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La siderurgia italiana (ma non solo) rilanciata in due mosse

Di certo nessuno avrà ignorato come, relativamente all’industria italiana, sia tornato in auge il tema dell’acciaio. L’episodio più eclatante a far balzare la siderurgia all’onore delle cronache è stato senza dubbio alcuno lo scontro di Piazza Indipendenza a Roma tra i manifestanti della AST di Terni e le forze dell’ordine. Uno scontro che ha sancito la definitiva rottura tra Governo e Sindacato, definibile oggettivamente “lotta tra poveri”, tra salariati ed ex tali che in questi anno hanno visto il loro potere d’acquisto e la loro prosperità economica erodersi forse irreparabilmente sicuramente non ripristinabile ai livelli antecedenti la crisi nel giro di pochi anni.

La questione della siderurgia in Italia è però un argomento che si trascina da molti anni, forse già dalle privatizzazioni dell’IRI, con il quesito se si volesse preservare o meno in Italia un settore nel quale rimaniamo comunque il secondo produttore d’Europa nonostante gli alti costi energetici ed un sistema burocratico e fiscale disincentivante.

Oltre all’Acciai Speciali di Terni vi sono le vicende dell’ILVA e della Lucchini, tutte aziende ex colosso statale Italsider, che per una serie di motivi stanno vivendo grosse difficoltà. L’ILVA dopo la nazionalizzazione ha sofferto di una gestione non ottimale e probabilmente anche di scarsa attenzione per gli investimenti in innovazione, ricerca e sviluppo unite a comprovate lacune nel settore dell’ambiente, della sicurezza e più in generale in tutto quel settore della Corporate Social Responsibility al quale le moderne aziende, private o pubbliche che siano, a maggior ragione se operanti in settori molto rischiosi e delicati, devono prestare la massima attenzione. Gli investimenti, volti ad incrementare il valore aggiunto del lavorato da altoforno prodotto, in tecnologie ed R&D di ILVA, come si vede dal grafico, sono stati in passato minimi rispetto ai principali concorrenti e ciò ha contribuito a minare la competitività dell’azienda. Storia pressoché analoga è quella della Lucchini, con in più la componente di vari passaggi di mano tra investitori ed aziende dai dubbi intenti industriali.

Comparto-Acciaio-Inv-RD

La questione dell’AST è differente, perché il manufatto è moderno ed avanzato, ma nonostante ciò la tedesca Thyssen Krupp ha deciso di riportare la produzione in patria (forse in Polonia) ove  può sfruttare prezzi dell’Energia inferiori, dare una spinta occupazionale al proprio territorio e confidare in un sistema complessivo più favorevole. Nella vicenda AST ha giocato un ruolo fondamentale, in negativo, anche l’antitrust europeo, che per difendere la concorrenza all’interno dell’UE ed evitare un presunto regime monopolistico ha posto il veto all’acquisto dello stabilimento ternano da parte della finlandese Outokumpu andando di fatto a penalizzare l’intera Europa nei confronti dei competitor mondiali dell’acciaio che hanno dimensioni ben superiori alle industrie del vecchio continente, a cominciare da India, Brasile e Cina. Per inciso siamo di fronte ad un’altra miopia dell’UE da rivedere nel nuovo assetto di governance, nei confronti di un mondo in cui la globalizzazione permette lo sviluppo di “entità” industriali di dimensioni un tempo impensabili.

Oltre a questi casi vi sono poi quelli positivi più tipici del nord italia, con aziende all’avanguardia come la Tenaris-Danieli che hanno adottato, anziché lo storico altoforno, forni elettrici per la produzione di acciai particolari e destinati a mercati di nicchia come l’aerospace.

Eppure in Europa e nel mondo intero la domanda d’acciaio è in crescita ed alla luce delle competenze possedute in Italia perdere questo patrimonio manifatturiero sembra davvero controproducente per l’intero sistema paese. All’ILVA, commissariata ed affidata a Gnudi il quale è riuscito a sbloccare oltre un miliardo della famiglia Riva da destinare ad investimenti e  riqualificazione, si fa sempre più insistente l’ipotesi di un ingresso della CdP che in una fase in iniziale affiancherebbe un partner straniero si suppone per preservare l’interesse nazionale in fase di redazione dei piani e delle strategie industriali. Gli oppositori vedono in una azione simile troppa ingerenza statale, ma alla fine dei conti l’importante non è tanto la nazionalità, ma la possibilità di risollevare l’azienda riportandola verso modelli competitivi ottenibili solo mendiate investimenti. Se l’ILVA di Taranto vede alcune ipotesi in ballo, al momento le sorti della Lucchini e dell’AST rimangono ancora fosche.

Le capacità manifatturiere italiane nella siderurgia e la crescente richiesta globale di acciaio porterebbero a pensare che non sia proficuo un abbandono del settore. Detto ciò però va fatta una ulteriore analisi. Questo comparto è un settore energivoro, presenta un impatto sull’ambiente e sulla popolazione considerevole, è soggetto a numerosi iter legislativi e soffre della concorrenza a basso costo dei paesi emergenti (che anno meno vincoli ambientali, di CSR e sicurezza sul lavoro, nonché quasi totale assenza di burocrazia). Per essere quindi rilanciato in un paese come il nostro deve assolutamente beneficiare di due elementi che dovrebbero entrare nei piani di sviluppo del sistema Italia ed europa, come del resto richiesto e provato da tutti gli enti, gli istituti e le istituzioni.

Si tratta di ingenti investimenti, che siano essi pubblici e privati, ed un sostanziale alleggerimento della burocrazia, dell’effetto NIMBY e del costo dell’energia. Gli investimenti infatti, se fossero superati simili ostacoli, sarebbero quasi automatici trainati dalle capacità dimostrate nel passato.

La soluzione, che poi è quella comune per il rilancio economico italiano, è quindi proseguire sul cammino della sburocratizzazione, ridurre e definire chiaramente interlocutori ed uffici competenti in materia riducendo i diritti di veto, instaurare un dialogo multidirezionale e continuo con le popolazione adiacenti gli impianti facendo ricadere su di loro benefici ed indotto, incrementandone la qualità della vita e supportando le attività in favore del territorio ed ovviamente mettendo in primo piano la protezione dell’ambiente e dei lavoratori. Infine una volta avviato un processo decisionale non protrarlo per anni ed anni in balia dei ricorsi, dei cavilli, lacci e lacciuoli, ma giungere in un tempo finito e ragionevolmente predeterminato alla decisione definitiva.

Portato a termine ciò gli investimenti arriveranno e sarà indispensabile, sapendo di non poter competere sul prezzo dei prodotti poiché manodopera ed energia non si abbasseranno mai (ed è giusto che non lo facciano) ai livelli degli emergenti, destinarli in parte più che sufficiente all’innovazione, ricerca e sviluppo di prodotto e di processo in modo da avere un manufatto ad alto valore aggiunto, destinato settori specifici e critci (difesa, militare, automotive, aerospace, avio e trasporti, settore estrattivo e minerario in condizioni ambientali proibitive, processi super critici ecc) disposti a pagare somme adeguate all’alta qualità di cui necessitano. Del resto è proprio questa la richiesta di siderurgia che nel mondo sta crescendo ed essa rappresenta una possibilità per il nostro paese, in grado di generare un considerevole numero di posti di lavoro (solo l’ILVA ne conta 16’000) diretti ed indiretti altamente specializzati, dando un contributo all’uscita dalla stagnazione economica.

Link Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere 05/05/13

Link Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi

03/11/2014
Valentino Angeletti
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Le contraddizioni che non sfuggono agli investitori

Il Governo ed il paese stanno attraversando l’ennesimo grave momento di fibrillazione, per usare un brutto termine tanto abusato nei mesi scorsi, che porterà il Premier a chiedere la fiducia. La causa scatenante, correlata alla votazione sulla decadenza del Senatore Berlusconi che ha stamani presentato la propria memoria difensiva, è stata la firma apposta dalla maggior parte dei parlamentari del PdL ad una lettera di dimissioni, all’ atto pratico più simboliche che reali considerando la complessità di una procedura simile, il tempo richiesto per portarla a conclusione e l’eventuale subentro dei primi non eletti. Il messaggio però è stato chiaro ed è apparso come una pugnalata alle spalle del Premier Letta che a New York aveva appena suonato la campanella di Wall Street e stava parlando con i più importanti investitori per promuovere l’Italia, dichiarando, un po’ ottimisticamente che nel nostro paese c’è stabilità politica e che in sostanza è un terreno fertile per gli investimenti; sicuramente data la crisi in corso qualche occasione interessante a buon mercato la si può trovare, ma è un dato di fatto che creare impresa è tutt’altro che semplice e profittevole, almeno per ora.

La divisione, e se si vuole, l’ingessatura nelle attuazioni del Governo, è testimoniata dall’ incapacità di evitare l’incremento dell’IVA, provvedimento tanto recessivo al nostro livello di tassazione quanto penalizzante per le classi a medio-basso reddito. Più che per la sostanza, considerando che probabilmente le coperture necessarie sarebbero derivate da un aumento delle accise sui carburanti e da anticipi IRAP e IRES quindi misure ugualmente recessive e di brevissimo respiro, il punto cruciale è il fatto che una maggioranza sostanzialmente concorde nell’ attuare un provvedimento non sia stata in grado di portarlo a termine, pertanto da martedì 1 ottobre IVA al 22% ad affliggere consumatori, produttori, artigiani, commercianti, imprese.
La decisione slittata sull’ IVA assieme ad altri provvedimenti, sarebbe rientrata all’ interno della “manovrina” che avrebbe dovuto chiarire le coperture e gli introiti da presentarsi nella legge di stabilità con scadenza metà ottobre e che andrà al vaglio della EU dalla quale continuiamo ad essere osservati.

I peggiori dati dell’IMF, rispetto a quanto fornito dall’Esecutivo, relativi al PIL 2013 -1.8%, al rapporto deficit/PIL a 3.2%, alla stima di crescita 2014 a 0.7%, assieme alla instabilità politica, incapacità di applicazione di norme ormai definite, incertezza sulla coperture, dubbi sulle scelte fiscali, IMU in primo piano ed all’entità del debito, hanno fatto ipotizzare che le agenzie di rating stiano valutando un downgrade, che se avvenisse e fosse limitato ad un solo “step”, ci porterebbe ad un gradino dal “not investment grade” ed a quel punto lo spread schizzerebbe veramente alle stelle e si innescherebbe un effetto domino che porterebbe tutte le principali aziende del paese ad essere retrocesse.
Rimanendo in campo europeo, a tutto ciò si aggiunge la procedura di infrazione aperta sul caso ILVA (che non si è stati in grado di risolvere in più di un anno e che costerà denaro sotto forma di multe), citando l’ ANSA:
“La Commissione ‘ha accertato’ che Roma non garantisce che l’Ilva rispetti le prescrizioni Ue sulle emissioni industriali, con gravi conseguenze per salute e ambiente. Roma è ritenuta “inadempiente” anche sulla norma per la responsabilità ambientale. La direttiva sulla responsabilità ambientale, sancisce infatti il principio chi ‘inquina paga’”, e permangono le vicende, di cui abbiamo già parlato, su Alitalia, Telecom (il cui AD Franco Bernabè si potrebbe dimettere e dove si vorrebbero cambiare le carte in tavola a gioco iniziato e si vorrebbe frettolosamente porre una toppa a tutto ciò che non è stato fatto negli anni scorsi), Ansaldo Energia ed STS che dimostrano la totale assenza di politiche di lungo termine e non sono certo una buona pubblicità da proporre agli investitori esteri.

Da un lato quindi c’è l’Italia che si vorrebbe proporre e che si vorrebbe migliorare con il piano “Destinazione Italia” ed il pacchetto di riforme ben noto e condiviso per il rilancio della competitività, dall’altro ci sono le vicende interne reali, sempre più particolaristiche ed a scapito del paese, totalmente incuranti delle richieste europee, della legge di stabilità da sottoporre alla commissione tra 15 giorni, della coerenza e dell’agire programmato e lungimirante. Non c’è la minima traccia della coesione necessaria a presentare un paese solido ed appetibile e con la quale si potrebbe avere quella credibilità ed autorità internazionale per confrontarsi e negoziare da pari a Bruxelles. Le vie da percorrere urgentemente sono delineate, ma agli occhi esterni sembra non esservi la determinazione per intraprenderle. Nel paese qualche esempio positivo e che nel suo piccolo cerca di contribuire esiste, ENEL ad esempio, ma non è l’unica, ha avviato un piano di assunzione di 2000 giovani diplomati, conscia che quello dell’occupazione è un problema fondamentale. Questi gesti sono ammirevoli e testimoniano la sensibilità di molte realtà nazionali, ma da sole, senza il supporto e l’impegno delle istituzioni non sono sufficienti.

28/09/2013
Valentino Angeletti
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Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere

La luce in fondo al tunnel di questo periodo difficile, dominato da una congiuntura macroeconomica negativa, sembra essere sempre più lontana di quanto preventivato. I dati del PIL Europeo sono stati rivisti recentemente al ribasso dal Governatore Draghi, il quale ha previsto per il 2013 un dato compreso tra -0,9% e -0,1% e tra lo 0% ed il 2% per il 2014. Nella sostanza un anno in più prima di poter pensare ad una ripresa, tant’è che giovedì 14 marzo è stato fissato un Eurosummit straordinario per discutere di eventuali contromisure da porre in atto.

Agli stati Europei, tranne i virtuosi paesi nordici, è rimproverata una sostanziale lentezza nel rispondere ai mutati contesti macro attraverso opportuni provvedimenti e razionalizzando le spese, che, personalmente, ritengo ben diverso dall’attuare “semplicemente” una pesante politica di austerità andando a deprimere ulteriormente i già bassi consumi.

Probabilmente l’Europa e gli USA hanno creduto di poter fare a meno dell’economia reale, basata su prestiti alle imprese, investimenti in ricerca, sviluppo ed innovazione, produzione, import/export, creazione di posti di lavoro, disponibilità economica per la classe media e quindi in ultima istanza a chiudere il circolo virtuoso, consumi, in favore di una economia basata sulla finanza che evidentemente alla lunga non può sopravvivere senza la prima. Lungi dal voler demonizzare la finanza, ma è chiaro che sia necessario un mix ben bilanciato tra attività economica “speculativa” e non.

Ritengo che le grandi economie emergenti ci stiano letteralmente surclassando perché sono basate sulla produzione di beni e l’incidenza della finanza, benché crescente, non è ancora predominante. Ovviamente vivono una situazione legislativa molto più lasca in termini di diritti dei lavoratori, restrizioni sulle emissioni inquinanti, costo del lavoro esiguo che rendono impari la concorrenza nei loro confronti.

Scendendo nel dettaglio italiano la situazione si complica ulteriormente. I consumi sono al livello del 2004 (-2,4% su base annua comunica la Confcommercio), i consumi energetici hanno subito il calo più pesante degli ultimi anni, basti pensare che a settembre 2012 si è registrato un calo del 9.6% rispetto al settembre 2011, le banche non concedono più credito nonostante le richieste crescenti. A gennaio il credito ha registrato un -1.6%, il maggior calo da 14 anni mentre il tasso di sofferenza dello stesso su base annua è aumentato del 17.5% e gli interessi richiesti sono sempre più alti riporta il Centro Studi di Confindustria. Gli ordinativi, dato con cui è possibile prevedere l’andamento economico futuro, sono calati a dicembre 2012 dell’ 1.8% sul dicembre 2011 registrando un -15.3% su base annua. Infine il PIL, il prodotto interno lordo italiano nell’ultimo trimestre 2012, ha subito un calo dello 0,9%, mentre su base annua il decremento è pari al 2,7%. A ciò si aggiunge una tremenda incertezza politica che destabilizza ulteriormente la nostra situazione, l’ingovernabilità, elezioni anticipate, ascesa dei populismi non sono scenari rassicuranti, del resto la via dell’accordo è assai accidentata e solo le prossime settimane sapranno indicarci con più chiarezza quale direzione verrà intrapresa. Nel frattempo Fitch ha ridotto il rating del nostro debito a BBB+ con outlook negativo, per la precisione la loro previsione per la fine del 2013 sul rapporto Debito-Pil è del 130% contro un target imposto al 125%, mentre il PIL è visto in calo anche nel 2014.

