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ISTAT aumentano i disoccupati e calano gli occupati: Non preoccupa il dato puntale, ma la condizione al contorno

Com’era assolutamente fuori luogo e senza fondamenta, gioire di giubilo quando i dati sulla disoccupazione sembravano volgere in meglio, allo stesso modo, ora che invece i dati preliminari ISTAT sullo stato occupazionale italiano sono tornati negativi, non si può cadere in disperazione per i numeri presentati. Secondo l’Istituto di Statistica a giugno gli occupati hanno fatto registrare un -0,1%, esattamente della stessa entità del calo che ha riguardato il tasso di occupazione.

I disoccupati sono aumentati di 55 mila unità (+1,7%) e la disoccupazione è arrivata, crescendo dello 0,2%, al 12.7%. (dopo il -0,2% di aprile e la variazione nulla di maggio). Ancora peggiore la situazione per i giovani, il cui tasso di disoccupazione arriva al 44.2% a fronte di un tasso di occupazione del 14.5%.  Secondo la CGIA di Mestre negli anni tra il 2008 (tasso di disoccupazione 7.1%) ed il 2015 i posti di lavoro persi in Italia sono stati 932 mila. I valori sono medie nazionali, ma se si andasse ad analizzare la situazione del Sud italia e, in questo sottoinsieme, delle donne, avremmo dati ancora peggiori, terrificanti, che non fanno altro che confermare il triste allarme lanciato dallo SVIMEZ  (agenzia per lo sviluppo del mezzogiorno), secondo il quale i Sud è a rischio di arretratezza e recessione croniche, impoverimento, invecchiamento, senza possibilità di ripresa. I dati occupazionali sono i peggiori da quando sussistono i rilevamenti, 1977, è quindi più che verosimile il monito dell’FMI, che ha stimato in 20 anni il periodo necessario per riportare i parametri macroeconomici a livello pre-crisi. Effettivamente facendo un calcolo della serva, ma non poi così lontano dalla realtà, se dal 1977, i dati del 2008 sono stati raggiunti in 31 anni con una economia che tirava e senza impedimenti nel fare investimenti, è pensabile che, essendo oggi nel 2015 allo stesso livello del 1977, ci possano volere 20 anni, in condizioni macroeconomiche decisamente più incerte di allora, per riportare i livelli a quelli del 2008.

Detto ciò, questi dati non stupiscono, e non c’è motivo di drammatizzare il dato puntuale, che era scontato si sarebbe, mese prima mese dopo, presentato. A poco vale il dato, descritto positivamente, sul calo degli inattivi, i cosiddetti neet o scoraggiati; buono che vi siano più persone in cerca di lavoro, ma è altrettanto vero che questo è un dato fisiologico del periodo estivo, dovuto alla ricerca di lavori estemporanei e stagionali, specialmente nei settori dei servizi, del turismo e del terziario, nulla di strutturale. C’è invece motivo di disperarsi considerando la situazione generale italiana, che non lascia spazio alcuno al pensiero che una ripresa possa essere davvero dietro l’angolo. Si è detto più volte in questa sede che i dati occupazionali, come quelli del PIL, sono destinati in questa fase ad oscillare, andando a volte in terreno positivo, e talvolta in quello negativo, ma con variazioni poco significative, soprattutto perché inserite in un trend di lungo periodo ancora impostato negativamente. Si ribadisce una volta in più che per avere un incremento dell’occupazione, che sia stabile e strutturale dopo il fisiologico ritardo rispetto alla ripartenza economica, serve un tasso di crescita attorno al 2%, decisamente lontano dalle previsioni relative al nostro paese secondo cui nel 2015 si dovrebbe toccare una crescita dello 0.7%, ma con tanti dubbi da parte di illustri economisti ed istituti. Un giovane verosimilmente non avrà possibilità, non tanto di fare carriera, arricchirsi e puntare alla scalata sociale, ma di poter vivere dignitosamente nel nostro paese, e si troverà di fronte al bivio, il cui esito è sempre più scontato, se emigrare (sesso con biglietto di sola andata, anche perché oltre a non essere paese per giovani l’Italia non lo è neppure per le famiglie) o meno. Inoltre le dinamiche demografiche sono in tutta l’Italia, ed in modo particolare al sud contrariamente al passato, preoccupantemente impostate verso la vetustà imponendo grossi sforzi previdenziali, depauperamento di capitale umano e competenze e una gestione corretta e proficua dell’immigrazione, ad oggi decisamente inefficiente.

Come si è già detto, senza investimenti (privati e pubblici), che sarebbero il preludio per creare occupazione e reale ripresa economica, inclusiva di esportazioni, già ora forti, consumi, e quindi maggior potere d’acquisto conferito da detassazione, ad esempio sul lavoro, sostegno ad imprese e famiglie, non v’è possibilità di iniziare a riprendersi. Purtroppo gli investimenti sono bloccati, quelli pubblici dai parametri europei che non consentono (utilizzando una politica antitetica rispetto a quella che sta funzionando in USA) di fare ulteriore deficit, mentre quelli privati dalla melma italica composta da burocrazia, normativa, legge e giustizia, corruzione e malaffare, che tolgono letteralmente la voglia agli investitori di un certo peso, italiani e non, di considerare il nostro paese semplicemente tra le opzioni competitive. Pensare, e ciò rammarica ancora di più, che investimenti pubblici infrastrutturali sarebbero molto utili quando non necessari, per aggiornare ad esempio la viabilità e la rete ferroviaria italiana. Come abbiamo potuto impietosamente assistere in questi giorni, è bastato un incendio per mandare in tilt il principale hub aeroportuale italiano, Fiumicino, con ripercussioni su tutti i voli e quando ancora le conseguenze del precedente incendio al terminal 3 che aveva ridotto la capacita dell’aeroporto Leonardo Da Vinci del 60%. Oppure, ed è il caso di Firenze, una forte pioggia, sicuramente eccezionale coi suoi 45 mm in poche ore, ha mandato in blocco, e non è giustificabile neppure per un evento di simile entità (che di fatto stanno diventando sempre più comuni, pertanto meno eccezionali), tutto il trasporto ferroviario italiano. Evidentemente investimenti infrastrutturali per il rafforzamento di questi e molti altri snodi critici per il paese, così come per il riassesto idrogeologico, porterebbero posti di lavoro e benefici tangibili per tuta la cittadinanza, giustamente sempre più indignata quanto apprende che, secondo una rilevazione della Corte dei Conti,  la pressione fiscale degli enti locali, incrementata del 22% in 3 anni, è ormai insostenibile (e se non insostenibile, non adeguata al livello pessimo dei servizi spesso offerti).

Non c’è da stupirsi dunque di questi dati, erano prevedibili e previsti. Assisteremo ad oscillazioni in più ed in meno alle prossime rilevazioni, dovremo leggere improbabili elogi al governo ed ingiustificate accuse di incapacità, purtroppo però lo scenario globale, che dobbiamo tenere sempre in considerazione, al momento non presenta segni di miglioramento e, tralasciando oscillazioni attorno allo zero, mantiene una tendenza poco incline alla ripresa economica.

01/08/2015
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità tra Scilla e Cariddi

Entro poche ore il Governo guidato da Matteo Renzi ed il MEF del Ministro Padoan dovranno porre il sigillo alla legge di stabilità per sottoporla al vaglio dell’Unione Europea. In questi ultimi frangenti il Premier era all’assemblea di Confindustria a Bergamo dove ha anticipato a grandi linee l’entità della manovra: 30 miliardi di cui 18 di taglio di tasse ed una spending review di ben 16 miliardi (“alla faccia di Cottarelli” avrebbe testualmente detto il Premier che in tono ironico forse ha voluto sottolineare la distanza tra lui e l’ex Commissario).

I dubbi sulla manovra rimangono. Ad esempio Fubini su La Repubblica fa notare che vi sarebbero 11 miliardi derivanti da aumento del deficit pubblico, che i tagli di spesa sono estremamente complessi da portare a termine a causa dei veti imposti ad ogni misura restrittiva dai soggetti interessati e che le entrate straordinarie, circa 5.5 miliardi, nella realtà dei fatti sono difficilmente quantificabili perché proverrebbero da misure quali aumento della tassazione sul gioco d’azzardo (le aziende del gioco si stanno già muovendo contro questa eventualità) oppure entrate derivanti dalla lotta all’evasione che difficilmente possono essere stimate con precisione ex ante.

Alla platea di Confindustria Renzi ha fatto notare che 18 non è l’articolo, ma sono i tagli di tasse, in particolare si avranno sgravi dell’Irap per 6.5 miliardi e la totale sgravio per i primi tre anni tramite un contributo ad hoc sulle assunzioni a tempo indeterminato.

Nella bozza illustrata sembra che si voglia accontentare un po’ tutti: l’UE con la spending review, sempre l’ UE assieme a Confindustra ed ai lavoratori (ipotizzando che parte dello sgravio vada in busta paga) con il taglio del cuneo fiscale (al momento per i primi tre anni di lavoro), di nuovo Confindustria con la misura sull’Articolo 18, la Germania e l’UE per il rispetto del vincolo del 3% sul rapporto deficit PIL, i contribuenti in generale col taglio ipotetico di 18 miliardi alle tasse.

La misura più interessante e abbastanza chiara quantomeno nel contenuto è quella relativa all’azzeramento della contribuzione per i primi tre anni nel caso di assunzione di un giovane a tempo indeterminato. L’abolizione dell’articolo 18, che avrà ancora da essere visti i venti di guerra con la CGIL di Susanna Camusso che ha ipotizzato anche uno sciopero generale e con le fronde interne al PD, e lo sgravio per i neo assunti, nell’idea del Premier dovrebbero sollevare i datori (quelli in condizioni di farlo) da ogni alibi nell’assumere giovani. Evidentemente il provvedimento vuole andare nella direzione di ridurre la disoccupazione, obiettivo verso il quale vi è totale accordo tra BCE, UE e Stati Membri.

Il problema del lavoro, estremamente complesso, come sì è detto più volte, non si risolve con una singola misura, ma con un pacchetto “olistico” rivolto seriamente e concretamente alla crescita (LINK). Quello che Renzi ha proposto va più che bene come elemento facilitante, ma deve necessariamente essere inserito in un contesto dove sia possibile e profittevole la creazione di business e l’insediamento di attività produttive, dove insomma si facciano investimenti privati e pubblici.

Se sul lato del pubblico vi sono i vincoli europei da rispettare che impediscono ogni spesa seppur produttiva e seppur con ritorno nel medio periodo e vi è una incapacità quasi delittuosa nell’usare quei soldi disponibili (ed il caso dell’alluvione di genova ne è solo l’ultima dimostrazione LINK); sul lato del privato le cose non vanno meglio. L’Italia in questi hanno non è stata in grado di attirare un sufficiente numero di investimenti e tanti sono fuggiti assieme ad aziende costrette alla chiusura; le motivazioni sono quelle ben note e contro le quali dovrebbe lottare l’Esecutivo Renzi (ma in realtà ogni Governo): burocrazia (e Genova nuovamente ne è l’ultimo tragico emblema), incertezza normativa, fisco, giustizia e via andare nell’impietoso elenco. La misura del Premier, eccellente se verrà confermata, rischia di non avere gli effetti desiderati senza tutti quegli elementi al contorno dai quali non si può prescindere e che dovrebbero portare all’aumento del potere d’acquisto, all’aumento della domanda e di conseguenza della produzione con annessa richiesta di manodopera da parte delle aziende. Su tale direttrici ci si può muovere o tramite diminuzione drastica delle tasse in modo da aumentare i consumi, ma è estremamente complesso agire su tutti i potenziali consumatori evitando che maggiori consumi per alcuni vengano compensati da riduzione degli acquisti per altri (come è accaduto fino ad ora col bonus degli 80€; e neppure il TFR potrebbe essere risolutivo, visto che il Corriere da un sondaggio rileva che 2 intervistati su 3 preferiscono il gruzzolo a fine carriera come avevamo già ipotizzato: LINK) oppure investendo e creando lavoro e questo può essere fatto dal pubblico se non vi sono vincoli ad impedirlo e dal privato, se esistono possibilità di fare affari e ciò è possibile solo abbattendo le barriere esistenti. In ambedue i casi, considerando lo scenario di bassa inflazione persistente, con il supporto di una lungimirante politica monetaria della BCE. Pertanto è evidente come la decontribuzione per tre anni dei nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato (che nel caso di abolizione dell’Art. 18 sarebbe  una forma contrattuale comunque più debole di quella attuale e per tanto si potrebbe supporre che debba essere meglio remunerata almeno nella fase di minori tutele) sia un aiuto, ma da sola rischi di non essere sufficientemente “shockante”.

Non va poi dimenticato il contesto vigile dell’Europa che, relativamente alla legge di stabilità, vorrà verificare le coperture per ogni taglio di spesa e di tasse, così come vorrà comprendere precisamente e non solo a sommi capi, come spesso l’italianità porta a fare, la destinazione di ogni taglio di spesa della spending review che ricordiamo deve essere destinata alla riduzione del debito ed al taglio delle tasse.

Le dichiarazioni del rispetto del 3% sono sicuramente un elemento in favore dell’impegno italiano, ma esso potrebbe non bastare perché secondo la tabella di rientro sul rapporto deficit/PIL a fine 2014 avremmo dovuto attestarci al 2.6% (già il nuovo calcolo del PIL introdotto da Eurostat ci è venuto in soccorso per uno 0.2%) e perché abbiamo già rimandato al 2017 il pareggio strutturale di bilancio. Di buon auspicio vi è il silenzio della coppia Dijsselbloem-Katainen, presidente dell’Eurogruppo il primo e commissario UE ad interim per gli affari economici e monetari il secondo, rispetto agli intenti italiani, mentre è stata da loro sottolineata la condizione di difficoltà della Francia che con un rapporto deficit/PIL attorno al 4.3% andrà in procedura di infrazione.

A ribadire il fatto che l’Europa potrebbe richiedere una modifica alla legge di stabilità vi è anche Bankitalia sostenendo che molte delle misure sono difficilmente quantificabili a priori e che gli scenari futuri per i prossimi anni, ed in particolare per il 2015, presentano notevoli rischi al ribasso di tutti i parametri vuoi per le congiunture macroeconomiche assolutamente ancora non sanate, vuoi per le tensioni geopolitiche tutt’ora in corso. Le opzioni italiane qualora la UE richiedesse modifiche ed aggiustamenti potrebbero essere obbedire oppure mantenere quanto presentato ed eventualmente rischiare di incorrere nella procedura di infrazione, ma solo nella primavera 2015, guadagnando così alcuni mesi.

Complica ulteriormente la situazione una Germania ancora egemone la quale, nonostante gli ultimi dati non buoni relativi ad export, ordinativi e produzione industriale, vanta un surplus vicino al limite europeo del 6% (attorno ai 14 miliardi in valore assoluto) e che per bocca del Governatore della BUBA continua a ribadire come il rispetto del 3% sia fondamentale per la credibilità degli stati e quindi per la sostenibilità del loro debito sovrano che fu alla base della crisi finanziaria nel 2011.  Il Governatore avrebbe addirittura definito Francia ed Italia “Bambini Problematici”, prima di esternare le sue perplessità anche sul programma di acquisto di ABS della BCE (LINK). Tale atteggiamento e la circostanza di essere il maggior azionista di BCE e UE hanno fatto si che la Germania tenesse fino ad ora in scacco sia le politiche europee che quelle della BCE che pur nell’indipendenza statutaria dei loro mandati non possono non aver risentito dell’influenza tedesca. Come sostenuto dal politico tedesco Fischer, la Germania sta condannando i paesi del Sud e l’Europa tutta se non si convincerà a sostenere una maggior integrazione finanziaria ed un progetto simile agli Eurobond di condivisione dei rischi (cui abbiamo già parlato più volte). Del resto i dati deboli menzionati sopra mettono in luce il fatto che alla lunga della povertà dell’UE (maggior mercato per i prodotti tedeschi) non può non risentirne anche la Germania stessa.

Attendendo la conclusione della legge di stabilità italiana, la relativa reazione europea e sperando che Bruxelles e Berlino recepiscano la necessità di un cambio di approccio economico, il nostro paese ha la possibilità di sfruttare l’incontro Asem (Asia Europa Meeting), ed in particolare i bilaterali a margine, per raccogliere investimenti dall’estremo oriente, sempre molto attento ed interessato a i nostri settori Hih-Tech, TLC, Energia-Oil&Gas, Agricoltura, Lusso, Manifattura ad alto valore aggiunto poiché oltre alla qualità rappresentiamo un naturale punto d’ingresso al mercato europeo (ancora il più grande del mondo). L’atteggiamento italiano non dovrà essere assolutamente quello del mendicante, pur nella consapevolezza della necessità di reperire capitali e partner forti e globali, e dovrà perseguire risultati concreti senza eccessiva cessione di sovranità ed andando ben oltre la miriade di accordi e parternariati che la Cina in testa a tutti è solita stipulare con più di mezzo mondo. Dovrà quindi essere in grado di esporre un “prodotto” valido su cui investire e dovrà saper indirizzare l’investitore verso strategie di lungo termine, non toccate e fughe (che pure non sono nello stile cinese) pur senza cedere totalmente il timone di settori particolarmente delicati.

13/10/2014
Valentino Angeletti
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Draghi: “allarme rosso sulla ripresa”. Alcuni Mea culpa, ma soprattutto un futuro da affrontare diversamente

Alla frase: “La situazione economica europea è debole e fragile…” et similia ci eravamo abituati, potremmo quasi dire di esserne ormai immuni. Di tono ben più allarmante, sempre considerando l’aplomb e lo stile del personaggio, sono state le dichiarazioni del Governatore BCE, Mario Draghi, che da Bruxelles ha rincarato, e di molto, la dose. Secondo il Governatore dell’istituto di Francoforte all’interno di uno scenario macroeconomico che permane debole e fragile i segnali di ripresa, a dire la verità mai stati eccessivamente violenti, hanno ulteriormente perso slancio e la lentezza delle riforme contribuisce pericolosamente a solidificare lo stato di crisi.

Per Draghi la BCE ha fatto ciò che doveva fare, quindi parafrasando avrebbe rispettato in toto il proprio mandato, con la sola eccezione, e si tratta di un mea culpa ufficiale non da poco, di aver sottovalutato l’imperversare della disoccupazione che ha avuto un ruolo determinante nell’innescare la spirale deflattiva (o della bassa inflazione).

Alcuni altri appunti si potrebbero però muovere alla BCE.

Innanzi tutto non aver pensato di controllare che gli aiuti erogati inizialmente non venissero fagocitati dall’intermediario bancario ed impiegati esclusivamente a loro pro. Se un monitoraggio della BCE sugli investimenti finanziari speculativi da parte delle banche poteva risultare complesso ed invasivo, lo sarebbe stato decisamente meno il controllo che i denari non venissero depositati overnight proprio presso l’istituto di Francoforte, prassi che era diventata comune per incassare un minimo guadagno senza rischiare.

La deriva verso l’inflazione, oltre ad essere ampliata dalla disoccupazione, non è stata di sicuro un evento improvviso né senza segnali (Link Vari deflazione), ma una deriva per quanto rapida comunque protrattasi nel tempo. Poco è stato fatto, e la colpa in tal caso è anche di alcuni governi che hanno preferito la competizione sui salari rispetto alla qualità di prodotto, per sostenere i consumi ed infondere la fiducia necessaria alla popolazione per affrontare le spese o richiedere credito alle banche, che da tempo avevano iniziato a negarlo quasi sistematicamente.  Il mantenimento di bassi tassi forse è stato troppo lento e comunque non così rilevante per deprezzare l’Euro quel tanto che sarebbe bastato per favorire un minimo le esportazioni europee (la situazione in essere ha favorito neppure a dirlo la Germania).

Sempre la deflazione e la tendenza attendista dei consumatori che la caratterizza hanno abbassato, come già detto, la propensione a contrarre prestiti e chiedere credito, proprio per l’attesa di ulteriori ribassi dei prezzi, così, ed arriviamo all’ultimo punto, le misure di T-LTRO di qualche giorno fa sono state accolte con più freddezza del previsto. Le banche, e la BCE non può forzare a farlo, hanno richiesto minore liquidità un po’ per la domanda di credito bassa, un po’ perché a breve vi saranno gli stress test europei volti a verificare la solidità patrimoniale in cui il prestito e l’uso degli strumenti finanziari hanno un ruolo importante nella determinazione dei vari cor tier. Inoltre gli eventuali benefici del T-LTRO si vedranno in un arco di tempo lungo e quindi non possono essere considerati come la misura shock in grado di deviare il corso economico di questo perdio.

Non v’è dubbio alcuno che la BCE abbia provato ad agire per supportare l’economia, ma non si può neppure negare che lo abbia quasi sempre fatto in ritardo (link).

Quando Draghi afferma, e l’Italia si senta tirata in causa, che i proventi dei bassi spread, decisamente merito degli interventi della BCE, sono stati utilizzati per aumentare la spesa corrente non dice il falso, così come ha pienamente ragione quando denuncia una cronica lentezza nel processo riformatore (La lenta fretta del G20 ed una realtà italiana più tartaruga che Achille). Se in Portogallo ed in Spagna (Link Spagna), pur con tutte le difficoltà sociali che rimangono, le riforme hanno inciso di più ed hanno consentito un progressivo ritorno degli investimenti “green field” così non è per Grecia ed Italia.

La situazione italiana del resto rimane troppo viscosa, incerta, ingessata su situazioni che logorano, distolgono attenzione ed energie alle reali priorità ben note a tutti (link violenta reazione) . Come se non bastasse, con i meccanismi in essere, anche un processo di riforme virtuoso, eccellente ed approvato unanimemente richiederebbe tempo per entrare in fase attuativa e quand’anche fosse attuato i benefici arriverebbero dopo un fisiologico intervallo temporale, più lungo ancora nel caso si voglia considerare l’inversione del dato disoccupazione. La ricetta di Draghi basata su riforme e tagli di spesa è corretta, ma in Italia non è facile agire tempestivamente su questi due fronti.

La spending reviw ha subito le note vicissitudini con commissari succedutesi, programmi e piani precisi reclamati da Bruxelles e non arrivati in tempo, a volte anche eccessive aspettative, perché ci è stato anche rimproverato di relegare il reperimento di ogni risorsa alla revisione della spesa senza però aver presentato un piano che la dettagliasse e la quantificasse, come fosse una sorta di panacea di tutti i mali (Lin1k – Link2). Quando poi sono stati ipotizzati tagli alla sanità, revisione delle pensioni (che la stessa OCSE ha identificato come enormi centri di spesa e sprechi), decurtazioni al settore difesa oppure alle regioni, le proteste e le dichiarazioni belligeranti si sono prontamente sollevate, segnalando che trovare un punto di accordo non sarebbe stata cosa banale, ed infatti al momento il nodo è stato accantonato.

La riforma sul lavoro che dovrebbe contribuire a facilitare gli investimenti (pur ricordando che il lavoro non si crea per decreto) è motivo di scontri intestini nei partiti, tra partiti ed associazioni sindacali e datoriali, tra gli stessi sindacati e pure tra sindacati e lavoratori che in molti casi hanno la sensazione di esser stati lasciati soli per troppo tempo, tanto da giungere ad una situazione dell’occupazione e delle forme di impiego delirante. In particolare è l’Articolo 18 il fulcro della discussione, come se rappresentasse il solo ed unico elemento ostante gli investimenti e causa di disoccupazione. Evidentemente, come lo fu l’IMU all’epoca (ora diventata TASI e che per me affittuario impossibilitato all’acquisto di un mediocre monolocale è passata da circa 90€ ad poco più di 130€) si tratta di un vessillo, di una bandiera che si vuol difendere (nel senso di mantenere o eliminare a prescindere) senza sentir ragioni o aprire le orecchie a mediazioni o soluzioni alternative, chissà forse anche più adatte a questo periodo.

Emblematiche sono state anche le polemiche sull’ipotesi di riduzione dei giorni di ferie alla magistratura ed ancora di più le ormai 14 votazioni per l’elezioni dei membri di CSM e Corte Costituzionale, nonostante il patto del Nazareno e nonostante gli espliciti moniti di Napolitano. Il Presidente si è ripetuto in occasione dell’apertura dell’anno scolastico auspicando il superamento dei corporativismi e dei conservatorismi (e detto da un ottantanovenne fa almeno sorridere).

Situazioni simili sono certamente valutate da eventuali investitori che volessero venire ad investire da zero nel nostro paese. Se qualche ingresso finanziario ed industriale è avvenuto (Ansaldo, Eni, Enel, Generali, Telecom, Fiat, Elextrolux), ormai sono nulli gli investimenti industriali esteri “da zero”. Non tanto l’articolo 18 è il problema che li ostacola, quanto la burocrazia, l’eccesso di norme incomprensibili e di interlocutori con voce in capitolo, la giustizia incerta, la legislazione che spesso agisce a posteriori e retroattivamente della quale ogni azienda è letteralmente in balia (e se si tratta di piccoli artigiani, imprenditori o commercianti con strumenti di difesa nulli), il fisco, per non parlare della corruzione ed infine le condizioni di accesso al credito. Inoltre è evidente che un privato investitore porrà il proprio business dove v’è possibilità di fare profitto e dove l’impostazione non è negativa. Al momento l’Italia è l’unico membro del G20 ancora in recessione, è colei che ha i dati peggiori, e pur rimanendo osservata dagli investitori finanziari, sono pochi rispetto ad altrove coloro che hanno il coraggio di insediarvi il proprio business industriale.

Tutti questi fattori evidentemente impediscono gli investimenti privati (esteri e non), e, pur volendo ipotizzare di agire nel modo più rapido possibile, è illusorio pensare che si possano risolvere in tempo utile per arginare la deriva della crisi. Servirebbe un vero piano di defiscalizzazione dei salari/redditi privati e delle imprese ed una serie di investimenti pubblici in modo da rilanciare potere d’acquisto, consumi ed esportazioni, sostenere l’occupazione  e creare maggiori presupposti per investimenti privati che ora difficilmente potranno scostarsi dalla più o meno pura finanza.

Gli investimenti pubblici però sono in contrasto con il rigore di bilancio (i proventi della spending review sono già allocati per defiscalizzazione e riduzione del debito) imposto dall’UE a trazione tedesca che durante la campagna per le europee di maggio sembrava ad un passo dall’essere superato, ma che in realtà rimane ben saldo.

Lo stesso Draghi nel suo discorso ha voluto intendere che il processo riformatore dovrebbe investire anche l’Europa, anch’essa ingessata. Lo si nota dalle lungaggini del processo di insediamento della nuova Commissione così come dall’incapacità di pianificare ed intervenire in modo sincronizzato su vari fronti economici, politici e sociali, segno che non l’unità di intenti ed obiettivi, mai particolarismi animano ancore l’agire di tale entità al momento più geografica che politica. In questo frangente è rimasto in sospeso il piano di investimento da 300 miliardi annunciato da Juncker ed il semestre italiano è silenziosamente giunto a metà senza che abbia lasciato particolari segni, quando sembrava (ma avevamo detto che non poteva essere così) dovesse essere rivoluzionario. Allo stesso tempo però il Governatore non ha voluto sbilanciarsi ed ha confermato la linea di Merkel – Katainen – Rehn di utilizzare la flessibilità già presente nei patti senza richieste ulteriori. Proprio in questo modo il Cancelliere tedesco ha congelato il Primo Ministro Francese Valss  che gli illustrava il suo piano di riforme sui cui la Merkel non ha lesinato il solito aggettivo “impressionante” (o mente bene o è facilmente impressionabile perché lo ha riservato a tutti).

Si ritorna dunque, anche alla luce del nuovo (opinabile) calcolo del PIL Eurostat che migliora in valore assoluto il dato consentendo per il nostro paese un abbassamento per il 2013 del rapporto deficit/PIL di 0.2% (a 2.8%) e debito/PIL a 128%,  a parlare di concessioni europee, di golden rule, di investimenti produttivi fuori dai vincoli dei patti e di più tempo per il rientro sul debito, elementi che però non vogliono essere neppur considerati seriamente e sono smorzate sul nascere. Sugli investimenti privati potrebbe avere un ruolo importante anche la BCE elaborando meccanismi che supportino direttamente gli stati nei loro investimenti, appoggiandosi alla BEI, alle singole banche centrali (in Italia entità finanziarie come Bankitalia, CDP, FSI ecc) ed in ultimo acquistare titoli di stato, spingendo affinché possa essere valutata la convergenza verso un euro-bond comunitario al momento neppure ipotizzato dalla Germania.

Tutto ciò può avere senso solo se il paese in questione ha un piano di sviluppo, ha idea chiara di dove investire e spendere (e non sprecare), ha una gestione del budget efficiente, punta a nuove tecnologie, innovazione e ricerca, ed a nuovi modelli industriali basati su internet, energia-efficienza, tlc, trasporti di nuova generazione (e qui il nodo digital divide e l’agenda digitale potrebbero davvero rappresentar l’investimento più produttivo di questa fase storica Link), oltre che alle solite strade, ponti ed infrastrutture che comunque nel nostro paese devono essere profondamente rinnovate e riqualificate come del resto tutto il patrimonio edilizio.

Chiaramente a fianco di ciò dovrà proseguire spedito e rapido il necessario processo di riforme nazionali ed europee che tutti richiedono e pretendono, che per taluni è ormai in fase avanzate, per altri ancora non si vede, per altri ancora, i più pericolosi perché beneficiano del precipitare della situazione, pare non esser necessario.

 

22/09/2014
Valentino Angeletti
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La lenta fretta del G20 ed una realtà italiana più tartaruga che Achille

Come accaduto nei giorni scorsi all’Ecofin e consessi affini anche all’ultimo meeting G20 australiano non sono emerse grandissime ed eclatanti novità. Si tratta degli stessi allarmi e delle stesse possibili soluzioni di massima per il perseguimento delle quali rimane comunque un certo disaccordo tra i protagonisti. Ripetendo quanto detto per il meeting economico europeo (Ecofin1 – Ecofin2) pare che gli ingredienti siano ormai scelti e condivisi (sembrava lo fossero anche durante la campagna elettorale per le europee del 25/05), ma non si sappia in che ricetta impiegarli … un primo, un secondo o un dolce? Ed anche una volta scelta la portata, che cosa si vuole cucinare?,

Questa continua assenza di allineamento che fa si che oltre ai corposi report ben poco all’atto pratico scaturisca da simili eventi è in palese contraddizione con uno dei messaggi fondamentali che sempre si ribadiscono, e questa volta non fa eccezione, ossia che c’è fretta e che si deve agire il più rapidamente possibile con soluzioni concrete e che portino risultati.

Di seguito per chi volesse approfondire, si allegano alcuni link che descrivono e commentano il G20 di Cairns.

Repubblica G20-Padoan
Repubblica G20 infrastrutture
Quotidiano.net Ripresa incerta
AGI Padoan crescita incerta

I 20 che rappresentano l’85% dell’economia globale lanciano un (ben noto) allarme dicendo:

“i rischi per l’economia globale sono aumentati negli ultimi mesi”.

Non volendo sembrare stucchevole mi vien da dire che, osservando la crisi mediorientale, la questione russa, ma anche i rallentamenti delle economie emergenti, le tensioni a livello monetario e la difficoltà della Cina a raggiungere il target 2014 di crescita del 7.5%, non ci voleva certo il G20 per appurarlo. Nonostante questo alert la stima di crescita, già vista al ribasso, del 2% per l’economia mondiale nei prossimi 5 anni viene ritoccata appena all’1.8%. A fare la differenza però è il diverso ritmo di crescita. Considerare USA, estremo oriente, Africa ed emergenti è ben differente che considerare l’Europa. L’UE cresce meno e più lentamente, la Germania è stata esortata a fare di più soprattutto utilizzando il proprio surplus commerciale; i rappresentanti tedeschi, ad iniziare dal Ministro Schauble hanno ribadito che non con la flessibilità si esce dalla crisi, ma con il rigore dei conti e con le riforme in capo ai singoli stati, difendendo ancora una volta il proprio status-quo. All’interno dell’Eurozona l’Italia non cresce proprio.

A ricordare che siamo in recessione tecnica (per il terzo anno consecutivo) è il Ministro Padoan che però, ottimisticamente, afferma che la crescita tornerà nel 2015 e che siamo in una condizione in cui le riforme servono immediatamente. Anche in tal caso la scoperta non è nuova, in questa sede lo si ripete da mesi e mesi, quasi anni che il tempo è scaduto. La crescita mondiale, e quella italiana del 2015 se vi sarà sarà inferiore forse appena qualche decimo di punto percentuale, non è sufficiente per creare lavoro, imprescindibile per una ripartenza economica stabile, per supportare i consumi ed abbattere gli scenari deflattivi, quindi non lo sarà probabilmente neppure nel nostro paese. Se lo scenario deflattivo continuasse a persistere, secondo Fitch la recessione del Bel Paese potrebbe protrarsi più a lungo, almeno per tutto il 2016, con debito/Pil tendente al 150%, disoccupazione oltre il 13% e conti pubblici a rischio; differente invece lo scenario più ottimistico in cui l’inflazione tornasse a salire, quindi una conferma che le azioni e le misure debbano avere carattere di urgenza.

L’accento del G20 è nuovamente posto sulla necessità di investimenti, concetto ancora ribadito e che in Italia sia il MEF sia Confindustria e Sindacati sia Bankitalia hanno già indicato come priorità indiscussa. Abbiamo però già scritto che per l’investimento serve un intervento pubblico sostanzioso ed un substrato economico in grado di attirare capitali privati che dovrà comprendere defiscalizzazione e minore costo del lavoro, minor burocrazia, più certezza e chiarezza normativa, giudiziaria e legislativa, possibilità di un business profittevole che vale a dire uno scenario di crescita e competitività; si torna dunque alla necessità di un sostanzioso e rapido pacchetto di riforme. Tra gli investimenti i 20 identificano prioritari quelli infrastrutturali, ed allora è evidente che il supporto pubblico è necessario e che quindi lato italia non sia compatibile con un rigido rispetto dei patti europei come il fiscal compact ed il rapporto defcit/PIL sic stante. Per gli investimenti vi è un piano del G20 per creare una grande banca dati dove investitori e progetti possano essere visibili l’uno l’altro in modo da far da luogo virtuale di contatto ed acceleratore.

Un altro punto interessante riguarda l’intenzione di ridurre elusione ed evasione fiscale da parte dei grandi colossi che riescono a non pagare tasse nei paesi dal fisco più alto servendosi di meccanismi di controllate e succursali in paesi a fisco agevolato, cosa peraltro spesso legale e che nell’ambito Europeo (e qui lo si è scritto fin dai primi articoli, ormai oltre 200 fa) non può prescindere da una armonizzazione normativa e fiscale ove le differenze tra i vari paesi vengono livellate e non sia più possibile lavorare in Italia ma fatturare in Lussemburgo, Olanda, UK o Irlanda che con il suo 12.5% di Corporate Tax ha fatto di questa caratteristica la base della sua ripresa e degli introiti per rientrare dal debito contratto con la Troika. Un meccanismo di scambio automatico di dati dovrebbe entrare in vigore sia tra i paesi del G20 sia tra i membri ed i non membri nel 2017/18.

Non è mancata poi l’occasione per puntualizzare il ruolo della BCE. Secondo il ministro del Tesoro Usa, Jack Lew, le politiche della Banca Centrale Europea, fino ad ora poco reattiva e lenta, così come quella del Giappone dovrebbero essere ancora più espansive e prendere spunto proprio dalla FED. Il Ministro tedesco Schauble ed il Governatore della Buba Weidmann hanno nuovamente ribadito che in tal modo si aumenta ulteriormente il rischio di una bolla monetaria e speculativa, già alto dopo le recenti misure della BCE, la via è solo ed esclusivamente il rigore dei conti e le riforme.

Da queste brevi analisi si percepisce già che gli intenti sono comuni, gli strumenti di alto livello anche, ma come utilizzarli e mischiarli ancora non è chiaro, non vi è un piano unico, totale e globale neppure tra i grandi della terra, nonostante si assuma l’urgenza come assioma fondamentale ed indiscutibile. Inoltre la Germania, dominatrice della scena europea e con la più grande influenza su Bruxelles-Strasburgo, non sembra aver intenzione di alleggerire le proprie posizioni.

In Italia il concetto di fretta ed urgenza si amplifica rispetto ad altrove, ma si amplificano anche gli impedimenti ad azioni rapide incisive e concrete, del resto lo si poteva intuire un poco prima che c’era da sbrigarsi, dati tipo quello diramato dalla CGIA di Mestre che fissa ad 80 miliardi i consumi persi dal 2007, 3’300€ a famiglia e 1’300€ a persona, non son quelli che maturano dalla sera alla mattina.

Prendiamo ad esempio il pagamento dei debiti arretrati delle PA: i soldi pare che siano stanziati, ma solo il 50% è arrivato a destinazione proprio perché tra stanziare ed elargire la differenza è abissale, determinante per una azienda, dopo lo stanziamento subentra altra burocrazia, enti, provice, regioni, comuni, aziende pubbliche ed ovviamente l’intermediario bancario. Nonostante l’impegno poi il nostro paese continua ad essere un cattivo pagatore infrangendo le regole europee con una media dei pagamenti di 160 giorni (fino a 700 in certe zone del sud) a fronte dei 30, che arrivano a 60 nell’ambito sanitario, concessi dalla UE.

Le riforme sul lavoro e la discussione sull’articolo 18 rischiano di rallentare un ambito in cui servono risultati immediati sacrificandoli sull’altare delle ideologie e delle bandiere sia un una parte che dall’altra.

Il decreto sblocca italia dovrebbe favorire investimenti, ma, come si vede nel caso della TAP che è uno dei maggiori progetti europei e per il quale potrebbero decidere di porre come punto ultimo di approdo l’Albania (l’Italia quindi perderebbe investimenti) se non si riescono a risolvere i problemi in Puglia,  la TAV ed in ogni altro progetto dalle energie rinnovabili ai corridoi di viabilità le opposizioni locali, di enti, di popolazioni di associazioni, di comuni, di aziende hanno la capacità di bloccare, come se la burocrazia non bastasse, ogni opera infrastrutturale. Proprio quelle opere prioritarie per il G20.

Il taglio del fisco e dell’Irap per le imprese (già avvenuto assieme al bonus 80€ nella misura del 10%) è una priorità manifestata da Padoan, che però deve fare i conti con i proventi della Spending review, copertura per la defiscalizzazione, lentissima che ha visto il cambio di vari commissari, nella quale i tagli sono osteggiati e discussi da realtà come sanità o regioni (ed ogni centro di potere tagliato avrà da recriminare aspramente) e che dovrà essere divisa con l’obiettivo di riduzione del debito.

In tutto ciò ricordiamo come i lavori parlamentari si siano impantanati a causa dell’incapacità di rinnovare i membri di CSM e Corte Costituzionale che riguardo ai due membri esponenti di PD e PDL ha necessitato invano di 14 votazioni nonostante il patto del Nazareno. Ricordiamo che vi sono centinaia di riforme approvate dai vecchi governi che sono in “coda” attendendo il decreto attuativo e che ad esempio un elemento indiscutibile per attrarre investimenti e cavallo di battaglia degli ultimi esecutivi, l’agenda digitale con il suo piano per la digitalizzazione, la banda larga e l’abbattimento del digitale divide, rimane un punto di domanda, o meglio un report in un cassetto..

Nonostante tutto in questo frangente la velocità non sembra di questo paese…. per la gioia dei centri di potere.

Link:
FMI taglia stime PIL; riforme nella giusta direzione ma da applicare in un Governo che non sembra così coeso
OCSE taglia stime di crescita, scenario fragile. Serve più flessibilità parallelamente al processo di riforme
Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE
Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre
Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno
Draghi: parole “infraintendibili” per tutti, non per Schauble
Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza
Padoan: crescita molto lontana da quanto previsto. Indiscrezioni di un non facile tavolo segreto per vincoli europei più flessibili. Che questa volta sia quella buona.
Economia europea congelata, analisi, possibili soluzioni e rischi a valle dei dati di PIL Q2
Cinque analisi su alcuni fatti economico-politici salienti della settimana: 14/08/14
Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere
La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto?
Un difficile G20 per puntare alla resilienza

21/09/2014
Valentino Angeletti
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Dalla tre giorni economica milanese emergono ingredienti condivisi, ma la ricetta finale è ancora ignota

Dalla tre giorni di vertici europei “informali” EcoFi, EuroGruppo ed EcoFin poche novità e pochi spunti sono emersi rispetto a quanto già non si sapesse e fosse consolidato nella discussione economica continentale.

I punti cardine di cui tanto si è scritto sia qui nelle settimane e nei mesi addietro, sia sulla stampa sono stati le riforme strutturali economiche ed istituzionali che devono affrontare i singoli paesi con varie priorità, gli investimenti in calo a livello europeo che vanno supportati e vincolati e la politica monetaria. Tutti e tre gli elementi fanno parte della strategia volta alla crescita ed al sostegno all’occupazione all’interno di tutta l’UE che sono tra l’altro le priorità dichiarate dal Premier Renzi per il semestre Italiano ormai iniziato da 75 giorni.

Gli ingredienti sono in linea di massima assodati e condivisi tra i vari protagonisti, quindi stati nazionali inclusa l’Italia, Unione Europea e BCE, ad essere differenti invece sono le visioni di insieme e la consecutio di implementazione.

I lavori si sono infatti aperti con l’ennesimo battibecco tra Governo e Commissione uscente con un botta e risposta tra Roma dove si trovava il Premier Renzi e Milano dove erano presenti i rappresentati economici dell’Unione. La scintilla è stata la dichiarazione del commissario uscente ad interim  per l’economia e gli affari monetari Katainen (e venturo VP) secondo cui le riforme in Italia non vanno solo annunciate, ma attuate altrimenti sarebbe come comprare delle medicine senza prenderle: inefficaci. Evidentemente la fiducia del futuro potente VP nei confronti dell’Italia non è massima e considerando il recente passato non lo si può completamente biasimare. Il finlandese ha poi lasciato trasparire un po’ di superficialità asserendo che il programma di riforme italiano è ambizioso, va nella giusta direzione e sicuramente porterà i frutti aspettati una volta applicato, aggiungendo però di non conoscerlo nei dettagli; forse prima di gettarsi in certe dichiarazioni avrebbe potuto documentarsi o tralasciare l’ultima locuzione. Il concetto di Katainen, condiviso anche dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, è che prima di ogni altro intervento europeo si debba attendere l’applicazione ed il risultato misurabile delle riforme, fino ad allora vigono i patti ed i vincoli europei attualmente in essere, sottoscritti dai 28 e mai modificati o resi più flessibili. Quindi prima riforme e presentazione chiara di precise strategie di investimento e destinazione di eventuali fondi e solo dopo concessioni o piani di incentivazione.

A Katainen ha risposto a più riprese Renzi, immediatamente via Twitter e successivamente dalla Fiera del Levante in Puglia. Il Premier ha risposto a tono dicendo che non si prendono lezioni da nessuno e che meritiamo rispetto e credito essendo uno dei pochi paesi a rispettare il 3% (che a dire la verità dovrebbe essere secondo i patti in essere il 2.6% per il 2014) nel rapporto Deficit/PIL, aggiungendo che continueremo a rispettare i patti, il 3%, proseguiremo nelle riforme non per l’Europa ma per andare incontro alle necessità dei cittadini per la prima volta tifosi del governo, e che l’Europa e Juncker dovrebbero pensare a rendere disponibili i 300 miliardi di investimenti paventati.

Katainen ha finemente replicato che l’Europa non è maestra di nessuno né bacchetta alcun paese, ma cerca il confronto con i singoli stati affinché venga mantenuto il rigore di bilancio, vengano implementati i piani e non si venga meno alle regole sottoscritte. Ha poi aggiunto che la situazione italiana nello specifico non è stata ancora valutata e che vige ancora nella sua totalità ciò che il patto di stabilità contiene.

A far da mediatore tra i due leader è il Ministro dell’Economia Padoan (stima sempre maggiore per questo tecnico), con un piede nella calzatura di Renzi e l’altro in quella di Katainen, ribadendo che le riforme nel nostro paese non hanno scadenze, ma carattere di urgenza estrema e che la crescita di lungo periodo potrà avvenire solo dopo la ripresa di un ammontare adeguato di investimenti pubblici ed in particolare privati (in un paese come l’Italia senza sostegno esterno pensare a grossi piani di investimento pubblico è complesso visto lo stato dei conti pubblici e l’allocazione di una spending review ancora in fieri nella riduzione del debito e defiscalizzazione). A tal fine il solo credito bancario, che ha fallito in passato, non è sufficiente e, come scritto più volte in questa sede, è necessaria una diversificazione per la quale il Ministro ha chiesto supporto a BEI e Commissione che dovranno redigere consigli su dove e come agire considerando ipotesi quali Minibond alle imprese (ed aggiungiamo anche quotazioni in borsa facilitate, EuroBond di concerto con la BCE, intervento diretto di BEI ed entità come CdP, ecc). Pur con questi strumenti, ancora teorici, più orientai alla finanza e credito rimane però il punto tanto dirimente quanto ovvio che un privato si accolla l’onere ed il rischio di un investimento solo se esiste la possibilità concreta di profitto, e se il terreno su cui si va ad investire è stabile e non scosceso; questo stato evidentemente si può raggiungere solo con un profondo piano di riforme alla struttura fiscale, burocratica e normativa italiana.

A ciò si aggiunge la posizione ben nota della BCE, di Draghi e del suo VP Victor Constancio che ribadiscono (correttamente) che l’operato della BCE non può prescindere da un contesto di ampie riforme a sostegno della crescita e che la sola politica monetaria non può portare a cambiamenti economici strutturali. L’impegno della BCE è confermato secondo Constancio con la partenza la prossima settimana delle misure di T-LTRO, per il resto l’istituto di Francoforte ritiene di aver fatto la propria parte e che a rivitalizzar un’economia che in complesso e nelle sue componenti nazionali vede ancora dati di PIL peggiori rispetto al 2008 spetta agli stessi stati.
Come spesso ribadito in realtà la BCE avrebbe potuto agire sicuramente prima ed in modo più mirato anche perché i dati di inflazione e la stabilità della moneta e dei prezzi, elementi del mandato della banca centrale, forse potevano essere protetti con più forza e con maggior tempismo visto che segnali chiari non mancavano già anni fa. Non la pensa così la BuBa di Weidmann secondo cui la politica della BCE, espansiva addirittura oltremodo, rischia di minare il percorso di risanamento dei conti, evidentemente priorità assoluta per l’istituto centrale tedesco.

Leggendo le elucubrazioni di Katainen, Renzi e Padoan vi sono alcuni elementi che mettono in dubbio l’efficacia di azioni impostate secondo quanto detto.
Katainen vorrebbe prima attendere l’attuazione delle riforme, che in un contesto italiano sono lentissime, richiedono varie letture e votazioni, ed addirittura poterne misurare i risultati prima di avanzare ipotesi di concessioni ed allentamenti, ben conoscendo la pastosità del sistema italiano. Vorrebbe poi che a fronte dell’erogazione di incentivi ed investimenti fossero presentati piani precisi e dettagliati, richiesti ed ancora non pervenuti anche per la spending review sui cui l’UE conta molto come elemento di abbattimento del debito e riduzione del carico fiscale assieme alle privatizzazioni. Un approccio simile è ovviamente condiviso in toto dalla Germania, con Schauble in prima fila, essendo già ben indirizzati in tema di riforme con l’impegno di sostenere il mercato interno e ridurre il surplus. La Germania potrebbe quindi (ma è solo una ipotesi) beneficare per prima di ogni tipo di investimento europeo.
Il Premier Renzi invece vorrebbe che allentamenti dei vincoli, investimenti e fondi venissero fatti immediatamente, forti del nostro rispetto del 3% (che al 2014 dovrebbe essere 2.6%) contrariamente ad altri paesi come la Francia (che però ha un debito attorno al 90% e dati su occupazione ed inflazione migliori dei nostri). Evidentemente, se credito e concessioni vorranno essere dati al nostro paese, non ha senso attendere perché di tempo non ve n’è.
Infine Padoan il quale sa bene dell’urgenza delle riforme e della loro attuazione, ma al contempo è consapevole che gli investimenti devono riprendere subitamente. A tal pro in modo molto diplomatico il Ministro ha tirato in ballo un piano a supporto di investimenti, chiaramente parte del meccanismo complessivo di azioni da implementare, da produrre congiuntamente e rapidamente da BEI e Commissione. Inoltre ha allentato ulteriormente la tensione definendo il controllo europeo (che considerando la cessione di sovranità che dovrà avvenire sarà sempre maggiore) un utile strumento di confronto tra stati e di miglioramento.
Anche in tal caso però il rischio di ritardi è altissimo perché la Commissione, che dovrà lavorare sul programma a sostegno degli investimenti nonché sul piano di investimenti stesso (probabilmente anche quello da 300 mld di Juncker), è la nuova che si insedierà solo da Novembre ed avrà bisogno di un po’ di tempo per rodarsi andando così a sfiorare la conclusione del nostro semestre di presidenza che attualmente ben meno del previsto, complice le elezioni ed il riassetto europeo, ha potuto indirizzare l’agenda UE impegnata su questioni più squisitamente di governance che non pratiche.

A corollario di ciò vi è la dichiarazione più che pragmatica di Visco, Governatore di Bankitalia, che riporta tutti con i piedi per terra dicendo che da queste riunioni, le quali di fatto non hanno aggiunto nulla di nuovo o utile alla soluzione della crisi, l’Italia esce con i soliti problemi.
I soliti appunto: debito, disoccupazione, deflazione, pil, imprese in difficoltà, basso potere d’acquisto, basso credito, investimenti azzerati ed altissimo carico fiscale assieme a tutti gli intoppi burocratici e le questioni politiche, che vedono con il voto per la Consulta, un patto del Nazareno in bilico e con la vicende in Emilia-Romagna divergenze interne al PD.

A tirare la stoccate al Governo sono poi anche i sindacati che manifesteranno ad ottobre. Il più duro di questa tornata è stato Bonanni della CISL che ha tuonato contro i “palloni gonfiati che promettono riforme sul lavoro senza poi fare nulla, come accade da 5 governi a questa parte”. Il riferimento e la rottura con l’Esecutivo sembra abbastanza immediato anche se non sono stati fatti esplicitamente nomi.

Pare quindi che gli ingredienti da portare in cucina siano condivisi dai vari cuochi, chef e garzoni, ma manchi la ricetta in cui impiegarli.
L’impressione è che più o meno si abbia un’idea abbastanza chiara di quali siano gli strumenti da usare, ma non vi sia assolutamente un piano complessivo ed una sequenza di attuazione, anzi ogni leader ha una propria idea ed è abbastanza fermo sulla propria posizione, poco disposto a cedere in totale contrasto con lo spirito comunitario di condivisione ed aiuto reciproco.
Ciò, unitamente al processo di insediamento della nuova Commissione, rischia di richiedere ancora troppo tempo in cui indubbiamente, almeno per il nostro paese, i dati già pessimi peggioreranno e le tensioni politiche si acuiranno ulteriormente.
Insomma, l’UE è ancora ben lungi da quella sinergia che mai come ora è indispensabile.

Link:
Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti? 12/09/14
Un po’ di “Cencelli” nella nuova Commissione Europea che dovrebbe essere decisa e rapida 11/09/14
Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE 09/09/14
Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre 06/09/14
Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno 28/08/14
Draghi: parole “infraintendibili” per tutti, non per Schauble 28/08/14
La crisi di governo francese ha rotto il fronte anti austerità? Problemi in vista? 26/08/14

 

13/09/2014
Valentino Angeletti
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Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti?

Ormai all’indomani della definizione della nuova commissione Europea (approfondimento CommEU: Link) sono in procinto di svolgersi a Milano le riunioni di Eurogruppo ed Ecofin, precedute dall’incontro informale dei Ministri dell’Economia Eco-Fi.

Per l’Italia che da presidente di turno ospita gli eventi, la due giorni è aperta da una nuova trance di dati non rassicuranti sullo stato economico del paese. Dopo il -0.2% di crescita registrato nel Q2 2014 (Link), Morgan Stanley ha rivisto al ribasso la crescita per l’intero 2014 proprio a -0.2%, dato confermato dal Premier che ha collocato la crescita attorno allo 0% decimale più decimale meno. I Sindacati hanno certificato una diminuzione dei posti di lavoro in edilizia in 7 anni di ben il 50%, mentre la Commissione Europea ha registrato un ribasso del settore industriale italiano del 24.5% dal 2007. Lo spread, pur lontano dai devastanti valori del 2011/12 è tornato a salire oltre i 140 pti base, la ricchezza ed il potere d’acquisto degli italiani sono tornati indietro di 30 anni, in barba al concetto di prosperità e benessere alla base della nascita dell’Unione Europea, in ultimo l’ISTAT ha registrato un calo della produzione industriale di luglio dell’ 1% rispetto a giugno e dello 0.8% rispetto al trimestre precedente (Q3 vs Q2).

Dalla BCE, nonché dall’Europa stessa, proviene poi un monito allarmante, non solo per il contenuto, il quale non è nuovo a molti altri del passato, ma per quello che lascia presagire in merito alla volontà di mutamento della govenrance economica dell’area Euro. All’Italia, che è definita ancora troppo indietro nel processo riformatore, è intimato di proseguire con la massima urgenza nella disciplina di bilancio per arrivare al rispetto dei patti e dei vincoli europei (il fiscal compact). Tali vincoli riguardano in prima istanza il tasso di riduzione del debito, in continua crescita e proiettato al 137%, e il rapporto deficit/pil. Quest’ultimo rapporto sappiamo avere un paletto, al momento non negoziabile ma che necessariamente andrà rivisto o nei tempi e nell’applicazione della golden rule sugli investimenti produttivi, del 3%. Quando tempo addietro si parlava di flessibilità entro i patti, concetto invero accettato anche dai falchi nordici più rigoristi, si intendeva proprio la possibilità di arrivare, senza sforare, al 3% e questo era di fatto l’obiettivo dichiarato del nostro governo. La concessione comunque insufficiente, avrebbe consentito di liberare circa 6-7 miliardi di € per investimenti produttivi. Il Governo Renzi ed il Ministro Padoan, ribadendolo a più riprese, erano decisi e lo sono ancora, a non sforare il 3% ma andarlo a sfiorare per reperire quante più risorse possibili, indispensabili in una fase recessiva come quella in corso. Adesso il limite ribadito da BCE ed UE è tornato al 2.6%, smentendo la locuzione “flessibilità pur nel rispetto dei patti” (rimanendo invariato il vincolo del 2.6% non esisterebbe flessibilità, ma sarebbe solo un rispetto dei patti iniziali siglati a scenari ben diversi). Questo ritorno con fermezza la rigore ed al rispetto dei trattati (ci si immagina che ugual fermezza sarà applicata anche per il fiscal compact riguardante il rientro del debito/pil -Ridurre il debito è possinile?- che deve scendere a partire dal prossimo anno in 20 anni al 60%, e ciò, con un pil stagnante è sostanzialmente impossibile), lascia molti dubbi sulla reale inclinazione ad attuare un differente approccio economico, ultima spiaggia, riprendendo le parole di Juncker, affinchè l’Europa possa avere qualche speranza di risalire la china.

Il Ministro Padoan stesso ha risposto, nascondendo a fatica un po’ di amarezza, che quel paramento del 2.6% era riferito ad uno scenario economico europeo migliore, quando invece le condizioni si sono verificate oggettivamente più negative del previsto ed il fatto che tutta l’Europa stia fronteggiando situazioni problematiche è il segno evidente della necessità di discontinuità e cambiamento.

Si fa inoltre notare che se il dubbio sul rapporto deficit/pil al 2.6% permane nonostante l’adeguamento Eurostat sul calcolo del PIL che dovrebbe portare al rapporto in questione un beneficio dello 0.2%, significa che all’atto pratico non è stato rispettato, con le regole vigenti fino a qualche giorno fa, il 2.8%; analogamente, ipotesi tutt’altro che accantonata da BCE ed EU, se non si riuscisse a rispettare il 3% vorrebbe dire che effettivamente saremmo sopra il 3.2%.

Draghi, oltre alla nota sui conti italiani, ha ribadito la necessità europea di attrarre investimenti, che l’Italia non riesce ad attirare come potrebbe e dovrebbe. Giustamente, come qui più volte scritto, il Governatore ha sottolineato anche la necessità delle riforme, poiché ogni politica monetaria non può portare crescita e benefici strutturali di lungo periodo se non inserita in uno scenario di riforme volte a supportare l’economia. I piani su cui agire dovrebbero essere per l’intera Europa quello del regolatorio e quello della concessione di credito. Draghi riporta poi per il nostro paese l’esempio della Spagna, che come scritto (Lesson learnt spagnola, ma solo per le riforme), è possibile prendere limitatamente alla capacità attuativa delle riforme, ma non sotto altri aspetti che vedono lo stato iberico in condizioni non migliori dell’Italia, ad iniziare dall’occupazione.

Ormai è chiaro che un sistema creditizio basato quasi in toto sulle banche che mischiano finanza ed economia, non è in grado di fornire la giusta liquidità e nei giusti tempi all’economia ed alla produzione, è altresì necessaria una maggior diversificazione e differenti strumenti, tra cui certamente quelli che verranno messi in campo dalla BCE come TLTRO, ABS, eventualmente acquisto di debito sovrano, ma anche l’utilizzo di vincoli finanziari come Bankitalia, CDP, BEI, Mini-Bond, quotazioni in borsa facilitate ed incentivate, venture capital, tutti capaci di dare spinta in minor tempo. La diversificazione degli strumenti creditizi è fondamentale sia per una maggior gestione del rischio di crisi cicliche qualora il meccanismo erogante entrasse in difficoltà (esempio crisi dei mutui subprime oppure classico schema di prestiti e mutui), sia per andare incontro ad esigenze di tipologie di credito che la moderna economia presenta in mutate e plurime forme rispetto al passato, non più dunque solo ed esclusivamente puro e semplice cash.

La ripresa di concessione di credito potrebbe valere secondo il Governatore di Bankitalia Visco fino a 0.5% di PIL, un valore decisamente ottimistico, ma è appurato che la sua assenza non consente all’industria alcun tipo di investimento.

Dall’Europa, e per bocca del Commissario all’industria Nelli Feroci, vengono critiche al Governo Renzi sull’uso indiscriminato e non gradito a Bruxelles, del decreto legge senza una valutazione approfondita e chiara del suo impatto. Ad esempio sul tema del lavoro la ricerca della flessibilità, senz’altro utile, ha lasciato scoperto l’altrettanto importante aspetto dell’eccessiva rigidità dei salari, della giustizia (tema che con il processo telematico ha fatto passi avanti), dell’aspetto normativo e legislativo ermetico, ballerino, incomprensibile, dipendente da una pluralità di centri burocratici che spaventa letteralmente gli investitori, e di una fiscalità opprimente. Ciò è riportato nel paper europeo “Reindustrializzare l’Europa – rapporto competitività 2014”.

Il contesto necessita, e lo si ripete da tempo, di decisione risolute e rapide, tanto che il rischio di essere già irrecuperabilmente in ritardo è altissimo. Non vi sarà una rapida ripresa sia per lo scenario deflattivo in essere sia per il livello di disoccupazione raggiunto sia per le tensioni in politica estera che includono le sanzioni economiche alla Russia che hanno importanti ripercussioni su un gran numero di settori industriali di molti stati europei a cominciare da quello energetico, con le ritorsioni russe che parrebbe siano già in attuazione intermittente ai danni di Polonia, Slovenia ed Austria. Di ciò deve curarsi la nuova Commissione Europea cercando di lavorare in modo unitario, sinergico e sincronizzato, lasciando da parte i particolarismi ed i nazionalismi, puntando ad un nuovo approccio, quello probabilmente auspicato da Padoan, che sia resiliente e volto al perseguimento della prosperità, benessere, pace e protezione. Obiettivo non semplice se si guarda la conformazione della nuova commissione, eterogenea e con presenze che hanno mostrato nelle loro recenti parole connotazioni eccessivamente rigoriste e conservatrici, a cominciare da Katainen (per approfondimenti su commissione si rimanda al link1 – link-Katainen). Come già scritto il rischio è che non si giunga nei tempi necessari ad accordi che siano risolutivi e che il ritardo ed il compromesso continuino ad essere protagonisti indesiderati.

Scendendo a livello italiano lo scenario rischia di essere anche peggiore. In parte la colpa va attribuita ai centri di potere, alle tecnocrazie e burocrazie bloccanti, spesso con potere decisionale e di veto che tendono alla conservazione ed alla sopravvivenza ed in parte alle le tensioni che disperdono energie dagli obiettivi di crescita, lavoro, riforme. Esse sono molte e si notano internamente ai vari partiti (caso PD in Emilia Romagna, ma anche all’interno di FI la leadership di Berlusconi comincia ad essere velatamente messa in discussione), si notano quando arrivano i nodi di alcune riforme come quella del lavoro e dell’articolo 18, sono insite nella spending review che dovrebbe tagliare gli sprechi tra gli altri alle regioni ed alla sanità, ma evidentemente ogni centro di potere ritiene di essere efficiente e di non dover essere oggetto di tagli, si notano infine nelle votazioni per la Consulta e CSM giunta ormai alla nona tornata e che ha visto, se vogliamo clamorosamente, fallire il patto del Nazareno secondo cui avrebbero dovuto essere eletti Catricalà e Violante. Benché PD e FI assieme abbaino la maggioranza assoluta non sono riusciti a far valere il loro accordo e la conseguente squadra di magistrati, testimoniando come certi agglomerati tecnocratici e burocratici superino in forza gli stessi partiti, rendendo impossibile, talvolta giustamente e talvolta a torto, innovazioni o cambiamenti a loro non favorevoli. Se questo fatto si moltiplica per ogni decisione, riforma, processo e per ogni centro di potere esistente e per il numero di votazioni che la legislazione prevede prima di sancire l’entrata in attuazione di una riforma è ben chiaro che non è affatto possibile pensare di essere sufficientemente rapidi ed incisivi nelle azioni di governo. Fa pensare la nuova linea del Premier di velocizzare l’iter per concludere la legge elettorale “Italicum” dandole priorità rispetto alla riforma delle PA, sembrerebbe una presa d’atto che in una simile viscosità non sia possibile imprimere quell’accelerazione reclamata a gran tono da più voci a partire dal 2011. Forse si tratta davvero del primo passo verso un rischio importante, un ALL-IN per provare ad arrivare ad un adeguato livello di rapidità ed incisività  (Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre 06/09/14) finora non sufficienti.

12/09/2014
Valentino Angeletti
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Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE

La Spending-Review è stata la protagonista del vertice d’urgenza convocato a palazzo Chigi nelle ore scorse. Erano presenti oltre a Renzi e Padoan, ovviamente il commissario Cottarelli, ma anche il Ministro Boschi ed il consigliere economico di Renzi Yoram Gutgeld che sarebbe in lizza per sostituire Cottarelli, di ritorno alla base del FMI a Washington, nella revisione della spesa.

I tagli in analisi ammonterebbero a 20 miliardi in 3 anni (sperando che non si collochino tutti alla fine del terzo anno) da reperirsi tra Ministeri e PA. I 20 mld sono un obiettivo fattibile alla luce dei 720 mld di base di spesa dice Cottarelli, ma in realtà i piani originari avevano previsto tagli per 37 miliardi e per tali ragioni, oltre che a causa delle difficoltà nelle privatizzazioni ex novo di Poste, Enav, Fincantieri, è stato deciso di accelerare la discesa statale di un ulteriore 5% nel capitale di Eni ed Enel.

In particolare 7 mld arriveranno dai Ministeri (convocati in riunione a partire dai prossimi giorni) ai quali è chiesto un piano dettagliato per arrivare ad un risparmio tra il 3 ed il 5%, altrimenti sarà il Governo a decidere per loro. Si tratta di una concessione intelligente che i Ministeri con la massima serietà devono sfruttare, conoscendo sicuramente meglio dove si annidano gli sprechi rispetto ad un intervento centralizzato di certo più orizzontale.  Gli altri 13 mld dovrebbero arrivare dalle PA, inclusa la riduzione, ottimizzazione, privatizzazione delle partecipate pubbliche che dovrebbero passare da 8000 a 2000 consentendo nel breve 0.5 mld di risparmi e 2 mld nel lungo periodo.

In verità il riservatissimo piano Cottarelli e del suo team era pronto da tempo, come lo erano quelli dei suoi predecessori Giarda e Bondi, poi rimasti, alla stregua dei consiglio dei Saggi, incompiuti per l’alternarsi dei Governi e soprattutto per l’incapacità di trovare quella volontà politica necessaria ad adottare misure restrittive su centri di potere, fatto ben più complesso che agire sulla maggioranza dei cittadini impotenti di fronte ad esempio ad un incremento più o meno lineare di tasse o ad un pasticcio immane come quello IMU – TASI (TASI che per 7 famiglie su 10 sarà complessivamente più pensante dell’IMU, ma ovviamente non è opera dei 6-7 mesi di Governo Renzi, ma come altre circostanze, eredità precedente).

Ora la volontà politica va trovata, è, come si usa dire, improrogabile per più di una ragione. Ad una prima lettura potrebbero sembrare i dati economici ad essere i più pressanti per la revisione della spesa, infatti gli ultimi dati non buoni sono relativi alla disoccupazione (che, pur con posti di lavoro in aumento, torna a salire a luglio dello 0.3% raggiungendo il 12.6%, contro l’11.5 della zona UE), il cui incremento ha cessato di rallentare, al debito ed al PIL che il Premier Renzi colloca a zero per il 2014, decimale più decimale meno confermando la previsione di Morgan Stanley che mette in guardia il nostro paese sul perseverare della recessione fin tutto il 2014 (vi sono puoi tutti gli altri dati ripetuti più e più volte che spaziano dai consumi fino alla sofferenza delle imprese); al momento considerando il nuovo modello di calcolo del PIL che inserisce anche le attività illegali, il rispetto del 3% deficit/PIL, seppur risicato, pare in sicurezza.  In realtà è bene ricordare che i proventi della spending review dovranno essere utilizzati per la riduzione del debito e per il taglio delle tasse, non per finanziare vecchie o nuove spese, bonus ed incentivi.

Con la spendig review, oltre ovviamente a razionalizzare spese non sostenibili ed ingiustificate reperendo risorse, è soprattutto l’Europa che si vuole guardare e convincere, infatti Bruxelles usualmente e giustamente è meticolosa nel voler leggere e capire approfonditamente i piani economici, i tagli, le entrate, gli impieghi e le spese (lo farà anche col documento di metà ottobre). Con la revisione della spesa ha fatto (link a fondo pagina), bacchettando che i piani non erano ben chiari, e farà lo stesso. Le aspettative dell’UE rispetto al nostro Governo e rispetto al Premier sono alte, come lo sono quelle dei cittadini e di molti leaders europei ed economici che, pur non negando critiche, hanno tutti appoggiato il piano di riforme di Renzi giungendo però negli ultimi giorni a concludere che oltre alla comunicazione servono a questo punto fatti concreti, tangibili e soprattutto quantificabili, cosa richiesta anche dalla maggioranza dei cittadini che dal “cambiamento” e dal “nuovo verso della politica” del paese si attendono vantaggi rapidi in termini di benessere e qualità della vita ad oggi purtroppo ancora non pervenuti in egual misura rispetto alle aspettative nutrite.

Una buona spending può sicuramente, ancora prima delle riforme che nei prossimi mesi non possono essere altro che impostate poiché il vero blocco sono le plurime letture parlamentari ed i decreti attuativi e ciò è ben noto alla Commissione ed i cui effetti presentano un fisiologico ritardo, giocare a favore della credibilità dell’Italia, da usarsi come leva per ampliare quel termine “flessibilità” che si vorrebbe da Bruxelles e da Berlino limitare ai patti in essere, ma che in tal caso sarebbe insufficiente rispetto a quella realmente necessaria per sboccare una situazione ben più difficile del previsto (sempre a braccetto con una politica monetaria impostata al supporto delle attività produttive, alla stabilità dei prezzi e dunque inflazione al 2% e giusto apprezzamento dell’Euro). L’obiettivo quindi è cercare la credibilità e la fiducia da parte di Europa ed investitori che vogliono certezze ed impegno; in tal senso, pur non essendo l’unico elemento di valutazione, la revisione della spesa in un paese notoriamente sprecone come l’Italia, può avere un ruolo importante. L’obiettivo ultimo (per il quale è necessario il sostanzioso e noto pacchetto di riforme economico-istituzionali) è supportare un una prima fase di aumento dei consumi e di export (che hanno un ruolo complementare alla politica monetaria nel contrastare la deflazione) tramite sgravi fiscali ed immediatamente dopo, grazie al rilancio degli investimenti, bloccare quell’incedere diabolico della disoccupazione. Gli investimenti infatti rimangono un punto dolente visto che il nostro paese non ha ad oggi le condizioni (burocrazie, norme, lentezze, fisco ecc) per attrarre aziende private ben più allettate da altri luoghi benché interessate al nostro, non è in grado di provvedere pubblicamente (come fecero gli USA dopo la grande depressione del 29, quando immense opere come la Hoover Dam finalizzata in 5 anni, furono finanziate e riportarono alla crescita), e le aziende nostrane non sono così forti e patrimonializzate da poter investire su lunghi orizzonti, anzi sono più che altro concentrate a tagliare spese e sprechi (a volte anche personale) per risorse nel breve. Inoltre il sistema di investimenti nostrano è totalmente basato sulle banche che quando chiudono, come in questo momento, i rubinetti del credito creano un blocco decisamente di grande impatto; questo sistema di investimenti eccessivamente basato su istituti di credito è un elemento da superare a livello europeo con vari strumenti che possono essere quotazioni in borsa incentivate, venutre capital privati, mini bond, BEI ecc.

Per tutto ciò però è necessaria una volontà politica che fino ad ora non si è mai manifestata ed anche durante questo esecutivo non pare facile da trovare, ne sono esempio le riforme della magistratura la cui proposta è avversata dall’ANM che la definisce punitiva e del lavoro, a cominciar dall’articolo 18 emblema delle bandiere ideologiche sia a destra che a sinistra, seme della discordia anche tra stessi ministri (Poletti – Guidi), all’interno dello stesso PD, ovviamente tra le differenti forze dell’Esecutivo di coalizione (PD  ed NCD) e tra i contraenti del Nazareno (PD – FI). Per una maggior velocità dell’azione di Governo si rimanda alle riflessioni già fatte ( Link: 06/09/14 Renzi – Cernobbio – Link: 07/05/14 Governo Renzi e compromessi ). Una volontà politica che andrà senza dubbio a penalizzare classi, ceti e tecno-burocrazie molto potenti ed influenti che si opporranno con tutti gli strumenti, e ne hanno molti, soprattutto se, come sovente accade, presentano delle teste di ponte, avamposti tra le file del Governo.

Aprendo una breve parentesi, si fa riferimento ad una volontà politica nostrana che manca invero anche in Europa, come dimostrano le vicende Russe ed in Medio Oriente che stanno ulteriormente screditando la forza, l’autonomia e la capacità decisionale dell’Europa, sempre in bilico tra la necessaria alleanza e supporto agli USA (a prescindere dal tema) e la necessità economica del legame con la Russia (ma anche con la Libia) che forte del suo potere energetico ha svariati strumenti di ricatto per contraccambiare sanzioni sempre molto incerte nell’entrare in vigore (anche le ultime sanzioni economiche contro Mosca, non leggere, sono state sospese per una verifica sul proseguire di una tregua che a ben vedere formalmente non dovrebbe interessare il Cremlino, sussistendo tra Ucraina e separatisti filo-russi). Non è un mistero tra l’altro che l’Uione Europea abbia sempre meno appeal, nel referendum che si terrà a breve sull indipendenza della Scozia dall’UK, gli indipendentisti (i SI) sono in vantaggio (51 a 49), lanciando Londra nella preoccupazione poiché sono scozzesi circa l’ 8% delle entrate fiscali, i l 10% del PIL, tutto il settore Oil&Gas, energetico, estrattivo e cantieristico navale, così da spingere l’UK a proporre più concessioni di autonomia finanziaria e fiscale.

La domanda è quella già fatta: avranno, con tempi già scaduti e risultati finali probabilmente già parzialmente compromessi, l’Italia e L’UE la capacità di raggiungere la volontà e la collaborazione politica necessaria per ottenere gli obiettivi prefissati e probabilmente non graditi a molti, ormai chiari a tutto il mondo senza che sia necessario sentirli ripetuti durante gli ennesimi tavoli e simposi accademici?

Link Spending Review:

08/09/2014
Valentino Angeletti
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Draghi: parole “infraintendibili” per tutti, non per Schauble

draghi-schaeuble-227731_tn Secondo il Ministro dell’economia tedesco Wolfgang Schauble, il discorso di Draghi al meeting di Jackson Hole sarebbe  stato male interpretato. Per il Ministro non sarebbe stato nelle intenzioni del Governatore della BCE avanzare  l’ipotesi di  allentamenti monetari stile FED, precludendo quindi ogni tipo di strumento non convenzionale, QE,  acquisto di titoli di  stato o cartolarizzazioni bancarie.
Schauble sostiene, quasi volendosi arrogare il diritto di parlare per bocca di Draghi stesso, che non vi sarà assolutamente  un abbandono del rigore e del rispetto dei vincoli di bilancio e che risulta fondamentale il percorso riformatore che dovrà coinvolgere gli stati membri (includendo quasi in un impulso di ritrovata umiltà anche la stessa Germania) e l’Europa.

A ben vedere il discorso proferito da Draghi a Jackson Hole (LINK) lascia ben pochi margini di interpretazione. L’importanza delle riforme, ricalcando quanto già detto in interventi precedenti, ossia di conferire all’Unione una maggior influenza ed una maggior sovranità nei processi di riforme economico-istituzionale delle nazioni, è confermata, in particolare per quel che concerne la spinta verso un incremento di investimenti pubblici e privati e verso la lotta alla disoccupazione.
Su questo primo macro-punto il Governatore ed il Ministro tedesco sono facilmente confrontabili.

Differente invece è il discorso che riguarda prettamente la finanza e la politica monetaria. Come sempre Draghi non ha voluto calcare la mano oltremodo su flessibilità dei trattati né ha esplicitamente appoggiato un eventuale alleggerimento del rigore, ma ha sottolineato prepotentemente la necessità che in Europa ed in tutti gli stati (Italia in primis) sia il privato che il pubblico tornino ad investire.

Questo processo necessita indubbiamente delle riforme che, nel caso italiano sono parzialmente rappresentate dai testi che verranno presentati nel CdM del 29, quindi: scuola/istruzione in modo che vi sia più vicinanza al mondo del lavoro, e sia un sistema più efficiente, efficace, meritocratico e di qualità; sbocca-italia per allocare risorse ad investimenti produttivi confidando anche in fondi europei visto che i margini sono decisamente stretti; giustizia cosicché gli investitori stranieri e nostrani possano confidare in un meccanismo di legalità funzionante, snello, rapido e che giunga rapidamente a sentenza (stessa cosa dovrebbe valere anche per l’aspetto normativo e regolatorio, nel nostro paese troppo ballerino per offrire le certezze richieste nel mondo degli investimenti e degli affari).
Innegabile però che Draghi abbia anche fatto esplicito riferimento a strumenti finanziari non convenzionali per assolvere la missione della BCE di riportare l’inflazione a ridosso del 2% e garantire la stabilità dei prezzi, obiettivi fino ad ora mancati probabilmente proprio a causa di tempi di reazioni lenti dell’istituto di Francoforte e per l’intermediazione bancaria che ha rappresentato un meccanismo inceppato dell’ingranaggio banca centrale – economia reale/imprese.
Del resto, e forse Schauble non lo ricorda, a settembre partiranno i meccanismi di ABS, TLTRO ed eventualmente i QE su titoli di stato e cartolarizzazioni.

Innegabile che poi gli investimenti in una fase di crisi come quella in atto siano legato saldamente alle possibilità di spesa, basse sia per gli stati in crisi che per molte delle aziende europee che devono far fronte a mercati stagnanti e ad un Euro, benché in calo, ancora troppo forte per puntare tutto sull’export. A ciò si aggiungono le sanzioni commerciali alla Russia (estese in queste ore oltre che all’alimentare anche al lusso) e le crisi medio orientali che potrebbero influire sui prezzi delle materie prime come gas e petrolio.
In fasi simili gli investimenti possono essere fatti sul lato pubblico solo rivedendo i patti a livello europeo (oltre che agendo sui tagli alla spesa che però in un paese come l’Italia stando ai piani dichiarati dovrebbero andare a riduzione del debito ed alla detassazione), mentre sul lato privato fornendo liquidità, quindi credito, a basso costo, cosa che potrebbe fare in modo relativamente rapido proprio la BCE con una politica monetaria più accomodante (in attesa degli effetti delle riforme che non devono rallentare), magari assieme ad azioni volte a deprezzare la moneta unica supportando l’export, anche alla luce dell’indebolimento del mercato russo come destinazione a causa delle sanzioni.

Un paese come l’Italia, che rimane molto interessante per gli investitori i quali sono scoraggiati ad investire proprio per la burocrazia, le tasse, la legalità, l’incertezza normativa, il costo del lavoro, ecc, si gioverebbe enormemente di una prima fase di sbocco di investimenti tramite QE e revisione dei patti UE, in attesa che la burocrazia venga alleggerita, le norme e la giustizia vengano rese più snelle e certe, il fisco e la rigidità del lavoro riviste. Raggiunti quei traguardi importantissimi non sarebbe necessario più alcun supporto esterno perché il meccanismo degli investimenti riprenderebbe in automatico ad opera di investitori nazioni ed esteri sia del campo pubblico che privato.

Per ora i mercati non hanno dato troppo peso alle parole di Schauble, ritenendo probabile il verificarsi di operazioni straordinarie da parte della BCE e assieme alla prosecuzione del tapering della FED (il PIL USA Q2 ha battuto le attese registrando +4.2% rispetto al 3.8%). Questa possibile ulteriore liquidità renderebbe il mercato UE forse anche più interessante di quello USA. Secondo Nomura ci sono il 30% delle probabilità che la BCE adotti misure non convenzionali entro l’anno.

Verrebbe da chiedere alle imprese ed ai consumatori tedeschi, ricordando loro i valori del PIL e dell’indice di fiducia IFO se siano totalmente d’accordo con le parole del loro Ministro (sempre più ostinatamente falco). Credo che qualche oppositore non lesinerebbe critiche alle dichiarazioni di un Ministro che a volte sembra cieco di fronte all’avvitarsi della situazione economica.

Link:

La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota 08/08/14
La crisi di governo francese ha rotto il fronte anti austerità? Problemi in vista? 26/08/14
Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande 13/08/14
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere 11/08/14

27/08/2014

Valentino Angeletti
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Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza

Jackson Hole In Wyoming, a Jackson Hole, si è tenuto il prestigioso meeting tra i banchieri  centrali culminato con gli attesi interventi della Governatrice della FED Janet Yellen  e del Governatore della BCE Mario Draghi.

Il consesso rigorosamente ad inviti, è uno di quelli di altissimo livello dove si  delineano le politiche e le strategie, si fanno propositi e talvolta proclami, salvo poi  rilevare che spesso o risultano già ampiamente anticipati dagli eventi oppure di  difficile implementazione a causa di una catena di trasmissione, che dovrebbe  renderli operativi, nella realtà dei fatti spesso più complicata e meno funzionale del  previsto.

I due interventi principe oltre a trattare i temi tipici di competenza delle banche  centrali quindi le politiche monetarie, come ampiamente anticipato hanno avuto il loro fulcro nel mercato del lavoro e nella disoccupazione, problematiche che vedono impegnati sia gli USA che la UE, la cui presidenza italiana ha posto al centro del proprio semestre proprio l’occupazione, essendo un fattore indispensabile, ma ancora fragile in gran parte dell’Europa, per l’innesco di uno spiraglio di ripresa. A testimonianza dell’interesse al lavoro rispetto a quanto accaduto in passato, a questa edizione sono stati invitati meno banchieri d’affari e più esponenti, accademici e studiosi proprio delle dinamiche dell’occupazione e del lavoro. 

Il discorso del Governatore Draghi è stato abbastanza blando, senza grossi colpi di scena, del resto la BCE non giocava nello stadio di casa, Draghi quindi probabilmente si è limitato a sottolineare quanto l’Istituto da lui diretto ritiene necessario fare in questa fase, lasciando eventuali annunci “shock” per interventi presso la sede tedesca di Francoforte.

I punti centrali in tema di politica monetaria della sua esposizione si possono riassumere nell’impegno costante a riportare i livelli di inflazione a ridosso del 2% e nell’utilizzo di ogni tipo di strumento, anche non convenzionale, per dare all’economia reale quello spunto di cui da tempo ha bisogno (e che ha visto la BCE ritardataria) utilizzando ogni misura, a cominciare da quanto già in programma a partire dal 18 settembre, cioè ABS, TLTRO ed eventualmente acquisto di cartolarizzazioni e titoli di stato, cercando di ridurre al minimo il potenziale effetto di smorzamento avuto in passato a causa dell’intermediario bancario.

A ciò però si aggiungono alcune critiche, che esulano dai compiti specifici della BCE. Draghi infatti ha ribadito come la BCE non può sostituirsi in alcun modo agli Stati i quali devono realizzare e rendere effettivi i pacchetti di riforme che già conoscono bene, in particolare quella sul mercato del lavoro non risulta più prorogabile. La politica monetaria è inutile se non vi sono misure strutturali che supportano l’economia. Gli Stati devono lavorare in tal senso in modo da essere più attrattivi ed attirare capitali industriali e finanziari. Ribadisce infatti, come fece Visco qualche settimana fa in occasione del convegno dell’ABI, la necessità di più investimenti sia privati che pubblici, ed in tal senso l’Italia deve sentirsi direttamente chiamata in causa avendo perso rispetto al passato molta attrattività nei confronti degli investimenti industriali proprio a  causa, oltre che della crisi, di meccanismi legislativi, della giustizia, del fisco, della burocrazia e del lavoro, spesso borbonici e che scoraggiano ogni tipo di investimento in attività produttive.

Quello che dice Draghi risulta verissimo (in particolare sulle riforme) e porta implicitamente a fare alcuni ragionamenti.

Il primo riguarda il pacchetto di investimenti pubblici che reclama. Essi in questa fase sono fuori portata per ogni Stato in difficoltà con i conti (Debito, rapporto deficit/PIL ecc). Tali Stati sono proprio quelli a necessitare di più profondi e repentini investimenti. In parte il pacchetto da 400 miliardi annunciato da Jucker potrà assolvere questa funzione, ma di certo non sarà sufficiente. Serve che anche i singoli Stati si impegnino (in Italia risulterà fondamentale il piano Sbocca Italia al varo nel CdM del 29 agosto) e per impegnarsi in investimenti, in ricerca, in sviluppo e innovazione, in aggiornamenti tecnologici e nella creazione di valore aggiunto nel medio-lungo periodo, devono avere disponibilità di budget da far fruttare. Ecco allora che la revisione dei patti europei risulta nuovamente una possibile chiave di volta da considerare seriamente perché utilizzando la flessibilità ad oggi concessa, alla luce dei pessimi dati di PIL di gran parte dell’area Euro, non sembra possibile avere sufficienti margini di intervento. Ovviamente i conti non dovranno essere sballati, ma dovranno consentire qualche scostamento temporaneo per iniziare efficacemente la sortita dalla crisi.

Draghi parla molto bene anche in merito al fatto che la politica monetaria non può risolvere tutto e che risulta inefficace se non vi sono piani di medio-lungo periodo che devono essere in capo ai singoli Stati, ed in questo perimetro rientra il pacchetto di riforme economiche da farsi più che rapidamente (i soldi si possono elargire, ma i beneficiari devono saperli investire e far fruttare…). È altrettanto vero però che la politica monetaria deve rappresentare la fase “uno” che sbocchi violentemente i meccanismi di crescita economica bloccati dalla crisi e che Stati in difficoltà, soprattutto se stretti nel rigore dell’austerità, non riescono a sbrogliare. L’impulso monetario che è mancato venendo in gran parte neutralizzato dagli istituti di credito, avrebbe dovuto fornire la liquidità necessaria ad una fase “due” di sostegno all’economia reale, alle imprese, al credito ed in parte agli investimenti strutturali di medio-lungo periodo i cui risultati avrebbero dovuto portare lavoro, reddito, domanda (incluso export), produzione industriale ad un livello più stabile; il tutto andando in parallelo con il processo di riforme comunque necessario a rendere duraturi e solidi, con i fisiologici tempi di ritardo,  i risultati.

Anche un’azione volta a svalutare leggermente la moneta per favorire l’export avrebbe potuto essere utile, ma in tal senso la Germania dagli alti livelli di export, benché gli ultimi dati abbiano visto rallentare anche le esportazioni tedesche, sarebbe stato lo Stato a trarne maggiori vantaggi ed inoltre avrebbe dovuto essere calcolato il rischio di “guerra monetaria” (terreno sempre scivoloso ed imprevedibile anche per i più esperti) con gli UK, USA, Cina e Sud America.

Il discorso della Yellen ha principalmente riguardato il perimetro statunitense.

Il tapering continuerà, gli acquisti di titoli di stato si sono già ridotti da 85 a 25 miliardi di $ al mese e verranno stoppati ad ottobre in quanto ormai prossimo il target sulla disoccupazione del 6.5%. La Governatrice ha anche assicurato che i tassi rimarranno per il momento bassi, ma che verranno rialzati qualora non vi siano segnali economici avversi (in tal senso potrebbe giovarne l’Euro perdendo un po’ di forza nei confronti del Dollaro e favorendo quindi le esportazioni dal vecchio continente, processo che pare già essere lentamente in atto).

La Governatrice della FED ha però aggiunto alcune note molto interessanti.

La prima, e sembra un sottile riferimento all’azione in certe circostanze conservativa e lenta della BCE, è relativa al notevole ruolo che ha avuto la politica monetaria accomodante dell’istituto di Washington nel traghettare gli USA fuori da una recessione lunga un lustro, riportando l’economia a stelle e strisce ad essere ben impostata.

In tal percorso, ed il la seconda nota da analizzare, è stato partorito un nuovo concetto di lavoro ed occupazione. Si è a tutti gli effetti in presenza di  escalation di questo tema. Se prima infatti gli unici dati tenuti in considerazione erano la disoccupazione ed il numero di nuovi occupati, adesso si è preso atto che questi non sono più sufficienti. Si devono invece analizzare i meccanismi del lavoro in modo più profondo, come il numero di disoccupati di lungo termine; le tipologie di occupazione, se stabili o eccessivamente precarie, il che non vuol dire che il posto deve essere fisso a vita, ma che il mercato del lavoro deve essere flessibile ed offrire sempre nuove opportunità; il livello del salario, ancora troppo basso e che non consente una ripresa stabile dei consumi interni e della fiducia. Lo scenario USA è quindi in miglioramento, ben impostato, ma ancora lungi dall’essere strutturalmente stabile e solido.

In Europa, e come a volte capita l’Italia ne rappresenta l’estremo peggiore, si è ancora radicati al vecchio concetto ed ai vecchi dati e pare che si sia realizzata una politica diametralmente opposta. L’azione sembra rivolta a dare flessibilità al lavoro, ma nel senso “precarizzante” che non offre alcuna certezza né salari decenti al lavoratore che troppo spesso può contare solo su attività di breve termine ed assenza di prospettive nel medio-lungo periodo. Gli stessi salari sono stati sovente rivisti al ribasso ed il potere d’acquisto quasi azzerato. Questi due elementi da soli sono sufficienti ad innescare la spirale deflattiva che ha contribuito a portare livelli di inflazione continentali circa allo 0.4% con molti Paesi già in deflazione (sul tema del lavoro grande importanza avranno i piani e gli impegni di questo Governo, posto di fronte a partite tutt’altro che semplici anche per la frammentazione parlamentare che si potrebbe avere su un simile argomento).

Negli USA siamo dinnanzi ad un a presa di coscienza importante, ossia il bisogno di fare un “upgrade”  nelle politiche e nei dati utilizzati per analizzare e risolvere le crisi. Adesso pare che si vogliano considerare anche le condizioni al contorno piuttosto che, come accade per i parametri cardine della politica dell’austerità, il semplice e singolo dato (alla lunga si potrebbe convergere dal PIL ad un indice di benessere complessivo come molte teorie già indicano e come il Bhutan ha già adottato). L’obiettivo dovrebbe essere quello (come detto anche qui, vedi link a fondo pagina) di puntare ad un riassetto che sia strutturale, porti benessere reale e tangibile e sia resiliente alle rapide mutazioni economico sociali, in modo da presentarsi più capace nell’affrontare e scongiurare la ciclicità delle crisi che un’economia eccessivamente basata sulla finanza sembra causare.

L’Europa dovrà anch’essa perdere atto di questi mutamenti muovendosi verso un adeguato livello di proattività e resilienza, perché al momento pare ancora troppo radicata ad un approccio obsoleto, vulnerabile, fragile e totalmente in balia delle variabili macro sempre più rapide e meno prevedibili. 

Questo percorso dovrà convergere verso situazioni di stabilità strutturale capaci di evitare le crisi o ridurne la frequenza, nel caso prevederle quanto prima ed in ultimo mutare la propria azione e la propria struttura così da rispondervi nel modo più pronto, efficace e meno traumatico possibile.

Inutile ribadire che questo processo necessita di lungimiranza nello studio e nell’implementazione dei piani di crescita, sviluppo ed investimento di medio-lungo periodo nonché nell’applicazione di quelle riforme strutturali reclamate da più parti a gran voce.

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22/08/2014
Valentino Angeletti
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Comprensibili e giustificate ingerenze europee

Queste sono giornate d’attesa per il voto della giunta sulla decadenza, per il video messaggio, che parrebbe già da tempo circolare in multiple versioni, e per le sorti del Governo.

Anche i giorni scorsi sono stati però densi di avvenimenti importanti e di respiro internazionale. Il commissario degli affari europei Olli Rehn è stato in visita presso le Camere italiane in occasione di una delle discussioni sulla legge di stabilità (si dovrebbe fermare fino a venerdì 20 quando è previsto un CDM di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza), vale a dire quella che fino a qualche anno fa era chiamata legge finanziaria. Per molti questa “intromissione” ha già sapore di commissariamento, quasi una anticipazione della Troika. A pensarla così sono esponenti di tutte le parti politiche (M5S, PDL, PD), ad eccezione di Scelta Civica di Monti, che hanno ritenuto una invasione di perimetro, adducendo che l’ Europa non ha da insegnare nulla, anzi dovrebbe pensare agli sbagli fatti negli anni e mesi scorsi, a cominciare dalla Grecia ed al suo ingresso in Europa nonostante conti, a detta loro, notoriamente truccati.

Si potrebbe essere non totalmente d’accordo con alcune politiche Europee, in particolare con l’eccessiva austerità “ad ogni costo”, con l’assenza di flessibilità sui conti, inclusi il rapporto deficit/PIL e la procedura di infrazione, volta alla redistribuzione degli oneri dai paesi meno in difficoltà a quelli più problematici, fermo restando un controllo continuo e constante da parte delle autorità di Bruxelles, o con la decisione di attuare una politica monetaria che avrebbe potuto essere più aggressiva per rilanciare competitività, investimenti ed esportazioni.

Detto ciò è altresì innegabile che, nonostante l’impegno italiano ed i risultati ottenuti a partire dall’Esecutivo Monti e continuati con quello Letta grazie ai quali, con grandi sacrifici della popolazione, qualche voce di bilancio è stata riequilibrata, molte linee guida europee applicabili in modo relativamente semplice sono state disattese; in particolare non è avvenuto lo spostamento della tassazione dalle persone, imprese ed attività produttive, quindi il cuneo fiscale sul lavoro, alle rendite, proprietà e consumi, anzi, proprio con l’IMU la direzione intrapresa è stata quella opposta causando le osservazioni e la richiesta di chiarimenti sulle coperture da parte di Bruxelles che aveva già definito l’abolizione della tassa sulla proprietà immobiliare oltre che pericolosa per i conti anche iniqua. Proprio il taglio del cuneo fiscale è un provvedimento condiviso da ogni partito, dai sindacati e dalle stesse associazioni di categoria, ma che l’instabilità politica ed i veti incrociati su tutti i temi oggetto di discussione hanno bloccato rallentando ulteriormente il paese.

Se volessero essere mantenuti i piani, quindi abolizione completa dell’ IMU, mantenimento dell’IVA al 21% fino a dicembre, rifinanziamento delle missioni all’estero e considerando il dato sul PIL del secondo trimestre 2013 a -2.1% ed inferiore alle previsioni, entro fine anno dovrebbero essere reperiti circa 6.5 – 7 miliardi. Tali somme difficilmente potranno essere trovate solamente con tagli agli sprechi, benché si tratterebbe di solo il 2% della spesa immediatamente aggredibile di 300 miliardi su un totale di circa 850, e l’aumento dell’ IVA, o comune un incremento del livello di tassazione che è auspicabile non sia lineare ma progressivo e proporzionale alla ricchezza,  risulta quindi molto probabile al fine di rispettare il rapporto del 3% che tassativamente è stato ribadito essere intoccabile. Ci sono inoltre l’instabilità politica e le attenzioni da parte della commissione europea che spingono lo spread e gli interessi sul debito al rialzo, portandoli ai livelli della Spagna, la quale, secondo la EU, assieme ad altre nazioni come il Portogallo, ha recepito le istruzioni europee in modo migliore ed ora ne sta raccogliendo qualche beneficio.

Sicuramente gli sprechi sono un elemento chiave su cui agire per reperire risorse economiche senza appesantire ulteriormente una tassazione non più sopportabile che si piazza ai massimi livelli in Europa. Per fare un esempio il tratto di autostrada Salerno – Reggio Calabria costa al Km circa 52 milioni di euro, 4 volte la  media europea.

Alla luce di quanto detto non è insensato che Olli Rehn vanga a farci visita e si permetta in un certo qual modo di redarguirci. Non è questione se la legge di stabilità verrà fatta in Italia o a Bruxelles, il punto è farla bene in modo equilibrato e sostenibile, ed a quanto pare a Roma fino ad ora hanno avuto evidenti difficoltà che forse possono essere superate con un po’ di costruttivo pressing europeo.

Gli obiettivi da porsi nei prossimi mesi dovrebbero essere orientati all’ottenimento di condizioni più favorevoli per finanziare investimenti e crescita, confidando che la Germania e la Merkel (probabilmente rieletta) abbiano posizioni meno rigide, a rilanciare l’export, i consumi, la domanda interna e la produzione supportata da una diminuzione della tassazione sul lavoro e da una maggior concessione di credito alle imprese. Inoltre di estrema importanza è la capacità di attrarre nuovi investimenti di aziende nostrane ed estere, tanto che sul tavolo del Governo ci sarebbe già un programma di possibili dismissioni di asset statali. In tal direzione, e non si può non fargli un in bocca al lupo vista la sua complessità ed importanza, si sta muovendo il progetto “destinazione Italia” (CDM previsto per il 19 ore 9:30) patrocinato non a caso del Ministero degli Esteri (gli investimenti provenienti da altri paesi sono fondamentali per l’Italia, ed attualmente sono ostacolati dall’alto costo del lavoro, dalla burocrazia, dall’incertezza politico-normativa ed anche dalla corruzione).

Ovviamente presupposto e condizione necessaria per giungere a risultati positivi, soprattutto in campo europeo ed internazionale, sono, come ripetuto più volte, la credibilità e la stabilità politica ancora lacunosa.

17/09/2013
Valentino Angeletti
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