Archivi tag: Inflazione

Dati ISTAT in leggero miglioramento, ma piedi per terra, rimangono ancora asfittici

Parrebbero stavolta più confortanti i dati diramati dall’Istat, ma Lucrezia Reichlin, intervistata da Repubblica, frena gli entusiasmi (un Renzian-Gufo anche lei visto che sembrava dovesse essere in lizza per il Ministero dell’Economia?):
“La ripresa c’è, ma è ancora troppo debole, non sufficiente. È una condizione quasi fisiologica dopo 4 anni recessione. Inoltre è principalmente trainata dall’export”.

Aggiungiamo anche che alcune condizioni macroeconomiche come i QE ritardatari di Draghi e la guerra sui prezzi del greggio che ne hanno affossato i prezzi sono partecipi all’alleggerimento della deflazione, all’abbassamento sotto quota 100 degli spread ed al rallentamento della dinamica ribassista sul PIL.
Gioire per una previsione del PIL a +0.1% mi ricorda molto una storica puntata dei Simpson dove Homer aveva investito in azioni e sentendo le Breaking-News, alla notizia che i suoi titoli avevano messo a segno un +3.1% egli esultò entusiasmato saltando sul divano, salvo poi la precisazione del giornalista:
“Dopo un crollo del 99%”.
A quel punto la reazione di Homer fu:
“Dho!!!!”.
Ecco, anche noi, cercando di mantenere speranza, ottimismo e propensione ad altro sacrificio, non dovremmo evitare il “Dho!!!” che, pensando a quanto in basso il vortice economico degli ultimi anni ci ha trascinato, riporta alla realtà. Una realtà dura, ma che per essere risolta va affrontata “hic et nunc”.

Per qualche ora possiamo anche consolarci, effettivamente la recessione pare tecnicamente conclusa, secondo l’Istat il PIL relativo al Q1 2015 segnerà +0.1% e l’inflazione è passata da -0.6% di gennaio a -0.2% a febbraio; i prezzi dunque sono in aumento, in particolare quelli degli ortaggi, ma anche dei trasporti, ed i beni energetici hanno rallentato la loro tendenza al ribasso; adesso è indispensabile che seguano questa lieve risalita anche i salari ed il potere d’acquisto dei consumatori. Anche la fiducia di imprese e dei privati in generale, complice la positiva elezione nel nuovo presidente Mattarella che con le sue uscite in Aereo di linea, in Freccia Rossa o a piedi sembrano segnare una discontinuità (chissà quanto appositamente studiata) con tutto ciò che è identificato come “casta” e dal quale la politica non riesce a staccarsi, è lievemente in aumento, tranne che nel settore edile, primo a risentire della crisi ed ultimo ad uscirne.

Come ricordato realisticamente dall’economista delle London Business School la situazione è ancora delicata, fragile e difficile. Se abbiamo buona memoria proprio questi aggettivi sono quelli usualmente usati da Draghi e Visco per apostrofare la situazione Europea e, più nello specifico, italiana. Ciò è legato a livello nazionale principalmente alle riforme (sulla burocrazia, sulla giustizia, sulla certezza normativa, sul fisco, sul lavoro ecc) ancora lontane da portare effetti incisivi e ad un panorama internazionale tesissimo dove l’Europa si mostra impotente ed incapace di risolvere situazioni di estrema complessità ma che la vedono coinvolta direttamente.

Negli USA il PIL del Q4 2014 è stato ritoccato al ribasso al +2.2% dal +2.6% precedente, comunque migliore rispetto alle stime degli analisti del +2%. È segno evidente di una economia, principalmente grazie agli investimenti ed alla politica economica espansiva la quale ha consentito una ripresa decisissima dei consumi interni (+4.2% ultimo dato), in grado di resiste agli scossoni del panorama internazionale difficilissimo che invece l’Europa nel complesso (e l’Italia in particolare) stenta ad affrontare efficacemente ed anzi subisce impotentemente.

In sostanza, come realizzò Homer con il suo mitico “Dho!!!” prendiamo questi dati per quelli che sono: fragili, asfittici ed ancora poco significanti. È vero che potrebbero mostrare l’inizio ancora stagnante di una lenta inversione di tendenza, ma molto probabilmente subiranno nuovi peggioramenti e poi miglioramenti e di nuovo peggioramenti come in un tracciato sismico. Non ci si può illudere, ma si deve lavorare. Non si deve infondere falso ottimismo e false aspettative ad esempio dicendo che già ora si vedono gli effetti delle riforme, ancora non è così, è troppo presto, sicuramente i risultati verranno, ma è ancora prematuro illudersi. Il Ministro Poletti in persona, asserendo che è ancora prematuro lasciarsi trasportare dagli entusiasmi, ha ridimensionato i giubili di vittoria del Premier Renzi riguardo alle assunzioni di 1000 unità a Melfi negli stabilimenti FCA (che in USA è il marchio auto più difettoso, si legge su Il Fatto Quotidiano di oggi). Già troppo l’asticella è stata innalzata e le aspettative tradite. Quindi, come si è detto tante volte in questa sede, manteniamo la consapevolezza di una difficoltà immane da affrontare e da risolvere solo ed esclusivamente pagando il pegno di tanti sacrifici ancora che si spera anche la politica vorrà affrontare. Sfruttiamo senza sprecare le congiunture propizie che pure sono presenti in un momento storico estremamente delicato e difficile come quello in corso, in sostanza remiamo verso l’obiettivo comune in sincronia consapevoli che si può raggiungere solo ed esclusivamente se tutti, mettendo da parte le prese di posizioni e gli arroccamenti ideologici e partitici, miriamo alla stessa meta aprendoci al dialogo, al confronto ed alla contaminazione intellettuale interpartitica che se portata avanti in modo sano e trasparente non può far altro che facilitare la scalata verso l’irta vetta.

28/02/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Annunci

Non solo Draghi e BCE dietro il crollo delle borse, ma pesano Francia e frammentazione europea

Giornata di crollo delle borse, con Piazza Affari come sovente capita in queste circostanze maglia nera, perdendo sul campo il 3.92%, FTSE All-Share sotto i 20’000 punti e Spread a 142 pti.
In Europa (indice Stoxx600 dei principali listini) la perdita ammonta a circa 222 miliardi di €.
I numeri italiani non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli dei mesi più bui della crisi e sappiamo anche come i mercati siano decisamente volatili e speculino su queste circostanze, ma la debacle finanziaria c’è stata. Il motivo principale che la maggior parte degli analisti ritiene aver scatenato le vendite sarebbe stato il discorso di Mario Draghi da Napoli.
Sicuramente la strategia della BCE è una causa importante, ma non è affatto l’unica perché la situazione tende a complicarsi sempre di più.

Dalla bocca di Draghi non sono uscite quelle parole che fino ad ora, pur rimandando o ritardando quasi costantemente interventi potenti di politica monetaria nonostante i dati economici, hanno saputo tranquillizzare e sospingere i mercati. La BCE ha confermato il suo programma di acquisto di ABS e Covered Bond ed ha mantenuto il costo del denaro al tasso minimo di 0.05%. Innanzi tutto è mancato il dettaglio temporale delle misure di acquisto, infatti la comunicazione si è limitata ad ipotizzare metà ottobre come data di inizio. Secondo elemento di dubbio è relativo all’ammontare complessivo. L’istituto di Francoforte suppone 1’000 miliardi, ma al momento sono solo teorici anche perché il mercato dei Covered Bond è relativamente limitato. Altro punto è che non si conosce l’ammontare delle cartolarizzazioni che le banche emetteranno quindi un’ulteriore variabile incerta che non piace ai mercati. La precedente prima emissione di T-LTRO ha raccolto meno richieste del previsto, le banche quindi hanno distribuito meno denaro soprattutto per gli imminenti stress-test UE e per la richiesta di credito in diminuzione (dovuta principalmente alla continua negazione dello stesso). Infine il trasferimento del rischio finanziario, causa della crisi del 2007, da Banche private ad un organo centrale come la BCE può lasciare spazio a dubbi. È vero che i titoli acquistati dalla BCE sono garantiti, gli ABS ad esempio son di livello “senior” o “mezzanino”, i Covered Bond acquistabili invece hanno rating fino a BBB- (non proprio alto) e possono provenire anche da pesi come Grecia e Cipro (e, volendo utilizzare tale misura, non sarebbe corretto ed equilibrato il contrario).
Nonostante il momento di urgenza quindi la BCE ha nuovamente tergiversato, non menzionando affatto QE tramite acquisto diretto di titoli di stato sovrani in modalità FED (la quale continua col tapering e che in linea teorica potrebbe spostare flussi di capitali dagli USA all’Europa se la politica monetaria ed il processo riformatore agissero in modo espansivo), limitandosi a ribadire ciò che era già noto e rimarcando la propria disponibilità ad utilizzare misure non convenzionali, un bazooka più grosso, nel caso il periodo di bassa inflazione continuasse. In Realtà il periodo di bassa inflazione, attualmente allo 0.3% contro un target del 2% e con molti stati tra cui l’Italia (-0.1%) già in deflazione, è lungamente consolidato e la discesa inflazionistica non tende a smorzarsi. In aggiunta a ciò i dati macroeconomici continuano a peggiorare, gli investimenti pubblici e privati non ripartono ed anche la stessa BCE, oltre a ribadire correttamente la necessità di riforme importanti, ha definito più volte il periodo come fragile ed incerto proprio per via della stessa inflazione e delle tensioni geopolitiche che pure non accennato a diminuire (sono ripresi i bombardamenti su Donetsk, Mosca ha limitato la presenza di entità straniere nei media locali al 20% ed iniziato a censurare e controllare il web con lo scopo di ostacolare lo spionaggio della CIA).
Non si capisce quindi la frase della BCE:
“nel caso in cui la tendenza alla bassa inflazioni si protragga ulteriormente …”
è una affermazione già verificata, ed in questo momento in cui lo stesso Draghi intima rapidità ed urgenza d’azione ai governi sarebbe il caso di mettere in campo tutti gli strumenti possibili. A ben vedere però la motivazione che ha sempre rallentato e ritardato l’operato della BCE potrebbe essere allocata nella Germania, totalmente avversa (Schaeuble e Weidmann sono stati chiarissimi in merito) ad ogni politica monetaria espansiva e ad ogni flessibilità dei patti europei, che tra l’altro risulta essere la maggior azionista della stessa BCE. Draghi quindi si è sempre trovato imbrigliato pur alla guida di un Istituto formalmente neutrale.

Come fanno notare da Francoforte però il calo dei mercati era già iniziato prima del discorso di Draghi (a parte la solita fuga di notizie che si ha prima delle parole ufficiali che sempre esiste) ci sono altri elementi che minano la fiducia dei mercati. Nella fattispecie le dichiarazioni del ministro francese Sapin di non rispettare il vincolo del 3% sul rapporto deficit/pil portandosi quest’anno al 4.3-4.4% con rientro al di sotto del 3% (2.8% stimato) solo nel 2017. Il debito francese inoltre arriverà a toccare nel 2016 il picco del 98% del PIL per poi scendere. Questo atteggiamento di rottura unilaterale nei confronti dei patti europei e delle linee guida EU e tedesche può essere visto come conseguenza, oltre che della necessità (condivisa) di reperire risorse per investimenti, delle proteste sociali che stanno coinvolgendo il paese e dell’successo del partito anti-EU FN della Le Pen che è la prima forza nel paese.
I mercati, al di là del singolo caso francese comunque grave, possono leggere l’evento come un precedente per altri stati a cominciare dall’Italia, nonostante le smentite londinesi del Premier Renzi che, pur rispettando le decisioni francesi considerandole assolutamente nelle corde di uno stato autonomo e nazionale (non condanna quindi in alcun modo lo sforamento, anzi dice che è nelle possibilità degli stati togliendo in modo esplicito autorità a quanto prescritto dall’Europa), conferma che l’Italia non andrà oltre il 3%, rispettando vincoli (benché solo parzialmente in quanto il rapporto avrebbe dovuto attestarsi al 2.6-2.7% e sarebbe stato più alto del 3% senza il ricalcolo del PIL introdotto da Eurostat).

La vicenda francese non è stata indolore per il venturo Commissario UE agli affari economici e monetari, il francese Moscovici, che è visto con sospetto da Bruxelles e Berlino proprio per la sua nazionalità che potrebbe portalo a difendere gli interessi transalpini. La Merkel e Katainen hanno subito precisato che non avrà in alcun modo potere decisionale in temi economici e monetari considerando il nuovo potente ruolo dei VP che nel caso in questione è ricoperto dal rigorista Donbrovsky. Il VP sorveglierà e nel caso rettificherà l’operato del Commissario economico. Questa situazione mette addirittura in discussione la posizione stessa di Moscovici che potrebbe non superare il voto dell’Europarlamento.

Tali tensioni ovviamente pongono a rischio la credibilità dell’istituzione europea e mostrano quanto le dichiarazioni pre-elettorali della ricerca del perduto spirito europeo dei patriarchi lasciando l’austerità per un approccio più umano e rivolto ai popoli siano deboli e fatte senza convinzione se si tratta di mettere sul piatto interessi particolari. Evidentemente perseverando in questo egoismo l’Europa e gli stati membri avranno ben poche possibilità di risollevarsi e competere a livello globale ed anche la Germania, benché più lentamente, si indebolirà come del resto alcuni dati già iniziano a mostrare. Senza volontà comune e strategia condivisa per la crescita non si può pensare di superare la peggior crisi forse di tutti i tempi.

Analoga frammentazione vi è in Italia, dove i dibattiti sull’articolo 18 e sulla riforma del lavoro lasceranno tracce e non sembrano di facile soluzione, nonostante il tema sia di fondamentale importanza (non tanto il singolo articolo, ma la riforma complessiva) e monitorato da UE ed investitori.
La “buffa” vicenda delle elezioni della consulta mostrano poi come i centri di potere quando vedono minati propri interessi e privilegi siano ancora forti, tanto da aver portato a ben 16 votazioni senza esito positivo pur con il patto del Nazareno ancora in essere e non curandosi né dei moniti di Napolitano né dell’evidente necessità di liberare i lavori parlamentari da questo impegno.
Allo “sbocca Italia” che avrebbe dovuto agevolare il ritorno di quegli investimenti che nel nostro paese latitano non trovando le condizioni per essere redditizi, sono stati presentati circa 2000 emendamenti.
Infine pare che i proventi della spending review, elemento fondamentale da presentare in Europa, che ad un certo punto sembrava la soluzione di tutti i mali, che gli investitori vogliono vedere portato a compimento seriamente poiché gli sprechi enormi sono segno di un paese inefficiente e corrotto se si considerano le spese in certe opere pubbliche e che deve proseguire anche solo per semplice rispetto dei contribuenti, siano molto inferiori ai 15-16 miliardi previsti per il 2015: si fermerebbero infatti a 5 miliardi.

Logicamente, applicando una analisi un po’ più approfondita rispetto alle parole proferite da Draghi e dalla BCE, risulta complesso chiedere ai mercati, che si muovono rapidamente inseguendo certezza e flussi di capitali, ed agli investitori, che cercano stabilità, poca burocrazia e leggi certe, di credere in una Europa decisamente ancora frammentata, senza una linea guida politica ed economica ben definita quasi che fosse incapace di leggere il contesto che accompagna questo ciclo storico caratterizzato per giunta da alte tensioni geo-politiche ed interessanti opportunità altrove.

02/10/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Cinque analisi su alcuni fatti economico-politici salienti della settimana:

Imperversa la deflazione 13/08/14:
Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande

Riforme italiane, la lesson learnt spagnola ed allerta Moody’s 11/08/14:
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere

Discorso non innovativo e pungente di Draghi, ma con una BCE cronicamente troppo attendista 08/08/14:
La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota

Pil a -0.2% con le aspettative che erano altissime 06/08/14:
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto?

Scontro Renzi-Sangalli 80€ 06/08/14:
Rezi-Sangalli: 80€ utili? Certo, ma il contorno non va

13/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande

In Italia 10 città (Torino, Firenze, Roma, Trieste, Verona, Livorno) sono in deflazione, il dato nazionale annuale attesta l’inflazione a +0.1%, al quale contribuisce il calo degli energetici e quello dei beni alimentari come frutta (-10.1%), verdura (-8.8%) e cibi proteici che tra l’altro denotano una mutata e spesso malsana deriva forzata dalla ristrettezze economiche delle usanze alimentari degli italiani con possibili conseguenze sulla salute ed a tendere sul sistema sanitario nazionale.

Inflazione italia per regione luglio da Istat

 

 

Di norma studi dimostrano che se le abitudini alimentari non vengono ripristinate nel breve col passare del tempo esse si consolidando quand’anche le motivazioni che hanno portato al nuovo regime non sussistessero più.
Il calo degli energetici non è del tutto negativo, ma, sostiene l’economista Giulio Sapelli (in tal caso da tempo, ancor prima di Renzi, autodefinitosi Gufo), a causa del fatto che rispetto all’Europa il loro prezzo in Italia è maggiore per l’iper-regolamentazione dell’Authority, esso indica che in realtà il dato deflattivo italiano sarebbe ben peggiore se fosse epurato dal sovra-costo rispetto all’Europa degli energetici stessi.

Relativa agli acquisti, o meglio ai non acquisiti, è invece la preoccupante deflazione sui beni di consumo che deriva non da una sana competizione di libero mercato stimolata da ferventi consumi e dal mercato esterno ed interno, bensì dal drastico calo del potere d’acquisto dovuto alle problematiche che tutti conosciamo e che abbiamo discusso innumerevoli volte (riduzione dei salari e del potere d’acquisto, calo del lavoro per i liberi professionisti, artigiani e commercianti, disoccupazione, perdita del lavoro, ammortizzatori sociali, imprese in difficoltà che chiudono, incertezza sul futuro, impossibilità di accedere al credito, pressione fiscale stabilmente ai vertici mondiali).

La tendenza deflattiva aleggia in tutta Europa ed ha già raggiunto: Bulgaria (-2%), Grecia, (-1,5%), Cipro (-0,9%), Portogallo (-0,4%), Svezia (-0,4%), Slovacchia (-0,2%), Spagna (-0,2%) e Croazia (-0,1%) mentre galleggiano sul filo assieme all’Italia: Danimarca e Ungheria (0,2%) e Paesi Bassi (0,1%). Anche Francia e Germania ne sentono il rischio ed a livello europeo il dato si attesta allo 0.5%, notevolmente distante dal target della BCE nell’intorno sinistro del 2%.

Molto si è già scritto sulla deflazione (si riportano alcuni link a piè pagina) tanto che riparlarne porterebbe sicuramente a ripetizioni tautologiche. Rimane però la domanda di fondo:

perché l’Europa non ha attuato strategie, politiche e meccanismi di supporto ai consumi, o che consentissero agli Stati membri di supportare i propri consumi ed esportazioni, quindi abbandonando l’austerità ed il rigore di bilancio totale e ferreo quantomeno nel periodo di recessione?
Si potrà dire che la Germania o gli stati nordici hanno fatto pressione affinché non avvenisse, senza tenere in conto che (e qui lo si è ribadito svariate volte) alla lunga avrebbero risentito inevitabilmente della debolezza del continente, cosa che si sta manifestando anche in terra tedesca, rischiando così di avvitare ulteriormente la condizione generale europea che perderebbe quella locomotiva la quale nella sua colpevole tendenza particolaristica foriera di squilibri transnazionali è comunque riuscita a guidare il continente. La speranza è che questa situazione funga immediatamente da monito per la stessa Germania, per la Merkel, per Schauble e Weidmann.
Ancora, perché la BCE, pur avvertita dall’FMI, pur colma di grandi economisti, visionari e strateghi, pur con l’esempio USA, UK e Giapponese (che ha visto un brusco rallentamento del PIL, -1.7%, ma che in questa fase la politica monetaria dovrebbe essere sostituita dai primi effetti delle riforme e degli investimenti pubblici) non ha agito prima e più efficacemente per arginare la deflazione e rendere i prezzi stabili, obiettivo che tra l’altro rientra nel proprio mandato, consentendo al continente ed ai singoli stati membri di essere più competitivi?

Link su inflazione-deflazione:
Electrolux: sintomo primordiale di deflazione 28/01/14
La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile…. 01/04/14
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Eclatanti misure della ECB: da ipotesi a fatti 04/04/14
Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM? 08/04/14
Merkel in Grecia, Lagarde a Washington, ed una strategia politico-economico-monetaria contro la stagnazione 12/04/14
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva? 29/04/14
Draghi: a giugno misure non convenzionali (forse), ma l’Italia non dovrebbe tardare il pareggio di bilancio. Che Europa si vuole? 09/05/14
La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota 08/08/14

12/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota

“L’Europa sta vivendo uno scenario incerto e di debolezza principalmente dovuto al rischio geo-politico che monitoriamo costantemente e del quale in questa sede siamo seriamente preoccupati. A risultare più pericolosa per l’Eurozona è la tensione con la Russia a causa dalla quale si temono ripercussioni sul mercato energetico che potrebbero portare ad un incremento dei prezzi e ridurre la capacità di approvvigionamento di certi stati.

Riguardo alle figure economiche dell’Italia esse sono rese così negative dal comprovato bassissimo livello di investimenti privati dovuto fondamentalmente all’incertezza sulle riforme, alla giustizia ed alla burocrazia. Stati che hanno portato a compimento alcune importanti riforme hanno visto miglioramenti sensibili delle proprie condizioni macro economiche. L’Italia dunque si impegni nel portare a termine quelle riforme che abbiano impatto strutturale sull’economia, ancor prima che quelle istituzionali, che agiscano sul fisco e sul mercato del lavoro in modo da tornare attraente per i capitali privati.

Inoltre dovrà essere accettato di cedere in tema di riforme strutturale sovranità all’Europa”.

A parlare non è stato un rappresentate, funzionario o commissario della Comunità europea, bensì il Governatore della BCE Mario Draghi nel suo discorso a valle della riunione con il board dell’istituto di Francoforte.

Ovviamente Draghi ha parlato anche della politica monetaria questa volta senza scaldare gli animi e senza gli effetti pirotecnici che di norma i suoi annunci causano ai mercati. Ha mantenuto i tassi invariati a 0.15%, ha confermato i target inflattivi di medio periodo della BCE prossimi al 2% sostenendo che lo scenario di breve presenta e presenterà ancora una inflazione molto bassa, ma nel medio termine l’obiettivo rimane prossimo, ma inferiore, al 2% pertanto si prevedono periodi prolungati di costo del denaro basso. Proprio il basso costo del denaro, secondo il Governatore, non rappresenta un ostacolo agli investimenti in Italia, che, riagganciandoci a quanto detto sopra, deve lavorare sulle riforme strutturali economiche. Il Governatore ha poi ribadito, come al solito, la totale disponibilità della BCE ha mettere in campo misure straordinarie non convenzionali (TLTRO sono previsti per settembre stando a quanto dichiarato nei mesi scorsi, ma misure non convenzionali erano già attese per il giugno passato), incluso l’ABS (Asset Baked Securities, che prevede l’acquisto dalle banche di titoli cartoralizzati).

I mercati non hanno reagito bene e le borse hanno riscontrato un sensibile calo. Evidentemente il rischio geopolitico ed il monito sulle riforme che allo stato attuale non soddisfano il Governatore, hanno inciso più che l’annuncio, ormai consueto, di un possibile utilizzo di strumenti non convenzionali. La due giorni con l’accoppiata dato del PIL Italiano del secondo trimestre al -0.2% e discorso di Draghi, è costata a Piazza Affari 9 miliardi di € in capitalizzazione e lo spread ha toccato i 180 pti, complice anche un abbassamento del tasso dei bund.

Prescindendo dal giudizio se simili indicazioni possano essere impartite ai singoli stati dalla BCE che come mandato ha quello della stabilità dei prezzi e di mantenere bassa l’inflazione, vi sono alcuni aspetti interessanti da analizzare.

Il Premier Renzi ha letto il messaggio della BCE come una conferma della correttezza dei suoi programmi, ossia andare avanti con le riforme. Dal discorso del Governatore però emerge chiaramente che ciò che è stato fatto in Italia fino ad ora non è sufficiente (ma Renzi in tre mesi non poteva risolvere la situazione) e soprattutto che per Draghi le riforme da perseguire con la massima urgenza sono quelle strutturali con rilevante impatto economico tale da attrarre investitori: fisco, flessibilità del mercato del lavoro, burocrazia, giustizia. Non vi è nel novero ad esempio la riforma del Senato la cui prima lettura sarà presentata venerdì 8 ed alla quale ne dovranno seguire altre tre identiche, senza alcuna modifica, affinché la riforma divenga effettiva, in termini di tempo si parla di circa un anno per completare l’iter parlamentare. Il monito quindi può essere letto come un’esortazione nel proseguire le riforme, ma anche l’indicazione severa di spostare immediatamente la priorità verso l’economia.

Significativa risulta anche l’intimazione dei singoli stati a lasciare parte della sovranità in tema di riforme all’Europa. Il fatto è positivo ed esorta la stessa Bruxelles e la nuova Commissione a porsi l’obiettivo di un’Unione più cooperativa, sinergica, coesa nella quale si condividano rischi e benefici. Questa affermazione la vorrei leggere come una non troppo indiretta frecciata alla Germania che ha sempre osteggiato, proteggendo la propria posizione dominante di stato forte e virtuoso (ma anche in un certo senso egoista) relativamente immune (o meglio ultimo a risentirne) dalla crisi. Draghi ha menzionato la sovranità rispetto alle riforme strutturali in tema economico, ma una simile cessione e condivisione del rischio potrebbe e dovrebbe, se l’intenzione è quella di creare una entità europea unita e forte senza anelli deboli che vadano a minare la stabilità di tutto il continente, avvenire anche per quel che concerne un allineamento dei rischi e delle garanzie sui debiti sovrani, anche perché per stati come l’Italia o la Grecia e non solo, il rispetto del fiscal compact europeo non è sostenibile nei modi e nei termini definiti, a maggior ragione in uno scenario congiunturale di debolezza ed instabilità anche geopolitica che si protrarrà ancora a lungo. Il concetto di bond europeo sembra vincente, è stato più volte proposto in questa sede, ed ancor prima ne parlarono Prodi e Tremonti. Ovviamente, come accaduto per il processo di unificazione bancaria e per la regolamentazione dei fallimenti controllati degli istituti di credito con vari soggetti che vanno a condividere il rischio il quale dunque viene formalmente spezzettato rispetto al totale supporto statale, la Germania ha sempre osteggiato duramente questa possibilità proprio per proteggere la solidità del proprio rischio sovrano, proseguendo la tutela di quei particolarismi locali e nazionali che in una struttura forte e coesa, con interessi e valori comuni dovrebbe cadere.

La ricetta di Draghi, azzeccata, non è nulla di nuovo (è sostanzialmente quello che già si riportava qui ed in articoli precedenti), anzi ormai da tempo la si propone come soluzione; sul lato della politica monetaria invece, anche alla luce del susseguirsi degli eventi, della spirale inflattiva, della estrema forza dell’Euro e delle tensioni geopolitiche, la BCE pare troppo conservativa e statica. Già il FMI proprio per bocca della Governatrice Lagarde aveva intimato, suscitando reazioni stizzite da Francoforte che si vide invaso il proprio campo d’azione, che sarebbe stata preferibile una politica monetaria più aggressiva ed ulteriormente accomodante. Un processo che, come quello della FED o della BoJ, fosse in grado di alimentare direttamente le imprese in modo che potessero investire in attività produttive ad alto ROE e valore aggiunto seguendo esattamente l’esempio degli USA e del Giappone. Le misure utilizzate fino ad oggi sono state ridimensionate dall’intermediario bancario che ha innegabilmente portato avanti i propri interessi di profitto. Misure straordinarie e non convenzionali erano state annunciate per giugno, potrebbero essere implementate in settembre, ma ancora non sono state messe in campo. Esse potrebbero anche non essere così efficaci come si pensa (non credo) e quindi dovrebbero essere modificate richiedendo ulteriori raffinamenti in un contesto di massima urgenza. Ovviamente un processo di iniezione o QE può fungere da shock immediato di breve termine che deve essere seguito dalla raccolta dei risultati di medio-lungo periodo forniti dal processo di riforme economiche strutturali e dal piano di sviluppo e crescita che ogni paese avrebbe dovuto mettere in campo.
A parte la soddisfazione di poter dire che i paesi che hanno fatto riforme economiche, come la Spagna o gli UK, hanno visto migliorare i loro conti ed hanno riconquistato la fiducia degli investitori, la situazione macroeconomica generale continua ad avvitarsi, i consumi interni sono diffusamente in calo ed anche l’export dei due campioni manifatturieri, Italia e Germania, ha subito un calo; la crisi russa potrebbe costare lo 0.4% di PIL Europeo ed un costo dell’energia più alto senza considerare, viste le tensioni in Medio Oriente, il rischio di approvvigionamento di energia primaria; l’inflazione continua ad essere decisamente bassa circa 0.5% le ultime rilevazioni, ben lontane dal target del 2%, la deflazione ha colpito più di un’area del continente Europeo. A ciò si aggiungono le contro-sanzioni imposte da Mosca che bloccano l’importazione di alcuni prodotti alimentari (per l’Italia il costo annuale stimato oscilla tra 800 e 1000 milioni di €) e la possibilità di interdizione dello spazio di volo russo alle compagnie aeree statunitensi ed europee potrebbe rappresentare un ulteriore problema.

Alla luce di ciò ci si continua a chiedere se non fosse stato il caso di agire già tempo fa; ed ora, viste le difficoltà dell’export, i blocchi russi di alcune importazioni, la forze dell’Euro, se non fosse stato il caso di operare in modo da indebolire leggermente la moneta europea per facilitare le sportazioni.

Draghi ha menzionato il tempo e la rapidità come fattore chiave, ricalcando quanto detto da Padoan nel giorno della comunicazione del PIL italiano, ma pare che per la BCE questa fretta non valga, nonostante la natura delle misure che ha nelle proprie corde consenta un’immediata reazione economica.
Va senz’altro ribadito che una misura tipo QE diretto (o con vincoli per le banche alla distribuzione alle imprese ed all’economia reale) alle PMI non è la panacea di tutti i mali, ma serve che gli stati e l’Europa abbiano definito ed implementato strategie di sviluppo, investimento e crescita, riforme strutturale e piani industriali validi. In sostanza i soldi possono arrivare, ma vanno fatti fruttare ed investiti in modo produttivo, sintetizzando vanno saputi utilizzare (cosa che effettivamente l’Italia non sempre ha fatto nel migliore dei modi).

Politica monetaria
Monito del FMI. Adesso non ci sono davvero più alibi per perseverare ulteriormente … ma lo sapevamo già 21/06/14
Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM? 08/04/14
Eclatanti misure della ECB: da ipotesi a fatti 04/04/14
Draghi, unione bancaria ed un sistema finanziario troppo shadow 19/10/13

Deflazione
La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile…01/04/2014
Electrolux: sintomo primordiale di deflazione 28/11/14
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva? 29/04/14

07/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Due interpretazioni delle elezioni europee

I risultati delle elezioni europee sono ormai definitivi.

Essi, se considerati dal punto di vista italiano, si prestano a due chiavi di lettura, la prima interna al nostro paese, la seconda di più ampia visuale che abbraccia tutto il continente.

Nel nostro pese abbiamo assistito innanzi tutto al confermarsi della bassa affluenza che non ha superato il 60% (tra il 57 ed il 58%) confermando le attese, ma superando di gran lunga la media degli altri stati europei. Passando ai risultati invece si conferma, con un risultato percentuale decisamente storico ed inaspettato (il 30% era il risultato più ottimistico a cui è mai stato fatto riferimento), il PD ed in particolare Matteo Renzi, che, nonostante non abbia voluto inserire il nome nel simbolo, è de facto la figura di riferimento sul quale il votante nel segreto dell’urna ha apposto la croce. Il M5S è rimasto staccato di circa 20 pti percentuali e, pur rimanendo la seconda forza incontrastata, ha perso 5 punti dalle scorse elezioni nazionali incassando una sconfitta rispetto all’obiettivo di vittoria, possibilmente plebiscitaria. Nei prossimi mesi vedremo se vi sarà un rimpasto di Governo, delle nuove elezioni (interessante ipotesi per il Premier e per portare a termine in toto i propri piani) oppure se rimarrà tutto come adesso e come la natura delle europee lascerebbe pensare, anche perché nessun membro dell’esecutivo sarà disposto a cedere il passo a seguito di queste elezioni che tecnicamente non hanno influenza sugli esecutivi nazionali. A Renzi adesso il compito fondamentale di fortificare la fiducia ricevuta andando ad attuare rapidamente ed in modo incisivo il processo riformatore e di cambiamento fino ad oggi solo abbozzato e per mille ragioni contingenti ritardato e modificato più volte in corso d’opera. La sfida per il nostro paese risulta importante e decisiva, anche in ottica della presidenza italiana del semestre Europeo.

Lato Grillo e M5S evidentemente il loro approccio di non voler scendere a compromessi su alcun tema e con nessun interlocutore gli ha fatto dilapidare un patrimonio elettorale, e sopratutto di speranza di cambiamento e rottura, inestimabile;  l’elettorato pare gli abbia parzialmente tolto la fiducia avendo visto nel movimento una forza unicamente distruttiva e mai costruttiva né propositiva. Il concetto, più volte espresso dal leader penta-stellato, di andare al governo con il 100% è innanzi tutto impraticabile ed in secondo luogo fa presagire un approccio quasi dittatoriale che, complici anche i toni molto coloriti ridimensionati solo nell’intervista a Porta a Porta, può aver spaventato coloro che votarono M5S senza esserne convinti sostenitori ma perché pareva una forza nuova ed in grado di rompere col sistema a patto però di saper lavorare trattando e negoziando al suo interno, capacità che non hanno avuto, ed è una grossa colpa per tutti coloro che pretendono di fare politica.

Passando all’aspetto europeo avanzano i movimenti anti europeisti o euro scettici, anche con connotazioni naziste e xenofobe come nei casi di Ungheria, Austria, Danimarca. In Francia FN di Le Pen è il primo partito ed in UK si è perso il bipolarismo storico tra Labour e Tory e lo scettro di primo partito e passato all’ UKIP, indipendentisti che sostengono l’abbandono totale dell’Europa nonché un referendum per l’indipendenza scozzese (storico bacino dei laburisti). In Grecia vince la sinistra di Tsipras, ma contrariamente all’ostilità nei confronti dell’Europa dei partiti di destra, l’idea di Syriza è quella di una Europa più forte e più vicina ai cittadini, con meno disuguaglianze e più solidarietà tra gli Stati (macro linee non dissimili a quelle del PSE e formalmente del PPE).

Anche in tal caso è evidente che tutti i partiti filo europei che andranno a comporre il nuovo parlamento (in cui il primo partito dovrebbe essere il PPE con Junker probabile presidente della Commissione) a cominciare da PPE e PSE (che in totale si aggiudicheranno circa 400 parlamentari su 751, quindi non una maggioranza esagerata), passando ad ALDE ed anche a lista Tsypras, dovranno collaborare per portare avanti e realizzare quei punti che si sono mostrati evidentemente lacunosi nel processo di costruzione di questa Europa ancora ben poco unita. A convincersene  dovrà essere soprattutto la Germania dove la CDU, in calo, rimane il primo partito con SPD secondo in risalita (fortunatamente si tratta delle due forze europeiste). Magari a far da ambasciatore sarà Schulz, spiegando che in Germania è necessario cedere un poco di sovranità nazionale fungendo nei momenti di difficoltà da vera locomotiva dell’Unione. Il pericolo del sentimento anti europeo e la chiusura nei propri nazionalismi, deleteri per la competitività ed il benessere del continente europeo, sono tutt’altro che scongiurati, anzi ne escono rafforzati.

Nel processo di riforma europeo dovrà entrare anche la ECB di Draghi, mostratasi,  in questa ultima fase di crisi, lenta e poco incisiva nell’agire, focalizzandosi solamente sull’effetto annuncio gestito magistralmente, ma che si esaurisce nel giro di qualche giorno, al più settimana. Questa settimana si terrà un simposio in Portogallo  dei banchieri centrali dove parleranno di tassi e di come combattere la bassa inflazione (ora ben sotto il target del 2%; verrebbe da dire che tempismo questi banchieri..). Pare che la ECB dal 5 giugno sia disposta a mettere in campo misure eccezionali, forse tassi negativi, forse prestiti a banche con vincolo di fare credito alle imprese o direttamente alle imprese stessa (ipotesi che si è più volte ribadita).

In Italia l’errore in cui non incappare è quello di esasperare il risultato delle europee con una connotazione esclusivamente nazionale, perdendo di vista lo stampo europeo e tutto il lavoro che, parallelamente alle riforme nazionali, tra Bruxelles e Strasburgo deve essere fatto.

Link su inflazione:

 

26/05/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Merkel in Grecia, Lagarde a Washington, ed una strategia politico-economico-monetaria contro la stagnazione

Si è conclusa poche ore fa la visita del Cancelliere Merkel in Grecia. La prima impressione è stata di una Angela molto “accomodante”, come si usa dire per la politica monetaria, e comprensiva nei confronti del popolo greco che non ha fatto mancare manifestazioni di protesta più o meno violente in varie parti della capitale, culminate con l’ordigno piazzato a scopo dimostrativo nei presse della sede della Banca di Grecia.

La Merkel si è detta vicina al popolo greco che ha dovuto accollarsi pesanti sacrifici, in particolare a tutti coloro che hanno perso il lavoro. Ha poi rimarcato come il governo di Antonis Samaras abbia attuato diligentemente i piani di rigore dei conti e dei bilanci portando gli indicatori a migliorare più di quanto si aspettassero. In sostanza la via imboccata è corretta e dovrà portare a lavorare sulla riduzione del debito. Ad Atene ha anche incontrato una delegazione di giovani imprenditori con i quali si è confrontata su svariati temi ed ha assicurato che essi verranno supportati nel rilancio della competitività del paese, elemento fondamentale per l’Eurozona. Nella conferenza congiunta col premer Samaras i due leader hanno poi annunciato lo stanziamento di un fondo al quale contribuiranno con 100 mln di € a testa proprio a sostegno delle piccole e medie imprese e la Merkel ha sottolineato l’importate apprezzamento che ha avuto il primo collocamento post-crisi di Bond greci. Con una domanda pari a 20 volte l’offerta sono stati infatti collocati 3 miliardi di € (ritoccati rispetto ai 2.5 miliardi stimati) ad un rendimento per il titolo a 5 anni del 4.75% passando dal 6.1% del 2010, il decennale invece è passato da un interesse del 44% del 2012 al 5.75%.

Il collocamento dei Bond lascia sì intravedere fiducia, ma fa parte di un meccanismo, quello finanziario, che troppo spesso non rispecchia il reale andamento dell’economia (Link Economia-Politica-Finanza). I capitali in questa fase economica si stanno spostando dagli incerti mercati emergenti, dove insorgono problematiche tra cui l’instabilità politica e monetaria, l’altissima inflazione, le tensioni sociali interne ed il rallentamento delle locomotive come ad esempio Cina (che ha dichiarato con tutta probabilità di non riuscire a centrare i target di crescita previsti per via della diminuzione dell’ export) e Brasile (che si trova di fronte ad un bivio – Link), verso economie più mature, a rischio inferiore (nel caso greco reso ancora più basso dal regolatorio scelto), e redimendo accettabile, come appunto la Grecia inserita in una area Euro in lenta ripresa. I titoli in questione (come tutte le venture emissioni) inoltre sono stai emessi in ottemperanza alla normativa britannica, vale a dire che qualora la Grecia facesse nuovamente default o dovesse ristrutturare il proprio debito le carte del procedimento sarebbero impugnate dai tribunali londinesi che nel 100% dei casi precedenti hanno dato ragione ai detentori dei titoli, costringendo gli emittenti, il governo greco appunto, a pagare. Evidentemente si tratta di un investimento al 4.75% di remunerazione con tasso di rischio ben più basso anche in ottica speculativa; infatti tutte le grandi banche dall’Ingelse HSBC alla tedesca DB hanno fatto da dealer nella collocazione.

La generosità della Merkel può essere interpretata, dai più maliziosi, come che fosse un tour elettorale a sostegno del governo Samaras, filo-europeista, rispetto al partito di sinistra radicale Syriza di Tsipras, più euro-scettico e critico nei confronti della politica tedesca ed europea di austerità. Syriza, secondo i sondaggi, è il primo partito in Grecia ed ha come obiettivo di vincere le Europee e proporsi a negoziare in modo duro con la Germania.

Effettivamente credo che al popolo greco, con una disoccupazione al 26.4% ed un salario decurtato in questi anni del 40%, poco importi del PIL previsto in crescita nel 2015 del 2.6% e degli endorsment della Merkel la quale forse dimentica che il livello di debito greco al 164% del PIL lascia ampiamente aperte le porte di un nuovo default e forse tralascia le condizioni di compromesso che hanno portato molti greci a rinunciare alla cure mediche, al cibo di qualità fino a correre ai banchi dei supermercati ai quali è stato concesso di vendere cibo scaduto a prezzo ridotto.

Assai probabile che la Merkel si stia rendendo conto della difficile prospettiva per l’Europa e per la Germania, che sarebbe profondamente colpita nella sua economia, nel caso di una forte affermazione degli schieramenti anti-europei che stanno avanzando un po’ in tutti i paesi e che potrebbero creare gravi ed imprevedibili instabilità.

L’appoggio alla Merkel però non può e non deve venire gratuitamente, in particolare da parte di quei paesi che più hanno sofferto e pagato la crisi e che non possono accollarsi ulteriori sacrifici. Con l’austerità che si protrae ad oltranza la Germania e gli stati forti hanno goduto e godranno di benefici nel breve, ma saranno inevitabilmente trascinati essi stessi a fondo, soccombendo nella sfida globale. Questo meccanismo non pare ancora totalmente compreso dalla Germania e dai cosiddetti falchi del nord grandi influenzatori della linea politica Europea. Tra gli stati maggiormente creditori verso l’austerità vi sono Italia, Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna ed anche Francia.

Particolarmente importante, vista l’incidenza delle tre economie nel contesto europeo e mondiale, sarà un forte asse italo – franco – spagnolo facendo leva sulla presidenza italiana, sulla condivisione di vedute e programmi tra Renzi ed il nuovo Premier francese Valls e con l’appoggio di Schulz, leader del PSE e presente nella grande coalizione tedesca CDU-SPD, molto aperto nei discorsi e con le parole ad una nuova idea di Europa, più vicina alle esigenze delle persone, più alla ricerca di una vera identità unificata e meno soggetta al rigore che pure va preservato.

L’idea di Europa più flessibile, più aperta ai repentini cambiamenti degli scenari economici globali, pronta a leggere ed interpretare contesti avendo la capacità di agire proattivamente, è qui più volte stata reclamata, ed ora pare che tutte le parti politiche, a meno delle fazioni più estreme e nazionaliste, convengano su questa conclusione, forse in ritardo. In Italia a profetizzare una Europa diversa sono tutti i partiti, da quelli maggiori, PD, PDL, NCD ai quelli più piccoli del centro o simpatizzanti destra e sinistra fino a concludere con lo stesso M5S che, mantenendo toni duri e coloriti, non ha più quella propulsione anti Europa che aveva al momento delle sue prime apparizioni. Adesso si limita ad asserire, come più o meno tutti, che vanno ridiscussi i trattati, al massimo avanza l’ipotesi di un referendum nei fatti probabilmente irrealizzabile perché non previsto dalla regolamentazione ed anche qualora fosse indetto la vittoria, per quel che riguarda l’Italia, della permanenza nell’Unione è scontata.

Lato governi nazionali quindi dovranno essere portate avanti le riforme previste nei vari programmi, Renzi in primis, per rilanciare l’economia partendo dal mercato del lavoro, dalla lotta alla burocrazia, dal sostegno alle famiglie ed al credito a privati ed imprese. Su questa linea è anche il FMI, che da Washington, per bocca della Direttrice Lagarde, ha sottolineato l’importanza delle riforme affinché i flebili segnali di ripresa si possano consolidare, ma al contempo sollecita anche la BCE all’utilizzo degli strumenti non convenzionali in modo da sollecitare l’economia reale e dare l’abbrivio necessario per cercare di invertire le tendenze congiunturali che si riflettono anche nel periodo di bassa inflazione, attualmente ad un livello decisamente inferiore rispetto al target europeo del 2%. La Lagarde ha anche ricordato l’importanza di una ridistribuzione della ricchezza, che qui era già stata suggerita a Gennaio, a valle del discorso di chiusura al World Economic Forum di Davos tenuto proprio dalla Direttrice (Link articolo di Gennaio 2014).

La politica monetaria e le misure che la BCE potrebbero mettere in campo avrebbero il compito di innescare la fase di breve termine della ripresa che deve proseguire con l’effetto nel medio e lungo periodo fornito dalle riforme strutturali richieste ai vari stati membri.

In sostanza la strategia che si ritiene vincente per superare questo periodo si articolata a livello europeo con un forte asse transazionale volto a far superare l’approccio rigorista fino ad ora imposto da Germania ed assecondato da Bruxelles e col favorire l’accesso al credito tramite una regolamentazione bancaria unica; a livello nazionale con un piano mirato di riforme strutturali volto principalmente a sostenere lavoro, consumi ed imprese; sul piano monetario attraverso uno stimolo non convenzionale di QE o sostegno alle PMI tramite la cartolarizzazione dei loro debiti in modo da iniettare liquidità direttamente nel sistema economico, che non ha la pretesa di risolvere il problema ma di sostenere il sistema nel mentre si attendono i risultati strutturali del processo riformatore.

Articoli di interesse:
Deflazione già i segni erano presenti
Deflazione da spettro a rischio
Deflazione ed ECB, misure eclatanti, come e quando?
Dati istat confermano tendenza a deflazione, misure non convenzionali?
Morando Renzi, Villa D’Este Cernobbio

11/04/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile….

Solo qualche mese fa non si voleva nemmeno sentirne parlare, eppure qualche segnale già c’era (Link: primordiali segni di deflazione). Adesso la deflazione è uno spettro che fa paura in tutta Europa tanto da essere uno degli argomenti trattati nell’Ecofin dei prossimi giorni ad Atene. L”Unione sta attraversano un periodo di bassa inflazione, perché ancora di vera deflazione non si può parlare, al di sotto della soglia dell’1% definita pericolosa dal Governatore della ECB Mario Draghi ed il commissario EU agli affari economici e monetari Olli Rehn conferma la preoccupazione citando i casi di Grecia, Irlanda e Spagna, nonostante la disoccupazione abbia leggermente rallentato la sua corsa in confronto agli scorsi periodi. In Europa, dove il target per l’inflazione è stato fissato al 2%, rispetto al mese precedente i prezzi sono aumentati dello 0.5%, in Spagna, rispetto al marzo scorso invece, si ha avuto un calo dello 0.2% e la deflazione è stata certificata, in Italia l’aumento medio dei prezzi è stato dello 0.4%, in calo rispetto ai mesi scorsi in tutti i comparti a cominciare da frutta fresca e beni energetici, includendo anche quei beni di norma immuni, come le sigarette e la benzina a dispetto di un aumento delle accise. Gli analisti finanziari delle principali banche non ritengono concreto il pericolo, ma è bene percepire questi segnali e cercare di agire tempestivamente per arginare un processo che secondo altri si è già innescato in modo significativo.

Il basso aumento, o addirittura il calo dei prezzi, potrebbe apparire a prima vista un segnale positivo e lo sarebbe se a causarlo fosse la sana e leale concorrenza e se sussistessero adeguati aumenti retributivi, flessibilità nel mondo del lavoro, domanda ed offerta di prodotti e servizi. Nella circostanze attuali invece il fenomeno è dovuto alla stagnazione economica.
Nel nostro paese il potere d’acquisto delle famiglie è calato drasticamente ed è evidente che la propensione alla spesa è inferiore anche relativamente a beni di prima necessità, alimentari, medicinali, cure mediche e vengono tardati i pagamenti di mutui e bollette; per tali ragioni è facile pensare che gli 80 € circa, che finiranno nelle buste paga al di sotto dei 25’000 € lordi introdotti dagli sgravi IRPEF del Governo Renzi, si riverseranno quasi istantaneamente, in modo positivo ma ben lungi dall’essere strutturalmente risolutivo, nei consumi.
Il modello di competizione che ha dominato gli ultimi anni (e le varie vertenze aziendali ne sono una dimostrazione) è stato fondato sul ribasso dei prezzi delle produzioni, sul ribasso dei salari e del costo del lavoro, sul ricorso ad ammortizzatori sociali e contratti di solidarietà con conseguente dimezzamento del potere d’acquisto dei tantissimi soggetti interessati (il ricorso alla CIG è stato da record durante questa crisi) fino al licenziamento e ciò, facendo il paio con contratti collettivi non rinnovati, con mancati adeguamenti salariali e con il blocco degli straordinari per i dipendenti pubblici e pensionati, non ha potuto far altro che deprimere i consumi interni.
Ne deriva una conseguente assenza di propensione alla spesa, in favore, nei pochi casi ove sia possibile, del risparmio a cui si aggiunge una percezione negativa dei consumatori e delle persone rispetto al futuro che porta certamente ad evitare le spese “superflue”.
Le prospettive effettivamente non sono delle migliori perché il PIL 2014 è visto in aumento per un valore che va dello 0.6% allo 0.9% a seconda delle stime, la previsione del Governo presentata da Renzi è stata collocata tra lo 0.8% e lo 0.9% peggiorando la stima nella forbice 1% – 1.1% del precedente esecutivo. Anche le più ottimistiche previsioni non sono però sufficienti ad invertire la crescita della disoccupazione, giunta complessivamente al 13% ed al 42,3% per la fascia di età 15-24 anni (massimo dal 1977 quando iniziarono le serie storiche), la quale oltre ad avere un ritardo intrinseco rispetto all’inversione di tendenza del PIL necessità di un valore di prodotto interno lordo che tipicamente si attesti attorno all’ 1.5%.

Nuovamente l’Europa non ha contribuito positivamente, è intervenuta nelle crisi in ritardo e con approcci oltremodo recessivi, portando la Grecia, il Portogallo, Cipro, ma anche l’Italia, e la Spagna a condizioni di estrema difficoltà economico e sociale (ad Atene, sede del meeting dell’Eurogruppo e dell’Econfin è sede di manifestazioni). Le misure di austerità hanno in parte aggravato il problema, ma in verità a scegliere dove applicare l’austerity è stato compito dei singoli paesi e dove, come in Italia, non è stato seguito il consiglio europeo di tassare rendite, patrimoni, consumi (in tutti i casi modo non lineare) invece che lavoro, imprese e persone fisiche si è assistito ad un eccessivo prelievo principalmente a scapito delle classi meno abbienti, artigiani e commercianti.

La Francia è per il momento più al sicuro dal basso aumento dei prezzi, ma la sconfitta di Hollande alle elezioni amministrative, l’immediato cambio di governo per riconquistare popolarità ed il suo discorso che ha messo in luce le problematiche su cui anche il paese transalpino dovrà agire, quindi taglio delle tasse, diminuzione del costo del lavoro, incremento del potere d’acquisto e dei consumi, taglio della spesa e meno rigidità nelle politiche europee, sono fattori che la accomunano in modo dichiarato all’Italia, anche se con un debito (in crescita) decisamente più basso ed un deficit superiore al 3% (attorno al 4%) per il quale hanno potuto contare su tempi di rientro superiori. Una simile circostanza fa pensare che si possa rafforzare l’asse Renzi-Shchulz-Hollande in vista delle elezioni europee con un programma di riforme delle politiche comunitarie volto ad una crescita sostenibile attenta ai conti ma anche alle difficoltà sociali dei cittadini dell’Unione, sempre più inclini a valutare proposte anti-europeiste.

Un’altra nota da fare all’Europa ed all’ECB nello specifico, è quella di aver attuato politiche monetarie certamente accomodanti, mantenuto bassi i tassi e fornito liquidità a sistemi paese, ma le iniezioni sono avvenute, ad interessi quasi nulli, sempre tramite i sistemi bancari che avrebbero dovuto immettere questi denari nell’economia produttiva, cosa che nella realtà dei fatti è avvenuta in modo quasi marginale essendo stati prediletti investimenti finanziari, acquisti di titoli di stato ad alto rendimento di paesi relativamente solidi (come l’Italia appunto) ed in certi periodi addirittura depositi over-night presso la stessa ECB. Negli USA i QE sono immessi direttamente nel sistema in modo da non avere intermediari così da essere immediatamente disponibili all’economia reale (che si tratti di consumi, investimenti infrastrutturali, lavori pubblici, sostegno alle imprese ecc).
Statuti permettendo, in attesa di giungere ad una unione bancaria vera, funzionante ed al servizio dei paesi membri e dell’Europa oltre che dei bilanci dei singoli istituti, sarebbe una soluzione migliore adottare anche nell’EU il medesimo meccanismo di immissione di liquidità direttamente nel sistema economico rispetto all’ipotesi che la ECB potrebbe metter in campo di portare i tassi a zero o addirittura in territorio negativo per stimolare il credito e disincentivare la pratica dei depositi over-night (anche se è più probabile un mantenimento dello 0.25%) .

Messe alla luce le deficienze del sistema paese Italia ed dell’Unione (notare che il fenomeno ha colpito maggiormente gli stati che hanno beneficiato di più aiuti che se, come avrebbe dovuto essere, fossero stati messi a disposizioni di persone ed imprese a mezzo di credito probabilmente ora si avrebbe un’inflazione e, cosa più importante, un potere d’acquisto superiori) è evidente che sono sempre più necessarie quelle riforme, ormai ben note, sul lavoro volte alla flessibilità ed alla creazione di nuovi impiaghi nei settori ad alto valore aggiunto ed innovativo, sugli investimenti produttivi, sul taglio delle spese e della burocrazia, sul sostegno alle imprese ed alla concorrenza, sul piano industriale nazionale di medio/lungo termine così come una modifica delle politiche europee e dell’ECB nei temi economici, monetari, finanziari, fiscali e normativi.

31/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale