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Legge di stabilità: troppi ripensamenti, sintomo di inconsistenza politica ed assenza di piani a medio – lungo termine

Documento di Economia e Finanza: questo è il tema che sta catalizzando l’attenzione politica e con essa, al seguito, le polemiche, accentuate dal fatto che ancora, nonostante sembrasse che il DEF fosse già pronto, controfirmato e vidimato dall’Europa, non è stato presentato in Parlamento in via definitiva, e solo pochi politici hanno tra le mani la bozza in stato avanzato. In queste ore il testo è presso i tecnici del Quirinale e passerà, dopo la visura quirinalizia, in Senato.

I media, che mai come in queste circostanze, assai sentite dai cittadini perché le conseguenze andranno a toccare direttamente i loro portafogli, sono alla mercé del posizionamento politico e della propaganda, quindi pur filtrando parole e dichiarazioni ed andando a considerare solo i più diretti interessati che dovrebbero essere quanto di più preciso sulla scena, l’impressione che se ne ha dall’esterno è quella, non troppo positiva, della presenza di troppi ripensamenti, probabile sintomo di inconsistenza politica ed assenza di quei necessari piani di medio – lungo termine da tanto richiesti ed auspicati.

Oltre al nodo delle pensioni, che non sarà trattato neppure in questa finanziaria e rimarrà irrisolto, con buon pace di coloro che si trovano in un limbo d’incertezza ed indeterminatezza divenuto ormai ossimoricamente stabile, e non si fa riferimento solo agli esodati, ma anche a tutti coloro che, essendo giunti qualche mese prossimi al pensionamento, si sono trovati a non avere la minima idea di quando potranno ritirarsi da lavoro, nè di quanto percepiranno, pur sicuri di un importo inferiore, vi sono il tema della tassa sugli immobili, quella dell’aumento del contante da 1’000 a 3’000€ ed infine il canone Rai.

Tornando un attimo sulle pensioni, le ultime voci autorevoli, quindi dello stesso Ministro Poletti, parlavano di un possibile part time, al 50%, a cominciare da 4 anni prima della data di conseguimento dei requisiti per il ritiro dal lavoro, con assegno decurtato del 30-40% (leggermente superiore al 50% che spetterebbe matematicamente) e con contribuzione piena. Questa misura è stata criticata da molti, citiamo solo la critica più incisiva, quella del Presidente dell’INPS, Tito Boeri, secondo il quale non va assolutamente bene continuare ad agire con misure estemporanee senza modificare complessivamente un impianto ed una normativa che necessita chiaramente di cambiamenti per giungere ad una sostenibilità definitiva e costante. Il fatto che il DEF non aggredisca l’atavico problema previdenziale in questi termini e con obiettivi di lungo periodo, a detta del Professor Boeri, è una sconfitta, tanto che egli starebbe pensando di tornare al suo vecchio lavoro, riposizionandosi dietro una prestigiosa cattedra economica milanese.

In merito all’argomento dell’imposta sugli immobili, i più attenti ed i diretti interessati (statisticamente circa l’80% delle famiglie, anche se considerando la concentrazione degli immobili nelle mani di medesimi proprietari, sospetto che siano in realtà ben di meno ed in ogni caso tutte vecchie generazioni) non avranno potuto non notare che, nelle prime dichiarazioni, Renzi affermava l’abolizione sia di TASI che di IMU, ma solo sulle prime case. Poi si rendeva (o loro informavano) che l’IMU si riferisce solo alle seconde case, allora il Premier rettificava dicendo che avrebbe abolito la tassa sugli immobili per tutti, indistintamente. In un terzo tempo invece, rettificava nuovamente, escludendo dalla esenzione ville e castelli. Subentrava, come saetta a ciel limpido, una ulteriore modifica: reinserimento dell’IMU sulle seconde case, con tanto di possibilità di aumento dell’aliquota addizionale comunale fino allo 0.8 x 1000.

Muovendo verso il tema del limite al contante, anche il preciso Padoan, colto in flagranza di contraddizione, è costretto a confermare di aver cambiato radicalmente idea: prima infatti, era fervente sostenitore di limiti, ben più bassi di 1000€, in favore della diffusione dei pagamenti digitali, ora invece sostiene che il tetto a 3’000 € non faccia altro che allineare l’Italia agli altri paesi europei (non ci dilunghiamo ulteriormente perché abbiamo già toccato l’argomento: Link 1Link 2). Pur ritenendo che avere un limite al contante di 1’000 o 3’000 € non cambi nulla nè a livello di evasione e neppure di incremento dei consumi e della spesa, se non in misura impercettibile, ritengo che sia un passo indietro, ostativo rispetto alla necessaria diffusione e cultura dell’uso di carte di pagamento elettroniche, elemento che dovrebbe concorrere al processo di digitalizzazione della popolazione italiana, ancora ben lontana dagli standard degli altri paesi europei e lontanissima dagli ordinatissimi e precisi nordici.

Il senso di incertezza al quale i cittadino, ormai avvezzo, si trova di fronte, aumenta se si tocca il tema del canone Rai. La proposta di inserirlo in bolletta è stata recepita con estremo sospetto dalle utility energetiche, a mezzo delle quali bollette dovrebbe essere riscossa l’imposta sul possesso della TV (o di qualsiasi apparecchio atto a ricevere onde radiotelevisive in chiaro), per via dei molti problemi tecnici e burocratici (presenza di due componenti eterogenne, eventualità di mancato pagamento, sanzioni, seconde case, non possesso di TV, ecc) ed anche legali (una tassa all’interno di un’utenza non sarebbe permessa dal codice vigente). A schierarsi contro l’ipotesi di accorpamento è stato anche il Presidente di Assonenergia, Chicco Testa, riunendo il giudizio avverso di tutti i gestori elettrici. A prescindere da ciò, che comunque aiuterebbe a combattere l’evasione del canone, va detto che, supponendo di recuperare buona parte dell’evasione, la somma di 100 € della nuova bolletta rispetto ai precedenti 113 €, conferirebbe all’erario un’entrata complessiva ben superiore; allora sorge la domanda sul perché non si potesse abbassare ulteriormente. Alcune stime indicano 70-80€ la cifra del nuovo canone che avrebbe consentito di pareggiare le entrate del precedente. A corollario del tutto vi sono la valanga di dichiarazioni in merito alla dilazione di pagamento: inizialmente si parlava di unica rata ad inizio anno, poi due rate da 50 €, una all’inizio ed una a metà anno, poi addirittura 4 trance da 16.66 €, una per trimestre, infine pare si stia tornando vero l’ipotesi di due rate.

Renzi continua ad affermare con convinzione e supportato da ogni tipologia di media, che il Def abbassa sostanzialmente le tasse, ma anche all’interno del suo stesso partito non tutti sono d’accordo, ad iniziare da Chiamparino, il quale è arrivato a minacciare le dimissioni, per i tagli agli enti locali, province e regioni e per la diminuzione dei trasferimenti da 3 a 1 mld. Secondo il presidente della conferenza delle regioni, con questi presupposti è impossibile garantire servizi e sanità senza aumentare tasse locali. Ripensandoci Sergio Chiamparino ha ritirato, in un secondo tempo, l’ipotesi di lasciare l’incarico (quasi a non voler essere da meno della volatilità del DEF), ufficialmente per cercare di modificare il Documento di Economia e Finanza, i più maligni però dicono che il ripensamento sia figlio del piacere della poltrona.

In tutto ciò, che definir marasma è quasi bonario, il cittadino – contribuente, che può capirci?

Non avrebbe dovuto essere questa l’era delle certezze normative e contributive, anche finalizzate a favorire gli investimenti, la spesa, la fiducia?

A me non pare…. e sembra non parere neppure a Fitch, che ha confermato il rating italiano a BBB+, con outlook stabile, mettendo in guarda dal debito, previsto oltre il 120% almeno fino a fine decennio, e da una dinamica economica, sì in lieve ripresa, tanto da aver allontanato il rischio di insolvenza, ma ancora estremamente fragile ed in balia di una molteplicità di potenziali perturbazioni interne ed esterne.

Del resto tutti questi ripensamenti lasciano sospettare la totale assenza di piani strutturati e startegici di medio – lungo periodo (come sottolineato da Boeri), nonché legittima il sospetto di un carisma e spessore politico non sufficiente per affrontare una complessa fase di transizione e mutamento economico – sociale di livello globale, come quella che ci stiamo trovando ad attraversare.

24/10/2015
Valentino Angeletti
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DEF: ammiccamento al CDX con critiche bipartisan, in attesa di Bruxelles

Definita la prima versione “consolidata” della legge di stabilità o Ex Finanziaria, al secolo DEF, ovviamente divampano le contestazioni e le polemiche. Come spesso accade, anzi in questa circostanza più di altre volte, il malcontento sembra essere bipartisan, proviene dai sindacati, dal centro sinistra, dagli industriali, ma anche dal centro destra, che in ogni caso è l’unico ad aver manifestato condivisione ed approvazione rispetto ad alcuni provvedimenti, i quali senza timore di smentita, possiamo annoverare con tutta tranquillità tra quelli che furono cavalli di battaglia del precedente leader di FI, Silvio Berlusconi. Facile intuire il riferimento all’abolizione totale dell’IMU sulla prima abitazione ed all’innalzamento della soglia di uso del contante, portata da 1’000 a 3’000 euro. Nonostante ciò il governatore della Liguria, Giovanni Toti, rappresentate di FI, non ha lesinato critiche asserendo che la manovra non fa altro che dare da una parte, togliendo dall’altra, per un bilancio complessivo non certo favorevole alle tasche del cittadino.

Da parte dei Sindacati, e la minoranza Dem è sulla stessa lunghezza d’onda, arriva la delusione più profonda, innanzi tutto per i bassi aumenti ai dipendenti statali, che malapena raggiungono i 5 euro lordi al mese, ma soprattutto per l’incapacità del Governo, ancora una volta, di mettere una pezza alla riforma delle pensioni, che di fatto non rientra in questo DEF e che, secondo il Governo, verrà affrontata nel 2016, ma pare senza modifiche sostanziali dell’impianto Fornero, introducendo solo la possibilità di Part Time anticipato. Ciò non risolve il problema di tutti coloro che si sono trovati, nel giro di pochissimi mesi, dall’avere l’età pensionabile distante pochi mesi, al vedersela spostata avanti di svariati anni (5 – 7) e che adesso non sanno nè quando andranno in pensione, nè con che remunerazione. Questa condizione di incertezza getta coloro che sono alle prese con lavori più impegnativi o stancanti, sia dal punto di vista fisico che mentale, in un grande sconforto che rasenta la depressione (e parlo per testimonianze personali, non a caso), aggravata dalla potenziale decurtazione dell’assegno previdenziale (spesso già insufficiente per vivere) in caso di ritiro anticipato, ancora non possibile. Se è corretto far valere il principio di “percepire quanto versato nella vita lavorativa”, è anche vero che non si può imporre a coloro che, incolpevoli, hanno versato quello che, secondo norme di legge vigente all’atto dei versamenti, andava versato, una così profonda revisione dei regolamenti e dei meccanismi tale da ridurre le pensioni del 30 – 50% su potenziali cifre lorde di 1’000 euro o poco più. Non viene risolto neppure il problema degli esodati, anch’essi in un frustrante limbo. Sempre i sindacati poi sono assai contrari all’abolizione dell’IMU sulla prima casa, dicendo che sostanzialmente vengono agevolati i ricchi ed i detentori di ville e castelli, rispetto a coloro che hanno dimore modeste e che spesso risultavano già esenti da IMU (almeno prima della riforma in vigore attualmente). Dello stesso avviso risulta l’Ex Premier e professore in Bocconi, Mario Monti, il quale ha asserito che abolendo l’IMU è stata tolta una sorta di patrimoniale presente in tutta Europa, utile, progressiva e realmente equa nei confronti dei contribuenti, e da questa comunanza di vedute “Sindacato – Monti”, si capisce come sia impossibile in questa fase politica discernere con chiarezza chi sia e si comporti secondo principi di CSX e chi secondo quelli di CDX, di certo questa manovra assurge più a documento ascrivibile ad una forza affacciata a destra. In questa sede non si ritira quanto ribadito a più riprese sull’imposta sulla prima casa, ossia, che previa revisione del catasto, essa rimanga indispensabile ed utile ai fini del bilancio pubblico e dell’equità sociale, soprattutto in presenza, come siamo da anni, dell’incapacità politica di aggredire  una spesa pubblica eccessivamente corposa in relazione alla qualità di alcuni servizi e sbilanciata verso entità inutili (da ministeri che comunque avranno budget decurtato, fino a partecipate pubbliche, enti regionali e provinciali ecc, ecc). Altro provvedimento “divisivo” e rigettato dai sindacati, è l’aumento dell’uso del contante a 3’000 euro, dai 1’000 precedenti. Secondo le associazioni sindacali la misura non farebbe altro che agevolare l’evasione e l’elusione, opinione condivisa dal Governatore di Bankitalia e dalla minoranza Dem. A opione di chi scrive, come si disse all’articolo ivi segnalato, questa aumento avrà effetto sostanzialmente nullo, sia dal punto di vista dell’evasione che dei consumi. Le frange interne dei Democratici sono allineate alle motivazioni di critica alla manovra avanzate dai sindacati, differenti invece, all’interno della stessa frangia Dem, sono le modalità di dissenso: da un lato Alfredo D’Attorre, pronto ad uscire per raggiungere Fassina, dall’altro i soliti, inossidabili, sostenitori della Ditta che fino ad ora, per non voler essere causa di scissioni, hanno sempre accettato le condizioni dettate dal premier, si tratta di Cuperlo, Speranza, Bersani, assolutamente contrari all’impianto della manovra e disposti, a parole, a non votarla.

Sul fronte del CDX le maggiori critiche sono rivolte ai tagli agli enti comunali, pari a 600 milioni circa, ma tutto sommato, nonostante le critiche dovute più ad una presa di posizione che ad un dissenso reale, il CDX (in particolare FI) può dirsi soddisfatto. In questa legislatura ha ottenuto la rimozione dell’IMU,  l’aumento a 3’000 euro dell’uso dei contanti, l’abolizione dell’articolo 18, risultati che neppure il leader Berlusconi, nonostante li abbia fortemente cercati, non fu in grado di mettere in cascina.

Anche per Confindustria, ridimensionando una prima analisi positiva del presidente Squinzi, la manovra è poco coraggiosa: mancano i necessari investimenti in crescita, v’è un taglio del 50% degli sgravi per le assunzioni e non è presente sufficiente interesse per il sud, al quale avrebbe dovuto essere dedicato un master plan ad hoc, ma ancora sconosciuto. A fare da cassa di risonanza a questa posizione è stato il raduno dei giovani di Confindustra tenutosi a Capri.

A difesa del provvedimento di innalzamento all’uso dei contanti, proprio da Capri, si è schierato il ministro Padoan, che afferma la certezza che ciò non avrà impatti negativi sull’evasione ed a riprova di ciò porta l’esempio degli altri paesi UE, dove a detta del ministro non v’è correlazione tra limite al contante ed evasione. Andrebbe però fatta notare a Padoan la grande correlazione che c’è tra uso della moneta elettronica ed evasione e tra valore del PIL e scarso uso del contante. Il confronto sarebbe impietoso, infatti a PIL maggiori corrisponde basso uso del contante ed a frequente uso di moneta elettronica corrisponde bassa evasione. Sarebbe bene istruire gli italiani all’uso delle carte di pagamento, i quali, una vota appurata e testata la loro semplicità e comodità, probabilmente, a prescindere dai limiti ai contanti, difficilmente torneranno indietro all’uso delle banconote, come accade nei paesi più progrediti del nord Europa. Il Premier sostiene l’impianto di una manovra che dal suo punto do vista riduce le tasse, agendo con giustezza ed equità, senza dover per forza di cose essere ricondotto alla destra o alla sinistra. Come detto sopra, una maggior vicinanza al centro destra è comunque innegabile. Che siano presenti elementi positivi non può essere negato, ma l’eventuale riduzione delle tasse centrali deve essere rapportata agli aumenti che potrebbero apportare gli enti locali a seguito dei tagli presenti; come al solito potremmo essere di fronte ad una ben nota “partita di giro”.

Il DEF adesso dovrà passare le forche caudine dell’UE, che ha già bocciato la legge spagnola. Il Premier, con la sua proverbiale “spavalderia” nel parlare entro i nostri confini, dice che riproporrà la manovra tal quale, fino a che non verrà approvata, nel mentre punta ad ottenere ulteriori 0.1-0.2 punti percentuali di flessibilità per la tragedia dei migranti (che infondo, in questo frangente, hanno la loro utilità). Forse il complesso della legge di stabilità non verrà bocciato, ma è difficile pensare ad un totale silenzio da parte di Bruxelles, visto l’alto deficit presente, il basso peso degli investimenti, il taglio dell’IMU, imposta sul possesso sulla quale l’UE ha suggerito di spingere, le numerose coperture basate su stime incerte (evasione, volountary discosure etc) e non troppo care alla Commissione, la riduzione di oltre il 50% dei tagli alla spesa (spending review che passa da 17 a 10 ed ora a 5 miliardi).

Attendendo il responso dalla capitale Belga, non è difficile ipotizzare che, qualora siano evidenziati  punti di attenzione, il Premier, che comunque può vantare dati economici in lieve miglioramento, parlerà con tutt’altro vigore e tono rispetto a quanto fatto qui in Italia.

18/10/2015
Valentino Angeletti
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Tra tasse ed immigrazione: Renzi e l’UE

Si finge stupore, quasi si ostenta forte risentimento, come se un nostro perimetro, una nostra zona di confort, fosse stata violata, ma in realtà non c’è da meravigliarsi in quanto, che sarebbe stato tenuto un simile atteggiamento, era noto da tempo (link).

Mi riferisco alla “forte e calda” raccomandazione europea di non proseguire con il taglio dell’imposta sugli immobili, della quale il Premier Renzi ha fissato il rito funebre per il 16 dicembre prossimo venturo. Alla dichiarazione del Premier dell’eliminazione dell’imposta sugli immobili, che, considerando l’alta percentuale di possessori di prima casa, riscontra sempre alto gradimento tra gli elettori, si sono succedute parole anonime (rimarcate come nè ufficiali nè ufficiose dal consigliere economico Filippo Taddei) della Commissione Europea che avrebbero definito il provvedimento non attinente alle linee guida da loro proposte, vale a dire aumento imposte sul possesso, sui patrimoni, sugli acquisti, e taglio di quelle sul lavoro e le attività produttive.

Chissà se è si tratta di un caso il fatto che il paese avente la maggior percentuale di possessori di abitazione sia la Romania, seguita a ruota dall’Italia, mente le economie più dinamiche e con maggior tasso di crescita si collocano nelle ultime posizioni di questa classifica.

La commissione UE, per bocca della portavoce del Commissario agli affari economici, Annika Breidthardt, si è limitata a dire che sono state recepite le parole di Renzi, note le sue intenzioni, ma tutta l’impostazione del progetto fiscale italiano verrà valutato al momento della presentazione, in ottobre, della prima bozza ufficiale di legge di stabilità, al vaglio della UE stessa. Renzi invece, da far suo, non si è limitato a presentare la sua idea di abolizione dell’imposta sugli immobili, in certi punti anche condivisibile, come per i terreni agricoli e gli imbullonati, ma si è scagliato contro la Commissione. Le parole pronunciate all’emittente radiofonica RTL sono state forti ed in sostanza redarguivano la Commissione sul fatto che si fosse permessa di dare suggerimenti su dove agire fiscalmente (in passato lo fece allo stesso modo anche il Governatore BCE, Draghi) ad uno stato, Italia, con dati economici migliori delle previsioni e che ha dovuto finora subissarsi, quasi in solitudine, il gravissimo problema, nei confronti del quale l’UE è stata effettivamente cieca, dell’immigrazione.

Su IMU, Tasi ed in generale sull’imposta sugli immobili della quale tanto si è qui scritto e parlato, fino ad aspri confronti, nelle legislature addietro, non mi stancherò mai di ribadire un concetto. Da un lato è indubbio che la tassa debba essere ridotta, o tolta, per tutte le attività produttive, a cominciare da quelle agricole, vada rivista l’imposta per gli imbullonati ed eliminata nel caso di capannoni sfitti o di imprese fallite (previa verifica ovviamente, per evitare speculazioni); ma ciò deve andare di pari passo con una revisione profonda delle agevolazioni fiscali che spesso sono eccessive quando decisamente senza motivo d’essere. Dall’altro lato urge una revisione del catasto, che sembrerebbe, ed auspichiamocelo, in via di perfezionamento, per le abitazioni domestiche. L’abolizione dell’imposta sulla prima casa varrebbe circa 3.47 miliardi, già una cifra non banale, per un bilancio come quello italiano, senza ricorrere ad una pesantissima spending review, includendo anche seconde ed ulteriori abitazioni, il gettito complessivo salirebbe a circa 23.9 miliardi, impossibili da trovare nelle pieghe del nostro bilancio (ricordiamo i vincoli Deficit/PIL ed il relativo percorso di rientro nonché il debito/PIL al 132% soggetto al fiscal compact europeo che impone di portarlo al 60% in 20 anni). La spending review, tanto sbandierata, su cui fior di commissari hanno lavorato inascoltati e pagati e che comunque a ancora da venire, può garantire coperture parziali, ma non totali, anche supponendo di racimolare tutti i 17 miliardi previsti, in parte destinati a disinnescare le clausole di salvaguardia ed in parte dirottate alla riduzione del debito; al momento non è ancora ipotizzabile concretamente  un aumento dei margini di flessibilità europei. Inoltre, va considerato che togliendo l’imposta immobiliare si va a colpire pesantemente il bilancio dei comuni, molti dei quali sono già abbondantemente in rosso e che quindi potrebbero dover ricorrere all’aumento di altre imposte locali, con il risultato di abbassare le tasse nazionali, alzando però quelle locali, in un bilancio che complessivamente rimane in pareggio, ma più spesso va a scapito del contribuente il quale in ultimo si trova soggetto ad un maggior livello impositivo.

Molto più lungimirante, e, se volgiamo, anche equa, sarebbe una revisione delle detrazioni e l’introduzione di una progressività, realmente funzionante, dell’imposta, basata sul nuovo catasto, che includa anche immobili ecclesiastici non adibiti a culto, possedimenti di enti, fondazioni, partiti e via dicendo. Di certo una azione in tal senso non sarebbe osteggiata dall’Europa che invece si pronuncerà sicuramente in modo negativo su una eventuale proposta di abolizione totale, come ad oggi pare voglia fare Renzi, in sede di presentazione e valutazione del DEF.

Tutte queste sono parole già dette insomma, che possono risultare quasi stucchevoli e ripetitive, ma tristemente sempre valide.

Se Renzi vorrà davvero abolire totalmente l’imposta sugli immobili il Ministro Padoan e tutto il suo staff dovranno, ma ne sono ormai abituati, sudare sette camicie.

Seppur inserite in un attacco all’Europa leggermente fuori luogo e che rischia di essere tutt’altro che produttivo quando la Commissione dovrà decidere se concedere o meno altra flessibilità all’Italia, va riconosciuto a Renzi di aver ribadito un grosso problema, quello dell’immigrazione, che solo ora a distanza di anni dalle prime tragedie che hanno scosso l’opinione pubblica (non di certo le prime in assoluto) sembra essere preso fattivamente in considerazione da stati come Francia e Germania, che si sono visti negli ultimi mesi interessati a loro volta da ondate migratorie via terra, foriere degli stessi drammi di quelle via mare. Quando le parole le richieste di aiuto e di impegno vengono dalla Merkel o da Hollande hanno un altro peso che quando vengono dalla penisola, dalla quale sono anni che si sollevano inascoltate ed anestetizzate dietro l’allocazione di fondi, forse anche colpevolmente mal gestiti, ma solo parte di una soluzione che richiede un’articolata politica comune che include risorse economiche e di mezzi, logistica, redistribuzione dei migranti ed anche interventi in loco nei paesi di origine.

L’Europa, pur ancora lontana da una soluzione concreta, sembra molto più sensibile ed operativa sul fronte migratorio da quando a far pressione è stata la Germania. Le richieste della Merkel di inasprire i controlli italiani nel Brennero sono state immediatamente recepite dal nostro Governo, ed il fronte comune, mai nato su altri temi, caldeggiato dal Cancelliere tedesco, tra Germania, Francia ed Italia per gestire il problema, pare godere di considerazione e margine di manovra a livello europeo. Esso, se ben strutturato, riuscirà a scardinare le resistenze di stati più restii all’accoglienza ed alla gestione attiva dei flussi migratori, quali l’Ungheria di Orban. A sensibilizzare le istituzioni ed i Governi non può e non deve essere stata la foto, pur oltremodo drammatica, di un bimbo esanime riverso su una spiaggia, immagine che campeggia oggi su molti quotidiani (alcuni altri si sono rifiutati di pubblicarla), perché si tratta di una tragica rappresentazione visiva di quanto ci è già noto da tempo accadere o in mare, o su terra, quando su una stiva di una nave, quando nel rimorchio di un tir, finanche tra gli angusti spazi di un cofano motore. Non possiamo essere cosi legati alla solo senso della vista, nell’era della diffusione digitale ed immediata delle informazioni.

Di sicuro ad attivare l’Europa sull’immigrazione non saranno le parole di Renzi, fin qui inascoltate a Bruxelles in più di una occasione e come probabilmente lo saranno anche quelle sull’imposta sugli immobili che in autunno, se proseguirà il progetto del taglio totale, dovrà essere rivista in sede di valutazione del DEF, ma se il fronte comune, ritardatario ma stavolta non per colpa italiana, bensì per disinteresse altrui, tra Italia – Germania – Francia fosse l’inizio di un percorso verso un’efficace gestione dei flussi migratori con i quali sempre più il vecchio continente dovrà misurarsi, sarebbe sicuramente notizia positiva.

03/09/2015
Valentino Angeletti
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Renzi all’assemblea PD: detassazione di 45 miliardi in 3 anni e riunificazione del PD

Non smentendosi rispetto alla norma, il Premier Renzi, durante l’assemblea del PD presso l’EXPO di Milano, non si è risparmiato da dichiarazioni che hanno suscitato scalpore. Renzi ha dichiarato di voler mettere a segno una rivoluzione copernicana mai vista, un taglio delle tasse da 45 – 50 miliardi in tre anni. Nella fattispecie il cronoprogramma prevederebbe l’abolizione dell’IMU prima casa, agricola e l’imposta sugli imbullonati nel 2016, il taglio dell’IRPEF e dell’IRAP nel 2017, e nel 2018 l’estensione del bonus 80€ anche ai pensionati; una detassazione, nei tre anni, rispettivamente di circa 5-20-20 miliardi di euro, il tutto senza sforare i parametri europei.

Le parole del Premier sono state ovviamente oggetto di critiche sia da parte dell’opposizione, da Brunetta a Salvini, passando per il M5S, sia da parte di gran parte della minoranza DEM (Gotor, D’Attorre, Speranza, Cuperlo) oltre che i fuoriusciti civatiani. Le motivazioni addotte sono simili: reperire le coperture, idea copiata a Berlusconi, promesse non mantenibili.

Non si può non costatare che se dette in questo modo, quasi cifre a caso, esse lascinao il tempo che trovano. Bisognerebbe che il Premier avesse elencato precisamente anche le coperture, ad esempio, prendendo spunto ed indicato cosa fosse intenzionato a portare a termine, dai report dei Commissari Bondi – Cottarelli (Gudgeld??) che in alcuni punti, come il taglio dei centri di spesa e l’eliminazione delle partecipate inutili, sono eccellente ed indubbiamente efficaci. Non basta dire genericamente che le coperture deriveranno dalla Spendig Review e dall’applicazione della flessibilità europea consentita entro i patti, la quale peraltro deve essere approvata dalla Commissione UE e non decisa autonomamente in fase di stesure delle stime del DEF.

Non si può non constatare neppure, e forse è la cosa più immediatamente evidente, che la mossa “IMU” era già stata eseguita, con successo perché poi vinse le elezioni, da Berlusconi. Tralasciando il fatto che l’abolizione della TASI (che ingloba l’IMU) è già prevista per lasciare il posto ad una Local Tax, anche quello di Renzi pare un tentativo di incrementare la sua popolarità, rilevata in calo, in vista di importanti tornate amministrative nel 2016 (Milano, Bologna, forse Roma e molte altre importanti città). Tagliare l’IMU prima casa non costa molto, circa 3.5 mld, appena un terzo di quanto necessario per il bonus 80€, ed al contempo è una misure popolare e che sicuramente attirerà consensi.

Non va mai dimenticato come la questione IMU abbia tenuto banco per mesi e mesi, distogliendo energie parlamentari da temi più importanti e dal maggior impatto, a causa di prese di posizioni ideologhe rispetto ad una reale difficoltà di trovare una mediazione sensata ed efficace economicamente. Tornare a dibattere sull’IMU, rischia di essere un’latra diatriba senza fine, in un momento in cui si deve essere assolutamente concentrati sulla ripresa economica, senza far scappare le occasioni che questa congiuntura macroeconomica offre.

Inoltre, il bilancio dello Stato deve essere alimentato. Già nel prossimo DEF dovranno essere trovati 17 miliardi, di cui 10 da tagli, per scongiurare le clausole di salvaguardia (IVA ed accise). Il Premier si è detto tranquillo perché i tagli saranno superiori a quelli stimati.

Precisato tutto ciò, va dato atto a Renzi che la riduzione delle tasse, su persone e lavoro, è la via da perseguire per conferire più capacità di spesa a lavoratori e famiglie e quindi sostenere un poco i consumi. Quindi, se, i per ora ipotetici, 45 miliardi andranno in quella direzione, previo reperimento di adeguate coperture non derivanti da altre imposte locali o da tagli a sanità e welfare, sarà sicuramente un risultato ottimo.

Riguardo all’IMU, che ha carattere di imposta patrimoniale, forse sarebbe meglio agire in modo selettivo. Riformare il catasto  e poi ridurre o tagliare l’imposta per i redditi più bassi, rendendola equamente progressiva per gli alti redditi e per gli immobili di elevato pregio. Via, questa, indicata anche dai fuoriusciti del PD e dalla minoranza interna dello stesso partito.

Dall’assemblea PD emerge chiaramente anche il tentativo di Renzi di riunire il partito. La maggioranza al Senato vacilla, non è più scontata, nonostante il supporto dei verdiniani, ormai renziani dichiarati.

I nemici che Renzi ha elencato si riducono così a Lega e M5S contro i quali potrebbe doversi cimentare in un difficile ballottaggio, dovuto all’attuale struttura dell’Italicum, che potrebbe vedere coalizzato tutto l’elettorato anti renziano (numeroso visto l’alto grado divisivo del Premier, con il quale si è in totale sintonia o totalmente contro). Ma nemico dichiarato da Renzi, un po’ a sorpresa, è anche il movimento Possiamo di Civati, il quale potrebbe indebolire il PD e privarlo del supporto decisivo di alcuni parlamentari della corrente più a sinistra dei DEM: con i numeri in essere al Senato, ogni voto può risultare fondamentale. Non è nemico invece Berlusconi, che per molti aspetti ispira l’operato di Renzi ed il suo modo di fare e comunicare. FI potrebbe fornire i voti necessari, pur ragionando puntualmente di provvedimento in provvedimento essendo decaduto il patto del Nazareno, per consentire il passaggio delle riforme renziane, ad esempio nella delicata questione dei diritti civili che sicuramente spaccherà la maggioranza di governo ed il PD.

Maggioranza mobile e fluida è la parola d’ordine.

Chissà se Renzi riuscirà a fare quanto promesso:

  • Meno tasse per tutti.
  • Ripresa economica con le riforme.
  • Reunion del PD.

I propositi sono buoni, ma abbiamo imparato, a nostre spese, che tra il dire ed il fare…

19/07/2015
Valentino Angeletti
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L’Italia: una casa diroccata nonostante alcuni buoni intenti condivisi

Fa abbastanza sorridere, sicuramente in modo un po’ isterico, quello che si sente negli ultimi giorni nel panorama politico. Mettendo da parte i continui colpi di scena sull’IMU, ultimo quello che ha visto il ministro Saccomanni dichiarare che l’eventuale abolizione per il 2013 (se ci sarà) sarà solo una mossa singola, poiché negli anni venturi un’imposta sugli immobili è necessaria per assicurare i bilanci comunali (anche il più stolto si chiederebbe dunque perché sia stata formalmente tolta), fa ridere come adesso tornino prepotenti i contratti, i punti, le priorità, gli impegni da assolvere rapidamente e con la massima urgenza.

Se si analizzano molti di essi sono trasversali e non così nuovi. C’erano nel contratto con gli italiani del 1994, nel governo Monti, erano presenti come “pillars” dei 180 giorni nei quali il governo Letta si era prefissato di risolvere le 2 o 3 questioni di massima urgenza, ci sono nelle proposte di Alfano nel suo nuovo contratto da proporre al Governo, non più delle larghe intese, ma delle chiare intese, ci sono nei programmi del nuovo PD rappresentato dai tre candidati alla segreteria, che rispetto a quanto è stato in passato sono comunque un bell’esempio di partecipazione e di rinnovo, un tentativo di discontinuità da mettere alla prova, in ultimo sono presenti addirittura nel programma che Grillo ha presentato all’odierno V-Day di Genova, per certi versi meno audace, fatto salvo l’impeachment del Presidente della Repubblica, rispetto al passato.

La necessità di ridurre il costo del lavoro, di abbassare o cancellare le imposte su persone fisiche ed imprese, di rivedere i trattati europei con la volontà di arrivare ad un’ Europa dei popoli e non dell’austerità, che sia animata dal concetto di solidarietà ed integrazione sostenuto da Schuman nel 1950, la tendenza di rimettere la finanza al servizio dell’economia facilitando il credito alle famiglie ed alle imprese, il taglio dei costi della politica, degli sprechi, del numero dei parlamentari, delle province, l’integrazione dell’area mediterranea, la riforma della legge elettorale, che tra pochi giorni potrebbe essere dichiarate incostituzionale, sono tutti punti condivisi, sia all’interno del governo, che all’esterno, e lo sono non da poco tempo, nonostante ciò da molto se ne parla, ma nulla è mai stato fatto.

A volte è stata data la parola al popolo, come nel caso dei finanziamenti pubblici ai partiti, salvo poi continuare a perseverare con modalità che sfiorano la truffa, tanto che anche il rimborso ai partiti potrebbe essere dichiarato incostituzionale. Altre volte alcune cose sono state cominciate, come la spending review del commissario Bondi o la commissione di saggi per indicare le linee di indirizzo della ripresa, Governo Monti, ma nulla è stato portato a termine. Ora è la volta del Commissario Cottarelli, vedremo quanta libertà avrà.

Sembra che in ultimo, oltre a tante parole, i fatti non riescano ad essere compiuti, non solo per colpa dei politici, che rifiuto di credere siano tutti in malafede e che lavorino solo per se stessi, anzi ritengo che tanti lo facciano con passione e dedizione, ma è il sistema che non consente loro mobilità di azione, sono le tecnocrazie, la burocrazia, è lo stesso sistema, che ormai è evidente vada cambiato e che perciò tende ad auto-proteggersi, ad impedirlo.
Anche per tali ragioni le azione sono sempre stare rivolte a porre rimedio a problemi marginali, insignificanti se inseriti nel contesto macro, si è sempre agito alla giornata, senza piani di lungo termine, senza aprire gli occhi sui temi di vera importanza globale, come la situazione di Russia, Ucraina, Iran, del Medio Oriente, le possibilità offerte dai mercati emergenti, l’Africa, il Sahel, le nuove sfide della tecnologia e dell’energia, la diffusione e l’utilizzo consapevole e produttivo di internet, il clima, l’inquinamento, la crescita della popolazione mondiale, i flussi migratori e molti altri ve ne sono che dovrebbero essere affrontati ed in taluni casi potrebbero essere facilmente trasformati in grandi opportunità.
A ciò non si è mai guardato seriamente, si è preferito ad esempio pensare all’IMU, 3 miliardi su un debito di 2’070 miliardi, un PIL di 1’600 miliardi ed una spesa pubblica di oltre 800 miliardi; il confronto è impietoso.

Pensando all’Italia ed ai provvedimenti di cui si discute, viene in mente una casa diroccata con le fondamenta pericolanti ed erose da anni di incuria e barbarie. Il Governo dovrebbe essere il direttore dei complessi lavori di ristrutturazione. Esso invece di solidificare e ripristinare le fondamenta stesse seguendo un inesistente dettagliato progetto di risanamento, si concentra or sugli infissi, or sull’intonaco, or sul tetto, quasi che fosse incapace di capire che la priorità sono le fondamenta, altrimenti l’edificio benché con belle finestre e tetto a prova di alluvione non potrà reggersi in piedi. Ed anche quantunque si decidesse a lavorare sulle fondamenta non utilizza calcestruzzo, cemento armato e legno per rendere l’edificio antisismico, ma, affidandosi a ditte non all’altezza o truffaldine, fa uso di sabbione e rena marina senza legante alcuno. Il destino dell’edificio è più che chiaro, non v’è sancta manu che lo possa salvare.

Che fare allora? Innanzi tutti iniziare a mettere in pratica quei punti trascinati da anni che mai sono stai implementati, farlo in poche ore perché il consenso necessario, volendo, c’è. Serve poi pianificare immediatamente il futuro, non di domani, ma dei prossimi 50 anni; farlo ponendosi obiettivi chiari, pensando ai nuovi scenari in evoluzione, avendo la flessibilità di cambiare i piani in corsa perché la mutevolezza della nostra era lo richiede ed a tal pro avvalersi dei migliori talenti, trattenendoli, giovani ed anziani che possono contribuire, con freschezza ed audacia di idee i primi, con saggezza ed esperienza i secondi.

C’è da tempo consapevolezza diffusa ed apartitica che si deve cambiare radicalmente, creare discontinuità con il passato, ma nessuno è mai stato così coraggioso da prendersi la responsabilità di farlo. Ancora una volta l’insegnamento, se vogliamo semplice ed immediato, di Papa Francesco calza precisamente con la politica. Il pontefice ha detto alla sua platea di Universitari in occasione dei Vespri di Avvento, di prendere rischi, essere audaci, non temere di mettersi in gioco e raccogliere le sfide in modo onesto e leale, di non omologarsi e cadere nella mediocrità che spesso caratterizza il pensiero dominante, di contribuire, con le proprie unicità, al servizio della collettività, di vivere non vivacchiare.
Da troppo tempo invece il nostro paese sta vivacchiando.

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01/12/2013
Valentino Angeletti
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IMU, Europa e riduzione del debito tra privatizzazioni e spending-review

Il CDM del 21 novembre è stato rinviato alla settimana successiva e con esso si protrae l’odiosa telenovela sull’ IMU che non smette di catalizzare energie ed attenzioni assieme ai problemi giudiziari di Berlusconi ai quali ora si aggiungono le aggravanti sulla vicenda Ruby, assieme ai fatti Legresti-Cancellieri ed assieme alla corsa alla segreteria del PD che inevitabilmente, qualora vincesse il favorito Matteo Renzi, influenzerà il programma il Governo, con la possibilità di causare rotture nel PD e nell’alleanza di governo.

Per garantire la cancellazione della seconda rata dell’ IMU servirebbero 900 milioni di euro, che in realtà avrebbero già dovuto essere trovati, da destinarsi per 400 milioni alla copertura sugli immobili e sui terreni agricoli e 500 da restituire ai comuni come rimborso dell’ imposta sugli immobili del 2013.
Le coperture individuate al momento sarebbero la rivalutazione delle quote di Bankitalia in possesso degli istituti di credito e delle assicurazioni (che potrebbe essere un boomerang: qua), da nuovi acconti, oltre il 100%, su IRES e IRAP dovuti a banche ed assicurazioni, ma attenzione perché gli acconti dovranno poi essere restituiti, da un aumento sull’ imposta di bollo dei depositi amministrati ed infine, qualora tutto ciò non bastasse, nuove accise su benzina, alcol e tabacchi cioè le clausole di salvaguardia.

È facile capire come questa vicenda sia ormai esasperante, tutti hanno chiaro che si tratta di una mossa puramente politica e propagandistica e che ogni eventuale cancellazione o riduzione di una voce comporterà un aumento altrove poiché il budget è blindato e non sono consentiti sforamenti. L’ IMU di fatto verrà ridistribuita su una platea più ampia, inclusi gli affittuari, con la nuova tassa sui servizi, verrà utilizzato lo strumento degli anticipi sugli acconti che di fatto sono altro debito e l’eventuale rivalutazione delle quote di Bankitalia è solo una misura di breve termine non strutturale e forse controproducente sul lungo periodo, inoltre se tutto ciò non bastasse la scure degli incrementi delle accise rimane concretissima.
Ovviamente ogni parte politica è ferma sulle proprie posizioni minacciando ritorsioni alla stabilità qualora la tassa su una determinata categoria di immobili non venisse abolita.

Tutto ciò comporta che i centri di assistenza fiscale non sanno ad oggi come comportarsi ed in ogni caso hanno già iniziato la preparazione della modulistica e l’aggiornamento dei sistemi informatici per l’eventuale riscossione con scadenza il 16/12. Il caos si percepisce anche a Bruxelles che non può non essere indignata dal comportamento italiano, che dopo aver disdetto le linee guida suggerite non spostando la tassazione verso i patrimoni ed i consumi, insiste con l’abolizione dell’IMU nonostante la misura non convinca l’ EU, sia presente in 26 stati europei e pur non avendo ancora definito precisamente e puntualmente le coperture.

Non c’è dunque da stupirsi che la Commissione sia molto restia a concedere fiducia non ritenendoci sufficientemente credibili, ad esempio per l’ applicazione della Golden Rule, nonostante i conti, rimessi in ordine, rientrino nei ferrei ed austeri parametri europei del fiscal compact che non mi stancherò mai di definire anacronistici per una situazione congiunturale macro economica come quella che in essere. Lo stesso Olli Rehn solo qualche giorno fa con un velo di ironia ha dichiarato che in Italia ogni giorno è politicamente delicato ed incerto, come del resto accade da un paio di anni a questa parte…
La Germania, nuovamente da prendere come esempio e che da questa crisi ha tratto e continua a trarre un po’ egoisticamente vantaggio, è stata redarguita per l’eccessiva differenza tra export ed import (i tedeschi si sono intelligentemente mantenuti al +6%, proprio il limite superiore dei parametri europei). L’ EU ha suggerito di trainare maggiormente i consumi ed essere più convincente e determinata nel coprire il ruolo di locomotiva economica europea. La risposta tedesca è stata un’accelerazione fino all’introduzione, di qui a pochi giorni, di un reddito minimo di cittadinanza, pari a circa 8.5€/h che dovrebbe aiutare ad incrementare la domanda interna. Ciò è sicuramente motivo di scontro politico, per alcuni partiti così facendo potrebbe essere incentivata la disoccupazione in un mercato tedesco dove questo problema è apparentemente basso, ma dove assieme ai lavori tecnici molto ben retribuiti vi sono molti mini job dai salari decisamente inferiori, pari a circa l’ammontare del reddito di cittadinanza proposto.

Le leggi di stabilità dei vari paesi saranno visionate nella serata del 22 novembre dall’Eurogruppo, che probabilmente muoverà qualche critica al nostro paese sulle scelte politiche causa del protrarsi della questione ancora non definita circa l’imposta sugli immobili.

Sempre dall’ Europa continuano ad arrivare consigli di intraprendere la strada dell’abbattimento del debito e delle riforme, che difficilmente riusciranno ad essere definite prima del prossimo anno considerando che, come è accaduto fino ad ora, tutte le energie e le attenzioni saranno rivolte al voto sulla decadenza di Berlusconi, alle discussioni sul conseguente esito, alle primarie del PD ed ai relativi risultati.

Per la riduzione del debito, costato 3 mld di mancati fondi, sono già state definite dismissioni e spending review.
In questa prima fase le dismissioni/privatizzazioni riguarderanno 8 società (CdP Reti, ENAV, Fincantieri, Sace, Stm, ENI, Grandi Stazioni, CdP TAG) per 12 miliardi, dei quali 6 andranno a tagliare il debito e 6 a ricapitalizzare la CdP.
Le privatizzazioni sono un mezzo molto utile quando uno Stato, per varie ragioni, non è più in grado di effettuare investimenti che consentano innovazione, sviluppo e crescita alle proprie aziende, ma affinché funzionino devono essere realmente tali e consentire l’ingresso ad investitori seri, referenziati e con volontà di investire. In Italia spesso ciò non è avvenuto e le privatizzazioni sono state fittizie con ben noti risultati.
Qualche piccolo problema può esserci anche in questa circostanza, perché ben il 50% delle entrate previste confluiranno per la ricapitalizzazione della CdP che per garantire i depositi postali necessita di un buon buffer di liquidità e perché per quanto riguarda ENI la privatizzazione sarà particolare. Per consentire allo stato di non perdere il controllo della società scendendo sotto il 30%, l’operazione avverrà con un Buy-Back da parte di ENI stessa per un controvalore di circa 2 mld (il 3%; la somma è circa quella incassata dal colosso Oil&Gas dalla recente cessione della quota di Severenergia in Russia), si tratta dunque di un’operazione contabile in cui ENI si accolla parte del debito sovrano divenendone a tutti gli effetti un creditore.

La spending review, finalizzata oltre che al debito anche alla riduzione delle tasse, è un altro di quei notori punti critici perché la spesa pubblica oltre ad essere esagerata è totalmente inefficiente, il che, se possibile, è peggio. Il commissario speciale Cottarelli, di provenienza IMF, ha il compito di individuare gli sprechi e proporre tagli che da una sua prima analisi dovrebbero ammontare a circa 32 miliardi in tre anni, vale a dire circa 11 miliardi all’anno, poco più del 3% dei circa 300 miliardi annui di spesa aggredibili. A dire la verità il suo compito non pare troppo complesso, ormai si sanno quali sono le voci su cui agire. Per fare qualche esempio: la riduzione dei centri di costo (idealmente uno, unico, centralizzato ed informatizzato) e delle stazioni appaltanti in particolare per la sanità; la riduzione drastica del ricorso ai sub appalti a catena; il controllo sull’esecuzione dei lavori pubblici, sulle consulenze e la corretta valorizzazione degli immobili statali; la riqualificazione mirata al risparmio energetico di tutti gli edifici pubblici; la revisione delle spese militari per un esercito che costa più di quello israeliano, uno dei migliori e più tecnologici del mondo; la valorizzazione dei migliori atenei, convergendo verso pochi centri d’eccellenza a cui far confluire più risorse economiche per ricerca; stesso dicasi per gli aeroporti; il censimento e la vendita di tutte quelle municipalizzate in perdita, cercando di convergere verso poche, grandi ed efficienti multi-utility; la redistribuzione e la riallocazione dei dipendenti pubblici; l’ottimizzazione degli uffici pubblici, lasciando solo quelli che sbrigano un certo numero di adempimento al mese; l’eliminazione delle province e la riduzione del numero dei parlamentari; la trasformazione del (ex, ma non troppo) finanziamento ai partiti in rimborso con tanto di giustificativi e ricevute al seguito; il taglio dei privilegi della politica (dalle auto blu alle indennità su impermeabili ed ombrelli); la riduzione degli stipendi dei dipendenti di Camera e Senato (un barbiere non può guadagnare oltre 100’000€ all’anno); un tetto agli stipendi dei manager pubblici con particolare attenzione a premiare realmente i risultati e non distribuire risorse a pioggia così come limitare il numero di cariche contemporanee.

Le ultime voci sono in valore assoluto, rispetto agli oltre 2’000 miliardi di debito, quasi risibili, ma anche solo 200’000 € risparmiati e dati alle scuole per acquistare carta igienica o alle forze dell’ordine per il carburante sono ben ridistribuiti.

Come si evince il difficile non è tanto trovare dove agire, ma la vera sfida è portare a termine le azioni  (solo qualche mese fa in Gran Bretagna il Premier Cameron in pochissimi giorni è riuscito a tagliare 11 mld di £), poiché ogni spreco per la società è guadagno o status quo di alcuni. Ad esempio la riallocazioni a differenti mansioni o località dei dipendenti pubblici non è banale e, come si è visto per la chiusura dei tribunali periferici, porterà a proteste ed opposizioni, così come stanno dimostrando gli scioperi di Genova quando si parlerà di vendita delle municipalizzate, senza neppur pensare a quando si proverà a toccare i privilegi dei veri potentati.

Il Commissario Cottarelli non avrà il potere esecutivo, ma dovrà proporre un piano alla politica che avrà il compito di decidere. Superfluo è rammentare quanto questo passaggio sia delicato e rischi di mandare tutto, come si suol dire, a ramengo.
Il cambiamento, oltre ad essere propagandato, deve essere messo in atto così come è indispensabile capire ed agire immediatamente nella definizione di una strategia economico-politico-riformatrice nazionale ed europea volta alla crescita ed al miglioramento delle condizioni di vita per le persone e di competitività per i paesi. Senza questo obiettivo ogni misura sarà solo un palliativo e contribuirà ad allungare una agonia già iniziata.

21/11/2013
Valentino Angeletti
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Le inezie e la realtà

Dopo la stesura della quasi definitiva legge di stabilità la discussione politica si è nuovamente spostata su problemi più lontani dalle priorità del paese e da quanto chiede la società e l’economia per provare a ripartire.

Lo scontro riguardo all’ imposta sugli immobili, che sarebbe integrata in quella ventura sui servizi indivisibili, torna in auge causando inevitabilmente attriti, tra coloro che sostengono che nella nuova Legge di Stabilità non esisterebbe una tassa equiparabile all’IMU e coloro che ne azzardano invece quantificazioni.
Nella nuova imposta sui servizi effettivamente sarà presente una componente legata alla proprietà dell’immobile, che verrà spalmata anche sugli affittuari (cosa che non piacerà a Bruxelles) e che sarà variabile a seconda dei comuni di residenza, i quali, spesso in difficoltà economica, probabilmente non potranno fare altrimenti se non applicare l’aliquota massima. Allo stato delle cose, prescindendo dal nome che gli si vorrà attribuire, una tassazione sulla proprietà immobiliare rimane, come rimarrà sostanzialmente invariata l’ IMU sulle seconde, terze ed ulteriori case, sugli immobili di lusso (anche se l’attuale catasto è molto deficitario) e sui capannoni industriali, negozi ed immobili adibiti ad attività produttive (una contraddizione in un’ economia che si vorrebbe far ripartire e nella quale le imprese, soprattutto PMI, soffrono enormemente). Altro paradosso è che, essendo venuta meno l’esenzione al di sotto dei 200€ e gli sgravi per i figli a carico, a risentire maggiormente (in termini percentuali) della nuova imposta saranno gli immobili più popolari rispetto a quelli più prestigiosi.

Quella dell’ IMU è risultata una “promessa” propagandistica e di sicuro effetto, considerata la sensibilità di molti italiani per la tassazione sugli immobili, però nei fatti disattesa perché sulle prime case una componente per il loro possesso si continuerà a pagare e coinvolgerà anche gli inquilini che sfortunatamente una proprietà non ce l’hanno, è poi rimasta per le seconde/terze case, per gli immobili di lusso e per quelli produttivi ed in più è costata la critica di Bruxelles che consiglia di spostare la tassazione sul patrimonio (dunque anche quello immobiliare che a conti fatti continua ad esistere, per ora in maniera nascosta anche agli occhi della EU) e sui consumi.

Oltre alla diatriba sulle nuove imposte e sul saldo complessivo della Legge di Stabilità, alla ricerca di chi ci guadagna e chi ci rimette in una spirale che porta ad una guerra tra poveri (generazionale e sociale), vi è la scissione di 24 membri del PDL dalla linea del partito, la votazione, palese o meno, sulla decadenza di Berlusconi, il rinvio a giudizio dello Stesso da parte del tribunale di Napoli, la corsa alle primarie ed al congresso del PD, ed infine la nomina di Rosi Bindi a presidente della commissione antimafia che ha fatto infuriare il PDL.

Queste problematiche sono mediamente importanti in situazioni di calma, una inezia se si esamina lo stato del paese: un paese che deve rinascere e che invece sta arrancando e sprofondando.

Sulla Legge di Stabilità sì è discusso molto per inserire il taglio del cuneo fiscale, che, detta in modo impreciso, consentirà un incremento di 14 € mensili in alcune buste paga. Si tratta di un’ altra inezia.

L’Italia, il cui debito pubblico oltre il 133% del PIL è secondo solo alla Grecia, sta subendo una drammatica deindustrializzazione che sfiora la desertificazione industriale. Industrie grandi e piccole chiudono per fallimento oppure emigrano verso altri paesi, anche più avanzati del nostro ma più semplici per burocrazia. Interi settori e distretti industriali stanno svanendo ed il destino per una attività che chiude è quello di non riaprire mai più. Tutto ciò comporta ulteriori costi sociali che sono quelli della cassa integrazione e dei sussidi di disoccupazione che hanno ancora una struttura statica e non consentono la riqualificazione ed il reimpiego del lavoratore verso un modello di economia ed industria che nel nostro paese deve necessariamente cambiare. Questi dati per quel che riguarda il sud sono certificati dal rapporto SVIMEZ che denuncia il ritorno per le regioni del Mezzogiorno a tassi di emigrazione, una vera fuga di cervelli in sola andata, pari a quelli del dopo guerra, una perdita di 10 punti percentuali di PIL in 5 anni ed una povertà diffusa non degna di un paese civile, così come il livello dei servizi.

Passando poi alle singole aziende e persone la situazione è altrettanto drammatica. Molte delle imprese che non evadono il fisco stentano a sopravvivere poiché il carico fiscale e la burocrazia le distruggono. Si salvano solo le aziende che fanno dell’export il loro core business e questo è un segnale che nel nuovo disegno economico italiano dovrà essere considerato.
Le persone stipendiate hanno subito decurtazioni dello stipendio notevoli. Per quanto riguarda i dipendenti pubblici il mancato rinnovo contrattuale ed il taglio dell’indennità di vacanza contrattuale (circa 17€ al mese) hanno comportato una perdita negli ultimi 5 anni che oscilla tra i 4’500€ ed gli oltre 21’000€ a seconda dell’inquadramento (una perdita complessiva che va dal 10.5 al 14.5% in dipendenza da quanto si protrarrà il blocco contrattuale). Analoga situazione è riservata ai dipendenti del settore privato.
Per i pensionati continuerà il taglio delle rivalutazioni (per pensioni sopra 3 volte il minimo, circa 1’400€ lordi mensili), e saranno considerate pensioni d’oro, alla pari, importi netti mensili che vanno dai 2’000€ (appena sufficienti al sostentamento di una famiglia in una città media) fino ad oltre 25’000€, lo squilibrio è lapalissiano.
Complessivamente nell’ arco di 5 anni la decurtazione per statali e pensionati sarà tra le 3 e le 4 mensilità.
Infine la legge di Stabilità sarà composta da nuove entrate per 7.2 miliardi di € e da minori spese per 4.2 miliardi di €, quindi la direzione è già dettata.

Alla luce di questi numeri e considerando come il rilancio del potere d’acquisto sia da tutti definito imprescindibile è evidente come la discussione sui 14 € e sulle potenzialità anche nel medio termine di tutto ciò su cui si sta dibattendo siano inezie.

La realtà è che tutto il potere d’acquisto perduto e tutta la liquidità sottratta all’ economia e messa al servizio della “inefficiente macchina burocratica” potranno essere recuperati in decine di anni, sicuramente non prima. I provvedimenti mirati ad aggiungere qualche decina di euro ai salari di alcuni, a fronte di continui tagli (nel 2014 vi sarà anche il passaggio, retroattivo per 2013, dal 19 al 18% delle detrazione, per arrivare nel 2015 al 17%, contrariamente a quanto accade in altri stati dove le detrazioni su alcuni servizi mediamente aumentano andando a rendere meno appetibile l’evasione fiscale) sono drasticamente insufficienti ed ora la sussistenza di tanti è dovuta solamente al risparmio privato dei genitori tipico della nostra società, ma che si sta depauperando. Le generazioni tra i 20 – 30 anni non potranno pensare di vivere come hanno vissuto i genitori, e già questa è una sconfitta; se, e non è né scontato né semplice, lavoreranno bene e saranno supportati dalla politica e dalle istituzioni, potranno gettare le basi per riportare le generazioni future a condizione equiparabili a quelle dei padri.

È evidente che l’immagine è di un paese veramente in difficoltà, quasi allo stremo, che non offre possibilità e prospettive a giovani e meno giovani, né da loro speranza. Il potenziale di crescita esisterebbe e sarebbe di buon livello ma solo a condizione di voler accettare e partecipare al cambiamento.

Lavorare strenuamente per rispettare tutti i parametri imposti dall’ Europa (ed in certi casi anche auto inflitti) è importante per credibilità, affidabilità ed autorevolezza, ma se, sia a livello nazionale che comunitario, si continua ad agire ciecamente si corre il rischio di avere un involucro esterno perfetto, ma un contenuto scadente, come un junk food a cui fosse stata modificata la data di scadenza, l’etichetta degli ingredienti e quella dei valori nutrizionali.

23/10/2013
Valentino Angeletti
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Per Bruxelles una domenica tra Merkel e Saccomanni

È giorno di elezioni in Germania e di certo a Bruxelles le stanno seguendo con trepidazione. Il futuro governo Tedesco, probabilmente presieduto nuovamente dalla Merkel, dovrà scegliere se essere più europeista e meno particolarista, cercando di trainare realmente la competitività dell’Unione.

Il movimento antieuropeo e pro Marco, Alternativa per la Germania, ha ottime possibilità di superare il 5% ed entrare in Parlamento. Se così fosse sarebbe a scapito principalmente dei liberali. Tale ipotesi porrà la Merkel in una condizione non invidiabile nella quale sicuramente dovrà tenere in considerazione questi delusi dell’Europa Unita, tipicamente provenienti dalla destra anche estrema. Molto più favorevole a Bruxelles e probabilmente è l’esito che Euro Tower e ECB auspicano, è una grande coalizione tra CDU ed SPD, dichiaratamente più propensi ad una reale unificazione europea.

Il Cancelliere Merkel, ha sottolineato come un ritorno al Marco sia impensabile e rischioso vestendo i panni di europeista convinta, ma poi ha dichiarato, in una delle sue ultime uscite pubbliche, che la Germania non farà sconti ai paesi meno virtuosi o più in difficoltà, dirà no agli Eurobond e porrà il veto su alcuni punti dell’unione bancaria che nella realtà dei fatti fanno tremare gli istituti tedeschi, dai Land territoriali ai colossi Deutsche Bank e Commerzbank, molto esposti a causa di un elevato leverage.

Il bene del continente, dell’istituzione Europea e della competitività sono strettamente connessi alle decisioni tedesche che fino ad ora, probabilmente anche per via delle imminenti elezioni, sono state poco accomodanti. L’auspicio è che, una volta posto alle spalle lo scalino delle votazioni, l’atteggiamento della Merkel e degli alleati, chiunque essi siano, si faccia più rilassato, è questa la sfida che il nuovo esecutivo dovrà cogliere per essere davvero la locomotiva intercontinentale dell’EU, poiché non v’è dubbio che in summa la via dell’austerità inflessibile ha fallito e quindi una strada alternativa deve essere trovata ed applicata congiuntamente dagli stati membri senza diktat e veti bloccanti in favore di pochi.

Bruxelles però oggi avrà trovato preoccupante anche la situazione italiana, dove il Ministro Saccomanni, dando una spallata alla stabilità politica, ha paventato le sue dimissioni se non cesseranno gli scontri sul tema IVA, il cui aumento ora come ora non può essere scongiurato, contrariamente a quanto vorrebbero sia PD che PDL i quali, in modi più o meno pacati, lanciano il loro ultimatum. Per giunta poi anche la seconda rata dell’IMU ha esito incerto.

Le vie comuni e condivise sono alla base di un governo di grande coalizione, e l’aumento dell’IVA è spinoso poiché non garantirebbe gettito certo e stabile visti i consumi sempre più in calo. Quello dell’IVA sarebbe  con tutta probabilità un ritardo al massimo fino al 31 dicembre poiché va ricordato che solo poche settimane fa Visco di Bankitalia ha ammonito che non è pensabile che l’IVA non aumenti nel 2014.

La situazione generale è ancora più complessa se si considera che l’ IFM ha rivisto ulteriormente al ribasso le stime del paese, portando la crescita (che pesa sul rapporto deficit/PIL) 2013 a -1.8% da -1.7% e la previsione sul 2014 a +0.7% invece che +1% inoltre il tetto del 3% sul rapporto deficit/PIL è stato sforato di 0.1% il che equivale a dover reperire altri 1.5 miliardi di € entro fine anno.

Alla luce di ciò la reazione di Saccomanni è comprensibile, ma verrebbe da chiedersi perché non si sia manifestata prima; almeno a partire da quando gli scontri erano sull’IMU, la cui abolizione non è affatto piaciuta all’Europa, al fine di mettere in chiaro duramente lo scopo di uno strano Governo che per tempi e modi dovrebbe agire rapidamente ed incidendo profondamente su priorità ben note, senza doversi inventare strane alchimie. L’Europa da questo punto di vista alla fantasia mediterranea preferisce sicuramente il pragmatismo e l’ordine nordico.

 

22/09/2013

Valentino Angeletti

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Rapporto Deficit/PIL al 3.1% sforamento temporaneo, ma la crescita economica necessita di investimenti a lungo termine

In occasione dell’aggiornamento del DEF il Premier Letta ed il Ministro Saccomanni hanno confermato il dato che in maniera non ufficiale era stato sospettato già dall’Ecofin di Vilnius, ossia il raggiungimento del 3.1% per quanto riguarda il rapporto Deficit/PIL.

