Valentino Angeletti
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Tsipras dimissionario, la Grecia verso le elezioni. Difficile pensare a ripudio delle condizione UE

Giovedì 20 agosto (giorno del mio compleanno) alle ore 19, tramite un discorso di 7 minuti alla TV pubblica greca da poco riaperta, il Premier Ellenico Tsipras ha rassegnato le dimissioni, rimettendosi al Presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos. Questa decisione è arrivata come un fulmine, non a ciel sereno, perché l’opzione era già nell’aere da qualche tempo, ma sicuramente come un baleno in un cielo parzialmente nuvoloso. Ciò che intimorisce di più, in particolar modo le istituzioni europee, preoccupate per l’instabilità che questa vicenda può creare in Europa e non solo, è legata alla rapidità della decisione ed ai tempi strettissimi per andare a nuove elezioni. La data ipotizzata, che se comunque non fosse confermata non dovrebbe essere troppo in là con le settimane, è il 20 settembre, appena un mese esatto dalle dimissioni. Tra l’altro questa nuova tornata elettorale si inserisce proprio nel periodo in cui l’Europa dovrà fare attenzioni alle elezioni in Irlanda, in Spagna, dove il movimento ostile alle politiche Europee di Podemos ha fatto proseliti, ha vinto elezioni locali in importanti comuni tra cui Madrid e Barcellona ed ha saputo con abilità instaurare significative alleanze municipali con le forze socialiste, ed in Germania, dove la riconferma del Cancelliere Merkel sembra facile pronostico, ma dove in ogni caso gli imprevisti possono essere dietro l’angolo, visto come i dissidenti, nei confronti di Angela e del suo Esecutivo, siano aumentati in occasione del voto parlamentare sul terzo piano di salvataggio della Grecia da 86 miliardi in tre anni, a favore del quale parteggiava il Cancelliere. Inoltre il Premier ellenico continua a godere di un buon seguito e della fiducia della maggioranza del popolo ellenico, che evidentemente punta, non tanto sulle politiche e sui programmi, all’atto pratico disattesi, ma sulla persona, ritenuta in grado di portare benefici al paese. In questa fase tra l’altro, in vista delle elezioni, Tsipras si trova, per la prima volta nella sua vita, a non essere l’esponente della sinistra più radicale.

Le parole con cui Tsipras si è congedato sono state:

«Il mandato che ho ricevuto il 25 gennaio si è esaurito, ora i greci devono decidere se li ho rappresentati con coraggio davanti ai creditori e se questo accordo è sufficiente per una ripresa. Ho l’obbligo morale di sottoporre quello che ho fatto al vostro giudizio, chiederò un mandato forte per governare e proseguire il nostro programma di governo».

Tsipras non ha più la maggioranza di Governo, le defezioni e gli spaccamenti in Syriza sono stati numerosi, ed è già in preparazione una forza più radicale alla sua sinistra. Il memorandum con le istituzioni europee, che ha sbloccato il terzo piano di aiuti, è passato al Parlamento di Atene grazie ai voti delle formazioni centriste di opposizione, molte invece sono stati i voti sfavorevoli nelle file di Syriza, partito del Premier.

Il Premier ha così ritenuto, dopo aver incassato la prima trance di aiuti da 13 mld, pagato i 3.2 mld alla BCE con decorrenza 20/08 ed avviato la concessione di 14 aeroporti turistici alla tedesca FraPort (che, pur avendo vinto regolare gara, sembra essere stata il destinatario già da tempo prescelto per lo sfruttamento dei 14 trafficati aeroporti ellenici per 40 anni), di andare alle elezioni. Il momento pare propizio per cercare una riconferma popolare alla luce del consenso ancora alto di cui gode tra i cittadini greci. Col tempo e con l’attuazione delle misure restrittive, imposte dall’Europa, su agevolazioni, pensioni, salari e stipendi, privatizzazioni, questo bonus potrebbe scemare e rendere la vitoria di Alexis sempre più complessa.

Il programma che Tsipras, in corsa alle venture elezioni, presenterà è ancora ignoto e sarà interessante verificare se esso sarà accondiscendente nei confronti delle richieste europee, oppure se chiederà al popolo di esprimere la propria volontà di non recepire le volontà delle istituzioni. Molto più probabile sembra la prima ipotesi (anche la Germania si è detta tranquilla sull’attuazione delle riforme) vale a dire un referendum che, se vinto, rafforzerebbe il partito Syriza, epurandolo dalle frange più dissidenti, e la posizione, ad ora fragile, di Tsipras come Premier.  Darebbe poi mandato popolare al leader greco di agire nella via richiesta dall’Europa. I soldi del piano di salvataggio da 86 miliardi servono alla Grecia, senza quei soldi incorrerebbe nel default e non sarebbe più in grado di far fronte ai propri impegni interni, così come gli sarebbe impossibile sostenere un sistema bancario depauperato dalla corsa agli sportelli e tremendamente sull’orlo di una crisi di liquidità. Dire no all’Europa con nuovi tentativi di chiusura vorrebbe dire molto probabilmente, anche alla luce delle tensioni nel parlamento tedesco sul salvataggio di Atene, il default greco, l’instabilità politica Europea, una reazione imprevedibile dei mercati già stressati da prezzo del greggio e crollo delle borse cinesi, infine la probabile disgregazione dell’Unione.

La fiducia in Alexis Tsipras permane nonostante, a ben vedere, egli non abbia mantenuto le sue promesse, infatti è riuscito solo molto parzialmente ad implementare i programmi presentati assieme all’estromesso Varoufakis in sede di elezioni, ha richiesto un referendum popolare su un piano di riforme, bocciato dai greci, che poi è stato applicato con un livello di rigidità maggiore rispetto a quello su cui i cittadini greci si erano pronunciati. Insomma, se fossero i fatti a dover dar credito a Tsipras non ci sarebbe oggettivo motivo per conferirgliene ancora, invece è la persona e la sua leadership che gli danno autorevolezza. A prescindere dall’operato gran parte del popolo pensa che le sue azioni siano sinceramente mirate alla protezione dei cittadini ellenici e si fidano. Ma a questo punto sorge una domanda, se Tsipras chiede un nuovo mandato popolare attraverso le elezioni, perché non dovrebbe farlo anche Varoufakis, di fatto costretto ad abdicare dal suo dicastero, ed artefice a quattro mani con Tsipras del piano totalmente anti austerità, che poco ha a che fare coi memorandum siglati in seguito, il quale ha consentito a Syriza di vincere le elezioni? Tsipras forse dovrebbe chiedere a Varoufakis, che probabilmente rifiuterebbe, di risalire a bordo della sua compagine e dovrebbe chiarire una volta per tutte la sua posizione nei confronti delle istituzioni, ossia accondiscendenza, che significherebbe ancora austerità e molti sacrifici per i greci col rischio di allungare solamente un’agonia il cui epilogo è già scritto (a meno di un pesante intervento sul debito) o un muro contro muro dalle imprevedibile e rischiose conseguenze?

Confermando la facile profezia che la vicenda greca fosse tutt’altro che conclusa va sottolineato ancora una volta, a prescindere che le politiche piacciano o meno, come Tsipras, e Varoufakis a suo tempo, abbiano dimostrato grandissime doti politiche, di leadership e da statisti, senza un ossessivo attaccamento allo scranno, rare da riscontrare nel nostro paese. Da augurarsi che almeno in tal senso Tsipras abbia lasciato un segno ispiratore alla politica nostrana.

21/08/2015
Valentino Angeletti
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La microscopica crisi greca al cospetto del potenziale impatto cinese. I pericoli economici sembrano non finire

yuan-renminbiCome avevamo previsto (Link), in merito alla crisi greca, pare sempre più probabile un accordo tra creditori ed Atene entro il 18 agosto, in modo da poter rimpinguare le casse greche per il 20 agosto, data in cui lo stato ellenico dovrebbe rimborsare la BCE di una somma pari a poco più di 3 miliardi di €. Il piano di riforme che Atene avrebbe intenzione di portare a compimento è stato presentato ai creditori ed alle istituzioni europee ed è stato da loro condiviso. Si tratta di un testo da 385 pagine con 27 riforme da implementare, tra cui l’aumento di tasse sugli immobili, delle imposte sugli armatori, fino ad ora praticamente esenti, eliminazione delle agevolazioni agricole, differenti scaglioni di IVA, piano per aumentare l’età pensionabile ed un imponente piano di privatizzazioni (svariati aeroporti sono già nel mirino dell’Hub di Francoforte). Il piano è particolarmente duro per l’ellade, e poco rispecchia le promesse elettorali di Tsipras, diventato molto più mansueto ed accomodante nei confronti della ex Troika, da quando Varoufakis si è tirato fuori (o è stato fatto fuori) dalla compagine del governo Tsipras, sostituito da un “assente” Euclid Tsakalotos. I falchi europei, Germania e Finlandia in testa a tutti, si dicono scettici sulla possibilità che Atene sia in grado di mantenere le promesse ed implementare le riforme, così preferirebbero, allo sblocco del piano di aiuti da 86 miliardi in 3 anni, un prestito ponte per traghettare la Grecia ad autunno, consentendo il pagamento della rata agostana alla BCE ed oltrepassando l’eventuale riconferma elettorale della Merkel. Fonti riportano di toni più che aspri ed urla telefoniche tra il Premier ellenico ed il Cancelliere tedesco. Il testo del piano di riforme, che peraltro, in alcune parti come IVA e privatizzazioni, è molto simile alle linee guida che l’UE consiglia di seguire all’Italia, dovrà essere votato dal Parlamento Greco immediatamente prima dell’Eurogruppo di venerdì 14, da quello UE e da alcuni altri stati membri, tra cui Germania, Finlandia, Olanda. Risulta evidente che senza una ristrutturazione del debito ed una revisione degli interessi, ogni piano di aiuto è inutile, se non a compartecipare ad un inutile e vizioso giro di denari che partono dai creditori, confluiscono ad Atene per tornare, a distanza di pochi giorni ai creditori stessi per assolvere alla scadenze imminenti; nulla si ferma in modo stabile e costruttivo nell’economia greca. Questa, non a caso, è l’idea che ultimamente si è fatta l’FMI, non più certa di partecipare al piano di salvataggio (la decisione comunque non sarà presa prima di ottobre) senza una riorganizzazione del debito, che avendo raggiunto quasi il 180%, con interessi non trascurabili, è chiaramente insostenibile soprattutto se peridi di austerità sono ancora in vista. Invero i mercati pare abbiano già scontato gli scenari peggiori, risultando così immuni dai possibili colpi di scena che la vicenda greca potrebbe ancora riservare, visti gli attriti permanenti tra falchi e colombe, analogo discorso non può essere fatto per l’autorevolezza, l’integrità ed il valore internazionale dell’Europa nella sua interezza, che deve ancora guardarsi bene dal trascurare il peso della crisi ellenica.

Non si arriva però ad intravedere un po’ di calma da un lato, quando nuove e ben più procellose tempeste imperversano e si palesano dall’altro. Si tratta stavolta di un peso massimo, al cospetto del quale la Grecia pare meno che un virus già debellato da poderose dosi di vaccino: la Cina. La Banca Cinese (BoC) ha deciso, con una mossa che ha colto tutti gli analisti di sorpresa, di manovrare, svalutandola, la propria moneta nazionale, lo Yuan Renminbi, e lo ha fatto per ben tre volte consecutive nell’arco di 72 ore, rispettivamente ritoccando il tasso di cambio di -1.9% lunedì, -1.6% martedì e -1.1% all’apertura di giovedì, per un ribasso complessivo di 4.6%. Si tratta di un segnale decisamente forte, benchè l’arma utilizzata sia senza dubbio la medesima adottata da FED, BCE, BoJ, l’impatto cinese è stato ben più forte, perché inatteso, ma soprattutto per due ragioni, una di respiro a breve termine, l’altra da valutare sul medio-lungo periodo. Da anni il governo cinese tenta di far in modo che lo Yuan possa rientrare nel paniere delle banche nazionali, FMI in testa, come valuta di riserva per gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie, dapprima ancorandone il valore al dollaro e mantenendo la quotazione artificialmente alta, ora, disancorando il tasso di cambio dal dollaro, svalutando ed aprendo di fatto la quotazione dello Yuan alle leggi di mercato.

Per tale ragione, una maggiore e più naturale competizione tra valute, il FMI plaude alla decisione cinese, asserendo che in tal modo il valore dello Renminbi non sarà gonfiato, e nel medio periodo concorrerà alla stabilità del mercato delle valute: questa si terebbe di una decisa apertura all’economia di mercato del regime cinese.

I due rischi menzionati sopra, riguardo a questa mossa cinese sono connessi all’impatto immediato ed alle prospettive future.

Nell’immediato la reazione delle piazze finanziarie mondiali è stata decisamente negative con perdite tra il 3 ed il 4.5%, bruciando nel complesso oltre 227 miliardi di Euro solo in UE (anche se oggi, giovedì, le piazze sembrano tentare il rimbalzo). Gli USA hanno accusato il Governo di Pechino di voler scatenare una guerra valutaria, e come conseguenza probabilmente verrà presa la decisione di non alzare i tassi che ormai avrebbero dovuto subire un rincaro per via degli ottimi dati sull’occupazione ai quali sono legati. Ovviamente la svalutazione dello Yuan punta ad incrementare la competitività nell’export dei prodotti cinesi, penalizzando di fatto l’import. A risentirne maggiormente sono stati i comparti del lusso, automotive e beni di consumo Europei e Statunitensi. Tra i due mercati vi è però una differenza, mentre l’Europa può dirsi toccata più marginalmente dalla svalutazione cinese, in quanto paga le merci in Dollari, stesso discorso non vale per gli Stati Uniti. In realtà i mercati del lusso e delle auto di un certo livello (le grandi tedesche, le auto di lusso e le supersportive) si ritiene possano stare relativamente tranquilli, visto che un incremento di prezzo anche del 5% su beni dall’elevato costo e ad appannaggio dei più facoltosi milionari cinesi, non dovrebbe incidere molto sulle loro abitudini di consumo; non è così per i grandi colossi europei ed americani del consumo di larga scala, al quale i cinesi medi, nuova classi di colletti bianchi del boom economico, hanno iniziato ad attingere a piene mani. Rientrano in questa cerchia marchi come Apple, Intel, GM, Siemens ed, in quota minore, FCA. Impatto negativo c’è stato anche sulle materie prime (in particolare minerarie) di cui la Cina è grande consumatrice, ad iniziare dal petrolio, in questa fase ancora sotto pressione (la Cina è il secondo importatore). Un altro grande rischio del breve periodo, ma con effetti anche nel medio-lungo termine, è la possibilità che si inneschi una guerra valutaria. In Asia, stati come il Vietnam che competono per manodopera con la Cina, hanno già provveduto a svalutare e le valute Australiana, Neozelandese, Malese, Indonesiana (ed anche il Dollaro Canadese) sono ai minimi. L’Euro invece ne esce decisamente rafforzato, con ripercussioni negative sul nostro export (in aggiunta a alla maggior competitività dei prodotti cinesi). Si innescasse una guerra valutaria, il rischio globale sarebbe una deflazione planetaria che potrebbe spingere taluni paesi, ed anche l’Italia viste le politiche del lavoro perseguite negli ultimi anni, a tentare un’impossibile battaglia sui prezzi delle merci, tagliando sempre più (auguriamoci di no) costo del lavoro e materiali, a scapito del potere d’acquisto dei lavoratori e della qualità, vero valore aggiunto che la nostra manifattura deve conferire alle proprie produzioni. Alla deflazione potrebbe concorrere anche il prezzo del greggio, già sotto pressione per le decisioni OPEC, indirizzate dall’Arabia Saudita, di non intaccare le produzioni, dalla domanda inferiore dovute a rallentamenti in molti settori ciclici ad alto consumo di idrocarburi, dalle scorte USA maggiori del previsto e dalle nuove disponibilità di Iran ed Iraq; in questa fase, a seguito di un rallentamento cinese dell’import di OIL, la domanda potrebbe calare ulteriormente.

Il secondo elemento di preoccupazione, è rivolto al medio-lungo periodo ed è collegato all’economia Cinese che pare in rallentamento (anche se detto dall’Italia e dall’Europa fa sorridere sarcasticamente). Quest’anno la crescita cinese faticherà a raggiungere il target del 7%, ed quand’anche lo raggiungesse, la crescita reale potrebbe essere inferiore, drogata: dagli interventi statali nel campo della finanza, come il divieto di vendita di titoli imposto poche settimane fa a seguito di diminuzioni degli indici borsistici di Hong Kong e Shanghai; dall’eccesso di credito per investimenti in borsa (prestiti per acquisto di azioni e prodotti finanziari anche non regolati, OTC, dando come garanzia quote dei titoli stessi); dal settore immobiliare, in questi anni eccessivamente attivo, senza che vi fosse una corrispondentemente alta domanda a giustificarlo; dal maggior interesse alla tutela dell’ambiente e dell’aria di cui la Cina dovrà necessariamente curarsi. Gli ultimi dati macroecoomici cinesi non sono rassicuranti: i prezzi al consumo sono calati del 5%, la produzione industriale è aumentata del “solo” 6%, mentre le esportazioni e le vendite al dettaglio del 10.5% (a noi comuni europei può sembrarci strano, ma tali valori sono decisamente sotto le stime) e denotano un rallentamento globale dell’economia del dragone. Rallentamento che avrebbe, ed avrà perché prima o poi dovrà verificarsi nonostante le alchimie finanziarie tentate da Pechino, un impatto enorme su USA, Russia (che deve vedersela con un PIL calato di oltre 4 pti percentuali), Asia, Europa: sul globo insomma. Non va mai dimenticato che durante le ultime crisi, la Cina è sempre stata la valvola di sfogo per molto dell’export estero e soprattutto la locomotiva, in grado di non far precipitare l’economia mondiale, alla quale agganciarsi per non cadere nel baratro della recessione.

A parte la Grecia quindi, alla quale si continua a prestare molta attenzione se non altro per i destini dell’UE, il mondo deve fare tremenda attenzione alla Cina, studiare un piano B ed interventi che possano evitare un suo eccessivo rallentamento, senza ricorrere a trucchi finanziari, compromessi sull’ambiente e senza soprassedere sui diritti umani e sulla sicurezza sul lavoro. Una partita tutt’altro che facile.

13/08/2015
Valentino Angeletti
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Non v’è conclusione in vista alla crisi greca, e tutti, mercati, investitori e creditori, ne sono ben consci

A tra giorni dalla riapertura, in seguito a cinque settimane di chiusura forzata, la borsa di Atene pare non dare segni di recupero. Il primo lunedì di apertura, il listino era precipitato fino a segnare -23% per poi chiudere a -16.2%, i giorni seguenti sono stati migliori ma sempre all’insegna del segno meno. Le principali vittime della riapertura sono state, prevedibilmente, le banche, precipitate finanche a -30%. I volumi sono stati bassi, ed è facile prevedere alta volatilità fino a che Grecia e creditori non giungono ad un accordo con il quale si sblocchi il piano di salvataggio da oltre 80 miliardi e di conseguenza la prima tranche. Il limite temporale per portare a termine il trattato è il 18 agosto, in modo che sussistano i tempi tecnici per consentire ad Atene il pagamento degli oltre 3 miliardi di €, ad oggi non presenti nelle casse elleniche, dovuti alla BCE entro il 20 agosto. Già subito si nota che dei circa 7 miliardi, erogati come prima tranche del piano di aiuti, parte torneranno alla BCE, in una partita di giro poco efficace per la Grecia e che si verificherà anche con le altre rate degli aiuti, in quanto le scadenze per Atene sono diluite in un arco di tempo ventennale. Altri dovranno andare a sostenere il sistema bancario, in ginocchio a causa di una sfrenata corsa agli sportelli e nonostante i limiti imposti ai greci sui prelievi bancomat. In favore degli istituti ellenici non è stata aumentata, dalla BCE, la liquidità di emergenza, ferma a 90.4 miliardi; è anche vero che la banca centrale di Atene, non potendo ignorare la condizione di insolvibilità dei suoi istituti, non pare aver chiesto l’innalzamento del tetto ELA alla Banca Centrale Europe. Sempre più scontata pere essere la necessità di ricapitalizzare le banche della penisola olimpica così come il fatto che molto poca della liquidità assegnata passerà all’economia reale (di fatto farà parte di una partita di giro poco funzionale se non per dire formalmente che i debiti sono stati saldati, la stessa Lagarde mise in guardia che in tal modo non si sarebbe risolto il problema greco).

Tra Atene e creditori pare vi sia la convinzione di giungere ad un accordo entro fine settimana e con tutta probabilità così sarà, anche se permangono alcune divergenze sulle riforme delle pensioni, sulla tassazione degli armatori e sull’eliminazione delle agevolazioni agricole.

In ogni caso, anche andasse in porto l’accordo nei tempi stabiliti, è evidente che i mercati hanno già scontato gli scenari meno auspicabili, e ciò è dimostrato dai ribassi relativamente contenuti delle altre piazze finanziare, mentre ad Atene era il tracollo, e soprattutto che gli investitori istituzionali, le grandi banche, le assicurazioni, i fondi, non credono nella bontà delle misure adottate per la Grecia, quindi il piano da 80 miliardi per traghettare Atene circa fino a fine anno, vincolandolo al recepimento di precise riforme di impronta ancora austera e non troppo differenti nelle modalità di azione a quelle che han portato la Grecia e l’UE nelle condizioni attuali. Del resto basta ricordare che lo stesso FMI si è detto dubbioso se partecipare al piano di salvataggio a queste condizioni e soprattutto senza una rinegoziazione del debito che mai come ora sembra, assieme alla ricapitalizzazione del sistema bancario, inevitabile, ma che, nonostante l’evidenza, pare non voler essere discussa ed implementata con decisione. Non è quindi pensabile che, detto il pensiero dell’FMI e le esplicite parole della Lagarde, altri investitori, dalla mission ben più speculativa rispetto all’istituto di Washington, possano dar credito alla Grecia a queste condizioni.

La prima impressione avuta a valle della presentazione del piano, vale a dire che fosse semplicemente un palliativo per prendere tempo, è confermata. Inoltre ad autunno (arrivando alle elezioni tedesche e spagnole) si prospettano nuove elezioni che potrebbero destabilizzare ulteriormente la situazione di Atene, ove, sia a livello politico, con le divisioni interne a Syriza, sia a livello sociale, si respira aria pesante. In ultimo, ma non per importanza, si rincorrono ancora le teutoniche voci e le “minacce” di una “GrExit” in caso Grecia e creditori non si accordassero entro le scadenze e come diretta conseguenza lo sfaldamento di tutta l’Unione Europea ed un effetto domino imprevedibile e diffuso.

Il pronostico che la vicenda greca sia ancora lungi dall’essere risolta, soprattutto senza rinegoziazione repentina del debito e ricapitalizzazione del sistema bancario, pare essere sempre più vero.

05/08/2015
Valentino Angeletti
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Il cronico, teutonicamente imposto, ritardo di Mario Draghi, ultimo baluardo di questa Europa

All’ultimo direttivo del Board BCE, che si tiene il giovedì ogni 45 giorni, il Governatore Draghi ha proferito parole piuttosto nette in merito alle ultime vicende economico-politiche.

Innanzi tutto ha comunicato che aumenterà il tetto dell’ELA, la liquidità di emergenza per le banche greche, di 900 milioni di euro, in aggiunta agli 89 miliardi già conferiti, così da consentire i prelievi di 60 euro ai greci fino ad agosto e ridare liquidità alle banche.

In merito all’ELA, Mario Draghi ha poi precisato, con tono perentorio, che precedentemente non è stato possibile incrementarne il tetto perché lo statuto della BCE non consente l’innalzamento di una ELA nel caso non sussistano sufficienti garanzie bancarie o se uno stato e le sue banche al seguito, versano, come la Grecia nei confronti dell’FMI, in situazione di insolvenza. Sono infondate, a detta del Governatore, le accuse rivolte alla BCE di voler spingere, non consentendo la riapertura delle banche ormai prive di liquidità senza il supporto ELA, all’accettazione del piano della Commissione, respinto inutilmente con il referendum del 5 luglio. Ora, a seguito della conferma del piano da 82-86 miliardi in 3 anni, la cui prima trance da 7 è in procinto di essere erogata, approvato dal Parlamento di Atene ed anche da quello tedesco, le garanzie sono aumentate, consentendo lo sblocco dell’ELA, operazione puntualmente messa in atto da Draghi.

Mario Draghi ha inoltre riconfermato come sia nella missione della BCE l’obiettivo di preservare l’Euro e di impedire la fuoriuscita di qualsiasi paese membro dalla moneta unica. L’istituto utilizzerà ogni strumento, anche non convenzionale, per perseguire il risultato. L’eventuale decisione di eliminare un paese dalla zona Euro è una decisione prettamente politica che spetta agli stati ed alla Commissione, non ad un’entità neutrale (teoricamente neutrale, perché la trazione tedesca, col 17% delle quote, è evidente) come la Banca Centrale. Dal punto di vista della BCE e di Draghi non è contemplabile l’ipotesi di una GrExit.

Questa affermazione ricalca un po’ quella del 2011, il famoso “What ever it takes”, e si contrappone alle contemporanee dichiarazioni del solito Scheauble il quale ha riaffermato che l’uscita VOLONTARIA della Grecia dalla zona Euro per un tempo di circa 5 anni sia la soluzione migliore. Evidentemente se dovesse esserci una uscita è impensabile che essa sia a tempo, anche perché di lì a poco probabilmente imploderebbe tutta l’UE. Del resto è ormai chiara la volontà dei falchi di perseguire una Europa a due velocità, che di fatto non sarebbe più unita, né potrebbe condividere medesime politiche ed obiettivi economici.

In realtà non si ritiene che la GrExit sia stata una ipotesi realmente sul tavolo, non esistono procedure e la Costituzione europea non contempla questa evenienza; inoltre la Grecia, come la maggior parte degli stati dell’Eurozona, non sarebbe tecnicamente in grado di coniare nuova moneta.

Questo slancio di Draghi a protezione dell’Euro, appare un po’ ritardato, come furono ritardatari i QE che con tutta probabilità, se avesse potuto decidere in autonomia senza tenere in considerazione la componente tedesca del board BCE, il Governatore avrebbe erogato ben prima. Il Governatore, se avesse realmente voluto arginare una GrExit quando pareva più probabile e tranquillizzare i mercati in preda alla volatilità, avrebbe dovuto fare dichiarazioni simili a ridosso del referendum, cosa che non ha fatto. Si ritiene perché non sarebbero state gradite a tutte le istituzioni europee (ovviamente capeggiate dai falchi, ma con al seguito tutti i capi di stato, incluso Renzi) che avevano conferito al referendum il significato, totalmente infondato, di scelta tra Euro e Dracma e quindi Grexit o non Grexit.

Draghi, sempre con canonico, quasi cronico, ritardo, si è allineato all’altrettanto ritardataria FMI sospinta dal segretario Jack Lew e la FED, nel confermare la necessità di un taglio, magari a mezzo di un dilazionamento trentennale, dell’insostenibile debito Greco, che, agli occhi anche dei meno esperti, già dal 2011 era chiaro non potesse essere rimesso nei tempi e modi concordati e soprattutto con le condizione di austerità imposte, inefficaci a risollevare il PIL, denominatore nel rapporto col Debito. Ad FMI e BCE si accoda anche il Professore, ex Premier italiano, Romano Prodi, secondo il quale è necessaria una ristrutturazione del debito greco, proprio come fu fatto con la Germania negli anni addietro (ogni riferimento è puramente non casuale) e tale necessità è anche parte di quel processo che dovrebbe portare l’Europa ed essere davvero un elemento unitario.

Che il ruolo di Draghi e della BCE nel cercare di limitare la crisi sia stato e sia tutt’ora fondamentale, risulta evidente come risulta chiaro l’impegno quasi personale di Draghi “To preserve the Euro”. Meno chiaro, forse, è che Draghi si sta divincolando tra i falchi tedeschi, maggiori azionisti della BCE che fanno proseliti non dichiarati, ma fattuali, anche in Italia, e la sua volontà di tenere coesa l’Europa, con uno sforzo diplomatico e gestionale senza pari.

Speriamo che predomini il concetto di Draghi, che vinca su quello delle spinte particolaristiche, divisive e distruttive, perché Super Mario è l’ultimo e unico baluardo per questa Europa.

17/07/2015
Valentino Angeletti
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Greferendum: il Bluff europeo del derby tra Dracma ed Euro

Continuando a seguire quella crisi ellenica che ormai tutti chiamano tragedia greca, è molto interessante notare come lo scontro, da un braccio di ferro dapprima economico, poi in politico con posizioni tra le controparti davvero prossime, discostanti di solo pochi spiccioli rispetto a quanto è costata fino ad ora questa “tiritera”, si sia trasformato in lotta psicologica e di nervi, con al centro il popolo greco.

Ricordiamo, anche se non ce ne sarebbe la necessità, che il referendum greco, il quale, a valle della conferma della Corte Greca di poche ora fa, si terrà domenica 5 luglio, chiede al popolo se accettare o meno il piano proposto dalle istituzione UE. Programma che peraltro non è più neppure l’ultima versione, ma a ben vedere questo è un dettaglio poco importante, perché il vero quesito a cui i greci si sentono di dover dare risposta è se accettare la prosecuzione di una politica volta all’austerità ed ai tagli lineari rispetto ad un cambiamento di paradigma, invero ancora da implementare a dovere, ma con l’obiettivo di preservare e difendere lo stato sociale ed il welfare.

La domanda è abbastanza chiara e non tira assolutamente in ballo la permanenza o meno dei greci nella zona Euro. Nonostante ciò le controparti europee, avverse ai piani di Tsipras e timorose della vittoria del “NO”, hanno già da tempo impostato la loro campagna elettorale in favore del “SI” su un terrorismo psicologico nei confronti dei greci, insistendo a ribadire che il referendum è la scelta tra Dracma ed Euro e pertanto il destino della Grecia, povertà, svalutazione, isolamento contro prospettive di risanamento e crescita,  è in mano agli stessi cittadini ellenici.

Il gioco dei sostenitori del “NO”, e tra questi oltre a Germania e tutte le istituzioni europee, va annoverato anche Renzi che ha descritto il referendum come Derby tra Dracma ed Euro, è quello di terrorizzare i greci cercando di far credere loro che conseguenza diretta ed imprescindibile di un “NO” sarebbe l’uscita automatica della Grecia dall’Euro. La leva su cui l’UE si appoggia è la consapevolezza che la maggior parte dei Greci, circa il 65%, vuole mantenere la moneta unica, consapevole che una uscita comporterebbe altra povertà principalmente per i cittadini, le persone comuni e quelle più povere, ossia le più duramente colpite da crisi ed austerità.

La realtà è differente, e quella della istituzioni è un bluff. Il referendum non ha alcuna connessione con il ritorno alla Dracma ed il destino della Grecia, inteso come permanenza nella moneta unica, non è nelle mani dei greci a mezzo del referendum, bensì, come al solito, il futuro ellenico, e con esso anche di tutto il progetto europeo come economia, politica e società unificata e solidale, è nelle mani delle istituzioni UE. Sta a loro infatti, a valle degli esiti del referendum, decidere se sbattere o meno la Grecia fuori dall’Europa ed usarla da esempio per gli indisciplinati, come si suoleva fare in tempi assai più bui di quello in corso.

In caso di vittoria del “SI” le Istituzioni si attendono le dimissioni di Tsipras, l’applicazione dei loro (nuovi e rielaborati) programmi e soprattutto un governo più amichevole.

In caso di “NO” invece le Istituzioni si troverebbero al bivio, se far avverare le loro intimazioni ed avviare la procedura di uscita della Grecia dall’Euro (procedura che probabilmente neanche esiste, essendo una ipotesi mai contemplata), oppure se, come intende fare Tsipras, riaprire le trattative ed i negoziati.

Il ritorno alla Dracma è evidentemente un mero spauracchio che non si avvererà perché, a parte il costo per la Grecia, tale circostanza getterebbe l’intera economia globale in un territorio davvero inesplorato e potenzialmente ingestibile. Nessuno infatti sa come i mercati ed i grandi capitali potrebbero riorientarsi in seguito ad un simile evento, tant’è vero che dagli USA alla Cina passando per la Russia, spingono per risolvere “pacificamente” la disputa.

Che lo stesso Bruxelles Group non sia convinto di una GrExit lo si è sentito dire dal Commissario Moscovici, non un ultimo arrivato qualunque, il quale ha confermato che, a prescindere dal referendum, i lavori proseguiranno e la direzione è quella di mantenere la Grecia nell’Euro, unico posto ove può collocarsi. Chiaro è che essendo le stesse Istituzioni a dover espellere la Grecia (e non è la scelta dei greci con il referendum), se esse ritengono non sia opportuno (come ritengono) non lo faranno. Svelato quindi il probabile Bluff.

Da ciò si evince che la situazione non sta ancora vedendo la fase risolutiva, nè le istituzioni hanno chiaro che fare in caso di vittoria dei “NO”. Ulteriori trattati che condurranno ad una ristrutturazione (il 30% come chiede Tsipras?) del debito ellenico sono ancora alle porte. Nel frattempo le banche elleniche, per riaprire i battenti hanno necessariamente bisogno di un aumento del tetto ELA della BCE che dovrà pronunciarsi lunedì 8 in occasione del direttivo.

Solo per dare altra riprova di come il costo di questa crisi esacerbata sia ingiustificato dal peso della Grecia nell’economia UE, va detto che a valle del mancato accordo tra Grecia ed Istituzioni in uno degli ultimi incontri, le borse UE hanno perso in un sol giorno 287 mld (ed è uno dei tanti episodi), danari superiori al PIL greco e di poco inferiori al suo debito.

Che dite, non conveniva salvare la Grecia prima, dimostrando forza di coesione europea che tanto sarebbe valsa e tanta autorevolezza avrebbe conferito al nostro continente agli occhi delle altre potenze mondiali? Per me si.

03/07/2015
Valentino Angeletti
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Grecia: meno due all’epilogo (anche quello europeo?) ormai quasi scontato

È durato poco più di un’ora per essere rimandato ad aggiornamenti successivi, quello che doveva essere l’incontro decisivo sul futuro greco tra i leaders ellenici e i rappresentati delle istituzioni creditrici. Probabilmente un ulteriore round si terrà martedì 30, ultimo giorno utile, ma già oltre ogni scadenza tecnica, per il rimborso degli 1.6 mld dalla Grecia all’FMI. Nel frattempo oggi è in atto il direttivo BCE per cercare di capire come gestire l’eventuale (ma ormai certa) impossibilità di Atene di rimborsare i creditori e gli aiuti che tramite il programma ELA al momento sono i soli a sostenere la banche greche sull’orlo della crisi di liquidità, anche dovuta alla corsa agli sportelli bancari del popolo ellenico, per prelevare i propri risparmi e metterli al sicuro oltreconfine o, più facilmente per le persone comuni, sotto il materasso. Tra creditori ed Atene non c’è stato accordo e, come detto nei pezzi riportati precedentemente, l’impasse sulla crisi si è aggravata andando ormai ad oltrepassare, viste le tempistiche sempre più stringenti per giungere ad un accordo, ogni livello di guardia. Le posizioni tra le controparti si sono allontanate ed irrigidite. Da un lato la proposta dei creditori che avrebbero messo sul piatto 15 miliardi di euro, un prestito ponte, dicasi anche palliativo o pezza di circostanza, che avrebbe consentito ad Atene di protrarre l’agonia ancora 5 mesi scadenza entro la quale Tsipras avrebbe dovuto elaborare un piano di riforme gradito al Bruxelles Group, contrariamente a quelli proposti fino ad ora, che seppur vicini anche numericamente alle richieste europee non hanno convito i creditori in merito a pensioni, innalzamento IVA, tassazione e tagli alla spesa, in altri termini ancora troppo basso il livello di austerità. Guarda caso 5 mesi sono anche il tempo necessario per arrivare a ridosso delle elezioni in Spagna, temute in caso di concessioni alla Grecia per via delle richieste che Podemos, sulla falsariga di Tsipras, potrebbe avanzare, tanto da far diventare il Premier Rajoy quasi un falco. Per tale motivazione, se concessioni saranno acconsentite a Tsipras, i creditori non vorrebbero farlo prima delle elezioni autunnali. Le richieste di Tsipras, messo per un momento da parte il programma di riforme indigesto, pur se vicino nei numeri (come scritto in precedenza), a coloro seduti dall’altro lato del tavolo delle trattative, erano state quelle di una proroga degli aiuti e del rimborso oltre il 5 luglio, meno di una settimana quindi, domenica in cui dovrebbe tenersi un referendum popolare. Il referendum, ancora ipotetico, non riguarderebbe la permanenza nell’Euro, al quale secondo i sondaggi sarebbe favorevole il 65% del popolo ellenico, bensì se accettare o meno il piano di riforme proposto dalle istituzioni.

Nonostante si legga da più parti che la corsa agli sportelli bancari dei Greci sarebbe una sorta di voto al referendum proposto da Tsipras, quasi a voler sottintendere che la volontà di permanere nell’euro darebbe una spinta al voto favorevole al piano della Ex Troika, in realtà non è così. Anzi è vero proprio il contrario. Innanzi tutto è comprensibile, in preparazione di una, improbabile, uscita dall’euro, cercare di preservare in euro i propri capitali e ciò può essere fatto trasferendo i conti altrove e principalmente, fintanto che si deve fare una operazione simile, verso zone a bassa tassazione (Olanda, Lussemburgo, Cypro, Svizzera e perché no, Singapore ed Hong Kong), oppure mantenere biglietti euro in casa, sotto il materasso o per chi può permetterselo in cassaforte. Per coloro che avessero fatto una simile azione, paradossalmente e senza considerare i debiti privati, una uscita dall’euro potrebbe essere anche vantaggiosa, in quanto è probabile che il capitale prelevato aumenti il proprio valore da un minuto all’altro del 30% (per la precisione sarebbe la nuova moneta ellenica ad essere svalutata, secondo alcune simulazioni, del 30% circa, ma l’effetto è il medesimo).

Invero l’esito del voto pare scontato: difficilmente ci sarà l’accettazione del programma di riforme della Troika. L’austerità ha già troppo mietuto il popolo greco, i cui Governi non sono sicuramente incolpevoli, sul quale si è abbattuta la scure dell’inflessibilità cieca europea ed è comprensibile che la popolazione non voglia sentire neppur parlare di nuove tasse o tagli che fino ad ora l’UE ha imposto linearmente. L’Unione, per non creare un precedente, il quale avrebbe potuto essere letto come spirito di unione, collettivo aiuto e mutuo soccorso all’interno di una UE convergente verso una vera unione di interessi, quindi dimostrazione di forza, ha protratto una politica asfissiante, esacerbando una situazione divenuta molto più costosa ed ingestibile rispetto a quanto non fosse 2-3-4 anni or sono. All’interno del Parlamento di piazza Syntagma si sono schierati in favore del referendum Syriza ed Alba Dorata, gli estremi di sinistra e di destra dell’Emiciclo, segno evidente che il sentimento anti politiche UE è trasversale e che non vi sono più schieramenti o correnti che agiscono e si pronunciano secondo comportamenti canonici e standard. Ormai la critica all’Europa è trasversale e di ciò le istituzione e Bruxelles ne devono tenere conto, cercando anche di capire il perché, il quale evidentemente risiede, avendo accomunato parti che nulla avrebbero in comune, in una errata gestione di situazioni complesse ed emergenziali. Nonostante ciò però non pare vi sia reale volontà di cambiare spartito.

Stanti così le cose, ed in questo poco tempo che rimane difficile pensare ad uno sblocco, il 30 giugno la Grecia risulterà insolvente nei confronti dell’FMI, gli aiuti verranno interrotti ed i 7.2 miliardi spettanti ad Atene bloccati. Si andrà incontro ad un default controllato con conseguente ristrutturazione del debito che coinvolgerà principalmente BCE e Stati, con i pole position Germania (circa 60 mld), Francia (circa 50 mld), Italia (circa 40 mld). Come detto in pezzi precedenti, è difficile pensare all’uscita dall’euro della Grecia, GrExit, perché sarebbe l’ammissione troppo evidente di una sconfitta e potrebbe innescare un pericolosissimo effetto domino. Non parimenti ad una GrExit, ma anche un nuovo default controllato della Grecia è terreno inesplorato e periglioso. Padoan rassicura in merito alla situazione dell’Italia, ma, seppur rafforzata da alcune riforme, e soprattutto dalla politica monetaria BCE e dalla situazioni contingenti positive, nulla può contro eventuali e probabili reazioni impetuose dei mercati, che, contrariamente alle istituzione europee che solo ora stanno lavorando seriamente a scenari complessi a valle dell’epilogo greco, avevano già in precedenza simulato ogni possibilità, preparandosi a varie eventualità, in particolare quella più probabile e scontata già da tempo di una default controllato di Atene. Se default sarà, da allora in poi nulla sarà più certo, tantomeno le sorti delle successive scadenze dei rimborsi di Atene ai creditori, che di certo non saranno corrisposte in pieno.

L’esasperazione della vicenda Greca, patria, illo tempore, della moderna democrazia, creò la polis e fece del popolo il sovrano della cosa pubblica, rischia seriamente, con colpe bipartisan dei Governi Greci, esecutivo Tsipras incluso, e delle istituzioni UE, di essere l’epilogo di un esperimento di unificazione di valori, interessi, economia, politica, moneta, regole, rischi e benefici, encomiabile negli intenti, negli obiettivi, nella missione, necessario per competere nella globalizzazione sfrenata del mondo, ma male iniziato, non disinteressato, viziato da errori evidenti mai corretti e da politiche inadatte a perseguire gli obiettivi ed i risultati inizialmente nei.

Se sarà fallimento nessuno tra Stati ed Istituzione potranno dirsi incolpevoli, nonostante una popolazione europea ormai scoraggiata e diffidente nei confronti dell’attuale UE, ma profondamente convinta e pienamente consapevole, e ciò può essere motivo di speranza, di quanto sia indispensabile perseguire quel progetto europeo come fu pensato dai padri fondatori.

Per chi volesse avere una panoramica sugli ultimi sviluppi della crisi greca ecco 4 pezzi delle ultime due settimane (ma per chi volesse cercare sul blog ve ne sono molti altri):

28/06/2015
Valentino Angeletti
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Dati positivi, ma in uno scenario molto complesso ed incerto. Non si può perdere un’altra occasione

L’Italia sta decollando? Secondo il Premier Matteo Renzi sì, senza dubbio, si devono allacciare le cinture, e come al solito alla “facciccia” di coloro che vorrebbero che tutto andasse male (anche se è oggettivamente difficile capire perché qualche italiano dovrebbe volere che tutto andasse male). L’affermazione del Presidente del Consiglio è stata proferita, non a caso e con precisa dovizia di termini, di fronte a 1500 dipendenti Alitalia a Fiumicino, in occasione della presentazione della nuova livrea della compagnia aerea e di nuovi vettori. Sono state inoltre annunciate 310 assunzioni (o meglio riassunzioni e trasformazioni di contratto) a tempo indeterminato nei settori ground e manutenzione: nello specifico 115 stabilizzazioni da tempo determinato ad indeterminato e 55 riassunzioni tra lavoratori in mobilità nel ground e 140 riassunzioni dalla mobilità per la manutenzione.

Effettivamente non si può negare che segni di ripresa ci sono. Da tenere presente che, come fa notare il Presidente di Confidustria Squinzi, ma lo abbiamo ripetuto più e più volte anche in questa sede, essi si giovano principalmente delle congiunture macroeconomiche irripetibilmente favorevoli, i bassi tassi che favoriscono il credito, i (ritardatari) QE della BCE, un prezzo del greggio estremamente basso, un Euro debole che favorisce le esportazioni, ma nonostante tutto questo l’Italia rimane sempre il fanalino di coda rispetto agli altri stati europei come Germania, Francia, Spagna, UK. Premesso ciò vanno accolti positivamente, più che il dato sul PIL (da tenere presente l’inserimento anche di alcune attività illegali da Novembre 2014), quelli relativi; alla produzione industriale (+0.3% ad aprile e +0.1% a maggio trainato da manifatturiero); all’aumento degli investimenti (+2.5% nel Q1 2015 con previsione trend rialzista) in macchinari e mezzi; alla crescita dello 0.2% a marzo dei crediti alle imprese (dati CsC). A ciò si aggiunge anche il  calo di fallimenti del 2.8% nel Q1 2015 rispetto ai primi tre mesi del 2014. Infine, e questo è forse l’aspetto che più ha fatto gioire il Presidente Renzi, l’Istat ha confermato l’aumento di posti di lavoro, 159 mila occupati in più ad aprile, ed una diminuzione dei cosiddetti inattivi (NEET), che vanno ad incrementare il numero degli occupati. Aprile è stato il primo mese di pieno funzionamento del Jobs Act, ma è difficile pensare che nuovi occupati derivino direttamente dalla riforma del lavoro, ancora in fase di rodaggio, ben più probabile che essi siano frutto degli sgravi contributivi da tempo entrati in vigore (8 mila euro all’anno per 3 anni) e della trasformazione di alcuni contratti precari, benché l’utilizzo del part-time, soprattutto in estate, sia ancora la forma dominante, oltre che dalla propensione dei NEET, ossia coloro che neppure si impegnavano a cercare lavoro, i cosiddetti totalmente inattivi, a cercare un impiego nel periodo estivo dove le possibilità, in particolare nei settori dei servizi turistici e di ristorazione, sono maggiori.

Quando ci sono, è doveroso e corretto far presente i segni benefici che possono far ben sperare, ma considerando che allo stato attuale dell’economia italiana gli zero virgola non sono sufficienti e considerando che, posto di metterci di buona lena agendo con determinazione ed interesse solo ed esclusivamente per la cosa pubblica, ci vorranno anni per riavvicinare (non raggiungere) livelli di benessere paragonabili a quelli precedenti la crisi, si devono mantenere i piedi per terra, ad iniziare da chi ci governa. Va quindi precisato che i dati sono sicuramente di inversione, ma rispetto ad una situazione di minimo storico, inoltre i fallimenti aziendali dovranno fisiologicamente raggiungere un minimo, le aziende non strutturate o poco solide o non votate all’export, in grado di sopportare la crisi sono perite, le altre invece sono riuscite a sopravvivere. Il massimo dei fallimenti, benché ad un tasso inferiore, non è stato raggiunto e si spera che il trend venga invertito non più annoverando diminuzione di fallimenti, ma incremento di nuove attività, circostanza ancora lontana dal verificarsi. La disoccupazione è stata crescente per 14 trimestri consecutivi ed ora ha, fortunatamente, subito una battuta d’arresto, nonostante ciò, come per il PIL e gli altri indicatori, l’Italia rimane agli ultimi posti in Europa, la disoccupazione in Italia si attesta al 12.4%, mentre nell’area euro è all’11.7% ed al 9.7% nell’UE.

Non è quindi tempo di crogiolarsi, nè di cantare vittoria, né tanto meno di credere che il peggio sia alle spalle, parimenti però devono essere sfruttate, inderogabilmente, le congiunture favorevoli che non si ripeteranno. Questo è il tempo di impegnarsi totalmente sulle riforme economiche, quelle che, una volta entrate rodate, dovrebbero supportare la ripresa economica. Imprescindibile in questa situazione è cercare di favorire in ogni modo gli investimenti, privati, ma anche pubblici, creare posti di lavoro di qualità nei nuovi settori trainanti e quelli ad alto valore aggiunto, supportare imprese e cittadini cercando di aumentarne il potere d’acquisto ed al contempo favorire il ricambio generazionale sul lavoro, quindi incentivare uscite a valle di piani di assunzioni. Le mosse del governo invece non sembrano andare in questa direzione, sono più votate al blocco salariale, alla riduzione delle pensioni per consentire risparmio immediato, senza calcolare che le decurtazioni che sono allo studio saranno denari sottratti all’economia reale. Su una pensione netta di 1500-1800 euro, alta per le pensioni medie italiane, è difficile pensare che siano tanti i denari destinati al risparmio, più probabile che siano utilizzati per il sostegno della famiglia, dei figli e per le spese, il sillogismo si amplifica se si va a ragionare sulle pensioni, la maggioranza, di importi inferiori. Decurtare il potere di spesa dei pensionati con pensioni medie, in un paese a maggioranza di pensionati e con grande necessità di rilanciare i consumi forse si tratta di un autogol.

L’Esecutivo dovrà poi cimentarsi con la sentenza della Consulta sul blocco delle pensioni, non è pensabile che con il rimborso medio di 500€ il problema sia risolto, le associazioni dei consumatori ed i sindacati sono già in allerta. In aggiunta la Consulta dovrà, il 23 giugno, pronunciarsi sul blocco degli stipendi statali. In merito a ciò l’Avvocatura dello Stato, chissà se consigliata da qualcuno, ha già inviato un monito, quasi minaccioso, alla Consulta stessa:

“L’adeguamento degli stipendi statali costerebbe 30mld – 35mld, cifra insostenibile per lo Stato”

A chi volesse essere ingenuo, realista e seguire una logica oggettiva e razionale, le vicende del blocco delle pensioni e degli stipendi statali insegnerebbero che si può soprassedere la Costituzione per problemi di bilancio.
L’accostamento sarebbe spontaneo ed automatico: non avendo la possibilità di arrivare a fine mese, non potendo permettermi cibo, medicinali o di pagare debiti/tasse/stipendi, è concesso agire in deroga alla costituzione. Se non foss’altro che tra Stato e Cittadini non vale il viceversa.

Indubbiamente due questioni spinose e potenzialmente molto, molto, costose per il Governo, che sicuramente nel cercare di far valere la propria posizione, evidentemente pendente verso il non rimborso anche perché non ha materialmente le risorse, potrà contare su tutto l’appoggio della Commissione Europea.

Vi sono poi altre due questioni da cui non è possibile svincolare la ripresa italiana e non solo: la crisi Russo-Ucraina e quella Greca (ambedue segnali concreti di una Europa, per come è impostata attualmente, incapace di gestire e porre argini a problemi che potrebbero essere sempre più frequenti nel contesto globale).

Sul fronte Ucraino gli scontri si sono nuovamente intensificati e gli USA premono perché, non avendo rispettato Mosca gli accordi di Minsk, le sanzioni vengano intensificate, come peraltro previsto dagli accordi sottoscritti. Ciò penalizza l’economia Italiana che ha nella Russia, oltre che un fondamentale partner energetico, un’importante valvola di sfogo delle produzioni nostrane. Non di meno ciò avviene alla vigilia di un’importante visita di Putin nel nostro paese.

La crisi Greca, nonostante sia da settimane che si sente proferire la locuzione che la svolta è vicina e nonostante le rassicurazioni da parte delle istituzioni UE che tendono a minimizzare l’impasse, assicurando che la politica monetaria ha creato uno scudo protettivo sull’eurozona, non pare di soluzione prossima. Atene avrebbe dovuto pagare entro il 5 giugno 312 milioni all’FMI, il quale ha accettato di ricevere il pagamento in unica soluzione assieme alle altre trance il 30 giugno, per complessivi 1.6 miliardi, non disponibili nelle casse greche. Parallelamente al pagamento posticipato, la Grecia di Tsipras e Varoufakis, ha rifiutato il piano di riforme proposto dal Brusselles Group, ritenuto ancora troppo votato all’austerità, foriero di altra recessione ed insostenibile per il già vessato ed in ginocchio popolo greco. I cardini della discordia vertono principalmente sul livello dell’aliquota IVA (l’UE la vorrebbe unica al 23%, molto più bassa Atene), sull’ulteriore taglio all’importo delle pensioni, ad un’aumento dell’età pensionabile, allo stop ai prepensionamenti ed infine al livello di disavanzo di bilancio.

Sia sul tema russo-ucraino che su quello greco la tendenza dell’Unione è minimizzare l’impatto del problema sull’UE, mentre quella della ben più realista USA è di spingere affinché venga trovata una soluzione, lo scenario è ancora fragile, dicono da Washington, e nel caso di un default greco, di una ristrutturazione del suo debito o peggio di una sua uscita dall’Euro, le conseguenze sono imprevedibili ed inesplorate e sicuramente con importanti ripercussioni, nonostante le limitate dimensioni dell’economia greca, mondiali.

I mercati nel mentre rimangono tesi e tirati e gli speculatori si fregano le mani.

Molti dati italiani in questo periodo hanno volto in positivo, ed è un bene, ma pensare di aver imboccato la retta via è ancora tutt’altra cosa, sono troppi i legami ed i fattori contingenti, in parte positivi ed in parte negativi indipendenti e non influenzabili, a cui siamo legati a doppio giro. Pertanto non è possibile perdere colpi in Italia, che ancora traballa, perseverando in altri ritardi senza fare ciò che ora può e deve essere fatto.

Valentino Angeletti
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Varoufakis all’Eurogruppo di Riga non ha Riga(to) dritto: clima teso soluzione greca lontana. Legge elettorale: potenziale fattore di instabilità in Italia. Lo scenario europeo potrebbe risentirne.

Mario Draghi, Governatore BCE, assieme al Presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, non lasciano trasparire distensione e tranquillità

Mario Draghi, Governatore BCE, assieme al Presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, non lasciano trasparire distensione e tranquillità

L’opinione che par essere condivisa da gran parte dei media, dalle istituzioni politiche ed economiche, dai Governi e dall’Unione Europea, è che il periodo di crisi stia volgendo verso una fase di inversione. Effettivamente qualche segno c’è e le congiunture macroeconomiche sembrano rimanere complessivamente favorevoli: il QE è stato avviato, il petrolio si mantiene basso, il sistema bancario pare aver raggiunto livelli di stabilità superiori rispetto agli anni più bui della recessione, l’inflazione/deflazione, pur con rilevanti differenze geografiche, pare aver allentato la morsa, il PIL, anche in tal caso con notevoli differenze tra zona e zona (USA, UK, Germania, ma anche Spagna, in gran spolvero, Italia ancora debole), dà segni positivi, il mercato del lavoro sembra timidamente ripartire anche in Italia, benché sia probabile, come accaduto per i primi due mesi del 2015, si tratti ancora di stabilizzazioni di contratti rispetto a nuove assunzioni (Link), del resto l’industria nostrana, conferma ne è il caso Indesit-Whirpool, stenta a ritrovare la fiducia massiva necessaria ad ampliare organico e ad impegnarsi in investimenti di medio-lungo termine.

Ciononostante, cercando di approfondire meglio il contesto complessivo, segni che potrebbero portare ad un qualche scossone economico, quantomeno nell’aera Euro vi sono. Taluni evidenti, altri meno.

Come avevamo già messo in guardia (LINK), la questione greca si sta dilungando in modo eccessivo, adesso, a valle dell’Eurogruppo di Riga, i nervi paiono a fior di pelle e le dichiarazioni hanno perso il carattere confortante e diplomatico delle settimane scorse. Avevamo già detto che sarebbe stato difficile se non impossibile, viste le intenzioni di Varoufakis, di giungere ad un accordo in questo Eurogruppo, e ciò ci fa sospettare che la liquidità, poca, a disposizione di Atene e reperita andando a racimolare ogni briciola disponibile (trasferimento all’ente centrale della liquidità di enti locali è misura del governo Tsipras di qualche giorno fa), possa consentire allo stato Ellenico di giungere sino a giugno sia per stipendi e pensioni che per il rimborso delle tranche di aiuti ricevute e che nei mesi di maggio-giugno ammontano complessivamente a 2.5 miliardi di Euro.

Le istituzioni ed i colleghi europei di Varoufakis pare che ormai abbiano perso i toni dialoganti, ed avrebbero, secondo Bloomberg, definito il ministro Greco come un:

“Professore perditempo, giocatore d’azzardo, in sostanza un dilettante”.

Lo stesso Draghi ha ripetuto più volte piccato che il tempo, agli sgoccili, sta scadendo e gli fa eco il ministro Schauble che, ancora più pragmatico, fa notare come il tempo avrebbe dovuto essere limitato, e l’avvicinarsi di questo termine ultimo (probabilmente da suo punto di vista già oltrepassato abbondantemente) sarà messo di fronte ai Varoufakis e Tsipras.

A snervare le istituzioni BCE, FMI, Commissione, ESM sono l’avvicinarsi dei rimborsi (entro il 12 maggio 750-770 milioni all’FMI) e le voci che vedrebbero Atene senza liquidità nel giro di due settimane, ma anche, e soprattutto, l’atteggiamento spudorato e guascone del Ministro Greco, sempre sicuro, al limite della strafottenza e come se fosse lui ad essere in una posizione di vantaggio.

La scarsità di liquidità sta spingendo Draghi e BCE a considerare scenari di Haircut sulle garanzie per rimborsi ai creditori pari al 50% – 75% fino al 90% il che renderebbe i collaterali (bond greci che ora arrivano ad interessi del 30%), usati a copertura della linea di credito di emergenza, carta stracca tanto da negare l’accesso di Atene a successive tranche di aiuti. La decisione su una simile azione potrebbe essere sul tavolo del prossimo board BCE il 6 maggio.

Chiaro che se la via fosse quella di un Haircut ed il conseguente dello stop della linea ELA saremmo di fronte ad un default pilotato, ipotesi che rimane quella più probabile sul tavolo. Molto più difficile pensare ad una uscita dello stato ellenico dall’Euro, forse vi potrebbero essere due forme di pagamento parallele, ma di fatto ciò sancirebbe la sconfitta e la reversibilità della moneta unica, evenienza che ancora viene definita impossibile. In ogni caso si tratterebbe, parafrasando Mario Draghi, di terreni altamente ignoti e, aggiungo io, assai complessi da gestire, principalmente contro le speculazioni finanziarie.

Oltre alle problematiche squisitamente tecniche, importanti ma note a priori, l’atteggiamento di Varoufakis è ciò che più disturba ed indispone i suoi colleghi. I portoghesi, finlandesi, spagnoli, irlandesi sono stufi di dover andare presso i loro parlamenti a giustificare concessioni acconsentite ad Atene e non concesse ai rispettivi paesi quando ne avrebbero avuto bisogno, viceversa non sopportano di dover giustificare manovre impopolari con i loro elettori che invece alla Grecia sono risparmiate.

In Grecia la situazione è complessa e difficile a livello sociale, e va detto che il Governo si sta impegnando a mantenere quanto detto agli elettori, confermando l’intransigenza, tipica dell’Europa con le richieste di austerity, promessa in campagna elettorale, del resto dal punto di vista di Tsipras le scelte sono poche. La banca del Pireo ha deciso di abbuonare agli indigenti alcune tipologie di debiti inferiori a 20’000 euro ed è intenzione del Governo reinserire le tredicesime sulle pensioni, tolte dal governo precedente. Questo uno dei pochi punti tecnici toccati a Riga e che ha fatto letteralmente “imbestialire” i colleghi di Varoufakis, alla pari del tergiversare sulle privatizzazioni, che in Grecia dicono di stare portando avanti perché hanno liberalizzato una licenza sulle scommesse del valore di qualche simbolico milione di Euro: intollerabile per l’UE una simile giustificazione.

Stavolta va spezzata una lancia in favore dei “falchi”, perché se è vero che Varoufalkis deve giocare la sua partita, ciò non toglie che stia giocando troppo e non abbia ancora presentato la lista di riforme chiesta e richiesta. Essa avrebbe anche potuto differire da quelle esplicitamente volute dalle istituzione, ma avrebbe dovuto essere qualche cosa di concreto e tangibile, quantificabile con relativa precisione, una base su cui intavolare una reale discussione, invece ad oggi sono stati presentati solo titoli, a volte fumosi ed al limite dello scherzo.

Il mix di tutto questo ha portato il clima di Riga all’esasperazione ed i toni del dialogo ad essere più che critici come dichiarato dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem.

Fin qui le tensioni sulla crisi greca che pare lontana dell’epilogo ancora piuttosto incerto, ma anche in Italia ci sono strani movimenti.

In patria il perno di tutto sono la legge elettorale Italicum e le divisioni, pesanti, che attorno ad essa si sono create (LINK). Il Governo non vorrebbe affrontare un nuovo passaggio in Senato dove avrebbe una maggioranza più risicata e sarebbe disposto a porre la fiducia alla Camera per evitare ulteriori modifiche che comporterebbero, appunto, un nuovo e più complesso passaggio presso l’altra Camera. Il Premier, contro tutti gli oppositori, dai membri dissidenti del PD, all’opposizione (FI in primis), agli alleati di maggioranza che non supportano l’Italicum, ha parlato per la prima volta di concreta possibilità di caduta del Governo e della Legislatura qualora la legge venisse modificata o, in caso di fiducia, il Governo andasse in minoranza. Mentre quindi fino ad ora lo scenario di fine legislatura era posto al 2018 adesso è più mobile. Il tentativo di Renzi di spingere sulle riforme è palese, forse sente anche lui un certo fiato sul collo e vuole portare risultati, magari anche non curandosi troppo degli eventuali effetti di una importante modifica non ponderata a sufficienza.

Vero è che il Premier può permettersi in questo frangente di fare la voce grossa visto che, in caso di elezioni, non sembrano esservi avversari tali da impensierirlo, e forse il M5S è l’unica compagine che numericamente può, nel caso di una massiva perdita di voti del “PD by Renzi”, metterlo minimamente in difficoltà, ma oltre allo scenario delle urne vi è anche la possibilità che il Presidente Mattarella formi lui stesso un nuovo Governo.

Ambedue gli scenari, ma soprattutto il secondo, sembrano fare il paio con alcune voci non ufficiali che provengono dalla City londinese, secondo le quali Renzi avrebbe stufato coloro che gli diedero credito, in quanto si attendevano misure economiche più incisive ed a questo punto del percorso renziano dati migliori. Lo 0.7%, 0.6% secondo FMI e Fitch (il quale mantiene lo scenario fragile ed il giudizio a BBB+) che se verificato cancellerebbe il tesoretto virtuale accumulato, di crescita del PIL per il 2015 non è sufficiente, così come la flessibilità in tema di lavoro non soddisfa, è una misura imposta, subita, e non ricercata ed apprezzata come in UK ed in USA. Gli effetti sul credito e sugli investimenti non ci sono ancora e sappiamo che le menti della finanza ragionano in quarti d’ora quando stanno pianificando il futuro, in decimi di secondo se sono impegnati nel trading HFT, quindi è assolutamente possibile che il vento nei confronti di Renzi nella tremenda Albione abbia invertito la sua direzione.

Evidentemente il fattore di un nuovo Governo, o per nomina o per elezioni, in un paese importante come l’Italia è un fattore di ulteriore instabilità, che se unito alla questione greca che potrebbe protrarsi o giungere a conclusioni non proprio positive, lasciano aperte numerosi ipotesi di incertezza per il futuro di medio-breve, situazione che tipicamente va prima di tutti ed in modo più incisivo a scapito dei cittadini spesso incolpevoli ed inermi.

25/04/2015
Valentino Angeletti
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Soluzione greca lontana, parti distanti, tempi stretti ed euro pochi

Tsipras-Varoufakis“Il destino della Grecia è solo nelle sue mani”. Con questa frase il Governatore della BCE Mario Draghi ha descritto la situazione greca andando a significare ed a sottolineare come, lato istituzioni Europee (Ex Troika o Bruxelles Working Group che dir si voglia), il possibile è già stato fatto.

In tal senso, dal punto d’osservazione istituzionale, è chiaro come il destino della Grecia dipenda da Atene stessa: accetti il programma di riforme richiesto dall’Europa o ne presenti uno che ne ricalchi i dettami, e le tranche di aiuti saranno consegnate nelle mani di Varoufakis; in caso contrario non pare più esserci margine di trattativa. Viceversa è evidente che il destino, forse dell’intera Europa, ma sicuramente dello scenario economico finanziario dell’immediato futuro, è strettamente legato all’evolversi della vicenda greca. La dimostrazione è stata la violenta reazione dei mercati che ha seguito gli aggiornamenti provenienti da Washington dove si teneva il summit finanziario tra i Ministri delle Finanze europei, BCE ed FMI.

Probabilmente la notizia che le piazze finanziarie, ai massimi da svariati mesi/anni e pesantemente bisognose di giustificare una massiva presa di profitti ed uno scaricamento degli oscillatori, hanno colto al volo per stornare con decisione e per innalzare in modo generalizzato il livello degli Spread, è stata quella secondo la quale nella casse di Atene rimarrebbero appena 2 miliardi per il pagamento di stipendi e pensioni, con alle porte due importanti tranche di rimborso: 2.5 miliardi di € al FMI entro maggio-giugno e 7.5 miliardi alla BCE entro luglio-agosto. La notizia, subito smentita da Atene, effettivamente pare non essere troppo fondata poiché fu proprio il Ministro ellenico Varoufakis, pur mantenendo il consueto ottimismo poco oggettivo e poco avvalorato dai fatti, a dichiarare che difficilmente la soluzione all’impasse potrà avvenire all’Eurogruppo del 24 aprile, di sicuro si dovrà attendere almeno la fine di giugno.

È dunque ipotizzabile che almeno fino alla fine di giugno Atene sia in grado di onorare i propri impegni considerata l’assoluta intransigenza di BCE ed FMI sulle riscossioni che gli spettano. Secondo la testata tedesca Spiegel alla Grecia starebbero per arrivare in soccorso la Russia, che verserebbe 5-5.5 miliardi per i diritti di passaggio del nuovo gasdotto Turkish Stream, e Pechino, interessata a prendere parte ai processi di privatizzazione, tra cui il porto del Pireo, che l’UE chiede fortemente a Tsipras, per una quota di 10 miliardi di provenienza cinese. Se queste siano illazioni senza fondamento oppur realistiche, allo stato attuale delle cose, non lo si può sapere, certo è che nell’orbita degli interessi di Mosca a Pechino, che pure con diplomazia hanno smentito ufficialmente un simile supporto economico, vi è sicuramente lo Stato ellenico.

Lo scenario rimane bloccato e senza segni che lascino presagire sviluppi immediati. La posizione delle istituzioni è nota: intransigente ed in attesa della lista delle famose riforme che vadano a sostituire quelle presentate da Tsipras e Varoufakis non soddisfacenti per la loro genericità e difficoltà nell’essere quantificate oggettivamente in termini di introiti effettivi. La Grecia invece, per bocca dei sui leader Tsipras e Varoufakis, continua a non voler mollare. Del resto le promesse fatte in sede elettorale non possono essere disdette e nel paese cominciano a riaccendersi le tensioni, in particolare tra anarchici e polizia che sono venuti i contatto anche nei giorni scorsi. Varoufakis addirittura talvolta pare cadere in un ingiustificato eccesso di sicurezza ed emanare una lontananza dalla difficile realtà sia della trattativa sia del suo paese. Fuori luogo infatti è sembrata la risposta “radioso” alla domanda su come percepisse il futuro greco fatta da alcuni giornalisti a Washington. Ci sono poi i mercati in attesa di notizie ed illazioni per giustificare i propri movimenti ed a poco servono gli ammonimenti e le messe in guardia di Draghi indirizzate a coloro che vorrebbero speculare contro l’Euro.

Sullo sfondo vi è il futuro economico, istituzionale e politico dell’Europa. Le opzioni sono limitate: o la Grecia accetta le riforme, ma al momento non pare intenzionata a scendere a compromessi visto che è stato confermato l’innalzamento dei livelli dei salari minimi ed in programma rimangono l’aumento delle pensioni ed il reinserimento della tredicesima ai salari più bassi, tutte misure draconiane di riduzione salariale e di taglio lineare inserite dal precedente governo; oppure si prospetta l’insolvibilità di Atene. Questa seconda ipotesi lascia il campo a due strade, il default con mantenimento della moneta unica ovvero l’uscita dall’Eurozona.

Le istituzioni ed il Ministro italiano dell’economia Padoan cercano di tranquillizzare, assicurando che le misure prese dall’Europa sono in grado di sopportare un eventuale default ellenico e secondo il Ministro Italiano l’Italia è al sicuro da un eventuale contagio. L’approccio votato, forse oltremisura, all’ottimismo che i leader politici sono soliti trovare in questi grandi eventi istituzionali (forse coadiuvati dalle tartine al salmone) è dimostrato dalle parole di Pier Carlo Padoan, secondo le quali il debito italiano sarebbe sotto controllo e non in crescita…. In realtà gli ultimi dati Istat indicano un nuovo massimo storico a 2169.2 mld: altro che in fase di stabilizzazione! Così come la situazione ellenica e ben lungi dall’essere sotto controllo.

Un “semplice” default probabilmente è davvero sopportabile e, pur nel segreto che cela operazioni simili, a questa via pare si stia preparando la Germania della Merkel. Differente invece il discorso di un’uscita dall’Euro che sarebbe un “precedente” tale da dare il liberi tutti a mercati e speculatori con primi target verso Italia e Spagna. Rispetto a questa seconda via stanno prendendo contromisure nella City londinese importanti istituti finanziari, ben consci che sarebbe una situazione non indolore neppure per loro che eppure all’Europa non sono legati dalla valuta comune. Ovviamente BCE ed istituzioni, con Draghi sugli scudi, cercano di rassicurare gli animi, asserendo che l’Euro è irreversibile e che anche nel malaugurato caso di “incidente GrExit” l’UE ha raggiunto un livello di solidità tale da poterlo metabolizzare. Difficile credervi, le potenze finanziarie pronte a scagliarvisi contro sono molto più forti, la reputazione europea verrebbe asfaltata più di quanto già non lo sia e le parole successive dello stesso Governatore BCE , confermando i timori e gli scenari preoccupanti riportati sopra, paiono più realistiche:

“L’incidente ci farebbe entrare in un territorio inesplorato ed ignoto”.

Mancano poche settimane e non conviene più a nessuno protrarre oltremodo questo stillicidio. Va necessariamente trovata una soluzione definitiva, alcuni non fanno altro che attendere lo sfacelo, ma molti altri, in Grecia soprattutto, stanno lottando per la sopravvivenza e contro la povertà. A questo punto un po’ di egoismo lo si può conferire anche al comportamento dei leader greci e l’Europa da par suo non può continuare una intransigenza che è stata complice di un avvitamento perverso del malessere sociale. Le soluzioni possibili non sono molte e l’uscita della Grecia dall’Euro, a mio insignificante modo di vedere, sarebbe l’inizio della fine dell’esperimento europeo. Nonostante tutto le poche vie percorribili ed in grado di offrire qualche possibilità di esito positivo paiono bloccate da ostacoli insormontabili ed i viandanti poco determinati ad operarsi per renderle nuovamente agibili.

19/04/2015
Valentino Angeletti
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