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Grecia – creditori: un accordo che riporta, materialmente e concettualmente, alla “Troika”

Estenuanti e lunghissime 17 ore di trattativa, ma alla fine l’accordo tra la Grecia ed i creditori è stato raggiunto. In realtà (e lo avevamo detto) è assi probabile che la Grexit non fosse mai stata una ipotesi realmente sul piatto, ma solo uno spauracchio per lo stato ellenico, il cui popolo, pur avendo votato “no” al referendum sul programma imposto dalla ex Troika, è ampiamente favorevole alla permanenza nell’area Euro, ben conscio che un’uscita comporterebbe maggiore povertà e difficoltà di approvvigionamento di certi beni primari (senza contare l’effetto contagio che a detta dell’economista Nuriel Roubini si sarebbe diffuso immediatamente anche in Italia e Spagna).

Da notare come l’accordo sia stato trovato lunedì a pochi minuti dall’apertura della borsa di Atene, con un tempismo allucinante. L’impressione è che l’esasperazione dei tempi sia stata una punizione per Tsipras e la Grecia, coloro i quali hanno osato l’affronto nei confronti delle politiche europee, facendo percepire davvero la possibilità di una Grexit (alla quale forse solo Scheauble credeva e verso la quale spingeva) e di una non riapertura delle banche, già a corto di liquidità, con gli aiuti ESM della BCE fermi ad 89 miliardi.

Le ore immediatamente precedenti, contrariamente a quanto poi accaduto, avevano fatto pensare che l’accordo sarebbe stato trovato nel giro di poche ore. C’era stata una risposta positiva da parte delle istituzioni europee al piano proposto da Tsipras, definito una buona base di partenza per intavolare il negoziato, e pareva che pochi ritocchi sarebbero bastati a renderlo accettabile dai creditori. I fatti hanno poi smentito questa tesi, facendoci assistere a lunghe e dure trattative con numerosi scontri interni ed accuse pesanti tra i contraenti, poi concluse, sì con l’accordo, ma ulteriormente irrigidito rispetto a quello proposto dal Premier Greco, che già peggiorava quello rifiutato dal referendum greco del 5 luglio.

L’ex ministro Varoufakis, in merito alla retromarcia fatta dal Premier, ha parlato di un cambio di rotta verso l’accettazione delle proposte dei creditori. L’ex ministro aveva un altro piano, che probabilmente avrebbe comportato l’uscita dalla Grecia dall’Euro, ma, a suo dire, Alexis Tsipras non se l’è sentita di tirare ulteriormente la corda, forse già snervato dai numerosi bluff di una partita a poker al cardiopalma e così ha capitolato. Critico nei confronti delle intenzioni del Premier, non appena intuito che di lì a poco ci sarebbe stata la capitolazione di Tsipras, Varoufakis ha dato le dimissioni da vincitore per il referendum e da immolato per la patria con la motivazione ufficiale di rendere le trattative, specialmente con Scheauble, meno complesse, visto che Varoufakis e Scheauble non si sopportano.

L’accordo prevede un piano da 82-86 miliardi in 3 anni che consentirà alla Grecia di corrispondere ai creditori 7 miliardi entro il 20 luglio ed altri 5 entro le metà agosto. Senza piano d’aiuti Atene sarebbe stata definitivamente insolvente, e proprio oggi ha mancato la scadenza del rimborso di una trance da 360 milioni all’FMI che si vanno a sommare agli 1.6 miliardi scaduti il 30 giugno. L’elargizione degli emolumenti è però è vincolata al rispetto di rigide richieste: 4 riforme da votare ed approvare entro mercoledì 15 e nella fattispecie: aumento dell’IVA, stretta sui prepensionamenti da iniziare subito e concludere entro ottobre,  l’indipendenza dell’ufficio di statistica nazionale “ElStat” accusato in passato di aver truccato dati per ingerenze politiche ed infine piena attuazione del fiscal compact il quale prevede, qualora non vengano raggiunti i tagli stimati, l’applicazione di vessatorie clausole di salvaguardia. Il debito non verrà ridotto, ma, dipendentemente da come andrà il percorso di riforme ellenico, potrà essere allungato nelle scadenza, è stato inoltre imposta alla Grecia la creazione di un fondo da 50 miliardi dove far confluire asset pubblici (tra cui anche le banche nazionalizzate) finalizzato alla riduzione del debito. L’unica vittoria di Tsipras è stata quella di mantenere la sede del fondo in Grecia, vincendo le pressioni europee che lo avrebbero voluto in Lussemburgo. La Troika (chiamata nuovamente col suo nome) dovrà rientrare entro i confini greci ed ogni manovra, legge o votazione parlamentare, dovrà passare preventivamente al vaglio delle istituzioni per approvazione.

Il pacchetto di riforme, che definire lacrime e sangue è forse poco,  dovrà essere votato dal Parlamento di Atene prima, poi da quelli quello di 6 stati membri tra cui Germania, Finlandia, Olanda e Malta (oltre che parlamento UE). Le ali di Syriza stanno abbandonando il leader e non sono assolutamente intenzionate a votare un piano peggiorativo rispetto al referendum, che a questo punto è stata una mossa oltre che inutile, controproducente per Tsipras. La cittadinanza è rimasta delusa dalla retromarcia del loro leader. Alla fine il piano passerà con il supporto dei partiti più orientati al centro, quelli che Tsipras voleva rottamare e di stampo filo europeo: Nea Demokratia, To Potami, Pasok.