In uno scenario come quello sopra descritto, a cui si aggiungono le pressioni dalla Germania per continuare sulla via dell’austerità, è assolutamente indispensabile non perdere quello che è consolidato e saper sfruttare le poche occasioni che si presentano, ma pare che l’Italia non lo stia facendo. Un recente esempio riguarda il distretto di Bari, dove opera un impianto di produzione Bridgestone il quale ha deciso di chiudere, licenziando i 950 dipendenti, per poter poi delocalizzare verso paesi extra europei e riconvertire la produzione a manufatti di minor pregio e prezzo, sfruttando il basso costo del lavoro e la tassazione più favorevole  per riuscire a competere con le aziende dell’estremo  oriente. L’esigenza della Bridgestone è chiara, ma la politica in momenti come questi non deve consentire la perdita di un indotto simile che porterebbe probabilmente 950 famiglie, quindi circa 2500 persone, a soffrire ed a dover ridurre ulteriormente la loro qualità della vita ed i loro consumi, già ridotti al minimo. Uno sforzo e da parte dell’azienda e da parte delle istituzioni è necessario. La regione Puglia non è nuova a vicende di ritiro degli investimenti. Nel marzo 2012 la British Gas, intenzionata ad installare nel brindisino un rigassificatore che i vertici della multinazionale britannica avevano indicato come strategicamente indispensabile per incrementare la concorrenza nel mercato del gas e consentire una diminuzione delle tariffe al consumo nonché una maggiore disponibilità di combustibile anche in caso di tensioni geopolitiche in quanto avrebbe sfruttato differenti pipeline di approvvigionamento, dopo 11 anni di attesa e 250 milioni di euro già spesi a partire dal 2001 decise di abbandonare il progetto ritirandosi definitivamente. La causa dell’abbandono, oltre alle sindromi più o meno giustificate quali NIMBY (Not In My BackYards, cioè non nel mio giardino di casa) e NIMTO (Not In My Termo of Office, vale a dire non durante il mio mandato elettorale), è stata sostanzialmente un macchina burocratica dai meccanismi incomprensibili, inconcludente, che necessita di un numero letteralmente non precisato di carte, marche da bollo e passaggi di consegne tra Regione e Provincia. Alla fine dei conti, non entrando nel merito della reale necessità di una struttura simile o dell’impatto potenziale sull’ambiente (le sindromi NIMBY e NIMTO affliggono anche realizzazioni di impianti energetici da fonti rinnovabili), sono stai persi 1000 posti di lavoro diretti più tutto l’indotto.

Comincia a risentirne anche il settore della produzione e dei lavorati ad alto valore aggiunto, dove l’Italia eccelle ed ha competenze riconosciute ovunque e dove non c’è la concorrenza che punta al basso costo del lavoro poiché non è il costo del manufatto bensì la qualità l’elemento cardine. In questo settore gli investimenti in R&D sono fondamentali per combattere la sfida della competitività. Prendiamo come esempio i lavorati in acciaio speciale (ma vale lo stesso per la siderurgia, la chimica, la meccanica di precisione, ecc) destinati all’industria dell’automotive; l’Italia ha da sempre primeggiato, ma ora sta vivendo un deciso momento di crisi dovuto principalmente a due fattori. Il primo è legato alla riduzione se non alla totale assenza degli investimenti in R&D di molte ed importanti aziende del settore. Come sempre capita nei momenti di crisi tutti gli investimenti che dovrebbero dare vantaggio competitivo nel lungo periodo vengono bloccati in favore di attività più remunerative nell’immediato, perdendo però prospettive di crescita e sviluppo nel tempo. Questo fatto è quello che ultimamente è accaduto all’Ilva. Dopo l’ingresso dei Riva la ricerca e sviluppo sono stati sostanzialmente bloccati e la produzione spostata verso fasce di livello medio-basso, di fatto dando il fianco ai concorrenti dell’estremo oriente. Vi è poi una sostanziale distanza tra università o scuole tecniche ed industria. Permangono nonostante tutto nel nostro paese centri di eccellenza, come il Centro Sviluppo Materiali, o la multinazionale Arvedi, che godono di importanti incentivi europei per la ricerca (5 milioni di Euro nel 2012, secondi solo alla Germania con 9 milioni di Euro), ma che, e questo è il secondo problema, lavorano sempre più per l’estero, quindi per nazioni concorrenti, come Svezia, Giappone, Corea o la stessa Germania, ovviamente l’internazionalizzazione e positiva e testimonia la qualità dell’attività made in Italy, ma al contempo avvantaggia altre economie e sistemi industriali a scapito di quelli nostrani.

 

 Cattura

Grafico   1: Percentuale dei ricavi totali investita in R&D dalle principali   aziende operanti nel comparto degli acciai speciali.

Le fondamenta per risolvere una situazione siffatta, che non è limitata solamente entro i confini di singoli Stati, ma è diffusa nella zona EU e negli USA i quali, nonostante i buon i dati occupazionali del primo venerdì di marzo, stanno contraendo un debito sempre più grande da ripagarsi prima o poi, non possono prescindere da provvedimenti sia locali che condivisi ed applicati a livello europeo.

L’ Italia deve assolutamente lavorare cercando di recuperare la sua “attrattività”, in questo momento non deve vedere con sospetto l’ingresso di capitali esteri, ma deve essere in grado di far valere i propri punti di forza e negoziare intelligentemente. Deve riuscire a superare l’ostacolo della burocrazia, lentezza e rigidità non consentono di rispondere prontamente agli eventi o cogliere tempestivamente opportunità. La corruzione costa circa 60 miliardi di Euro l’anno e allontana ogni tipo di investitore. È poi necessario un allineamento all’Europa per quanto concerne le telecomunicazioni e l’ICT abbattendo il digital divide e portando il costo del lavoro a livelli consoni poiché con un costo del lavoro ed una tassazione altissimi assieme a buste paga e salari tra i più bassi, è evidente che né aziende né lavoratori possano vedere nel nostro paese un terreno fertile dove svilupparsi e prosperare.

Devono poi ripartire gli investimenti in R&D a lungo termine, le banche devono consentire alle aziende di contrarre questo genere di debito che è debito “buono” poiché in grado di portare benefici nel tempo, contrariamente ai debiti contratti per il pagamento di fornitori o imposte.

A questo ultimo punto però è strettamente connessa l’entità istituzionale europea che deve porsi come obiettivo ultimo l’unità politica, economica, finanziaria e sociale. L’ EU deve implementare un piano strategico di lungo periodo coinvolgendo attivamente tutti gli Stati membri, volto ad uniformare le legislazioni locali favorendo la reale integrazione e leale concorrenza tra le varie componenti nazionali, che renda comuni tutti quei settori fondamentali per la crescita, quindi le politiche di R&D, le infrastrutture per le telecomunicazioni, le comunicazioni ed i trasporti, la legislazione che regola le banche, la tassazione sulla finanza, la parametrizzazione del costo del lavoro e dei salari. Infine è auspicabile una road map per giungere ad un mercato dell’energia comune, stabilire un programma per l’efficientamento e la sostenibilità energetica, un mix energetico bilanciato ed un abbattimento delle emissioni in atmosfera condiviso e sottoscritto da tutti i membri e le aziende le quali devono accettare un codice, CSR (Corporate Social Responsibility), di responsabilità sociale ed ambientale.

Solo lavorando all’implementazione dei punti presentati si potrà far fronte al cambiamento, da tempo in atto, degli scenari e degli equilibri geopolitici in modo da poter giocare, come Unione Europea forte e coesa, la dura e tutt’altro che scontata partita della competitività globale.

Marradi 09/03/2013

Valentino Angeletti

(Twitter: @Angeletti_Vale, LinkedIn: Valentino Angeletti)