Archivi tag: Italicum

Incarico di Governo all’insegna dell’Italicum

Ricapitolando: durante il 63 esimo Governo della Repubblica italiana, il secondo della XVII legislatura, quello Renzi per intenderci, è stato fatto un gran lavoro per modificare la legge elettorale, portando l’Italicum ad essere la legge elettorale attualmente in vigore alla Camera.

Il Senato non è stato uniformato sotto la medesima legge in quanto in fieri di essere eliminato dal referendum che, in ultimo, ha visto vincente il No, esito che tra le altre cose prevedeva il mantenimento della seconda Camera.

L’Italicum è stato descritto come la legge che tutta Europa ci invidierà e che tutti cercheranno di copiare.

Se questo è vero, ed è stato detto dal PD che reggeva e tuttora regge il Governo, ma non solo, non capisco perchè tutta questa smania di cambiarlo per tornare, eventualmente, anche alla legge proporzionale precedente.

Se la legge è tanto valida e se è vero, come lo è, che per andare ad elezioni politiche occorre che le leggi elettorali delle due Camere siano uniformate, non vedo perchè non estendere l’Italicum anche al Senato. Sarebbe la logica evoluzione ed estensione di una legge ritenuta dalla maggior parte dei partiti “Ottima” ed approvata alla Camera con voto.

Esilarante il fatto che coloro che proposero l’Italicum e lo sbandierarono come una delle migliori delle leggi possibili, siano ora i primi a volerlo cambiare, e quelli che invece ne dissero le peggio cose, adesso sarebbero per mantenerlo ed andare immediatamente ad elezioni.

Insomma, panta rei, e questo lascia molto perplessi su con che spirito si facciano, in politica, certe manovre, in sostanza si cerca evidentemente un profitto partitico immediato senza pensare al reale bene diffuso per il Paese e per la sua gestibilità istituzionale.

Alla luce di ciò è legittimo domandarsi si anche la modifica della Costituzione potesse essere diretta dai medesimi interessi e quindi, forse forse, attendere di modificarla può non essere così male….

Speriamo comunque in sviluppi davvero positivi per i cittadini, che sono davvero estenuati, se non, ed è ancora peggio in un paese civile e civilmente avanzato, annichiliti nell’esercizio della materia politica di cui ognuno di noi deve sentirsi primo protagonista attivo.

MY 2Cents su questi primi minuti di Governo….

11/12/2016
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Politica: tra riforme del Senato e dell’Italicum. Economia: tra dati interni e trend globale

Queste poche settimane dalla riaperture dei lavori parlamentari, dopo la lunga pausa estiva, paiono essere quelle più delicate per la legislatura.

Si pensava che, come accaduto in successione ai Governi Berlusconi, Monti e Letta, fossero le questioni economiche a poter mettere in crisi l’Esecutivo, anche alla luce del fatto che, nonostante le ormai note congiunture macro favorevoli, ma al contempo transeunte, costituite dai QE di Draghi, il prezzo del petrolio basso, i tassi ai minimi che avrebbero dovuto favorire la richiesta di prestiti ed i consumi, con l’auspicio inesaudito di far ripartire l’edilizia, il settore maggiormente colpito dalla crisi nonché quello in grado di generare più indotto, un Euro debole a tutto vantaggio dell’export, una vera ripartenza dei consumi, dell’occupazione, del mercato interno e di quello immobiliare non si era verificata; le condizioni sociali permangono molto delicate, il livello di tassazione, nonostante gli sforzi del Governo, altissimo, la spending review è ancora solo un buon proposito, ed il numero di poveri, o di quelli sulla soglia di povertà, in costante crescita.

Invece, ad essere il maggior elemento di rischio per l’Esecutivo Renzi, ripetendo una consuetudine tipica del nostro paese, sono questioni prettamente politiche. Tra l’altro, il passaggio più delicato arriva proprio in concomitanza della diffusione di dati economici in miglioramento, da parte sia di organismi internazionali (OCSE), sia da parte del MEF di Padoan.

Le questioni che potrebbero essere la scintilla della crisi sono le riforme istituzionali, non più solo quella del Senato, ma è ritornata prepotentemente alla ribalta anche quella sulla legge elettorale, non senza collegamenti rispetto alla prima. Ovviamente rimane una costante, usuale per l’attuale Governo, la tensione con i sindacati sul diritto di sciopero, jobs act, diritti dei lavoratori, pensioni e previdenza, continua, in una lotta che, ambedue le parti commettendo evidenti errori, stentano, volenti o nolenti, a raffreddare, e che genera attriti anche all’interno dello stesso PD. Quello dell’assemblea sindacale che ha bloccato il Colosseo è solo l’ultimo macro episodio tra tanti.

Nonostante le certezze del Ministro Boschi, che si dice sicura che i numeri in Senato per consentire il passaggio della riforma sulla seconda Camera siano forti, non sembra così sentendo, con orecchio oggettivo, le altre campane. Il M5S la trova una pessima riforma, mettendo in luce il rischio di conferire l’immunità ad una pletora di indagati, che in tal modo risulterebbero non più perseguibili per il periodo del loro mandato, in forza dell’immunità parlamentare. FI si è detta assolutamente intenzionata a non votare la riforma, così come la Lega di Salvini. I fuori usciti dal Partito Democratico osteggeranno ovviamente il provvedimento, ma è all’interno del PD che vi sono le crepe più profonde. Esse riguardano l’Articolo 2, che la Minoranza Dem vorrebbe modificare per reintrodurre il Senato elettivo da parte dei cittadini, meccanismo che, secondo la riforma, scomparirebbe, a vantaggio della nomina di componenti all’interno delle presidenze di Regione. Proprio quando un accordo sembrava poter essere concluso tra la sfera Renziana e la minoranza Dem, grazie all’espediente di modifica del comma 5 dell’Art. 2 che, non costituendo emendamento, avrebbe potuto consentire un passaggio parlamentare spedito, sì è pronunciato, contrapponendosi alle parole di ottimismo della Boschi, Pierluigi Bersani, ancora tremendamente attaccato alla nostalgica unità di un partito che di unitario ha rimasto ben poco (e da illo tempore), affermando che, qualora non lo si fosse capito, la posizione dei “dissidenti” Dem è quella di avere un Senato elettivo; non sono concesse deroghe a questa prerogativa. Al piacentino ha risposto il braccio destro di Renzi, Lorenzo Guerini, dicendo che si auspica che quello di Bersani non sia un tentativo di ricominciare tutto da capo e confermando la disponibilità al confronto, ma senza accettare veti, il che, parafrasando “ab lingua renzianorum” vuol dire: “parliamo pure un’oretta, ma poi facciamo come ha già deciso”. Anche all’interno della coalizione di Governo, non è scontato il supporto di NCD, circa 15 componenti potrebbero opporsi alla modifica. Alla luce di ciò, i voti dei Verdiniani non sembrano sufficienti a blindare il passaggio della riforma del Senato, inoltre esiste anche la spada di Damocle dell’interpretazione del Presidente Grasso, che potrebbe decidere, invece che per una votazione parlamentare complessiva sulla riforma,  di procedere votando ogni singolo emendamento, il che significherebbe, dato l’ammontare delle modifiche presentate, in particolare dalla Lega, bloccare di fatto la riforma.

In questo dedalo di delicati rapporti di forza, rientra prepotentemente in auge l’Italicum, in particolare come pedina di scambio. La minoranza Dem potrebbe essere interessata al conferimento del premio di maggioranza alla coalizione anziché alla lista, mentre NCD ad un innalzamento della soglia di sbarramento. Una sorta di baratto per consentire un maggior potere ad alcuni partiti, tramite modifiche tecniche, ma dalle conseguenze politiche, all’impianto, in cambio di un supporto per la modifica del Senato. Come vediamo, proprio adesso che si sente tanto disquisire di sharing economy, la nostra politica, tornando al baratto ed allo scambio, la sta già collaudando (poi si dice che i politici sono retrogradi e vetusti, quando mai! Se l’interesse richiede innovazione, sanno essere più innovatori degli start-uppers della Silicon Valley!).

Domani (lunedì 21), in occasione della Direzione del Partito Democratico, sarà una giornata decisiva per capire come evolverà lo scenario e se i dissidenti del PD si faranno, come accaduto fino ad ora, chiudere all’angolo e dovranno capitolare, o se faranno la voce grossa. Nell’ultimo caso se volessero dare il loro fondamentale contributo per arrivare a nuove elezioni, non potranno non scindersi e dovranno intessere contatti ed aggregazioni all’uopo con M5S, FI e Lega.

Come detto precedentemente, qualche dato economico svolta in positivo: il pil è stato rivisto al rialzo, per il 2015 dallo 0.7% allo 0.9%, e dall’1.4% all’1.6% per il 2016; la disoccupazione è prevista leggermente in calo dal 12.6% al 12%; il debito dovrebbe anch’esso scendere dal 132.6% a circa il 131.8%; si attendono 12 miliardi, utili per scongiurare le clausole di salvaguardia, dalla lotta all’evasione e si attende maggior flessibilità europea, consentendo di arrivare al 2.2% nel rapporto deficit/pil anziché all’1.8% da piano di rientro, liberando così circa 6 miliardi, ma ciò costringendo ad innalzare il deficit ed a rimandare ancora una volta il pareggio di bilancio, spostato al 2018. Questi ultimi provvedimenti, riportati nel Def, dovranno essere vagliati dalla UE a metà ottobre, e non è automatico che vengano accettati, conoscendo l’attaccamento Europeo ai parametri, anche se la tragedia dei migranti viene tristemente a supporto delle richieste di maggior flessibilità.

L’errore che la politica non deve commettere è concentrarsi, crogiolandosi con questi dati, solo sulle riforme istituzionali, perché, se pure si potrebbe dire che l’Italia sia migliorata nei parametri, la situazione globale è in rallentamento e poco serve un lieve miglioramento italiano in un contesto in frenata. A fare monito di ciò è stato anche il G20, che vede rischi nel rallentamento delle economia emergenti (il Pil globale è stato rivisto al ribasso), a cominciare da Brasile (dove  per la recessione molti avanzano la necessità di dimissioni della Presidente Blanchè) e Cina (alle prese con una crisi finanziare profonda), con il conseguente calo di consumi globali, e nella fattispecie di materie prime non energetiche. Anche le odierne elezioni Greche devono mantenere alta la tensione, perché, nonostante il silenzio di queste ultime settimane, rimangono importanti per delineare il destino europeo.

Come si è spesso detto quindi, va bene stare attenti al nostro piccolo giardino privato, ma senza mai abbassare lo sguardo da un orizzonte ben più lontano e travolgente, tremendamente connesso ai fatti di casa nostra ed influente per la nostra economia.

20/09/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Ripresa dei lavori parlamentari: riforme costituzionali al centro, non senza la consueta possibilità di imboscate

Non sono ancora entrati a pieno regime i lavori parlamentari e già si affilano le armi per le “battaglie” che di qui al 15 di ottobre andranno a configurarsi. Il 15 del prossimo mese è stata definita come data limite entro la quale il Premier ha intenzione di porre la parola fine alle riforme del Senato e dei diritti civili, ambedue questioni assai spinose e che rischiano di gettare altro scompiglio, in aggiunta a quello già presente, all’interno del PD e della maggioranza trasversale di Governo, principalmente tra la parte di Renzi e quella del NCD.

Se la riforma dei diritti civili può rappresentare uno scoglio tra PD, e più in generale tra la sinistra, ed il NCD, storicamente più votato alla concezione, per così dire classica, della famiglia, la riforma costituzionale del Senato è un grosso ostacolo che prevarica i confini prettamente partitici, anzi, si insinua forse con maggior forza proprio all’interno del partito di maggioranza: il PD.

L’Ex Segretario PD, Bersani, esponente dell’area moderatamente dissidente, in quanto critico senza contemplare affatto l’ipotesi di una sua uscita dal PD, nè tanto meno quella di una più profonda scissione, ha dichiarato che non debbano esistere linee di Partito e che ognuno, in un tema delicato come quello della riforma costituzionale, debba votare secondo coscienza, come crede. Antipodico, invece, è il pensiero del Premier, nonché segretario PD, Renzi, il quale ha sempre sostenuto di essere disponibile al dialogo ed al confronto, ma ha anche sovente dimostrato di non scostarsi facilmente (per non dire mai) dalle sue posizioni, ed infatti la conclusione della locuzione che gli appartiene: “si discute e ci si confronta” risulta essere: “ma poi decido”, come è stato possibile verificare in ben più di una occasione. Per Renzi, appunto, è possibile discutere, ma poi il Partito, una volta deciso, dovrebbe muoversi unito ed all’unisono. Il grosso problema di queste differenti vedute è che la minoranza DEM e l’ala renziana sono discordi su un punto qualificante la riforma, l’unico per il Premier e la sua compagine davvero nè modificabile nè discutibile. Si tratta dell’Articolo 2, cioè dell’elettività o meno dei membri del nuovo Senato che, per come è configurato l’attuale impianto, risulterebbe principalmente di nominati dai partiti. Il rischio, a detta dell’ex sindaco fiorentino, è di dover ripartire daccapo con l’iter parlamentare, cosa che non è necessariamente vera. Il passato ha mostrato come la determinazione di Renzi sia ben più potente rispetto a quella di una minoranza di cui non sono chiare ne prospettive, nè intenzioni, ma stavolta anche la minoranza interna ai democratici sembra convinta ed unita a non mollare, vuole assolutamente che il Senato rimanga elettivo.

Paradossalmente vi è più apertura, circa l’impianto della nuova legge elettorale, con il fronte del NCD e di FI, principalmente interessati a rivedere il meccanismo di premio di maggioranza che conferirebbe un premio ai partiti tosto che alla coalizione, che con il PD stesso.

Il Premier ed il Ministro Boschi si sono detti certi di avere i numeri in Senato per portare a compimento i vari disegni di riforma, affermazione apostrofata come falsa secondo Romani, portavoce di FI. Questo punto è di fondamentale importanza perché, a meno di imboscate sempre possibili anche tra le file NCD (alcuni parlamentari NCD secondo talune testate sarebbero già pronti ad opporsi in merito alla riforma del Senato), potrebbe essere utilizzato come pedina di scambio da parte di NCD e FI per appoggiare Renzi sulla stessa riforma del Senato.

Senza sostegno di NCD e FI e con una compatta linea della minoranza Dem, il Premier Renzi potrebbe davvero essere in difficoltà a mantenere la maggioranza parlamentare (anzi, non raggiungerebbe il numero minimo), anche con l’appoggio, in questa fase fondamentale, della fronda fuoriuscita da FI dei Verdiniani. Nel caso di evidente insufficienza della maggioranza, ma anche qualora la maggioranza non fosse così forte, potrebbe subentrare Matterella, dettosi intenzionato alla protezione della costituzione, e richiedere una verifica della reale sussistenza di una maggioranza di Governo. Napolitano invece, ex presidente della Repubblica, lanciando un suo proverbiale monito, ha invece rimarcato l’importanza di portare a compimento la riforma, spalleggiando, come fatto costantemente durante il suo mandato, Renzi.

Per i dissidenti DEM e per tutti coloro, M5S e Civati inclusi, che potrebbero avere interesse, più o meno manifestato in passato, nel far cascare il Governo ed andare a nuove elezioni, questa fase di ripartenza parlamentare rappresenta l’occasione giusta. Inoltre, anche il fatto di una possibile necessità dei Verdiniani per l’approvazione delle riforme, è indubbiamente un’arma nelle mani della minoranza DEM che potrebbe, una volta in più,  rimarcare la distorsione che, internamente al PD, è da tempo evidente e della quale alcuni hanno già preso atto, mentre altri si ostinano a non voler digerire o metabolizzare, radicati ad un concetto di partito ormai obsoleto e non più ripercorribile, almeno sotto questa dirigenza.

In ultimo, non va dimenticato che le riforme costituzionali sono decisamente importanti, ma, volendo riportare l’attenzione sulle questioni più concrete e sottolineate in contesti europei, andrebbero affrontate con estrema urgenza anche le riforme economiche per sfruttare le ormai tanto menzionate congiunture macro positive e non perdere ulteriore tempo.

09/09/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Riforme, economia, alleanze: iniziano le danze per le regionali

L’approvazione alla Camera con voto segreto (334 a favore e 61 contrari) della riforma sulla legge elettorale “Italicum” e la seguente, quasi immediata, firma del presidente della Repubblica Mattarella hanno rappresentato una vittoria, un ulteriore trofeo, per Renzi. Ancora non è chiaro se questa legge, che va ricordato entrerà in vigore solo a partire dal primo luglio 2016 e varrà solo per la Camera dei Deputati in quanto di qui ad allora è nei piani del governo portare a compimento la riforma Costituzionale del Senato, consenta un reale e netto miglioramento del sistema elettorale italiano e non provochi, come accusano gli oppositori (M5s, FI, Lega, ma anche molti del PD) che sul piede di guerra sono disposti a mettere in gioco l’arma referendaria, un eccesso di concentrazione del potere.

Sicuramente il vessillo di questa riforma è pregiato soprattutto se offerto alle istituzioni europee. Tra l’altro il compimento della riforma è già stato elogiato dall’agenzia di rating Fitch (che crediamo non sia entrata nel merito della legge e delle sue implicazioni) con la motivazione che arrecherà più stabilità alla futura gestione politica dell’Italia, ma soprattutto perché apre la speranza verso una maggior concentrazione delle riforme ai temi prettamente economici che principalmente interessano le 3 sorelle del rating, i grandi fondi e le banche.

Premesso ciò ed appurata l’ennesima vittoria renziana, la situazione rimane assi complessa (i numeri nel PD si sono ulteriormente ristretti e fondamentale è stato il supporto di Scelta Civica ed NCD) soprattutto in vista della riforma costituzionale e delle elezioni, con relativa della campagna elettorale, per le regionali del 31 maggio venturo.

Sul tema della riforma della scuola il 5 maggio si è tenuto un grande sciopero, capace, come non succedeva da tempo, di riunire tutti i sindacati e sono stati aperti tavoli di dialogo per non arrivare allo scontro che in periodo elettorale tutti preferiscono evitare. Il proposito è giungere a modifiche condivise, che dovrebbero riguardare il potere conferito ai presidi e dirigenti scolastici, la stabilizzazione dei precari e le risorse pubbliche conferite agli istituti privati, anche se il premier Renzi non ha tra le sue capacità una dedizione particolare all’ascolto altrui.

Il tema economico rimane il nodo più dolente, le previsione di primavera della Commissione vedono una crescita di 0.6% per il 2015 e 1.4% per il 2016, leggermente peggiore a quella prevista da Istat e Governo (0.7%), un debito che si stabilizzerà solo nel 2016 ed un deficit al 2.5% nel 2015 e 2% nel 2016 senza tener conto dell’eventuale rimborso sulla rivalutazione delle pensione oltre 3 volte il minimo, che cifre, ancora eccessivamente ballerine, collocano in una forbice tra i 5 ed i 19 miliardi. Il tema del lavoro mantiene la sua centralità ed è la disoccupazione, che permane attorno al 12.5% con quella giovanile attorno a 43.5%, a destare più preoccupazione, anche alla luce del fatto che non si vedono contesti che consentano di invertirne la tendenza, se non di insignificanti punti decimali più dovuti a oscillazioni fisiologiche che motivate da solidi miglioramenti strutturali come la ripresa degli investimenti o dei consumi.

Evidentemente la partita per le elezioni è già iniziata e la recentissima approvazione del taglio dei vitalizi sarà un argomento che il PD di Renzi cercherà di utilizzare contro i movimenti “più anti sistema”, come M5S e Lega. L’eliminazione dei vitalizi per politici condannati in via definitiva a pene oltre i due anni di detenzione non è però immune da polemiche, in quanto con contempla il reato di abuso di ufficio e non viene applicata in caso di reintegro. FI avrebbe preferito una legge ad hoc, mentre il M5S e la Lega (che pure ha votato favorevolmente) avrebbero preferito misure più pesanti. Nonostante ciò è evidente che il mantra secondo cui si sta lottando contra la casta, contro i privilegi e le rendite di posizione, da parte del PD (in cui vi sono stati oppositori anche su questa misura) risuonerà nelle prossime settimane, essendo un argomento che senza dubbio mantiene un elevatissimo appeal tra gli elettori. Alla stregua dell’abolizione dei vitalizi, per il medesimo fine potrà essere utilizzata anche la legge sul conflitto di interessi, che il Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi ha dichiarato verrà posta all’attenzione del Parlamento nelle prossime settimane (allo stato attuale parrebbe che coloro che assumessero un incarico di governo siano costretti a vendere aziende ed imprese proprie o comunque a cederne il controllo; se solo questa fosse la misura ci sarebbe da attendare una mercato floridissimo di prestanomi o l’uso smodato di parenti non di medesimo cognome).

Ovviamente non è possibile essere sempre e solo faziosi, se queste leggi, attese da anni e sempre rimandate, vengono fatte bene e correggono lapalissiane distorsioni del nostro attuale sistema, sono ben accette anche in tempo elettorale e sicuramente giustificato motivo per raccogliere consensi. Il rischio però è che per mettere in cassaforte il bottino in tempi rapidi e passare alla fase comunicativa e propagandistica, si trascuri la qualità del provvedimento, rischio che abbiamo avuto modo di veder verificarsi più e più volte.

Parallelamente all’oggettiva complessità tecnica e di bilancio di trovare una soluzione per la sentenza della Corte Costituzionale sulle pensioni, vi è anche il problema del consenso elettorale. Decisioni in merito hanno enorme influenza e coinvolgono un ampio bacino di elettori, molti dei quali storicamente del PD (i pensionati oltre 1’400 € lordi al mese sono generalmente dipendenti o ex del pubblico impiego), è pertanto chiaro che decisioni di limitare i rimborsi preserverebbero parzialmente il bilancio statale, ma al contempo farebbero perdere al Governo voti, contrariamente un eccesso di zelo nel rimborsare gli aventi diritto potrebbe portare problemi di bilancio, aumento del deficit e conseguente sforamento della soglia del 3% deficit/pil, ipotesi che Bruxelles non vuol neppure sentire bisbigliare, concentrati come sono a ricordarci che i conti devono essere mantenuti in ordine ed i patti rispettati.

Simili “armi” elettorali, potrebbero essere utilizzate dal governo per esorcizzare e mitigare una situazione che a livello prettamente partitico rimane difficile, tanto a destra quanto a sinistra.

La Liguria, regione storicamente votata a sostenere il PD, vede una situazione complessa per i Democratici causata dell’uscita di Sergio Cofferati dopo le tese Primarie per la scelta del candidato di partito, dalle accuse alla candidata ufficiale renziana Raffaella Paita che gli oppositori rimproverano di essere ancora in corsa nonostante sia indagata nell’ambito dell’inchiesta sui disastri meteorologici ed i mancati allarmi ed infine dalla scissione con il candidato civatiano Pastorino, che ha fatto le veci di precursore del recente abbandono da parte di Giuseppe Civati del partito, il quale corre da solo e che potrà senza dubbio drenare voti ai democratici, fungendo da primo test elettorale per una forza politica alla sinistra del PD. Il fluido contesto Dem, e le divisioni interne che permangono, pare poter porre in vantaggio l’esponente di Forza Italia al momento più rappresentativo a livello nazionale, Giovanni Toti.

In Puglia ad essere diviso ed indebolito dai contrasti interni è invece il centro destra. Sono presenti infatti due candidati di centro destra: Adriana Poli Bortone, per Forza Italia, Lega e Liberali e Francesco Schittulli, afferente alle tre liste dell’area fittiana. Sembra dunque che Michele Emiliano, ex sindaco di Bari, possa avere vita facile nonostante sia accusato di raccogliere ingressi provenienti da ogni parte politica finanche l’estrema destra, ma del resto le elezioni si vincono col cinismo ed i  numeri e non con l’etica e la morale, anche se, viste la debolezza del centro destra, per preservare l’immagine Emiliano potrebbe fare anche a meno di criticabili e dubbi sostegni.

La Toscana, altra roccaforte rossa dove si ripresenta l’uscente Enrico Rossi, non pare avere particolari problemi a riconfermare il suo colore, se non quello di dover fare i conti con un probabile incremento di elettori per Lega e M5S.

Un altro contesto complesso è quello della Campania, dove Stefano Caldoro è candidato unico per le 10 liste di centrodestra, mentre per il PD il candidato a Governatore è Vincenzo De Luca, divisivo perché si è candidato nonostante il PD avesse espresso desiderio contrario. Inoltre sono di oggi i sospetti lanciati da Saviano e dal Fatto Quotidiano su possibili infiltrazioni mafiose all’interno del PD. Come in Puglia anche in Campania la campagna acquisti del PD è pesante, ne è testimonianza l’ingresso, a sostegno dei Democratici, di Demita, che nonostante ormai fuori dalla politica nazionale, continua ad avere notevoli influenze e seguito elettorale a livello territoriale.

Assai spinosa risulta essere la region Veneta. A livello teorico la vittoria Leghista e del centrodestra dovrebbe essere scontata, ma, ancora una volta, a vantaggio del PD renziano e della candidata Alessandra Moretti (ex Bersaniana ed ora Renziana doc), vi è la scissione occorsa nella Lega tra il candidato ufficiale di Lega e FI, Luca Zaia ed il sindaco di Verona Flavio Tosi, non sostenuto da Salvini, ma che comunque ha deciso di correre in solitaria. Tale frammentazione inevitabilmente getterà numerosi dubbi nell’elettorato leghista e di CDX considerato il gran seguito che hanno sia Zaia che Tosi. Taluni potrebbero decidere di votare PD o M5S che presenta alcune idee “antisistema ed anticasta” comuni alla Lega, o, cosa ancora più probabile, potrebbero andare ad infoltire le schiere degli astensionisti.

Più canonica la situazione dell’Umbria dove pare avvantaggiata la Presidente Uscente Marini, del PD, sostenuta oltre che dai Democratici anche da SEL.

Analoga situazione nelle Marche, con l’anomalia che il Presidente PD uscente, Gian Marco Spacca, ha abbandonato il centro sinistra per il centrodestra; la sua lista Marche 2020 ha raccolto gli ingrassi di Area Popolare ed è sostenuta da FI. Il candidato PD è il giovane sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli che può confidare anche nel supporto dei Popolari-UDC.

In una situazione, che comunque vede ancora avvantaggiato il PD di Renzi, secondo solo agli astensionisti, ma del tutto fluida ed incerta e con il centrodestra che ha legato l’esito della tornata alle urne (principalmente in Toscana, Veneto, Liguria e Campania) alla tenuta e sopravvivenza del Governo, fervono le manovre ed i lavorii in vista della campagna elettorale, lustrando e preparando le “armi mediatiche” e le scoccate comunicative.

08/05/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

La scena politica che orbita attorno all’Italicum

Mentre le attenzioni del mondo e dell’Europa, tanto istituzionale quanto civile, sono puntate sull’ennesimo disastro che ha coinvolto il barcone di migranti dalla Libia, solo uno tra tanti dei quali si è già parlato e di molti altri di cui forse non si conosce neppure l’esistenza, e che nonostante tutto testimonia l’incapacità totale della UE di riuscire a gestire e mitigare un gravissimo problema se non incidendo summit e vertici d’urgenza (anche se a distanza di ben 5 – 6 giorni dall’evento tragico) senza però convergere a concreti e tangibili risultati, come dimostra la periodicità di simili “disgrazie” (avevo già scritto in merito e non ritengo opportuno scriverne ancora, mi taccio, ascolto e tristemente constato: Disastro 06/10/2013 – Disastro 13/05/2014); e mentre a livello economico è ancora la vicenda di Atene, sempre più vicina anche secondo la BCE ad un default pilotato cercando di salvaguardare l’Euro, a tener banco, con il decreto del Governo “Tsipras” che impone il deposito della liquidità degli enti locali presso la Banca Centrale Greca per consentire il pagamento di stipendi, pensioni ed un anticipo dei rimborsi che dovranno essere corrisposti nei prossimi giorni (Aggiornamento Grecia 19/04/2015), in Italia il dibattito è in gran parte incentrato sulla legge elettorale Italicum.

L’ultimo aggiornamento in tema “Legge Elettorale” è davvero un colpo di scena, una mossa che non può non sancire la definitiva rottura nel PD. Che poi la minoranza DEM incassi questo nuovo affronto, dopo le dimissioni del Capogruppo Speranza, senza colpo ferire, inghiotta il rospo e continui, come fatto fino ad ora, a rimanere sempre più evidentemente insignificante, ed anche poco utile al paese, all’interno del PD è altra storia e, visti i precedenti, potrebbe pure accadere. Il PD ha deciso infatti di sostituire a tempo, in altre parole “epurare” per l’esame della legge, nella Commissione Affari Costituzionali, che ha il compito di pronunciarsi sull’Italicum, i 10 suoi membri che risultavano non allineati alla linea di partito, vale a dire disposti a portare avanti l’Italicum così com’è. I 10 nomi sono di primissimo piano e comprendono tra gli altri D’Attorre, Bersani, Bindi, Cuperlo. L’entourage del Premier si è affrettata a minimizzare asserendo che la decisione è stata presa di comune accordo con i 10 interessati all’interno dell’assemblea di partito testimoniando “grande responsabilità e dedizione”, versione immediatamente smentita da Cuperlo e “compari” che invece la ascrivono ad atto di forza autoritario la cui conseguenza sarebbe l’approvazione della legge senza che essa abbia la maggioranza e senza il rispetto del dialogo e del confronto necessario in democrazia che caratterizza il processo parlamentare tipico del potere legislativo, per costituzione non nelle mani del governo. Rosy Bindi si spinge oltre, e sostiene, non voce solitaria, che qualora il Premier decidesse di porre la fiducia su questo tema la tenuta del Governo e della Legislatura sarebbe seriamente messa in discussione e si avrebbe la scintilla necessaria e mai trovata fino ad ora affinché nasca una nuova formazione di Centro-Sinistra.

La minoranza interna è pronta a sfidare l’Esecutivo in aula e non è l’unica, perché contro la riforma elettorale si sono schierati anche l’alleato di Governo Scelta Civica, SEL, M5S e FI. M5S è pronta a sostenere la minoranza DEM, mentre FI e Scelta Civica hanno già dichiarato la loro intenzione di abbandonare l’aula. Il Premier Renzi da par suo è determinato a voler portare a casa un’altra vittoria approvando la legge così com’è, nei tempi stabiliti (27 aprile passaggio in aula del testo definitivo) e senza scendere a compromessi, non vorrebbe porre la fiducia, ma, se costretto, si dice disposto a farlo consapevole che ciò comporterebbe problemi di stabilità nella tenuta del Governo.

La battaglia dunque è attesa alla Camera dove se gli oppositori alla Legge unissero le loro forze potrebbero essere sufficientemente forti da poterne bloccare l’Iter richiedendo un nuovo passaggio in Senato. Gli emendamenti presentati sono stati 135, di cui 97 ammessi (11 presentati dal PD che si è impegnato a ridurli al minimo per spostare lo scontro in aula), da oggi iniziano le votazioni e si protrarranno fino a giovedì-venerdì.

Gli scenari che si potrebbero aprire sono dunque limitati.

Una possibilità è che la minoranza DEM composta dai 10 “epurati” (a tempo, perché si tratta di un allontanamento solo in vista dell’esame dell’Italicum che lascia spazio effettivamente a perplessità: è possibile cambiare una commissione con una più allineata? In tal caso a che servirebbe quel passaggio se già in partenza si conoscono le posizioni, in quanto messi lì ad hoc, di coloro che si dovranno pronunciare?) rientri nei ranghi supporti il Segretario di partito e, senza ricorrere alla fiducia, l’Italicum venga approvato privo modifiche.

Una seconda possibilità è che l’Italicum venga bocciato e richieda un altro passaggio in Senato.

Terza ed ultima possibilità è il ricorso alla fiducia.

La prima opzione sarebbe un successo di Renzi, il quale avrebbe avuto ragione sulla legge ed avrebbe asfaltato ancora una volta i suoi oppositori. Ne uscirebbe ulteriormente fortificato e con un motivo in più per ribadire e dichiarare quanto il suo Esecutivo sia determinato in tema di riforme, vessillo da poter sventolare in Europa con quelle controparti, quali BCE, Commissione, ma anche Bankitalia, che intimano prudenza e fanno notare al nostro paese quanto i conti siano ancora ben lontani dalla stabilità e quanto vicende esterne, ad esempio la telenovella greca che è legata a spread e mercati, possano compromettere i passai avanti fino a qui fatti.

La seconda e terza opzione, che deriverebbero dalla coerenza sulle proprie posizioni della minoranza DEM, comporterebbero la definitiva rottura nel PD, con tutta probabilità l’uscita della minoranza verso un nuovo soggetto politico di centro-sinistra, e darebbero l’opportunità al Premier di valutare l’orizzonte di elezioni anticipate che ufficialmente non vorrebbe affrontare, avendo ribadito più e più volte che il termine per questo Esecutivo è posto al 2018.

In uno scenario così frammentato, senza veri avversari, senza una formazione di centro destra pronta a sfidare il Premier e con le divisioni interne al PD che mostrano quanto sia debole una minoranza così poco organizzata (pur avendo avuto varie opportunità in passato ha scelto di non organizzarsi autonomamente senza avviare la creazione ed il consolidamento di un soggetto a sinistra del PD che qualche margine di manovra lo avrebbe), la vittoria di Renzi con un’affermazione numericamente ampia e tale da consentirgli di creare un Governo a sua immagine e somiglianza, come sta già provando a fare, ma con l’aggiunta della legittimazione popolare in vere elezioni nazionali, pare scontata. Forse proprio l’assenza di una differente legge elettorale rispetto a quella attuale, diversa per Camera e Senato, rappresenta il solo dubbio nella mente di Renzi, mentre la debolezza intrinseca degli avversari, consapevoli di ciò, può richiamarli all’ordine e non rischiare l’azzardo.

 

21/04/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

Direttrici che non portano alla crescita ed all’aumento dei livelli di benessere

La condizione economica attuale è complessa, difficile e probabilmente per la sua evoluzione, volendo considerare come punto iniziale la crisi statunitense dei mutui subprime, estesa poi nel continente europeo mutando da principalmente finanziaria a riguardante i debiti sovrani, interi Stati fino ad assumere connotazioni sistemiche, unica nella storia. Simili frasi sembrerebbero ormai retoriche per quante volte sono state ripetute. L’azione politica però non pare comprenderlo. Mai come in questo momento servirebbero visione, azione comune, focalizzazione verso gli obiettivi di ritorno al benessere collettivo, di collaborazione e di cooperazione, mettendo per un  attimo da parte lo scontro tra i partiti e tra gli interessi delle nazioni che in contesti “normali” possono essere, nei limiti del bene della Res Pubblica, accettabili. Così dovrebbe essere sia a livello europeo che nazionale. Ciò a cui stiamo assistendo su ambedue i livelli invece è un comportamento quasi diametralmente opposto, con dichiarazioni che danno il senso dell’urgenza di alcune azioni, ma fatti che smentiscono quanto detto pochi istanti prima; così è sia un Europa che in Italia.

Non mancano giorni in cui si nota che la soluzione della crisi è ancora lontana pur negli alti e bassi dell’ evoluzione di un qualsivoglia scenario. In Europa ad esempio sono prepotentemente tornati a manifestarsi il problema dell’immigrazione, dei rapporti con gli stati limitrofi, le varie crisi socio – economico – umanitarie che vanno dalla Russia alla Libia arrivando fino al centro Africa. Ancora più l’inviluppo della crisi greca che può essere ascritto ad emblema della non cooperazione politica a Bruxelles. Già si è detto che il salvataggio greco iniziale sarebbe costato ben meno del protrarre oltremodo ed inconcepibilmente uno stillicidio, peraltro senza avere un piano ben definito a priori, ma agendo all’evenienza fino ad arrivare a questi giorni, dove si sente parlare sempre più insistentemente del default, più o meno pilotato e concordato, di Atene. Il debito greco non è più onorabile dalla penisola ellenica, tale è l’opinione condivisa da tanti economisti. Molto probabile che questa evenienza, pur smentita dal Governatore Draghi, sia assai concreta. Ne parlano da mesi nella City londinese e JP-Morgan (come altri istituti) ha da tempo iniziato a proporre ai suoi clienti piani per affrontare una GrExit. La stessa Germania si sta preparando ad un default greco ma senza uscita dalla moneta unica che comporterebbe la prosecuzione di una corsa agli sportelli bancari, già comunque in corso per mantenere in Euro il proprio capitale, e forse la deflagrazione del tentativo di unione.

Modi di agire simili, anche qualora la Grecia si salvasse, confermano la totale lontananza dai concetti di Prosperità, Progresso e Protezione che dovrebbero essere alla base dell’unione, senza spingersi in sentimenti più romantici come collaborazione, spirito di appartenenza ad una stessa comunità, solidarietà e condivisione dei rischi e dei benefici.

Analogo ragionamento può essere fatto per l’Italia. Anche gli ultimi dati confermano, nonostante tassi di interesse mai bassi come ora, un prezzo del petrolio al momento ancora più che vantaggioso, mutui potenzialmente a buon mercato e prezzi delle case decisamente diminuiti, una situazione che mantiene alti livelli di complessità.

Il debito pubblico ha fatto segnare un nuovo record sfondando quota 2169 miliardi con crescenti spese centrali e spese locali in diminuzione, la disoccupazione tende a migliorare leggermente, ma attestandosi comunque a fine anno ad un inaccettabile 12.6% con aumento dei disoccupati di lungo termine, ossia coloro che più difficilmente potranno trovare impiego, magari depauperando un patrimonio d’esperienza e di conoscenze che potrebbe sicuramente ancora risultare d’utilità. Il credito in Italia rimane difficile, tra i più difficili in europa, non in grado di supportare il mercato immobiliare (affossato anche dall’incertezza normativa sulla tassazione) nè di appoggiare gli investimenti che latitano. Gli investimenti necessari in Italia sono molti e fondamentali, ovviamente dovranno essere razionali e lungimiranti, ma servono e servono sia quelli per piccole opere come la riqualificazione del territorio, delle scuole, la riconversione energetica e lo spostamento verso un modello economico più sostenibile sul quale Renzi dice di puntare con convinzione, sia quelli per grandi opere e, come i crolli nelle scuole ed i periodici disastri dovuti al maltempo sono la dimostrazione del bisogno dei primi, i grandi crolli infrastrutturali (ultimamente ponti e viadotti) fanno da testimoni della necessità dei secondi.

Nel paese invece la politica è tutta catalizzata su alcuni temi: la legge elettorale Italicum che ha comportato una profonda spaccatura nel PD e le dimissioni dell’ex capogruppo Speranza (uno dei pochi che si è dimesso per dissenso politico e non per indagini o scandali), il dissenso da parte del M5S e di FI che assieme alla minoranza DEM hanno scritto lettere separate ma dallo stesso contenuto (l’ipotesi fiducia sulla legge elettorale sarebbe un attentato alla democrazia) al presidente Mattarella; le regionali con le difficoltà del PD in Liguria, aumentate a seguito delle indagini sulla candidata Paita per i dissesti idrogeologici essendo lei all’epoca assessore competente in materia, e con quelle di FI in Puglia. Infine a non tarderanno troppo le discussioni sull’impiego del tesoretto da 1.6 mld €, potenziale goloso benefit elettorale.

Il tesoretto come già riportato (LINK) è una numero previsionale derivante da un miglioramento della stima del rapporto deficit/PIL di 0.1%. Le previsioni iniziali sul PIL 2015 del Governo erano di +0.6% e sono state aggiornate nell’ultimo DEF a 0.7% (ma sempre di previsione di tratta). L’intenzione del Governo pare quella di spendere la somma quando ha ancora fattezze virtuali. Il rischio che sì corre è che, avesse ad esempio ragione il Fondo Monetario con la sua stima di crescita riferita all’Italia portata a 0.5% (in miglioramento), il paese si troverebbe nella condizione in cui mancherebbe di 1.6 mld più 1.6 mld derivanti dalla differenza di 0.2% tra lo 0.7% stimato e lo 0.5% reale, più altri 1.6 mld dovuti alla spesa in deficit già effettuata.

Come al solito prenderò un abbaglio, ma la sensazione è che, seguendo le direttrici impostate da UE ed Italia, difficilmente si potrà impostare un percorso virtuoso per incrementare, senza sperare di tornare ai livelli precedenti, il nostro grado di benessere. Questo è un presentimento che spero vivamente provenga da uno di quei piccoli gufi che saranno a breve smentiti.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Mutevoli rapporti di forza politici ostacolano le azioni da intraprendere sull’economia

La riforma costituzionale ha superato anche lo scoglio della Camera in seconda lettura. Per la definitiva approvazione rimangono dunque altri due passaggi, uno al Senato e l’ultimo nuovamente alla Camera. Il risultato del voto è stato di 357 favorevoli, 125 contrari e 7 astenuti, una vittoria con margine, ma che non raggiunge i 2/3 dell’Emiciclo, quorum sotto il quale è consenta la richiesta di un referendum popolare, opzione che Renzi, per poter proteggere la riforma con l’approvazione e il gradimento dei cittadini, vorrebbe seguire.  Pronosticare la vittoria del Sì non era a priori troppo difficile (LINK), le maggiori tensioni ed incertezza erano invece relegate nell’assetto che sarebbe scaturito dal delicato passaggio parlamentare. La scena politica italiana è ormai trasversalmente frammentata e parlare in un tale contesto di bi o tri-polarismo è quantomeno fuor di luogo. Tale mosaico è il preludio per una battaglia che probabilmente sarà più aspra di quella a cui si è appena assistito, ossia la votazioni di Maggio, quasi in concomitanza alla elezioni regionali, sulla legge elettorale “Italicum”. L’eredità lasciata dal primo passaggio alla Camera (II lettura) della riforma costituzionale è pesante ed in certi lembi contraddittoria.

La Lega, che ha votato no, ha subito la definitiva scissione tra la coppia Salvini-Zaia e Tosi, frattura che risulterà particolarmente influente per la corsa alla regione Veneto, dove la vittoria leghista sarebbe quasi scontata se il partito fosse unito. In questa conformazione, con Tosi che potrebbe dare vita ad una sua lista basandosi sulla fondazione che presiede e supportato da Italia Unica di Corrado Passera, gioisce la renziana  (ex Bersaniana di ferro) Alessandra Moretti e per transitività lo stesso Premier.

Forza Italia ha votato no alla riforma del Senato, ma non è stato un voto unanime o come si legge su qualche giornale coeso, bensì è stata una dichiarata manifestazione di “affetto” nei confronti del “patron” Silvio Berlusconi che intervenendo qualche giorno fa a Bari aveva informato della linea ufficiale di FI contraria alla riforma. Con una lettera 17-18 esponenti di FI anche di un certo peso e probabilmente facenti capo a Verdini tra i più filo-governativi dello schieramento di CDX, hanno mostrato il loro dissenso pur nel rispetto della linea dettata dall’ex Cavaliere, il quale ha aggiunto che il Nazareno è ufficialmente morto, infranto unilateralmente dal PD.

Nel Partito Democratico la minoranza DEM, come scontato, si è allineata nuovamente a Renzi appoggiando la riforma, tranne alcune defezioni come quella di Stefano (coerenza) Fassina. Un ultimatum, uno dei tanti, è stato lanciato al Premier da Bersani-D’Attorre-Bindi, informandolo che questo è l’ultimo voto partorito a “denti stretti”, non sarà la stessa cosa per l’Italicum che non verrà appoggiato senza modifiche in particolare alla conformazione delle liste.

Il M5S ha disertato l’aula confermando la sua apertura solo per discutere in merito a Rai e salario minimo.

SEL ha votato contro.

Le contraddizioni che emergono sono lampanti.

FI ha votato contro la riforma costituzionale del Senato pur avendola appoggiata tal quale in prima lettura e, se vogliamo, scritta all’interno del Patto del Nazareno ed il contenuto della lettera di dissenso dalla linea ufficiale è pressappoco questo. Infatti se la riforma era ritenuta buona in prima lettura per quale motivo non dovrebbe esserlo in seconda (A rigor di logica come dar loro torto)?

La minoranza PD, lanciando l’ennesimo ultimatum (tanto che associare i termini “minoranza-Dem” ed “ultimatum” sta diventando quasi ossimorico), dice di aver ingoiato questa riforma, ma non farà altrettanto con l’Italicum senza modifiche. Visti i precedenti e la scarsa fermezza, difficile crederlo, ma le motivazioni che adducono non sono affatto campate in aria. Se coma pare evidente il Patto del Nazareno non sussiste più perché ostinarsi a voler  mandare avanti la riforma simbolo del sodalizio? Oltretutto lo stesso Premier Renzi aveva in più di una occasione sostenuto che certi elementi dell’Italicum non erano di suo gradimento, ma necessari nel compromesso con Berlusconi affinché si potesse arrivare nel giro di poco tempo ad una nuova legge elettorale accettabile. Ora il Premier, libero dal Nazareno, potrebbe avere l’opportunità, dal suo punto di vista, di migliorare la riforma elettorale eliminando i punti che non gradisce: genererebbe un testo totalmente suo e del PD tanto da poterlo addirittura nominare, proseguendo l’odioso vezzo latinista (non me ne voglian i furon Cicerone o Seneca), “Renzellum”. Il Presidente del Consiglio non pare però orientato verso questa possibilità, giustificando con la solita voglia di portare a casa le riforme nel minor tempo possibile. Talvolta questo compromesso è necessario, perché l’ottimo non è raggiungibile o i tempi sono eccessivamente stretti e quindi si deve puntare rapidamente al meglio possibile al momento che non è quello assoluto. In tale situazione una simile motivazione non tiene. Attendere qualche mese in più o in meno rispetto a maggio, quando le elezioni regionali si saranno già tenute, non cambierebbe assolutamente nulla a meno che non siano ipotizzate, temute o ricercate elezioni anticipate.

Il sentore, pressoché certo, è che anche la situazione di stallo che si sta delineando non sia finalizzata ad ottenere riforme utili e per quanto più possibile ottime per il paese. I ragionamenti che dominano sono contraddittori e logicamente insensati: una riforma votata ed appoggiata tessendone le lodi in prima lettura diventa vittima di veti in seconda lettura da parte degli stessi individui, parimenti una riforma dichiaratemene ritenuta mal concepita viene appoggiata con un voto condizionato al fatto che la prossima volta non sarà così. Un comportamento che, oltre a dimostrare in modo oggettivo che gli interessi partitici prevaricano quelli del paese, prova inconfutabilmente che sovente anche il merito stesso della riforma è decisamente un elemento secondario rispetto agli incastri di potere, ai rapporti di forza, agli interessi partitici e talvolta personali.

Il momento, pur con qualche spiraglio positivo, accolto con troppo clamore e sbandierato quasi fosse giunta la fine del circolo vizioso in cui l’economia italiana e, nelle sue diversità geografiche, quella europea sono precipitati, tra cui il calo dell’Euro e dello Spread, il mercato dell’auto in recupero ed una previsione di crescita per il Q1 2015 in una forbice tra -0.1 e +0.3% con media di +0.1, continua ad essere fragilissimo. A ricordarlo sono i dati ed i numeri: l’Istat ha certificato il calo della produzione industriale nel mese di gennaio: -2.2% su anno e -0.7% sul mese. Anche il credito a privati ed imprese è in flessione rispettivamente di: 1.8% su anno (era in calo del 1.6% a dicembre) e 2.8% (-2.3% a dicembre), mentre aumentano le sofferenze bancarie. I dati sulla produzione industriale potrebbero essere leggermente influenzati dalla stagionalità, infatti nei mesi di dicembre e gennaio le giornate di lavoro si riducono (ma dovrebbero aumentare i consumi e la propensione alla spesa ed all’indebitamento). Dai dati su produzione industriale e sul credito si comprende una volta in più la necessità di sostenere domanda interna e ed export, fortunatamente buono, incrementando il potere d’acquisto e la disponibilità economica delle famiglie in questo frangente ciò può derivare quasi esclusivamente da sgravi fiscali mirati sui salari e sul carico fiscale delle imprese e da investimenti, che inizialmente non potranno essere altro che pubblici, per creare lavoro e conferire capacità di spesa a chi ora non ne ha. Di pari passo poi dovranno andare le riforme per facilitare il lavoro e lo sviluppo delle imprese attualmente ancora soffocate da peso di fisco e burocrazia. La debolezza del credito fa inoltre riflettere sul fatto che pur con ingente liquidità circolante le banche siano restie a concederne di altro, anche per via delle sofferenze in aumento, per tale ragione da una parte il QE può aiutare a diminuire tali sofferenze liberando i bilanci degli istituti da alcuni tipi di cartolarizzazioni, dall’altra la presenza costante dell’intermediario bancario che si frappone tra la liquidità e l’economia reale rende complessa l’equazione tra QE e “liquidità disponibile al consumo” (LINK).

Le riforme sono un elemento chiave ed è necessario che vengano affrontate secondo priorità, in questo momento la priorità non dovrebbe essere sulla legge elettorale, ma sono la burocrazia, l’economia, la giustizia, la lotta alla corruzione ed all’evasione che devono essere mandati avanti. L’Europa, ancora alle prese con la Grecia per arrivare ad un compromesso sulle riforme in merito alle quali (ironia della sorte) è proprio l’UE a chiedere flessibilità allo stato ellenico, ci misura sulle riforme e Moscovici, commissario economico UE, ha ricordato che all’Italia sono state risparmiate, applicando il massimo della flessibilità concessa dai patti e ritenuta possibile, le procedure di infrazione per debito eccessivo e per sforamento del percorso di riduzione del rapporto deficit/pil esclusivamente per il programma di riforme ritenuto ambizioso e promettente. L’Italia inoltre, attraverso la CdP (chissà se la nuova obbligazione CdP è funzionale a questo scopo), ha provveduto a sostenere il piano di investimento Juncker con 8 miliardi. Altri 8 sono arrivati dalla Francia e 10 dalla Germania. Ciò dovrebbe consentire secondo le stime di sbloccare investimenti nel nostro paese per circa 20 miliardi che andrebbero allocati su banda larga, PMI ed infrastrutture. Da sperare e confidare che i denari teorici che torneranno a fronte degli 8 miliardi elargiti dalla CdP a Bruxelles (per ora il piano Juncker incassa invece di distribuire, quando in linea teorica per ognuno dei 21 miliardi messi a disposizione da UE e Bei se ne dovrebbero generare 15 di investimenti) siano spesi nel migliore dei modi e con i migliori risultati possibili in termini di aggiornamento infrastrutturale, creazione di valore aggiunto e di posti di lavoro. In sostanza che contribuiscano a creare le basi necessarie ad attirare altri investimenti (la banda larga e l’istruzione digitale sono fondamentali affinché un’azienda decida di investire).

Per quanto detto parrebbe facile capire che la politica italiana e la cornice economica che la contorna dovrebbero andare di pari passo, invece non è così. Ad ogni diramazione la politica sembra voler procedere autonomamente quando invece in questa fase l’interazione con l’economia, per migliorare la situazione del paese e dei cittadini, dovrebbe essere il principale obiettivo.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Archiviata la Grecia focus sul Quirinale: dal voto 4 il candidato può essere solo….Nazareno

Archiviato il voto ellenico, adesso il fronte principale che sta catalizzando tutta l’attività politica italiana ed il dibattito correlato, è uno solo: la corsa al Quirinale, giungendo così alla terza ed ultima data fondamentale di un’intensa settimana (LINK).

Riguardo alle elezioni greche si badi bene che l’archiviazione si intende solo in riferimento all’atto “fisico” perché le conseguenze dell’esito, sorprendente non tanto per la vittoria di Syriza già ampiamente prevista ed a maggior ragione non essendo stata raggiunta la maggioranza assoluta di 151 seggi (Tsipras ne ha ottenuti 149), quanto per l’alleanza con la formazione di destra Anel, costola fuoriuscita da Neo Demokratia proprio per la linea più marcatamente Anti-Europa e guidata da Panos Kammenos (curioso il suo interesse ed impegno sulle scie chimiche, evidentemente ogni paese ha un partito impegnato su quel fronte), potranno essere comprese solo nei prossimi giorni. I piani di Tsipras sono noti (LINK), come riuscirà a realizzarli e soprattutto con quali risorse economiche ancora no e questo punto è di primaria importanza. L’Eurogruppo tenutosi nelle ore scorse si è concluso con una dichiarazione unanime diramata dal Presidente Dijsselbloem secondo la quale l’UE è in attesa della proposta del Primo Ministro greco per poi avviare le trattative, i negoziati e trovare una soluzione condivisa. Sicuramente rispetto all’alleanza coi socialisti moderati del Pasok o con To Potami, prima delle elezioni ritenute le più probabili per le maggiori affinità con Syriza, lo spostamento verso una formazione marcatamente di destra, col quale Syriza condivide solo ed esclusivamente il rifiuto della Troika, deve aver innalzato il livello di preoccupazione dell’Unione. L’offerta di Tsipras a Kammenos dei Ministeri dell’interno e della difesa, nonostante le posizioni sull’immigrazione siano diametralmente opposte: Syriza favorevole all’accoglienza mentre Anel ai respingimenti anche forzati, mette in evidenza la determinazione del nuovo Primo Ministro nell’interrompere il programma della Troika e forse intraprendere la via della rinegoziazione del debito (pare una quota del 60% dei circa 322 miliardi totali). L’ipotesi non sarebbe drammatica per le casse europee, degli stati creditori (24 miliardi per l’Italia ed una sessantina per la Germania ad esempio, il fatturato di una multinazionale media) o delle istituzioni che lo detengono (incluso FMI), ma risulta assai problematico se visto come “precedente” che potrebbe essere a breve seguito dalla Spagna con il partito Podemos e poi da tutti quei paesi inseriti nel programma Troika e che lo hanno rispettato fino alla fine (Irlanda, Portogallo ecc). Atene di qui al 2020 dovrà rimborsare solo l’FMI (riporta Federico Fubini, giornalista economico di Repubblica), quindi il Fondo Monetario dovrebbe essere il primo a risentire materialmente di una ipotetica rinegoziazione, si comprende pertanto la dichiarazione del Governatore Lagarde che esclude categoricamente l’ipotesi che la Grecia possa non adempiere ai suoi impegni. Rimane dunque da attendere la proposta Tsipras e l’entità della mediazione alla quale l’Europa e la Troika gli chiederanno di adattarsi.

Passando al Quirinale è ovvio che le manovre alla volta del Colle, pur nel tentativo di sminuirle ed oscurarle, sono da tempo iniziate, ma, con le consultazioni del Premier prima interne al PD ed a seguire con tutti gli altri partiti, il via è ufficializzato.
Di nomi ne circolano tantissimi, tanto che se fosse vero l’aneddoto secondo cui l’essere menzionato preventivamente comporterebbe la non elezione (cosiddetta “bruciatura”), la rosa sarebbe alquanto ristretta, quindi non si andranno ad avanzare ipotesi o stilare probabilità tra i vari candidati non avendone agnosticamente gli strumenti.
Interessante risulta invece notare come il Premier, in modo corretto quando si parla di elezione del Presidente della Repubblica, voglia convergere verso una soluzione condivisa tra tutte le varie forze politiche. Sta a Renzi nella sua carica, presentare un nome che il Parlamento, o meglio i grandi elettori, andranno a votare. La figura sulla quale pare vi sia condivisione è quella di un garante delle istituzioni, che ne sia conoscitore, alto profilo e politico super partes (in calo l’ipotesi di un tecnico).
Il proposito di Renzi di voler trovare una soluzione condivisa però va a sbattere con le dichiarazioni di voler presentare un nome venerdì sera o sabato mattina, proprio appena prima della quarta votazione quando il quorum si abbasserà e saranno sufficienti solo 505 dei 1009 grandi elettori, in modo da emettere fumata bianca al voto numero 4 di sabato pomeriggio. Alle prime tre tornate invece ha richiesto scheda bianca (identificabile dal basso tempo di permanenza all’interno del seggio).
Se di condivisione ampia si parla essa dovrebbe essere quantomeno tentata fin dalle prime votazioni, cosa esclusa a priori. Il che vuol dire che la condivisione sostanziale deriverà principalmente dall’asse Renzi-Berlusconi (che si voglia chiamare candidato Nazareno è solo una formalità, ad essere importante è il concetto), cioè coloro che dispongono di un maggior bacino tra i grandi elettori. Alla luce di ciò si potrebbe essere portati a pensare che Renzi ritenga improbabile il supporto condiviso anche da altre forze politiche oppure sospetti in un ampio numero di franchi tiratori da ambedue le parti ( i circa 200 calcolati consentirebbero elezioni già ai primi turni).
La parte del PD che, pur appoggiando un candidato condiviso, si oppone alla creatura di Largo Nazareno ed afferma perentoriamente di non volerlo votare, dovrà chiarirsi le idee comprendendo che nel caso stessero al gioco del Premier votando il candidato alla quarta votazione sarebbero loro ad andare a rafforzare il Nazareno e non viceversa. Insomma, dal voto 4 in poi il Nazareno dominerà e gli altri, se vorranno e se magari avranno trovato nel candidato proposto da Renzi la figura che reputano adatta, si saranno adattati all’accordo Renzi-Berlusconi senza averlo influenzato in alcun modo, ma essendosi semplicemente fatti travolgere dal suo impeto.
Il Premier pare inevitabile che dovrà e vorrà appoggiarsi a Berlusconi il quale ha consentito con i suoi voti di far passare alla Camera, nonostante Gotor, l’Italicum. Berlusconi ha accettato il premio alla lista (soglia 40%) di primo acchito penalizzante per FI, probabilmente supponendo di poter arrivare secondo alle prossime elezioni dopo aver portato a compimento un profondo processo di riorganizzazione del partito (quindi punterebbe ad elezioni non troppo vicine nel tempo). Come contropartita per l’appoggio a Renzi, il Cavaliere potrebbe avanzare alcune richieste sul nome del Presidente e sul decreto fiscale in discussione il 20 febbraio (che potrebbe essere anche uno strumento di ricatto nei confronti di Berlusconi stesso). Il “Presidente tipo” secondo le presunte esigenze berlusconiane dovrebbe essere poco decisionista e poco incline allo scioglimento delle Camere, cosa peraltro utile in questo frangente anche a Renzi, e garantista riguardo ai problemi legali. Non parrebbe difficile quindi giungere a convergenza visto che l’eventuale provenienza dal PD, a condizione che non sia un tecnico e che abbia un alto profilo neutrale, è un elemento accettabile ad Arcore.

La parte del PD che si è detta contraria ad un Presidente della Repubblica partorito dall’asse Renzi-Berlusconi, quindi i vari Bersani, Fassina, Chiti, se vorrà provare a proporre un proprio nome dovrà necessariamente farlo non avendo fino a venerdì-sabato conoscenza certa di quella che sarà la proposta Renzi (l’incontro Renzi-Berlusconi dovrebbe essere l’ultima tra le consultazioni del Premier) e dovrà muoversi immediatamente nelle prime tre tornate.
Se il numero degli Anti-Nazareno del PD, al momento ignoto, risulterà cospicuo e riuscirà nella missione impossibile di far fronte comune con Civati, SEL e M5S, a raccogliere ulteriori consensi nel PD, qualche elemento del centro e, perché no, qualche dissidente di FI, ed a proporre un nome irrifiutabile dal PD tutto, potrebbe esistere una concreta, purché minima vista la solidità del Nazareno e gli interessi che si celano dietro di esso, possibilità di scalfire il Patto e di aprire l’ascesa al Colle ed un “terzo” per altrui incomodo.

Link:

  1. La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno
  2. L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato

26/01/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno

Decisamente mobile e forse è riduttivo definirla così, tanto la situazione politica italiana, alla vigilia del delicatissimo ed importantissimo passaggio delle elezioni Quirinalizie, è incerta e lascia aperto ogni genere di pronostico.

Poiché le riforme costituzionali sono slittate a febbraio, i nodi che in questo frangente risultano essere più critici sono la modifica della legge elettorale con l’introduzione dell’Italicum e le elezioni del nuovo Presidente della Repubblica.

L’Italicum dopo la bocciatura dell’emendamento “Gotor” ed il passaggio in Senato di quello “Esposito” rinominato Super-Canguro, che ha cancellato qualcosa come 35’000 emendamenti, sembra aver ormai superato la fase critica grazie al supporto fondamentale di Berlusconi che ha sopperito alla defezione di voti concordi interni al PD ed il venturo approdo alla Camera non dovrebbe riservare sorprese. La nuova legge elettorale però non ha lasciato intonso il campo di battaglia Parlamentare ed ha portato alla palese evidenza due circostanze che non possono essere silenziate in modo semplicistico. La prima è che sia in Forza Italia, sia soprattutto nel PD vi sono importantissime divisioni interne che dissentono dalla linea Berlusconiana da un lato e Renziana dall’altro in modo più che marcato. Esse si possono ricondurre all’ala facente capo a Fitto in FI (una quarantina di seguaci circa) e quella senza un leader definito ma che raccoglie oltre a Gotor anche Civati, Fassina, Cuperlo, Mineo, Chiti, Mucchetti, Bersani e del quale nessuno sa la reale entità, si ipotizzano circa 110 o 140 ma potrebbero essere sicuramente di più visto che nelle file più orientate a sinistra del PD la critica nei confronti del Premier è diffusa ed ultimamente in crescita. Le due correnti si oppongono in tutto e per tutto al patto del Nazareno che guardano con sospetto come una consegna in ostaggio al partito avversario per definizione.

La spaccatura sull’Italicum ha legittimato una domanda che aleggiava già da tempo, cioè se la maggioranza di Governo sia ancora quella che Renzi presentò al presidente della Repubblica Napolitano nel momento in cui fu chiamato a succedere ad Enrico Letta. Probabilmente non lo è più e probabilmente e se non fosse che il seggio del Quirinale è coperto dal facente funzione Grasso (che pure ha tutti i poteri del Capo dello Stato) ci sarebbero gli estremi affinché venisse chiesta una verifica Parlamentare ed eventualmente uno scioglimento delle Camere. Ovviamente ciò non accadrà e tutto rimarrà in stallo fino alle elezioni che inizieranno Giovedì 29; quello sarà il campo da gioco dove, grazie al voto nascosto dal catafalco, potranno verificarsi clamorosi ribaltamenti e colpi di scena dopo i quali tutto sarà davvero possibile.

Le elezioni al Quirinale saranno un esame principalmente per il PD, benché il Premier tenti di mediare per mantenere una difficile ed ormai innaturale unità nel partito. L’ala di Fitto in FI non pare in grado di impensierire e neppure sembra poter instaurare una qualche alleanza strategica di peso. I Democratici invece devono portare a termine un’importante riflessione che dopo il caso Cofferati non può più essere rimandata. Necessariamente devono chiedersi che futuro vogliono avere e decidersi una volta per tutte. Mentre Bersani e Cuperlo, forse troppo legati come del resto molti elettori al marchio PD, han dichiarato di voler rimanere tra i Dem e provare ad indirizzare verso sinistra l’operato di Renzi, Civati ha carpito la proposta di alleanza lanciata da Vendola con apertura verso il M5S per l’elezione del nuovo inquilino del Colle. La rottura tra Premier è Fassina non è più sanabile dopo la dichiarazione dell’Economista Bocconiano secondo cui Renzi sarebbe stato il capo dei 101 che boicottarono Prodi ed anche il paragone dipinto da Cuperlo tra l’attuale PD ed una nuova grande Balena bianca stile DC, però peggiore della DC degli anni 90 poiché ammiccante a destra, lascia vaticinare tensioni imminenti nonostante la pacatezza e l’atarassia infusi dai modi “cuperliani”.

Le mosse che questa parte del PD può mettere in campo sono sostanzialmente due.

La prima è di accettare di rimanere nel PD prendendo però coscienza di non avere possibilità di scalfire le decisioni e la marcia del risolutissimo Renzi che non può permettersi di cessare la sua corsa, anche se talvolta non lascia intendere verso quale destinazione.
Sarebbe per i più sinistrorsi dei democratici l’accettazione dell’insignificanza all’interno del partito che alcuni di loro hanno fondato, in cambio di una buona e solida posizione al governo, accettando che il nuovo bacino dei loro elettori si sposti sempre più dal centro sinistra al centro destra. Del resto, guardando ai numeri elettorali, la mossa è tutt’altro che stupida. L’Italia degli ultimi anni è un paese orientato a centro-destra e questa parte politica non ha attualmente una rappresentanza convincente, così Renzi ha deciso di insinuarsi in questa faglia per fare suoi quanti più elettori possibile subendo di contro qualche perdita sul fronte opposto di centro-sinistra sicuro che il bilancio complessivo della sua scelta sarà positivo. In tal senso, stante il patto del Nazareno, il paragone con una nuova destrorsa Moby Dick calza a pennello.

La seconda opzione dei Dem di sinistra è quella di riunirsi, fuoriuscire e fare fronte comune con SEL ed M5S per battere il Governo, provando a far saltare il patto del Nazareno proprio sul Ring del Quirinale. Se questa mossa riuscisse potrebbe davvero aprire le porte a tutti gli scenari, inclusa la verifica della maggioranza parlamentare, lo scioglimento delle camere e le conseguenti elezioni anticipate, che, contrariamente a qualche mese fa, con i nuovi rapporti di forza potrebbero essere più complesse del previsto per il Premier.
Questa seconda possibilità è ovviamente rischiosa e la scarsa determinazione di Bersani e Cuperlo fanno pensare alla consapevolezza di un numero complessivo di seguaci insufficiente. La posizione di Renzi invece è forte ed il Nazareno sembra solido anche perché Berlusconi ha tutto l’interesse a rimanere in sintonia con il Premier per poter avanzare richieste circa il decreto sul fisco in calendario il 20 febbraio, del resto ha già accettato e votato una legge elettorale che Romani (FI) ha chiaramente detto non essere di gradimento di FI. Per l’ala di sinistra del PD l’unico modo per far saltare il Nazareno tra le forche caudine del Colle è quello di raccogliere un numero consistente di sostenitori e stringersi con SEL, M5S, eventuali fuoriusciti dal M5S e qualche centrista ed andare a proporre fin dalle prime votazioni un nome forte ed autorevole non rifiutabile dal PD ma inaccettabile a Berlusconi. Il primo della lista rimane ovviamente Prodi (M5S dovrà farsene una ragione e finalmente scendere a compromesso se non vuole continuare una politica decisamente poco produttiva rispetto ai voti ottenuti), ma anche lo stesso Bersani, Emma Bonino (con i giustificati dubbi relativi alla sua malattia) oppure, uscendo dall’ambito dei politici di professione alla volta dei tecnici, l’ex Ministro della Giustizia Paola Severino di Benedetto o Ilda Bocassini.
Una volta proposti fin da subito nomi di simil calibro potrà essere messo alla prova il Nazareno che con tutta probabilità ha nei piani di propendere verso l’elezione di una personalità neutrale, non decisionista, poco incline all’azione politica ed allo scioglimento delle Camere, garantista (con Berlusconi in particolare) e magari dal profilo più economico (Visco potrebbe rispondere a queste caratteristiche, anche se ufficialmente, come Draghi, si è tirato fuori dalla corsa).

Non rimane molto da attendere, meno di una settimana, tutta la politica italiana è mobile con l’obiettivo del Colle e del Governo; essa sta operando nella costruzione di alleanze talvolta trasparenti e destinate a durate talvolta celate e transeunte. Si trova di fronte ad un bivio, per ora possiamo solo esercitarci ad analizzare scenari ed avanzare ipotesi più o meno verosimili. Le danze però si apriranno al pubblico mercoledì sera o giovedì mattina con la presentazione del primo candidato ufficiale e poi a partire dalle 15 con l’inizio delle votazioni.

PS: il vero outsider comunque è sempre e solo uno: Giancarlo Magalli!

LINK:
L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato
22-25-29: Board BCE, elezioni in Grecia, inizio votazioni per il Quirinale. Un terno dalle conseguenze importanti ed imprevedibili
Lo strafalcione della norma fiscale del 3% e delle sue contraddizioni nel momento più critico possibile
Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni Qurinalizie e le presidenziali in greche

23/01/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Italicum, normative banche Popolari e Cooperative sulla scena italiana. Diseguaglianza domina il WEF ed il discorso sullo stato dell’Unione USA di Obama

Politicamente importanti in queste ore, soprassedendo per qualche istante la successione Quirinalizia che da tempo anima il dibattito ed in merito alla quale si stanno svolgendo serrati incontri per la definizione del candidato comune più ampiamente condiviso, ma anche strategie alternative atte alla stesura di chissà quali imboscate, sono le discussioni, animatissime come conviene al più consueto italico costume, su Investment Compact e sulla legge elettorale “Italicum”.

Relativamente all’Italicum i punti cardine più caldi sono l’attribuzione del premio di maggioranza e le liste bloccate. La divisione che rischia di far vacillare il patto del Nazareno risiede principalmente nei nodi dell’attribuzione del premio di maggioranza alla lista, ipotesi prediletta dal PD essendo i Democratici il partito con più votanti in assoluto, o alla coalizione, opzione preferibile per FI (non necessariamente a Berlusconi che potrebbe appoggiare Renzi sull’Italicum chiedendo poi sul contropartita al Quirinale) in quanto così facendo esisterebbe una remota possibilità anche per una eventuale coalizione di centro destra da far comunque rinascere dalle sabbie di un deserto tartaro ove attualmente è il nulla, e delle liste bloccate o meno. Riguardo al blocco delle liste invece i maggiori dissensi sono interni al PD ove, secondo i detrattori che annoverano tra le loro fila anche Bersani, Mineo e Civati, l’impostazione renziana consentirebbe la perpetrazione di un Parlamento di nominati. Dopo l’uscita di Cofferati, la quale inevitabilmente apre nel partito un’evidente ferita che prima si cercava di nascondere, ogni tensione interna al PD, inclusa quella sull’Italicum, può essere l’innesco di un’implosione. I Democratici tendono a minimizzare, ma la possibilità è concreta e gli stessi vertici Dem lo sanno bene come sanno, pur rimanendo ignota la reale magnitudo, che l’elezione del nuovo Presidente non sarà immune da quei sentimenti dissenzienti talvolta quasi rancorosi. Sull’Italicum anche in FI si è potuto osservare una presa di coraggio di un manipolo di dissenzienti fattosi col trascorrere delle ore più consistente che nella segretezza del voto Quirinalizio potrebbero far fronte comune con i Democratici “riottosi” .

Passando all’Investment Compact (IC), al suo interno v’è una proposta passata sotto silenzio ma che fa riflettere sullo stato del nostro paese e risponde ad alcuni perché, ma la misura nell’occhio del ciclone riguarda la nuova strutturazione delle banche Popolari e di Credito Cooperativo.

La prima proposta a cui mi riferisco è la garanzia di esenzione da ogni modifica normativa e legislativa, inclusi eventuali pagamenti retroattivi (tanto frequenti in Italia) che nuove norme potrebbero eventualmente introdurre, che l’IC assicurerebbe alle imprese che investono almeno 500 milioni di € in Italia e per tutta la durata dell’investimento. Assolutamente corretta questa misura come corretto e doveroso è cercare di attrarre ed attivare capitali ed investimenti, ma viene da chiedersi perché quello che dovrebbe essere un diritto (più di buon senso ed equità che di conformazione prettamente tecnico-accademica) per tutti: cittadini ed imprese, venga quasi presentato con questa norma dell’IC come una particolare forma di trattamento che è effettivamente assente in Italia, ma un principio comune altrove? Perché se sono un privato cittadino, una PMI, un artigiano o una partita IVA posso subire ogni modifica e mi può essere richiesto di corrispondere emolumenti su periodi trascorsi dovuti a modifiche or ora introdotte ma con attuazione retroattiva che spesso paiono confliggere evidentemente col principio di intoccabilità dei diritti acquisiti che sempre è valido per certi, privilegiatissimi, trattamenti (che magari possono pure giudicare o partecipare al giudizio in merito alla correttezza costituzionale della norma che li andrebbe a penalizzare)? In sostanza si fa passare ciò che dovrebbe essere normale, e lo è ampiamente altrove, come una concessione, che sicuramente potrà portare qualche grande investimento in più, ma potrebbe far pensare a qualche PMI (quelle che non lo hanno già fatto) di essere finite nel paese sbagliato. Ben vengano i grandi investimenti e ben vengano tutte le misure al loro sostegno, ma bisogna far in modo che anche le PMI e gli artigiani godano di simili o medesimi trattamenti così da dare spinta anche agli investimenti medio-piccoli, che, viste le dimensioni medie ed i fatturati medi del tessuto imprenditoriale nostrano, possono coinvolgere un gran numero di soggetti al momento senza possibilità di investire, ma che sommando ed incanalando il loro potenziale complessivo riuscirebbero a fungere da prestatissimo motore economico interno (ovviamente gli sgravi alle imprese innovative e che investono in ricerca anch’essi presenti nell’IC sono da considerarsi encomiabili ed utili in tal senso, ma non bastano). Altrimenti la sensazione trasmessa potrebbe essere che ai grandi o già privilegiati tutto è concesso, gli altri invece possono essere soggetti (quasi in balia) a tutto.

Riguardo alla modifica sistema delle Popolari e BCC va detto che in ultimo le BCC sono state escluse dal provvedimento e quindi manterranno l’attuale struttura, mentre le Popolari invece dovranno passare dal voto capitario (una tesa un voto a prescindere dalla quota di azionariato detenuta) ad un modello SpA ove i voti pesano in base alle quote detenute. Ciò dovrà avvenire entro 18 mesi e la misura è circoscritta a quegli istituti con attivi superiori agli 8 miliardi di € (10 istituti in totale).

Il passaggio al voto proporzionale alle quote di azionariato caratteristico delle SpA rispetto all’attuale meccanismo di “una testa un voto di ugual peso per tutti” renderebbe queste banche nate come territoriale ampiamente scalabili. Vero che gli istituti più piccoli con attivi inferiori ad 8 miliardi di € hanno facoltà di mantenere l’attuale struttura, ma la storia insegna che la tendenza nel medio periodo è quella di un totale allineamento. L’idea originaria sarebbe di fortificare le Popolari facilitando le fusioni oppure incentivando la quotazione in borsa. Nella realtà delle cose però, aprendo così la stagione di M&A che si sapeva avrebbe dovuto iniziare considerando lo stato del sistema bancario italiano ritenuto sottocapitalizzato anche per via di distorsioni di valutazione nel criteri di Basilea alla base degli stress test europei che attribuiscono un rischio minore ai derivati rispetto al credito alle imprese,  è molto più probabile che siano le grandi banche del nord Europa ad avanzare tentativi di scalata rispetto alle maggiori banche nostrane molto più piccole e con minori risorse finanziarie rispetto ai colossi nordici (siamo in presenza di differenze dall’ordine di grandezza in su). Detto ciò è evidente che l’intendo del Premier Renzi, dichiarato apertamente, di voler supportare un credito che langue e di voler togliere potere ai banchieri potrebbe produrre l’effetto esattamente opposto, ossia conferire maggior patere a banchieri sempre più grossi e probabilmente tedeschi, svedesi, olandesi o francesi; dopodiché, una volta che una “Major Bank” entra in possesso di una Popolare, non ci si può attender altro che una revisione dei piani strategici/industriali i quali verranno improntanti sicuramente ad un maggior utilizzo della finanza e meno del credito, che languirà ulteriormente, per ovvie ragioni di redditività e di calcolo del rischio dei criteri Basilea (come accennato sopra). Inoltre, seguendo l’innovazione tecnologica, di processo e di gestione delle filiali e del personale, è scontato un maggior utilizzo dell’internet banking, come sta accadendo ovunque, a discapito dello sportello con ovvie ripercussioni sui dipendenti, sull’occupazione e probabilmente coinvolgendo il Governo in nuovi tavoli di crisi.  

A quel punto però nessuno potrà lamentarsi o lanciare accuse (e sono certo che saranno molte) se il modello nordico non piacerà o non era il risultato che nelle intenzione si avrebbe voluto raggiungere, ma vi saranno solo solo mea culpa da fare.
Sicuramente l’ambito delle Popolari e Crediti Cooperativi è molto, troppo, legato a fondazioni, politica e poteri territoriali e va riformato indiscutibilmente. Per tale ragione non pare essere vincente neppure la scelta di mantenere lo status quo delle BCC. Forse prima che rendere storici istituti nati per il territorio scalabili con pochi spiccioli sarebbe il caso di modificarne la regolamentazione e la missione, intensificare i controlli sui rapporti con la politica ed i poteri territoriali, pur mantenendo la loro natura che per mission stessa dovrebbe essere, a livello torico perché recenti e recentissimi episodi hanno dato evidenza che spesso non è stato così (vedi Carige e Baca Marche o, salendo di livello, MPS), già al servizio dello sviluppo del territorio e del tessuto imprenditoriale locale attraverso la preminenza della componente creditizia.

La predominanza nel sistema bancario moderno delle attività speculative e finanziarie, spesso shadow e non regolamentate, è stata e continua ad essere uno dei fattori che hanno squilibrato la distribuzione di ricchezza nel mondo creando nicchie di ricchi e ricchissimi, orientativamente un 10% della popolazione con l’aberrazione che nel 2016 l’1% dei più ricchi deterrà le stesse ricchezze (forse addirittura le supererà) del restante 99%. Questo 1%, circa 34.8 milioni di persone (nei paesi considerati dallo studio), ha visto passare i propri patrimoni rispetto alla ricchezza globale dal 44% nel 2009, al 48% del 2014 e arriverà al 50% nel 2016. Anche l’Italia non fa eccezione ed i ricchi stanno diventando sempre più ricchi, anche se rispetto agli anni addietro si sono maggiormente arricchiti esponenti del settore industriale rispetto a quelli del settore finanziario.

Assieme alla sicurezza geopolitica e cooperazione, ai cambiamenti climatici ed inquinamento, alla politica monetaria globale, ad un paradigma economico troppo poco incentrato sulla creazione di reale e tangibile valore a discapito della finanza, quello della disuguaglianza e della ridistribuzione della ricchezza (strettamente legato all’argomento precedentemente detto) sarà un tema centrale sia per il World Economic Forum 2015 di Davos sia del discorso del Presidente Barak Obama sullo stato dell’Unione (USA). Le ultime manovre di Obama, caratterizzate da un aumento delle tasse per i più ricchi in favore della classe media maggiormente depauperata dagli anni di crisi, vanno proprio in tal senso, con l’evidente (prima o seconda) finalità di cercar di recuperare i consensi che le elezioni di Mid-Term hanno evidenziato essere molto bassi.

Nulla di nuovo sotto il sole si potrebbe ironicamente parafrasare, visto che i medesimi argomenti erano stati trattati nell’edizione 2014 del World Economic Forum di Davos con una Lagarde che parlava proprio di redistribuzione, così come nel discorso di Obama dello stesso anno. Erano inoltre già ben visibili da tempo e non servivano schiere di economisti, luminari e capi di stato per identificarli…. peccato però che dal 2014 tante parole sono state dette, tanti propositi sono stati fatti, ma pochi risultati raggiunti, anzi, come certificato in questi giorni dal rapporto Oxfam, il divario tra ricchi e poveri si è acuito ulteriormente nell’ultimo anno. Come spesso accade questi aulici consessi altro non sembrano che sfilate di esercizi verbali dalle migliori intenzioni ma dal nullo seguito.

In calce alcuni link che dimostrano come il problema della disuguaglianza e la necessità di redistribuzione sia già da molto tempo evidente:

  1. Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde 26/01/14
  2. Obama – Italia: problemi simili soluzioni antitetiche (discorso stato Usa 29/01/14)
  3. Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza? 04/05/14
  4. Alternativa da 40 miliardi privata e complessa all’intervento sulle pensioni avanzato dal Ministro Poletti e per sostenere la ripartenza immediata 19/08/14
  5. Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
  6. Europa ed Olli Rehn VS Italia 03/12/13
  7. Per chi ieri ha potuto vedere servizio pubblico … Renzi VS Michele 08/11/13
  8. Da Lehman Brothers una nuova consapevolezza 15/09/13
  9. Un difficile G20 per puntare alla resilienza 29/08/13
  10. Missione impossibile: sistema pensionistico da riequilibrare, ma con equità 22/08/13
  11. Abbassare l’indice GINI con la meritocrazia e la collaborazione generazionale 24/06/13

20/01/2015

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale