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Dati sul lavoro Istat: bene!!! Male??? Non si sa…..

Mentre il World Economic Forum prevede, temendo, un rallentamento dell’economia globale per il 2015 ed una lieve ripresa, ma sempre sotto le stime, per il 2016, in Italia qualche dato economico, sospinto anche dalle congiunture macroeconomiche, sembra vedersi. Certamente non tale da giustificare trionfalismi o da consentire di abbassare la guardia, ma non resta che sperate che si tratti davvero di un lento virar in un mare ancora burrascoso.

L’ultimo dato diramato dall’Istat è relativo all’occupazione. I numeri, se letti in modo sommario e non approfondito, paiono incoraggianti: la disoccupazione scende, per la prima volta dal febbraio 2013, sotto il 12% arrivando al 11.9% (sempre enorme), nell’ultimo mese di rilevazioni il numero di occupati sale di 69’000 unità, +0.3%, anche i NEET si sono ridotti dello 0,6% nel mese di agosto (meno 86’000 unità) tornando così al livello di giugno.

Fino a qui tutto bene, anzi, molto bene considerando il dato sugli inattivi (Neet appunto). Approfondendo però l’analisi, emerge subito il fatto che l’incremento avviene nel periodo estivo, dove ovviamente il numero di lavoratori stagionali cresce. Effettivamente il settore dove si è registrato il maggior incremento è quello dei servizi, del terziario, del turismo e ristorazione e ciò non sorprende.  Andando ancor più nel dettaglio si scopre che tra i giovani (15 – 24) il tasso di disoccupazione, mese su mese, tocca il 40,7%, in aumento dello 0,3%rispetto al mese precedente; rispetto invece ad agosto 2014, il tasso di occupazione dei giovani scende di 0,1 punti percentuali, cala il tasso di disoccupazione (-2,3%), ma aumentano i NEET dell’1,2%.

In questo ultimo mese sono cresciuti i lavoratori a termine, +4.1%, ( 94’000 unità nei tre mesi estivi), mente i lavoratori permanenti crescono dello 0.1% (che col Jobs Act il termine “permanente” non è più sinonimo di non licenziabile).

Renzi, il Premier, giostrandosi sapientemente tra Twitter, Facebook, TV e giornali, non nasconde gioia ed orgoglio, definendo questi dati un grande risultato di un Jobs Act che funziona, per il Premier l’Italia sta ripartendo con le riforme. In realtà, considerando la stagionalità dei lavori e la loro natura prettamente a tempo determinato (o termine), pare più che probabile che non siano derivati dagli effetti del Jobs Act (che prevede principalmente un lavoro a tempo indeterminato, a tutele crescenti, senza articolo 18) bensì ad una dinamica turistica in crescita anche per  via della rafforzamento del dollaro e della maggior tendenza degli italiani a fare le ferie entro i confini nazionali.

Anche i Ministri del Governo esternano soddisfazione. Per Poletti, al Dicastero del Lavoro, la ripresa è realtà. Ma anche questa affermazione va inserita in un contesto di rallentamento globale e di congiunture macro positive.

Per il Ministro dell’Economia Padoan si tratta del frutto di un lavoro strutturale. Pier Carlo Padoan si espone al Meeting dei Fondi Sovrani a Milano cercando di convincere della stabilità del nostro paese per attrarre investimenti.

Le opposizioni ovviamente hanno pareri opposti. Per Brunetta, capogruppo di Forza Italia a Montecitorio, l’occupazione cresce solo con PIL oltre il 2% e non con partite di giro come il Jobs Act. Che il Jobs Act si riveli una partita di giro, ancora non possiamo affermarlo con la dovuto certezza, un dato quasi scientifico, invece, è che l’occupazione cresce con un PIL in rialzo a partire dall’1.5% (lontano dalla crescita italiana), e che i posti di lavoro non si creino con decreti o legge, ma a seguito di incrementi di potere d’acquisto, domanda e quindi offerta. L’export rimane importante, fondamentale per un paese come l’Italia, ma senza una buona dinamica di consumi e mercato interni non può esserci ripartenza strutturale e duratura.

Anche i sindacati non abbassano la guardia, e per il segretario confederale Cisl, Gianni Petteni, occorre ridurre il carico fiscale sul lavoro, incentivare la staffetta generazionale per dare spazio ai giovani e implementare misure che diano davvero un sostegno strutturale alla ripresa.

Proprio sulla defiscalizzazione del lavoro, si è pronunciata anche l’UE, ritenendo questa misura ben più prioritaria e redditizia rispetto al taglio dell’IMU sulla prima casa (cosa che si è sempre detta anche in questa sede). Da Bruxelles, che si è sempre schierato per una maggior tassazione su consumi e patrimoni (quindi non agirebbe sull’IMU) ed una minor tassazione per imprese, persone e lavoro, fanno notare che l’Italia è in linea con l’Europa per quanto riguarda le tasse sugli immobili, invece non lo è, in senso peggiorativo, riguardo alle imposte sul lavoro, ancora troppo alte. Renzi si è difeso, più per motivi elettorali e propagandistici, contro questa affermazione, sostenendo a spada tratta l’abolizione dell’IMU, misura gradita agli italiani, che tanto caos ha creato nei tre esecutivi precedenti e tra i cittadini paganti totalmente disorientati, ed asserendo perentoriamente che non sarà un euro burocrate a dire se la casa va tassato o meno.

Certo l’Europa, come ha sempre fatto, da direttive e linee guida facoltative, ma poi, in fase di analisi del DEF, tra poche settimane, l’UE si pronuncerà valutando tagli, coperture, stime, e non si accontenterà di stime aleatorie, ma vorrà entrate strutturali e prevedibili. Ad esempio non si accontenterà di coprire il taglio dell’IMU con un generico “budget da rientro capitali esteri per voluntary disclousure”.

Proprio le discussioni parlamentari sull’IMU hanno portato un po’ di dibattito all’interno del PD, il quale potrebbe avere qualche conseguenza durante la votazione sulla riforma del Senato in corso in queste ore, che pare il Governo riuscirà con qualche asperità e scontro verbale a fare sua.

 

01/10/2015
Valentino Angeletti
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Italia a crescita demografica zero: il contributo dei flussi migratori alla sostenibilità economica

A volte quando si parla di immigrazione, ovviamente quella regolare, come una opportunità, e di più, come una necessità per il paese, si è accusati di eccessivo buonismo, di non voler tutelare prima i connazionali rispetto agli “extracomunitari” e di non comprendere come l’Italia non sia in grado di dar sostentamento ai propri cittadini nativi e contemporaneamente ai migranti. Le accuse si fanno più aspre e velenose soprattutto in questo periodo in cui i flussi migratori rappresentano un gravissimo problema, esasperato da situazioni drammatiche presso i paesi di origine dei migranti, dalla stagionalità, dall’incapacità e dalle scarse forze italiane nel fronteggiare l’enormità del flusso, ed ancor di più dell’insofferenza, apatia, farraginosità dell’Europa nel rispondere ad un dramma che dovrebbe vedere l’UE in prima fila, attorno ad un tavolo assieme alle altre istituzioni umanitarie e governative mondiali a regolare un fenomeno che, dura veritas sed veritas, sarà sempre più incisivo e poderoso nelle dinamiche che animeranno gli scenari globali, economici e sociali prossimi venturi.

Ma è davvero il buonismo e l’umana pietas, di cui pare esserci sempre più penuria, per coloro che si trovano in condizioni più disagiate e meno fortunate rispetto a noi, a guidare tale affermazione? No, sono anzi dati oggettivi.

L’Istat ha certificato che nel 2014 la crescita demografica è stata sostanzialmente zero. Il numero di cittadini italiani ammonta complessivamente a 60’795’612, +12’944 unità rispetto all’anno precedente, incremento dovuto principalmente alle revisioni anagrafiche  (aggiornamento irreperibili, re-iscrizioni di cancellati, ecc) epurato da questo fenomeno la crescita si ferma a 2’075 unità dovute totalmente alle migrazioni. Il saldo “nascite – decessi” è negativo per 100’000 unità e rappresenta il peggior dato dalla prima guerra mondiale, dove ovviamente il conflitto ha inciso non poco (quando si dice che questo scenario economico e sociale è da guerra non si fa eccessiva forzatura). Gli italiani nati in Italia  diminuiscono di 83’616, ma salgono di 130’000 se si considerano gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza. Un effetto palese è la deriva verso un aumento dell’età media, che ha raggiunto i 45 anni e che continuerà la sua ascesa.

Il fatto che gli italiani da soli non riescano a dare sprint alla crescita demografica è noto da tempo, ma fino ad ora questo fenomeno era stato bilanciato dall’effetto delle migrazioni e dalla maggiore propensione dei migranti a dar luce a nuova prole. Evidentemente la situazione economica drammatica spinge gli immigrati e fare meno figli, ed addirittura a cercare di uscire dal nostro paese col risultato che non si riesce più a sopperire al calo demografico imputabile a noi italiani.

L’importanza di una popolazione in crescita, dinamica e giovane è fondamentale per il progresso economico, perché costoro sono le persone che maggiorente danno contributo alle attività produttive, si inventano nuovi lavori ed imprese, possono sopperire alla richiesta di manodopera più o meno specializzata, si istruiscono, entrano in contatto con nuove tecnologie ed, in riferimento agli immigrati, spesso riempiono lacune nel mercato del lavoro per quelle occupazioni che gli italiani, dotati di titoli di studio elevati ma spesso poco funzionali per via della distanza tra scuola ed università rispetto al contesto lavorativo, non si sentono più di voler fare, ad esempio i cosiddetti mestieri.

Al sostegno della crescita economica che richiede indubbiamente gioventù forte, istruita, dinamica, flessibile, digitalizzata e via dicendo, si aggiunge anche il minor costo della popolazione giovane ed attiva che mediamente si ammala meno, ha meno necessità di welfare e di sostegno pubblico rispetto alle persone più avanzate con l’età; Inoltre il costo del lavoro per le persone più giovani, a prescindere dalle varie riforme in corso od in essere, è inferiore. Tale circostanza, in un paese che ha un bilancio statale a dir poco complesso e non riesce per colpevolezze politiche, nonostante i decennali tentativi di spending review ed il susseguirsi di commissari speciali, a tagliare la spesa pubblica, è un fattore non di poco conto. Ricordiamo che è stato appena raggiunto il nuovo record di debito pubblico a quasi 2’200 miliardi, benché abbia ragione Padoan quando afferma che il debito cresce fisiologicamente ed è al Pil che s’ha da rapportare, va però precisato, riportando il Ministro coi piedi a terra, che con i tassi attuali di crescita del Pil, considerando le stime più ottimistiche, anche il significativo rapporto Debito/Pil è destinato a crescere. In tale dinamica una demografia favorevole contribuirebbe a mantenere inferiore la spesa, quindi il debito, ed avrebbe le potenzialità, se presente un contesto economico giusto, per alzare il Pil: un doppio beneficio di cui l’Italia avrebbe bisogno, ma del quale deve fare a meno.

Vi è un altro aspetto da considerare, ed ha carattere prioritario, che è quello della previdenza pensionistica. Avere una popolazione giovane, che lavora e che, con i meccanismi ancora parzialmente in essere, paga le pensioni ai ritirati dal lavoro, è indispensabile per la sostenibilità del bilancio pensionistico. Si sente sempre più spesso parlare di riforme che vorrebbero portare al contribuitivo totale e ciò in linea teorica è corretto e tecnicamente impeccabile per la sostenibilità di bilancio, ma va detto che, per come sono conformati gli stipendi italiani, ciò vuol dire lavorare fino a circa 10 anni dall’età media di aspettativa di vita (un po’ di più per le donne), “godersi” una pensione (o meritato riposo) brevissima ed avere corrisposta una somma spesso insufficiente per un sostentamento dignitoso (almeno ad oggi è così, altro che godersi il dolce far nulla o cirare i propri interessi, si dovrà lottare per la sussistenza). Potendo quindi contare su lavoratori giovani in grado di accollarsi parte della spesa previdenziale sapendo che poi dai giovani futuri questo favore, o patto generazionale, gli verrà restituito, sarebbe di grande importanza anche per il benessere sociale, senza voler regalare nulla a nessuno. Ovviamente tutto è legato a doppio giro alla necessità di una crescita demografica costante ed alla presenza di sufficienti posti di lavoro, cosa non scontata ed a maggior ragione in un paese bloccato come l’Italia.

Stime dello stesso Istituto di Previdenza Sociale affermano che, se non vi sarà una ripresa ragionevolmente corposa e non è prevista nell’immediato, le casse dell’INPS passeranno dall’attuale attivo di 18.5 miliardi, nonostante alcuni buchi ascrivibili a gestioni separate come certi fondi, ex istituti dipendenti pubblici e dirigenti d’azienda, ad un rosso di 56 miliardi nel 2023: impensabile.

Risulta doveroso precisare che la tendenza al calo demografico per quel che concerne la popolazione “autoctona” è comune a molti Stati industrializzati e sviluppati, soprattutto del nord europa, ma in tal caso la tendenza è mitigata da politiche ed incentivi in favore delle nascite, che gli italiani possono solo sognare, ad un maggior bilanciamento lavoro – vita privata e famigliare, ad un capillare reticolo di asili anche aziendali, a veri contribuiti economici finanche alla maggiore età e finalizzati persiano allo studio. Senza volersi spingere ai campioni nordici come Finlandia, Svezia o Olanda, basta scavalcare le Alpi e prendere come esempio la Francia, termine di paragone più prossimo a noi a dai dati economici che secondo alcuni economisti sarebbero addirittura peggiori di quelli nostrani. Se queste politiche, magari appena dispendiose nell’immediato, ma che si ripagano gratuitamente nel medio-lungo periodo, non dovessero essere sufficienti, ecco che entra in gioco il fattore migrazione, e le relative politiche di integrazione e regolarizzazione, che bilancia una situazione altrimenti incompatibile con crescita economica, benessere, sviluppo e progresso strutturali.

Ecco spiegato dunque un altro motivo per il quale bisogna repentinamente prendere in carico il problema dei flussi migratori. Motivazione forse più veniale rispetto al soccorso di vite umane ed al contenimento di situazioni al limite della decenza che ci si presentano dinnanzi in questi giorni, ma sicuramente di importanza non trascurabile se si ha in mente il progetto di un paese vivibile, accogliente, dinamico e competitivo.

La politica, soprattutto quella che fa leva sulla paura del diverso ed in particolare in situazioni di difficoltà sociale diffusa, sarebbe bene che ragionasse anche in questi termini, e sarebbe bene che lo facesse, ancor prima della politica quasi sempre capziosa ed in cerca di facile consenso, l’elettorato che, in quanto umano, dovrebbe essere in grado di pensare e scegliere, senza farsi influenzare da soluzioni e ragionamenti troppo semplicistici.

Valentino Angeletti
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Un Primo Maggio dalle molte sfaccettature: Expo, Balck Bloc, Concertoni, disoccupazione. Intensi spunti e palesi contraddizioni

Quello appena trascorso è senza dubbio stato un primo di maggio decisamente particolare e ricco di intensi avvenimenti tra loro in contrapposizione.

Come di consueto abbiamo potuto assistere alle feste, ai concertoni pomeridiani e serali ed alle manifestazioni in onore del lavoro generalmente patrocinate dai sindacati che si sono svolte in tutta Italia, con la Sicilia meta della manifestazione ufficiale di CGIL, CISL e UIL, in onore del Sud sia perché il divario con il nord in tema del lavoro rimane drammatico, sia perché è il territorio, già di per se molto in difficoltà, che deve “sopportare” l’abnorme flusso migratorio, ingestibile per il nostro meridione senza adeguato supporto istituzionale nazionale, europeo e mondiale, perché quando muoiono centinaia di persone è il “mondo” intero a dover interrogarsi su un simile e problematico fenomeno. In tal senso l’accezione del primo maggio è stata proprio quella di festa di tutti i lavoratori.

Contemporaneamente però ieri è stata anche l’inaugurazione di Expo2015: “Nutrire il pianeta energie per la vita” che ha posto Milano al centro di numerosi eventi più o meno istituzionali, tra cui spiccano indubbiamente l’apertura ufficiale del Premier Renzi e la “Prima Primaverile” alla Scala dell’opera Turandot. L’intervento di Renzi è stato ovviamente un trionfo di ottimismo che lo ha portato a modificare (opinabilmente) l’inno nazionale, sostituendo “siam pronti alla morte” con “siam pronti alla vita” ed a scagliarsi contro tutti i “gufi” che gioiscono dei fallimenti italiani, che sono avvezzi al motto “non ce la faranno” e che mai avrebbero immaginato il successo di Expo2015 con 11 milioni di biglietti già venduti, che però si deve ancora capire se siano stati acquistati da agenzie o da privati. Il Premier si è poi speso in numerosi ringraziamenti, rivolti a tutti coloro i quali in un modo o nell’altro hanno contribuito a rendere possibile l’evento, ad iniziare dal sindaco dell’epoca della vittoria di Milano sulla turca Smirne per l’assegnazione dell’esposizione, Letizia Moratti, fino al commissario Sala, all’attuale sindaco Pisapia, al capocantiere ed a tutti gli operai, veri eroi, che soprattutto negli ultimi tempi hanno dovuto accollarsi turni massacranti. Non è stato menzionato, chissà quanto volutamente, e di certo per la persona quel è non si meriterebbe un trattamento simile, l’allora omologo di Renzi, Romano Prodi che le cronache vogliono abbia abbandonato anzi tempo la manifestazione non essendosi visto annoverare nella lista dei ringraziati (pur essendo a mio avviso uno dei principali ringraziandi, perché quando c’è da mettere l’Italia in mostra all’estero il Professore Bolognese non si risparmia ed è sempre in prima fila: fu uno dei primi ad intessere i rapporti con quella Cina a cui Renzi vorrebbe strizzare sempre di più l’occhio ed ancor maggiormente il portafoglio o con l’Africa che per renzi dovrebbe essere meta di grandi investimenti italiani).

Ora, partendo dal presupposto che è non solo giusto, ma doveroso aver criticato Expo, in preparazione da 7 anni, quando le cose non hanno seguito i programmi, quando si sono verificati scandali, quando sono emersi tangenti ed appalti taroccati, quando si sono manifestati ritardi ed aumenti di costi, è assolutamente vero che ora dobbiamo augurarci tutti, da italiani interessati al nostro paese e non alla lotta aspra del dibattito partitico distruttore, che l’Expo sia un successo, e per la nostra immagine nel mondo, e per il tema che tratta e per l’indotto che può creare, pur continuando a mantenere la giusta dose di criticismo utile a vigilare che tutto proceda in modo accettabile. Detto ciò il successo di Expo è ancora da costruirsi e speriamo che sia ampio ed oggettivo.

Quello di Renzi ha voluto essere un messaggio incoraggiante, positivo, che lascia intravedere una più che prossima e scontata rinascita dell’Italia dalle ceneri di una crisi sistemica e pervasiva, il clima che si poteva respirare in quel di Rho era senza dubbio di gran festa e di speranza in un futuro che ormai viene presentato come radioso. Forse lo è e lo è sempre stato, tra gli alti e bassi che non hanno mai compromesso un tenore di vita comunque alto, per i partecipanti alla Turandot rappresentata alla Scala, ma per molti altri il contesto è assai differente.

A ricordarcelo ci sono stati gli ingiustificabili e tremendi disordini avvenuti nel centro di Milano, tra Cadorna, Carducci, il Giambellino, dove il movimento Black Bloc metteva a ferro e fuoco la città scagliandosi contro i simboli del potere del loro problematico modo di interpretare, ma soprattutto di dissentire, una realtà che sta divenendo sempre più oggettivamente ed inaccettabilmente diseguale. A loro non vanno riservate giustificazioni di alcun tipo, sono teppisti, terroristi, violenti, mascalzoni, ma hanno vita facile a trovare supporto ed appoggio in un clima di insoddisfazione, povertà e disagio sociale come quello che si respira da anni. Questa condizione fa si che anche coloro che non avrebbero motivi di protestare o che non conoscono a pieno le “ragioni” dei blocchi neri, possano unirsi e dar man forte agli scellerati portatori di terrore, coperti da generiche motivazioni quali lotta al potere, all’etile della finanza, alla casta e via dicendo, tutti leit motive di questi anni di crisi facilmente adducibili come causa della totalità dei mali che si stanno vivendo, sentenza proferita ovviamente senza approfondirne davvero la natura ben più complessa ed eterogenea. La conseguenza di ciò è che anche “ultras da stadio” che poco hanno a che fare con i Black Bloc hanno sostenuto la violenza facendo si che numericamente i dissidenti fossero ben di più di quelli davvero riconducibili a frange ben organizzate. Gli pseudo Black Bloc non sanno neppure per quali “ideali” o meglio “motivazioni” (volutamente tra virgolette perché non ve ne sono di plausibili), i Blocchi Neri operano o in altri termini “fanno casino”. Queste persone, purtroppo temo come molti, si gettano nella bolgia senza avere ideali, che quand’anche fossero sbagliati una parvenza di rispetto potrebbero anche trasmetterla essendoci persone che rischiano botte e vita per la loro difesa. Costoro invece no, hanno il solo obiettivo di fare danni per un pomeriggio di adrenalina (visto che non c’è il calcio). Se poi gli venisse chiesto il perché, la risposta sarebbe genericamente: “la lotta contro il potere”; se gli si chiedesse chi è il potere, risponderebbero a suon di luoghi comuni, con un “banche e multinazionali” (magari con il babbo che lavora come promotore finanziario e la mamma impiegata al Carrefour); se si approfondisse chiedendo il perché ancor più nello specifico, non saprebbero rispondere, magari i più “astuti” potrebbero dire che le multinazionali inquinano e che sfruttano il lavoro dei poveri, mentre le banche sono piene di soldi quando la gente muore di fame…. Frasi fatte insomma che dimostrano totale incapacità di ragionamento e visione critica per approfondire la complessa realtà sociale. Questi facinorosi non sono degni di essere chiamati neppure Black Bloc, sono solo casinisti perdigiorno con un cervello che si può pesare tranquillamente usando bilancini da orefice. I Black Bloc, ripeto, sono delinquenti, quasi terroristi, pericolosi ed organizzati, questi invece, e, ribadisco, secondo me non pochi, forse in manifestazioni come quella di ieri addirittura più delle vere tute nere, sono tarati mentali maggiormente pericolosi dei primi perché rappresentano una parte del futuro dell’Italia che non emigrerà perché inetta e che andrà a pesare sulle spalle della società sana! Massimo rispetto sempre e comunque verso ogni opinione e forma di manifestazione, protesta e dissenso civile, massima condanna e pena esemplare per ogni tipo di violenza gratuita, ingiustificata ed ingiustificabile.

Ancora più dei fenomeni di guerriglia urbana da tutti condannati come riprovevoli vi sono dati oggettivi dell’Istat, diramati alla vigilia della festa del lavoro, che da domani dovranno far smaltire al governo la sbornia da parata trionfale e rapirne la concentrazione ancor di più della legge elettorale Italicum. Sono i dati sulla disoccupazione tornata ai massimi livelli, 13% in totale (oltre 3 milioni di persone) e 43.1% per gli under 25 (solo Grecia, Croazia e Spagna fanno peggio). Il dato sembra contraddire quello che aveva fatto esultare le istituzioni e che vedeva un netto incremento di contratti di lavoro a tempo indeterminato. La discrepanza è presto detta, mentre l’Istat si occupa di valutare la condizione reale delle persone, i dati ministeriali trattavano i contratti, quindi vi è ora la prova che la maggior parte di nuovi contratti a tempo indeterminato sono stati trasformazioni di vecchi rapporti e non nuovi posti di lavoro (se ne aveva un sospetto al limite della certezza fin da subito – Link1 – Link2), inoltre i dati Istat confermano una volta in più che il lavoro si crea con investimenti e non con leggi e decreti, che hanno il compito di aiutare, ma non possono fare quello che solo una catena produttiva fatta da potere d’acquisto (disponibilità economica che ora manca), consumi (interni ed esportazioni), creazione di domanda di lavoro dovuta alla floridità e alle potenzialità di business, è in grado di realizzare.

Oltre a questo, noto, tema da dirimere celermente ve ne è un altro che sarà complesso da districare, cioè il pronunciamento della Corte Costituzionale contro i due anni di blocco dell’adeguamento delle pensioni per emolumenti oltre 3 volte il minimo (circa 1400€ lordi al mese) voluto dal Governo Monti – Fornero. La decisione non viene dal nulla, ma c’era da immaginarsi un esito simile, non solo perché i sindacati, primo tra tutti la CISL della Furlan (allora Bonanni), lo avevano anticipato, ma perché un precedente risiede nel pronunciamento di incostituzionalità anche per il contributo di solidarietà per le pensioni oltre i 90’000 €. Se del resto non è costituzionale un contributo dai soli più facoltosi non si capisce come avrebbe potuto esserlo dai i meno abbienti. Il principio che viene seguito dalla Corte è che all’interno di un medesimo gruppo, in tal caso i pensionati, non si possono applicare tassazioni differite tra differenti soggetti, se non seguendo eguale percentuale o specifiche aliquote. In altre parole o si tassano tutti o nessuno. Inoltre il blocco delle rivalutazioni ha una ulteriore motivazione di incostituzionalità e risiede nella riduzione della disponibilità economica di una platea già molto in difficoltà e difficilmente capace al sostentamento del proprio nucleo famigliare.

Conseguenza di tal sentenza è che lo Stato si vedrà costretto a risarcire, e il Ministro del Lavoro Poletti ed il Viceministro dell’Economia Morando hanno detto che se questo è il volere della Corte Costituzionale non può non essere rispettato, circa 6 milioni di pensionati per una somma complessiva che varia dai 6 agli 11 miliardi (ancora da verificare con certezza, ma dovrebbero essere corrisposti circa 1’500€ su una pensione di 2’000€) per gli arretrati 2012-2013. Somma evidentemente ben superiore degli 1.6 ipotetici miliardi di tesoretto virtuale che sarebbe bene non impiegare in anticipo se non per ridurre il debito. In realtà potrebbe esistere una sorta di scappatoia per il governo, valida per i referendum abrogativi: se la decisione presa è tale da mettere a rischio i conti dello Stato, essa può non essere applicata. Chissà se verrà trovato un cavillo per poter applicare clausola simile anche alla sentenza della Consulta.

In questo momento reperire anche “solo” 5 miliardi risulterebbe davvero complesso e, soprattutto quando a Bruxelles verranno a conoscenza di un simile “non banale dettaglio” per i conti già traballanti del nostro paese, il rischio che si ricorra alle clausole di salvaguardia, quali aumento accise ed Iva, è concreto. La soluzione “Iva più accise” è una coppia infausta, perché andrebbe una volta in più ad inserirsi come un grosso detrito nel meccanismo già pieno di attriti del rilancio economico, basato su potere d’acquisto, consumi, richiesta di nuovo lavoro, propensioni agli investimenti, che invece avrebbe bisogno di un lubrificante dalle strabilianti specifiche tecniche.

Insomma tutti tifiamo Expo, tutti tifiamo Italia, tutti condanniamo Balck Bloc, teppistelli e violenti, ma dobbiamo essere realisti, con i piedi per terra, diffidare dai falsi entusiasmi, consci che c’è ancora tanto da fare ed i sacrifici, pur nel clima festoso, solenne e sublime della Turandot alla Scala, sono tutt’altro che finiti.

02/05/2015
Valentino Angeletti
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Mutevoli rapporti di forza politici ostacolano le azioni da intraprendere sull’economia

La riforma costituzionale ha superato anche lo scoglio della Camera in seconda lettura. Per la definitiva approvazione rimangono dunque altri due passaggi, uno al Senato e l’ultimo nuovamente alla Camera. Il risultato del voto è stato di 357 favorevoli, 125 contrari e 7 astenuti, una vittoria con margine, ma che non raggiunge i 2/3 dell’Emiciclo, quorum sotto il quale è consenta la richiesta di un referendum popolare, opzione che Renzi, per poter proteggere la riforma con l’approvazione e il gradimento dei cittadini, vorrebbe seguire.  Pronosticare la vittoria del Sì non era a priori troppo difficile (LINK), le maggiori tensioni ed incertezza erano invece relegate nell’assetto che sarebbe scaturito dal delicato passaggio parlamentare. La scena politica italiana è ormai trasversalmente frammentata e parlare in un tale contesto di bi o tri-polarismo è quantomeno fuor di luogo. Tale mosaico è il preludio per una battaglia che probabilmente sarà più aspra di quella a cui si è appena assistito, ossia la votazioni di Maggio, quasi in concomitanza alla elezioni regionali, sulla legge elettorale “Italicum”. L’eredità lasciata dal primo passaggio alla Camera (II lettura) della riforma costituzionale è pesante ed in certi lembi contraddittoria.

La Lega, che ha votato no, ha subito la definitiva scissione tra la coppia Salvini-Zaia e Tosi, frattura che risulterà particolarmente influente per la corsa alla regione Veneto, dove la vittoria leghista sarebbe quasi scontata se il partito fosse unito. In questa conformazione, con Tosi che potrebbe dare vita ad una sua lista basandosi sulla fondazione che presiede e supportato da Italia Unica di Corrado Passera, gioisce la renziana  (ex Bersaniana di ferro) Alessandra Moretti e per transitività lo stesso Premier.

Forza Italia ha votato no alla riforma del Senato, ma non è stato un voto unanime o come si legge su qualche giornale coeso, bensì è stata una dichiarata manifestazione di “affetto” nei confronti del “patron” Silvio Berlusconi che intervenendo qualche giorno fa a Bari aveva informato della linea ufficiale di FI contraria alla riforma. Con una lettera 17-18 esponenti di FI anche di un certo peso e probabilmente facenti capo a Verdini tra i più filo-governativi dello schieramento di CDX, hanno mostrato il loro dissenso pur nel rispetto della linea dettata dall’ex Cavaliere, il quale ha aggiunto che il Nazareno è ufficialmente morto, infranto unilateralmente dal PD.

Nel Partito Democratico la minoranza DEM, come scontato, si è allineata nuovamente a Renzi appoggiando la riforma, tranne alcune defezioni come quella di Stefano (coerenza) Fassina. Un ultimatum, uno dei tanti, è stato lanciato al Premier da Bersani-D’Attorre-Bindi, informandolo che questo è l’ultimo voto partorito a “denti stretti”, non sarà la stessa cosa per l’Italicum che non verrà appoggiato senza modifiche in particolare alla conformazione delle liste.

Il M5S ha disertato l’aula confermando la sua apertura solo per discutere in merito a Rai e salario minimo.

SEL ha votato contro.

Le contraddizioni che emergono sono lampanti.

FI ha votato contro la riforma costituzionale del Senato pur avendola appoggiata tal quale in prima lettura e, se vogliamo, scritta all’interno del Patto del Nazareno ed il contenuto della lettera di dissenso dalla linea ufficiale è pressappoco questo. Infatti se la riforma era ritenuta buona in prima lettura per quale motivo non dovrebbe esserlo in seconda (A rigor di logica come dar loro torto)?

La minoranza PD, lanciando l’ennesimo ultimatum (tanto che associare i termini “minoranza-Dem” ed “ultimatum” sta diventando quasi ossimorico), dice di aver ingoiato questa riforma, ma non farà altrettanto con l’Italicum senza modifiche. Visti i precedenti e la scarsa fermezza, difficile crederlo, ma le motivazioni che adducono non sono affatto campate in aria. Se coma pare evidente il Patto del Nazareno non sussiste più perché ostinarsi a voler  mandare avanti la riforma simbolo del sodalizio? Oltretutto lo stesso Premier Renzi aveva in più di una occasione sostenuto che certi elementi dell’Italicum non erano di suo gradimento, ma necessari nel compromesso con Berlusconi affinché si potesse arrivare nel giro di poco tempo ad una nuova legge elettorale accettabile. Ora il Premier, libero dal Nazareno, potrebbe avere l’opportunità, dal suo punto di vista, di migliorare la riforma elettorale eliminando i punti che non gradisce: genererebbe un testo totalmente suo e del PD tanto da poterlo addirittura nominare, proseguendo l’odioso vezzo latinista (non me ne voglian i furon Cicerone o Seneca), “Renzellum”. Il Presidente del Consiglio non pare però orientato verso questa possibilità, giustificando con la solita voglia di portare a casa le riforme nel minor tempo possibile. Talvolta questo compromesso è necessario, perché l’ottimo non è raggiungibile o i tempi sono eccessivamente stretti e quindi si deve puntare rapidamente al meglio possibile al momento che non è quello assoluto. In tale situazione una simile motivazione non tiene. Attendere qualche mese in più o in meno rispetto a maggio, quando le elezioni regionali si saranno già tenute, non cambierebbe assolutamente nulla a meno che non siano ipotizzate, temute o ricercate elezioni anticipate.

Il sentore, pressoché certo, è che anche la situazione di stallo che si sta delineando non sia finalizzata ad ottenere riforme utili e per quanto più possibile ottime per il paese. I ragionamenti che dominano sono contraddittori e logicamente insensati: una riforma votata ed appoggiata tessendone le lodi in prima lettura diventa vittima di veti in seconda lettura da parte degli stessi individui, parimenti una riforma dichiaratemene ritenuta mal concepita viene appoggiata con un voto condizionato al fatto che la prossima volta non sarà così. Un comportamento che, oltre a dimostrare in modo oggettivo che gli interessi partitici prevaricano quelli del paese, prova inconfutabilmente che sovente anche il merito stesso della riforma è decisamente un elemento secondario rispetto agli incastri di potere, ai rapporti di forza, agli interessi partitici e talvolta personali.

Il momento, pur con qualche spiraglio positivo, accolto con troppo clamore e sbandierato quasi fosse giunta la fine del circolo vizioso in cui l’economia italiana e, nelle sue diversità geografiche, quella europea sono precipitati, tra cui il calo dell’Euro e dello Spread, il mercato dell’auto in recupero ed una previsione di crescita per il Q1 2015 in una forbice tra -0.1 e +0.3% con media di +0.1, continua ad essere fragilissimo. A ricordarlo sono i dati ed i numeri: l’Istat ha certificato il calo della produzione industriale nel mese di gennaio: -2.2% su anno e -0.7% sul mese. Anche il credito a privati ed imprese è in flessione rispettivamente di: 1.8% su anno (era in calo del 1.6% a dicembre) e 2.8% (-2.3% a dicembre), mentre aumentano le sofferenze bancarie. I dati sulla produzione industriale potrebbero essere leggermente influenzati dalla stagionalità, infatti nei mesi di dicembre e gennaio le giornate di lavoro si riducono (ma dovrebbero aumentare i consumi e la propensione alla spesa ed all’indebitamento). Dai dati su produzione industriale e sul credito si comprende una volta in più la necessità di sostenere domanda interna e ed export, fortunatamente buono, incrementando il potere d’acquisto e la disponibilità economica delle famiglie in questo frangente ciò può derivare quasi esclusivamente da sgravi fiscali mirati sui salari e sul carico fiscale delle imprese e da investimenti, che inizialmente non potranno essere altro che pubblici, per creare lavoro e conferire capacità di spesa a chi ora non ne ha. Di pari passo poi dovranno andare le riforme per facilitare il lavoro e lo sviluppo delle imprese attualmente ancora soffocate da peso di fisco e burocrazia. La debolezza del credito fa inoltre riflettere sul fatto che pur con ingente liquidità circolante le banche siano restie a concederne di altro, anche per via delle sofferenze in aumento, per tale ragione da una parte il QE può aiutare a diminuire tali sofferenze liberando i bilanci degli istituti da alcuni tipi di cartolarizzazioni, dall’altra la presenza costante dell’intermediario bancario che si frappone tra la liquidità e l’economia reale rende complessa l’equazione tra QE e “liquidità disponibile al consumo” (LINK).

Le riforme sono un elemento chiave ed è necessario che vengano affrontate secondo priorità, in questo momento la priorità non dovrebbe essere sulla legge elettorale, ma sono la burocrazia, l’economia, la giustizia, la lotta alla corruzione ed all’evasione che devono essere mandati avanti. L’Europa, ancora alle prese con la Grecia per arrivare ad un compromesso sulle riforme in merito alle quali (ironia della sorte) è proprio l’UE a chiedere flessibilità allo stato ellenico, ci misura sulle riforme e Moscovici, commissario economico UE, ha ricordato che all’Italia sono state risparmiate, applicando il massimo della flessibilità concessa dai patti e ritenuta possibile, le procedure di infrazione per debito eccessivo e per sforamento del percorso di riduzione del rapporto deficit/pil esclusivamente per il programma di riforme ritenuto ambizioso e promettente. L’Italia inoltre, attraverso la CdP (chissà se la nuova obbligazione CdP è funzionale a questo scopo), ha provveduto a sostenere il piano di investimento Juncker con 8 miliardi. Altri 8 sono arrivati dalla Francia e 10 dalla Germania. Ciò dovrebbe consentire secondo le stime di sbloccare investimenti nel nostro paese per circa 20 miliardi che andrebbero allocati su banda larga, PMI ed infrastrutture. Da sperare e confidare che i denari teorici che torneranno a fronte degli 8 miliardi elargiti dalla CdP a Bruxelles (per ora il piano Juncker incassa invece di distribuire, quando in linea teorica per ognuno dei 21 miliardi messi a disposizione da UE e Bei se ne dovrebbero generare 15 di investimenti) siano spesi nel migliore dei modi e con i migliori risultati possibili in termini di aggiornamento infrastrutturale, creazione di valore aggiunto e di posti di lavoro. In sostanza che contribuiscano a creare le basi necessarie ad attirare altri investimenti (la banda larga e l’istruzione digitale sono fondamentali affinché un’azienda decida di investire).

Per quanto detto parrebbe facile capire che la politica italiana e la cornice economica che la contorna dovrebbero andare di pari passo, invece non è così. Ad ogni diramazione la politica sembra voler procedere autonomamente quando invece in questa fase l’interazione con l’economia, per migliorare la situazione del paese e dei cittadini, dovrebbe essere il principale obiettivo.

Valentino Angeletti
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Dati ISTAT in leggero miglioramento, ma piedi per terra, rimangono ancora asfittici

Parrebbero stavolta più confortanti i dati diramati dall’Istat, ma Lucrezia Reichlin, intervistata da Repubblica, frena gli entusiasmi (un Renzian-Gufo anche lei visto che sembrava dovesse essere in lizza per il Ministero dell’Economia?):
“La ripresa c’è, ma è ancora troppo debole, non sufficiente. È una condizione quasi fisiologica dopo 4 anni recessione. Inoltre è principalmente trainata dall’export”.

Aggiungiamo anche che alcune condizioni macroeconomiche come i QE ritardatari di Draghi e la guerra sui prezzi del greggio che ne hanno affossato i prezzi sono partecipi all’alleggerimento della deflazione, all’abbassamento sotto quota 100 degli spread ed al rallentamento della dinamica ribassista sul PIL.
Gioire per una previsione del PIL a +0.1% mi ricorda molto una storica puntata dei Simpson dove Homer aveva investito in azioni e sentendo le Breaking-News, alla notizia che i suoi titoli avevano messo a segno un +3.1% egli esultò entusiasmato saltando sul divano, salvo poi la precisazione del giornalista:
“Dopo un crollo del 99%”.
A quel punto la reazione di Homer fu:
“Dho!!!!”.
Ecco, anche noi, cercando di mantenere speranza, ottimismo e propensione ad altro sacrificio, non dovremmo evitare il “Dho!!!” che, pensando a quanto in basso il vortice economico degli ultimi anni ci ha trascinato, riporta alla realtà. Una realtà dura, ma che per essere risolta va affrontata “hic et nunc”.

Per qualche ora possiamo anche consolarci, effettivamente la recessione pare tecnicamente conclusa, secondo l’Istat il PIL relativo al Q1 2015 segnerà +0.1% e l’inflazione è passata da -0.6% di gennaio a -0.2% a febbraio; i prezzi dunque sono in aumento, in particolare quelli degli ortaggi, ma anche dei trasporti, ed i beni energetici hanno rallentato la loro tendenza al ribasso; adesso è indispensabile che seguano questa lieve risalita anche i salari ed il potere d’acquisto dei consumatori. Anche la fiducia di imprese e dei privati in generale, complice la positiva elezione nel nuovo presidente Mattarella che con le sue uscite in Aereo di linea, in Freccia Rossa o a piedi sembrano segnare una discontinuità (chissà quanto appositamente studiata) con tutto ciò che è identificato come “casta” e dal quale la politica non riesce a staccarsi, è lievemente in aumento, tranne che nel settore edile, primo a risentire della crisi ed ultimo ad uscirne.

Come ricordato realisticamente dall’economista delle London Business School la situazione è ancora delicata, fragile e difficile. Se abbiamo buona memoria proprio questi aggettivi sono quelli usualmente usati da Draghi e Visco per apostrofare la situazione Europea e, più nello specifico, italiana. Ciò è legato a livello nazionale principalmente alle riforme (sulla burocrazia, sulla giustizia, sulla certezza normativa, sul fisco, sul lavoro ecc) ancora lontane da portare effetti incisivi e ad un panorama internazionale tesissimo dove l’Europa si mostra impotente ed incapace di risolvere situazioni di estrema complessità ma che la vedono coinvolta direttamente.

Negli USA il PIL del Q4 2014 è stato ritoccato al ribasso al +2.2% dal +2.6% precedente, comunque migliore rispetto alle stime degli analisti del +2%. È segno evidente di una economia, principalmente grazie agli investimenti ed alla politica economica espansiva la quale ha consentito una ripresa decisissima dei consumi interni (+4.2% ultimo dato), in grado di resiste agli scossoni del panorama internazionale difficilissimo che invece l’Europa nel complesso (e l’Italia in particolare) stenta ad affrontare efficacemente ed anzi subisce impotentemente.

In sostanza, come realizzò Homer con il suo mitico “Dho!!!” prendiamo questi dati per quelli che sono: fragili, asfittici ed ancora poco significanti. È vero che potrebbero mostrare l’inizio ancora stagnante di una lenta inversione di tendenza, ma molto probabilmente subiranno nuovi peggioramenti e poi miglioramenti e di nuovo peggioramenti come in un tracciato sismico. Non ci si può illudere, ma si deve lavorare. Non si deve infondere falso ottimismo e false aspettative ad esempio dicendo che già ora si vedono gli effetti delle riforme, ancora non è così, è troppo presto, sicuramente i risultati verranno, ma è ancora prematuro illudersi. Il Ministro Poletti in persona, asserendo che è ancora prematuro lasciarsi trasportare dagli entusiasmi, ha ridimensionato i giubili di vittoria del Premier Renzi riguardo alle assunzioni di 1000 unità a Melfi negli stabilimenti FCA (che in USA è il marchio auto più difettoso, si legge su Il Fatto Quotidiano di oggi). Già troppo l’asticella è stata innalzata e le aspettative tradite. Quindi, come si è detto tante volte in questa sede, manteniamo la consapevolezza di una difficoltà immane da affrontare e da risolvere solo ed esclusivamente pagando il pegno di tanti sacrifici ancora che si spera anche la politica vorrà affrontare. Sfruttiamo senza sprecare le congiunture propizie che pure sono presenti in un momento storico estremamente delicato e difficile come quello in corso, in sostanza remiamo verso l’obiettivo comune in sincronia consapevoli che si può raggiungere solo ed esclusivamente se tutti, mettendo da parte le prese di posizioni e gli arroccamenti ideologici e partitici, miriamo alla stessa meta aprendoci al dialogo, al confronto ed alla contaminazione intellettuale interpartitica che se portata avanti in modo sano e trasparente non può far altro che facilitare la scalata verso l’irta vetta.

28/02/2015
Valentino Angeletti
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Fiducia dei consumatori: “sentiment” che attende di essere confermato

Secondo quanto diramato dall’ISTAT la fiducia dei consumatori, nonostante lo scetticismo sui dati rispetto alla situazione reale delle associazioni di categoria, ha registrato in aprile un aumento, il secondo consecutivo, toccando i massimi dal 2010 (a gennaio 2010 era 107.4) e passando in media da 101.9 a 105.4 (per approfondimenti: il fatto Quotidiano, AGI), migliorando in tutti i settori analizzati ed in tutte le aree geografiche.

La percezione dei consumatori è fondamentale per la ripresa economica perché, come per una grave malattia, la guarigione parte dalla volontà di voler guarire e dalla consapevolezza di poterlo fare. L’abbandono della speranza e la rassegnazione, anche a livello psicologico, ed in medicina è dimostrato, rallenta, quando non blocca definitivamente, la guarigione ed è lo stesso per la ripresa economica. Senza un rinnovato clima di fiducia personale che preceda segnali tangibili e forti di ripresa, il miglioramento complessivo, innescato da meccanismi individuali, collettivi, micro e macro economici, perde un attore che se non sufficiente di è certo necessario.

Vero è che timidi segnali di ripresa si stanno vedendo, ma siamo ancora ben lungi da poterne toccare gli effetti, il potere d’acquisto delle famiglie decimato di oltre il 10% dall’inizio della crisi è rimasto tale così come gli stipendi tra i più bassi in Europa, le difficoltà delle imprese dovute alla burocrazia, al costo dell’energia, all’alto livello di tassazione sono ancora le medesime, il PIL è stimato in crescita nel 2014 del 0.8% (secondo analisti invece oscillerebbe tra lo 0.5 e lo 0.7% mentre secondo il governo potrebbe attestarsi attorno all’ 1.1%, ma la scelta è stata quella della prudenza). Dati certi sulla spending review non se ne hanno così come ancora non si ha la risposta da parte di Bruxelles sul DEF e sulla possibilità di avere più tempo per rispettare i vincoli sul deficit strutturale. I debito crescerà ancora ed oltrepasserà il 134% sul PIL (Link al PIL), il quale, anche crescendo dell’1.1% non riuscirà a garantire la diminuzione della disoccupazione.

A cosa è dovuta allora la ritrovata fiducia?

Oggettivamente da diversi fattori. In primis gli 80 € in più nella busta paga di alcuni che, benché non saranno a beneficio di tutti, lasciano ben sperare, in particolare perché il Premier Renzi ha dichiarato di voler aiutare anche pensionati e partite IVA; poi vi è lo sgravio IRAP del 10% per le imprese, poca cosa, ma è un inizio.

A parte queste che sono misure oggettive ormai consolidate vi è la percezione di ciò che sta per essere fatto, anche grazie alla capacità mediatica ed all’effetto annuncio (del quale Draghi ed ECB sono maestri Link).

Per la prima volta la sensazione delle persone comuni è quella da parte del Governo di voler ridurre i privilegi a chi ha fino ad ora goduto (la vendita delle auto blu è stata una azione molto popolare nonostante si tratti di una goccia nel mare) anche nei periodi di crisi, di voler provare a tagliare drasticamente la spesa pubblica ed ottimizzarla, di voler ridurre i costi della politica e di provare a cambiare la classe politica e dirigente (anche se su questo tema il lavoro è ancora lungo). Si tratta ad ora di percezione alla quale contribuisce anche l’atteggiamento che i partiti hanno nei confronti dell’Europa: tutte le parti politiche europee da PPE al PSE, dalla lista Tsipras ai Liberali (ed anche il M5S ha adottato una linea più morbida limitandosi a voler cambiare l’Europa non necessariamente uscirne) condividono, ovviamente con differenti dettagli, l’idea di realizzare una Europa più vicina ai cittadini e meno rigorosa nei vincoli, più flessibile, in grado di reagire a periodi di altissima recessione, confermando l’inefficacia delle metodologie fino ad oggi usate (Renzi, Quirinale, riforme, Europa Link).

Al momento si tratta di sensazioni quindi, spinte anche dalla volontà del popolo di “guarire”, di riprendersi, perché alla fin fine l’uomo vuole pensare di poter risolvere i problemi, è fatto per risolverli e la rassegnazione non può essere per sempre. Il Governo Renzi ha il delicatissimo compito di dar seguito a questo sentimento con fatti che lo supportino e lo incrementino.

Le azioni principali da intraprendere, a mio modestissimo ed insignificante parere, sono la prosecuzione delle riforme istituzionali, ma anche economiche a supporto di persone, imprese e lavoro volte alla ridistribuzione (La quarta R alle tre di Davos della Lagarde) reperendo risorse dall’ottimizzazione e dal taglio della spesa in modo da rendere il paese efficiente, digitalizzato, innovativo, ricordiamo che l’Europa proprio ieri ha redarguito il nostro paese perché ancora indietro con le riforme, non in grado di innovare, di essere tecnologicamente all’avanguardia e di creare valore aggiunto sufficiente, ma questi dati non sono di dominio così comune da influenzare il sentiment del paese,.

La componente della lotta alla corruzione ed all’evasione sono importantissimi perché l’illegalità deve essere smascherata e punita e non sembrare privilegiata rispetto all’onestà (come accade per le imprese molte delle quali rischiano di soccombere allo stato se oneste), quindi la sburocratizzazione rendendo tutto più efficiente e telematico (con una necessaria educazione digitale, e quindi posti di lavoro per i giovani, della popolazione più anziana che ne l nostro paese rappresenta un a altissima percentuale) e la conseguente modifica delle pubbliche amministrazioni (a breve sul tavolo del governo), il pagamento effettivo dei debiti delle PA.

Servono poi investimenti concreti da escludere nel computo del deficit grazie ad una migliore applicazione della golden rule, come quelli destinati ad innovazione e ricerca, al riassetto idrogeologico, all’efficienza e sostenibilità energetica ed ambientale, alla conclusione delle opere cantierabili ma ad oggi bloccate, alla riqualificazione di aree, industrie ed impianti inutilizzabili, insomma il percorso deve portare ad un nuovo modello di sviluppo economico e di base produttiva (Link nuova base produttiva ; Link Manifattura).

Un ulteriore punto da sviluppare per alimentare la fiducia e fino ad ora deficitario è quello dell’inserimento nella politica di persone competenti, a prescindere da genere ed età, attingendo dalla società comune, dai talenti delle differenti generazioni che vorrebbe contribuire alla rinascita del paese perché ne sono innamorati e che non hanno voluto, benché potendolo, emigrare (Capitale sociale 1, capitale sociale 2, collaborazione generazionale).

L’Europa è un altro fattore determinante. La fiducia in questa istituzione, che rappresenta l’unica via di salvezza del continente e dei paesi membri per non essere fagocitati dalla grandi economie che corrono, è molto bassa per via delle modalità di intervento nella crisi. Oltre alla banale frase “di battere i pugni sui tavoli”, quello che dovrà essere fatto è perseguire una vera unione e si spera quindi che una volta al Parlamento Europeo vengano implementate le promesse ed i programmi, condivisi circa da tutti i partiti, a meno delle fazioni più estremiste ed anti euro che però peccano di totale divisione, volti alla cooperazione e collaborazione. Allo stesso modo è necessario che l’Europa venga percepita come una entità di valore anche nella politica estera, cosa che al momento non avviene né relativamente alle persone né relativamente agli altri grandi stati del mondo asiatico ed occidentale. La crisi in Ucraina e l’incapacità di fronteggiare efficacemente il tema dell’immigrazione nel sono una lampante dimostrazione. L’agire in modo congiunto e sinergico di certo contribuiranno a far crescere la necessaria fiducia che cittadini europei a tutti gli effetti devono avere nel confronti dell’unione, la quale dal canto suo però deve lavorare per meritarsela.

Ritornando al nostro paese, anche agli occhi esteri, lasciando perdere i mercati che sono mossi da dinamiche ben più ampie e legate alle politiche monetarie delle varie banche centrali, al flusso di capitali dalle economie emergenti verso quelle più mature (approfondimento, poltica-mercati; approfondimento Brasile; mercati emergenti) e da molto altro ancora rispetto a cui le vicende interne del nostro paese rappresentano un elemento trascurabile, vi è la percezione che, dopo il riassetto dei conti operato anche dei Governi precedenti, qualche cosa si stia muovendo, a fronte di anni ed anni di immobilismo (Ora ICS, decreto Irpef, inizio lungo percorso).

Che la direzione sia la migliore è assai difficile ed è ancora presto per trarre conclusione definitive, ma la sensazione,e sempre di sensazione si tratta, è che ci sia un’accelerata che avrebbe dovuto avvenire ben prima (come dimostrano le lamentele europee sulla lentezza delle riforme) e che comunque ora sembra iniziare.

Il processo sarà lungo come complessa è la situazione italiana ed europea, ma sperare ed essere positivi e non sempre disfattisti è il primo passo verso la guarigione. Sicuramente il Governo, le istituzione e l’Europa dovranno guadagnarsi e consolidare questo sentimento impegnandosi in un compito tutt’altro che facile.

29/04/2014
Valentino Angeletti
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Non un ricordo di Nelson, ma un’interpretazione di Nelson

Non penso di essere all’altezza per poter ricordare Mandela, del resto non c’è bisogno di esternazioni o manifestazioni di stima, è tutto implicito per una personalità simile. L’intento non è dunque quello di ricordare Nelson, ma di applicare tre dei suoi tantissimi insegnamenti che sembrano calzare a pennello allo scenario economico sociale che stiamo vivendo.

Per riassumere brevemente la situazione italiana, purtroppo ben nota e da economia di guerra, bastano veramente pochi dati. Le ricerche Istat certificano un livello di disoccupazione che ad ottobre ha raggiunto il 12.5%, primato da quando esistono le serie storiche, 1977; limitatamente ai giovani under 30 il dato sale ad un mostruoso 41.2% (senza considera i NEET) ed anche per il 2014 l’aumento dei disoccupati non si arresterà.
Secondo Eurostat in Italia circa il 30% della popolazione è ad alto rischio di indigenza e non riesce a fronteggiare le spese di prima necessità, medicinali, visite, cibo di qualità come proteine nobili e sempre più ricorre ad aiuti di famigliari, genitori, amici e dove possibile intacca il patrimonio degli avi.

L’ Inps rileva che la maggior parte delle pensioni non arriva a 1000€.

Il Pil pro capire dal 2001 al 2012 è diminuito del 6.5%, ed il potere d’acquisto ha segnato un -9% negli ultimi 4 anni. Tutto ciò a fronte di un aumento dell’indice GINI che misura la disuguaglianza sociale, a fronte di una concentrazione di ricchezza sempre più nelle mani di pochissimi super facoltosi, di una stagnazione della mobilità sociale che non consente progressioni di carriera, non consente di credere nello studio nella dedizione, nella meritocrazia e nei veri valori, non consente di aspirare a migliorare la propria condizione di vita, cosa possibile fino a qualche anno fa.

A formalizzare ciò arriva proprio oggi lo studio del Censis secondo il quale l’Italia è scialba, infelice, dominata da arrivismi, accidia, tendenza all’evasione, da una classe dirigente inadeguata e dall’utilizzo di escamotage poco leali, non c’è più alcuna ambizione, prospettiva, si arriva ad accettare automaticamente condizioni indegne senza opposizioni. I flebili segnali di combattimento sociale che emergono sono rappresentati dalle emigrazioni di sola andata dei giovani senza futuro né sogni italiani e dalla voglia di molte persone di connettersi e fare rete, poiché affrontare le difficoltà e condividerle con un gruppo infonde forza vicendevolmente ai membri.

Quali insegnamenti di Mandela si possono inserire in questa condizione? Almeno tre.

Il primo è l’affermazione che un uomo che abbia fatto il proprio dovere può dormire sonni tranquilli. Nella nostra società possiamo dormire sonni tranquilli? Dirigenti, politici, partiti e decision makers possono dormire sonni tranquilli e con l’anima in pace? Hanno fatto il proprio dovere, che consiste ne lavorare onorevolmente per la cosa pubblica?

Il secondo è che l’uomo ha una capacità di adattarsi, che lo ha fatto sopravvivere negli anni, tale da rischiare di accettare qualsiasi condizione, anche le più inaccettabili. La nostra situazione e la società in cui viviamo spacciata moderna, civile, industrializzata, libera, sviluppata, ricca di opportunità, alla luce dei dati sopra, è accettabile? Consente di vivere dignitosamente? Offre le opportunità che dovrebbe?

Il terzo è che la liberazione da una condizione inaccettabile, se impossibile altrimenti, si raggiunge con la lotta e le armi. È brutto a dirsi, ma siamo a questo punto? Si oltrepasserà mai il limite invisibile tra protesta civile e guerriglia? Da cosa può essere rappresentato questo limite, dal definitivo depauperamento del patrimonio di famiglia, alto tra gli italiani, ma in via di consunzione, e dalla conseguente “fame”?

Non ho queste risposte né voglio paragonare il Sud Africa dell’ apartheid  liberato da Mandela all’attuale Italia, ma questa riflessione mi è venuta spontanea leggendo i dati, approfondendo la politica e confrontandomi con il mondo reale, triplice approccio che tanti cittadini comuni hanno, ma che latita tra dirigenti e politici troppo presi a fare altro, a guidarci, ma verso dove?
Grazie Nelson per questa ennesima lezione di educazione civica.

 

06/12/2013
Valentino Angeletti
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