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Decreto “del fare”: WiFi, EXPO ed il solito colpo di coda

Anche sul decreto “del fare” si notano numerosi traccheggiamenti e discordie che hanno imposto il voto di fiducia. Purtroppo la tendenza è sempre quella a rallentare le azioni, nonostante la rapidità sia fondamentale, è la realtà a ricordalo ogni volta.

Oggi ad esempio è uscito un dato non positivo per l’Italia, l’export extra europeo nel mese di giugno è calato del 2.9%. La giornata lavorativa in meno è sicuramente complice, ma il fatto che i cali maggiori si siano registrati nei confronti degli USA e del Giappone, paesi che hanno dati migliori rispetto alla UE, fa pensare come effettivamente le loro politiche monetarie stiano influenzando positivamente economia e consumi interni.

Da inizio anno il dato sulle esportazioni rimane positivo, in buona parte grazie alla Cina, verso la quale le esportazioni del mese di giugno sono aumentate del 14.9%, Russia, India e Medio Oriente che registrano a Giugno +2%, in calo rispetto alla media del primo semestre.

Anche il dato sull’import extra UE è in calo (-8.7% a giugno)  a testimonianza di una stagnazione totale dei consumi e di domanda che dovrebbe portare a puntare il più possibile le esportazioni.

Nel paese stiamo assistendo a delocalizzazioni di aziende verso l’estero non per usufruire del basso costo del lavoro, infatti i paesi preferiti sono Austria, Germania, Francia ed anche Svizzera, ma per non dover lottare contro la burocrazia, avere leggi, normative e tassazione chiare e stabili nel tempo potendosi quindi concentrare sullo sviluppo del business (la Fiat è stata l’ultima azienda a dichiarare di valutare l’opzione di delocalizzazione in Olanda, ma dietro le dichiarazioni della Fiat vi sono motivazioni più complesse).

Tornando al decreto “del fare” punterei un attimo lo sguardo sulla “liberalizzazione” del WiFi e sull’accordo occupazionale finalizzato ad EXPO 2015.

L’accesso WiFi nei luoghi e negli esercizi o locali pubblici non è più soggetto ad identificazione e tracciatura delle utenze e diventa sostanzialmente libero, purché non rappresenti il core business dell’esercizio che lo offre. Questo passo è decisamente positivo, ma non fa altro che allinearci a quanto in Europa, ivi inclusi paesi che nell’immaginario collettivo molti pensano più arretrati dell’Italia, accade già da anni. Nella maggioranza degli stati europei è sostanzialmente possibile essere sempre connessi ad una rete WiFi pubblica tanto che, portando il concetto all’estremo, potrebbe non essere necessario essere dotati di un abbonamento privato. Ciò, assieme ad un reale processo di liberalizzazione, ha consentito alle tariffe degli abbonamenti, siano essi domestici, mobili o aziendali, di raggiungere livelli molto più bassi che da noi.

Il punto da dover affrontare, che rappresenta il collo di bottiglia dello sviluppo delle nuove tecnologia in Italia, è il digital divide. L’Italia, come si può osservare dalla figura 1, ha registrato nel primo quarto del 2013 una velocità media delle connessioni internet di 4.4 Mbps (ultima in Europa) con velocità massima di picco pari a 30.6 Mbps. Si consideri che una connessione ad almeno 20 Mbps medi è quella necessaria alle aziende medio grandi che vogliano utilizzare la rete come pilastro del loro business. Rimangono inoltre numerose le zone non coperte dalla risorsa internet.

Figura 1. Velocità delle connessioni internet media e di picco nel Q1 del 2013 (fonte: Akamai)

Figura 1. Velocità delle connessioni internet media e di picco nel Q1 del 2013 (fonte: Akamai)

Passando al “mobile” le cose non migliorano, molti altri stati europei adottano già ampiamente la tecnologia 4G, anche in zone rurali, mentre in Italia sono in atto solo recenti sperimentazioni in alcune zone metropolitane.

