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Renzi, Landini, gli onesti ed il lavoro… Personalmente lavorerei sui punti comuni piuttosto che sulle ideologie

Lungi dal voler difendere l’una o l’altra posizione e partendo dal presupposto che Landini nella sua prima dichiarazione, secondo la quale le persone oneste (alcune) non voterebbero il PD di Renzi, ha fatto indubbiamente una gaffe di comunicazione, una delle tante che negli ultimi anni sono state compiute da personalità di governo, dirigenti ed alte cariche istituzionali, della quale si è subito scusato, rettificando che il suo riferimento era relativo alle persone, lavoratori dipendenti, pensionati e coloro che il lavoro lo cercano, che pagano regolarmente le tasse e si collocano nella parte onesta del paese le quali non sosterrebbero la politica renziana. Personalmente avevo inteso il senso della prima dichiarazione del sindacalista, ma lo scivolone comunicativo è evidente ed è sempre pericoloso definire a priori, in base ad una certa condizione che peraltro può essere transitoria, l’onestà o meno di una persona che ovviamente come tutti sappiamo è una caratteristica che, alla pari del suo opposto, pervade la società a 360° e meno male che è così.

Quello che però sta sfuggendo di mano, è il fatto che questi scontri tra sindacati, CGIL – Fiom in particolar modo, e Premier, quasi vi fosse un astio personale, non può far altro che appesantire ulteriormente la situazione del nostro paese.

Per quanto possa interessare, ho sempre sostenuto che i sindacati dovessero rinnovarsi abbandonando posizioni di arroccamento a difesa di rendite e posizioni acquisite non più attuali e sostenibili in favore del sostegno di un concetto di lavoro più dinamico e soprattutto andando a tutelare tutta quella platea che di diritti non ne ha neppure uno, dai giovani e giovanissimi che si affacciano ora nel mondo del lavoro, alle persone di mezza età che hanno sempre lavorato con contratti part-time a progetto, di collaborazione o costretti ad avere false partite IVA. Inoltre anche il meccanismo di cassa integrazione è un punto da rivedere ed indirizzare verso una reale riqualificazione del lavoratore da impieghi ormai fuori tempo, come un certo tipo di manifattura “vecchio stampo” e sgominata dalla concorrenza a basso costo dell’est Europa e dell’Asia, verso i settori più innovativi ed attuali che meglio si confanno al modello economico che il nostro paese dovrà per forza di cose seguire se vuole tentare un colpo di reni per uscire dalla stagnazione. In questo periodo di transizione lo Stato dovrà essere presente per sostenere il lavoratore, fornirgli le strutture di riqualificazione ed alla fine del percorso trovargli una occupazione, dopo di che il riqualificato deve poter essere in grado di “spiccare il volo in autonomia con le proprie forze”. Un modello simile è del resto già in vigore in Germania.

Questo concetti pare che siano condivisi sia dal Premier e dal Governo che dagli stessi sindacati; mi chiedo perché allora non si riesca a lavorare assieme sui punti importanti in comune, invece che fossilizzare la discussione su dettami ideologici che infine si trasformano quasi in battibecchi privati. Le accuse del tipo “loro scioperano noi invece le fabbriche e le imprese le apriamo”, mi spiace dirlo, ma sono pure locuzioni figlie del linguaggio dei 140 caratteri, molto impressive, toccanti e che rimangono in mente, ma senza contenuto reale, perché è ovvio che ambedue vogliono che le fabbriche siano aperte, e sperabilmente con le migliori condizioni di lavoro ed opportunità di sviluppo del business possibili.

Il punto, non unico ma emblematico, su cui verte lo scontro è l’Articolo 18 causa di spaccature, oltre che tra Governo e sindacato, anche all’interno dello stesso PD, tanto che molti esponenti non si sono detti disposti a votare la legge così com’è, giudicandola troppo vicina a certi poteri forti (Confindustria) ed alle richieste del centro destra.

Quello che si perde di vista è che effettivamente una parte importante del mondo del lavoro, quelle centinaia di migliaia (milioni in totale) di persone che hanno manifestato e che manifesteranno durate il caldo autunno sindacale, che un tempo trovavano rappresentanza politica nel PD o nei partiti più di centro sinistra/sinistra, al momento non sono rappresentati, ed inutile giraci attorno, se si andasse a votare non saprebbero a chi dare il voto e forse si asterrebbero o si farebbero guidare dal molto comune moto della scelta del “meno peggio”. Ciò a prescindere da chi si sostenga politicamente, è un male per la democrazia, e forse il PD dovrebbe porsi il quesito se lasciare scoperta una fetta così ampia della popolazione è corretto.

Soprattutto però si sta perdendo di vista il fatto che, pur importante, le modifiche delle leggi sul lavoro, non riusciranno da sole, come invece alcuni vorrebbero far credere, attirare capitali ed investimenti. Per assurdo anche il poter licenziare  senza limiti non spinge un investitore a venire in Italia soprattutto per gli allarmi sullo stato economico del paese innalzati nuovamente da Draghi anche per il 2015 quando si registrerà un contesto  molto più stagnate del previsto, per via delle ristrettezze di budget che vincolano e limitano gli interventi di defiscalizzazione, a causa della burocrazia che pur essendo additata come acerrima nemica continua ad opprimere le aziende, ed anche e soprattutto per la giustizia: lenta, incerta ed incomprensibile, giudizi impietosi confermati dalla sentenza sul caso Eternit, scandalosa di per se e pessima propaganda per coloro che volessero investire sul suolo italiano. Aggiungiamo inoltre una incertezza istituzionale che potrebbe degenerare da un giorno all’altro, con un Presidente della Repubblica prossimo al ritiro a vita privata che a sorpresa si reca dal Papa per udienza faccia a faccia non programmata e che non mi allontana dal pensare al retroscena che un Saggio abbia chiesto ad un altro Saggio, uomo del dialogo, consigli su una situazione delicata, spinosa… magari la situazione del paese ed una, lontana ma esistente, possibilità di scioglimento delle Camere? Non lo sapremo mai, la il sospetto come la curiosità sono tanti.

In sintesi, forse sarebbe davvero meglio concentrarsi e lavorare sui punti d’accordo, che tutto sommato sono significativi e numerosi, invece che arroccarsi nuovamente su argomenti puntuali e troppo spesso figli dell’ideologia che offuscano dalla vista delle reali necessità dei cittadini e degli investitori.

LINK:
Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi 03/11/14
I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali? 24/04/14
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo 29/06/13

21/11/2014
Valentino Angeletti
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Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE

La Spending-Review è stata la protagonista del vertice d’urgenza convocato a palazzo Chigi nelle ore scorse. Erano presenti oltre a Renzi e Padoan, ovviamente il commissario Cottarelli, ma anche il Ministro Boschi ed il consigliere economico di Renzi Yoram Gutgeld che sarebbe in lizza per sostituire Cottarelli, di ritorno alla base del FMI a Washington, nella revisione della spesa.

I tagli in analisi ammonterebbero a 20 miliardi in 3 anni (sperando che non si collochino tutti alla fine del terzo anno) da reperirsi tra Ministeri e PA. I 20 mld sono un obiettivo fattibile alla luce dei 720 mld di base di spesa dice Cottarelli, ma in realtà i piani originari avevano previsto tagli per 37 miliardi e per tali ragioni, oltre che a causa delle difficoltà nelle privatizzazioni ex novo di Poste, Enav, Fincantieri, è stato deciso di accelerare la discesa statale di un ulteriore 5% nel capitale di Eni ed Enel.

In particolare 7 mld arriveranno dai Ministeri (convocati in riunione a partire dai prossimi giorni) ai quali è chiesto un piano dettagliato per arrivare ad un risparmio tra il 3 ed il 5%, altrimenti sarà il Governo a decidere per loro. Si tratta di una concessione intelligente che i Ministeri con la massima serietà devono sfruttare, conoscendo sicuramente meglio dove si annidano gli sprechi rispetto ad un intervento centralizzato di certo più orizzontale.  Gli altri 13 mld dovrebbero arrivare dalle PA, inclusa la riduzione, ottimizzazione, privatizzazione delle partecipate pubbliche che dovrebbero passare da 8000 a 2000 consentendo nel breve 0.5 mld di risparmi e 2 mld nel lungo periodo.

In verità il riservatissimo piano Cottarelli e del suo team era pronto da tempo, come lo erano quelli dei suoi predecessori Giarda e Bondi, poi rimasti, alla stregua dei consiglio dei Saggi, incompiuti per l’alternarsi dei Governi e soprattutto per l’incapacità di trovare quella volontà politica necessaria ad adottare misure restrittive su centri di potere, fatto ben più complesso che agire sulla maggioranza dei cittadini impotenti di fronte ad esempio ad un incremento più o meno lineare di tasse o ad un pasticcio immane come quello IMU – TASI (TASI che per 7 famiglie su 10 sarà complessivamente più pensante dell’IMU, ma ovviamente non è opera dei 6-7 mesi di Governo Renzi, ma come altre circostanze, eredità precedente).

Ora la volontà politica va trovata, è, come si usa dire, improrogabile per più di una ragione. Ad una prima lettura potrebbero sembrare i dati economici ad essere i più pressanti per la revisione della spesa, infatti gli ultimi dati non buoni sono relativi alla disoccupazione (che, pur con posti di lavoro in aumento, torna a salire a luglio dello 0.3% raggiungendo il 12.6%, contro l’11.5 della zona UE), il cui incremento ha cessato di rallentare, al debito ed al PIL che il Premier Renzi colloca a zero per il 2014, decimale più decimale meno confermando la previsione di Morgan Stanley che mette in guardia il nostro paese sul perseverare della recessione fin tutto il 2014 (vi sono puoi tutti gli altri dati ripetuti più e più volte che spaziano dai consumi fino alla sofferenza delle imprese); al momento considerando il nuovo modello di calcolo del PIL che inserisce anche le attività illegali, il rispetto del 3% deficit/PIL, seppur risicato, pare in sicurezza.  In realtà è bene ricordare che i proventi della spending review dovranno essere utilizzati per la riduzione del debito e per il taglio delle tasse, non per finanziare vecchie o nuove spese, bonus ed incentivi.

Con la spendig review, oltre ovviamente a razionalizzare spese non sostenibili ed ingiustificate reperendo risorse, è soprattutto l’Europa che si vuole guardare e convincere, infatti Bruxelles usualmente e giustamente è meticolosa nel voler leggere e capire approfonditamente i piani economici, i tagli, le entrate, gli impieghi e le spese (lo farà anche col documento di metà ottobre). Con la revisione della spesa ha fatto (link a fondo pagina), bacchettando che i piani non erano ben chiari, e farà lo stesso. Le aspettative dell’UE rispetto al nostro Governo e rispetto al Premier sono alte, come lo sono quelle dei cittadini e di molti leaders europei ed economici che, pur non negando critiche, hanno tutti appoggiato il piano di riforme di Renzi giungendo però negli ultimi giorni a concludere che oltre alla comunicazione servono a questo punto fatti concreti, tangibili e soprattutto quantificabili, cosa richiesta anche dalla maggioranza dei cittadini che dal “cambiamento” e dal “nuovo verso della politica” del paese si attendono vantaggi rapidi in termini di benessere e qualità della vita ad oggi purtroppo ancora non pervenuti in egual misura rispetto alle aspettative nutrite.

Una buona spending può sicuramente, ancora prima delle riforme che nei prossimi mesi non possono essere altro che impostate poiché il vero blocco sono le plurime letture parlamentari ed i decreti attuativi e ciò è ben noto alla Commissione ed i cui effetti presentano un fisiologico ritardo, giocare a favore della credibilità dell’Italia, da usarsi come leva per ampliare quel termine “flessibilità” che si vorrebbe da Bruxelles e da Berlino limitare ai patti in essere, ma che in tal caso sarebbe insufficiente rispetto a quella realmente necessaria per sboccare una situazione ben più difficile del previsto (sempre a braccetto con una politica monetaria impostata al supporto delle attività produttive, alla stabilità dei prezzi e dunque inflazione al 2% e giusto apprezzamento dell’Euro). L’obiettivo quindi è cercare la credibilità e la fiducia da parte di Europa ed investitori che vogliono certezze ed impegno; in tal senso, pur non essendo l’unico elemento di valutazione, la revisione della spesa in un paese notoriamente sprecone come l’Italia, può avere un ruolo importante. L’obiettivo ultimo (per il quale è necessario il sostanzioso e noto pacchetto di riforme economico-istituzionali) è supportare un una prima fase di aumento dei consumi e di export (che hanno un ruolo complementare alla politica monetaria nel contrastare la deflazione) tramite sgravi fiscali ed immediatamente dopo, grazie al rilancio degli investimenti, bloccare quell’incedere diabolico della disoccupazione. Gli investimenti infatti rimangono un punto dolente visto che il nostro paese non ha ad oggi le condizioni (burocrazie, norme, lentezze, fisco ecc) per attrarre aziende private ben più allettate da altri luoghi benché interessate al nostro, non è in grado di provvedere pubblicamente (come fecero gli USA dopo la grande depressione del 29, quando immense opere come la Hoover Dam finalizzata in 5 anni, furono finanziate e riportarono alla crescita), e le aziende nostrane non sono così forti e patrimonializzate da poter investire su lunghi orizzonti, anzi sono più che altro concentrate a tagliare spese e sprechi (a volte anche personale) per risorse nel breve. Inoltre il sistema di investimenti nostrano è totalmente basato sulle banche che quando chiudono, come in questo momento, i rubinetti del credito creano un blocco decisamente di grande impatto; questo sistema di investimenti eccessivamente basato su istituti di credito è un elemento da superare a livello europeo con vari strumenti che possono essere quotazioni in borsa incentivate, venutre capital privati, mini bond, BEI ecc.

Per tutto ciò però è necessaria una volontà politica che fino ad ora non si è mai manifestata ed anche durante questo esecutivo non pare facile da trovare, ne sono esempio le riforme della magistratura la cui proposta è avversata dall’ANM che la definisce punitiva e del lavoro, a cominciar dall’articolo 18 emblema delle bandiere ideologiche sia a destra che a sinistra, seme della discordia anche tra stessi ministri (Poletti – Guidi), all’interno dello stesso PD, ovviamente tra le differenti forze dell’Esecutivo di coalizione (PD  ed NCD) e tra i contraenti del Nazareno (PD – FI). Per una maggior velocità dell’azione di Governo si rimanda alle riflessioni già fatte ( Link: 06/09/14 Renzi – Cernobbio – Link: 07/05/14 Governo Renzi e compromessi ). Una volontà politica che andrà senza dubbio a penalizzare classi, ceti e tecno-burocrazie molto potenti ed influenti che si opporranno con tutti gli strumenti, e ne hanno molti, soprattutto se, come sovente accade, presentano delle teste di ponte, avamposti tra le file del Governo.

Aprendo una breve parentesi, si fa riferimento ad una volontà politica nostrana che manca invero anche in Europa, come dimostrano le vicende Russe ed in Medio Oriente che stanno ulteriormente screditando la forza, l’autonomia e la capacità decisionale dell’Europa, sempre in bilico tra la necessaria alleanza e supporto agli USA (a prescindere dal tema) e la necessità economica del legame con la Russia (ma anche con la Libia) che forte del suo potere energetico ha svariati strumenti di ricatto per contraccambiare sanzioni sempre molto incerte nell’entrare in vigore (anche le ultime sanzioni economiche contro Mosca, non leggere, sono state sospese per una verifica sul proseguire di una tregua che a ben vedere formalmente non dovrebbe interessare il Cremlino, sussistendo tra Ucraina e separatisti filo-russi). Non è un mistero tra l’altro che l’Uione Europea abbia sempre meno appeal, nel referendum che si terrà a breve sull indipendenza della Scozia dall’UK, gli indipendentisti (i SI) sono in vantaggio (51 a 49), lanciando Londra nella preoccupazione poiché sono scozzesi circa l’ 8% delle entrate fiscali, i l 10% del PIL, tutto il settore Oil&Gas, energetico, estrattivo e cantieristico navale, così da spingere l’UK a proporre più concessioni di autonomia finanziaria e fiscale.

La domanda è quella già fatta: avranno, con tempi già scaduti e risultati finali probabilmente già parzialmente compromessi, l’Italia e L’UE la capacità di raggiungere la volontà e la collaborazione politica necessaria per ottenere gli obiettivi prefissati e probabilmente non graditi a molti, ormai chiari a tutto il mondo senza che sia necessario sentirli ripetuti durante gli ennesimi tavoli e simposi accademici?

Link Spending Review:

08/09/2014
Valentino Angeletti
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Alternativa da 40 miliardi privata e complessa all’intervento sulle pensioni avanzato dal Ministro Poletti e per sostenere la ripartenza immediata

Mancano le risorse, a questo leit motive siamo ormai abituati, stavolta si tratta di circa un miliardo all’anno da destinarsi a stabilizzare la situazione degli esodati e tutte quelle anomalia occorse a valle della riforma Fornero.
L’ipotesi avanzata dal Ministro Poletti, e non nuova al Premier Renzi ed ai suoi consiglieri che la proponevano già in campagna elettorale assieme alla revisione delle pensioni di reversibilità, sarebbe un intervento di prelievo sulle pensioni “più alte”.
Non quelle d’oro alle quali (oltre 90’000 € lordi) il prelievo è già applicato in eredità dai precedenti Governi come ricordato dall’ex Ministro Giovannini, ma a quelle del ceto medio, oggettivamente piuttosto vessato dalla crisi tanto da perdere il proprio status quo di benestante, benché non si debba dimenticare che chi non arriva a fine mese fa parte di un ben più basso ceto sociale.
Le cifre non ufficiali (il Governo ha fatto intendere che la definizione ORO dipende da dove si pone l’asticella, e questa è una scelta prettamente politica) che circolano spaziano da i generici (netti o lordi?) 3’000 € dei giornali più orientati a destra, ai 3’500 € netti e solo nel caso in cui la differenza tra contributi versati con il sistema retributivo e pensione percepita sia “elevata” delle fonti più vicine al PD.
Partendo dal presupposto che nel nostro paese, ove si sta riscontrando un pericoloso incremento del divario tra ricchi e poveri che spacca la società letteralmente in due, un’azione di pesante ridistribuzione della ricchezza è necessaria (Link disuguaglianza sociale: Abbassare l’indice GINI con la meritocrazia e la collaborazione generazionale 24/06/13, Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza? 04/05/14, Censis: i poveri raddoppiano. Per loro solo speranze, poche possibilità nel breve 12/07/14) così come la presa di coscienza da parte di coloro che effettivamente risultano extra-tutelati ed ultra-avvantaggiati avviando una sorta di volontaria cessione di privilegi (in molti casi mai stati sostenibili) per assicurare un futuro alle nuove generazioni, riguardo all’ancora ipotetico provvedimento in questione vi sono molti dubbi.

Sia i partiti più orientati al centro destra, anche di Governo, sia i sindacati, sia innumerevoli esponenti del PD, hanno subito esternato perplessità e dissenso.

La tecnica del taglio dei salari e della tassazione in un momento recessivo non ha evidentemente funzionato né in Europa né in Italia, anzi ha acuito la povertà, il divario sociale e sostenuto la deflazione.

Il fine di questo provvedimento, per quanto sia un problema da risolvere, non è una misura per la crescita, per l’occupazione o per investimenti produttivi ad alto ROE, ma è il “mettere la pezza” ad un pasticcio all’italiana, un reagire e spendere senza ritorno, modalità che non avrebbe mai dovuto essere permessa, e che dovrebbe essere risolta in altro modo a cominciare dalla lotta all’evasione e corruzione per citare due esempi.

Altro elemento da considerare attentamente è che servono nell’immediato risorse non presenti. Tutti i provvedimenti, dalle riforme costituzionali – istituzionali, a quelli teoricamente più rapidi come la spending-review, un rinnovo delle politiche del lavoro e dell’occupazione, il pagamento dei debiti PA, il sostegno al credito, gli investimenti infrastrutturali e tecnologici, i progetti di ricerca, richiedono un fisiologico periodo per portare risultati concreti ed inoltre, come ricordato in più occasioni da Cottarelli, i proventi della revisione alla spesa non dovrebbero essere usati se non per investimenti produttivi (ma tipicamente di medio-lungo periodo) o per il taglio del debito, tuttora in crescita e tendente al 137%.
Come reperire quindi risorse per far ripartire subito l’economia senza attendere il delay temporale delle riforme e tappezzare alcuni buchi incresciosi?

Per prima cosa è necessario che Europa e BCE si mostrino più reattivi e capaci, perché senza un loro pesante intervento l’Unione rischia lo sgretolamento (in ogni caso, anche con un differente approccio economico non verranno giustamente mai consentite spese improduttive). A tal fine quindi il tavolo smentito dal Governo per dialogare con Bruxelles sull’applicazione della flessibilità non sarebbe una vergogna, sarebbe anzi auspicato ed estremamente utile soprattutto quand’anche coinvolgesse profondamente tutta l’Europa e la BCE, e neanche avrebbe motivo di essere così nascosto.

