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Costosa arretratezza digitale dell’Italia, quartultima dell’Europa a 28

A pochissimi giorni dalla polemica scatenata dall’interesse di Mediaset, tramite la sua controllata EiTowers, a lanciare un’OPA su Raiway è stato divulgato dalle istituzioni europee un rapporto relativo alla digitalizzazione degli stati membri. In merito al rapporto si segnalano i seguenti articoli tratti da ItaliaOggi e Wired. Il nostro paese ne esce con le ossa rotte: tra i 28 paesi membri l’Italia si piazza al quartultimo posto, superando solo Grecia, Bulgaria e Romania. Su digital divide avevamo già scritto un pezzo dal titolo: “Decreto ‘del fare’: WiFi, EXPO ed il solito colpo di coda” in occasione del decreto del fare di Lettiana memoria, mentre il tema dell’OPA Mediaset su Raiway è stato affrontato nel pezzo seguente: “Rai Way e l’autostrada digitale. Pubblico o privato, l’importante è digitalizzare il paese!“.

Nonostante quindi la politica si prodighi da tempo (ricordiamo anche l’Agenda Digitale), continuando a farlo anche con questo Esecutivo, in parole e scritti a sostegno della digitalizzazione del paese per colmare il gap digitale è evidente che i risultati latitano. Proprio nei prossimi giorni vi sarà un CDM in cui è in programma la discussione assieme alla ‘Buona Scuola’ anche sulla copertura del paese con la banda ultra-larga. Il Governo vorrebbe imporre l’obbligo di passare dalla tecnologia in rame alla fibra ottica entro il 2030. L’investimento costerebbe circa 30 miliardi di Euro e lascia dubbi se in un libero mercato lo Stato possa imporre una tecnologia alla quale ogni azienda del settore dovrà adattarsi. Vi sono inoltre dubbi sulla soluzione tecnologica che potrebbe non essere la migliore in termini di costi-benefici-tempi. Sarebbe infatti tecnicamente possibile cablare in fibra alcune zone, mentre altre potrebbero utilizzare la rete già esistente in rame opportunamente adeguata in tempi e costi inferiori.

Ricollegandoci alla partita delle torri il punto chiave non è la soluzione tecnologica adottata nè il soggetto operante nel garantire l’adeguata infrastruttura che può essere il pubblico, se disposto a spendere ed investire adeguate risorse, o il privato, sempre nel rispetto delle leggi sulla concorrenza e sul conflitto di interessi, il tema centrale è arrivare a colmare questo enorme gap in modo rapido ed efficiente. Il divario si manifesta evidentemente sia in termini di tecnologia ed infrastruttura, sia in termini di educazione digitale dei cittadini, sia per quel che concerne la formazione e la dotazione informatica delle scuole, infatti si parla di inserire materie come il “coding” fin dalle elementari salvo poi scoprire che le connessioni degli istituti sono appena sufficienti a mantenere collegato a velocità decenti un singolo laboratorio (si spera che il piano buona scuola possa porvi rimedio). Purtroppo l’entità dell’arretratezza è a 360 gradi e tale che si rischia di rimare in costante ritardo rispetto ai paesi competitors; quando nel 2013 qui in Italia si avviavano le prime sperimentazioni da parte dei due principali operatori sulla rete cellulare LTE-4G nelle metropoli Roma e Milano, in Danimarca questa tecnologia di trasmissione dati cellulari raggiungeva già numerosi paesi di dimensioni medio-piccole; l’Estonia, benché nell’immaginario collettivo possa apparire un paese secondario, è all’avanguardia per quel che riguarda la digitalizzazione e l’uso di internet, del resto la tecnologia Skype è nata proprio a Tallin, dove peraltro è presente il centro di sicurezza informatica CCDCOE della NATO.

L’infrastruttura digitale è imprescindibile in una modera economia, vale svariati punti di PIL all’anno, quindi l’obsolescenza costa. Anche l’incremento della velocità media di connessione di qualche Mbit su tutto il territorio nazionale garantirebbe attorno agli 1.5 punti di PIL in più; è stato stimato che portare a termine tutti gli obiettivi di innovazione presenti nella troppo macchinosa agenda digitale comporterebbe una spinta economica di circa 70 miliardi di €, attorno a 4.5-4-8% del PIL, una previsione del 2014 invece fa ammontare la perdita dovuta al gap digitale a 3.6 miliardi di € annui; inoltre vi è la perdita di tutto l’indotto di competenze e di posti di lavoro specializzati e qualificati che un modello economico digitale richiede e che sarebbe in grado di sostenere, oltre che il lavoro in modo più o meno diretto, anche l’importanza della formazione universitaria e specialistica che attualmente ha subito un declino visto che non è in grado di assicurare accesso al mondo del lavoro, già di per se scarso, essendone totalmente avulsa. Nonostante ciò l’Italia non ha mai avuto una strategia chiara e definita, una linea o programma almeno di massima da seguire, come ahinoi per quasi tutti i settori strategici e l’industria nel suo complesso. La necessità di digitalizzazione è evidente in tutti i settori e nessuna azienda o investitore avrà mai alcuna intenzione di insediare il proprio business o velleità di ampliare i propri investimenti in una paese così arretrato digitalmente rispetto ad altri paesi ove anche le condizioni fiscali, burocratiche e legali sono più favorevoli: nemmeno un pazzo si lancerebbe in un simile azzardo.

La stessa burocrazia e lo snellimento delle pratiche delle PA beneficerebbero di un paese adeguatamente connesso, così come se tutti database fossero collegati e si scambiassero dati, dall’altro lato si rende necessaria l’adeguata istruzione ad internet ed a un suo corretto e proficuo utilizzo da parte di consumatori, clienti, fruitori di servizi, ma anche esercenti ed impiegati delle PA, spesso di età avanzata e restii alla conversione alle nuove tecnologie.

Come è possibile leggere negli articoli segnalati l’Italia risulta arretrata anche per quel che riguarda l’e-commerce e la presenza on line per pubblicità delle sue aziende. Questa lacuna fa il paio con un’altra grande lacuna della quale l’Italia risente pesantemente, ossia l’assenza di una filiera adeguata per penetrare con le nostrane manifatture di pregio e che dovranno sempre più competere non sul prezzo ma sulla qualità, nei mercati ricettivi per i quali il prezzo è un elemento secondario, come la Cina o il Medio Oriente, gli Usa o la Russia. Spesso viene criticata l’incapacità un poco provinciale di fare sistema delle aziende italiane e l’assenza di una catena di distribuzione che possa sopperire alle richieste mondiali, elemento che dovremmo invidiare e copiare ai fratelli transalpini di Francia ad esempio nel campo della GDO. Le possibilità di raggiungere gli angoli più remoti del mondo in modo capillare senza connettività internet sono pressoché nulle. Non ci addentriamo poi in tutto ciò, neppure minimamente concepibile senza sufficiente banda, che è relativo all’internet of things, alle future smart-city, alla gestione della viabilità e degli ambienti urbani, alla creazione di servizi on-demand, personalizzati e calibrati su singoli individui sui quali le aziende dovranno sempre più fare leva, fino allo sfruttamento attivo dell’enorme mole di dati strutturati e non, big data appunto, in grado di fornire utilissime informazioni e servizi se opportunamente utilizzati.

Si ritorna quindi facilmente alla conclusione che già più volte abbiamo avanzato, tanto evidente quanto necessaria. Non è importante la tecnologie (ve ne sono molteplici valide e moderne a patto che siano scalabili) nè l’attore o gli attori che avranno in capo l’opera, fermo restando la loro disponibilità ad investire garantendo, ancor prima del puro profitto per se è per gli azionisti, standard di qualità di primissimo livello, bensì che l’update verso l’economia 2.0 ed oltre sia rapida ed efficiente senza sprechi, raggiungendo gli standard indispensabili allo sviluppo di un paese moderno. Arretratezze e perdite economiche in un momento che vede l’Italia già di per se non attrattiva nei confronti degli investimenti non è assolutamente tollerabile, e come al solito la politica non è incolpevole di questa situazione, sarebbe quindi il caso che vi si adoperasse senza scadere nelle solite brutte e stucchevoli storie.

02/03/2015
Valentino Angeletti
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Il valore non aggiunto

Sono stati mappati in modo abbastanza chiaro alcuni problemi relativi al lavoro, all’innovazione, all’efficienza dei processi e della burocrazia che limitano la competitività dell’industria e del nostro paese tutto.

Spesso vengono denunciati gli obblighi burocratici, che comportano l’impiego di un numero di giorni molto superiore alla media europea per sbrigarne le pratiche, le normative non chiare né stabili, l’assenza di adeguata efficienza ed innovazione nei materiali utilizzati, nelle tecnologie, nell’ICT, nell’automazione, nei processi produttivi e nella supply chain, il “digital divide”, ma anche la poca istruzione e cultura informatica applicata sia al privato sia al business che invece le aziende estere posseggono e del quale non possono più fare a meno per consolidare ed espandere il proprio fatturato e la propria visibilità, il costo dell’energia, ma anche l’assenteismo, la poca dedizione di alcuni lavoratori, l’eccessiva tutela degli stessi lavoratori che si siano comportati palesemente in modo non etico o corretto nei confronti del datore; viceversa alcuna aziende non mettono a disposizione adeguati mezzi ed adeguati piani di formazione e sviluppo affinché i propri dipendenti “performino” nel migliore dei modi ed esprimano tutto il loro potenziale. Il sistema scolastico, formativo ed universitario poi pare totalmente distaccato dai bisogni delle aziende. Negli ultimi anni l’accesso al credito è divenuto quasi proibitivo, mentre la tassazione è aumentata raggiungendo i massimi in Europa.

Come al solito non è bene fare di tutta l’erba un fascio, ma non v’è dubbio che quelli menzionati sopra siano alcuni fattori realmente impedienti.

Tutto ciò contribuisce in modo sostanziale a rendere la produzione italiana una di quelle a più basso valore aggiunto d’Europa. Nel nostro paese il valore aggiunto di un prodotto persa per il 126% circa, contro il 200% della Romania.
Se questo dato viene inserito in un sistema industriale ove vi sono alcune eccellenze che hanno produzioni a valore aggiunto altissimo, come l’industria di precisione ad elevato contenuto tecnologico, la biomedica, la meccanica di nicchia (per fare alcune menzioni: Ferrari, Brembo, moda, lusso, oreficeria, alimentare ecc), ma anche le start-up innovative, si evince che la moltitudine di aziende “normali” crei valore aggiunto ancora inferiore rispetto al dato medio.

Non è più possibile pertanto pensare di difendere un sistema “fuori mercato” e da tempo non più competitivo che evidentemente ha vissuto fin troppo compromettendo la competitività del paese e contribuendo a diffondere una certa mentalità statica e poco avvezza alla flessibilità ed al recepimento di nuove sfide.

Questo processo urgente di cambiamento e riconversione va intrapreso immediatamente ed in modo deciso con il supporto di sindacati, industriali, persone e soprattutto della politica e delle istituzioni che di lavoro da sbrigare ne avrebbero ben donde, ma che non trovano mai il momento giusto per affrontarlo.

Si concludano dunque gli ultimi iter governativi per quelle riforme certamente importanti, come la legge elettorale, che però sarà probabilmente ostaggio dell’abolizione del bicameralismo perfetto e della discussione sulla dimensione dei collegi e delle liste, si cambi conformazione di governo se necessario, ma poi si inizi davvero a supportare il paese, perché, praticamente in tutti i settori, ne ha dannato bisogno.

11/02/2014
Valentino Angeletti
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Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere

La luce in fondo al tunnel di questo periodo difficile, dominato da una congiuntura macroeconomica negativa, sembra essere sempre più lontana di quanto preventivato. I dati del PIL Europeo sono stati rivisti recentemente al ribasso dal Governatore Draghi, il quale ha previsto per il 2013 un dato compreso tra -0,9% e -0,1% e tra lo 0% ed il 2% per il 2014. Nella sostanza un anno in più prima di poter pensare ad una ripresa, tant’è che giovedì 14 marzo è stato fissato un Eurosummit straordinario per discutere di eventuali contromisure da porre in atto.

Agli stati Europei, tranne i virtuosi paesi nordici, è rimproverata una sostanziale lentezza nel rispondere ai mutati contesti macro attraverso opportuni provvedimenti e razionalizzando le spese, che, personalmente, ritengo ben diverso dall’attuare “semplicemente” una pesante politica di austerità andando a deprimere ulteriormente i già bassi consumi.

Probabilmente l’Europa e gli USA hanno creduto di poter fare a meno dell’economia reale, basata su prestiti alle imprese, investimenti in ricerca, sviluppo ed innovazione, produzione, import/export, creazione di posti di lavoro, disponibilità economica per la classe media e quindi in ultima istanza a chiudere il circolo virtuoso, consumi, in favore di una economia basata sulla finanza che evidentemente alla lunga non può sopravvivere senza la prima. Lungi dal voler demonizzare la finanza, ma è chiaro che sia necessario un mix ben bilanciato tra attività economica “speculativa” e non.

Ritengo che le grandi economie emergenti ci stiano letteralmente surclassando perché sono basate sulla produzione di beni e l’incidenza della finanza, benché crescente, non è ancora predominante. Ovviamente vivono una situazione legislativa molto più lasca in termini di diritti dei lavoratori, restrizioni sulle emissioni inquinanti, costo del lavoro esiguo che rendono impari la concorrenza nei loro confronti.

Scendendo nel dettaglio italiano la situazione si complica ulteriormente. I consumi sono al livello del 2004 (-2,4% su base annua comunica la Confcommercio), i consumi energetici hanno subito il calo più pesante degli ultimi anni, basti pensare che a settembre 2012 si è registrato un calo del 9.6% rispetto al settembre 2011, le banche non concedono più credito nonostante le richieste crescenti. A gennaio il credito ha registrato un -1.6%, il maggior calo da 14 anni mentre il tasso di sofferenza dello stesso su base annua è aumentato del 17.5% e gli interessi richiesti sono sempre più alti riporta il Centro Studi di Confindustria. Gli ordinativi, dato con cui è possibile prevedere l’andamento economico futuro, sono calati a dicembre 2012 dell’ 1.8% sul dicembre 2011 registrando un -15.3% su base annua. Infine il PIL, il prodotto interno lordo italiano nell’ultimo trimestre 2012, ha subito un calo dello 0,9%, mentre su base annua il decremento è pari al 2,7%. A ciò si aggiunge una tremenda incertezza politica che destabilizza ulteriormente la nostra situazione, l’ingovernabilità, elezioni anticipate, ascesa dei populismi non sono scenari rassicuranti, del resto la via dell’accordo è assai accidentata e solo le prossime settimane sapranno indicarci con più chiarezza quale direzione verrà intrapresa. Nel frattempo Fitch ha ridotto il rating del nostro debito a BBB+ con outlook negativo, per la precisione la loro previsione per la fine del 2013 sul rapporto Debito-Pil è del 130% contro un target imposto al 125%, mentre il PIL è visto in calo anche nel 2014.

In uno scenario come quello sopra descritto, a cui si aggiungono le pressioni dalla Germania per continuare sulla via dell’austerità, è assolutamente indispensabile non perdere quello che è consolidato e saper sfruttare le poche occasioni che si presentano, ma pare che l’Italia non lo stia facendo. Un recente esempio riguarda il distretto di Bari, dove opera un impianto di produzione Bridgestone il quale ha deciso di chiudere, licenziando i 950 dipendenti, per poter poi delocalizzare verso paesi extra europei e riconvertire la produzione a manufatti di minor pregio e prezzo, sfruttando il basso costo del lavoro e la tassazione più favorevole  per riuscire a competere con le aziende dell’estremo  oriente. L’esigenza della Bridgestone è chiara, ma la politica in momenti come questi non deve consentire la perdita di un indotto simile che porterebbe probabilmente 950 famiglie, quindi circa 2500 persone, a soffrire ed a dover ridurre ulteriormente la loro qualità della vita ed i loro consumi, già ridotti al minimo. Uno sforzo e da parte dell’azienda e da parte delle istituzioni è necessario. La regione Puglia non è nuova a vicende di ritiro degli investimenti. Nel marzo 2012 la British Gas, intenzionata ad installare nel brindisino un rigassificatore che i vertici della multinazionale britannica avevano indicato come strategicamente indispensabile per incrementare la concorrenza nel mercato del gas e consentire una diminuzione delle tariffe al consumo nonché una maggiore disponibilità di combustibile anche in caso di tensioni geopolitiche in quanto avrebbe sfruttato differenti pipeline di approvvigionamento, dopo 11 anni di attesa e 250 milioni di euro già spesi a partire dal 2001 decise di abbandonare il progetto ritirandosi definitivamente. La causa dell’abbandono, oltre alle sindromi più o meno giustificate quali NIMBY (Not In My BackYards, cioè non nel mio giardino di casa) e NIMTO (Not In My Termo of Office, vale a dire non durante il mio mandato elettorale), è stata sostanzialmente un macchina burocratica dai meccanismi incomprensibili, inconcludente, che necessita di un numero letteralmente non precisato di carte, marche da bollo e passaggi di consegne tra Regione e Provincia. Alla fine dei conti, non entrando nel merito della reale necessità di una struttura simile o dell’impatto potenziale sull’ambiente (le sindromi NIMBY e NIMTO affliggono anche realizzazioni di impianti energetici da fonti rinnovabili), sono stai persi 1000 posti di lavoro diretti più tutto l’indotto.

Comincia a risentirne anche il settore della produzione e dei lavorati ad alto valore aggiunto, dove l’Italia eccelle ed ha competenze riconosciute ovunque e dove non c’è la concorrenza che punta al basso costo del lavoro poiché non è il costo del manufatto bensì la qualità l’elemento cardine. In questo settore gli investimenti in R&D sono fondamentali per combattere la sfida della competitività. Prendiamo come esempio i lavorati in acciaio speciale (ma vale lo stesso per la siderurgia, la chimica, la meccanica di precisione, ecc) destinati all’industria dell’automotive; l’Italia ha da sempre primeggiato, ma ora sta vivendo un deciso momento di crisi dovuto principalmente a due fattori. Il primo è legato alla riduzione se non alla totale assenza degli investimenti in R&D di molte ed importanti aziende del settore. Come sempre capita nei momenti di crisi tutti gli investimenti che dovrebbero dare vantaggio competitivo nel lungo periodo vengono bloccati in favore di attività più remunerative nell’immediato, perdendo però prospettive di crescita e sviluppo nel tempo. Questo fatto è quello che ultimamente è accaduto all’Ilva. Dopo l’ingresso dei Riva la ricerca e sviluppo sono stati sostanzialmente bloccati e la produzione spostata verso fasce di livello medio-basso, di fatto dando il fianco ai concorrenti dell’estremo oriente. Vi è poi una sostanziale distanza tra università o scuole tecniche ed industria. Permangono nonostante tutto nel nostro paese centri di eccellenza, come il Centro Sviluppo Materiali, o la multinazionale Arvedi, che godono di importanti incentivi europei per la ricerca (5 milioni di Euro nel 2012, secondi solo alla Germania con 9 milioni di Euro), ma che, e questo è il secondo problema, lavorano sempre più per l’estero, quindi per nazioni concorrenti, come Svezia, Giappone, Corea o la stessa Germania, ovviamente l’internazionalizzazione e positiva e testimonia la qualità dell’attività made in Italy, ma al contempo avvantaggia altre economie e sistemi industriali a scapito di quelli nostrani.

 

 Cattura

Grafico   1: Percentuale dei ricavi totali investita in R&D dalle principali   aziende operanti nel comparto degli acciai speciali.

Le fondamenta per risolvere una situazione siffatta, che non è limitata solamente entro i confini di singoli Stati, ma è diffusa nella zona EU e negli USA i quali, nonostante i buon i dati occupazionali del primo venerdì di marzo, stanno contraendo un debito sempre più grande da ripagarsi prima o poi, non possono prescindere da provvedimenti sia locali che condivisi ed applicati a livello europeo.

L’ Italia deve assolutamente lavorare cercando di recuperare la sua “attrattività”, in questo momento non deve vedere con sospetto l’ingresso di capitali esteri, ma deve essere in grado di far valere i propri punti di forza e negoziare intelligentemente. Deve riuscire a superare l’ostacolo della burocrazia, lentezza e rigidità non consentono di rispondere prontamente agli eventi o cogliere tempestivamente opportunità. La corruzione costa circa 60 miliardi di Euro l’anno e allontana ogni tipo di investitore. È poi necessario un allineamento all’Europa per quanto concerne le telecomunicazioni e l’ICT abbattendo il digital divide e portando il costo del lavoro a livelli consoni poiché con un costo del lavoro ed una tassazione altissimi assieme a buste paga e salari tra i più bassi, è evidente che né aziende né lavoratori possano vedere nel nostro paese un terreno fertile dove svilupparsi e prosperare.

Devono poi ripartire gli investimenti in R&D a lungo termine, le banche devono consentire alle aziende di contrarre questo genere di debito che è debito “buono” poiché in grado di portare benefici nel tempo, contrariamente ai debiti contratti per il pagamento di fornitori o imposte.

A questo ultimo punto però è strettamente connessa l’entità istituzionale europea che deve porsi come obiettivo ultimo l’unità politica, economica, finanziaria e sociale. L’ EU deve implementare un piano strategico di lungo periodo coinvolgendo attivamente tutti gli Stati membri, volto ad uniformare le legislazioni locali favorendo la reale integrazione e leale concorrenza tra le varie componenti nazionali, che renda comuni tutti quei settori fondamentali per la crescita, quindi le politiche di R&D, le infrastrutture per le telecomunicazioni, le comunicazioni ed i trasporti, la legislazione che regola le banche, la tassazione sulla finanza, la parametrizzazione del costo del lavoro e dei salari. Infine è auspicabile una road map per giungere ad un mercato dell’energia comune, stabilire un programma per l’efficientamento e la sostenibilità energetica, un mix energetico bilanciato ed un abbattimento delle emissioni in atmosfera condiviso e sottoscritto da tutti i membri e le aziende le quali devono accettare un codice, CSR (Corporate Social Responsibility), di responsabilità sociale ed ambientale.

Solo lavorando all’implementazione dei punti presentati si potrà far fronte al cambiamento, da tempo in atto, degli scenari e degli equilibri geopolitici in modo da poter giocare, come Unione Europea forte e coesa, la dura e tutt’altro che scontata partita della competitività globale.

Marradi 09/03/2013

Valentino Angeletti

(Twitter: @Angeletti_Vale, LinkedIn: Valentino Angeletti)