La sensazione condivisa da molti è che, fermo restando i trascorsi greci, la necessità del paese di riformarsi, gli errori dei politici passati e di quelli attuali, l’Europa, senza mezzi termini germanocentrica, abbia voluto impartire una lezione durissima alla Grecia, che fungesse anche esempio per altri. Tutto fa pensare a ciò: il buon giudizio sul piano di Tsipras ed il susseguente dilungarsi nelle trattative andando a richiedere condizioni sempre più stringenti e mettendo alle strette il Tsipras, già asservito alle istituzioni con il piano presentato, usando le armi della Grexit e dell’impossibilità di riaprire le banche e pagare stipendi e pensioni. In questa partita era evidente che, volendo fare il gioco duro, Tsipras non avrebbe avuto possibilità di successo, l’unica speranza era una virata delle politica europea, dall’austerità e rigore verso una maggior flessibilità e solidarietà reciproca. Virata che non si è verificata, anzi si è verificato proprio il contrario, ossia un ulteriore irrigidimento su numeri e vincoli e una richiesta, sempre più verso la pretesa, di totale cessione di sovranità (che avevamo già evidenziato: Crisi Greca: i creditori non chiedono più solo rispetto di vincoli, ma pretendono di imporre le politiche economiche). Il ritorno alle origini, per quel che può contare, è anche dimostrato dalla ricomparsa del termine Troika: un nome tanto temuto che era stato deciso di non utilizzare più. La Germania ha voluto riaffermare la propria potenza ed egemonia nell’area Euro, del resto i vertici importanti sono presenziati solo da Merkel ed Hollande. Il quale, Hollande, ha provato ad intavolare con Renzi una timida difesa della Grecia, ma poco hanno potuto le loro voci rispetto a quelle di Wolfgang Scheauble, Sigmar Gabriel, Angela Merkel o Jeroen Dijsselbloem, se non quella di far mantenere al Fondo di Asset Greci domicilio ellenico e non Lussemburghese.

Se in preparazione delle elezioni europee del 25 maggio 2014 le parole d’ordine erano flessibilità, Europa più umana e solidale, UE dei padri fondatori, con la punizione inferta alla Grecia si torna prepotentemente al concetto di austerità e rispetto dei vincoli: unico approccio politico conosciuto e consentito in Europa da Germania e seguaci. Sia chiaro che questo comportamento non potrà far altro che esasperare una volta in più le spinte auti-europee già molto vigorose, contribuirà ad allontanare istituzioni e cittadini, rendendoli sempre meno partecipi ad un sentimento positivo nei confronti dell’Europa ostaggio degli atti di forza del Nord e delle richieste di sovranità. Difficile pensare che le riforme, (peraltro necessarie) imposte alla Grecia per riguadagnare fiducia, possano supportare la crescita del paese. Rimangono manovre recessive senza alcun contributo allo sviluppo, agli investimenti, all’economia ed alla ripartenza greca.

In questa trattativa la Grecia, seppur con qualche denaro per ripagare gli impegni imminenti, rimarrà un problema irrisolto, pronto a ripresentarsi nel giro di qualche mese. La Germania esce formalmente vincitrice, avendo ancora una volta imposto la sua visione ed ottenuto la sovranità richiesta. Ad uscirne sconfitta, se possibile ancor più che la Grecia e nonostante il rispetto (quanto temporaneo?) del concetto di Euro irreversibile, e l’Unione Europea che ha confermato l’assoluta lontananza dai pilastri dei padri fondatori. Quanta importanza potrà avere nel mondo una Europa siffatta? Quanto potrà ancora durare?

 

Valentino Angeletti
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Piano Tsipras: Ok di Atene e verso l’approvazione all’Eurogruppo

Ormai mancano poche ore all’approvazione da parte dell’Eurogruppo del piano da 13 miliardi in due anni proposto da Tsipras, dopo aver riscosso nella notte il nulla osta del Parlamento Ateniese. La votazione non è stata affatto tranquilla e, seppur l’approvazione sia avvenuta con ampia maggioranza, l’ala più radicale del partito di governo Syriza ha espresso voto contrario, mentre l’ex ministro Varoufakis si è astenuto dal votare. L’opinione di questi oppositori è stata quella di preferire un ritorno alla Dracma e differenti sofferenze, rispetto ad una nuova sottomissione all’austerità europea. Favorevolmente invece hanno votato tutti gli altri partiti, tra cui Nea Democratia e To Potami, con i quali Alexis Tsipras aveva cercato di instaurare un’asse, proprio per evitare sgradite sorprese.

Nelle piazze i manifestanti non hanno mancato di far sentire la loro voce. Si trattava di tutti coloro che al referendum del 5 luglio, votarono OXI, cioè no, al piano europeo. Il testo su cui si pronunciarono prevedeva una manovra da 8 miliardi in un anno, mentre quella di Tsipras ben 10.5 miliardi il primo anno e 2.5 il secondo, con valori di avanzo primario spintamente ottimistici (Tsipras ha un piano! 12 mld in 2 anni, ma superiori agli 8 rifiutati dal referendum). Lapalissiano che anche la proposta di Tsipras trovi avversione di questi elettori decisamente delusi e traditi. Pensavano di poter portare in Europa una nuova aria economica che avrebbe fatto da pilastro di un nuovo concetto europeo, invece così non è stato. Probabilmente a spaventare Tsipras, che come abbiamo detto (link precedente) era colui con le spalle al muro, sono stati i 10 giorni di chiusura delle banche e l’avvicinarsi della scadenza ultima per pagare stipendi e pensioni, per i quali non vi è liquidità sufficiente, unitamente alla solida inflessibilità della compagine istituzionale europea che pare essere sempre più diretta, neppure dalla Germania la cui cancelliera, per salvare l’UE, valuterebbe anche posizioni meno intransigenti, ma proprio dal Ministro Schauble. Effettivamente non è possibile biasimare i greci delusi dal proprio presidente, il quale li ha trainati ad un referendum ricco di speranze, ma di fatto rivelatosi inutile. Il piano proposto da Tsipras avrebbe potuto essere redatto tranquillamente dal suo predecessore Samaras. Questo ultimo epilogo, che la chiusura delle banche e la mancanza di liquidità per stipendi e pensioni hanno senza dubbio coadiuvato, fa nuovamente pensare al tempo perso in un susseguirsi di trattative col senno di poi inutili.

L’unica speranza per Tsipras e la Grecia è che le istituzioni propongano una rivisitazione in termini di tempistiche e tassi sul debito ellenico (haircut non è contemplato, i falchi vigilano).

Parrebbe che il leader nelle trattative scorse fosse stato non Tsipras, ma Varoufakis, dimessosi su pressioni delle istituzioni e soprattutto perché ben conscio ed in disaccordo rispetto a quanto di lì a poco il suo Premier avrebbe accettato

Un simile ed inaspettato, ma nono troppo, perché l’assenza di liquidità spesso fa cambiare opinione anche ai più radicali, ammorbidimento di Tsipras, il quale ha dichiarato che quelle da lui presentate non sono le promesse fatte in campagna elettorale,  fa si che probabilmente nulla cambi davvero in Grecia, costretta a stringere ancor di più la cinghia ormai da tempo sprovvista di buchi. Secondo il celeberrimo economista Joseph Stigliz la causa della depressione greca (-25% di Pil e disoccupazione al 25%) è che hanno fatto quel che è stato chiesto loro di fare (l’UE), non che non sono riusciti a farlo.

Augurandoci di sbagliare magari assieme a Stiglitz, se le Istituzioni non si renderanno parte di un radicale cambiamento economcio-sociale, la tragedia greca avrà impartito una lezione importantissima, ma non appresa da coloro che avrebbero dovuto.

11/07/2015
Valentino Angeletti
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Tsipras ha un piano! 12 miliardi in due anni, ma superiori agli 8 rifiutati dal referendum…

La Grecia ha presentato in tempo utile il proprio piano di riforme alle Istituzioni europee, che nella giornata di venerdì 10 saranno chiamate a discutere.

L’entità del piano greco è di ben 12 (alcune cifre parlano di 13) miliardi in due anni (10.5 il primo anno e 2.5 il secondo), superiore rispetto agli 8 previsti dalla bozza presentata dalla Commissione e sulla quale si è pronunciato, negativamente, il referendum popolare ellenico. Per la grecia 12 miliardi equivalgono al 5% del PIL, praticamente come se in Italia si facessa una manovra da 100 miliardi in due anni: difficile chiedere alla Grecia ulteriori sforzi. Già questi parrebbero eccessivi ed insostenibili e gettano dubbi sull’efficacia, nel medio periodo, della soluzione che in questo weekend verrà necessariamente trovata.

Le posizioni all’interno delle istituzioni rimangono contrastanti. Tra i più critici c’è il solito Schauble che avrebbe detto che non vede possibilità che la strategia greca possa far cambiare la sua opinione, cioè di lasciare al Grecia al verde. Altri, come il Presidente di Commissione Juncker, risultano più propensi alla trattativa ed a raggiungere l’obiettivo, condiviso quasi universalmente, di mantenere la Grecia nell’Euro, nonostante un atteggiamento delle Istituzioni più duro a caUSA del rferendum.

Se il valore di 12 o 13 miliardi pare più che accettabile, come entità complessiva del provvedimento, da parte della ex Troika, va capito quanto le istituzioni vorranno insistere sulla necessità di specifiche riforme a prescindere dai numeri. Un tempo alla Commissione era sufficiente far quadrare i numeri, adesso c’è la pretesa, richiedendo una importante cessione di sovranità, di influenzare anche i singoli provvedimenti, non solo tramite consigli, ma vincolando l’accettazione del piano. Evidente che la Grecia si trovi chiusa nell’angolo, perché, se il piano non verrà accettato entro lunedì, le banche non potranno riaprire, sarà crisi totale di liquidità ed il contesto sociale precipiterebbe. Gli effetti negativi di una nuova deriva dei negoziati sarebbero immediati per Atene, un po’ più lenti, ma altrettanto gravi, per l’Europa. La “proposta Tsipras” verte (per approfondimenti Vittorio Da Rold il Sole24) sul’estensione delle aliquote IVA, sull’eliminazione delle agevolazioni fiscali per le isole, sull’aumento delle imposte societarie, sullo stop alle baby pensioni e conseguente innalzamento dal 2022 a 67 anni dell’età pensionabile, sulle privatizzazioni di porti ed aeroporti e sulla vendita dei titoli della società ex statale di TLC ancora detenuti da Atene e di altre partecipate (a meno della società di energia). Per quel che riguarda il surplus primario esso è previsto a 1% – 2% – 3% – 3.5% rispettivamente per 2015-2016-2017-2019.

Indubbiamente il piano del primo ministro ellenico è austero e difficilmente avrà il consenso delle ali più radicali di Syriza e di coloro che al referendum popolare hanno votato OXI, no, alla proposta delle Istituzioni da 8 miliardi. Proprio per tali ragioni Tsipras, che dovrà far approvare la manovra dal Parlmento Ateniese, sta lavorando per non rischiare un veto, cercando di allargare la sua maggioranza ai partiti greci To Potami, Nea Dimokratia e Pasok, ai quali ha consegnato la riforma complessiva, prima che ai creditori.

Non viene menzionato il debito greco e la sua ristrutturazione, ma neppure si parla di investimenti concreti a sostegno della crescita. In questo momento tutte le attenzioni sono rivolte al risparmio, al taglio della spesa e non, come sarebbe importante, a piani di sviluppo, investimenti strutturali, occupazione per rendere, l’ancora assente, ripresa greca, quando sarà, più stabile. Quasi sotto silenzio, probabilmente per le ritrosie di Schauble che sta tenendo in scacco anche Merkel ormai convinta della necessità di mantenere la Grecia nell’Euro ma vincolata al contempo a mantenere gli equilibri della grande coalizione tedesca, sono passate le importanti parole dell’FMI, che dietro pressione della FED e di Obama, hanno confermato la non sostenibilità del debito ellenico. Quello che si può percepire è che senza una rivisitazione in termini di tempistiche o tassi, non volendo applicare un vero haircut, si tratti sempre e comunque di soluzioni estemporanee per comprare tempo, prolungando l’agonia greca e la crisi economica europea, perché i problemi, poi, si ripresenteranno con gli interessi.

Stanti così le cose, ad avere le spalle contro il muro è Tsipras, infatti il premier ellenico con questa sua proposta pare aver allentato e di molto le sue pretese, quasi deponendo le armi, dopo l’uscita di scena Varoufakis. Le conseguenze di un mancato accordo porterebbero direttamente Atene, lunedì prossimo, a non essere in grado di riaprire le banche, verrebbe meno la liquidità, non potrebbero essere pagati stipendi e pensioni, men che meno saldato il debito con la BCE a decorrenza 21 luglio. Le conseguenze per l’area Euro sarebbero invece più lente, ma una eventuale uscita della Grecia dalla zona euro (che rimane una ipotesi, anche se molto lontana) sancirebbe la disfatta del progetto Europeo, delle sue istituzioni, della sua politica, e dell’obiettivo del “What ever it takes” di Draghi.

Valentino Angeletti
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Greferendum: il Bluff europeo del derby tra Dracma ed Euro

Continuando a seguire quella crisi ellenica che ormai tutti chiamano tragedia greca, è molto interessante notare come lo scontro, da un braccio di ferro dapprima economico, poi in politico con posizioni tra le controparti davvero prossime, discostanti di solo pochi spiccioli rispetto a quanto è costata fino ad ora questa “tiritera”, si sia trasformato in lotta psicologica e di nervi, con al centro il popolo greco.

Ricordiamo, anche se non ce ne sarebbe la necessità, che il referendum greco, il quale, a valle della conferma della Corte Greca di poche ora fa, si terrà domenica 5 luglio, chiede al popolo se accettare o meno il piano proposto dalle istituzione UE. Programma che peraltro non è più neppure l’ultima versione, ma a ben vedere questo è un dettaglio poco importante, perché il vero quesito a cui i greci si sentono di dover dare risposta è se accettare la prosecuzione di una politica volta all’austerità ed ai tagli lineari rispetto ad un cambiamento di paradigma, invero ancora da implementare a dovere, ma con l’obiettivo di preservare e difendere lo stato sociale ed il welfare.

La domanda è abbastanza chiara e non tira assolutamente in ballo la permanenza o meno dei greci nella zona Euro. Nonostante ciò le controparti europee, avverse ai piani di Tsipras e timorose della vittoria del “NO”, hanno già da tempo impostato la loro campagna elettorale in favore del “SI” su un terrorismo psicologico nei confronti dei greci, insistendo a ribadire che il referendum è la scelta tra Dracma ed Euro e pertanto il destino della Grecia, povertà, svalutazione, isolamento contro prospettive di risanamento e crescita,  è in mano agli stessi cittadini ellenici.

Il gioco dei sostenitori del “NO”, e tra questi oltre a Germania e tutte le istituzioni europee, va annoverato anche Renzi che ha descritto il referendum come Derby tra Dracma ed Euro, è quello di terrorizzare i greci cercando di far credere loro che conseguenza diretta ed imprescindibile di un “NO” sarebbe l’uscita automatica della Grecia dall’Euro. La leva su cui l’UE si appoggia è la consapevolezza che la maggior parte dei Greci, circa il 65%, vuole mantenere la moneta unica, consapevole che una uscita comporterebbe altra povertà principalmente per i cittadini, le persone comuni e quelle più povere, ossia le più duramente colpite da crisi ed austerità.

La realtà è differente, e quella della istituzioni è un bluff. Il referendum non ha alcuna connessione con il ritorno alla Dracma ed il destino della Grecia, inteso come permanenza nella moneta unica, non è nelle mani dei greci a mezzo del referendum, bensì, come al solito, il futuro ellenico, e con esso anche di tutto il progetto europeo come economia, politica e società unificata e solidale, è nelle mani delle istituzioni UE. Sta a loro infatti, a valle degli esiti del referendum, decidere se sbattere o meno la Grecia fuori dall’Europa ed usarla da esempio per gli indisciplinati, come si suoleva fare in tempi assai più bui di quello in corso.

In caso di vittoria del “SI” le Istituzioni si attendono le dimissioni di Tsipras, l’applicazione dei loro (nuovi e rielaborati) programmi e soprattutto un governo più amichevole.

In caso di “NO” invece le Istituzioni si troverebbero al bivio, se far avverare le loro intimazioni ed avviare la procedura di uscita della Grecia dall’Euro (procedura che probabilmente neanche esiste, essendo una ipotesi mai contemplata), oppure se, come intende fare Tsipras, riaprire le trattative ed i negoziati.

Il ritorno alla Dracma è evidentemente un mero spauracchio che non si avvererà perché, a parte il costo per la Grecia, tale circostanza getterebbe l’intera economia globale in un territorio davvero inesplorato e potenzialmente ingestibile. Nessuno infatti sa come i mercati ed i grandi capitali potrebbero riorientarsi in seguito ad un simile evento, tant’è vero che dagli USA alla Cina passando per la Russia, spingono per risolvere “pacificamente” la disputa.

Che lo stesso Bruxelles Group non sia convinto di una GrExit lo si è sentito dire dal Commissario Moscovici, non un ultimo arrivato qualunque, il quale ha confermato che, a prescindere dal referendum, i lavori proseguiranno e la direzione è quella di mantenere la Grecia nell’Euro, unico posto ove può collocarsi. Chiaro è che essendo le stesse Istituzioni a dover espellere la Grecia (e non è la scelta dei greci con il referendum), se esse ritengono non sia opportuno (come ritengono) non lo faranno. Svelato quindi il probabile Bluff.

Da ciò si evince che la situazione non sta ancora vedendo la fase risolutiva, nè le istituzioni hanno chiaro che fare in caso di vittoria dei “NO”. Ulteriori trattati che condurranno ad una ristrutturazione (il 30% come chiede Tsipras?) del debito ellenico sono ancora alle porte. Nel frattempo le banche elleniche, per riaprire i battenti hanno necessariamente bisogno di un aumento del tetto ELA della BCE che dovrà pronunciarsi lunedì 8 in occasione del direttivo.

Solo per dare altra riprova di come il costo di questa crisi esacerbata sia ingiustificato dal peso della Grecia nell’economia UE, va detto che a valle del mancato accordo tra Grecia ed Istituzioni in uno degli ultimi incontri, le borse UE hanno perso in un sol giorno 287 mld (ed è uno dei tanti episodi), danari superiori al PIL greco e di poco inferiori al suo debito.

Che dite, non conveniva salvare la Grecia prima, dimostrando forza di coesione europea che tanto sarebbe valsa e tanta autorevolezza avrebbe conferito al nostro continente agli occhi delle altre potenze mondiali? Per me si.

03/07/2015
Valentino Angeletti
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Grecia: meno due all’epilogo (anche quello europeo?) ormai quasi scontato

È durato poco più di un’ora per essere rimandato ad aggiornamenti successivi, quello che doveva essere l’incontro decisivo sul futuro greco tra i leaders ellenici e i rappresentati delle istituzioni creditrici. Probabilmente un ulteriore round si terrà martedì 30, ultimo giorno utile, ma già oltre ogni scadenza tecnica, per il rimborso degli 1.6 mld dalla Grecia all’FMI. Nel frattempo oggi è in atto il direttivo BCE per cercare di capire come gestire l’eventuale (ma ormai certa) impossibilità di Atene di rimborsare i creditori e gli aiuti che tramite il programma ELA al momento sono i soli a sostenere la banche greche sull’orlo della crisi di liquidità, anche dovuta alla corsa agli sportelli bancari del popolo ellenico, per prelevare i propri risparmi e metterli al sicuro oltreconfine o, più facilmente per le persone comuni, sotto il materasso. Tra creditori ed Atene non c’è stato accordo e, come detto nei pezzi riportati precedentemente, l’impasse sulla crisi si è aggravata andando ormai ad oltrepassare, viste le tempistiche sempre più stringenti per giungere ad un accordo, ogni livello di guardia. Le posizioni tra le controparti si sono allontanate ed irrigidite. Da un lato la proposta dei creditori che avrebbero messo sul piatto 15 miliardi di euro, un prestito ponte, dicasi anche palliativo o pezza di circostanza, che avrebbe consentito ad Atene di protrarre l’agonia ancora 5 mesi scadenza entro la quale Tsipras avrebbe dovuto elaborare un piano di riforme gradito al Bruxelles Group, contrariamente a quelli proposti fino ad ora, che seppur vicini anche numericamente alle richieste europee non hanno convito i creditori in merito a pensioni, innalzamento IVA, tassazione e tagli alla spesa, in altri termini ancora troppo basso il livello di austerità. Guarda caso 5 mesi sono anche il tempo necessario per arrivare a ridosso delle elezioni in Spagna, temute in caso di concessioni alla Grecia per via delle richieste che Podemos, sulla falsariga di Tsipras, potrebbe avanzare, tanto da far diventare il Premier Rajoy quasi un falco. Per tale motivazione, se concessioni saranno acconsentite a Tsipras, i creditori non vorrebbero farlo prima delle elezioni autunnali. Le richieste di Tsipras, messo per un momento da parte il programma di riforme indigesto, pur se vicino nei numeri (come scritto in precedenza), a coloro seduti dall’altro lato del tavolo delle trattative, erano state quelle di una proroga degli aiuti e del rimborso oltre il 5 luglio, meno di una settimana quindi, domenica in cui dovrebbe tenersi un referendum popolare. Il referendum, ancora ipotetico, non riguarderebbe la permanenza nell’Euro, al quale secondo i sondaggi sarebbe favorevole il 65% del popolo ellenico, bensì se accettare o meno il piano di riforme proposto dalle istituzioni.

Nonostante si legga da più parti che la corsa agli sportelli bancari dei Greci sarebbe una sorta di voto al referendum proposto da Tsipras, quasi a voler sottintendere che la volontà di permanere nell’euro darebbe una spinta al voto favorevole al piano della Ex Troika, in realtà non è così. Anzi è vero proprio il contrario. Innanzi tutto è comprensibile, in preparazione di una, improbabile, uscita dall’euro, cercare di preservare in euro i propri capitali e ciò può essere fatto trasferendo i conti altrove e principalmente, fintanto che si deve fare una operazione simile, verso zone a bassa tassazione (Olanda, Lussemburgo, Cypro, Svizzera e perché no, Singapore ed Hong Kong), oppure mantenere biglietti euro in casa, sotto il materasso o per chi può permetterselo in cassaforte. Per coloro che avessero fatto una simile azione, paradossalmente e senza considerare i debiti privati, una uscita dall’euro potrebbe essere anche vantaggiosa, in quanto è probabile che il capitale prelevato aumenti il proprio valore da un minuto all’altro del 30% (per la precisione sarebbe la nuova moneta ellenica ad essere svalutata, secondo alcune simulazioni, del 30% circa, ma l’effetto è il medesimo).

Invero l’esito del voto pare scontato: difficilmente ci sarà l’accettazione del programma di riforme della Troika. L’austerità ha già troppo mietuto il popolo greco, i cui Governi non sono sicuramente incolpevoli, sul quale si è abbattuta la scure dell’inflessibilità cieca europea ed è comprensibile che la popolazione non voglia sentire neppur parlare di nuove tasse o tagli che fino ad ora l’UE ha imposto linearmente. L’Unione, per non creare un precedente, il quale avrebbe potuto essere letto come spirito di unione, collettivo aiuto e mutuo soccorso all’interno di una UE convergente verso una vera unione di interessi, quindi dimostrazione di forza, ha protratto una politica asfissiante, esacerbando una situazione divenuta molto più costosa ed ingestibile rispetto a quanto non fosse 2-3-4 anni or sono. All’interno del Parlamento di piazza Syntagma si sono schierati in favore del referendum Syriza ed Alba Dorata, gli estremi di sinistra e di destra dell’Emiciclo, segno evidente che il sentimento anti politiche UE è trasversale e che non vi sono più schieramenti o correnti che agiscono e si pronunciano secondo comportamenti canonici e standard. Ormai la critica all’Europa è trasversale e di ciò le istituzione e Bruxelles ne devono tenere conto, cercando anche di capire il perché, il quale evidentemente risiede, avendo accomunato parti che nulla avrebbero in comune, in una errata gestione di situazioni complesse ed emergenziali. Nonostante ciò però non pare vi sia reale volontà di cambiare spartito.

Stanti così le cose, ed in questo poco tempo che rimane difficile pensare ad uno sblocco, il 30 giugno la Grecia risulterà insolvente nei confronti dell’FMI, gli aiuti verranno interrotti ed i 7.2 miliardi spettanti ad Atene bloccati. Si andrà incontro ad un default controllato con conseguente ristrutturazione del debito che coinvolgerà principalmente BCE e Stati, con i pole position Germania (circa 60 mld), Francia (circa 50 mld), Italia (circa 40 mld). Come detto in pezzi precedenti, è difficile pensare all’uscita dall’euro della Grecia, GrExit, perché sarebbe l’ammissione troppo evidente di una sconfitta e potrebbe innescare un pericolosissimo effetto domino. Non parimenti ad una GrExit, ma anche un nuovo default controllato della Grecia è terreno inesplorato e periglioso. Padoan rassicura in merito alla situazione dell’Italia, ma, seppur rafforzata da alcune riforme, e soprattutto dalla politica monetaria BCE e dalla situazioni contingenti positive, nulla può contro eventuali e probabili reazioni impetuose dei mercati, che, contrariamente alle istituzione europee che solo ora stanno lavorando seriamente a scenari complessi a valle dell’epilogo greco, avevano già in precedenza simulato ogni possibilità, preparandosi a varie eventualità, in particolare quella più probabile e scontata già da tempo di una default controllato di Atene. Se default sarà, da allora in poi nulla sarà più certo, tantomeno le sorti delle successive scadenze dei rimborsi di Atene ai creditori, che di certo non saranno corrisposte in pieno.

L’esasperazione della vicenda Greca, patria, illo tempore, della moderna democrazia, creò la polis e fece del popolo il sovrano della cosa pubblica, rischia seriamente, con colpe bipartisan dei Governi Greci, esecutivo Tsipras incluso, e delle istituzioni UE, di essere l’epilogo di un esperimento di unificazione di valori, interessi, economia, politica, moneta, regole, rischi e benefici, encomiabile negli intenti, negli obiettivi, nella missione, necessario per competere nella globalizzazione sfrenata del mondo, ma male iniziato, non disinteressato, viziato da errori evidenti mai corretti e da politiche inadatte a perseguire gli obiettivi ed i risultati inizialmente nei.

Se sarà fallimento nessuno tra Stati ed Istituzione potranno dirsi incolpevoli, nonostante una popolazione europea ormai scoraggiata e diffidente nei confronti dell’attuale UE, ma profondamente convinta e pienamente consapevole, e ciò può essere motivo di speranza, di quanto sia indispensabile perseguire quel progetto europeo come fu pensato dai padri fondatori.

Per chi volesse avere una panoramica sugli ultimi sviluppi della crisi greca ecco 4 pezzi delle ultime due settimane (ma per chi volesse cercare sul blog ve ne sono molti altri):

28/06/2015
Valentino Angeletti
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La trattativa Creditori, Bruxelles Group e Grecia: irrigidimento dopo gli esiti (scontati) delle elezioni spagnole e polacche?

Sull’infinita ed ormai esasperante crisi greca, il livello di tensione delle ultime dichiarazioni può essere assimilato alla figura retorica del climax discendente.

Non è passato più di qualche giorno da quando esponenti dei ministeri di Atene, tra cui lo stesso Varoufakis, dichiararono che sarebbe stato impossibile per lo stato ellenico assolvere la tranche di debito da 312 miliardi con l’FMI in scadenza il 5 giugno e lo sarebbe stato per tutto l’ammontare delle scadenze di giungo, pari a 1.6 miliardi di €. La giustificazione data dagli esponenti ministeriali è stata la più banale, quanto inappuntabile possibile: la Grecia non ha soldi. La carenza di liquidità, del resto, era ormai nota, se non in modo esplicito, sicuramente nei fatti visto che il governo centrale di Atene aveva già raschiato il fondo del barile richiedendo liquidità a tutti gli uffici e gli enti locali, nonché ai consolati ed alle ambasciate sia in territorio nazionale che in quello estero.

A questa prima dichiarazione, allarmante per i creditori ed FMI in particolare, è seguita una smorzata da parte del Ministro Varoufakis, che ha assicurato che la Grecia pagherà tutti i suoi debiti, a patto di avere liquidità sufficiente e disponibile. Tale affermazione ovviamente non contraddice la prima, se, come è ormai appurato essere, Atene non ha denaro a sufficienza per pagare il 5 giugno stipendi, pensioni, che il Governo Tsipras vuole a tutti i costi onorare, e debiti verso i creditori, ritenuti sacrificabili. Non sono caduti nel sillogismo dialettico i creditori, BCE, FMI, ESM, i quali hanno ribadito che senza un piano di riforme concreto e senza il rispetto di tutte le scadenza non saranno concessi ad Atene ulteriori aiuti (l aprossima tranche ammonterebbe a 7.2 miliardi) dei quali evidentemente Tsipras necessita con sempre maggiore urgenza.

L’ultima versione, la più edulcorata, è stata proferita sempre da Ministro Varoufakis, il quale ha assicurato il pagamento di ogni pendenza poiché di qui al 5 giugno vi sarà un accordo sulle riforme e sul rifinanziamento degli aiuti. Non sono quindi stati trovati denari, ma è solo aumentato l’ottimismo per una concreta risoluzione, almeno per quel che riguarda la scadenza più imminente.

L’ottimismo è probabilmente dovuto alle dichiarazioni di Junker, presidente della Commissione UE, che vede un’accelerata verso l’accordo, ma soprattutto all’appoggio che da Washington arriva dal segretario generale del Tesoro Jack Lew, il quale ha rassicurato che da parte statunitense ci sarà il massimo pressing sulle istituzioni europee e sui creditori affinché la situazione venga risolta quanto prima. Il motivo è presto detto: benché in Europa si cerchi di minimizzare l’impatto di un eventuale default greco e di una sua uscita dalla zona euro, grazie alle misure monetarie intraprese ed al rafforzamento avvenuto negli ultimi anni, la verità, quella con cui si confronta il Tesoro USA, è che nessuno ha chiaro che cosa potrebbe in realtà accadere, le conseguenze connesse, quantificare l’impatto sui mercati e la reazione della finanza speculativa sempre in agguato e sempre pronta ad accanirsi contro la vittima successiva rispetto alla Grecia (Italia? Spagna?).

Nonostante però questa ventata positiva ed ottimista, la determinazione statunitense e la capacità comunicativa di Varoufakis, il negoziato sulle riforme ed il compromesso “sbloccante” non sembra ad oggi dietro l’angolo.

Lato Tsipras ed Atene le proposte di riforme sarebbero rivolte ad un adeguamento dell’IVA suddividendola in tre fasce, alla istituzione di un salario minimo a 751€, livello indicato prima del memorandum con il Bruxelles Group, una stretta sui pensionamenti anticipati sotto i 65 anni di età senza però rivedere l’ammontare dell’assegno pensionistico, il mantenimento di un livello sostenibile di disavanzo primario, taglio di spesa a ministeri ed enti pubblici, lotta all’evasione ed all’uso del contate tramite uno scudo fiscale (15% circa) sui capitali da evasione e detenuti all’estero, così come una tassazione sui prelievi di bancomat (oltre 70 € è la cifra ipotizzata) per combattere l’uso del contante, misura che però riscontra opposizioni interne a Syriza. Pur non essendo in grado di rispettare quanto promesso in campagna elettorale il tentativo di Syriza è quello di cercare, per quanto possibile, di sostenere il welfare, evitando di far precipitare ulteriormente lo stato sociale del popolo greco. I tre quarti del cammino sono stati intrapresi e portati a termine dalla Grecia, l’ultimo quarto spetta alle istituzioni europee ed ai creditori, questa è la posizione di Varoufakis e Tsipras, che sono convinti si debba trovare un accordo senza ricadere negli errori del passato.

Va detto che quelli del passato si sono mostrati a tutti gli effetti degli errori che hanno esacerbato oltremodo una crisi che avrebbe potuto essere risolta fin da subito con un costo nettamente inferiore, quasi trascurabile. Il Professor Prodi, dalle colonne del Corriere, ha sostenuto che sarebbero bastati 40 miliardi se il problema fosse stato approcciato fin da subito, sicuramente la stima è al ribasso, ma pensare che la situazione potesse risolversi con 120-130 miliardi è verosimile. Adesso, dopo aver perseverato 5 anni con l’austerità, invece ne servirebbero almeno 500 ed oltre. Il nodo della questione è che quelli definiti “problemi” dai greci, sono in realtà capisaldi della politica di risanamento che vorrebbe impostare la Ex Troika.

Il Bruxelles Group infatti, oltre a non voler assolutamente concedere ritardi o rinegoziazioni dei pagamenti in corso, vorrebbe impostare il percorso del risanamento ellenico basandosi su noti principi di austerità, forse leggermente rivisti, ma non ammorbiditi in modo tale da poter risultare sopportabili nell’attuale contesto greco. In particolare privatizzazioni pesanti e diffuse, taglio dei dipendenti pubblici, quando invece la Grecia avrebbe avuto intenzione di operare riassunzione (ad esempio nell’emittente televisiva nazionale), taglio di stipendi e pensioni pubbliche, stretta sui parametri del disavanzo primario, taglio delle spese, incremento pesante dell’Iva e della tassazione sui consumi. La lotta all’evasione è anche per l’Europa una necessità, ma l’aleatorietà degli ingressi, pur un con un potenziale enorme, fanno prediligere forme più programmabili di reperimento delle risorse.

La possibilità che entro il 5 giugno venga trovato l’accordo definitivo in grado di sbloccare la seconda tranche da 7.2 miliardi di aiuti alla Grecia rimane remota. Sicuramente l’influenza del tesoro Americano è notevole e lascia trasparire come, nonostante le rassicurazioni di Bruxelles sulla più stabile situazione dell’Unione rispetto al 2011, il terreno di uscita greca dall’Euro, o, ipotesi più probabile, di un nuovo default controllato di Atene, sia ombroso e senza certezza. Le reazioni potrebbero essere molto pesanti, e, in ambedue i casi, a prescindere dal reale impatto economico dell’evento, la speculazione potrebbe portare alla disgregazione del progetto europeo con pochissime e ben assestate mosse. Parimenti risoluti, sbarrando o limitando il margine negoziale greco, sembrano però i creditori, con in testa lo statunitense FMI e l’europeo ESM che per bocca del suo presidente, Klaus Regling, ha affermato che non vi saranno ulteriori aiuti alla Grecia senza il rispetto di tutte le scadenze.

In aggiunta a ciò, ad irrigidire ulteriormente le posizione del Bruxelles Group, potrebbero esservi i recenti risultati elettorali con la vittoria di Podemos in Spagna, del conservatore Duda in Polonia, dell’incalzare di movimenti di estrema destra e xenofobi dichiaratamente anti Euro ed anti sistema nella mittel-europa, dei movimenti di protesta come M5S e Lega in Italia e la riconferma di Cameron in UK, sospinto dal portare avanti l’idea di referendum di uscita dall’Euro.
Nelle ultime tornate, quella spagnola, amministrativa ma preludio alle politiche di autunno, e quella polacca, sia Podemos che l’ultranazionalista Duda, hanno posizioni non aprioristicamente contro l’unione europea, ma contro le politiche di austerità che hanno impoverito la popolazione europea ed animato il senso di disaffezioni nei confronti delle istituzioni di Bruxelles. Se tale sentimento è più che comprensibile in Spagna, che, pur con dati ed economia in crescita, ha dato i natali al movimento degli indignados, lo sarebbe meno nel caso della Polonia, economia in crescita e che ha beneficiato molto del’ingresso in Europa, se la giustificazione non fosse da ricercarsi proprio nella disaffezione nei confronti di Bruxelles, delle sue politiche e lo scemare complessivo di quello che una volta era il sogno di integrazione europea dal quale i cittadini si sarebbero attesi un benessere ed una stabilità economica, politica e sociale poi mai concretamente arrivate.
L’apertura alla Grecia potrebbe dare il la alle richieste di altri stati, iniziando da Spagna e Polonia, ed alle pretese di scaricare parte del debito sovrano. Chiaramente fintanto che l’economia è quella greca si parla di un impatto economico di livello complessivamente limitato, quando invece si iniziano a tirare in ballo la quarta e la sesta economia dell’aera Euro le dimensioni sono di tutt’altro genere.

Ciò detto pare che la questione greca si protrarrà oltre, probabilmente con soluzioni estemporanee e non definitive, e che la posizione delle istituzioni possa irrigidirsi ulteriormente facendo assumere a questa narrazione, dal punto di vista greco, i contorni di una vera e propria tragedia atenese.

Valentino Angeletti
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