Oltre alle lacune infrastrutturali vi sono anche quelle di educazione. È stata istituita la PEC (posta elettronica certificata) per ogni attività, anche una semplice impresa artigiana del solo proprietario, per snellire la burocrazia opprimente che è oggettivamente pesante. Obiettivo encomiabile quello di Brunetta, fervente sostenitore della PEC, il punto è che molti piccoli e piccolissimi imprenditori non hanno la minima idea di come si gestisca una casella di posta e visto che ormai tutte le comunicazioni importanti delle pubbliche amministrazioni arrivano esclusivamente via PEC il risultato ottenuto è stato quello di costringerli a rivolgersi ad un ente terzo (i CAF, la CNA ecc) affinché venisse gestita la PEC conto terzi e non sempre gratuitamente. Quindi oltre al costo della PEC stessa (la versione gratuita benché esista è conosciuta solo dal 52% degli italiani), oltre al costo eventuale dell’ente per il supporto, si è incrementata ulteriormente la burocrazia, questa volta fatta non più di carta, ma di uffici e deleghe.

In sostanza la liberalizzazione del WiFi è un passo verso la civiltà, la vera sfida è vincere il digital divide in termini di infrastrutture ed educazione alle potenzialità di business che interne offre.

Il secondo punto del decreto “del fare” di cui vorrei far menzione è l’accordo sull’impiego nel lambito dell’ EXPO2015. Esso introduce nuovi elementi di flessibilità che consentono assunzioni per la gestione e realizzazione del grande evento EXPO e potrebbe essere un modello per tutti i grandi eventi. Nel dettaglio la società Expo assumerà 340 giovani con contratto di apprendistato di età inferiore ai 29 anni ed implementerà specifici piani formativi. Circa 300 persone  saranno individuate partendo dalle liste di mobilità e di disoccupazione e saranno assunte con contratto a tempo determinato. Un totale di 195 persone potranno svolgere uno stage percependo buoni pasto ed un rimborso mensile di 516 euro. Con le regole attuali le assunzioni non avrebbero potuto avere luogo del resto applicare rigidi criteri tipici dei contratti a tempo indeterminato per un evento “spot”, benché di grande rilevanza, come l’EXPO2015 avrebbe avuto oggettivamente poco senso. L’accordo, ritenuto positivo dalla maggior parte delle associazioni e dei partiti politici,  è stato sottoscritto dalla società EXPO (AD Giuseppe Sala) e di sindacati (CGIL, CISL, UIL) dando esempio di flessibilità e collaborazione di cui ora più che mai c’è necessità.

Quella dell’EXPO è una vetrina importante per l’Italia e per i giovani impegnati in ogni forma (assunti, stagisti o volontari) perché mette in contatto con realtà differenti, arricchisce culturalmente e da la possibilità di crearsi un network lavorativo utile. In tal caso a prescindere dalle condizioni economiche si deve consigliare ai giovani, citando la ex ministro Fornero, di non essere “Choosy” e di mettersi in gioco.

Purtroppo anche questa volta non è mancato il colpo di coda della vecchia politica che con un’abile manovra, inserendo un innocuo “NON” all’interno di una frase del decreto, ha annullato la proposta elaborata dall’ esecutivo Monti di mettere un tetto (circa 300’000 Euro all’anno)  allo stipendio dei manager delle società pubbliche e partecipate dalla Stato non quotate in borsa, guarda caso a poche ore dal rinnovo del mandato di AD delle Ferrovie ed a pochi mesi di quello delle Poste… un saggio della politica italiana possessore di un grande archivio avrebbe detto che a pensar male si fa peccato ma….

 

27/07/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

 

M&A: tutti molto più attivi che noi

Opinioni contrastanti si sono lette sulle ultime due importanti acquisizioni che aziende estere hanno portato a termine nel nostro paese.

L’ultima in ordine temporale è stata l’acquisto da parte dei Toksoz, turchi di Istanbul, della Pernigotti, storica azienda italiana operante nel settore dolciario, rinomata per il famoso Gianduiotto e posseduta dalla famiglia Averna. Precedentemente si era verificata un’altra grande acquisizione nel campo del lusso, la francese Lvmh del miliardario Bernard Arnault si aggiudicò per la cifra  molto consistente di 2 miliardi di euro (altro che acquisto in sconto) l’80% dell’azienda Loro Piana, famosissima per i suoi cachemire e tessuti di pregio; lo scorso anno sempre la Lvmh aveva rilevato la maison del gioiello Bulgari per oltre 4 miliardi di euro.

Aziende italiane, in un momento di debolezza come quello attuale, possono rappresentare un buon investimento ed un modo di fronteggiare la recessione per quei paesi emergenti dall’alto tasso di crescita (la Turchia ad esempio fino ad ora ha corso quasi al 5%) o per quelle aziende solide che per aggredire il mercato e la crisi hanno, a mio avviso giustamente, deciso di investire in eccellenze ed in prodotti rinomati, di qualità e ad alto valore aggiunto, consapevoli che non può essere europea la battaglia del basso costo.

Il fenomeno delle acquisizioni non è unilaterale, ma i numeri sono decisamente squilibrati: nel 2011 le imprese straniere hanno operato 108 grandi o piccole acquisizioni nel nostro paese (operazioni “Estero su Italia”), per un controvalore totale di 18 miliardi di euro. Decisamente di consistenza inferiore sono state le operazioni “Italia su Italia” e “Italia su estero”, rispettivamente 157 e 64, per un controvalore pari ad “appena” 10 miliardi di euro.

La nazionalità delle aziende che hanno acquistato realtà italiane sono molteplici, ci sono i paesi emergenti come la Cina che ha acquistato la ferretti Group leader nella costruzione di yacht di lusso; i solidi europei come la Germania dove è andata a finire la Lamborghini o alcune cantine del nord est; i cugini transalpini francesi dove hanno trovato dimora i marchi del lusso già citati, la pasticceria Cova, importanti marchi della grande distribuzione, la Parmalat confluita nella Lactalis e l’energetica EDISON divenuta EDF; i lontani statunitensi che hanno acquistato la Ducati; i ricchi arabi con Valentino ed anche gli spagnoli che nel 2008 con il Grupo SOS acquistarono l’azienda olearia Bertolli dopo aver già acquisito il marchio Olio Dante.

Il fatto che aziende straniere investano in Italia è da ritenersi positivo, è un riconoscimento della validità e delle capacità di creare prodotti di qualità, inoltre allo stato attuale non esistono realtà nazionali in grado di impegnare ingenti capitali. La condizione però deve essere quella di investimenti reali che mantengano e possibilmente incrementino posti di lavoro, preservino le tipicità e le caratteristiche delle produzioni e dei manufatti senza operare, come è accaduto in passato, acquisendo solo il brand per potersi fregiare del suo prestigio, delocalizzando poi in zone con bassi costi di manodopera e regimi fiscali più accomodanti oppure cambiando fornitori a scapito della qualità, tradizione e “geograficità”. Un investimento estero concreto e consistente sarebbe sicuramente un esempio di buona globalizzazione ben rappresentato dal motto “Think globally but act locally” in grado di portare progresso e benessere nel pieno rispetto delle tradizioni, una sorta di GSR “Globalization SOcial Responsibility”.

Acquistare un brand italiano di pregio ed in seguito delocalizzare non è fortunatamente sempre banale poiché le competenze, spesso tramandate da generazioni e patrimonio di una precisa area geografica, non sono facilmente replicabili, esistono infatti esempi che hanno visto tentativi di delocalizzazione fallire ritornando poi a produrre nel luogo d’origine.

Un elemento interessante del fenomeno è che coinvolge non solo potenze emergenti, ma anche altri stati europei colpiti anche pesantemente dalla crisi sistemica che stiamo vivendo. Per la potenza economica che teoricamente l’Italia dovrebbe essere, membra del G8 e terza economia dell’area Euro,  le grandi aziende italiane, prime tra tutte le partecipate, dovrebbero approfittare di questo momento per fare shopping acquisendo imprese e compagnie estere, ma ciò avviene molto raramente. Evidentemente nel nostro paese non vi è quasi nessuna multinazionale in grado di permettersi significative operazioni di M&A paragonabili ai 2 miliardi spesi per Loro Piana da Lvmh, anzi la tendenza attuale per le realtà nostrane è quella di dismettere assets.

