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Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza?

I dati presentati dal Censis sono impietosi (per approfondire link Corriere.it).

Essi descrivono il nostro come un paese ineguale dove la diseguaglianza sociale e la sperequazione delle ricchezze hanno raggiunto livelli altissimi tali da assumere sembianze di vera e propria ingiustizia.
La maggior parte delle persone fino a poco tempo fa probabilmente pensava che le più grandi diseguaglianze fossero tipiche degli USA, delle economie emergenti come la Cina o delle economie del nord Europa, capeggiate dalla Gran Bretagna, dove la finanza rappresenta una delle principali attività economiche.

Effettivamente fino alla crisi USA dei mutui subprime del 2008 la tendenza alla diseguaglianza sociale in Italia era già presente, ma mascherata da un relativo benessere della classe media che, ritenendosi soddisfatta delle proprie condizioni, non era portata ad interrogarsi se e quanto fossero importanti le differenze sociali.
Dal 2008 in poi la situazione è degenerata e le differenze si sono acuite enormemente. I segnali già c’erano come si può leggere ai link in fondo alla pagina, ma ora sono certificati dai numeri.
Le motivazioni di questa deriva per quanto concerne l’Italia possono essere riassunte in:

  • eccessiva “finanziarizzazione” dell’economia che ha come peculiarità quella di drenare ricchezze e patrimoni verso coloro (privati ed aziende) che già ne detengono. Questo modello inoltre è caratterizzato dal verificarsi di crisi cicliche che contribuiscono ad incrementare ulteriormente le diseguaglianza consentendo ulteriore arricchimento di pochi facoltosi ed impoverendo la restante parte della popolazione. Quand’anche l’impoverimento andasse a toccare la fascia più ricca della popolazione il loro tasso di perdita di benessere sarebbe inferiore a quello delle classi meno agiate col risultato che il divario sociale continuerebbe ad incrementarsi. Durante le crisi cicliche si verificano tutte quelle problematiche tipiche dei periodi di recessione, come la carenza di consumi, l’aumento della disoccupazione , l’azzeramento del potere d’acquisto del ceto medio ecc, incrementate nel nostro caso da un sistema legislativo e burocratico sfavorevole.
  • Assenza di meritocrazia e della possibilità di migliorare la propria posizione nella società che vanno ad impoverire costantemente il valore della classe politica e dirigente del paese. Si verifica dunque che alla guida di aziende ed istituzioni, in modo neppur troppo celato, si collocano persone spesso appartenenti a pochi circoli chiusi, provenienti da alti ceti sociali, da stesse università, aventi formazioni simili e che inevitabilmente hanno lo stesso modo di approcciarsi ai problemi e spesso neppure le capacità adeguate a dirigere. Difficilmente quindi potranno essere in grado di interpretare correttamente questioni e dinamiche tipiche dei ceti medi e bassi della popolazione, quello che comunemente viene chiamato contatto con la realtà, ed essere dotati della giusta visione globale per interpretare la complessità del mondo.
  • Il punto di cui sopra ha come drammatica conseguenza la diffusione del senso di impotenza e rassegnazione rispetto alla possibilità di poter entrare a far parte della classe dirigente del paese, che spegne potenziali altissimi annichilendoli e contribuisce ad incentivare l’emigrazione di sola andata dei migliori talenti che non vedono prospettive di realizzazione nel nostro paese e che vanno a depauperare le capacità innovative e di competere dell’Italia rispetto alle nazioni più dinamiche. Analogamente il fenomeno si verifica tra classi più povere e ceto medio. La classe sociale assume sostanzialmente la conformazione delle caste indiane con la differenza che è possibile il solo declassamento da ceto medio a povertà.
  • Pochi investimenti e poca valorizzazione in scuola, università, istruzione di alto livello, ricerca e formazione professionale.

Dal perpetrare di tutti questi meccanismi ne consegue il drastico aumento delle diseguaglianze che hanno letteralmente ucciso la classe media, quella produttiva e trainante, del paese, dirottandola verso standard sempre più prossimi alla povertà.

Un lieve livello di diseguaglianza tra classe media e ceti più facoltosi è il driver della crescita e dell’innovazione dei sistemi economi, in quanto, assieme alla dinamicità sociale, rende possibili aspirazioni di scalata che portano impegno, dedizione, voglia di realizzazione e così stimolano la produttività di tutto il sistema. Inutile dire che a beneficiarne è la collettività, oltre che i singoli stessi, i quali in un modello meritocratico vedono premiato il loro impegno con promozioni o maggiori guadagni. A seguito di ciò assumono sempre meno importanza le discussioni sulla flessibilità nel mondo del lavoro, flessibilità che viene in modo automatico non a causa delle necessità aziendali, ma per voglia dei lavoratori stessi di cambiare per migliorare le proprie condizioni; il posto fisso idealmente, in un modello economico ricco di possibilità come furono gli USA del boom, risulta effettivamente “noioso” e riduttivo per chiunque avesse un minimo di ambizione.

In Italia, ma anche in molti altri stati europei soprattutto dove  la crisi è stata più dura, allo stato attuale si ha una situazione diametralmente opposta a quella ottimale, in cui le possibilità sono assenti, le ambizioni personali letteralmente uccise, la scalata sociale una chimera, le classi facoltose e dirigenziali parte di una impenetrabile e ristretta élite di prestigiosi circoli, la redistribuzione della ricchezza ancora lontana così come la valorizzazione dei talenti.

Questi fattori determinano, assieme alla gravità della recessione e di alcune politiche nazionali ed europee, un costante aumento della diseguaglianza, che porta inevitabilmente a disagio e collera sociale, minacciando di diventare cronica con il pericolosissimo rischio di vedere eliminata quella classe media produttiva e creatrice del reale valore aggiunto delle economie.

Risulta pertanto fondamentale arginare questa pandemia già in stadio avanzato che potrebbe sfociare in tensioni e conflitti di classe ed evitare qualsiasi tipo di scontro tra poveri come le contrapposizioni generazionali, che devono essere superate dal concetto di merito, capacità, collaborazione e contaminazione, la messa in competizione tra settore pubblico e privato, tra pensionati e lavoratori e via dicendo.

Se nulla sarà fatto questo divario continuerà ingiustificatamente ed ingiustamente ad aumentare con la conseguente impossibilità di risolvere la crisi.

Alcuni link di interesse che trattano il tema:
Abbassare indice GINI con la meritocrazia e collaborazione generazionale 24/06/2013
Aut-aut discontinuità e cambiamento o democraticamente dalla politica o bruscamente dal disagio sociale 04/12/2013
Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde 26/01/2014
Obama – Italia: problemi simili soluzioni antitetiche 29/01/2014
Bacchettate Europee: una dura sfida 06/03/2014
Italiani comunque felici nonostante la crisi; ma un po’ di sana ambizione in più? 25/03/2013
Convegno “Il capitale sociale: la forza del Paese”. Tre personali punti per far si che l’istruzione valga davvero 28/03/2014
Il capitale sociale punto di ripartenza che necessita dell’impegno di istituzioni pubbliche, aziende private e singoli individui 30/03/2014
La lenta stabilità 14/12/2013
Da Lehman Brothers una nuova consapevolezza 15/09/2013

04/05/2014
Valentino Angeletti
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Per chi ieri ha potuto vedere servizio pubblico … Renzi VS Michele

In riferimento al dibattito tra il Livornese Ingegner Michele e il Fiorentino Matteo Renzi sulle pensioni d’oro, sul contributo di solidarietà e sullo stop alla rivalutazione, andato in onda nell’ ultima parte della puntata di Servizio Pubblico (07/11/13), ci sarebbe una considerazione fondamentale.

Innanzi tutto non possono essere equiparate le pensioni da 3’000 € al mese con quelle da 10’000 € ed oltre.

In secondo luogo i calcoli fatti dall’ Ingegnere saranno sicuramente giusti, non entro nel merito in quanto non competente, ma Michele sosteneva, sciolinando numeri e percentuali, di star percependo (circa 7’000 € al mese) quello che con il metodo contributivo aveva versato durante i suoi quasi 40 anni di vita lavorativa, anzi, a detta, sua la cifra percepita sarebbe anche leggermente in difetto, quindi ritiene ingiusto e vessatorio bloccare le rivalutazione oppure richiedere un contributo di solidarietà a coloro nelle sua stessa situazione. La risposta di Renzi, sensata, è stata che in questo momento tra tutelare Michele e chi è in condizioni simili, è giusto cercare di proteggere coloro che una pensione o uno stipendio non ce l’ha; in fin dei conti con 6’500 € al mese si vive bene lo stesso, cosa non vera con 800, o anche meno, € al mese, ha detto il sindaco.

Fermo restando che il livello pensionistico di Michele, che si prende come esempio, non me ne voglia, rappresentante di una classe di persone nella medesima situazione, sia totalmente legittimo, legale e meritato, il punto da affrontare è che considerando la situazione comatosa in cui sta versando il paese, se ognuno, anche legittimamente difende quanto avuto fino ad ora per proteggere una propria posizione super favorevole nonostante tutto e tutti, la via d’uscita non si trova, si continuerà a fare bei discorsi, campati in aria e mai attuati perché si troverà opposizione per ogni cosa.

Michele ha avuto la possibilità di lavorare come ingegnere, essere responsabile di rami aziendali, arrivare a diventare amministratore delegato, ha versato ed ora riceve quanto ha dato.
Adesso vi sono una platea di ingegneri, specialisti e laureati a spasso, e coloro che lavorano, percependo al massimo 1’500 € puliti al mese, che per vivere autonomamente a Roma o Milano non sono sufficienti, non hanno prospettive pensionistiche consistenti e veritiere, così come le proiezioni sul TFR non sono proprio rosee. Il TFR, dopo la liberalizzazione del settore, in molti casi è stato affidato a fondi pensione privati sui quali è stata aumentata la tassazione e sono state tolte alcune detrazione e che non potrà essere percepito, come avveniva in passato, in unica soluzione ed infine anche la reversibilità dell’eventuale rendita mensile è limitata.

Se non ci si mette in testa di collaborare per ridistribuire ricchezza (vedi articolo: abbassare GINI ), anche con cessione di un poco di privilegi legittimi, a vantaggio dei moltissimi non tutelati come i precari, i NEET, il 40,4% di giovani disoccupati, l’ oltre 12% di disoccupati, dalla crisi non si uscirà, ma aumenteranno disuguaglianza sociale, tensioni, lotte generazionali e via dicendo. A ben vedere questa richiesta di flessibilità è ciò che stiamo chiedendo alla Germania della Merkel.
Lo hanno capito molti industriali importanti che si sono detti favorevoli ad una patrimoniale tarata sulle grandi somme ed immobili perché in un momento simile chi più ha più deve contribuire e di una ripresa l’industria ed il paese nel medio termine beneficerebbe di più rispetto a quanto perderebbe con una patrimoniale intelligentemente progressiva anche tra i grandi patrimoni (Vedi Nota).

Chiaramente coloro che percepiscono privilegi non dovuti, anacronistici, insensati ed eccessivi, così come quelli che evadono ed eludono fisco e contributi devono essere i primi obiettivi da stroncare, ma per equilibrare il paese il sentimento di collaborazione generazionale, solidarietà, quasi carità, per cercare di far si che l’unica prospettiva per la futura classe politica e dirigente non sia l’emigrazione definitiva, deve essere provato ed applicato.

Almeno io, e spero di non essere l’ unico, la vedo così, …. ma forse sono dalla parte sbagliata della barricata.

NOTA: il risparmio privato degli italiani ammonta a circa 6’000 miliardi di €, più o meno 3 volte il debito pubblico e 4 volte il PIL. Il 45% di questa somma, circa 2’700 miliardi, sta nelle mani del 10% più ricco della popolazione, lo 0.1% di 2’700 miliardi sono 2.7 miliardi sufficienti per l’ IMU, l’ 1% di questa somma sono 27 miliardi superiori agli 11.6 allocati nell’ ultima legge di stabilità. Un 1% non intacca il potere economico di ingentissimi patrimoni.

07/11/2013
Valentino Angeletti
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