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Fine del bipolarismo in UE: servono politiche totalmente differenti

L’esito delle presidenziali Austriache, con un testa a testa tra verdi, guidati da Van Der Bellen di cui tanto abbiamo potuto leggere, ed ultra-nazionalisti capeggiati da Norbert Hofer, è semplicemente l’atto ufficiale, la riprova, della morte del bipolarismo a livello dei singoli paesi membri dell’unione e dell’UE stessa.

Assai probabile che non esista più, anche se andrebbe verificato in occasione di voto europeo ma al momento pare proprio che sia così, lo scontro “bipolare” tra PPE e PES, ma avanzano con prepotenza fazioni e partiti di stampo più estremo, siano essi di destra che di sinistra, accomunati dal fatto di schierarsi apertamente contro l’establishment ed in molti casi contro tutta l’impalcatura dell’Unione Europea con le sue politiche economiche e migratorie. L’epiteto con cui spesso vengono apostrofati siffatti partiti è “populisti”, anche se ci sarebbe da domandarsi quanto populismo ci sia nello schierarsi contro una politica europea che ha messo in ginocchio la Grecia senza risolverne i problemi, o che è stata impotente nei confronti delle migrazioni che stanno colpendo l’Italia ed i suoi paesi più deboli in primis, essendo essi collocati come primo approdo e condannati al rispetto dei trattati di Dublino, o, più banalmente, non ha saputo contrastare la decadenza delle condizioni di vita e del benessere di gran parte dei suoi “cittadini”.

Medesimo processo è saldamente in corso in Italia, non sì è manifestato ufficialmente solo perché non c’è stata occasione di voto, ma già alle amministrative venture ne vedremo chiari segnali. La differenza rispetto alla maggioranza degli altri stati, è che in Italia molti dei voti tacciabili come populisti, vanno a colmare il bacino del M5S, che di certo non è un partito estremo come quelli che si presentano in Europa dell’Est, in Germania, ma anche in Francia e Spagna, ma che in questa fase politica del nostro paese ha serie possibilità di incamerare importanti successi alle amministrative delle prossime settimane, così come far valere la sua propaganda, se saprà ben impostarla unendosi ad altri cori portatori del medesimo pensiero, rispetto al referendum costituzionale, per la modifica della costituzione e della legge elettorale, che si terrà in autunno.

Mai come ora in UE, e l’Italia non fa eccezione, gli elettori sono disorientati e fluidi nelle loro scelte, a causa dei problemi che il sistema Europa non è stato in grado di gestire, da economia a finanza ed immigrazione. La tendenza è quella di scegliere, di volta in volta, quello che è ritenuto il male minore, dinamicamente, spesso impulsivamente e, nella quasi totalità dei casi, non schierandosi contro il Governo in carica che dovrebbe aver avuto il mandato di governare e lavorare per risolvere situazioni e migliorare le condizioni di benessere. Lavoro da svolgersi e entro i propri confini e, talvolta soprattutto, presso le istituzioni di Bruxelles.

Da notare che nel caso Austria, evidentemente, l’antieuropeismo è parso una soluzione peggiore del problema, e fortunatamente mi sento di dire. Si è infatti verificata una contingenza analoga a quanto accadde in Francia, dove ci fu una grande mobilitazione trasversale che consentì ad Hollande, in svantaggio, di sconfiggere al ballottaggio Le Pen.

Dobbiamo augurarci che anche i britannici abbiano lo stesso senno in occasione del referendum sull’uscita dall’unione e, più che dare ascolto a FMI, BCE, USA o al Premier Cameron che hanno messo in guardia i votanti dai rischi di una uscita dall’Unione, votino coscienziosamente, ragionando con l’oggettività di una mente non offuscata da “ire ed accidia” non dovute al fatto di fare parte o meno dell’Unione, ma causate da politiche errate e da condizioni economiche ed ambientali mai verificatesi prima (l’immigrazione verso l’UK, aumentata negli ultimi anni è strettamente conseguente ad una economia che altrove non da possibilità).

Ciò detto, pur sottolineando e rimarcando più e più volte il concetto che l’Europa può salvarsi e rimarne a galla in una dinamica mondiale dominata da scenari che cambiano repentinamente e spesso senza preavviso sovvertendo circostanze prima date per assodate (chi avrebbe mai detto che il Brasile sarebbe finito in una così tremenda recessione o che il Venezuela si trovasse di fronte a dover dilazionare l’energia elettrica a causa del prezzo del greggio di cui sono la più grande riserva mondiale? Oppure che le Big Company Oil&Gas inserissero nei loro piani industriali pesanti virate verso le energie rinnovabili?), se e solo se completa l’Unione a tutto tondo condividendo in modo quasi equo rischi e benefici e cambiando di conseguenza politiche economiche, finanziarie e migratorie, confermandosi il più grande mercato e la più grande economia mondiale, è da ribadire con la stessa veemenza che è necessario, ed è loro compito,  che le istituzioni riadattino rapidamente ed abbandonino totalmente buona parte degli approcci avuti in passato. Se ciò non avverrà, e mi duole dover fare una previsione tanto infausta quanto semplice,  prima o poi la grande scossa arriverà e temo che saranno dolori per tutti e tra i tutti noi italiani siamo a ridosso della pole position.

23/05/2016
Valentino Angeletti
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