Questa è la conseguenza di un sistema paese, di una politica e forse anche di una classe dirigenziale che fino ad ora non hanno saputo creare quel tessuto di grandi e meno grandi aziende in grado di auto sostenersi nonostante la crisi, come è accaduto in Francia dove un sistema di welfare, di politiche per il lavoro ed al contempo di sostegno alle imprese unite a manager di valore ed intuito ha consentito la nascita di realtà che hanno costruito una potenza di fuoco da noi senza eguali. La capitalizzazione di tutta la borsa italiana è inferiore rispetto a quella di alcuni singoli colossi come la Shell, la Exxon, la Apple o la Microsoft del resto è difficile pensare che in Italia possano trovare terreno fertile e facilità di sviluppo grandi realtà industriali se è vero che oltre 15’000 aziende sono fallite a causa dei mancati pagamenti delle PA (in Finlandia lo Stato paga in media entro 24 giorni), oppure se pensiamo all’enorme burocrazia che una azienda deve quotidianamente subire, alle difficoltà nell’ottenere permessi e certificazioni districandosi nella giungla di norme e leggi valide a livello nazionale, regionale, provinciale, comunale, limitate ad enti particolari come le comunità montane oppure alle regioni a statuto speciale ecc. Di sicuro in Italia Bill Gates, Steve Jobs o Mark Zuckerberg avrebbero avuto molte più difficoltà ad avviare i loro imperi in uno scantinato, certamente non a norma ASL. Come non menzionare poi il costo del lavoro ed il livello di tassazione, inoltre anche le aziende come i cittadini spesso sono viste alla stregua di “toppe” per i problemi di bilancio, si pensi ad esempio alla Robin Hood Tax sul settore energetico da poco estesa anche a realtà più piccole per fatturato. Non esenti da colpe sono poi le stesse aziende che spesso hanno avuto strategie senza significativo ritorno, non hanno saputo adeguare rapidamente la produzione alle nuove richieste, hanno avuto troppe influenze dalla politica la quale probabilmente ha messo dinnanzi agli interessi dell’azienda e dell’azionista i propri, non sono stati seguiti criteri meritocratici e poco è stato fatto per identificare, sviluppare e trattenere quei talenti di cui il nostro paese e le stesse aziende sono piene e che sempre più frequentemente, come sta accadendo per le “Companies” nostrane, prendono la via di sola andata per l’estero.

Osservando tutti questi fenomeni e quanto valide siano le nostre potenzialità ancora una volta c’è di che rammaricarsi.

13/07/2013

Valentino Angeletti

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Priorità rimandate ed energie sprecate

Pare sempre più incredibile come su molti mezzi di stampa ed in TV non si faccia altro che parlare delle vicende giudiziarie del PDL, delle contestazioni in Parlamento degli esponenti del M5S e delle tensioni interne al PD. Ancora peggio se si pensa che siffatte vicissitudini stanno rallentando o bloccando i lavori di un Governo che, seppure da tutti indesiderato, avrebbe le carte in regola, e per competenza di molti membri primo tra tutti il Premier Letta, e per i numeri che lo dovrebbero supportare, per ottenere buoni risultati in tempi brevi e negoziare autorevolmente le politiche europee, come sarebbe, anzi è, necessario fare nella situazione che stiamo vivendo.

Inutile ricordare i dati che ogni giorno ci confermano l’estrema difficoltà in cui versa il paese sebbene qualche flebile segnale positivo si stia cominciando a percepire; ad esempio è leggermente aumentata negli ultimi mesi la propensione al risparmio degli italiani, che ovviamente, da bravi “cassettisiti” storici, non spendono e consumano, ma tendono a depositare in banca per affrontare le incertezze del prossimo futuro.

Mi chiedo ingenuamente perché ci sia questa ostinazione ad agire lentamente e senza convinzione, eppure di cose urgenti ed importanti da fare ce ne sarebbero. Ad esempio accelerare ulteriormente il pagamento dei debiti alle PA pare infatti che vi siano dei problemi a rallentare la procedura oppure agire con un piano deciso nel tagliare la spesa pubblica. Tutti rammentano che ci sono margini, ma allora perche non pianificare già da subito dove poter aggredire? Ad esempio il centro unico di spesa è stato implementato?

Il tema del lavoro, giovanile in particolare, dalla detassazione, agli stage, all’abbattimento del cuneo fiscale, alla riforma delle agenzie per l’impiego, è oggetto di quell’accordo e di quelle misure europee previste dalla “Youth Guarantee” che dovranno essere implementate ed entrare in vigore entro la fine del 2013 per poter avere accesso a tutti finanziamenti stanziati da Bruxelles. Mi chiedo se si è cominciato a lavorare su questi importanti provvedimenti. Mi domando anche come proceda il disegno di una nuova legge elettorale e se, avendo identificato il problema del costo dell’energia come uno dei più importanti, stiano già lavorando in tal direzione. La lotta alla burocrazia? Ci sono idee concrete?

Parlando di infrastrutture l’Italia non è al livello degli altri stati membri, il superamento del digital divide è fondamentale, “e-banking” a parte l’Italia nell’ “e-commerce” è molto arretrata contrariamente a quanto avviene in Europa. Addirittura 1 italiano su 3 dichiara di non aver mai usato internet, senza considerare quelli, e non sono pochi, che lo utilizzano in modo “elementare”. Alla luce del fatto che sarà inevitabile per questioni di costi ed efficienza digitalizzare ove possibile servizi e pubbliche amministrazioni, un piano di educazione digitale  potrebbe essere fonte di occupazione, risparmio e creare valore aggiunto per tutta la cittadinanza? Le strade, le ferrovie, le grandi e le piccole opere a vario titolo bloccate sono in via di sblocco?

Uno studio redatto dalla Università Luiss assieme alla Enel Foudation ed all’Aspen Institute rivela che su un campione di 40 aziende il 50% dichiara di essere rallentata nel proprio sviluppo a causa di infrastrutture inefficienti (energia, comunicazioni, internet, trasporti ecc), non sarebbe il caso di confrontarsi seriamente col problema?

Limitatamente a questi pochi esempi sembra che di cose da fare ce ne siano, perché allora non cominciare di buona lena ad affrontarle?

Il declassamento del debito italiano (in genere quelle delle aziende segue a ruota) operato da S&P  sembra sorprendente, ma non è proprio così, come non è vero che non abbia avuto conseguenze, gli oltre 9.5 miliardi (ottimo risultato per la richiesta)  di BoT collocati il giorno seguente hanno superato l’1% di interessi. Sicuramente queste agenzie lavorano in regime di conflitto di interessi, ma risposte chiare dal nostro paese su provvedimenti e riforme strutturali non sono ancora pervenute. La CIG è stata rifinanziata fino a dicembre con fondi destinati alla produttività, le piccole opere con quelli destinati alla TAV, l’IMU e l’IVA saranno coperte, ma da cosa precisamente? Il ministro Saccomanni dice che sarà presentato un piano di dettaglio, ma una dichiarazione non soddisfa S&P. Oggettivamente come sarà affrontata la disoccupazione, i problemi delle imprese o l’elevato livello di tasse? Come si cercherà di incrementare l’export? Si è detto quasi di sfuggita di voler ottenere rendite dal patrimonio immobiliare, benissimo, ma come? Vendendo o creando un fondo privato (ipotesi più probabile)? E quanto potrebbe essere ricavato? Si sono sentiti numeri da 50 a 400 miliardi di €, testimonianza che le idee non sono proprio chiare.

Con tutte queste incertezze non stupisce se le “tremende” agenzie ci osservano e ci penalizzano, attualmente per S&P abbiamo lo stesso rating del Marocco, BBB a due passi dal livello spazzatura; titoli spazzatura, per statuto non possono essere acquistati da molti fondi, istituti bancari o Governi ed allora sarebbe davvero la fine.

Perché è così difficile capire che le priorità sono altre rispetto a ciò che sta bloccando la politica? Nel mentre il debito aumenta attestandosi a oltre 2’057 miliardi di €  e su un noto quotidiano spunta l’ipotesi di qui a fine anno di una “mini-manovrina” fiscale per coprire IMU ed IVA … ma tanto ci sarà il piano di Saccomanni.

 

10/07/2013

Valentino Angeletti

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