La seconda questione, lato Italia, deve affrontare il bisogno di risorse immediate (si parla di poche settimane). La spending-review rimane il fulcro, perché non possono essere più concessi certi sprechi sulle spalle della collettività, ma da sola potrebbe non bastare, richiedere tempo ed essere già blindata come impiego (debito, investimenti e lavoro). Vale la pena allora considerare un intervento condiviso, discusso ed elaborato assieme al popolo, che a valle del bonus Irpef aveva riacquistato un po’ di fiducia, sentimento iniziale da confermare (Fiducia dei consumatori: “sentiment” che attende di essere confermato 29/04/14), e che ora, con questo sgambetto sulle pensioni, con le clausole di salvaguardia minacciose all’orizzonte, con le accise, i bolli, le tasse SIAE sui dispositivi di memoria e via dicendo, rischia di sparire nuovamente preda dell’incertezza con conseguente, ulteriore, riduzione dei consumi (per quanto possibile).

Si potrebbe allora iniziare a ragionare senza ideologie preconcette sulla patrimoniale, ma con un aspetto di volontarietà. Servirebbero industriali, facoltosi ricchi, super manager e dirigenti, veri capitani coraggiosi (altro che Alitalia), in sostanza il 10% detentore del 50% del patrimonio nazionale (quindi 4’000 degli 8’000 mld € complessivi, ipotizzando 1% di contributo progressivo medio sarebbero 40 mld in poche settimane-mesi), che si proponesse di mettere a disposizione, una tantum, una certa percentuale dei propri averi per ridistribuire ricchezza, e provare a risollevare l’Italia.

Ovviamente e giustamente non possono farlo gratis, ma devono vedere una contropartita vantaggiosa; essa dovrebbe consistere in un piano industriale nazionale, una politica di investimenti, azioni sul mercato del lavoro, sul capitale umano e sulla meritocrazia, meccanismi di sostegno alle imprese ed all’economia, eliminazione della burocrazia, certezza delle norme e della giustizia, assieme ovviamente ad interventi radicali sul fisco. In sostanza dovrebbero avere evidenza di un piano che non sprechi il loro sacrificio in mille rivoli e che smetta di chiedere incessantemente risorse introducendo balzelli che tutto sommato spesso poco si discostano da delle minipatrimoniali con scarso o nullo effetto finale. Al tavolo dovrebbero parteciparvi attivamente gli elargitori e stavolta, essendo stata fino ad oggi incapace, dovrebbe essere la politica a farsi dirigere.
Così facendo se l’economia ripartisse gli stessi “benefattori” ne trarrebbero beneficio per loro e per le loro attività.
Si tratterebbe chiaramente di un fallimento dello stato, che forse è già avvenuto in più di una occasione, a cui porrebbe rimedio il privato; cosa non giusta ma che a questo punto pare inevitabile per innescare quello shock che né istituzioni nazionali, né istituzioni europee ne tanto meno BCE sono stati in grado di dare in tempo utile.
Si tratterebbe di un vero patto da rispettare ed onorare ed occasione per riguadagnare credibilità istituzionale.
Ad ipotesi simili del resto non si sono mostrati avversi alcuni importanti industriali che invece di delocalizzare puntano ancora sul paese, investono e non hanno la minima intenzione di andarsene, pur facendo dell’export la loro principale voce di profitto.
Sarebbe un gesto di redistribuzione volontario non fine a se stesso e per tanto inefficiente, ma studiato in modo da innescare quella ripartenza benefica che ha visto le istituzioni incapaci, lente ed egoiste nella difesa di vecchi baluardi e posizioni ideologiche, partitiche o di rendita.
Una rivoluzione proposta e portata avanti dal basso senza alcuna scusa per non essere implementata visto che sarebbe avanzata seriamente dai diretti interessati.

19/08/2014
Valentino Angeletti
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Un “mood” degli investitori “buoni” molto volatile da consolidare entro settembre

L’Italia è ormai avvezza ad avere occhi attenti puntati addosso, ed in questa situazione di dati macro economici poco confortanti c’è da scommettere che gli sguardi rivolti al nostro paese sono aumentati.

Quelli dell’Europa ci controllano costantemente, monitorano preoccupati con continuità l’andamento del nostro debito, il rapporto deficit PIL, il processo di riforme. Le loro verifiche sono rigorose, nel più consono stile teutonico, non a caso i nostri osservatori più puntigliosi, pignoli, per alcuni odiosamente meticolosi mentre per altri estremamente precisi e concreti, che non ci hanno risparmiato numerose bacchettate, rimproveri, avvertimenti, sono stati Olli Rehn, finnico (a fine pagina alcuni Link),  Jeroen Dijsselbloem, olandese, Van Rompuy, belga e poi i membri dei dicasteri o delle istituzioni economiche tedesche come Schauble, Ministro delle Finanze o Wiedmann, Govenatore della BundesBank; dulcis in fundo, per non farsi mancare proprio nulla, anche il Commissario agli Affari Economici e Monetari UE ad-interim Katainen (dichiarazioni a link a fondo pagina) , forse ereditando il modus operandi dal predecessore col quale condivide la nazionalità, non ha lesinato dichiarazioni, che avrebbe dovuto tacere nel momento in cui le proferì, sulla situazione economica del nostro paese e sulla sua lotta quasi personale all’utilizzo di “escamotage” (non uso casualmente un termine francese) per aggirare i tratti europei alla ricerca di più fantasia finanziaria e libertà nei bilanci. Queste figure istituzionali con le loro squadre di tecnici, ed in tal caso un simile atteggiamento non è da mettere sotto processo, non si accontentano promesse, idee, stime immaginifiche, ma vogliono dati certi, calcoli e modelli matematici, programmi chiari che presentino azioni e conseguenze in modo dettagliato, non sono soddisfatti da una bozza generica di spending review, ma vogliono i dettagli, esigono chiarimenti sul gettito per singola voce e soprattutto chiedono con insistenza di definire precisamente l’allocazione delle risorse reperite; analogamente per ogni capitolo di spesa richiedono la provenienza delle relative coperture, così come per ogni nuovo introito statale la destinazione dell’extra gettito. Come dire, tutte queste attenzioni sono il prezzo da pagare per alcuni parametri (debito) ed alcune situazioni (occupazione-fisco) decisamente negative quasi fuori controllo derivate da decenni di incapacità nel gestirle e nel porvi rimedio e per la poca stima nei nostri confronti dovuta all’immobilismo, alla gestione di grandi opere e progetti e ad anni di estrema semplicità nel promettere seguita da parimenti facilità nel disattendere.

A ciò ci eravamo ormai abituati, anche se in tanti non senza risentimento, ma ora altri occhi, che per la verità non hanno mai smesso di osservaci, forse anche in modo più direttamente interessato, approfondito ed inclusivo dei precedenti, si stanno palesando.

Mi riferisco a quelli degli investitori internazionali. Investitori industriali ed investitori finanziari, ma non speculativi, bensì quelli buoni, intenzionati a fare investimenti di lungo termine nel paese. L’attenzione di costoro, i quali nei mesi estivi sogliono rivedere le strategie per l’autunno e l’inverno a venire e che ora si trovano un panorama particolare con tante buone opportunità fuori dall’Europa, riguarda sostanzialmente due sfere, adesso molto più intrecciate dal punto di vista di un investitore che un tempo quando spesso utilizzate a pacere per giustificare determinati movimenti:

  • L’economia.
  • La Politica.

Sul lato economico quello che osservano sono ovviamente tutti i dati, nostro malgrado non confortanti, che abbiamo imparato bene a conoscere, il PIL, l’occupazione, il debito, il deficit, il rapporto deficit/PIL, fin qui nulla di nuovo. Ora però, un altro elemento subentra, ed è quello della difficoltà con cui il nostro paese sarà in grado di ripagare il debito contratto nell’anno d’oro, 2011, dello spread ad oltre 500 (venne toccato quasi il 7% di interesse). Il prossimo anno inizieranno le prime scadenze dei titoli di stato 2011 che difficilmente avranno possibilità di essere nuovamente sottoscritti, come invece accade sovente con titoli di stato dai rendimenti inferiori, questa circostanza secondo alcune stime potrebbe costare fino a 200 miliardi di €.

In questa fase storica stiamo poi assistendo ad un intreccio tra politica ed economia senza precedenti. Le attenzioni sono indirizzate ai patti ed ai trattati europei, poiché risulta evidente che stando così le cose per l’Italia è impossibile rispettare i trattati in vigore nei tempi e nelle modalità sottoscritte a meno di non raggiungere un valore di crescita del PIL costantemente nell’intorno 2.6-3% chiaramente impossibile nel breve-medio periodo. La questione europea e dei trattati da rivedere potrebbe indirizzare le scelte degli investitori. Più ancora però, alla luce della grande fiducia e stima riposta nel Premier Renzi e nei suoi ambiziosi piani che in campo finanziario è per tutti transeunta e rapidamente variabile, è la capacità di eseguire riforme che influenzino la sfera economica in modo rapido ed incisivo. Si attenzionano dunque le riforme sia istituzionali, ma quelle che consentono di giungere ad avere una normativa ed una legislazione stabili e durature, un sistema fiscale più snello e non così penalizzante rispetto ad altri stati europei, un abbattimento drastico della burocrazia, una certezza della pena, una chiarezza nella definizione degli interlocutori e degli uffici competenti per una azienda che volesse investire in Italia, che ovviamente quelle economiche, ossia la riduzione del cuneo fiscale, dell’IRAP, le politiche per facilitare l’occupazione, il sostegno ad investimenti ed innovazione con conseguente incremento di competitività e maggior creazione di valore aggiunto, lo sblocco del credito, la revisione di alcuni meccanismi come la cassa integrazione, una maggiore vicinanza tra scuola ed impresa, più rapidità nell’abbattimento del digital divide così da consentire l’accesso immediato a tutte le imprese alla banda ultra larga ed a prezzi competitivi, un sistema di tassazione sulle rendite chiaro e stabile, lotta a corruzione ed evasione e per finire un costo dell’energia inferiore.

Purtroppo agli investitori buoni non troppo importa, contrariamente all’Europa ed alla cittadini interessati alla governabilità del paese, della riforma del Senato, della legge elettorale, delle unioni civili ecc, o meglio sono collocate ad un livello di priorità inferiore. A ben pensarci andrebbero oggettivamente lavorate in parallelo alle misure economiche e non in serie, ma purtroppo esse  risultano così impegnative, delicate e motivo di conflitto serrato da richiedere molti sforzi ed energie da parte del Governo, inevitabilmente sottratte ai temi europei, dove il semestre italiano è letto dagli investitori come un’ulteriore opportunità per il nostro paese di dettare le priorità alla Commissione, ed a quelli economici.

Va sottolineato che le riforme sono la motivazione per la quale lo Spread Spagnolo si è costantemente mantenuto inferiore a quello italiano, nonostante conti, dati di bilancio ed occupazione peggiori, attestandosi attualmente circa 20 pti più in basso rispetto al differenziale italiano.

In tal contesto di alta euforia tra gli investitori, i quali continuano a considerare interessante l’Italia che offre un favorevole rapporto rischio-profitto, ogni settimana di qui a settembre è preziosa per conquistare un piazzamento nei loro portafogli o piani industriali, perché cicli di fiducia così positivi non durano in eterno ed in genere sono seguiti da pesanti storni. Come si può vedere in figura siamo proprio in uno di quei momenti critici  in cui approfittare dell’euforia e della voglia d’acquisto che potrebbe ridursi a stretto giro, magari seguendo la riduzione di QE imposta dal tepring della FED.

 

Di opportunità in passato ne abbiamo avute molte e mai capitalizzate a dovere, è assolutamente necessario impegnarsi affinché questa non vada a rimpinguare il novero delle precedenti.

Link Olli Rehn:
Bacchettate Europee: una dura sfida 06/03/14
IMU, Europa e riduzione del debito tra privatizzazioni e spending-review 22/11/13
Comprensibili e giustificate ingerenze europee 18/09/13
L’imperitura scure del 3%, ed un futuro basato su Europa e persone 13/09/13
Asmussen (ECB) e Rehn (Commissario EU affari economici) un po’ ovvi??? 08/05/13
Olli Rehn da Bruxelles, nessuna bocciatura per l’Italia 02/06/14
I dati della celeberrima Spending Review tardano, il finnico Rehn reclama 15/02/14

Link Katainen: Finnico Katainen dalle tradizionali consuetudini 20/07/14

02/08/2014
Valentino Angeletti
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Lucchini, Alitalia e la grande industria

Con la firma dell’accordo di programma siglato tra Governo e regione Toscana che prevede lo stanziamento complessivo di 250 milioni di € per la riqualificazione del polo siderurgico ha inizio il processo di spegnimento dell’altoforno della Lucchini di Piombino. L’intesa, finanziata per 100 milioni di € dal Governo e per i restanti 150 dalla Ragione, comprende l’inizio il primo maggio degli ammortizzatori sociali per un ammontare complessivo di 4000 lavoratori che si ripartiscono in contratti di solidarietà per i lavoratori dell’acciaieria e cassa integrazione, ordinaria o in deroga, per quelli dell’indotto; il Ministero della Difesa avrebbe inoltre assicurato l’utilizzo della struttura per lo smantellamento di 30 navi da guerra in una prima fase, per poi ampliarsi includendo anche imbarcazioni civili.

Questa situazione che si protrae da anni si inserisce nel contesto di crisi industriale italiano, certificato dai dati Unioncamere sulle imprese fallite nel primo trimestre 2014 che crescono del 22% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente attestandosi alla drammatica cifra di 40 al giorno (3600 nell’intero trimestre), e ne rappresenta al contempo una differente sfaccettatura.

Mentre per le imprese tipicamente artigiane ed a conduzione famigliare le più grandi difficoltà sono rappresentate dalla difficoltà di accesso al credito, dalla burocrazia, dai debiti contratti dalle PA nei loro confronti, dal prezzo dell’energia e dall’eccessivo livello di tassazione, assieme al drastico calo dei consumi, per il colosso siderurgico uno dei problemi principali è stata una gestione non lungimirante e che non ha saputo cogliere i segnali di un settore, quello siderurgico, nel quale i paesi industrializzati non possono più competere sul costo del prodotto. I paesi emergenti, dove la manodopera costa oltre un ordine di grandezza in meno rispetto ai paesi industrializzati sono competitivamente avvantaggiati, non dovendo oltretutto sottostare a vincoli ambientali e di sicurezza sul lavoro (elementi di grandi impatto nella siderurgia, settore industriale ad alto rischio).

Il risultato nel perseguire questa competizione impari è quasi scontato, ossia le aziende dei paesi maturi, come appunto la Lucchini, tentano di abbassare i prezzi agendo sul costo del lavoro, attingendo a contratti di solidarietà, risparmiando su adeguamenti tecnologici per la salvaguardia dell’ambiente e della sicurezza dei lavoratori, tagliando totalmente la ricerca e l’innovazione, ma nonostante tutto ciò non riuscendo ugualmente a produrre un prodotto in competizione con quello dei paesi emergenti ed alimentando per giunta un meccanismo che porta al calo dei consumi ed in ultima istanza alla deflazione.

Se, come ha sostenuto il Governatore Enrico Rossi, a Piombino si tornerà a produrre acciaio e fare siderurgia sostenibile, allora è imprescindibile puntare a differenti modelli produttivi cercando di orientarsi verso la qualità ed il valore aggiunto, investendo in ricerca ed innovazione e creando prodotti di nicchia e costosi. Ad esempio il passaggio dagli altoforni a coke ai forni elettrici consentirebbe di produrre acciai speciali utilizzati ad esempio nei settore dell’avio spazio, della difesa, dell’automotive e della cantieristica navale ed edilizia rivolgendosi ad una clientela disposta a pagare l’altissima qualità di cui a bisogno. Questo processo di rinnovamento implica un maggior utilizzo della tecnologia e probabilmente un minor uso di manodopera che dovrà essere più specializzata e qualificata quindi non è oggettivamente pensabile il totale reimpiego dell’indotto che comunque nella fase di riqualificazione dei siti potrebbe trovare nuova occupazione.

Quella del rinnovo dei processi e dei metodi e modelli lavorativi è un argomento che tocca un’altra annosa crisi: l’Alitalia. Al momento l’unico serio acquirente interessato risulta Etihad, un partner forte e che consentirebbe il potenziamento di promettenti rotte verso il medio ed estremo oriente. Ovviamente però, alla luce della situazione della compagnia aerea di bandiera, e poiché Etihad sa di essere l’unico ad avere serie intenzioni nell’affare, le condizioni avanzate per portare a termine l’acquisto sono stringenti. Del resto non è pensabile che un investitore totalmente privato come Etihad si accolli anche tutti gli sprechi e le inefficienze gestionali, di processo, finanziarie e tecniche che nel caso Alitalia, pur essendo divenuta la compagnia un soggetto privato, sono rimaste a carico del pubblico rappresentando un pessimo case sudy di privatizzazione. Etihad cercherà fin dall’inizio di adeguare il più possibile Alitalia ai propri standard che fino a prova contraria il mercato ed i risultati della compagnia araba hanno comprovato. Se linee paragonabili a quelli coperte da Alitalia con un certo numero di dipendenti sono coperte da Etihad con un numero di dipendenti inferiore senza lesinare su stipendi e diritti dei lavoratori, qualità del servizio e standard di sicurezza è lampante che cercherà di includere nell’affare solo quel numero di dipendenti.

Analogamente per gli oneri finanziari e per l’organizzazione degli hub internazionali, di norma uno in ogni paese e raggiungibile con collegamenti ad alta velocità, tranne che in italia (ed in Germania, ma il paragone al momento non regge) dove gli hub sono due, non serviti da alta velocità ed uno dei quali, Malpensa, per giunta non facilmente raggiungibile dai principali centri industriali  finanziari italiani neppure con mezzi “standard”. Alla fine quindi pur cercando di mediare fino in fondo, a spuntarla, qualora la trattativa non venisse sospesa, sarà probabilmente Etihad.

Questi due esempi sono la testimonianza di come la grande industria italiana (contrariamente a tante realtà piccole e PMI) non sia all’altezza di paesi paragonabili, come la Francia, la Germania o la Spagna (senza volerci spingere troppo lontano) e come l’annosa assenza di piani e politiche industriali chiare, cattivi esempi di finte privatizzazioni, inadeguati investimenti in innovazione e tecnologia necessari per mantenere la competitività e la qualità dei prodotti e servizi abbiano portato alcuni campioni industriali ad un punto tale da non riuscire più a sostenersi autonomamente, non poter contare in toto sullo Stato preso da limitatissime possibilità di spesa e quindi doversi affidare ad investitori stranieri, che se ben intenzionati nel lungo termine possono risolvere situazioni quasi compromesse, ma quando c’è una preda alle stretta possono essere estremamente ed incolpevolmente violenti.

Il rilancio dell’industria, dei campioni nazionali rimasti, siano essi privati, pubblici o misti, della sostenibilità e della qualità, la conversione a modelli innovativi e tecnologici che creano indotto e filiere produttive ad alto valore aggiunto, sono elementi fondamentali per la ripresa di un modello produttivo virtuoso e competitivo nel lungo termine, che Governo ed il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) in particolare, devono affrontare nell’immediato con grande rapidità.

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25/04/2014
Valentino Angeletti
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La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici

Non serve approfondire ulteriormente la desolazione che i dati sul lavoro in Italia conferiscono al lettore, bastano i crudi numeri, 13% di senza lavoro che salgono al 42,3% nella fascia di età tra 15 e 24 anni, 3,3 milioni di persone in cerca di occupazione ed incapaci di trovarla, il dato è il peggiore dal 1977, ma solo perché da quell’anno iniziano le rilevazioni ISTAT, in realtà è stato stimato che per avere un valore simile si debba tornare agli anni 50.
Da Londra Renzi, dove è in visita presso istituzioni ed investitori e dove ha raccolto anche la stima di Cameron, non ha potuto soprassedere la notizia tanto da spostare il discorso ed i contenuti delle interviste dal piano di riforme proprio verso il lavoro ed il Jobs Act.
Il provvedimento “Jumpstart Our Business Startup” si propone di rendere il mondo del lavoro più flessibile, meno soggetto alla burocrazia, le assunzioni più semplici e meno onerose tramite sgravi per le imprese, di eliminare i vincoli per il rinnovo dei contratti in modo da avere continuità nella permanenza in azienda, di inserire nuove forme di apprendistato, il tutto per far fronte ad un ormai innegabile cambiamento che si è consolidato e che richiede ai lavoratori di adattarsi, di essere propensi alla riqualificazione ed al reimpiego, di essere sempre pronti ad imparare ed a cambiare attività assecondando un mondo in inarrestabile evoluzione; stessa flessibilità andrà richiesta alle aziende, alle associazioni datoriali e sindacali in modo che più della difesa degli interessi si impegnino per una collaborazione produttiva. Lavoratori (e sindacati) ed aziende non dovrebbero essere nemici, ma parte di un medesimo ingranaggio dal cui funzionamento dipende il benessere ed il prosperare di entrambi.

La flessibilità è il modello seguito nella dinamica Gran Bretagna, dove il problema dell’occupazione non sussiste, anzi spesso vi è carenza di personale, perché però la flessibilità non si trasformi in elemento ricattatorio o abusato è necessario, come accade in UK ove sono stati fatti tagli importanti nel settore pubblico impattando minimamente sui lavoratori, che l’economia sia dinamica, crei costantemente nuove opportunità di impiego, offra adeguati strumenti formativi e di riqualificazione supportati dal contributo dello Stato e rispondenti alle reali esigenze di mercato abbandonando il concetto di ammortizzatore sociale statico e neutrale, offra adeguate retribuzioni, corretti avanzamenti di carriera e prospettive e sia necessariamente basato sul merito e sulle capacità.

La dinamicità economica e quindi la creazione di posti di lavoro, come abbiamo ripetuto più volte in questa sede, non si possono creare per decreto, che pure può essere un acceleratore, ma necessitano di condizioni specifiche. Nel caso italiano ad ostacolare il nascite di opportunità lavorative è la scarsissima domanda ed il calo dei consumi che hanno ridotto le produzioni e quindi la necessità di manodopera (senza differenze particolari tra per operai, impiegati e quadri).
Le azioni volte a sostenere il mercato del lavoro devono essere concentrate sulla ripartenza dei consumi e delle produzioni.
Si deve cercare di incrementare la quota dell’export, grazie al quale molte aziende sono sopravvissute o neppure hanno sentito la crisi, ampliandola a quei settori ancora chiusi, con una filiera distributiva ridotta e bassa visibilità oltre confine, che indubbiamente sono molti nel nostro paese; si deve cercare di incrementare il potere d’acquisto agendo sulla riduzione delle tasse, sul cuneo fiscale e sgravando, come detto precedentemente le imprese, ma questo punto è estremamente complesso poiché servirebbe un incremento netto dei salari di almeno un 15% affinché si possano avere effetti realmente benefici sui consumi e come sappiamo il reperimento di risorse nelle condizioni in cui si trova l’Italia e con i vincoli europei in essere è estremamente complesso, inoltre i tagli della spesa dovranno essere concentrati principalmente sulla riduzione del debito piuttosto che su quella delle tasse; devono essere destinate risorse agli investimenti produttivi, ad infrastrutture grandi e piccole, principalmente cantierabili nell’immediato, allo sviluppo di poli e distretti tecnologici nei campi più innovativi ed attrattivi anche per i capitali esteri (energie rinnovabili, sostenibilità ambientale, efficienza e risparmio energetico, energia, riqualificazione di territori e scuole, turismo, edilizia eco-compatibile, tecnologie industriali avanzate, tecnologie anti inquinamento, telecomunicazioni ed ICT, internet ed e-commerce/business), a tal scopo la possibilità di avere più tempo per rispettare in vincoli europei, che rimarrebbero immutati, (eventualità sostenuta da tempo in questa sede) avanzata velatamente all’Econfin dal Ministro Padoan, è un’ipotesi da far valutare all’EU che continua a rammentarci di proseguire con il risanamento e con la disciplina di bilancio; si deve incrementare l‘apertura a partnership ed investimenti stranieri, anche in settori totalmente o parzialmente pubblici qualora per assenza di risorse lo Stato non sia capace investire e di ingrandire i propri campioni industriali; infine, assecondando quanto già sottolineato più volte nei precedenti pezzi in questo blog, sufficienti risorse devono essere destinate ad innovazione, R&D, utilizzo intelligente in azienda delle nuove tecnologie, perché non è affatto vero che le nuove tecnologie sostituiscono il lavoratore, ma semplicemente creano la necessità di persone con competenze differenti per un loro ottimale utilizzo ed ancor prima per il loro sviluppo e produzione.
Le aziende che hanno saputo mantenere alto i livelli di innovazione e spesa in R&D sono quelle che hanno anche resistito alla crisi e questo è stato un punto che al convegno “Il Capitale Umano” di Bari ha messo d’accordo il Governatore di Bankitalia Visco, i Sindacati e Confindustria.

Oltre alle indispensabili modifiche normative che devono essere apportate al mondo del lavoro è dunque assolutamente necessario intervenire rapidamente a sostegno dell’economia in modo che, già a partire dal breve termine ma con prospettiva più lungimirante, vi sia un contesto di dinamicità ove poter applicare, valutare ed eventualmente revisionare la nuova regolamentazione; in caso contrario l’obiettivo del 10% di disoccupazione fissato dal Premier Renzi per il 2018 sarà difficilmente raggiungibile.

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01/04/2014
Valentino Angeletti
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Banca del popolo cinese: perché sceglie l’Italia, perché Eni ed Enel?

Nei giorni scorsi la Consob ha diramato la comunicazione che la banca popolare cinese è entrata in Enel ed Eni con una quota attorno a 2.1%.
Il 2% è una soglia importante perché il suo superamento impone la trasparente comunicazione alle autorità di vigilanza, la Consob appunto. Ciò fa pensare che abbiano voluto lanciare il segnale che l’operazione non è meramente finanziaria, ma segue un preciso piano industriale; difficilmente i cinesi si muovono senza strategie.
È stato stimato che il governo cinese ha 300 bil $ cash disponibili per essere investiti principalmente in Europa, consolidando i settori oggetto delle loro mire espansionistiche cioè eEnergy&Utility, Oil&Gas (in concorrenza con la Russia tramite Gazprom e Rosneft), minerario e terre rare, terreni agricoli (land grabbing in Africa).
L’Italia ha sofferto molto la crisi, l’economia e la borsa sono calate in modo importante, ma quest’ultima pare aver imboccato un trend rialzista ed avere ancora buoni margini di crescita con molti titoli che quotano ancora a sconto; l’economia invece dà qualche segno positivo, benché flebile, ma con ampi margini in caso di ripresa. Ciò assieme a titoli di stato ai minimi, alla centralità (è al terzo posto nell’area Eu) dell’economia italiana in Europa ed al processo riformatore in atto sia in Italia che probabilmente in Europa possono essere stati valutati dai cinesi come segnali promettenti nel medio-lungo periodo.
Venendo alla scelta delle aziende, innanzi tutto si tratta di due multinazionali integrate, tecnologicamente all’avanguardia, innovative, con knowhow d’eccellenza, operanti nel settore Energy ed Oil&Gas, di importanza strategica in Cina e nel mondo. Eni ed Enel offrono ottimi dividendi, hanno garantito decine di miliardi allo stato negli ultimi anni, ed Enel ha in programma di innalzare il payout al 50% nel 2015 ed al 60% in prospettiva (se le congiunture macro non peggioreranno già dal 2016), target che la banca popolare cinese ritiene raggiungibile. Infine i piani industriali presentati le settimane scorse sono stati apprezzati da tutti i brokers finanziari, sembrerebbe che anche gli investitori cinesi ritengano le strategie e le prospettive di crescita delle due multinazionali molto promettenti e capaci di creare valore.
Per una volta interpretiamo questo segnale positivamente lavorando affinché il Pease ed i nostri campioni industriali attirino altri capitali.

01/04/2014

Valentino Angeletti

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La solita calda accoglienza della Merkel

Attenzione, l’accoglienza della Merkel a Renzi ha seguito lo stesso protocollo gioviale di quella per Monti e Letta, ulteriormente addolcita dalla campagna elettorale per le Europee.
Dal canto nostro non è stato chiesto nulla di scabroso, ma per un primo incontro è corretto così, per ora non sarebbe stato diplomatico osare di più. Insomma per capire se l’atteggiamento tedesco sia mutato o meno dovremo attendere almeno la posizione tedesca sull’unione bancaria, fino ad ora osteggata, e le misure che attueranno per rilanciare i consumi interni e bilanciare il surplus commerciale oltre il 6%, e sul fronte degli industriali, per l’Italia rappresentati da Squinzi di Confindustria, Conti di Enel, Greco di Generali, Aleotti di Menarini, comprendere quanto i tedeschi faranno sinergie con altri stati per raggiungere l’obiettivo del 20% del PIL EU dal settore industria al 2020.
Renzi dovrà invece stringersi con Schulz, facendolo la sua testa di ponte in Germania, il PSE europeo, la Francia e la Spagna e, pur assicurando e dimostrando di saper fare riforme (lavoro, riduzione debito e pagamento debiti PA in primis) ed abbattere poderosamente la spesa pubblica, non potrà limitarsi a rivendicare così poco, dovrebbe pretendere una reale applicazione della golden rule su investimenti produttivi di medio periodo, innovazione tecnologica, ricerca e tutte quelle attività che a fronte di un investimento iniziale non trascurabile garantiscono rientro ed aumento del PIL nel medio periodo. Il premier dovrebbe essere disposto subire controlli regolari su questi investimenti poiché la nostra fama nel portare a termine opere ed innovazione nel settore pubblico in modo ottimale non è delle migliori.
Vedremo se tutto ciò si realizzerà e se verrà imboccta la via per creare la vera Europa di tutti.

183\2014
Valentino Angeletti

Report preparatorio ad evento Cybersecurity Energia 2014

Link a report Cybersecurity Energia 2014, da sito Industria Energia

Dowload: Relazione-Cyber-Security-Energia-28-2-2014-DEFINITIVA
(Sommario mio intervento da pagina 17).

Il report è il risultato di un Workshop preparatorio, organizzato da EnergiaMedia, Worl Energy Council (WEC), Anie Energia, in vista dell’evento “Cybersecurity Energia 2014” che si terrà prossimamente ove saranno coinvolti entità ministeriali, aziende ascrivibili alle infrastrutture critiche (in particolare settore energy, servizi e TLC), e fornitori di apparati e tecnologie.
L’obiettivo è portare all’attenzione il tema della Cybersecurity nel mondo Energy al giusto livello governativo poiché in Italia, contrariamente a quanto accade in Europa ed in particolare in USA, Russia e Cina (dove probabilmente sono molto più avanti di quanto si pensi), l’argomento non gode della giusta attenzione.

Nella fattispecie questo esecutivo dovrebbe instaurare segreterie e commissioni permanenti che lavorino a stretto contatto con la Commissione Europea. L’argomento, in un mondo sempre più connesso, necessità di sforzi congiunti e collaborazione. Oltre all’istituzione di commissioni nazionali, ancor prima sarebbe bene che venissero definiti chiaramente ruoli, responsabilità e compiti così come un ministero di riferimento che poi lavorerà in stretta sinergia con gli altri dicasteri. Seguendo quanto accade in Europa ed USA si potrebbe pensare, sempre presupponendo una modalità operativa altamente trasversale, al ministero dello sviluppo economico (che ha delega anche su nuove tecnologie, TLC ed energia, o a quello della difesa.

Con il piano di sicurezza cibernetica, la creazione di un CERT nazionale e l’agenda digitale il governo Monti prima e Letta poi hanno gettato primordiali basi verso una strategia che dovrà diventare integrata ed organizzata e che è compito dell’esecutivo Renzi, sempre attento al tema delle nuove tecnologie e di internet, portare avanti ed ottimizzare.

Il rischio che si corre è quello di trovarsi di fronte ad un gap incolmabile su un tema che già ora costa svariati miliardi l’anno in termini di perdite e competitività e che allo stato attuale fluttua pericolosamente nell’ombra tra mancanza di organizzazione e competenze, sia nel settore pubblico che privato, e ritrosia nel denunciare episodi subiti.

Inutile dire che Renzi ed il suo staff dovranno essere in grado di creare “competence center” di estremo valore attingendo alle migliori risorse di ogni livello sociale e dovranno coinvolgere permanentemente, e a livello nazionale e a quello europeo, aziende ed entità interessate che sono esse stesse stakeholder assieme a tutto il sistema paese.

16/03/2014
Valentino Angeletti
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Il valore non aggiunto

Sono stati mappati in modo abbastanza chiaro alcuni problemi relativi al lavoro, all’innovazione, all’efficienza dei processi e della burocrazia che limitano la competitività dell’industria e del nostro paese tutto.

Spesso vengono denunciati gli obblighi burocratici, che comportano l’impiego di un numero di giorni molto superiore alla media europea per sbrigarne le pratiche, le normative non chiare né stabili, l’assenza di adeguata efficienza ed innovazione nei materiali utilizzati, nelle tecnologie, nell’ICT, nell’automazione, nei processi produttivi e nella supply chain, il “digital divide”, ma anche la poca istruzione e cultura informatica applicata sia al privato sia al business che invece le aziende estere posseggono e del quale non possono più fare a meno per consolidare ed espandere il proprio fatturato e la propria visibilità, il costo dell’energia, ma anche l’assenteismo, la poca dedizione di alcuni lavoratori, l’eccessiva tutela degli stessi lavoratori che si siano comportati palesemente in modo non etico o corretto nei confronti del datore; viceversa alcuna aziende non mettono a disposizione adeguati mezzi ed adeguati piani di formazione e sviluppo affinché i propri dipendenti “performino” nel migliore dei modi ed esprimano tutto il loro potenziale. Il sistema scolastico, formativo ed universitario poi pare totalmente distaccato dai bisogni delle aziende. Negli ultimi anni l’accesso al credito è divenuto quasi proibitivo, mentre la tassazione è aumentata raggiungendo i massimi in Europa.

Come al solito non è bene fare di tutta l’erba un fascio, ma non v’è dubbio che quelli menzionati sopra siano alcuni fattori realmente impedienti.

Tutto ciò contribuisce in modo sostanziale a rendere la produzione italiana una di quelle a più basso valore aggiunto d’Europa. Nel nostro paese il valore aggiunto di un prodotto persa per il 126% circa, contro il 200% della Romania.
Se questo dato viene inserito in un sistema industriale ove vi sono alcune eccellenze che hanno produzioni a valore aggiunto altissimo, come l’industria di precisione ad elevato contenuto tecnologico, la biomedica, la meccanica di nicchia (per fare alcune menzioni: Ferrari, Brembo, moda, lusso, oreficeria, alimentare ecc), ma anche le start-up innovative, si evince che la moltitudine di aziende “normali” crei valore aggiunto ancora inferiore rispetto al dato medio.

Non è più possibile pertanto pensare di difendere un sistema “fuori mercato” e da tempo non più competitivo che evidentemente ha vissuto fin troppo compromettendo la competitività del paese e contribuendo a diffondere una certa mentalità statica e poco avvezza alla flessibilità ed al recepimento di nuove sfide.

Questo processo urgente di cambiamento e riconversione va intrapreso immediatamente ed in modo deciso con il supporto di sindacati, industriali, persone e soprattutto della politica e delle istituzioni che di lavoro da sbrigare ne avrebbero ben donde, ma che non trovano mai il momento giusto per affrontarlo.

Si concludano dunque gli ultimi iter governativi per quelle riforme certamente importanti, come la legge elettorale, che però sarà probabilmente ostaggio dell’abolizione del bicameralismo perfetto e della discussione sulla dimensione dei collegi e delle liste, si cambi conformazione di governo se necessario, ma poi si inizi davvero a supportare il paese, perché, praticamente in tutti i settori, ne ha dannato bisogno.

11/02/2014
Valentino Angeletti
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