Le cause dello sforamento di un decimo di punto percentuale, quantificabile circa in 1.5 miliardi di euro, sono molteplici, sicuramente l’instabilità politica menzionata da Letta, ma anche il peggioramento del dato sul PIL a -1.7%, che, essendo il denominatore del rapporto, calando contribuisce ad un innalzamento del quoziente, è stato fondamentale, come l’insufficiente taglio delle spese, che il Premier ha quantificato in 1.7 miliardi di Euro. Vi sono poi gli investimenti di 12 miliardi nel triennio in corso che ancora non hanno portato frutti benefici, i pagamenti dei debiti delle PA già in corso, le manovre su IMU, il rifinanziamento della CIG e delle missioni all’estero, che hanno avuto un certo peso.
I comuni dichiarano che potrebbero sussistere problemi nel pagare gli stipendi a partire dalla fine di settembre qualora non fosse versato dal Governo il corrispettivo dell’IMU, ed in oltre c’è il nodo IVA il cui aumento potrebbe non apportare il gettito previsto come è accaduto fino ad ora e ridurre ulteriormente i consumi interni, ma che rappresenta un ennesimo fattore importante di stabilità politica.

È evidente la complessità della situazione e lo è anche agli occhi di Bruxelles che conferma la fiducia nelle parole di Saccomanni, rassicuranti sul fatto che a fine anno l’impegno di rimanere sotto il 3% verrà rispettato e che le misure attuate porteranno, una volte a regime, il differenziale BTP-BUND a 100 punti base (ma a che prezzo?).

Il 3% però non deve essere visto come un obiettivo di fine anno, ma deve essere una costante da monitorare in ogni momento della vita politico-economica del governo. Di certo l’abbattimento delle spese ed il contenimento dei costi sono fondamentali, ma non si può prescindere dal far ripartire l’economia e quindi il PIL. La crescita economica nel nostro paese si può ottenere non puntando solamente su un fattore, come potrebbe essere l’export che pare riprendersi, ma dal rilancio dei consumi e della produzione interna e da un mix di provvedimenti che portino benefici anche nel lungo termine, altrimenti ad ogni legge di stabilità si dovrà fronteggiare il medesimo problema.

In tal ottica il progetto Destinazione Italia è fondamentale ed il testo uscito oggi sembra promettente. Vi è però un altro punto piuttosto problematico, gli investimenti, principalmente i grandi investimenti infrastrutturali, energetici e di riqualificazione edile, devono venire anche dallo Stato stesso che in questo frangente non ha coperture per affrontare spese con ritorno a lungo termine. I mercati e gli investitori osservano e questi hanno vista molto breve, ragionano in giorni a volte anche in ore o minuti, basti pensare alle oscillazioni dello spread sull’oda di rumors. Se necessario proprio per questo genere di investimenti, con ritorno sul PIL a lungo termine, è necessario negoziare con la EU e Bruxelles affinché concedano un temporaneo sforamento del rapporto Deficit/PIL, con la garanzia, e qui entra in gioco la serietà del paese e la capacità di raggiungere gli obiettivi non sempre dimostrata, che, in un tempo definito a priori, la crescita del prodotto interno lordo nel lungo periodo abbatterà il rapporto, idealmente più di quanto gli sia stato momentaneamente concesso di salire.

20/09/2013
Valentino Angeletti
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I paradossi delle coperture IMU

Ieri sera a Genova le tre sigle sindacali principali CGIL, CISL e UIL rappresentate rispettivamente da Camusso, Bonanni ed Angeletti e la Confindustria presieduta da Giorgio Squinzi hanno sottoscritto, di comune accordo, seguendo lo spirito collaborativo conveniente nelle situazioni complesse che possono essere riassunte dalla locuzione “siamo tutti sulla stessa barca”, e che dovrebbe animare anche l’Esecutivo, un documento d’impegno congiunto per la crescita. Ambedue le parti hanno convenuto sulle priorità che possono essere riassunte in: modifica del fisco ed in particolare del cuneo fiscale e della tassazione sul lavoro, politica industriale ed energetica a sostegno delle imprese che favorisca investimenti in R&D, innovazione, abbatta il costo dell’energia e che cerchi di far leva sulle opere infrastrutturali, grandi e piccole, che possono creare un indotto, ed infine iniziare e portare a termine il processo di ammodernamento delle pubbliche amministrazioni e delle istituzioni che riduca il fardello costituito dall’opprimente burocrazia dal costo di svariate decine di miliardi l’anno.

Se da un lato i presupposti lasciano ben sperare dall’altro sembrano sorgere alcune contraddizioni nei piani di copertura per la seconda rata dell’IMU (costo 2 mld € ), del rifinanziamento della CIG e delle missioni all’estero (costo 1 mld €), e rinvio dell’aumento dell’IVA (costo 1 mld €) servono dunque circa 4 miliardi in un mese, cioè entro la legge di stabilità, e come ha sottolineato il Sottosegretario Baretta non si trovano di certo in 20 minuti, il tutto ricordando che deve essere rispettato il tetto del rapporto deficit/PIL del 3% imposto dalla EU e che ci è costato l’attivazione della procedura di infrazione.

Le coperture derivano da tagli semi lineari quantomeno dubbi perché pare che andranno ad intaccare settori importanti e già particolarmente debilitati incluso quello dell’occupazione. Viene ridotta la deducibilità fiscale per le assicurazioni vita stipulate dopo il 2000 che all’atto pratico, considerando i tassi applicati in linea con quelli dei titoli di stato, si potevano ritenere vantaggiose solo per l’agevolazione fiscale (senza tener conto dell’impegno temporale di norma molto importate) e che in alcuni casi rappresentano un supporto alla pensione, che per le generazioni alla quale verrà applicato il metodo totalmente contributivo, da sola non garantiscono (ed è provato) una mensilità sufficiente al sostentamento della persona. Oltre ad alcuni tagli su ministeri ed assunzioni nelle PA (poco meno di 1 mld € in totale) nelle quali è corretto ottimizzare le risorse in essere, sono stati introdotti anche tagli alle assunzioni nelle forze di polizia e vigili del fuoco (si parla di circa 100 mln €) dall’organico ampiamente sotto dimensionato, tagli (20 mln €) alla lotta all’evasione fiscale (che dovrebbe essere un punto fondamentale per il recupero del sommerso il quale galleggia nell’intorno stimato di 150 mld € annui) nella fattispecie all’assunzione di nuovi ispettori, tagli (300 mln €) anche per gli investimenti in rete ferroviaria e la sua manutenzione, che fatto salvo i buoni collegamenti tra le grandi città con treni veloci, sono decisamente arretrati quando non fatiscenti, senza voler ricordare che una corretta manutenzione significa sicurezza dell’infrastruttura, tagli anche per efficienza energetica (decisamente negativo, poiché efficientamento energetico significa filiera lavorativa di alto livello ed indotto in vari settori, edilizia compresa) ed incentivi alle rinnovabili, provvedimento corretto se i ricavi andassero a contribuire all’abbassamento della bolletta.

Da quello che si legge sembra proprio che si siano intaccate risorse in settori importanti, compromettendoli drammaticamente, per racimolare pochi milioni di euro. È inoltre prevista una clausola di salvaguardia nel caso in cui non vengano raggiunte le somme previste che consiste nell’aumento di accise su giochi, alcol, tabacchi e degli acconti su ires e d irap; Visco ha inoltre ricordato che l’aumento dell’IVA non potrà essere rimandato in eterno e che probabilmente da gennaio verrà applicato.
Vero è che Letta ha dichiarato che questi denari non sarebbero stati spesi questo anno e saranno reintegrati, ma questo genere di approccio alla lunga non può portare da nessuna parte, se non ogni anno a dover fare i salti mortali per trovare le coperture di turno. È abbastanza evidente che l’opinabile operazione sull’IMU sta mettendo alla prova oltre che il Governo, anche i conti pubblici e sta distogliendo da tempo risorse ed energie da questioni più importanti e strutturali.
La priorità sono rilanciare occupazione, ridurre il peso fiscale contribuendo ad innalzare il potere d’acquisto degli italiani non dimenticando di far leva sull’export, in poche parole far ripartire l’economia. Se sul fronte del lungo termine i punti su cui lavorare sono molti, inclusa le discussioni in sede europea su un QE e sulla golden rule non conteggiando nel deficit gli investimenti ad alto valore aggiunto come quelli produttivi, in innovazione ed infrastrutture, per reperire le risorse di breve al solito si opera con l’accetta.
Alla luce però di come si è agito non sarebbe stato più equo, perché l’equità e la ridistribuzione del reddito è un obiettivo che l’Europa chiede, ma ancor prima è una necessità ed un dovere nei confronti dei cittadini, operare sulle pensioni d’oro (che secondo alcuni non possono fornire miliardi, ma i tagli alle forze di polizia o alla manutenzione ferroviaria avrebbero potuto coprirli senza problemi) oppure tornare a parlare di mini patrimoniale sui super ricchi, alcuni dei quali sarebbero anche favorevoli se ciò servisse al paese?
È probabile che da Bruxelles non tarderanno a commentare la natura delle coperture, ed è ancor più probabile che le loro annotazioni non saranno positive.

Innescare meccanismi che portino vantaggi nel lungo termine è fondamentale, come per le risorse necessarie nell’immediato non è possibile tagliare i servizi base di un paese moderno e civile, a tal pro sarebbe effettivamente più corretto ed anche onesto seguire il principio costituzionale che chi più ha più dovrebbe contribuire.

03/09/2013
Valentino Angeletti
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