Archivi tag: Italia

Fine del bipolarismo in UE: servono politiche totalmente differenti

L’esito delle presidenziali Austriache, con un testa a testa tra verdi, guidati da Van Der Bellen di cui tanto abbiamo potuto leggere, ed ultra-nazionalisti capeggiati da Norbert Hofer, è semplicemente l’atto ufficiale, la riprova, della morte del bipolarismo a livello dei singoli paesi membri dell’unione e dell’UE stessa.

Assai probabile che non esista più, anche se andrebbe verificato in occasione di voto europeo ma al momento pare proprio che sia così, lo scontro “bipolare” tra PPE e PES, ma avanzano con prepotenza fazioni e partiti di stampo più estremo, siano essi di destra che di sinistra, accomunati dal fatto di schierarsi apertamente contro l’establishment ed in molti casi contro tutta l’impalcatura dell’Unione Europea con le sue politiche economiche e migratorie. L’epiteto con cui spesso vengono apostrofati siffatti partiti è “populisti”, anche se ci sarebbe da domandarsi quanto populismo ci sia nello schierarsi contro una politica europea che ha messo in ginocchio la Grecia senza risolverne i problemi, o che è stata impotente nei confronti delle migrazioni che stanno colpendo l’Italia ed i suoi paesi più deboli in primis, essendo essi collocati come primo approdo e condannati al rispetto dei trattati di Dublino, o, più banalmente, non ha saputo contrastare la decadenza delle condizioni di vita e del benessere di gran parte dei suoi “cittadini”.

Medesimo processo è saldamente in corso in Italia, non sì è manifestato ufficialmente solo perché non c’è stata occasione di voto, ma già alle amministrative venture ne vedremo chiari segnali. La differenza rispetto alla maggioranza degli altri stati, è che in Italia molti dei voti tacciabili come populisti, vanno a colmare il bacino del M5S, che di certo non è un partito estremo come quelli che si presentano in Europa dell’Est, in Germania, ma anche in Francia e Spagna, ma che in questa fase politica del nostro paese ha serie possibilità di incamerare importanti successi alle amministrative delle prossime settimane, così come far valere la sua propaganda, se saprà ben impostarla unendosi ad altri cori portatori del medesimo pensiero, rispetto al referendum costituzionale, per la modifica della costituzione e della legge elettorale, che si terrà in autunno.

Mai come ora in UE, e l’Italia non fa eccezione, gli elettori sono disorientati e fluidi nelle loro scelte, a causa dei problemi che il sistema Europa non è stato in grado di gestire, da economia a finanza ed immigrazione. La tendenza è quella di scegliere, di volta in volta, quello che è ritenuto il male minore, dinamicamente, spesso impulsivamente e, nella quasi totalità dei casi, non schierandosi contro il Governo in carica che dovrebbe aver avuto il mandato di governare e lavorare per risolvere situazioni e migliorare le condizioni di benessere. Lavoro da svolgersi e entro i propri confini e, talvolta soprattutto, presso le istituzioni di Bruxelles.

Da notare che nel caso Austria, evidentemente, l’antieuropeismo è parso una soluzione peggiore del problema, e fortunatamente mi sento di dire. Si è infatti verificata una contingenza analoga a quanto accadde in Francia, dove ci fu una grande mobilitazione trasversale che consentì ad Hollande, in svantaggio, di sconfiggere al ballottaggio Le Pen.

Dobbiamo augurarci che anche i britannici abbiano lo stesso senno in occasione del referendum sull’uscita dall’unione e, più che dare ascolto a FMI, BCE, USA o al Premier Cameron che hanno messo in guardia i votanti dai rischi di una uscita dall’Unione, votino coscienziosamente, ragionando con l’oggettività di una mente non offuscata da “ire ed accidia” non dovute al fatto di fare parte o meno dell’Unione, ma causate da politiche errate e da condizioni economiche ed ambientali mai verificatesi prima (l’immigrazione verso l’UK, aumentata negli ultimi anni è strettamente conseguente ad una economia che altrove non da possibilità).

Ciò detto, pur sottolineando e rimarcando più e più volte il concetto che l’Europa può salvarsi e rimarne a galla in una dinamica mondiale dominata da scenari che cambiano repentinamente e spesso senza preavviso sovvertendo circostanze prima date per assodate (chi avrebbe mai detto che il Brasile sarebbe finito in una così tremenda recessione o che il Venezuela si trovasse di fronte a dover dilazionare l’energia elettrica a causa del prezzo del greggio di cui sono la più grande riserva mondiale? Oppure che le Big Company Oil&Gas inserissero nei loro piani industriali pesanti virate verso le energie rinnovabili?), se e solo se completa l’Unione a tutto tondo condividendo in modo quasi equo rischi e benefici e cambiando di conseguenza politiche economiche, finanziarie e migratorie, confermandosi il più grande mercato e la più grande economia mondiale, è da ribadire con la stessa veemenza che è necessario, ed è loro compito,  che le istituzioni riadattino rapidamente ed abbandonino totalmente buona parte degli approcci avuti in passato. Se ciò non avverrà, e mi duole dover fare una previsione tanto infausta quanto semplice,  prima o poi la grande scossa arriverà e temo che saranno dolori per tutti e tra i tutti noi italiani siamo a ridosso della pole position.

23/05/2016
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Fondi per l’Immigrazione: Bond o Accisa?

Sui fondi Europei per l’immigrazione si sta giocando l’ennesimo, stucchevole, scontro tra la visione tedesca e quella italiana.

L’Italia vorrebbe una sorta di Euro bond, mentre la Germania propende per una più immediata tassa sui carburanti.

La differenza non è banale, anzi è sostanziale, proprio per il meccanismo di erogazione di simili fondi.

Una accisa sui carburanti da allocarsi nella gestione dei flussi migratori è molto più flessibile, probabilmente meno onerosa, facilmente ritirabile; di contro un bond ha durata stabilita non trascurabile, un tasso remunerativo ed anche a livello di gestione dello stesso strumento che richiede più sforzi, risorse e costi, inoltre implica una condivisione dei rischi, che è quell’elemento di fondo contro il quale si è sempre schierata la Germania dei falchi.

 Precisato ciò è facile capire perché la Merkel preferisca una accisa pro immigrati anziché un’emissione comune. Innanzi tutto va ricordato, ma questo fattore è secondario rispetto a quello esposto di seguito, che il costo dei carburati in Germania è più basso che in Italia e quindi un leggero incremento temporaneo è sostenibile. In secondo luogo, ma fattore principale, la Germania è consapevolmente capace, una volta che l’emergenza sarà rientrata oppure i fondi erogati in modo differente dalla UE, di togliere immediatamente l’accisa.

L’Italia invece non ha una simile capacità, e neppure volontà visti i conti in perenne abbisogno di nuove risorse. Sulla benzina, che ha già prezzi esorbitanti, pesano ancora, inspiegabilmente, le accise per il terremoto del Belice, per gli interventi in Abissinia e Libia ed altre piacevoli amenità che rendono il costo tra i più alti di Europa. Dal canto nostro preferiremmo un bond, che è chiaramente mal visto dai tedeschi a causa della lunga durata e del rischio messo in comune, si tratta di un impegno vincolante, probabilmente più dispendioso e sicuramente con un grado di rischio più elevato. Non ultimo, a giustificare la preferenza del governo italiano per il Bond, è il riflesso elettorale che avrebbe l’accettazione di una accisa sui carburanti, proprio quando si cercano di disinnescare, con la stesura del nuovo DEF, le clausole di salvaguardia che tra l’altro, comprendono anche l’introduzione di nuove accise.

Facile dunque capire, pur nell’incomprensibile, o meglio materiale, egoismo nazionalistico tuttora vigente entro in confini UE, le due differenti vedute. Pur rimanendo dell’idea, prettamente personale, che per molte delle questioni europee, come ad esempio il rischio sistemico per le banche e per il settore del credito, giusto per citare un elemento al centro delle cronache in quest’ultimo periodo, il bond e l’Euro-Bond, come asseriva il professor Prodi, ma anche l’Ex Ministro Tremonti, sia lo strumento dal quale possiamo solo temporaneamente fuggire, ma prima o poi dovrà essere, paesi membri volenti o nolenti, adottato, a patto di voler continuare a mantenere attivo il progetto di una Europa unita e solidale.

20/04/2016
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Situazione politica tesa e contesto sempre più difficile suscitano critiche ed ipotesi di scenari quasi da complotto

Ogni giorno che passa si diviene sempre più consci e consapevoli di quanto, nonostante i proclami dei nostri leader di governo, la situazione italiana sia sempre più complessa e lontana dall’essere sulla via di un concreto, tangibile e duraturo miglioramento.

Il lavoro, pur tra le dichiarazioni ottimistiche troppo affrettate (come giustamente rimarcato da Poletti), non è ancora ripartito e ne sono una testimonianza reale, ben più oggettiva dei presunti 90’000 nuovi contratti a tempo indeterminato che probabilmente sono in maggior parte trasformazioni di vecchi rapporti precari ed instabili, le vertenze Wirphool-Indesit (nonostante gli accordi presi col Governo in sede di cessione della Ex Merloni), Auchan, che in Sicilia denuncia concorrenza sleale da parte di supermercati locali che praticherebbero contratti a tempo pieno trattandoli come se fossero part-time e risparmiando di conseguenza sui costi -se così fosse si tratterebbe di un caso palese di sfruttamento- , e Mercatone Uno, storico marchio sponsor del grande Pantani dei tempi d’oro, che ha portato i libri contabili presso gli uffici di Bologna per avviare le pratiche di fallimento. In tutto ciò ballano migliaia di posti di lavoro e queste vertenze, visto che il bianco e la grande distribuzione sono settori di consumo, testimoniano il proseguire della stagnazione, a prescindere dagli alti e bassi fisiologici dei dati mensili, bimestrali o trimestrali. Ci si deve augurare che il MISE ed i Ministri Guidi e Poletti assieme ai Sindacati lavorino alacremente per proteggere l’occupazione, in cui non ci si possono permettere ulteriori defezioni conferendo il sostentamento degli esuberi ad ammortizzatori sociali che richiederebbero risorse pubbliche scarseggianti, e contemporaneamente si concentrino per modificare un mondo del lavoro decisamente troppo obsoleto.

Anche la riforma della scuola lascia perplessi. Le proteste vengono da tutti i fronti, non può il Premier sempre evitare di mettersi in dubbio quasi che avesse il dono della perenne infallibilità e credendo che siano gli altri, dolosamente o inconsciamente per chissà quale stupidità, a sbagliare ed essere avversi al cambiamento in favore di una conservazione di privilegi. I docenti, con gli adeguamenti contrattuali bloccati da tempo, e gli studenti, che fruiscono un servizio mai all’altezza del paese sviluppato e progredito che l’Italia dovrebbe essere, hanno ben pochi privilegi da proteggere, eppure protestano. Credo davvero che servirebbe più dialogo, molto più dialogo ed umiltà.

Sul piano Europeo l’importante incontro che si è tenuto tra il Premier Renzi, Lady Pesc Mogherini, il Segretario Generale ONU Ban Ki Moon sulla nave San Giusto lascia un po’ di amarezza. Non ci volevano certo decine di tragedie in mare ed il Segretario ONU per ricordare che la priorità deve essere salvare vite umane. Invece tale messaggio è stato trasmesso come se fosse chissà quale novità o scoperta, elogiato come una epifania mistica e fino ad ora imperscrutata. In tutto ciò l’Europa continua a fare orecchia da mercante cercando di “lavarsi la coscienza” con l’aumento del budget per “Triton”, ora portato a 9 milioni di € parimenti al precedente piano “Mare Nostrum”, ma senza il ben più gravoso impegno di accogliere e gestire i flussi migratori, onere che rimarrebbe al primo stato di approdo, tra gli altri l’Italia appunto.

In tutto ciò la scena, e quel che è peggio le energie politiche, sono concentrate sulla Legge Elettorale Italicum (poi verranno le regionali).

Importantissimo, non vi sono dubbi, modificare il Porcellum incostituzionale, ma si deve pervenire, in tempi ragionevoli e compatibilmente con le priorità di un paese e di un continente ancora in difficoltà economica, con gli interessi dei cittadini e con lo scenario di elezioni al 2018, ad un risultato che sia di qualità. Il meglio non si potrà raggiungere, non è nelle corde dell’uomo, ma non ci si deve accontentare al ribasso solo per poter fregiarsi di aver agito. Invece, onde evitare confronti, discussioni e modifiche all’Italicum, si stanno facendo conteggi, si sta meditando sul voto segreto, sulla fiducia, si pensa a far slittare i lavori per, ossimoricamente, contingentare i tempi e rendere il processo più rapido, si propongono, da parte del Governo, aperture sulla Riforma del Senato in cambio dell’appoggio alla legge elettorale, scambio che, visto l’autoritarismo ed il decisionismo Renziano pare tanto un “Do (poi) Ut Des (ora): Aspetta e Spera”.

In tutto ciò si fa largo, in tono quasi ricattatorio, pure l’ipotesi di fine legislatura e caduta del Governo, con elezioni, a questo punto, non prima di fine anno, ma con la parola ultima che, mai dimenticarlo, in caso di crisi governativa spetta sempre e comunque al Presidente Mattarella il quale dovrà decidere come agire, avendo nel suo mandato la possibilità di formare un nuove esecutivo (il Premierato italiano, a dispetto di quanto i più credono, non è eletto dal Popolo sovrano, ma i poteri gli sono conferiti dal Presidente della Repubblica).

Sorge il dubbio, alla luce dell’ipotesi avanzata da Renzi di fine legislatura, solo sino a qualche settimana fa collocata inderogabilmente al naturale termine del 2018, che non siano così infondate le voci secondo le quali dalla City della Tremenda Albione i poteri forti della finanza siano molto delusi dall’operato Renziano in tema economico. I dati sono deboli e non tali da indicare una concreta, tangibile e strutturale ripresa, lo 0.6-0.7% di PIL è insufficiente e passibile di revisioni ed anche il supporto di un prezzo del greggio molto basso non sembra aiutare più di tanto. Lo scenario economico continua (e continuerà ancora a lungo) ad essere in balia di eventi esterni incontrollabili: flussi migratori, terrorismo, Ucraina-Russia, Libia, crisi Greca. Il supporto dei palazzi Londinesi (dove a ridosso della sua nomina Renzi era solito andare e riunirsi con controparti non ben definite) al Premier starebbe dunque venendo meno e là starebbero lavorando per un qualche avvicendamento.

Forse queste sono solo fantasie figlie di un “complottismo” a volte dilagante ed eccessivo, ma in altri casi figlio di evidenze non avulse dalla realtà e dall’oggettivo andamento dei fatti.

Non serviranno molti sforzi per verificarlo: aver pazienza ed aspettare al più sino a fine anno.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Direttrici che non portano alla crescita ed all’aumento dei livelli di benessere

La condizione economica attuale è complessa, difficile e probabilmente per la sua evoluzione, volendo considerare come punto iniziale la crisi statunitense dei mutui subprime, estesa poi nel continente europeo mutando da principalmente finanziaria a riguardante i debiti sovrani, interi Stati fino ad assumere connotazioni sistemiche, unica nella storia. Simili frasi sembrerebbero ormai retoriche per quante volte sono state ripetute. L’azione politica però non pare comprenderlo. Mai come in questo momento servirebbero visione, azione comune, focalizzazione verso gli obiettivi di ritorno al benessere collettivo, di collaborazione e di cooperazione, mettendo per un  attimo da parte lo scontro tra i partiti e tra gli interessi delle nazioni che in contesti “normali” possono essere, nei limiti del bene della Res Pubblica, accettabili. Così dovrebbe essere sia a livello europeo che nazionale. Ciò a cui stiamo assistendo su ambedue i livelli invece è un comportamento quasi diametralmente opposto, con dichiarazioni che danno il senso dell’urgenza di alcune azioni, ma fatti che smentiscono quanto detto pochi istanti prima; così è sia un Europa che in Italia.

Non mancano giorni in cui si nota che la soluzione della crisi è ancora lontana pur negli alti e bassi dell’ evoluzione di un qualsivoglia scenario. In Europa ad esempio sono prepotentemente tornati a manifestarsi il problema dell’immigrazione, dei rapporti con gli stati limitrofi, le varie crisi socio – economico – umanitarie che vanno dalla Russia alla Libia arrivando fino al centro Africa. Ancora più l’inviluppo della crisi greca che può essere ascritto ad emblema della non cooperazione politica a Bruxelles. Già si è detto che il salvataggio greco iniziale sarebbe costato ben meno del protrarre oltremodo ed inconcepibilmente uno stillicidio, peraltro senza avere un piano ben definito a priori, ma agendo all’evenienza fino ad arrivare a questi giorni, dove si sente parlare sempre più insistentemente del default, più o meno pilotato e concordato, di Atene. Il debito greco non è più onorabile dalla penisola ellenica, tale è l’opinione condivisa da tanti economisti. Molto probabile che questa evenienza, pur smentita dal Governatore Draghi, sia assai concreta. Ne parlano da mesi nella City londinese e JP-Morgan (come altri istituti) ha da tempo iniziato a proporre ai suoi clienti piani per affrontare una GrExit. La stessa Germania si sta preparando ad un default greco ma senza uscita dalla moneta unica che comporterebbe la prosecuzione di una corsa agli sportelli bancari, già comunque in corso per mantenere in Euro il proprio capitale, e forse la deflagrazione del tentativo di unione.

Modi di agire simili, anche qualora la Grecia si salvasse, confermano la totale lontananza dai concetti di Prosperità, Progresso e Protezione che dovrebbero essere alla base dell’unione, senza spingersi in sentimenti più romantici come collaborazione, spirito di appartenenza ad una stessa comunità, solidarietà e condivisione dei rischi e dei benefici.

Analogo ragionamento può essere fatto per l’Italia. Anche gli ultimi dati confermano, nonostante tassi di interesse mai bassi come ora, un prezzo del petrolio al momento ancora più che vantaggioso, mutui potenzialmente a buon mercato e prezzi delle case decisamente diminuiti, una situazione che mantiene alti livelli di complessità.

Il debito pubblico ha fatto segnare un nuovo record sfondando quota 2169 miliardi con crescenti spese centrali e spese locali in diminuzione, la disoccupazione tende a migliorare leggermente, ma attestandosi comunque a fine anno ad un inaccettabile 12.6% con aumento dei disoccupati di lungo termine, ossia coloro che più difficilmente potranno trovare impiego, magari depauperando un patrimonio d’esperienza e di conoscenze che potrebbe sicuramente ancora risultare d’utilità. Il credito in Italia rimane difficile, tra i più difficili in europa, non in grado di supportare il mercato immobiliare (affossato anche dall’incertezza normativa sulla tassazione) nè di appoggiare gli investimenti che latitano. Gli investimenti necessari in Italia sono molti e fondamentali, ovviamente dovranno essere razionali e lungimiranti, ma servono e servono sia quelli per piccole opere come la riqualificazione del territorio, delle scuole, la riconversione energetica e lo spostamento verso un modello economico più sostenibile sul quale Renzi dice di puntare con convinzione, sia quelli per grandi opere e, come i crolli nelle scuole ed i periodici disastri dovuti al maltempo sono la dimostrazione del bisogno dei primi, i grandi crolli infrastrutturali (ultimamente ponti e viadotti) fanno da testimoni della necessità dei secondi.

Nel paese invece la politica è tutta catalizzata su alcuni temi: la legge elettorale Italicum che ha comportato una profonda spaccatura nel PD e le dimissioni dell’ex capogruppo Speranza (uno dei pochi che si è dimesso per dissenso politico e non per indagini o scandali), il dissenso da parte del M5S e di FI che assieme alla minoranza DEM hanno scritto lettere separate ma dallo stesso contenuto (l’ipotesi fiducia sulla legge elettorale sarebbe un attentato alla democrazia) al presidente Mattarella; le regionali con le difficoltà del PD in Liguria, aumentate a seguito delle indagini sulla candidata Paita per i dissesti idrogeologici essendo lei all’epoca assessore competente in materia, e con quelle di FI in Puglia. Infine a non tarderanno troppo le discussioni sull’impiego del tesoretto da 1.6 mld €, potenziale goloso benefit elettorale.

Il tesoretto come già riportato (LINK) è una numero previsionale derivante da un miglioramento della stima del rapporto deficit/PIL di 0.1%. Le previsioni iniziali sul PIL 2015 del Governo erano di +0.6% e sono state aggiornate nell’ultimo DEF a 0.7% (ma sempre di previsione di tratta). L’intenzione del Governo pare quella di spendere la somma quando ha ancora fattezze virtuali. Il rischio che sì corre è che, avesse ad esempio ragione il Fondo Monetario con la sua stima di crescita riferita all’Italia portata a 0.5% (in miglioramento), il paese si troverebbe nella condizione in cui mancherebbe di 1.6 mld più 1.6 mld derivanti dalla differenza di 0.2% tra lo 0.7% stimato e lo 0.5% reale, più altri 1.6 mld dovuti alla spesa in deficit già effettuata.

Come al solito prenderò un abbaglio, ma la sensazione è che, seguendo le direttrici impostate da UE ed Italia, difficilmente si potrà impostare un percorso virtuoso per incrementare, senza sperare di tornare ai livelli precedenti, il nostro grado di benessere. Questo è un presentimento che spero vivamente provenga da uno di quei piccoli gufi che saranno a breve smentiti.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Ottimismo immerso nella dolce aere di Cernobbio, ma i Vescovi, alcuni dati e la tesa situazione globale rammentano la realtà del quotidiano

ambrosetti2015_324x230Si è chiusa indubbiamente all’insegna dell’ottimismo l’ultima edizione del workshop Ambrosetti a Cernobbio. Un ottimismo pervasivo e condiviso dai relatori politici, economici e dai molti top manager presenti. Del resto risulta oggettivamente complesso non lasciarsi prendere dall’ottimismo in una località così amena come lo sono le sponde lombarde del lago di Como tra golosi coffe break a base di tartine al pregiato salmone affumicato dalle esalazioni delle braci di ginepro e caviale dei freddi mari nordici (difficilmente però di importazione russa) e tra pantagruelici pasti dominati da primizia nostrane e non, mi immagino pregiatissimo Parmigiano Reggiano stagionato almeno 32 mesi, prosciutto dolcissimo di Parma e salatissimo di terra toscana, salamelle D.O.P. tipiche, olive taggiasche e pistacchi di Bronte, il tutto innaffiato da buon vino piemontese e veneto delle migliori annate, spumanti e champagne di vario tipo.

A questa edizione, contrariamente a quella scorsa dove per dare segno di rottura coi poteri forti il Governo aveva mandato in rappresentanza un solitario Morando, era presente, evidentemente dopo una riappacificazione con quelli additati lo scorso anno come potentati, direttamente il Ministro dell’Economia Padoan. La visione del Ministro è stata comune a molti economisti, al Governatore di Bankitalia Visco ed all’ex premier Enrico Letta. Secondo Padoan vi sono ampi spazi per la crescita e la ripresa creati da congiunture macroeconomiche favorevoli, come il prezzo del petrolio ai minimi (ma è un valore transitorio non sostenibile nel medio lungo periodo, a sostenerlo sono tutti i CEO delle major dell’Oil&Gas), la svalutazione dell’Euro che favorisce le esportazioni europee, i QE, la rinnovata fiducia dei mercati e delle istituzioni UE nei confronti del nostro paese, i tassi bassi a lungo. Questa opportunità congiunturale per il titolare del MEF non va sprecata e non si deve peccare di eccessi di fiducia nè rallentare con il processo di riforme che nel nostro paese deve proseguire arrivando finalmente alla fase attuativa ancora lontana. I dati sulla crescita previsti sono decisamente positivi, molto più positivi rispetto a quanto una analisi oggettiva della situazione economico-sociale lascerebbero pensare, ed oscillano per il 2015-2016 rispettivamente tra un +0.4% / +2.1% di Bankitalia (Visco più ottimista ha parlato di +0.5% per il 2015), +2.1% /+2.5% del Centro Studi Confindustria e +0.6% / +1.3% dei media partner europei (contro una crescita media dell’Euro Zona di +1.3% / +1.9%, quindi rappresenteremmo sempre il fanalino di coda).

La deviazione standard delle previsioni è talmente ampia da lasciare perplessi ed indurre a porsi qualche legittima domanda se i dati su cui si basano simili previsioni siano effettivamente gli stessi, ma del resto abbiamo imparato ad essere scettici e prendere con le molle le varie stime, sempre passibili di pesanti correzioni ed in genere al ribasso.

Come prevedibile le obiezioni più critiche sono pervenute dal ministro Greco Varoufakis che da sua consuetudine ha colto occasione per redarguire l’operato della BCE asserendo che il QE non sarà efficace e che lo statuto della BCE è stato scritto dalla BuBa tedesca. Al posto del QE, che secondo il Greco non sarebbe funzionale a fornire credito all’economia reale, sarebbe il caso di elaborare una manovra, che chiamerebbe ironicamente “Merkel”, “Simil Quantitative Easing” ad opera della BEI (Banca Europea degli Investimenti).

Più realisti del re sono i Vescovi che dalle colonne dell’Avvenire sconfessano la visione ottimistica del Forum Ambrosetti, sostenendo che le evidenze e le testimonianze provenienti dalle parrocchie sono ben differenti e mostrano una società sempre più in difficoltà, diseguale e che stenta ad arrivare a fine mese in modo dignitoso senza privazioni di prima necessità o addirittura senza chiedere una aiuto esterno.

Dove sta allora la verità? Come al solito nel mezzo.

Riguardo alle affermazioni di Voroufakis va detto che non è possibile stabilire a priori la reale efficienze del QE nei confronti dell’economia reale come invece ha sentenziato perentorio il ministro Greco (allineandosi stranamente alla visione dei falchi tedeschi anche se con soluzioni alternative ben differenti). Innanzi tutto lo scopo del QE non è quello di fornire credito all’economia, ma di mantenere la stabilità dei prezzi (cosa che per ora sta facendo anche se è presto per dirlo in modo definitivo) e per riportare l’inflazione in prossimità ma sotto al 2%. In ogni caso che il QE andasse fatto, e da tempo, sembra evidente; l’effetto del QE sull’economia reale dipende da molti fattori: innanzi tutto dalla propensione delle banche a dare credito, dalle richieste di credito da parte di aziende e privati quindi dal clima di fiducia nel futuro che influenza la propensione ad indebitarsi, dall’applicazione dei criteri di Basilea di unificazione bancaria, dalla quantità di investimenti pubblici e privati che verranno attivati e da molto altro ancora. Inoltre la politica monetaria senza una contemporanea riforma della govenrance complessiva europea e di molti stati nazionali risulta una freccia spuntata.

La visione dei Vescovi è in un certo senso confermata da altri dati come quello del calo della produzione industriale in gennaio, dalla spesa pubblica aumentata tra il 2010-2014 di 27.4 miliardi (dati CGIA) nonostante le promesse di spending review fatte a Bruxelles e su cui l’UE conta e preme in modo martellante, degli investimenti tragicamente in calo di 15.4 miliardi (2010-2014 -23.9% secondo CGIA). Le riforme sono in via di implementazione, ma, complice anche la macchinosità del sistema nostrano e le divisioni politiche, ancora lontane da giungere ad attuazione. Inoltre la priorità nel campo delle riforme sembra essere stata data a quelle più politiche e meno prettamente economiche. Sempre durante il Forum l’economista Nouriel Roubini ha indicato la corruzione e la giustizia come maggior freno per lo sviluppo italiano, ancor prima del Jobs Act e del fisco. Effettivamente se a giustizia e corruzione si aggiunge anche evasione fiscale otteniamo un costo annuo per lo Stato difficilmente quantificabile, ma che ragionevolmente potrebbe superare i 250 miliardi di €.

Il divario tra le classi sociali presenti all’Ambrosetti Forum e la società civile narrata dai Vescovi è immane e lo spietato gioco dell’analisi dei dati medi non tiene conto delle situazioni particolari che in realtà rappresentano la maggioranza. L’unica speranza è che il tempo trasferisca la percezione carpita prima da coloro che hanno una visione più globale e d’insieme, anche a coloro che invece si vedono costretti a lottare con le situazioni personali e del quotidiano; una sorta di un ritardo fisiologico in grado alla lunga di livellare il tutto positivamente.

Oltre ai fattori sopra citati che riportano con i piedi per terra rispetto ad un ottimismo che pure è benefico purché non sia solo quello della volontà o ancor peggio delle grandi occasioni, vi è uno scenario globale altamente complesso e delicato che colpisce l’Europa ed in particolar modo l’Italia. Ovviamente si fa riferimento al terrorismo dell’ISIS, alle guerre civili in medio oriente ed in Libia, uno dei più importanti partner energetici dell’Italia, alla questione Ucraina e le relative sanzioni alla Russia dall’ingente costo per l’economia nostrana (sia per via degli scambi commerciali ridotti che per l’approvvigionamento energetico), al problema dei flussi migratori, ai movimenti in ascesa di stampo anti-UE e xenofobo. Tutte questioni tesissime che si protraggono da anni e che l’Europa, letteralmente incapace di affrontarle autorevolmente, con determinazione ed unità perdendo così di prestigio agli occhi degli interlocutori internazionali, avrebbe dovuto risolvere da tempo.

Storia a se fa il perdurare del braccio di ferro tra Grecia e Germania, la quale non si sa a che titolo si sia arrogata il diritto di parlare a nome delle istituzioni Europee, sulla necessità di liquidità di Atene e sulle riforme che il paese ellenico dovrà necessariamente implementare. Questa situazione ha bisogno di giungere al termine con concessioni diplomatiche da una parte e dall’altra. Non è pensabile che alla Grecia sia applicato altro rigore andando letteralmente ad asfissiare la popolazione come non è pensabile che vengano presentati dal Varoufakis effimeri programmi di riforme basati sul intenzioni e niente affatto su dati concreti. Nonostante l’evidenza di questa necessità la risoluzione della disputa pare ancora lontana e, una volta passata l’euforia da QE, i mercati potrebbero decidere di utilizzare il pretesto greco per stornare e scaricare gli oscillatori adducendo come motivazione le incertezze europee dovute ala situazione economica dell’Ellade che potrebbero comportare una disgregazione del vecchio continente messa per un attimo da parte.

Come si può vedere l’ottimismo congiunturale della borghesia politica, finanziaria e manageriale non è del tutto campata in aria, alcuni dati ed alcune situazioni sono oggettivamente in miglioramento, ma ve ne sono altrettante, ancora più forti e complesse da condurre a soluzione, decisamente di segno opposto che sembrano non essere state considerate nelle sessioni plenarie di altissimo profilo tenute da multi-laureati luminari che si sono svolte sulle rive comasche del lago.

L’ottimismo è il profumo della vita ed in questi giorni l’aere di Cernobbio sarà stata sicuramente satura di dolcissimi aromi fin quasi a venire a noia per quanto melliflui.

Link: Gli ingredienti per la tempesta perfetta ci sono tutti….

15/03/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

RIFORME: decisive per la Grecia ed al centro dell’Eurogruppo, ma anche crocevia importante per un nuovo assetto politico italiano

E così il vero Bazooka della BCE e di Draghi, il QE, inizierà a sparare da lunedì 9 marzo con l’acquisto di 60 miliardi al mese di Bond sovrani in percentuale proporzionale alle quote di BCE detenute dai singoli stati, quasi in contemporanea si svolgerà un delicato Eurogruppo con al centro l’altro tema che attanaglia l’UE da molti mesi a questa parte, ossia la Grecia. Come sappiamo lo stato ellenico è in crisi di liquidità, gli è stato concesso un prolungamento del programma di aiuti “delle Istituzione” (Troika fino a qualche settimana fa) per arrivare fino alla fine di giugno in cambio della presentazione di un piano di riforme e di programmi da discutere a Bruxelles. Proprio in queste ore il ministro delle finanze greco Varoufakis ed il Premier Tsipras hanno inviato il loro documento alla Commissione. Esso sarà oggetto di discussione all’Eurogruppo del 9 marzo, quando sarà reso noto. Esso presenta i programmi di medio-lungo termine che ha in mente il Governo Syriza per risollevare la Grecia dallo stato in cui è tracollata, ristabilire un adeguato livello di investimenti che consentano la crescita e supportare i cittadini con un livello di welfare che possa tornare a definirsi decente. In aggiunta all’approccio di medio-lungo termine vi sono 6-7 esempi di riforme che la Grecia avrebbe intenzione di mettere in atto. Al momento esse non sono pubbliche, ma è pensabile che siano rivolete alla lotta alla corruzione (indiscrezioni parlano di incentivare turisti e viaggiatori a denunciare), ad alcuni tagli di spesa mirati, ad una blanda ristrutturazione del debito dilazionandolo in tempi maggiori. Difficilmente questi primi punti conterranno le riforme che Tsipras-Varoufakis vorrebbero fare o non fare contrapponendosi alle richieste UE, perché un accordo in tale fase, che rappresenta l’inizio vero e proprio della trattativa nel merito tecnico delle modalità di supporto alla Grecia, è indispensabile: attriti già ora procrastinerebbero una situazione greca ed europea in cui urgono interventi radicali ed immediati. Aver proposto riforme su cui Varoufakis è relativamente confidente che vi sarà condivisione in Eruogruppo, sulla cui prima reazione al piano vi sono indiscrezioni, potrebbe aver consentito all’astuto ministro greco di spingersi, puntando a dare un segnale al popolo greco di durezza e di ancoraggio alle proprie posizioni di protezione nei confronti di Atene, a dichiarare che se questo piano non verrà accettato da Bruxelles allora non vi saranno ulteriori alternative o alleggerimenti di posizione e scenari come nuove elezioni Greche oppure un referendum (sulla permanenza Euro o più probabilmente sulle misure economiche) sono ipotesi percorribili; alla BCE sono state riservate anche frecciatine, definendo il rapporto BCE-Atene formale e decisamente poco dialogante, diversamente da quanto, con un governo più conservatore, avvenne nel 2012 quando fu concesso ulteriore credito alla Grecia senza avanzare troppe pretese come contropartita: all’epoca l’istituto di Francoforte, secondo Varoufakis, è stato indubbiamente meno “disciplinato” di quanto non sia in questa fase; oppure la dichiarazione (almeno azzeccata direi), di certo non leggera, in merito ai QE che secondo il greco avrebbero dovuto essere destinati prima ai paesi dalla crescita bloccata, e non in modo direttamente proporzionale alle quote di capitale della BCE, che fanno della Germania il primo beneficiario. Evidentemente che il meccanismo fosse favorevole alla Germania è stato un obolo da pagare a Weidmann, Schauble e Merkel affinché interrompessero un veto nei confronti della politica di espansione monetaria (che a mio avviso Draghi avrebbe innescato anche prima) durato 4 anni.

Il ministro greco si mostra in ogni occasione molto astuto ed abile oratore (anche in perfetto inglese). Il momento è piuttosto delicato sia per la Grecia che per l’Europa. Atene deve cercare di portare a casa i migliori risultati possibili, che gli consentano di avviare un programma di investimenti per risollevare l’economia, il welfare, provare a rispondere alla disoccupazione dilagante, aumentare il potere d’acquisto e non farsi strozzare dalla pressione fiscale o da tagli di spesa lineari. A tal fine deve presentare un programma di riforme bilanciato e mantenere i conti in un certo ordine. Di contro anche l’Europa deve dimostrare di non ricadere nel peccato dell’austerità, concedere quanto oggettivamente necessario a consentire l’innesco di un minimo di ripresa ad iniziare dalla condizioni sociali in Grecia. Non a caso si usa il termine traghettare perché l’UE ha il dovere di comportarsi da leader, anche con un figliol prodigo, tendendo il braccio per toglier suo figlio da uno stato comatoso che senza un supporto esterno condurrebbe alla morte certa. Ovviamente ciò può avvenire se e solo se Bruxelles e le istituzioni cessano, dopo le sbandierate dichiarazioni che si susseguono almeno da inizio 2014 sull’abbandono dell’austerità, l’approccio improntato solo al rigore, magari guardando come gli USA sono usciti dalla loro crisi finanziaria. In questa trattativa è necessario un bilanciatissimo rapporto tra concessioni e richieste che da un lato non sia causa dello scoppio della tempesta sociale in Grecia ed al contempo permetta ad Atene di innescare un’inversione di tendenza che punti al miglioramento delle condizioni sociali ed alla crescita pur mantenendo un controllo, che sia realisticamente sostenibile, dei conti e dello stato delle riforme.

Arrivare all’equilibrio in questo frangente non è nè scontato nè banale, ma è indispensabile.

Come abbiamo visto le riforme sono un punto cruciale per la Grecia e per l’Europa, ma lo sono in egual misura per l’Italia. Anche il nostro paese, pur essendo in mezzo ad una congiuntura più favorevole che in passato e meno nell’occhio del ciclone, rimane un sorvegliato speciale delle istituzioni che monitorano costantemente lo stato delle riforme richieste. Dopo la pubblicazione in gazzetta ufficiale di due decreti attuativi sul Jobs Act martedì sarà la volta delle riforme istituzionali, in particolare quella del Senato e della legge elettorale (Italicum). Al momento, pur nella solita sicurezza del Premier di aver i numeri per superare questo passaggio parlamentare, lo scenario è piuttosto fluido. Preso atto di una definitiva rottura del patto del Nazareno, Berlusconi di FI ha dichiarato che voterà contro le riforme proposte, anzi imposte, secondo quello che è il punto di vista del leader di FI, da Renzi. Voto contrario è previsto anche da parte del M5S, di SEL, della Lega e della frangia interna del PD che fa capo a Fassina e Civati, mentre Bersani, più accomodante, si è detto disposto ad appoggiare Renzi a patto di inserire alcune modifiche, che in verità l’ex sindaco di Firenze non pare orientato a concedere avendo dichiarato che è sua intenzione andare dritto come un treno per raggiungere l’obiettivo di avere riforme pronte entro l’estate. Effettivamente qualora si riaprissero le discussioni questo limite temporale potrebbe non essere rispettato, ma è anche vero come ricordano minacciosi i “dissidenti” DEM, che se non vi è condivisione sulle riforme istituzionali esse rischiano di non andare in porto nè in estate nè mai. Va detto che l’obiettivo da perseguire in questo momento è avere riforme più funzionali e calibrate, pagando qualche giorno di ritardo, rispetto a soluzioni immediate, ma non ben ponderate negli effetti di medio e lungo periodo.

Alla luce dei numeri presentati e delle dichiarazioni pre voto, che in due giorni possono assolutamente cambiare radicalmente, non è facile pensare ad una pacifica approvazione, anzi quello che è prevedibile è un serrato scontro parlamentare che speriamo non dia adito a riprovevoli episodi diventati ormai consuetudine all’interno dell’Emiciclo.

Parimenti al percorso delle riforme, altrettanto fluido, forse addirittura di più, appare lo scenario politico ed i rapporti di forza che si stanno delineando per l’ennesima volta.

Cominciando dal M5S, il partito di Grillo qualche giorno fa sembrava aver iniziato un percorso che lo avrebbe portato a dialogare con il PD. Ciò indubbiamente avrebbe aperto uno scenario del tutto nuovo permettendo di creare una maggioranza parlamentare decisamente solida. A distanza di poco però è giunta la rettifica dei vertici del M5S i quali hanno precisato che la discussione con il PD sarebbe stata possibile solo ed esclusivamente su Rai e reddito di cittadinanza, nessuna apertura sulle riforme di Senato nè tanto meno legge elettorale che vedono i pentastellati già sulle barricate, proprio come SEL.

Nel PD le divisioni interne sono tutt’altro che sanate, anzi si ripropongono ogni qual volta vi sia una partita parlamentare. Le fazioni in gioco sono sempre le stesse: l’ala facente capo a Fassina, Civati, Cuperlo, Mineo, Chiti, D’Attorre più fermi sulle loro posizioni; i bersaniani più dialoganti; la maggioranza renziana che segue il premier andare dritto come un treno. Anche stavolta, tanto si è dilungata questa telenovela dalle rosse sfumature, l’esito pare quello solito e scontato: alla fine coloro che decideranno di dare le spalle al governo saranno pochi, la maggior parte rientrerà nei ranghi e, adducendo dei mai realmente provati amore per il paese e senso della responsabilità, si riallineeranno al Premier. Renzi questo lo sa bene, così può permettersi di tirare la corda e lanciare ultimatum avendo ormai prova della totale mancanza di determinazione di coloro che vorrebbero scindersi, magari accodandosi a Cofferati e coinvolgendo SEL per una sinistra in stile greco, ma che non hanno il fegato per farlo, limitandosi a poco dannosi e flebili aneliti di dissenso, molto meno incisivi nella loro totalità che un cinguettio tuonato dal Premier attraverso il suo I-Phone e neppur direttamente in faccia.

Se per quanto detto fino ad ora tutta sembra seguire un copione già visto, molto più interessante è lo scenario che si appresta a crearsi nel centro destra. Certamente la vera novità è la rottura interna alla Lega tra Salvini, che supporta il governatore leghista uscente Zaia per le regionali in Veneto, e Tosi, sindaco leghista di Verona, che vorrebbe concorrere al governatorato della regione padana. La frattura sembra imminente e l’ultimatum di Salvini a Tosi scadrà allo scoccare della mezzanotte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo (anche se qualche ora in più sarà senza dubbio concessa). Allora Tosi dovrà decidere se ridimensionare le sue velleità o proseguire in autonomia, magari cercando alleanze altrove. Proprio la partita delle alleanze è cruciale nel centrodestra. Evidentemente in questa fase non vi è alcuna possibilità che un singolo partito possa minimamente scalfire la leadership del PD, e così Berlusconi e Salvini si sono visti per analizzare la possibilità di porre le basi per una futura e rinnovata vicinanza. Salvini ha dato la sua disponibilità al dialogo a patto di non coinvolgere l’alleato dell’Esecutivo NCD (che rimane l’unico vero supporter del PD ottenendo per altro numerose vittorie in termini di linea di Governo in rapporto al suo effettivo peso politico) e di votare contro le riforme, intenzione ribadita dallo stesso Berlusconi intervenuto telefonicamente ad una convention presso la capitale pugliese. L’ipotesi di un’asse Salvini-Berlusconi escluderebbe in partenza un eventuale ricorso dello stesso Tosi a Berlusconi, utile al (ex?) leghista, meno al Cavaliere visto che il peso di Tosi è ancora tutto da verificare. Se Salvini riuscisse a redimersi dal “Leghismo nordico” della secessione e dei “terrun”, portando come prova di un nuovo interesse nazionale e non più solo padano l’eventuale scissione con Tosi, in alleanza con FI, realtà dalla struttura consolidata, potrebbe rappresentare l’archetipo verso una destra meno di centro, con Salvini, benedetto da Berlusconi, che avrebbe l’opportunità di scalzare Fitto come futuro Leader.

Ciò comporterebbe un assetto politico del tutto inedito: poche e scollate forze di sinistra, un PD dai forti contrasti interni ma che in ultima istanza, come una sorta di nuovo grande centro sotto mentite spoglie, porta avanti una linea di centro/centro-destra indirizzata parzialmente da NCD ed una destra della chiara impronta Le-Penista ed anti-EU (FI dovrà scegliere se giocare la partita in Italia assieme alla Lega abbandonando il PPE, perché Salvini potrebbe arrivare a chiederlo,  o se rimanere una emanazione del Partito Popolare Europeo).

Tutto si tiene, ma tutto è estremamente complesso, non resta che attendere il susseguirsi de giorni e con essi dell’agenda europea ed italiana per capire come fluido si convoglierà. Di certo prepariamoci ad un periodo di negoziati serrati ed intrichi più o meno alla luce del sole sia a Bruxelles che nei Palazzi Romani in vista di un’infuocata campagna elettorale per le regionali di maggio.

  1. QE-Day alle porte, ma non è scontato che sia anche un Beautiful-Day…
  2. La politica Italiana tra le crisi Russo-Ucraina, Libica ed i negoziati UE-Grecia
  3. Riforma costituzionale: più tempo per discutere le modifiche o avanti di forza? Lotta in Parlamento mentre lo scenario internazionale e sempre più delicato
  4. Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto
  5. La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno

08/03/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

 

Legge di stabilità italiana: OK (con riserve) dall’UE più che prevedibile, ecco i motivi

La Commissione Europea, con qualche giorno di anticipo rispetto al limite ultimo previsto del 28 febbraio, si è pronunciata sulle leggi di stabilità di quei paesi, tra cui l’Italia, che a fine 2014 furono rimandati a marzo. Il parere della UE è stato favorevole e nessuna procedura di infrazione sarà avviata nei confronti del nostro paese. Detto col senno di poi può sembrare una facile previsione, ma il responso “delfico” era già nell’aria da settimane e quasi scontato alla luce di alcuni fattori.

La questione Grecia (Link):
La portata del problema greco è ancora lontana dal poter essere definita trascurabile, del resto il ministro delle Finanze Ellenico Varoufakis ha sinceramente dichiarato che sussistono seri dubbi sulla capacità di rimborsare FMI e BCE, primi creditori ellenici. La proroga degli aiuti per ulteriori quattro mesi è stata concessa a fronte della presentazione di una bozza di riforme e misure che lo stato ellenico si è impegnato ad attuare. Come confermato dall’Eurogruppo e dalla Commissione il piano rappresenta solo un primo draft che andrà dettagliato entro fine aprile.
Effettivamente qualche perplessità sul piano sussiste poiché si basa su molte stime previsionali di difficile calcolo e che in altri contesti non furono conteggiate come entrate certe come, per citarne solo alcune, la tassazione sugli armatori, la serrata lotta all’evasione ed al contrabbando, il prelievo a mezzo di patrimoniale sui più ricchi. Proprio per questo motivo ad esempio il Ministro Padoan ha ironicamente stimato gli introiti derivanti dall’accordo di “voluntary discovery” con la Svizzera simbolicamente ad 1 Euro! Inoltre non va dimenticato che il programma elettorale che Tsipras e Voroufakis hanno messo sul piatto per vincere le elezioni e ben più ambizioso e ben più rivolto al welfare ed agli investimenti rispetto a quello concesso nella prima bozza di piano presentato alla Commissione. Ciò pone il nuovo esecutivo greco, e tutta l’Europa, di fronte al rischio di disordini e rivolte sociale in territorio ellenico, eventualità per la quale le rimostranze di alcuni ormai ex sostenitori storici di Tsipras e della sinistra greca potrebbero rappresentare un preambolo. Tale ipotesi non può considerarsi senza conseguenze per la stabilità, inclusa quella finanziaria, dell’intera Europa.

Francia e Germania:
Anche la legge di stabilità Francese doveva passare al nuovo vaglio UE. Forse il paese transalpino è colui che ha subito i rimproveri più dolorosi da parte della Commissione. La Francia, dopo aver sforato il tetto del rapporto deficit-PIL, posticipando il target del 3% di due anni al 2017, non potrà prorogarlo ulteriormente e dovrà fin da subito ad operare tagli al fine di riportare tale valore, ora quasi al 5%, al di sotto del 3%. Per l’anno in corso i tagli previsti dovranno ammontare allo 0.5% del Pil (+0.2% rispetto al precedente impegno). Si prevedono dunque scenari lacrime e sangue che difficilmente si sposano con prospettive espansive, prospettiva negativa per tutta l’Europa visto che la Francia ne costituisca la seconda economia.

La stessa rigorosa Germania non è passata immune dalla forche caudine belga. In particolare le è stato rimproverato il surplus commerciale eccessivo, il mercato interno asfittico ed il poco impegno sul fronte degli investimenti dei quali avrebbe bisogno in settori chiave quali viabilità, trasporti e tlc. In sostanza la Merkel è stata richiamata ad assolvere con più determinazione ed incisività il ruolo di locomotiva europea che gli spetta di diritto (ma sta assolvendo alla perfezione il ruolo di locomotiva per la stessa e sola Germania).

Scenari Globali:
Ampliando, ma neppure troppo, gli orizzonti di analisi, è facile notare come anche al di fuori dai confini europei in zone limitrofe e di altissima influenza rispetto al vecchio continente, la situazione sia tutt’altro che facile. La Libia continua ad essere una polveriera ed il governo totalmente instabile. L’Italia è toccata in modo diretto dal fattore libico per i rapporti commerciali in essere, già dimezzati (circa 11 miliardi annui il valore complessivo), gli scambi energetici ed i flussi migratori. Continua a sussistere la crisi tra Russia ed Ucraina acuitasi negli ultimi giorni con l’accusa di Mosca, secondo cui Kiev starebbe tagliando le forniture di gas verso l’Europa. Al momento le scorte europee non sono in pericolo e quella di Putin sembra più una minaccia che una realtà, però, complice anche la guerra in atto sui prezzi del greggio e la fortissima dipendenza estera dell’Europa in tema energetico, l’eventualità di una crisi con al centro l’energia ed i prodotti petroliferi non è da scartare a priori e l’impatto sarebbe rilevante.

Condizioni economiche eccezionali:
In una fase come quella in essere sarebbe stato irrealistico non applicare li concetto di “condizioni economiche eccezionali” causate dalla bassa crescita, dalla stagnazione degli investimenti, dallo scenario deflattivo in atto, dallo scarso potere d’acquisto e dalla bassa propensione ai consumi. Applicare rigidamente la regola sul debito avrebbe richiesto una correzione sul PIL pari al 2%, insostenibile in questo frangente, sostiene il Commissario Economico UE Moscovici.

Programma di Riforme:
Vi è infine il programma di riforme dell’esecutivo Renzi, ad iniziare da quella sul lavoro (Link), giudicato sufficientemente rilevante che ha gratificato l’Europa. Ovviamente dal punto di vista europeo la libertà di licenziamento piuttosto che un contratto a tutele crescenti meno protettivo nei confronti del lavoratore non rappresenta un problema anzi è un driver alla flessibilità ed al turnover lavorativo ben visto. In fondo l’UE ha il compito di guardare non alle condizioni puntuali di lavoro e/o salariali, bensì al bilancio finale, che è cosa ben differente.

Assai curiosa è la coincidenza, al limite dei sospetto, (???) la quale ha voluto che proprio a valle dell’OK di Bruxelles alla legge di stabilità italiana sia partita una fulminea privatizzazione del 5.7% di Enel verso investitori istituzionali per un controvalore di almeno 2.2 miliardi di € (prezzo minimo 4€ ad azione) che contribuirà a raggiungere il target di 0.7% di PIL da privatizzazioni per gli anni 2015-2018 indicato da Padoan all’UE. Le privatizzazioni assieme ai tagli alla spesa sono due elementi cardine che l’Europa chiede pressantemente all’Italia, ma che finora, purché annunciati, non hanno portato i risultati attesi (vedi Fincantieri) oppure hanno subito slittamenti. Pare quasi che sia stata una pedina di scambio richiesta per ottenere un giudizio un po’ più benevolo di quanto realmente meritocrazia avrebbe voluto.

Alla luce della disamina era altamente improbabile attendersi una bocciatura nonostante gli ampi squilibri macroeconomici, in particolare sul debito, che persistono nel nostro paese, ma che in realtà accomunano ben 16 paesi dell’area Europei. Questo dato, 16 paesi, dovrebbe far riflettere, non tanto noi che abbiamo già riflettuto più volte giungendo sempre alla medesima conclusione, bensì l’UE sulla validità e sulla sostenibilità dell’approccio all’economia messo in campo in questi ultimi anni e dei parametri di riferimento adottati senza margine di aggiustamento se non in tempi decisamente ritardati. Detto ciò lo stesso Governatore BCE Draghi fa notare come la situazione italiana continui a presentare squilibri, gravi lacune in termine di competitività e come l’assenza di investimenti rappresenti ancora un fortissimo fattore ostacolante la ripresa ed infatti proprio per tali motivi la Commissione UE mantiene l’Italia (ed rapporto debito/PIL) costantemente nella lista degli osservati speciali alla stregua del suo programma di riforme che al di là degli annunci va portato ad attuazione. È doveroso poi ricordare che a copertura della legge di stabilità appena approvata con riserva sussistono delle clausole di salvaguarda in collisione con le parole del Premier Renzi, soddisfatto per la promozione benché parziale, di potersi concertare ora sulla riduzione delle tasse. L’imposizione fiscale nel paese è elevatissima e non si può discutere il fatto che rappresenti un impedimento ai consumi, un motivo di preoccupazione per i consumatori ed un blocco degli investimenti sia per la sua consistenza che per la sua aleatorietà normativa da riformare rapidamente (includendo la pratica della retroattività che ancor meno certezze può infondere anche a chi fosse intenzionato a spendere o investire). Il prelievo sulla casa secondo Confcommercio è salito del 115% negli ultimi 4 anni nonostante tutto il tempo perso sulla questione IMU, gli ignominiosi e deleteri teatrini e gli scontri verbali/fisici occorsi; sempre per l’associazione dei commercianti, includendo le clausole di salvaguardia a copertura della ex finanziaria, dal 2015 al 2018 le imposte potrebbero aumentare di 72.7 miliardi di €.

Tutto ciò ha comportato l’applicazione della massima flessibilità possibile entro i patti europei (che a mio avviso se è entro i patti non può considerarsi vera flessibilità, ma rispetto degli stessi entro il range concesso e previsto).

Ora però la necessità, più che il semplice auspicio, è che con i QE di circa 60 miliardi al mese e fino a che ci sarà necessità annunciati ed in fase di emissione (ritardata di qualche anno) da Draghi per stabilizzare la moneta e risollevare l’inflazione verso il 2% e quindi non direttamente rivolti all’economia ed agli investimenti ma che sarebbe comunque opportuno riuscissero ad essere convoglianti anche in quella direzione e con il piano di investimenti Juncker, pur nella sua cagionevole entità, si inizi una fase europea, fin qui scansata, che miri concretamente allo sblocco degli investimenti anche utilizzando margini di flessibilità superiori a quanto scritto nelle sacre scritture dei patti, del resto è ciò che FMI, FED ed anche USA intimano da tempo a Bruxelles di intraprendere celermente.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Encomi e plausi per Mattarella. Auguriamo a lui sinceramente una mole enorme di lavoro.

Non era difficile prevedere come a valle dell’elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica vi sarebbe stata da parte dei media una sfrenata corsa alla descrizione più minuziosa di usi e costumi, tradizioni e consuetudini del nuovo inquilino del Colle, finanche ad andare ad indagare l’arredamento della casa palermitana definendo le tapparelle di una “estrema normalità” così come era altrettanto facile attendersi articoli, servizi, pagine e minuti televisivi di encomio, elogio e tributo alla persona del nuovo presidente. Ovviamente non che Sergio Mattarella non li meriti, ma sicuramente vista la sua indole li troverà di certo superflui, inutili e talvolta stucchevoli. Alcuni pezzi ed alcune ricostruzioni, in particolare riguardante la sua storia, i suoi trascorsi politici, l’appartenenza alla DC, lo spostamento verso un centro sinistra pur mantenendo convinti ideali cattolici, la vicepresidenza del consiglio sotto il Governo D’Alema, il Ministero dell’Istruzione e quello degli Esteri, le vicende di mafia ed i coinvolgimenti drammatici che hanno toccato la sua famiglia, sono doverose ed utili. Persone che come me, per via dell’età, non hanno vissuto quegli anni, ne dovrebbero far tesoro leggendoli ed assimilandoli come fossero testi di educazione civica e storia recente, spesso fin troppo recente perché venga inserita nei programmi delle scuole dell’obbligo (si segnala una bellissima ricostruzione di Marco Damilano su l’Espresso).

Questa quasi beatificazione di Mattarella proposta da sempre pronti e melliflui Dante e Cavalcanti d’oggi in un moderno stilnovismo con Mattarella ad incarnar ciò che rappresentava la donna nel movimento nato a Bologna nella seconda metà del 1200, non ha troppo motivo d’esser ora, ma ne avrà, o meglio, ci sono tutti i presupposti affinché lo abbia, in futuro.

Il Presidente della Repubblica è un Giudice della Consulta, professore di diritto parlamentare, esperto conoscitore della legge e delle norme che regolano una sana attività parlamentare della cui necessità è profondamente, come tutti del resto, convinto. Da lui deriva la legge elettorale “Mattarellum” e lui si è espresso, in ottemperanza al rispetto della normativa europea che di lì a poco sarebbe stata violata (più 25% delle emittenti non può essere detenuto da un singolo soggetto), anche su tematiche “digitali” e relative al pluralismo dell’informazione nel rispetto della concorrenza e dell’antitrust contro l’approvazione della legge “Mammì” sulla radio-televisione, tanto da spingerlo a dare le proprie dimissioni. Mattarella è indubbiamente una persona competente, con tanto sapere da poter mettere (ancora) al servizio della cosa pubblica, sicuramente non lesinerà nel farlo (come indubbiamente ha fatto Napolitano che non possiamo dimenticare da un giorno all’altro) e noi ci auguriamo che lo faccia con la sua puntualità, precisione, pacatezza, con le sue poche, ficcanti ed opportune parole che nel loro silenzio e nella loro assenza tanto rimbombano nel fragore mediatico portato all’estremo di questi ultimi periodi, in cui pere che si badi principalmente al dire, all’annunciare con incessante rapidità quasi si volesse che ogni messaggio fosse il più possibile transitorio senza alcun segno permanente nella mente del destinatario, quasi senza riflessione, in balia di una condizione in cui o si corre o si rischia di non riuscire più a ripartire chissà se per l’urgenza degli eventi o per l’esito di una analisi di dettaglio dei contenuti che solamente un attimo di pausa di riflessione può consentir di effettuare.

Mai come ora non c’è bisogno di un costoso notaio al Colle, ma di un bilanciato protagonista che entri nel merito di ciò che, nel perimetro dei poteri a lui assegnati dalla Costituzione (non molti a dire il vero), è tenuto a vagliare, controfirmare, approvare o respingere almeno una volta. Adesso le riforme economiche, istituzionali e costituzionali sono fondamentali e devono procedere sicuramente rapide, ma anche ben strutturate perché la condizione è tale che si debba fare presto e bene, cosa complessa se si è oltremodo frettolosi senza soffermarsi a ragionar su possibili e talvolta nascosti effetti collaterali di difficile risoluzione in seconda battuta. Mattarella in tal senso può dare il suo contributo, può farlo in tema di legge elettorale “Italicum” ove ci auguriamo che si esprima anche se non direttamente tenuto a farlo, in tema di diritti civili ed unioni senza timori o remore, in tema di legge fiscale e legalità, sui diritti del lavoro e sulle norme che supportino la flessibilità e facilitino la vita delle imprese senza però ledere diritti conquistati con aspre battaglie, sull’evasione, corruzione e sulla riduzione della burocrazia. Tutti argomenti che può sicuramente dominare con maestria.

Un duro lavoro ci si deve augurate che attenda Mattarella e certi che Egli non si tirerà indietro in questo oneroso compito. Tempi altrettanto duri vanno sinceramente augurati anche a coloro, senza sconti per nessuno, che speravano o avrebbero preferito al Quirinale un “appositore di firme”ad un “pignolo e minuzioso revisore”, ma questo è il tempo della pignoleria e della minuzia perché di e tolleranza e lascivia ne abbiamo avuta fin troppa in passato.

Questo è il momento di pedalare e di sfruttare i flebili segnali e le flebili congiunture che dopo tanto si stanno mostrando positive. L’Euro è basso e beneficerà ancora un po’ dei QE della BCE, il petrolio in preda alla guerra sui prezzi che ne hanno decimato il prezzo drogandolo ad un livello che non potrà essere mantenuto a lungo (18-24 mesi) pena il fallimento di numerose ed importanti aziende, l’interruzione degli investimenti ed un potenziale pericolo per gli approvvigionamenti futuri, una Grecia di Tsipras che sembra pian piano trovare accordo con Commissione Europea ed anche Troika, già misconosciuta nel suo ruolo, virando da una ferrea posizione di rinegoziazione del debito ad una più canonica dilazione temporale per consentire l’uscita dalla crisi e che quindi destabilizza in modo meno marcato lo scenario europeo (anche se, come ricordato da Obama l’Europa deve cambiare approccio e non può concentrarsi sul’austerità quando la crescita economica è da anni assente ed ancora fragile e precaria).

Ora è tempo di sfruttare gli elementi, alcuni tardivamente implementati altri frutto di circostanze terze, messi a disposizione dall’evolversi delle cose e va fatto con riforme tempestive e soprattutto ben strutturate; non le accozzaglie di righe che spesso comportano più danni ed effetti collaterali non considerati che non reali benefici i quali sono assai rari e riservati spesso e volentieri guarda caso ai soliti noti, mentre gli altrettanto soliti noti continuano a disperarsi nella loro perenne impotenza. Probabilmente alla difficoltà di questi perenni impotenti sono volevano essere rivolte le prime parole del nuovo Presidente.

Nella pochezza ed insignificanza di questo pensiero mi auguro che Voi, carissimo e benvenutissimo Presidente Mattarella, abbiate una mole di lavoro enorme da sbrigare, sono certo che è quello che volete e sono certo che non Vi tirerete indietro dal farlo col massimo impegno e con la caratterizzante pignoleria.

Link:

  1. Mossa Mattarella. La partita sul Quirinale ha già un vincitore certo: Renzi
  2. Mattarella presidente: il capolavoro di Renzi

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Archiviata la Grecia focus sul Quirinale: dal voto 4 il candidato può essere solo….Nazareno

Archiviato il voto ellenico, adesso il fronte principale che sta catalizzando tutta l’attività politica italiana ed il dibattito correlato, è uno solo: la corsa al Quirinale, giungendo così alla terza ed ultima data fondamentale di un’intensa settimana (LINK).

Riguardo alle elezioni greche si badi bene che l’archiviazione si intende solo in riferimento all’atto “fisico” perché le conseguenze dell’esito, sorprendente non tanto per la vittoria di Syriza già ampiamente prevista ed a maggior ragione non essendo stata raggiunta la maggioranza assoluta di 151 seggi (Tsipras ne ha ottenuti 149), quanto per l’alleanza con la formazione di destra Anel, costola fuoriuscita da Neo Demokratia proprio per la linea più marcatamente Anti-Europa e guidata da Panos Kammenos (curioso il suo interesse ed impegno sulle scie chimiche, evidentemente ogni paese ha un partito impegnato su quel fronte), potranno essere comprese solo nei prossimi giorni. I piani di Tsipras sono noti (LINK), come riuscirà a realizzarli e soprattutto con quali risorse economiche ancora no e questo punto è di primaria importanza. L’Eurogruppo tenutosi nelle ore scorse si è concluso con una dichiarazione unanime diramata dal Presidente Dijsselbloem secondo la quale l’UE è in attesa della proposta del Primo Ministro greco per poi avviare le trattative, i negoziati e trovare una soluzione condivisa. Sicuramente rispetto all’alleanza coi socialisti moderati del Pasok o con To Potami, prima delle elezioni ritenute le più probabili per le maggiori affinità con Syriza, lo spostamento verso una formazione marcatamente di destra, col quale Syriza condivide solo ed esclusivamente il rifiuto della Troika, deve aver innalzato il livello di preoccupazione dell’Unione. L’offerta di Tsipras a Kammenos dei Ministeri dell’interno e della difesa, nonostante le posizioni sull’immigrazione siano diametralmente opposte: Syriza favorevole all’accoglienza mentre Anel ai respingimenti anche forzati, mette in evidenza la determinazione del nuovo Primo Ministro nell’interrompere il programma della Troika e forse intraprendere la via della rinegoziazione del debito (pare una quota del 60% dei circa 322 miliardi totali). L’ipotesi non sarebbe drammatica per le casse europee, degli stati creditori (24 miliardi per l’Italia ed una sessantina per la Germania ad esempio, il fatturato di una multinazionale media) o delle istituzioni che lo detengono (incluso FMI), ma risulta assai problematico se visto come “precedente” che potrebbe essere a breve seguito dalla Spagna con il partito Podemos e poi da tutti quei paesi inseriti nel programma Troika e che lo hanno rispettato fino alla fine (Irlanda, Portogallo ecc). Atene di qui al 2020 dovrà rimborsare solo l’FMI (riporta Federico Fubini, giornalista economico di Repubblica), quindi il Fondo Monetario dovrebbe essere il primo a risentire materialmente di una ipotetica rinegoziazione, si comprende pertanto la dichiarazione del Governatore Lagarde che esclude categoricamente l’ipotesi che la Grecia possa non adempiere ai suoi impegni. Rimane dunque da attendere la proposta Tsipras e l’entità della mediazione alla quale l’Europa e la Troika gli chiederanno di adattarsi.

Passando al Quirinale è ovvio che le manovre alla volta del Colle, pur nel tentativo di sminuirle ed oscurarle, sono da tempo iniziate, ma, con le consultazioni del Premier prima interne al PD ed a seguire con tutti gli altri partiti, il via è ufficializzato.
Di nomi ne circolano tantissimi, tanto che se fosse vero l’aneddoto secondo cui l’essere menzionato preventivamente comporterebbe la non elezione (cosiddetta “bruciatura”), la rosa sarebbe alquanto ristretta, quindi non si andranno ad avanzare ipotesi o stilare probabilità tra i vari candidati non avendone agnosticamente gli strumenti.
Interessante risulta invece notare come il Premier, in modo corretto quando si parla di elezione del Presidente della Repubblica, voglia convergere verso una soluzione condivisa tra tutte le varie forze politiche. Sta a Renzi nella sua carica, presentare un nome che il Parlamento, o meglio i grandi elettori, andranno a votare. La figura sulla quale pare vi sia condivisione è quella di un garante delle istituzioni, che ne sia conoscitore, alto profilo e politico super partes (in calo l’ipotesi di un tecnico).
Il proposito di Renzi di voler trovare una soluzione condivisa però va a sbattere con le dichiarazioni di voler presentare un nome venerdì sera o sabato mattina, proprio appena prima della quarta votazione quando il quorum si abbasserà e saranno sufficienti solo 505 dei 1009 grandi elettori, in modo da emettere fumata bianca al voto numero 4 di sabato pomeriggio. Alle prime tre tornate invece ha richiesto scheda bianca (identificabile dal basso tempo di permanenza all’interno del seggio).
Se di condivisione ampia si parla essa dovrebbe essere quantomeno tentata fin dalle prime votazioni, cosa esclusa a priori. Il che vuol dire che la condivisione sostanziale deriverà principalmente dall’asse Renzi-Berlusconi (che si voglia chiamare candidato Nazareno è solo una formalità, ad essere importante è il concetto), cioè coloro che dispongono di un maggior bacino tra i grandi elettori. Alla luce di ciò si potrebbe essere portati a pensare che Renzi ritenga improbabile il supporto condiviso anche da altre forze politiche oppure sospetti in un ampio numero di franchi tiratori da ambedue le parti ( i circa 200 calcolati consentirebbero elezioni già ai primi turni).
La parte del PD che, pur appoggiando un candidato condiviso, si oppone alla creatura di Largo Nazareno ed afferma perentoriamente di non volerlo votare, dovrà chiarirsi le idee comprendendo che nel caso stessero al gioco del Premier votando il candidato alla quarta votazione sarebbero loro ad andare a rafforzare il Nazareno e non viceversa. Insomma, dal voto 4 in poi il Nazareno dominerà e gli altri, se vorranno e se magari avranno trovato nel candidato proposto da Renzi la figura che reputano adatta, si saranno adattati all’accordo Renzi-Berlusconi senza averlo influenzato in alcun modo, ma essendosi semplicemente fatti travolgere dal suo impeto.
Il Premier pare inevitabile che dovrà e vorrà appoggiarsi a Berlusconi il quale ha consentito con i suoi voti di far passare alla Camera, nonostante Gotor, l’Italicum. Berlusconi ha accettato il premio alla lista (soglia 40%) di primo acchito penalizzante per FI, probabilmente supponendo di poter arrivare secondo alle prossime elezioni dopo aver portato a compimento un profondo processo di riorganizzazione del partito (quindi punterebbe ad elezioni non troppo vicine nel tempo). Come contropartita per l’appoggio a Renzi, il Cavaliere potrebbe avanzare alcune richieste sul nome del Presidente e sul decreto fiscale in discussione il 20 febbraio (che potrebbe essere anche uno strumento di ricatto nei confronti di Berlusconi stesso). Il “Presidente tipo” secondo le presunte esigenze berlusconiane dovrebbe essere poco decisionista e poco incline allo scioglimento delle Camere, cosa peraltro utile in questo frangente anche a Renzi, e garantista riguardo ai problemi legali. Non parrebbe difficile quindi giungere a convergenza visto che l’eventuale provenienza dal PD, a condizione che non sia un tecnico e che abbia un alto profilo neutrale, è un elemento accettabile ad Arcore.

La parte del PD che si è detta contraria ad un Presidente della Repubblica partorito dall’asse Renzi-Berlusconi, quindi i vari Bersani, Fassina, Chiti, se vorrà provare a proporre un proprio nome dovrà necessariamente farlo non avendo fino a venerdì-sabato conoscenza certa di quella che sarà la proposta Renzi (l’incontro Renzi-Berlusconi dovrebbe essere l’ultima tra le consultazioni del Premier) e dovrà muoversi immediatamente nelle prime tre tornate.
Se il numero degli Anti-Nazareno del PD, al momento ignoto, risulterà cospicuo e riuscirà nella missione impossibile di far fronte comune con Civati, SEL e M5S, a raccogliere ulteriori consensi nel PD, qualche elemento del centro e, perché no, qualche dissidente di FI, ed a proporre un nome irrifiutabile dal PD tutto, potrebbe esistere una concreta, purché minima vista la solidità del Nazareno e gli interessi che si celano dietro di esso, possibilità di scalfire il Patto e di aprire l’ascesa al Colle ed un “terzo” per altrui incomodo.

Link:

  1. La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno
  2. L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato

26/01/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

La contrapposizione tra interessi tedeschi ed europei e la “speranza” greca

Atene-AcropoliWeidmann attacca instancabile, Schauble raccoglie i precisi assist e Frau Merkel li copre a distanza distraendo gli avversari.

Forse si tratta del solito gioco di squadra sapientemente architettato da un tridente che fino ad ora ha avuto la meglio in quasi tutte le partite, incluso il “pareggio fuori casa” del QE. Infatti con la garanzia a carico delle Banche Nazionali dell’80% tutto sommato il provvedimento monetario è stato potentemente smorzato secondo quelle che erano le assicurazioni richieste dai tedeschi, vale a dire non condividere rischi e non pagare i debiti degli altri stati (Avanti QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prevalso).

Mentre la Merkel a Firenze loda, con le solite maniere di circostanza e gli ammiccamenti con il Premier Renzi, l’ambizione (termine usato almeno mille volte esattamente nello stesso contesto) delle riforme italiane e si dice certa che saranno funzionali alla ripresa anche grazie al supporto proprio del QE, il Governatore della BundesBank Weidmann afferma, anzi ripete per l’ennesima volta, che il QE è un grosso pericolo, un errore. A suo dire non ce ne sarebbe stato bisogno poiché la tendenza deflattiva a cui stiamo assistendo sarebbe solo ed esclusivamente legata alla dinamica dei prezzi energetici ed alle quotazioni del greggio, drogate, che risentono delle strategie arabe e parzialmente russe. Inoltre lo scenario europeo, sempre a detta di Weidmann, sarebbe già impostato verso la ripresa. La sua ricetta sarebbe dunque quella di pazientare (come se il tempo già perso non fosse sufficiente) e proseguire con le riforme che, sempre secondo il Governatore, sarebbero messe a repentaglio in Francia ed in Italia proprio dal QE, reo di spingere questi stati “notoriamente spreconi”ad agire con minor determinazione.

Nel palleggio Merkel – Weidnamm si inserisce il Ministro Schauble che va a pressare il fronte, decisivo in queste ore, Greco. Il Ministro Wolfgang avverte perentoriamente la Grecia, e direttamente Tsipras leader di Syriza, che se non verranno rispettati tutti i patti, inclusi gli impegni presi dal precedente Governo con la Troika non sarà parte del programma QE. Poco si discosta questo ammonimento dal ricatto.

L’affermazione di del Ministro delle Finanze di Berlino è la risposta ai piani che Tsipras ha presentato ai cittadini greci stremati dai tagli dei salari, dalle cancellazioni delle tredicesime, dai licenziamenti, dai tagli alla sanità che rendono addirittura i parti, l’accesso ai servizi di pronto soccorsi o ai medicinali salva vita a pagamento (pare servano 1000€ per diventare mamme). Il Leader di Syriza ha ribadito anche durante la sua azione di voto, che non ha intenzione di uscire dall’Euro, nè di non rispettare i patti con l’Europa, ma non può, in ossequio al suo popolo, sottostare all’austerità, ai piani della Troika, ed agli impegni presi con Bruxelles dal precedente governo di centro destra; ha esplicitamente detto di voler aumentare i salari, reintrodurre le tredicesime, ed aumentare la spesa pubblica per welfare ed investimenti pubblici a sostegno della creazione di posti di lavoro e sviluppo, il tutto anche grazie alla rinegoziazione di un debito al 170% circa del PIL che, considerando anche gli interessi, non consente alcun margine di manovra se non tagli e riduzioni di spesa in tutti i settori (la situazione potrebbe essere non dissimile dall’Italia con la differenza che il debito italiano sta pericolosamente tornando tutto in mano nostrana rendendo eventuali insolvibilità quasi per intero a carico dei cittadini e dello stesso stato, lo si riporta anche nell’articolo sul QE di cui al collegamento sopra).

Riguardo alla Germania è evidente che nonostante la convinzione con cui la stessa Merkel proferisce certe dichiarazioni fuori dal suo paese, la linea dei tedeschi è fissa sulla protezione dei propri interessi sempre ben tutelati finora, tanto da consentire dati occupazionali eccellenti, nonostante un peggioramento dell’export in Europa, il maggior sbocco per le merci tedesche, dovuto proprio alla crisi. Esattamente questo aspetto, ossia il fatto che con una Europa allo stremo ed incapace di consumare, alla lunga anche la Germania è destinata a sopperire alla crisi a meno di ri-orientare totalmente l’export verso l’extra-UE, dovrebbe spingere Berlino a convincersi nel sostegno delle politiche di flessibilità e condivisione di rischi e benefici sostenute anche dalla BCE e da tutti i Governi ed Istituzioni, incluso Bruxelles e la Commissione Juncker che a parole fanno buon viso all’Europa dei popoli della cooperazione e della solidarietà, un po’ quella richiesta da Tsipras, ma alla luce dei fatti sono soggette al volere dei potenti tedeschi che si fanno valere sia nel Direttivo della Banca Centrale Europea, sia a Bruxelles e Strasburgo. Anche l’effetto primario dei QE di abbassare il valore dell’Euro, paradossalmente, unito ad una garanzia in capo alle singole Banche Nazionali che potrebbe essere presa con sospetto dai mercati e dagli altri stati testimoniando un sostanziale indebolimento della solidità finanziaria che potrebbe invece avere una Europa realmente unita a livello economico e finanziario per la quale Draghi a ripetuto che si deve lavorare, reca un beneficio per l’export extra UE del quale gode abbondantemente la stessa Germania.

Non cessando mai di ripetere che il processo riformatore delle istituzioni europee e dei singoli stati, Italia in prima linea, non si deve stoppare, deve anzi velocizzarsi ulteriormente facendo leva, se possibile (poiché è ancora tutto da dimostrarsi) su un QE che mira al target inflazionistico del 2% e non ad immettere liquidità direttamente nel sistema, ci vorrebbe realmente qualcuno di polso che duramente faccia notare alla Germania che sarebbe auspicabile un suo contributo diretto e fattivo alle ripresa europea, innalzando i consumi interni, investendo in infrastrutture di  tlc, digitali, strade e ponti che anche nei pressi di Berlino necessitano di un rinnovamento, di cessare di sovvenzionare le proprie imprese con sgravi sull’energia che somigliano tanto ad aiuti di stato e tornare sotto il 6% (vincolo europeo) del surplus commerciale (con è plausibile venga ulteriormente incrementato grazie ad un un euro così basso).

Questi moniti verbali, ma che poi dovrebbero trasformarsi in provvedimenti seri aventi lo scopo di spingere il Governo tedesco ad accettare la messa in comune dei rischi e benefici del far parte di una unione di economie, valori e persone, dovrebbe essere compito di Bruxelles che però ancora non ha la forza di imporsi sulla Germania. Avviene anzi che sia proprio la Germania a guidare la politica Europea. Anche Renzi non sembra sufficientemente autorevole e coraggioso…. forse con un’azione di contropiede costruita da Grecia, Italia, Francia e Spagna esiste una qualche possibilità di imporsi.
Di certo ora, come uno, come due, come tre e come quattro anni fa la visione ed i comportamenti tedeschi, che sempre forniscono pretesti ai mercati per diffidare dalla solidità dell’UE, non fanno l’interesse dell’euro-zona e nel mentre la crisi si è acuita.

Il nodo delle elezioni Greche sarà senza dubbio fondamentale, esso mette in luce due aspetti importanti che vanno modificati. Da un lato la colpevolezza di alcuni Governi nell’attuare politiche non rivolte al bene dei cittadini, nè tanto meno alla sostenibilità dei bilanci, ma propensi alla corruzione, allo spreco, al mantenimento dello status quo di certe “caste” privilegiate, alla spesa per consenso elettorale; spesa che, andando in parte in favore del popolo, pur non potendo lo stato permetterselo in quei modi, garantiva consenso elettorale, tanto da anestetizzare gli stessi popoli che hanno avuto la colpa di accettare silenti tali situazioni prive di ogni prospettiva di lungo termine, di investimenti in istruzione, crescita, innovazione, ricerca, infrastrutture digitale ecc (gli esempi USA ed anche della Germania o degli stati del Nord Europa o della Corea del Sud, ma anche di Turchia ed Israle sono sicuramente virtuosi). In tal senso Grecia, con la truffa sui bilanci per rientrare nei parametri di Maastricht, ma anche Italia sono paesi sicuramente da colpevolizzare, convenendo che ora vengono raccolti i frutti di quanto politicamente seminato.
Dall’altro lato è stato messo a nudo il totale fallimento di una economia eccessivamente basata sulla finanza, sulla preminenza del guadagno dei mercati rispetto al bene comune per i cittadini, una sostanziale segregazione tra PIL e benessere diffuso, la crescente diseguaglianza tra strati di società sempre più copiosi alla soglia della povertà e pochissimi super ricchi, così come la completa inefficacia di un modello di gestione delle crisi economiche, imposto dalla UE e dalla Troika (Commissione, BCE ed FMI), improntato solo ed esclusivamente al rispetto dei parametri europei sovente anacronistici e non più rispondenti all’evoluzione globale del moderno mondo, all’austerità, al rigore dei bilanci cieco nei confronti del reale bisogno di sviluppo dei paesi, dei popoli e del loro diritto all’essere coinvolti nelle scelte economico-sociali che la politica intraprenderà influenzando anche la loro vita.

Il cambiamento europeo quindi è richiesto su due livelli: dai singoli paesi membri per una più sana gestione dei conti e della politica interna che deve giovasi dei processi riformatori in atto; dalla gestione unitaria delle politiche eruopee improntate non più all’austerity, ma allo sviluppo reale e tangibile, che, oltre all’aspetto puramente numerico e parametrico, si imponga come target il miglioramento evidente delle condizioni sociali di coloro che vivono nell’Unione.

Se Tsipras otterrà il numero di voti sufficienti (almeno il 36%) per governare in autonomia senza compromessi e porterà a termine i suoi piani (temuti più per la natura di precedente che per l’ammontare delle somme in gioco) potrà avere l’occasione di dare il via ad un’era diversa, probabilmente migliore, visto che quella del rigore ha evidentemente fallito (Link: Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia) .

In Grecia, nelle Polis, nacquero la Politica, la Democrazia, il Diritto, la consultazione pubblica e si diffusero nel mondo. Ora la Grecia, nel suo piccolo, può rifar suoi questi valori e farli risorgere in tutta l’UE.

 

25/01/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale