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Digital Day a Venaria: bellissimi (e noti) progetti, aspettiamo solo che vedano i lumi

Non posso, nè voglio negare, di essere stato spesso critico nei confronti delle dichiarazioni, più di una volta permeate di una certa dose di superbia e di guascona faciloneria tipicamente fiorentina, ma in tutto ciò non mi definirei gufo, non godo affatto se l’Italia va male, anzi è proprio il contrario, se non altro perché appartengo a quella classe sociale che, se l’Italia non performa, è la prima a risentirne ed anche la prima su cui cade l’onere della riparazione. Credo però che la critica, se fatta in modo trasparente e senza doppi fini, debba essere lo sprono ed il pungolo a sentirsi sempre sotto pressione ed a migliorare, pur io sapendo che quanto scritto in queste pagine non influenzerà, nè  mai giungerà ai livelli presidenziali…. ma, in tutta sincerità, mi stimolo e mi diverto ugualmente, e questo mi basta.

Premesso umilmente ciò, e stante il fatto che non condivido le modalità comunicative e di approccio ai media, sia classici che 2.0 o 3.0 del Premier, che a mio avviso potevano essere interessanti in una prima fase, ma che ad oggi non sono state rinnovate senza saper seguire il rapido processo evolutivo degli strumenti di informazione “web-based” (ne è un esempio il recentissimo video d’esordio su Youtube, strumento già superato, ad esempio, dal “Periscope” di Twitter, del MEF con il Ministro Padoan come protagonista), devo assolutamente convenire con quanto detto dal Premier Renzi presso la Reggia di Venaria a Torino, in occasione dell’ “Italian Digital Day”.

L’ex sindaco di Firenze ha toccato un numero impressionante di punti, tutti estremamente importanti e con contenuti condivisibili. Avevo già messo in evidenza, solo qualche giorno fa, un articolo sul Sole24Ore dove si evidenziava come il gap digitale dei nostri concittadini costasse svariati punti di PIL e fosse un fattore di handicap nei confronti di paesi nostri concorrenti, che invece in tema di tecnologia e digitale hanno saputo rinnovarsi più velocemente. In Germania si parla già di Industri 4.0 ed è già prassi consolidata e collaudata in Bosch (si tratta di almeno un biennio di sperimentazioni in cui noi siamo stati fermi), ma anche in Francia, Germania, Polonia, UK, il livello di digitalizzazione è immensamente superiore al nostro, senza tirare in ballo i paesi scandinavi ove la necessità di comunicare e di avvicinare distanze incolmabili in inverno, ha reso la digitalizzazione un processo fin da subito molto più indispensabile che altrove. C’è quindi consapevolezza di un gap, che anche forze interne cercano di ostacolare, non sono rare forme di “luddismo 2.0” che tacciano il digitale, l’automazione, l’uso del PC come cause di una perdita di posti di lavoro. Fatti i debiti ragionamenti, non è così, tuttaltro. In futuro si perderanno figure dalle competenze e specializzazioni basse, come era la vecchia figura di operaio alla catena di montaggio, ma serviranno competenze ben più specifiche e che introducano valore aggiunto, pensiero ed intelletto. In tal senso la digitalizzazione è senza dubbio una opportunità, ovviamente, come in ogni cambiamento, va gestito intelligentemente il transitorio e fondamentale è intervenire a livello di scuole ed università, ad ogni livello e grado, così come è indispensabile, e non più procrastinabile, dare finalmente spazio alla meritocrazia, alla competenza, alla visione strategica ed alle menti flessibili ed eclettiche, a prescindere da conoscenze, baronie, economia di relazione, estrazione sociale, e via impietosamente dicendo, tutti driver che hanno indirizzato la classe apicale della politica italiana a discapito di coloro che sanno veramente fare le cose e sono in grado di pensare laicamente ed a tutto tondo in uno scenario globale.

Le competenze specifiche a cui mi riferisco mancano ancora nel nostro paese. Va invece meglio sul fronte della start up, che sono un fenomeno in miglioramento, se ne contano a migliaia, pur rimanendo fanalino di coda tra i paesi OCSE. Uno sforzo che dovremmo fare, ed in parte stiamo già facendo grazie ad incubatori ed acceleratori finanziati da aziende private (Enel, Eni, Telecom, Unicredit, Wind ecc) ed istituzioni pubbliche e governative, è quello di creare una forte filiera per far si che le start up abbiano supporti economici e logistici, abbiano assistenza per la redazione di business plan e possano pubblicizzarsi, grazie alle carrozzate che le dovrebbero assistere, anche all’estero, per evolversi da piccole start up ad aziende strutturate e consolidate.

Renzi poi si è soffermato sui grandi progetti governativi: Spid, pagamenti elettronici, anagrafe unica, linee guida per i siti e servizi PA e notifica e documenti (alias interoperabilità dei servizi). L’unificazione ed ottimizzazione delle banche dati sarebbe di sicuro supporto alla semplificazione del rapporto tra PA e cittadini, attraverso il PIN unico per accedere a tutti i servizi amministrativi, ma anche, come sottolineato, contro l’evasione fiscale. Questi punti sono stati confermati anche da Antonio Samaritani, presidente dell’ Agid. Peccato che, anche in tal caso, l’arretratezza rispetto al resto del mondo industrializzato sia lapalissiana e che negli ultimi anni si sia perso tempo. Tutti i progetti suddetti, già facevano parte dell’agenda digitale inserita in Destinazione Italia, ed ultimamente capitanata da Caio, passato poi a capo di Poste. In questi anni non si è fatto praticamente nulla.

Da condividere anche la visione di Renzi rispetto alla lotta al terrorismo a mezzo di strumenti tecnologici, volti ad incrementare il controllo e l’intelligence (il riferimento ai tag nei confronti dei sospetti su Facebook, Twitter o nelle immagini da video sorveglianza, sono più una finzione scenica che una concreta possibilità, ma va premiata la fantasia). Effettivamente in questo periodo l’uso più forte di tecnologia non limiterebbe la libertà, sarebbe però un incremento potenziale del livello di sicurezza. Va tenuto poi in debita considerazione, quando si fanno obiezioni sul limite tra privacy e sicurezza, che collezioni di dati e possibili controlli ed intercettazioni da parte di varie entità, siano esse governative, private, italiane o estere, per come sono conformate le architetture ICT italiane sono possibili in ogni momento, sia in modo “trasparente” per i garanti, che “segrete” anche alle autorità competenti.

Medesimo ragionamento sui Big Data: grande opportunità e tema centrale, assieme al Biotech, per la nascita di un polo di ricerca d’eccellenza mondiale “post Expo2015” presso l’aera fieristica di Rho, ma anche in tal senso la strada da fare è molta ed abbiamo la possibilità di percorrerla assieme agli altri stati UE con i quali il gap non è ancora così accentuato.

In ultimo, ma primo per importanza, va ricordato che l’elemento fondamentale, il vero strumento abilitante, per iniziare a ragionare su tutti questi punti, è l’eliminazione del Digital Divide che ancora ci strangola. Per abbatterlo in tempi brevi, c’è la concreta possibilità di sfruttare il progetto in cui è stato inserito Enel per la posa della fibra fino alle case degli italiani, sfruttando 30 milioni di contatori, un piano di sostituzione con nuovi modelli già in programma, una copertura capillare di cabine secondarie e gli incentivi governativi pari a poco più di 6 mld per l’intero progetto dei quali 3 e spiccioli proprio per l’infrastruttura. La presenza di fibra, o comunque di tecnologia che consenta connessione stabile, costante e performante in ogni condizione, diciamo che possa supportare i 100 Mbps, è indispensabile per poter basare definitivamente la propria azienda, sia essa multinazionale manifatturiera o strat up di servizi, su internet ed abbattere le distanze geografiche e temporali, con grande vantaggio in termini di produttività, bilanciamento vita privata-lavoro, tempi, costi, efficienza, efficacia.

Le cose da fare sono ben note da tempo, e non è certo con il meeting di Venaria che si sono scoperte, ma averle ricordate, rappresenta almeno l’auspicio che in questa circostanza alle parole, che anche una flebile aeere che soffia silenziosa può portar con se, seguano fatti e progetti concreti.

Link approfondimento:

La stampa
Rai News
Il Sole 24
Corriere comunicazione
Arretratezza digitale (da Blog)
Datagate: Da Internet ai Big Data (da Blog)

Rai Way e l’autostrada digitale. Pubblico o privato, l’importante è digitalizzare il paese! (da Blog)

Visione italiana e cambiamenti mondiali (da Blog)

22/11/2015
Valentino Angeletti
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La siderurgia italiana (ma non solo) rilanciata in due mosse

Di certo nessuno avrà ignorato come, relativamente all’industria italiana, sia tornato in auge il tema dell’acciaio. L’episodio più eclatante a far balzare la siderurgia all’onore delle cronache è stato senza dubbio alcuno lo scontro di Piazza Indipendenza a Roma tra i manifestanti della AST di Terni e le forze dell’ordine. Uno scontro che ha sancito la definitiva rottura tra Governo e Sindacato, definibile oggettivamente “lotta tra poveri”, tra salariati ed ex tali che in questi anno hanno visto il loro potere d’acquisto e la loro prosperità economica erodersi forse irreparabilmente sicuramente non ripristinabile ai livelli antecedenti la crisi nel giro di pochi anni.

La questione della siderurgia in Italia è però un argomento che si trascina da molti anni, forse già dalle privatizzazioni dell’IRI, con il quesito se si volesse preservare o meno in Italia un settore nel quale rimaniamo comunque il secondo produttore d’Europa nonostante gli alti costi energetici ed un sistema burocratico e fiscale disincentivante.

Oltre all’Acciai Speciali di Terni vi sono le vicende dell’ILVA e della Lucchini, tutte aziende ex colosso statale Italsider, che per una serie di motivi stanno vivendo grosse difficoltà. L’ILVA dopo la nazionalizzazione ha sofferto di una gestione non ottimale e probabilmente anche di scarsa attenzione per gli investimenti in innovazione, ricerca e sviluppo unite a comprovate lacune nel settore dell’ambiente, della sicurezza e più in generale in tutto quel settore della Corporate Social Responsibility al quale le moderne aziende, private o pubbliche che siano, a maggior ragione se operanti in settori molto rischiosi e delicati, devono prestare la massima attenzione. Gli investimenti, volti ad incrementare il valore aggiunto del lavorato da altoforno prodotto, in tecnologie ed R&D di ILVA, come si vede dal grafico, sono stati in passato minimi rispetto ai principali concorrenti e ciò ha contribuito a minare la competitività dell’azienda. Storia pressoché analoga è quella della Lucchini, con in più la componente di vari passaggi di mano tra investitori ed aziende dai dubbi intenti industriali.

Comparto-Acciaio-Inv-RD

La questione dell’AST è differente, perché il manufatto è moderno ed avanzato, ma nonostante ciò la tedesca Thyssen Krupp ha deciso di riportare la produzione in patria (forse in Polonia) ove  può sfruttare prezzi dell’Energia inferiori, dare una spinta occupazionale al proprio territorio e confidare in un sistema complessivo più favorevole. Nella vicenda AST ha giocato un ruolo fondamentale, in negativo, anche l’antitrust europeo, che per difendere la concorrenza all’interno dell’UE ed evitare un presunto regime monopolistico ha posto il veto all’acquisto dello stabilimento ternano da parte della finlandese Outokumpu andando di fatto a penalizzare l’intera Europa nei confronti dei competitor mondiali dell’acciaio che hanno dimensioni ben superiori alle industrie del vecchio continente, a cominciare da India, Brasile e Cina. Per inciso siamo di fronte ad un’altra miopia dell’UE da rivedere nel nuovo assetto di governance, nei confronti di un mondo in cui la globalizzazione permette lo sviluppo di “entità” industriali di dimensioni un tempo impensabili.

Oltre a questi casi vi sono poi quelli positivi più tipici del nord italia, con aziende all’avanguardia come la Tenaris-Danieli che hanno adottato, anziché lo storico altoforno, forni elettrici per la produzione di acciai particolari e destinati a mercati di nicchia come l’aerospace.

Eppure in Europa e nel mondo intero la domanda d’acciaio è in crescita ed alla luce delle competenze possedute in Italia perdere questo patrimonio manifatturiero sembra davvero controproducente per l’intero sistema paese. All’ILVA, commissariata ed affidata a Gnudi il quale è riuscito a sbloccare oltre un miliardo della famiglia Riva da destinare ad investimenti e  riqualificazione, si fa sempre più insistente l’ipotesi di un ingresso della CdP che in una fase in iniziale affiancherebbe un partner straniero si suppone per preservare l’interesse nazionale in fase di redazione dei piani e delle strategie industriali. Gli oppositori vedono in una azione simile troppa ingerenza statale, ma alla fine dei conti l’importante non è tanto la nazionalità, ma la possibilità di risollevare l’azienda riportandola verso modelli competitivi ottenibili solo mendiate investimenti. Se l’ILVA di Taranto vede alcune ipotesi in ballo, al momento le sorti della Lucchini e dell’AST rimangono ancora fosche.

Le capacità manifatturiere italiane nella siderurgia e la crescente richiesta globale di acciaio porterebbero a pensare che non sia proficuo un abbandono del settore. Detto ciò però va fatta una ulteriore analisi. Questo comparto è un settore energivoro, presenta un impatto sull’ambiente e sulla popolazione considerevole, è soggetto a numerosi iter legislativi e soffre della concorrenza a basso costo dei paesi emergenti (che anno meno vincoli ambientali, di CSR e sicurezza sul lavoro, nonché quasi totale assenza di burocrazia). Per essere quindi rilanciato in un paese come il nostro deve assolutamente beneficiare di due elementi che dovrebbero entrare nei piani di sviluppo del sistema Italia ed europa, come del resto richiesto e provato da tutti gli enti, gli istituti e le istituzioni.

Si tratta di ingenti investimenti, che siano essi pubblici e privati, ed un sostanziale alleggerimento della burocrazia, dell’effetto NIMBY e del costo dell’energia. Gli investimenti infatti, se fossero superati simili ostacoli, sarebbero quasi automatici trainati dalle capacità dimostrate nel passato.

La soluzione, che poi è quella comune per il rilancio economico italiano, è quindi proseguire sul cammino della sburocratizzazione, ridurre e definire chiaramente interlocutori ed uffici competenti in materia riducendo i diritti di veto, instaurare un dialogo multidirezionale e continuo con le popolazione adiacenti gli impianti facendo ricadere su di loro benefici ed indotto, incrementandone la qualità della vita e supportando le attività in favore del territorio ed ovviamente mettendo in primo piano la protezione dell’ambiente e dei lavoratori. Infine una volta avviato un processo decisionale non protrarlo per anni ed anni in balia dei ricorsi, dei cavilli, lacci e lacciuoli, ma giungere in un tempo finito e ragionevolmente predeterminato alla decisione definitiva.

Portato a termine ciò gli investimenti arriveranno e sarà indispensabile, sapendo di non poter competere sul prezzo dei prodotti poiché manodopera ed energia non si abbasseranno mai (ed è giusto che non lo facciano) ai livelli degli emergenti, destinarli in parte più che sufficiente all’innovazione, ricerca e sviluppo di prodotto e di processo in modo da avere un manufatto ad alto valore aggiunto, destinato settori specifici e critci (difesa, militare, automotive, aerospace, avio e trasporti, settore estrattivo e minerario in condizioni ambientali proibitive, processi super critici ecc) disposti a pagare somme adeguate all’alta qualità di cui necessitano. Del resto è proprio questa la richiesta di siderurgia che nel mondo sta crescendo ed essa rappresenta una possibilità per il nostro paese, in grado di generare un considerevole numero di posti di lavoro (solo l’ILVA ne conta 16’000) diretti ed indiretti altamente specializzati, dando un contributo all’uscita dalla stagnazione economica.

Link Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere 05/05/13

Link Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi

03/11/2014
Valentino Angeletti
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La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici

Non serve approfondire ulteriormente la desolazione che i dati sul lavoro in Italia conferiscono al lettore, bastano i crudi numeri, 13% di senza lavoro che salgono al 42,3% nella fascia di età tra 15 e 24 anni, 3,3 milioni di persone in cerca di occupazione ed incapaci di trovarla, il dato è il peggiore dal 1977, ma solo perché da quell’anno iniziano le rilevazioni ISTAT, in realtà è stato stimato che per avere un valore simile si debba tornare agli anni 50.
Da Londra Renzi, dove è in visita presso istituzioni ed investitori e dove ha raccolto anche la stima di Cameron, non ha potuto soprassedere la notizia tanto da spostare il discorso ed i contenuti delle interviste dal piano di riforme proprio verso il lavoro ed il Jobs Act.
Il provvedimento “Jumpstart Our Business Startup” si propone di rendere il mondo del lavoro più flessibile, meno soggetto alla burocrazia, le assunzioni più semplici e meno onerose tramite sgravi per le imprese, di eliminare i vincoli per il rinnovo dei contratti in modo da avere continuità nella permanenza in azienda, di inserire nuove forme di apprendistato, il tutto per far fronte ad un ormai innegabile cambiamento che si è consolidato e che richiede ai lavoratori di adattarsi, di essere propensi alla riqualificazione ed al reimpiego, di essere sempre pronti ad imparare ed a cambiare attività assecondando un mondo in inarrestabile evoluzione; stessa flessibilità andrà richiesta alle aziende, alle associazioni datoriali e sindacali in modo che più della difesa degli interessi si impegnino per una collaborazione produttiva. Lavoratori (e sindacati) ed aziende non dovrebbero essere nemici, ma parte di un medesimo ingranaggio dal cui funzionamento dipende il benessere ed il prosperare di entrambi.

La flessibilità è il modello seguito nella dinamica Gran Bretagna, dove il problema dell’occupazione non sussiste, anzi spesso vi è carenza di personale, perché però la flessibilità non si trasformi in elemento ricattatorio o abusato è necessario, come accade in UK ove sono stati fatti tagli importanti nel settore pubblico impattando minimamente sui lavoratori, che l’economia sia dinamica, crei costantemente nuove opportunità di impiego, offra adeguati strumenti formativi e di riqualificazione supportati dal contributo dello Stato e rispondenti alle reali esigenze di mercato abbandonando il concetto di ammortizzatore sociale statico e neutrale, offra adeguate retribuzioni, corretti avanzamenti di carriera e prospettive e sia necessariamente basato sul merito e sulle capacità.

La dinamicità economica e quindi la creazione di posti di lavoro, come abbiamo ripetuto più volte in questa sede, non si possono creare per decreto, che pure può essere un acceleratore, ma necessitano di condizioni specifiche. Nel caso italiano ad ostacolare il nascite di opportunità lavorative è la scarsissima domanda ed il calo dei consumi che hanno ridotto le produzioni e quindi la necessità di manodopera (senza differenze particolari tra per operai, impiegati e quadri).
Le azioni volte a sostenere il mercato del lavoro devono essere concentrate sulla ripartenza dei consumi e delle produzioni.
Si deve cercare di incrementare la quota dell’export, grazie al quale molte aziende sono sopravvissute o neppure hanno sentito la crisi, ampliandola a quei settori ancora chiusi, con una filiera distributiva ridotta e bassa visibilità oltre confine, che indubbiamente sono molti nel nostro paese; si deve cercare di incrementare il potere d’acquisto agendo sulla riduzione delle tasse, sul cuneo fiscale e sgravando, come detto precedentemente le imprese, ma questo punto è estremamente complesso poiché servirebbe un incremento netto dei salari di almeno un 15% affinché si possano avere effetti realmente benefici sui consumi e come sappiamo il reperimento di risorse nelle condizioni in cui si trova l’Italia e con i vincoli europei in essere è estremamente complesso, inoltre i tagli della spesa dovranno essere concentrati principalmente sulla riduzione del debito piuttosto che su quella delle tasse; devono essere destinate risorse agli investimenti produttivi, ad infrastrutture grandi e piccole, principalmente cantierabili nell’immediato, allo sviluppo di poli e distretti tecnologici nei campi più innovativi ed attrattivi anche per i capitali esteri (energie rinnovabili, sostenibilità ambientale, efficienza e risparmio energetico, energia, riqualificazione di territori e scuole, turismo, edilizia eco-compatibile, tecnologie industriali avanzate, tecnologie anti inquinamento, telecomunicazioni ed ICT, internet ed e-commerce/business), a tal scopo la possibilità di avere più tempo per rispettare in vincoli europei, che rimarrebbero immutati, (eventualità sostenuta da tempo in questa sede) avanzata velatamente all’Econfin dal Ministro Padoan, è un’ipotesi da far valutare all’EU che continua a rammentarci di proseguire con il risanamento e con la disciplina di bilancio; si deve incrementare l‘apertura a partnership ed investimenti stranieri, anche in settori totalmente o parzialmente pubblici qualora per assenza di risorse lo Stato non sia capace investire e di ingrandire i propri campioni industriali; infine, assecondando quanto già sottolineato più volte nei precedenti pezzi in questo blog, sufficienti risorse devono essere destinate ad innovazione, R&D, utilizzo intelligente in azienda delle nuove tecnologie, perché non è affatto vero che le nuove tecnologie sostituiscono il lavoratore, ma semplicemente creano la necessità di persone con competenze differenti per un loro ottimale utilizzo ed ancor prima per il loro sviluppo e produzione.
Le aziende che hanno saputo mantenere alto i livelli di innovazione e spesa in R&D sono quelle che hanno anche resistito alla crisi e questo è stato un punto che al convegno “Il Capitale Umano” di Bari ha messo d’accordo il Governatore di Bankitalia Visco, i Sindacati e Confindustria.

Oltre alle indispensabili modifiche normative che devono essere apportate al mondo del lavoro è dunque assolutamente necessario intervenire rapidamente a sostegno dell’economia in modo che, già a partire dal breve termine ma con prospettiva più lungimirante, vi sia un contesto di dinamicità ove poter applicare, valutare ed eventualmente revisionare la nuova regolamentazione; in caso contrario l’obiettivo del 10% di disoccupazione fissato dal Premier Renzi per il 2018 sarà difficilmente raggiungibile.

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01/04/2014
Valentino Angeletti
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Convegno “Il capitale sociale: la forza del Paese”. Tre personali punti per far si che l’istruzione valga davvero

Oggi e domani a Bari il Centro Studi Confindustria (CSC) ed Enel promuovono il convegno: “Il capitale sociale: la forza del Paese” incentrato sullo sviluppo dei talenti come driver di innovazione e di sviluppo del sistema Italia.

Secondo il CSC puntare sull’istruzione potrebbe far incrementare il reddito pro capite in media del 15%, inclusi bambini ed anziani, in totale circa 320 miliardi di € all’anno. I Neet, coloro che non studiano, non lavorano e non si stanno formando costano circa 32 miliardi di € all’anno, senza considerare che più istruzione vorrebbe dire una società più equa, con più opportunità, più flessibile, più aperta e recettiva. In sostanza più capace di cogliere gli elementi positivi della globalizzazione.

Quanto emerge dallo studio di CSC è totalmente condivisibile, ma presuppone, secondo una mia personalissima opinione, alcuni elementi imprescindibili.

Il primo punto, del quale si deve fare carico principalmente il Governo, è che il sistema di istruzione deve essere riformato profondamente in modo che riesca a sfornare laureati e dottori, ma anche tecnici e professionisti, validi ed eccellenti, che sappiano rispondere alle esigenze dell’azienda. Serve dunque un sistema scolastico-universitario di qualità e che agisca in stretto rapporto con le imprese, i distretti industriali, i territori e le multinazionali e ne assecondi le richieste.

Il secondo punto, da affrontarsi in collaborazione tra pubblico e privato, è che il substrato economico-sociale deve essere in grado di assorbire queste risorse e nel farlo deve dare importanza alla meritocrazia. In media ciò al momento non accade neppure per le figure a più alto profilo, le quali tendono ad andare all’estero ove solitamente possono realizzarsi con più facilità. Il dilemma di una famiglia se risparmiare per dare un piccolo capitale al figlio o se investire nella sua istruzione deve trovare risposta nella seconda opzione. Per semplificare, in questo momento capire se sia meglio dare un pesce o insegnare a pescare non ha risposta chiara, perché il pesce si consuma in un solo pasto ed al contempo manca il fiume in cui pescare. Si deve quindi creare, non senza sforzi, un bacino artificiale e riempirlo di salmonidi.

Infine il terzo punto è principalmente in carico alle aziende private. Il meccanismo di formazione interno alle aziende è anch’esso sovente lacunoso. Non vi è trasparenza e formazione adeguata e non si da la possibilità alle risorse meritevoli ed ispirate di intraprendere percorsi di approfondimento che magari singolarmente o col solo supporto della famiglia non hanno potuto affrontare principalmente per ragioni economiche (si fa riferimento a master, MBA, dottorati, ecc).
Le aziende inoltre denotano una sostanziale incapacità nel riuscire a valorizzare al meglio le risorse (di ogni età) che impiega, di comprenderne potenzialità ed inclinazioni, aspettative ed ambizioni, preferendo percorsi, quando esistono, standard e lineari che potrebbero portare le persone ad annichilirsi, sentirsi non realizzate ed a contribuire in maniera infinitesimale rispetto a quanto potrebbero, finanche, nel caso di persone particolarmente determinate, a cercare l’uscita dall’azienda.

Agendo su questi tre fattori a mio avviso si potrebbero ottenere davvero ottimi risultati in termini di riequilibro sociale, redistribuzione della ricchezza, creazione di posti di lavoro ad altissimo profilo, inclinazione all’innovazione ed all’ottimizzazione nell’uso delle nuove tecnologie, crescita dei talenti e del sistema paese nel suo insieme, reimpostazione di una logica meritocratica, felicità dei singoli, benessere generalizzato, benefici per le persone, per il paese e per le aziende.
I lacci ed i lacciuli che Ignazio Visco durante un seminario alla Luiss ha accusato di bloccare lo sviluppo del paese con complicità di associazioni datoriali e sindacali, devono essere sciolti anche nel sistema dell’istruzione, dell’università, della formazione, della scuola e della ricerca.
In caso contrario la laurea, il prestigioso master o dottorato rimarranno un vessillo da appendere alla parete della camera da letto…. neppure in quella dell’ufficio che presuppone la chimera dell’impiego.

Il lavoro, le aziende, la società sono costituite in primis da persone, che ne costituiscono gli atomi. Se esse si trovano bene, se sono realizzate, se sono stimolate, anche attraverso il miglioramene ed il cambiamento continuo (e non il balletto tra contratti precari e part time al limite dello sfruttamento), se sono ascoltate e gratificate, fortificano l’insieme di cui fanno parte e contagiano con la loro voglia, curiosità, spinta innovativa e proattività ogni età e livello gerarchico.

28/03/2014
Valentino Angeletti
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Corte dei Conti giudica la Legge di Stabilità

La Legge di Stabilità è stata giudicata molto severamente dalla Corte dei Conti (Link articolo AGI). I punti sollevati dalla Corte sono svariati, in particolare emerge che al gettito previsto per il periodo 2017-2020 potrebbe essere deficitario per 13.7 miliardi di €, mentre nel triennio 2014-2016 il prelievo netto salirebbe di 4.7 miliardi di € dei quali 2 nel solo 2014.  Per il triennio 2014-2016 si legge che l’imposizione complessiva ammonterebbe ad oltre 28.5 miliardi mentre gli sgravi, non sufficienti a compensare gli aumenti, si fermerebbero a 24 miliardi, ciononostante per l’anno in corso sarebbero a rischio 3 miliardi di entrate.

La natura recessiva della Legge è piuttosto chiara, come lampante è l’intento di continuare a perseguire i parametri imposti dall’Europa ove è sempre più urgente una revisione della politica fiscale e monetaria rivolta più alla crescita e meno all’austerità, più indirizzata a sostenere il lavoro e meno il settore bancario il quale per forza di cose dovrà essere unificato e dovrà essere oggetto di controllo e revisione dei bilanci troppo spesso mascherati grazie all’utilizzo di strumenti finanziari particolari e della shadow banking; i criteri di Basilea, benché rivisti all’insegna di maggior permissività, ed i venturi stress test dovrebbero essere d’aiuto, assieme al meccanismo di fallimento già disegnato.
Il Presidente della BEI, che investirà in progetti d’innovazione nel 2014 e nel 2015 circa 15.5-16.5 miliardi all’anno, Werner Hoyer, individua tre elementi principali ostanti la competitività europea: insufficienti investimenti, in particolare in settori innovativi ed in attività ad alto valore aggiunto; l’eccessiva disoccupazione, a cominciare da quella giovanile; i pochi investimenti in produttività, ricerca e sviluppo che nell’Unione si fermano all’ 1.9% del PIL, contro il 3.3% del Giappone ed il 2.8 degli USA, per colmare il GAP coi paesi più virtuosi come appunto Giappone, USA e Corea del Sud servirebbero investimenti per 140 miliardi di € all’anno.
Evidentemente investire in modo pesante in innovazione, R&D, produttività, fatto salvo il caso della Germania che nel patto SPD-CDU indica di voler destinare il 3% del PIL, è impossibile per la maggior parte degli stati europei, proprio a causa del rigore dei conti imposto e lo è maggiormente per i paesi in difficoltà che più ne avrebbero bisogno; questa situazione rappresenta una chiara contraddizione tra politica rigorista proposta da ECB e Commissione (e pure IMF) e politica di sviluppo industriale ed economico indicata dalla BEI.

Tornando all’Italia, dall’analisi della Corte dei Conti emerge che la spesa pubblica per il 2014 crescerà di circa 5 miliardi, vale a dire che, se il dato fosse confermato, circa 6 mesi del lavoro di Cottarelli sarebbero vanificati. Per il 2015-2016 la spesa dovrebbe invece diminuire, ma partendo da un dato già più alto.

L’eventuale ammanco di gettito testimonia come le rilevazioni economiche del MEF, che ha comunque smentito tutti i dati, basate su previsioni e su interventi non strutturali bensì soggetti a dinamiche di mercato e consumi (come eccessiva imposizione IVA – Link Laffer-, accise ecc) siano flebili e spesso poco attendibili (non è la prima volta che sussistono errori simili); la crescente spesa invece sottolinea e ricorda la difficoltà, quasi incapacità, di incidere sui costi complessivi della macchina dello Stato italiano e delle PA.
In poche righe la Corte dei Conti, sempre dando per consolidati i risultati dello studio, avrebbe messo nuovamente alla luce due annosi problemi del nostro paese ed avrebbe innalzato in modo drammatico il coefficiente di difficoltà del lavoro del nuovo Esecutivo che per risolvere le questioni economiche dovrebbe fin da subito essere dotato di poteri quasi sovrannaturali.

19/02/2014
Valentino Angeletti
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Il valore non aggiunto

Sono stati mappati in modo abbastanza chiaro alcuni problemi relativi al lavoro, all’innovazione, all’efficienza dei processi e della burocrazia che limitano la competitività dell’industria e del nostro paese tutto.

Spesso vengono denunciati gli obblighi burocratici, che comportano l’impiego di un numero di giorni molto superiore alla media europea per sbrigarne le pratiche, le normative non chiare né stabili, l’assenza di adeguata efficienza ed innovazione nei materiali utilizzati, nelle tecnologie, nell’ICT, nell’automazione, nei processi produttivi e nella supply chain, il “digital divide”, ma anche la poca istruzione e cultura informatica applicata sia al privato sia al business che invece le aziende estere posseggono e del quale non possono più fare a meno per consolidare ed espandere il proprio fatturato e la propria visibilità, il costo dell’energia, ma anche l’assenteismo, la poca dedizione di alcuni lavoratori, l’eccessiva tutela degli stessi lavoratori che si siano comportati palesemente in modo non etico o corretto nei confronti del datore; viceversa alcuna aziende non mettono a disposizione adeguati mezzi ed adeguati piani di formazione e sviluppo affinché i propri dipendenti “performino” nel migliore dei modi ed esprimano tutto il loro potenziale. Il sistema scolastico, formativo ed universitario poi pare totalmente distaccato dai bisogni delle aziende. Negli ultimi anni l’accesso al credito è divenuto quasi proibitivo, mentre la tassazione è aumentata raggiungendo i massimi in Europa.

Come al solito non è bene fare di tutta l’erba un fascio, ma non v’è dubbio che quelli menzionati sopra siano alcuni fattori realmente impedienti.

Tutto ciò contribuisce in modo sostanziale a rendere la produzione italiana una di quelle a più basso valore aggiunto d’Europa. Nel nostro paese il valore aggiunto di un prodotto persa per il 126% circa, contro il 200% della Romania.
Se questo dato viene inserito in un sistema industriale ove vi sono alcune eccellenze che hanno produzioni a valore aggiunto altissimo, come l’industria di precisione ad elevato contenuto tecnologico, la biomedica, la meccanica di nicchia (per fare alcune menzioni: Ferrari, Brembo, moda, lusso, oreficeria, alimentare ecc), ma anche le start-up innovative, si evince che la moltitudine di aziende “normali” crei valore aggiunto ancora inferiore rispetto al dato medio.

Non è più possibile pertanto pensare di difendere un sistema “fuori mercato” e da tempo non più competitivo che evidentemente ha vissuto fin troppo compromettendo la competitività del paese e contribuendo a diffondere una certa mentalità statica e poco avvezza alla flessibilità ed al recepimento di nuove sfide.

Questo processo urgente di cambiamento e riconversione va intrapreso immediatamente ed in modo deciso con il supporto di sindacati, industriali, persone e soprattutto della politica e delle istituzioni che di lavoro da sbrigare ne avrebbero ben donde, ma che non trovano mai il momento giusto per affrontarlo.

Si concludano dunque gli ultimi iter governativi per quelle riforme certamente importanti, come la legge elettorale, che però sarà probabilmente ostaggio dell’abolizione del bicameralismo perfetto e della discussione sulla dimensione dei collegi e delle liste, si cambi conformazione di governo se necessario, ma poi si inizi davvero a supportare il paese, perché, praticamente in tutti i settori, ne ha dannato bisogno.

11/02/2014
Valentino Angeletti
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La lenta stabilità

In queste ore è stata discussa ed approvata dalla Commissione Bilancio e dal CdM la Legge di Stabilità ed i relativi emendamenti superstiti. L’iter legislativo prevede ulteriori passaggi, quindi tecnicamente non si tratta ancora di legge definitiva.
La sensazione in merito ai provvedimenti ed alle misure proposte è scialba, come scialbi sono stati definiti gli italiani dallo studio del Censis per via di una situazione economico, politico e sociale viscosa e melmosa, un pantano dal quale sembra difficile poter uscire senza un segno di rottura davvero forte e drastico, una discontinuità con il passato, passato nel quale risiede l’inizio del declino dell’economia italiana che troppi vorrebbero far coincidere con l’ingresso nell’Euro, ma che in realtà è ben più radicata, endemica e profonda. Si devono prendere i rischi, di sicuro pensanti, del caso, serve a mio avviso un “all-in” per giocarsi la partita coraggiosamente all’attacco, in questo momento il pareggio non è sufficiente e troppo spesso giocare per il pareggio porta alla sconfitta.

Indubbiamente nella legge vi sono degli aspetti interessati, come, molto italianamente non mancano, tra le pieghe dei provvedimenti, di essere dispensati fondi ad alcune sagre paesane, valorizzazione di prodotti locali, eventi folcloristici di dubbia altezza artistico culturale, qualche milione sarà destinato al fondo TFR dei parlamentari. Certamente hanno un peso non più che trascurabile ma non avrebbero motivo d’essere in condizioni normali, a maggior ragione in momenti di sangue, fatica, lacrime e sudore che per essere precisi Winston Churchill riferì e se stesso, come unica cosa che egli potesse offrire, e non propose agli altri come unica soluzione.

Passando agli aspetti un po’ più promettenti essi sembrano decisamente lenti, molto poco incisivi nell’immediato e senza quell’impalcatura strutturale in grado di indirizzare il lungo termine, del resto non va dimenticato che i margini di spesa e le risorse sono esigue. L’idea di base che ha mosso alcuni provvedimenti è senza dubbio lodevole, mi riferisco ad esempio alla possibilità di detrarre libri e testi scolastici, dal quale però rimangono fuori gli e-book verso cui stanno convergendo le scuole e gli atenei più tecnologici per ridurre i costi e le spese alle famiglie degli studenti; sono certo che l’esclusione dei libri elettronici non sia stata una cosa voluta, ma semplicemente un lacuna forse dovuta alla sostanziale visione all’indietro che caratterizza la nostra politica e talvolta anche il legislatore, spesso radicato ad un passato più lontano nei fatti di quanto lo sia nel tempo.

Il credito di imposta al 50% per investimenti in R&D è positivo, ma rimane limitato ad investimenti tra 50 mila e 2.5 milioni di €, avrebbe potuto essere esteso anche ad investimenti più ingenti per spingere le grandi imprese (che in Italia sono rimaste poche) a fare davvero R&D invertendo la tendenza che vuole che nei periodi di crisi il primo settore a subire restrizione sia proprio l’ R&D (le grandi major investono in ricerca circa il 5% del fatturato, IBM il 6%, Google il 13%, il recente accordo SPD-CDU in Germania ha come punto cardine la destinazione del 3% del PIL tedesco in innovazione e ricerca; in Italia difficilmente si arriva all’ 1%).

Molto interessante è il fondo da 100 milioni di € all’anno per grandi progetti di innovazione in modo da poter attingere ai finanziamenti della BEI per un controvalore di circa 5 volte e che, secondo stime ottimistiche, potrebbe attrarre 1 miliardo di investimenti. L’auspicio è che ciò si realizzi, ma nuovamente l’Italia è stata fanalino di coda, approfittando di questa opportunità con grande ritardo rispetto ad altri paesi.

Il supporto alla digitalizzazione delle PMI dovrebbe essere sostenuto da un voucher di 10 mila € a fondo perduto (o da una detrazione fino a 20’000€) che potrà coprire spese per hardware e software. Purtroppo chi ha un minimo di esperienza nel settore sa che con 10 mila € si acquista a malapena un server aziendale con relative licenze software quindi è difficile pensare che 10 mila € possano essere la svolta verso imprese digitalizzate ed educate a livello informatico che sappiano sfruttare internet come driver per il proprio business o il digitale come mezzo di alleggerimento di processi e procedure.

Complessivamente le bollette energetiche dovrebbero subire una riduzione di 850 milioni di €. La primissima ipotesi, considerando che il problema del costo dell’Energia è un fardello per le nostre imprese,era quella di destinare 3 miliardi al taglio delle bollette, ma le risorse molto sottili hanno portato a scendere a 600 milioni saliti ad 850. Essi saranno garantiti da una rivisitazione della tariffa bioraria che tiene in considerazione il minor costo dell’energia durante le ore diurne garantito dalle rinnovabili e da un allungamento del periodo di rimborso degli incentivi alle rinnovabili tramite l’emissione di piccoli bond già provvisti di copertura secondo il Ministro Zanonato. Questa emissione non è sicura perché dovrà passare al vaglio dell’Europa (si confida nelle coperture del Ministro) alla quale spetta stabilire se vada computata come deficit o meno, in caso positivo probabilmente verrà ostacolata altrimenti potrebbe essere possibile aumentare il controvalore delle emissioni in modo da avere qualche risorsa in più. Il risparmio principalmente sarà per le imprese, anche se non sostanziale, mentre le famiglie potranno risparmiare mediamente 20 € annui, circa il 3%. Un punto chiave su cui insistere riguardo all’energia rimane quello di ricreare un mix energetico vario ed efficace ed eliminare gli incentivi di un settore, le rinnovabili, ormai da tempo maturo che ha snaturato e viziato il mercato senza né abbassare il costo dell’energia né creare una filiera ed un indotto tale da bilanciare quello perso a causa della crisi del settore energetico che ha visto un massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali (E.ON sta pian piano abbandonando l’Italia e Sorgenia versa in grosse difficoltà).

Vi sono poi tutte le misure del pacchetto “Destinazione Italia”, i cui effetti dovranno essere valutati in futuro, che si prefiggono l’obiettivo di attirare investimenti esteri anche istituendo centri di supporto normativo e fiscale per le imprese estere, facilitare il percorso peri visti e supportare gli investimenti nazionali. Di certo se il substrato, nel quale gli investimenti, siano essi esteri o locali, dovranno indirizzarsi ed insediarsi, resterà quello attuale la probabilità di successo rischia di essere messa in pericolo nonostante l’impostazione complessiva promettente.

L’emblema della lentezza dei provvedimenti è rappresentato dall’eliminazione, l’ennesima, del finanziamento pubblico ai partiti, che in realtà avrebbe dovuto essere un semplice e meno cospicuo rimborso spese visto l’esito del referendum del 2003. Questo taglio, sbandierato come una vittoria sia a destra che a sinistra, entrerà in vigore a partire dal 2017. I finanziamenti saranno ridotti al 75% nel 2014, al 50% nel 2015 ed al 25% nel 2016. In futuro sarà la contribuzione volontaria, senza inganni poiché l’inoptato rimarrà allo Stato, del 2 per mille con possibilità di deduzione fino al 70%; detraibile al 75% fino a 750€ anche l’iscrizione alle scuole politiche dei partiti (viene da pensare che ci sarà la corsa alle iscrizioni). Nel panorama italiano 3 anni sono una eternità e tutto può accadere e sconvolgersi in questo lasso di tempo. Quando è stato il momento di chiedere anticipi su IVA o IRPEF, quando l’IVA è aumentata dell’ 1%, quando le cartelle di Equitalia hanno raggiunto le imprese oppure quando sono state bloccate le rivalutazioni di stipendi o pensioni si è agito immediatamente, non si capisce perché in tal caso si debbano attendere 3 anni.

Poco sembra possa essere fatto per il cuneo fiscale e per il lavoro. Il paese è continuamente tempestato da dati negativi e da record poco invidiabili dall’inizio delle serie storiche e delle statistiche.

Secondo Bankitalia i valori delle case sono in flessione, -3.9% nel 2012 e -1.8 nei primi sei mesi del 2013, i prezzi degli immobili nel 2012 sono calati del 5.2%, record dal 95, inizio delle serie storiche. La ricchezza delle famiglie, le quali per il patrimonio immobiliare, degli anziani e per la presenza di grandi ricchezze concentrati nelle mani di pochi, rimangono mediamente ben patrimonializzate rispetto agli altri stati europei, è calata del 2.9% nel 2012 e del 9% dal 2007. I risparmi continuano in ogni caso ad essere in calo, ed i risparmi famigliari sono sistematicamente intaccati. Secondo l’ISTAT gli under 35 che né studiano né lavorano sono quasi 4 milioni ed aumenteranno anche il prossimo anno, invece uno studio della SPI-CGIL riporta che il 46% dei pensionati non arriva a fine mese ed è costretto a rimandare pagamenti o a ricorrere ad aiuti, il 24,3% arriva a fine mese magari con qualche piccola rinuncia e chi ne ha la possibilità aiuta figli, nipoti o amici. Il 37% oltre ad aver tagliato il superfluo rinunciando a ristoranti, viaggi e svaghi è costretto a rinunciare alle cure e tagliare spese alimentari. In famiglia avere un malato cronico da curare ed assistere è diventato, per impegno economico necessario, un lusso. Sinceramente, pur siano da tempo note queste condizioni, non sono in grado di capacitarmi di una tal indegna bassezza al limite della civiltà cosiddetta industrializzata e dei servizi.

La capacità della legge di stabilità di incidere in questo panorama sembra irrisoria, come lo sono le risorse a disposizione che non lasciano scampo e non possono dare nell’immediato quella svolta invocata. Per il breve termine servirebbe un intervento europeo che, contrariamente a quanto fatto fino ad ora dove a beneficiare del supporto europeo è stato principalmente il sistema bancario, destini liquidità direttamente all’economia reale e consenta la spesa per gradi investimenti che creino occupazione, lavoro e rilancino in consumi, come han fatto Obama ed Abe rispettivamente in USA ed in Giappone poco curandosi della crescita della spesa. Contemporaneamente servono riforme profonde nel mondo del lavoro, delle pensioni, degli ammortizzatori sociali e del welfare, un cambio ai vertici governativi ed aziendali mantenendo le migliori risorse di esperienza, ma contaminandole con i giovani. Servono piani di sviluppo industriale e politiche di lungo termine volte al taglio delle spese e degli sprechi, alla lotta all’evasione, alla corruzione ed alla sburocratizzazione; tre voci queste ultime che se ridotte di un 15% ciascuna metterebbero al sicuro tutti i bilanci statali.
Per capire come la situazione sia prossima alla deriva basti pensare alle difficoltà che si hanno ogni volta che devono essere trovate risorse non previste. La copertura dell’IMU è ancora in bilico, trovare i 500-700 milioni a copertura della differenza di aliquota è stato drammatico (o comico), ogni volta che si devono rifinanziare gli ammortizzatori sociali con qualche miliardo si rischia di dover ricorrere alle clausole di salvaguardia, così come è stato finora impossibile incidere significativamente sul cuneo fiscale, sul lavoro, far ripartire la rivalutazione degli stipendi degli statali o pagare completamente i debiti delle PA. Parallelamente a ciò il debito continua a crescere incessantemente raggiungendo ad ottobre il record di 2’085 miliardi, dei quali 17 si sono sommati tra settembre ed ottobre, in un solo mese; da record anche l’ammontare degli interessi che nel 2013 sfioreranno i 90 miliardi. Il PIL non riesce a ripartire, le stime per il prossimo anno vanno da quelle di S&P, 0.4% all’ 1% del Governo passando dallo 0.6-‘.7 di OCSE ed ISTAT, in ogni caso troppo basso per far ripartire l’occupazione che richiederebbe almeno una crescita dell’ 1.5%; questo fattore rischia di minare il contenimento del rapporto Deficit/PIL entro quanto previsto dal MEF di Saccomanni. Evidentemente queste voci rispetto alle risorse disponibili si collocano un ordine di grandezza più in alto. Sono estremamente curioso di leggere e capire da dove proverranno i 200 miliardi che secondo Corrado Passera possono essere iniettati nell’economia e che dettaglierà meglio il prossimo gennaio, perché senza somme di quel genere l’unica possibilità di rimetterci, con il tempo ed i tanti sacrifici ancora necessari, sui binari corretti è quello di un inversione delle politiche europee all’insegna non dell’austerità ma del sostegno concreto allo sviluppo.

14/12/2013
Valentino Angeletti
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