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Politica nazionale intrigata e rotture europee

Negli ultimi mesi non sono certo mancati gli argomenti che hanno tenuto in scacco la scena politica italiana. In gran parte si tratta di nodi tutt’ora irrisolti e che rappresentano uno scoglio per l’Esecutivo Renzi, anche se al contempo possono essere una riprova ulteriore, se mai ve ne fosse stato bisogno, di quanto la debolezza degli avversari sia conclamata. Soprattutto se si volge lo sguardo verso il centro destra, che, dopo l’uscita di Berlusconi, non ha ancora trovato una linea chiara e manifesta difficoltà nel proporre un leader serio e carismatico, tanto che Berlusconi si sta lentamente riavvicinando alla politica, così come, parimenti, non è in grado di portare candidati per le elezioni amministrative di primavera in grado di battagliare ad armi pari (quasi) con i vari Sala a Milano e Giachetti a Roma, in pole per rappresentare il PD nonostante le venture primarie che li vedono vincitori quasi scontati.

Nei giorni scorsi si sono susseguite le vicende della 4 banche ed in particolare nell’occhio del ciclone permangono le indagini su Banca Etruria che vede coinvolti personaggi molto legati, anche con vincoli di sangue, al PD di Renzi. Altra questione importante è stata la scelta, ancora in fieri, per i candidati alle primarie in vista delle amministrative primaverili; poi vi sono i voti mafiosi presso il comune di Quarto, che hanno messo il M5S di fronte ai problemi della politica vera (che ahimè è prassi in Italia) con le conguenti connivenze territoriali e nazionali, la scelta del Movimento di espellere il sindaco, la grillina Capuozzo, e di richiederne le dimissioni per non aver saputo controllare possibili legami con la camorra di un membro pentastellato della sua giunta, è stata una mossa coerente rispetto al comportamento tenuto in casi analoghi del passato, quindi caso Cancellieri,  Lupi, Marino, Boschi (caso su cui il M5S ha preteso il voto di fiducia all’Esecutivo) ecc, la richiesta non poteva non avvenire; altro tema caldo sono le unioni civili, divisive soprattutto internamente al PD, e le riforme istituzionali/costituzionali, che non dovrebbero aver difficoltà nei prossimi passaggi in Senato e Camera e non dovrebbero averne di particolari, a meno di improbabili coalizioni iper-trasversali, da Lega a Sel passando per il M5S, neppure al referendum confermativo di ottobre, referendum che Renzi, spostando l’attenzione dalle amministrative ove la forza del M5S è concreta, ha incentrato su se stesso e che in caso di bocciatura comporterebbe il suo abbandono, stando alle parole del Premier, dalla politica.

In questo contesto, tanto intrigato quanto per noi comune, non si sentiva la mancanza dei battibecchi a livello europeo. Invece ne sussistono di molto cruenti, forse perché ormai in prossimità del vaglio della nostra legge di stabilità a Bruxelles, legge totalmente in deficit che sicuramente non passerà, priva di critiche, moniti o richieste di revisioni, senza una ulteriore richiesta di chiarimenti in merito al reperimento, preciso e puntuale delle risorse. Lo scontro stavolta è avvenuto non coll’austero presidente dell’Euroguppo, Jeroen Dijsselbloem, bensì col più diplomatico presidente della Commissione, Jean Claud Juncker. La scintilla che ha innescato il tenzone, è stata la flessibilità concessa all’Italia; il Premier attribuisce i margini ottenuti alle sue richieste, mentre per il presidente lussemburghese i margini non sono altro che concessioni europee che lui stesso ha, in ultimo, acconsentito. Juncker ha risposto a Renzi, a seguito delle pungenti e violente critiche che il Premier ha rivolto, parlando entro i confini nazionali, verso il comportamento della Commissione decisamente più penalizzante nei confronti dell’Italia rispetto ad altri paesi membri (Banche ed immigrati in primis), Renzi ha anche affermato, contraddicendo le sue precedenti parole, che in Europa non vanno cambiati i trattati (cosa che qualche mese fa voleva fare) bensì la politica economica (decisamente una bella virata). Il litigio, che sta proseguendo anche in queste ore, potrebbe essere molto controproducente per il nostro paese, visto che, come scritto sopra, la legge di stabilità passerà a marzo al controllo di Bruxelles, essa è decisamente protratta verso il deficit e presenta una ulteriore richiesta di flessibilità nel rapporto deficit/pil (circa 0.2%).

Sia l’accusa di Renzi, decisamente più violenta che in passato, che la risposta di Juncker, anch’essa sopra le sue solite righe, possono far pensare a due scenari. Da un lato Renzi che alza i toni con argomentazioni che possano attecchire sulla popolazione e sugli elettori in vista di elezioni più vicine rispetto alla scadenza naturale del 2018; dall’altro lato Juncker che vuole ribadire come sia la commissione ad approvare le manovre economiche italiane e le sue richieste di flessibilità, cercando quindi di ridimensionare le pretese nostrane.

Forse non sapremo mai quale interpretazione sia vera e neppure se ve ne sia una, di certo una rottura simile è quanto di meno utile vi sia, e per l’Europa e per l’Italia, in un momento di altissime tensioni economico sociali a livello globale.

 

16/01/2016
Valentino Angeletti
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Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia

EU-GRDoveva provenire dal Semestre Italiano di Presidenza UE, poi con l’insediamento della nuova Commissione Juncker recependo il sentimento diffuso dei cittadini europei, la presa di coscienza trasversale dei vari partiti disposti ad un nuovo approccio politico, economico e monetario del quale vi è evidente necessità imminente, doveva essere un argine ai movimenti anti europeisti che sempre più stanno attecchendo nella popolazione e troppo spesso sfociano in episodi di intolleranza e grette manifestazioni di chiusura verso un pericoloso nazionalismo xenofobo, invece il cambiamento radicale di cui c’è bisogno pare non sarà guidato dalle istituzioni deputate ufficialmente a gestire la governance, aggiornandola e rendendola più consona ai tempi ed agli scenari che sono, bensì da fattori esterni.

Il Semestre Italiano, che si concluderà in modo ufficiale il 13 gennaio con il discorso del Premier Renzi, oggettivamente, nonostante gli ovvi e prevedibili tentativi di elencare con minuziosa puntualità ogni minimo elemento positivo di questi circa 175 gironi, ha lasciato ben pochi segni; in parte per causa della conformazione stessa della presidenza che ha limitate possibilità se non quella di impostare una agenda delle priorità da condividersi poi con le altre realtà istituzionali, in parte perché è stata il teatro in cui ha avuto luogo il passaggio di consegne tutt’altro che rapido e snello tra la vecchia Commissione Barroso e la nuova Commissione Juncker ed in parte perché non è riuscita ad imprimere il giusto vigore ad un nuovo concetto di flessibilità ed alla possibilità di discussione sui trattati europei. La flessibilità è rimasta quella già prevista negli accordi, nessun margine ulteriore, salvo un poco di tempo in più per eseguire i piani di rientro già definiti, tanto che le leggi di stabilità di Italia, Francia e Belgio, proprio perché rischiano di non essere conformi ai trattati subiranno una nuova verifica nel mese di marzo. Gli investimenti non sono stati incentivati adeguatamente ed ogni tipo di spesa che possa comportare crescita, eccezion fatta forse per la sola quota di contribuzione nazionale ai fondi europei, non sarà sottratta al patto di stabilità così come il piano di rientro del debito è stato confermato (giungere al 60% in 20 anni) con uno “shift” temporale di un solo anno. Il “Piano Juncker” suscita numerosi dubbi, ha come ipotesi una leva titanica di 15 volte rispetto ai 21 miliardi di € forniti da Commissione (16) e BEI (5) per arrivare così alla quota di 315 miliardi col supporto di investimenti privati esterni che difficilmente, viste le condizioni congiunturali e gli scenari di medio-breve periodo, si avventeranno a collocarsi nel vecchio continente quando altre zone del mondo a cominciare dagli USA stanno vivendo una ritrovato fermento. Il vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL è rimasto, assumendo sembianze sempre più anacronistiche, termine che ad un certo punto pareva addirittura abusato ma che permane attuale, forse ora più che mai visti i risultati fin qui ottenuti. Anche il punto sull’immigrazione è rimasto costante se non addirittura deteriorato. L’atteggiamento della Commissione e soprattutto della Germania non sono mutati gran che con quest’ultima sempre meticolosamente attenta in primis a proteggere, giocando anche con una elevatissima perspicacia e strategia dialettica che si manifesta in “diabolici” quanto efficaci palleggi verbali tra Merkel, Schaeuble, Weidmann, i propri interessi mantenendo uno status quo che piano piano ed in ritardo rispetto ad altre realtà nazionali si potrebbe deteriorare anche nei pressi di Berlino e Francoforte (disoccupazione ai minimi al 6.5%, ma dati della produzione industriale tedesca di novembre a sorpresa in calo dello 0.1% su ottobre rispetto ad una stima di +0.3% ed in calo dello 0.5% rispetto a novembre 2013).

Francoforte altro nodo chiave, perché qui ha sede la BCE “Governata” da Mario Draghi probabilmente sempre stretto tra l’incudine di voler attuare una politica monetaria più ispirata agli USA ed il martello della Germania, con il suo seguito di falchi nordici, che, in vece di maggiore azionista dell’Istituto Centrale, glielo ha impedito o comunque lo ha decisamente limitato. I risultati sono stati interventi lenti, in ritardo e spesso sottodimensionati al problema di una inflazione, il mantenimento del cui livello in un intorno sinistro del 2% è tra i mandati della BCE, in costante calo e di un Euro che solo ora sta tornando a livelli più realistici nei confronti del Dollaro. Draghi ha saputo giocare egregiamente con gli effetti annuncio delle sue periodiche dichiarazioni, ma col passare del tempo i mercati hanno iniziato ad attendere oltre le parole alle quali si sono armai anestetizzati, i fatti quindi le misure espansive concrete.  L’ultimo annuncio di Draghi è stato di giovedì 8 gennaio, nulla di nuovo rispetto alla consueta conferma che la BCE metterà in atto ogni misura possibile per contrastare una deflazione che molti si ostinano ancora a negare celandola dietro il calo dei prezzi del greggio, incluso l’acquisto di Bond sovrani, senza peraltro specificare l’ammontare (stando alle passate indiscrezioni dovrebbero essere 1000 mld dei quali 500 nella prima trance) e la data che potrebbe essere il 22 gennaio o, attendendo l’esito delle elezioni greche, il 5 marzo (perdendo ulteriore del giù nullo tempo che ci rimane). Anche sull’ammontare permane qualche dubbio perché 500 miliardi, se distribuiti come sembra e come eventualmente potrebbe accettare la Germania, in base alle quote della BCE detenute dai vari governi nazionali, porterebbero all’Italia una somma attorno ai 90 miliardi, inferiore a quanto, senza effetti risolutivi, fu acquistato nel 2011 (110 mld circa). I mercati sono schizzati in alto e subito (i più ingenui o maliziosi secondo noi) hanno gridato all’effetto bomba di Draghi, difficile da credere per un non nulla di nuovo o eclatante, molto più probabile che le parole di Draghi siano state usate come scusa per giustificare il rimbalzo conseguente al crollo post dichiarazione della Merkel sull’opzione di una Grecia fuori dall’Euro in un momento in cui l’attentato terroristico a Parigi avrebbe affossato anche le più solide piazze finanziarie. Come già detto i mercati non vengono influenzati dalle news, ma le usano (o le plasmano) per giustificare andamenti già, in linea di massima, definiti in riunioni notturne o della primissima mattina che si tengono in riservatissimi uffici ad altissimi piani di vitrei grattaceli, negli HQ di poche grandi banche, assicurazioni, fondi (a Parigi il CAC40 l’8 gennaio -oggi- è aumentato del 3.59%, come se immediatamente dopo l’11 settembre Wall Street fosse stata attorno alla parità….).

Le elezioni greche sopra menzionate sono un altro elemento fondamentale, forse in questo momento il vero ago della bilancia. A conferma che la necessità di cambiamento non è stata recepita in modo convito dalle istituzioni vi sono le varie dichiarazioni in merito ai piani di Tsipras, che vorrebbe rimanere nell’Euro, ma rinegoziando il debito insostenibile (ipotesi sostenuta anche dal Financial Time che vede nel debito greco qualche cosa di non più onorabile) ed aumentando la spesa pubblica per investimenti, servizi, welfare (anche la sanità è ormai quasi solo a pagamento ed il servizio sanitario non è più in grado di fornire medicinali) e per risollevare i salari dei dipendenti pubblici quasi dimezzati per rispettare i parametri imposti dalla Troika. A parte l’ipotesi di uscita della Grecia dall’Euro avanzata dalla Merkel e subito smentita da fonti governative tedesche (probabilmente un gioco congegnato per lanciare un segnale agli elettori ellenici) ed appurato che sia a detta dalla BCE che della Commissione UE l’Euro è un processo irreversibile, i moniti rivolti alla Grecia, agli elettori ed a Tsipras, leader di Syriza probabile futuro partito di governo, rimarcano con veemenza la volontà delle istituzioni europee che il venturo Governo rispetti gli impegni presi dal Governo precedente, ne porti avanti il programma già impostato e paghi ciò che deve pagare ai creditori senza venire meno ai piani di rientro concordati con la Troika, ovviamente nessuna ipotesi di revisione del debito o incremento della spesa pubblica. In questa fase di attesa degli scrutini, la Troika ha interrotto gli aiuti che riprenderanno solo una volta confermati tutti gli impegni da parte di Atene; anche l’acquisto di bond da parte della BCE potrebbe essere a rischio. Simili messaggi certamente indirizzati anche agli elettori potrebbero essere recepiti dalla classe media che ancora riesce in qualche modo a sostentarsi, difficilmente scalfiranno coloro, e sono i più, ormai senza nulla da perdere avendo stipendi dimezzati, nessuna possibilità di accedere alla sanità che non possono permettersi ed animati da profondo risentimento nei confronti di Troika, Bruxelles, BCE ed attuale Governo.

Il cambiamento forte che il Semestre Italiano, la Commissione Juncker e la BCE non hanno fino ad ora saputo indirizzare potrebbe essere impostato da Tsipras se riuscirà a trattare con Merkel, Germania, Commissione arrivando ad una soluzione di compromesso in grado di puntare davvero alla nuova Europa della crescita e della prosperità che deve essere l’obiettivo comune. Dalla sua il leader greco ha anche il fatto che questo è un anno di elezioni importati e diffuse e qualora il suo programma funzionasse, come lui stesso è convito, potrebbe rappresentare un precedente che indirizzerebbe il voto delle prossime tornate nei paesi membri, in molti casi già proiettati verso soluzioni simili a Tsipras che incarnano la diffusa e da troppo tempo necessaria, ma sin qui ignorata, richiesta proveniente dal basso  di una radicale discontinuità per il ritorno ai concetti fondanti il Progetto Europeo.

08/01/2015
Valentino Angeletti
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Un “mini bilancio” di un semestre dopo l’ultimo consiglio UE

cons-1112011224357aL’ultimo consiglio europeo sotto la presidenza italiana, che si concluderà ufficialmente il 13 gennaio, è ormai alle spalle ed è già tempo di bilancio.

Dal punto di vista di Matteo Renzi, Premier italiano e presidente europeo di turno uscente, questo semestre sarebbe stato il semestre spartiacque tra austerità-stagnazione e crescita-lavoro. In realtà lo stesso Premier non pare troppo convinto di ciò, infatti anche lui stesso, abituato a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno presentandolo in taluni casi come strabordante, ha definito il piano di investimento di Juncker, in realtà l’unica vera eredità di questo semestre se si esclude la formazione della nuova Commissione, come un po’ poco coraggioso e ciò detto da lui vale più di mille analisi.

Effettivamente se si pensa alle attese con cui era stato caricato da Renzi questo semestre, e immediata è l’analogia con le aspettative di cambiamento, di apertura di una stagione di riforme attuate a cadenza mensile con tanto di crono-programma, profuse in Italia, ha deluso, trascorrendo molto sotto tono e totalmente caratterizzato dal rinnovo delle commissioni, con unica vero risultato (per taluni positivo, per altri no) di aver ottenuto la Mogherini come alto rappresentate della politica estera e sicurezza europea, e dalle tensioni in politica estera, ancora in corso, che spaziano dalla crisi russo-ucraina alla situazione medio orientale, libica e del Mediterraneo, passando per la guerra sui prezzi del greggio. Curioso, ma da non sottovalutare, come l’Italia, e per posizione geografica e per interessi economico-commerciali, risulti molto penalizzata su tutti i fronti: gli scambi commerciali con la Russia sono notevoli e le sanzioni imposte indubbiamente penalizzano la nostra economia, la Libia è nostra fornitrice energetica, così come la stessa Russia il cui gas transita attraverso l’Ucraina e sappiamo bene che le forniture potrebbero essere a rischio sia per ritorsioni russe che ucraine. Ripercussioni per il nostro paese potrebbero derivare anche da una guerra sul greggio se portata all’estremo perché, a fronte di un calo dei prezzi che si sta effettivamente verificando, potrebbe esserci una ulteriore spinta verso la deflazione (come già detto in precedenza – LINK).

Anche il concetto di flessibilità sicuramente non ha raggiunto il livello che Renzi intendeva raggiungere o quanto meno aveva comunicato di voler raggiungere, perché se il termine è diventato di uso comune, quasi abusato, in realtà mai ci si è avvicinati ad una reale discussione su una flessibilità che fuoriuscisse dai trattati, nonostante una situazione economica ben più che problematica e senza segni concreti di inversione di tendenza; la flessibilità utilizzata è sempre stata, e non senza scontri, quella dei patti, insufficiente per dare quello shock al sistema che serve in questi momenti. Nemmeno pensabile quindi un avvicinamento al risultato che Renzi dichiarava di voler raggiungere, ossia recarsi a Bruxelles e “battere i pugni sul tavolo” (locuzione un tempo giornalmente proferita ed oggi scomparsa) per avere una revisione dei trattati, abbattendo in particolare “quell’anacronistico vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL” che rimane tanto anacronistico quanto attuale. La la linea tedesca ha avuto costantemente la meglio e, sia nelle azioni che nella comunicazione, il terzetto Merkel, Schauble, Weidmann non deve prendere lezioni da nessuno: è un tridente micidiale, invincibile fino ad ora.

Avevamo già avanzato dubbi sul piano Juncker (LINK), dall’ultimo Consiglio emerge la possibilità dell’applicazione della “Golden Rule” che consente lo scorporo degli investimenti per progetti di crescita (infrastrutturali, energetici, tlc, trasporti ecc) dal deficit. L’applicazione della regola aurea sarebbe ovviamente limitata alle sole quote di investimento destinate al pino di Juncker, ma anche in tal caso sì è di fronte solamente ad un intento futuro perché i dettagli saranno definiti il prossimo anno. Il piano Juncker prevede lo stanziamento da parte dell’Europa di 21 miliardi (16 dalla UE e 5 dalla BEI) per crescita che dovrebbero lievita a 315 grazie ai contributi dei singoli stati membri e soprattutto degli investimenti privati (ribadiamo che non è semplice pensare un così cospicuo moltiplicatore degli investimenti verso un terreno poco promettente come in questo momento è l’Europa a fronte della presenza di altre zone del globo che hanno ripreso a macinare punti di PIL). Lo sconto sul calcolo del deficit quindi non è stato definito, nè si sa se sia limitato agli investimenti in conto capitale o se includa anche i cofinanziamenti; in sostanza non è ancora chiaro se e quando questo principio verrà davvero applicato, per ora rimane annuncio.

Un buon risultato invece è quello della concessione del pagamento rateizzato, qualora fosse necessario, della quota che i singoli stati membri devono corrispondere al budget europeo.

Per quanto si è potuto costatare, affinché vi sia qualche possibilità che la Golden Rule sortisca effetti non nulli, essa dovrebbe essere applicata a tutti gli investimenti dei singoli stati, a prescindere da piano Juncker. Ovviamente ciò trova le opposizioni tedesche che, oltre a ribadire correttamente come vadano portate a termine ed attuate le riforme, non hanno assoluta intenzione di concedere allentamenti sui vincoli. La stessa Merkel lo ha sottolineato proprio durante il Consiglio, ribattendo a Juncker in riferimento alla possibilità di applicazione della regola d’oro al suo piano. A causa di un simile contrasto il prossimo anno quando i dettagli dovranno essere discussi e decisi, essa sarà una partita tutt’altro che facile, scontata e rapida. Il Cancelliere tedesco avrà la solita voce in capitolo e di certo influenzerà la decisione e se si verificherà che sul piano Juncker ceda qualche decimetro di terreno c’è da star certi che avrà già trattato una contropartita a suo beneficio altrove.

Sicuramente da prendere atto dell’impegno italiano nel rispetto dei vincoli, quelli che non v’è stato modo di rivedere, e questo l’Europa lo deve riconosce. Per il resto, la legge di stabilità del nostro paese è stata rimandata a Marzo con una sorta di ultimatum (LINK – LINK) che ha portato con se dichiarazioni al veleno e seguenti smentite che lasciano trasparire come la tensione sia alta, la linea non condivisa e soprattutto non chiara neppure alle più alte figure dell’istituzione europea. La sensazione è di un navigare a vista, deleterio quando si è di fronte ai problemi attuali e dove i populismi e gli anti-europeismi sguazzano e proliferano copiosi, ed effettivamente è ciò che sta pericolosamente accadendo in Europa anche per via della situazione di disagio sociale che da Grecia a Portogallo passando per talune zone della Spagna non può essere negata.

Sulla nostra ex finanziaria recentemente “fiduciata” dal Senato, il Ministro Padoan ha dichiarato che è un elemento che ci da autorevolezza in Europa, dimostrando la nostra serietà.

Difficile che la nostra autorevolezza possa incrementare se le istituzioni europee ne hanno seguito lo sviluppo, ossia la presentazione di un Maxi Emendamento composta da circa 780 modifiche tre le quale alcune anche avanzate dal Governo, proposto al Senato alle 19:00 di sera con voto alle 4:00 di mattina (Sergio Zavoli, 91 anni 22 ore consecutive in aula… io non ci avrei capito nulla dopo la metà del tempo….). Sostanzialmente i parlamentari non hanno neppure avuto il tempo materiale di leggere li Maxi Emendamento, figuriamoci di approfondirlo. Inoltre alle 4:00 di notte, in un tour de force simile, difficilmente si ha la lucidità necessaria a prendere decisioni delicate. In genere a quell’orario la probabilità che ci scappi il pastrocchio è alta. Come se non bastasse la legge sarebbe stata presentata con errori e parti incomplete tanto che anche il Governo stesso si sarebbe scusato per i ritardi. Adesso, dopo un nuovo vaglio della commissione bilancio, andrà alla Camera, il tutto per concludersi prima di Natale. Se poi i ritardi e gli emendamenti sono serviti a togliere le cosiddette mance, come ha sostenuto Renzi, ben venga, ma è difficile pensare che, tra le 780 modifiche, tolta una mancia non ne sia stata introdotta un’altra (vengono riportate quelle ai trasporti, ai giochi d’azzardo, ai porti ecc).

Infine, anche la fretta sulla riforma del lavoro e quella elettorale (differente è la discussione sull’Ilva, che pure si terrà in quei giorni, perché in per l’acciaieria vie sono le motiziavioni tecniche di mancanza di liquidità ad imporre la massima rapidità) in Parlamento nel “blitz natalizio” del 24-27-28 dicembre quando nessuno si interessa di politica e quando i banchi parlamentari rischiano di essere vuoti per le imminenti festività in corso, la spending review quasi scomparsa assieme al lavoro di Cottarelli, ben pagato poi accantonato chissà dove, e l’imminente dimissione del Presidente Napolitano, che a questo punto dovrebbe comunicare una data precisa, danno l’impressione che il clima del paese rimanga incerto ed instabile; ciò è percepito anche all’estero, come riportato da Les Echos.

Ora il semestre è alle spalle, quel che è stato fatto (poco e non solo per colpa propria) è stato fatto, adesso la politica dovrebbe certamente a continuare a lavorare (meglio) in Europa e concentrarsi sulla situazione nazionale (non solo sull’elezione al Colle per la quale i coltelli si stanno già arrotando) tutt’altro che stabile, semplice da gestire ed scarsamente orientata alla crescita ed all’attrazione di investimenti.

21/12/2014
Valentino Angeletti
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L’UE dopo un allentamento torna a pressare l’Italia (e la Francia)

Le entità istituzionali, politiche ed economiche italiane avevano appena finito, in alcuni casi non senza altisonanti quanto eccessivi proclami pubblici, di gioire e “gongolarsi” per l’approvazione della legge di stabilità 2015 da parte della Commissione UE. In realtà non si è trattata di una vera promozione, ma di un rimando a marzo 2015 in compagnia di Francia e Belgio, data per la quale si dovranno vedere i risultati delle misure economiche e delle riforme intraprese dai paesi in oggetto perché ad oggi di oltrepassare i limiti dei trattati ancora non se ne parla. Avevamo già espresso i nostri dubbi (LINK: Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo. 28/11/14 ) interpretando le parole della Commissione più come un ultimatum che come una promozione. Oggettivamente però qualche mese in più, perché l’Italia stando ai numeri non ha rispettato gli accordi, è stato concesso e, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno col più ben’augurante ottimismo, si poteva sperare che quello fosse l’inizio di una stagione che si lasciasse alle spalle l’eccessiva austerità per concentrarsi davvero su occupazione, crescita, investimenti, riforme tali da coinvolgere in modo trasversale tutta l’Europa, la quale, ripetendolo come di consueto, ha assoluta necessità di una nuova governance. Ovviamente l’Italia non fa eccezione, anzi, essendo un paese in grande difficoltà, risulta anche uno di quelli che più ne abbisogna. La flessibilità dei conti e l’allontanamento dai vincoli programmatici imposti, almeno nel periodo di crisi per poi renderli nuovamente vigenti, così come una politica monetaria ancora più espansiva, sarebbero stati dei mezzi grazie ai quali provare a rilanciare l’economia. Negli USA del resto, ed anche il 2015 non fa eccezione, trovano praticamente ogni anno un accordo i Democratici ed i Repubblicani sul budget dell’anno seguente che consenta un debito pubblico superiore al 100% del PIL per evitare lo shutdown, ossia un incremento di tasse che evidentemente ritengono insostenibile in questo periodo che li sta vedendo ripartire, molto più brillantemente dell’Europa e grazie anche alle manovre espansive della FED di Ben Bernanke prima e Janet Yellen poi, dopo una dura crisi economica.

Appena pochi giorni dopo (06-07/12) invece, è stata la Merkel in un’intervista al tedesco Die Welt a riportare tutti con in piedi per terrà affermando che la Commissione ha riscontrato che quanto fatto da Italia e Francia non è sufficiente ed ha aggiunto che lei è dello stesso parere prendendo atto che i due paesi sono nel bel mezzo di un processo di riforme delle quali i risultati hanno ancora a venire. Tecnicamente ha ragione, non ha detto nulla di nuovo rispetto alla Commissione, ha solo utilizzato una chiave di lettura differente, molto più tedesca, rispetto a quanto fatto in Italia. La stoccata del Cancelliere tedesco di certo è di quelle che lascia il segno ed  a distanza di poche ore, in occasione dell’Eurogruppo che ha dato il via libera politico alle note della Commissione UE sulle leggi si stabilità, è stato il Ministro delle Finanze Schauble ed edulcorare le parole della Merkel puntando l’attenzione sulle riforme che l’italia sta portando avanti e auspicandosi che a regime consentano di intraprendere un percorso più virtuoso. Il concetto è quello medesimo della Merkel: al momento i patti non sono stati rispettati e si attendono gli effetti delle misure adottate che ad ora risultano insufficienti. In ogni caso il passo falso comunicativo è stato riconosciuto ed anche il portavoce del Cancelliere, Steffen Seibert, ha smorzato i toni dichiarando che non sta alla Germania dire ad altri Stati come comportarsi e che il Governo tedesco riconosce l’impegno italiano nelle riforme. Il succo insomma non cambia, ma i rapporti idilliaci tra Renzi e Merkel sembrano incrinati ormai da tempo e fino ad ora ad averla vinta è stata la seconda.

Sempre dall’Eurogruppo anche il pragmatico Presidente olandese Dijsselbloem, pur riconoscendo l’oggettiva difficoltà della situazione italiana e l’impegno nelle riforme (ormai un leitmotiv), sottolinea che i vincoli non sono stati rispettati da Francia, Belgio ed Italia. Per quest’ultima a preoccupare è il debito e la correzione sul deficit di solo 0.1% PTI anziché di 0.5%, uno 0.4% che vale circa 6 miliardi e che dovrà essere recuperato entro marzo. Per fare ciò vi sono tre vie: aspettare gli effetti delle riforme già avviate; implementare nuove riforme o manovre aggiuntive; effettuare una nuova valutazione da parte della Commissione. Il Ministro Padoan ha smentito immediatamente le voci di una manovra aggiuntiva (non c’è da stupirsi, se non lo avesse fatto probabilmente importanti conseguenze di Governo si sarebbero avute) ed effettivamente non è ciò che richiede Bruxelles, il quale si limita a ricordare che a marzo il percorso di rientro di deficit e debito dovrà essere quello dei patti, i mezzi per raggiungere tale scopo sono liberamente in capo ai singoli stati membri, quel che conta è il numero finale. Evidentemente Padoan confida che ciò possa essere conseguito grazie alle riforme che stanno prendendo lentamente corpo. Il concreto Presidente dell’Eurogruppo ha anche rilanciato che non è sufficiente annunciare un piano di riforme ambizioso, ma esse devono essere attuate con rapidità e soprattutto devono fornire i risultati attesi, risultati che ad esempio sul Jobs Act non sono così condivisi unanimemente, a cominciare da Moody’s che non ritiene possa cambiare il livello occupazionale nel breve termine (e marzo è breve termine).

Non ha mancato di far sentire la propria voce anche il Neo-Commissario UE Jean Claude Juncker. In un’intervista alla testata tedesca FAZ, forse mosso dall’impeto di compiacere Germania e Merkel, ha tuonato che se Italia e Francia a marzo non presenteranno misure soddisfacenti e risultati concreti andranno incontro a conseguenze spiacevoli (quasi una minaccia), salvo poi aggiungere che in questa fase si deve dare fiducia ai due paesi ed a marzo verificare se tale fiducia sia stata disattesa o meno. L’invettiva grave e fuori luogo per i toni è emblematica delle posizione di Juncker che ha ulteriormente rincarato la dose suggerendo ad Italia e Francia di non lamentarsi poiché erano da procedura di infrazione e se questa non è stata applicata è stato merito delle sue posizioni. Una decisione della Commissione tutta politica insomma, perché a livello strettamente burocratico ed economico la procedura di infrazione avrebbe dovuto essere aperta.

Infine anche Draghi e la BCE han proferito parola sull’Italia decendo che per mantenere credibilità sui mercati devono essere portate avanti le riforme ed anche i patti europei non devono essere violati.

Si evince chiaramente dal sapiente palleggio tra Merkel e Schaeuble, dalle dichiarazioni di Dijsselbloem, da quelle di Juncker e della BCE che la trazione europea dei prossimi mesi continuerà ad essere quella orientata a far rispettare in modo deciso i trattati e, nonostante le circostanze di eccezionalità che fanno parte dei patti stessi e la cui presenza non può essere più negata, il margine di flessibilità che potrà essere concesso è esclusivamente quello dei trattati stessi. Allentamenti simili però proprio per le somme in gioco e per la situazione gravemente compromessa hanno dimostrato di non essere sufficienti e ben poche speranze vi sono che possano smentirsi nell’immediato futuro.

Un primo banco di prova importante è rappresentato dal caso greco. In questa sede fin da subito si disse che salvare lo Stato Ellenico sarebbe costato molto meno che imporre rigidi paletti ed il duro commissariamento della Troika. Adesso alcuni parametri economici sono migliorati, ma al prezzo di un alto disagio sociale, povertà diffusa, privatizzazioni imposte senza che le condizioni di mercato fossero coerentemente proficue, taglio stipendi statali e pensioni, aumento IVA e riduzione dei servizi di welfare (la sanità è di fronte a gravi problemi), tanto che a breve si terrà l’elezione anticipata del presidente della Repubblica che potrebbe causare, qualora dopo tre votazioni (17-23-29 dicembre) non venisse raggiunto l’accordo, la caduta del Governo e nuove elezioni. Il favorito è Tsipras del partito di sinistra Syriza che chiede l’abbandono del programma della Troika, è deciso a non rispettare gli impegni presi con l’europa e ad andare verso un default con il non pagamento dei titoli di stato. Al paventarsi di questa ipotesi la borsa di Atene ha perso il 12% trascinando con se tutte le piazze del vecchio continente. La Commissione Europea è quindi di fronte ad una scelta: o fermare il piano della Troika che prevede altri rincari dell’IVA, delle accise ed ulteriori tagli, “abbonando” una somma complessiva relativamente irrisoria di circa 2.5 miliardi di €, oppure proseguire dritta, rigida ed inflessibile lasciando campo libero all’ascesa di Tsipras.

La somma in gioco come si evince è sostenibile, ma quello che preoccupa è il precedente che poi potrebbe volersi veder applicato anche in Italia con numeri di un altro ordine di grandezza. Analizzando la situazione anche l’ascesa di Tsipras potrebbe comportare un precedente, forse anche peggiore, cioè l’uscita di un paese dall’Euro, fino ad ora neppure ipotizzabile. Effettivamente se Syriza andasse al governo e Bruxelles continuasse su posizioni oltremodo rigoriste, in ultima istanza si potrebbe giungere anche ad una rottura definitiva e drammatica per l’economia mondiale non tanto per i denari in ballo, quanto per la definitiva scomparsa dell’Eurozona come entità credibile e stabile. Il piano di ristrutturazione del debito t proposto Syriza andrebbe a concentrare la maggior parte delle perdite su BCE e ESM (maggiori detentori di Bond ellenici dopo la ristrutturazione del debito già avvenuta) dei quali la Germania e la BuBa sono maggiori azionisti e contribuenti. A detta del leader greco invece l’8% dei titoli in mano a cittadini privati sarebbe protetto. Per l’Europa la posta in gioco è molto alta ed i tempi per decidere, contrariamente a quanto avviene di solito in contesti istituzionali dove si medita spesso più del dovuto, pochissimo.

L’Italia ha una situazione piuttosto critica, ancora non a livello greco, ma la strada è simile. Gli ultimi dati sulla produzione industriale rilevano -0.1% per ottobre e -0.3% su base annua. Fermo restando che, e lo abbiamo ripetuto miriadi di volte, vanno portate a termine le riforme (più perché non possiamo permetterci uno Stato così inefficiente, burocratico e cieco davanti alle necessità dei cittadini, dei lavoratori e degli imprenditori) dando priorità a tutto quello che può avere un impatto immediato sull’economia e sull’attrazione degli investimenti e si deve tagliare drasticamente la spesa pubblica improduttiva rivedendo tra le altre cose le spese per le regioni, per la sanità (non servizi sanitari), il concetto di ammortizzatori sociali e la struttura del sistema pensionistico e previdenziale eccessivamente penalizzante per alcuni (come artigiani e commercianti, giovani, precari e via dicendo). E tutto va fatto assieme, in poco tempo, perché parla bene Squinzi quando dice che, se dal suo punto di vista il Jobs Act è un buon provvedimento, esso da solo può far poco per attrarre gli investimenti necessari ed invertire il ciclo economico. In fondo senza domanda manca anche una richiesta  consistente di lavoro (lasciando perdere alcuni lavori di nicchia sempre richiesti).

Ciò si inserisce, e BCE ed UE guardano attenti anche questi aspetti, in uno scenario politico sempre più traballante e fluido, con manifestazioni sindacali importanti, rotture interne al PD ed alla sinistra tali da mandare in minoranza il Governo per due volte negli ultimi due giorni ed anche il patto del Nazareno sembra sempre meno solido, con voci su possibili elezioni anticipate a maggio 2015 costantemente smentite, ma sempre più presenti sulla bocca dei politici. Condizioni simili sono tutt’altro che vicine a quanto auspicato dal presidente Napolitano da Torino al forum di amicizia italo-tedesca, ove, molto commosso, stanco e provato fisicamente ha richiesto in Italia ed in Europa maggior cooperazione ed unione, evitando i particolarismi (ed il fatto che parlasse faccia a faccia col suo omologo tedesco è significativo) e le tendenza all’isolazionismo che possono comportare derive nazionaliste pericolose e già ampiamente presenti. Dalle parole del Presidente Napolitano, forse le ultime del suo mandato, si evince un reale timore per le sorti dell’Unione Europea e forse anche questo motiva la scelta di lasciare il suo incarico.

Lo scenario dunque non è buono neppure in Europa e tutti gli istituti, inclusa la BCE, rilevano rallentamenti della dinamica di crescita che risulta peggiore del previsto e che potrebbe essere compromessa.  Ciò che è stato fatto: i trattati, la flessibilità, la politica monetaria, le riforme dei singoli Stati, è risultato non sufficiente.

E’ chiaro che vada voltata pagina e se lato Italia l’impegno deve essere sulle riforme, va detto che la Commissione e Bruxelles devono impegnarsi, con la crisi greca come prima tappa da gestire, ad abbandonare l’austerità imposta con pochi risultati fino ad ora e concentrasi ad elaborare immediatamente una strategia che possa ammettere anche temporaneamente la sospensione dei patti e dei vincoli. Il Piano di investimenti di Juncker lascia più di un dubbio, e viviamo il paradosso che agli Stati che avrebbero bisogno di spendere per investire (come l’Italia) non è concesso per via degli stessi patti; a quelli che dovrebbero investire perché possono permetterselo, come la Germania, non gli viene imposto; ovviamente i privati valutano attentamente se investire in un territorio con prospettive così incerte come l’Europa quando altre zone del mondo sono ben più attrattive.

Infine anche la BCE deve rilevare che il suo compito non è stato assolto. In prima istanza l’intermediario finanziario rappresentato dalla banche ha assorbito tutta la liquidità iniettata distraendola dall’economia. Molto, troppo, lentamente sono state implementate misure volte ad iniezioni di capiteli verso le imprese in modo vincolato in parte attraverso cartolarizzazioni di bond corporate ed in parte attraverso le banche: ABS e TLTRO, sui quali la Germania ha mosso critiche. Attualmente, a causa di un mercato di bond aziendali poco liquido in Europa e per via dei timori delle banche a chiedere prestiti per la poca richiesta creditizia e per gli stess test europei, la risposta a queste misure si è rivelata più fredda del previsto. Il risultato di simili lentezze è stato un Euro fortissimo fino a pochi giorni fa che ha ostacolato le esportazioni e una inflazione sempre in discesa, in alcune zone già negativa, lontana anni luce dal 2% obiettivo. Nonostante questo ancora non viene definito nei tempi e nei modi (pur avendo iniziato a parlarne) dalla Banca Centrale Europea un piano di acquisto diretto di titoli di stato, un QE nella più classica delle accezioni.

Detto in tutta sincerità e per quanto può contare questo parere trovo quantomeno complesso che l’Italia riesca a fare entro marzo ciò che, sia per colpe che per circostanze contingenti, non è stato possibile fare fino ad ora, così come che Europa e BCE abbiano davvero intenzione di approcciarsi diversamente a quanto sta accadendo. Infine anche il fare squadra all’interno di tutta l’Unione e le sue istituzione, quindi Paesi Membri, Commissione, Eurogruppo, BCE ecc, per persegue quegli obiettivi comuni ricordati, per prendere l’ultimo esempio, da Napolitano e che richiamano i valori dei padri fondatori, sembra più un’utopia che una realtà.

11/12/2014
Valentino Angeletti
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Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è

Nell’era della comunicazione digitale, del flusso continuo di notizie, tanto da relegare con tutta probabilità la carta stampata alla funzione di approfondimento ed inchiesta in un futuro non lontano, dell’amore sacrosanto per la libertà di stampa, di espressione e di informazione, sarebbe stato auspicabile che sul Patto del Nazareno almeno una nota, una breve relazione, un mini-sito, una specifica o qualche opendata fossero stati divulgati, invece nulla, il grande pubblico degli elettori e dei cittadini allo scuro di tutto. Di certo si sa che l’argomento cardine, ma forse non l’unico, dell’incontro di qualche ora fa è stato l’Italicum e la nuova legge elettorale. A seconda delle versioni considerate si può capire che l’accordo c’è, oppure che è parziale o addirittura traballante, insomma, tutto ed il contrario di tutto. Con relativa sicurezza possiamo intendere che ci sia stata conversione verso la soglia di sbarramento al 40% (+3% rispetto alla precedente) e verso la possibilità di esprimere preferenze per i membri della lista il cui capo rimarrebbe invece bloccato. L’assegnazione del premio alla coalizione o al partito e la soglia di sbarramento (forbice ipotetica da 3% ad 8%)  saranno invece temi da dirimere in ambito parlamentare, con un Renzi relativamente poco interessato a questi aspetti, un Berlusconi aperto alle possibilità di soglia bassa e premio al partito oppure soglia alta e premio alla coalizione in modo da incardinare i piccoli partiti di centro destra a FI e le forze politiche più piccole come NCD, SEL, Scelta Civica, in parte Lega che si accaniranno per strappare una soglia di sbarramento congrua al loro presunto bacino elettorale.

Immediatamente dopo l’incontro “Renzi – Berlusconi” si è tenuta anche una direzione straordinaria del PD, convocata d’urgenza e criticata da molti esponenti della minoranza interna proprio per la frettolosità, in cui il Premier e segretario ha fatto il punto escludendo ogni tipo di votazione in merito al suo operato in quanto tutto perfettamente conforme al suo mandato. Ciò non è piaciuto alle fronde che precedentemente incontratesi potrebbero avere intenzione di battagliare e non votare l’assai probabile fiducia al Jobs Act, alla legge di Stabilità ed alla legge Elettorale appunto. Un passaggio ritenuto importante dal Premier è quello delle tempistiche dell’Italicum: votazione in Senato entro dicembre e passaggio alla Camera entro marzo. Sempre entro l’anno Matteo Renzi vorrebbe concludere anche il percorso del Jobs Act e della legge di Stabilità anche tramite voto di fiducia, ambedue terreni scivolosi tanto internamente ai Dem stessi che rispetto agli avversari politici. Il Premier e Segretario PD, facendo una considerazione sulla situazione economica dell’Italia e dell’Europa, ha identificato come decisivi, nel bene o nel male, i primi tre mesi del prossimo anno.

In realtà per l’Italia la data in qualche modo potenzialmente decisiva sarà ben prima, il 24 novembre quando la nuova Commissione si pronuncerà ufficialmente sulla legge di Stabilità italiana. A valle del report relativo a possibili squilibri macroeconomici, sull’Italia e sulla legge ex finanziaria presentata a Bruxelles sono rimaste perplessità che mantengono il nostra paese sempre ai primi posti nelle attenzioni dell’UE e dell’economia mondiale. In particolare nel documento mancano i dettagli sulla spending review e le tempistiche delle privatizzazioni per giunta trattate parzialmente (ENI non è menzionata, evidente sono i ritardi di Enav, Poste, ed FS e Fincantieri non ha sortito i risultati sperati), ricordando che essi sono stati due capi saldi dei nostri propositi nei confronti dell’UE finalizzati all’abbattimento del debito (dato che più preoccupa) e riduzione della tassazione; le riforme andrebbero anche nella giusta direzione, ma i tanti arretrati in attesa di decreto attuativo rischiano di creare un’ingorgo bloccante delle istituzioni, inoltre la macchina italiana è intrinsecamente lenta e ciò, non sfuggendo ai vigili uffici di Bruxelles, pone dei dubbi sul rispetto delle tempistiche; molte entrate sono o dovute a misure retroattiva o basate su potenziali introiti futuri (come lotta all’evasione) e le stime previsionali su cui si basa la legge di stabilità rischiano di essere sovrastimate, come accaduto regolarmente fino ad oggi: ad esempio il PIL di +0.6% per il 2015 alla base dei calcoli della Legge è già stato rivisto da alcuni istituti (Moody’s ha proposto una forbice tra -0.5% e 0.5%… abbastanza risibile se si considera che vale 1% di scostamento nel range dei valori più probabili, come dire gli piace vincere facile… S&P mette in guardia l’Eurozona dal terzo anno di recessione) e non sembra facilmente raggiungibile alla luce degli scenari macroeconomici internazionali. Infine Moscovici, il nuovo commissario agli affari economici e monetari e facente capo al VP Katainen, non ha negato che verrà valutata la richiesta di un aggiustamento tra lo 0.2% e lo 0.4% circa. Rimane quindi da attendere il 24 per il pronunciamento ufficiale, se però la richiesta di aggiustamento dovesse pervenire, e stando a quanto detto dall’ex Ministro delle finanze francese sono in ballo tra 3.2 e 6.4 miliardi, le risorse dovrebbero essere trovate andando ad attingere ulteriormente alle clausole di salvaguardia che includono tra le altre l’aumento dell’IVA e nuove accise tra alcol, tabacchi, benzina e nel caso peggiore non basterebbero. Un bel problema se consideriamo lo stato del paese in cui il disagio sociale è evidente, la disoccupazione ancora dilagante ed anche il sentimento di sfiducia sta tornando prepotentemente a livelli molto alti sfociando spesso in episodi di intolleranza. Gli scontri di piazza e gli episodi violenti cominciano ad essere troppo frequenti e sono causati da vertenze aziendali (AST di Terni), come protesta (intervento di Draghi all’Università di Roma Tre in occasione del centenario della nascita dell’economista Federico Caffè), la questione irrisolta da anni delle case occupate che sembra ormai stia per esplodere, i dissesti idrogeologici, gli scioperi (il prossimo il 5 dicembre indetto dalla CGIL proprio in concomitanza dei dati record sulla cassa integrazione) tutti problemi che per essere risolti necessitano di pianificazione, investimenti e capacità di reazione rapida, debolezze importanti che non si può nascondere essere tutte colpevolmente assenti nel nostro paese, tanto che ora i nodi vengono al pettine.

Con una lettura simile, che non vuole essere pessimista, ma semplicemente realista e per verificarla basta fare un giro nel paese, uno di quei giri che la nuova politica avrebbe dovuto mettere la centro del proprio operato per indirizzarlo ed avvicinarlo ai cittadini, anche se il Premier riuscisse a rispettare le date stabilite su legge elettorale, Jobs Act e legge di stabilità è evidente che lo scenario non potrà in ogni caso migliorare. Le importanti riforme non sono in grado di portare benefici nel breve-medio periodo ed anche quella sul lavoro pur supponendo che comporti un incremento dell’occupazione necessita di svariati mesi per i primi risultati. Ulteriori ritardi potrebbero essere causati da una eventuale elezione del Presidente della Repubblica qualora decidesse le sue dimissioni e se un precedente è l’elezione dei giudici della Consulta non lascia margini di ottimismo. Il patto del Nazareno ha una indubbia valenza politica finalizzata a rafforzare la leadership del Premier e ad allontanare lo spettro infausto per la disorganizzata FI e per Berlusconi delle elezioni anticipare tanto da renderlo propenso ad accettare qualsiasi compromesso con Renzi, forse anche qualche nome per il Quirinale. La calendarizzazione e le azioni proposte però rimangono dai risultati troppo lenti rispetto a quanto richiesto.

La situazione casalinga si inserisce in un contesto Europeo ancora debole, Draghi parlando da Roma ha ribadito che il livello di disoccupazione non è sostenibile ed ha confermato la disponibilità della BCE ad utilizzare altre misure non convenzionali qualora si rendesse necessario. Lo scenario che la BCE prevede, pur avendo tagliato di 0.2% -0.3% le stime di crescita dell’ Euro-Zona attestandole per il 2014 a 0.8%, a 1.2% e 1.5% rispettivamente per il 2015 e 2016,  è un ritorno ai livelli del 2012 con inflazione in rialzo per poi stabilizzarsi nell’intorno del target 2%. In sostanza il Governatore ha annunciato la solita disponibilità espansiva, che suole però concretizzarsi in ritardo sortendo benefici di molto inferiori rispetto a quanto avrebbe potuto. Del resto, pur non avendo i dati di cui dispongono i tecnici di Francoforte, pensare ad un ritorno dell’inflazione al 2% ed una ripartenza degli investimenti non è semplice e personalmente sarebbe il caso di una azione congiunta e sinergica tra BCE ed UE per utilizzare la politica monetaria al servizio degli investimenti.

A ridurre le stime è anche S&P ipotizzando un terzo anno di recessione per l’area Euro con conseguente ripercussione sull’economia mondiale, un ritorno dell’occupazione ai livelli pre-crisi nel 2019, una domanda di energia pre-crisi solo nel 2020 ed auspicando un’ulteriore espansione monetaria entro fine 2014.

A Bruxelles l’aria che tira non è delle più piacevole con l’esplosione del caso Lux Leaks ed il tema dell’elusione fiscale e del tax ruling a coinvolgere Juncker, il quale sottolinea che la vicenda non è nuova e che non vi fu nulla di illegale. Nei fatti così è, a meno di una lontana ipotesi di aiuti di stato, ma la domanda da porsi e veramente delicata è se a livello etico e morale sia corretto che colui che ha avuto un comportamento simile possa essere a capo della Commissione europea, andando proprio in questi giorni a ribadire e richiedere norme per l’armonizzazione fiscale e la trasparenza bancaria volte a combattere all’interno dell’UE elusione e competizione fiscale delle quali il Lussemburgo con Juncker come braccio armato ha per anni goduto arricchendosi.

Che l’Europa sia rimasta l’anello debole dell’economia mondiale è evidente e questa condizione potrebbe essere acuita dai patti emersi dal meeting APEC delle economie del pacifico. L’accordo commerciale tra USA e Cina sull’abbattimento delle tariffe su prodotti tecnologici potrebbe ampliare enormemente il mercato cross-pacifico riducendo così il peso europeo. Analoghi effetti potrebbe avere il lento e segreto negoziato USA-Cina sul clima che pone le basi per accordi sulla riduzione delle emissione id CO2 del 26-28% nel 2025 per gli USA, mentre la Cina dovrà ridurre il picco (che non vuol dire necessariamente una riduzione delle emissioni complessive) di gas serra entro il 2030; tali tempistiche, che quasi ignorano l’impellenza del problema da affrontare subito, fanno si che alti livelli produttivi ad impatto ambientale non trascurabile possano essere mantenuti ancora per anni facendo così a meno di un eventuale supporto europeo che una stretta sulle regole di sostenibilità ambientale avrebbe potuto comportare (le tecnologie verdi ed il knowhow europei ad esempio sono all’avanguardia). La Russia e la Cina poi si stanno avvicinando ulteriormente con accordi sul gas che Mosca deve vendere, possibilmente affiancando ai clienti storici ma “difficili” come l’Europa anche clienti assetati di materia prima ma meno propensi ad obiettare sulla geopolitica putiniana. Un accordo con l’Ucraina sul gas, anche grazie al supporto economico europeo, è stato trovato, ma le sanzioni a Mosca proseguono e nonostante ciò le tensioni nelle zone dell’est Ucraina stanno nuovamente aumentando.

Come ormai preoccupantemente di consueto, con una economia al palo non sembra che siano stati messi in campo gli strumenti adeguati, né che il programma di azioni rispecchi la gravità del contesto che necessiterebbe di precisione, concretezza dei risultati e rapidità. Da anni ormai sentiamo ripetere che il tempo è già scaduto e che si deve fare presto, ricordiamo un titolo a caratteri cubitali de il sole 24 ore, ma parole a parte ben poco si è davvero mosso nella giusta direzione col risultato che ora non c’è più margine di errore e se vogliamo effettivamente guardare in faccia alla realtà le chance di risalire la china sono ridotte al lumicino.

Se un tempo, all’epoca della prima rivoluzione industriale del 1800, sembrava che fosse l’uomo, il progresso e la crescita inarrestabile a scandire ed a surclassare i tempi degli eventi e della natura, adesso le parti si sono invertite e sono gli eventi e la natura a batter cassa, richiedendo un profondo cambio di passo e di rotta all’uomo ed alle sue convinzioni, uomo che al momento possiamo dire, senza timore di essere smentiti, totalmente inerme ed incapace di affrontare il mutamento rispetto al quale non può dirsi totalmente incolpevole.

12/11/2014
Valentino Angeletti
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Ma quale LuxLeaks per piacere!

Alla faccia dell’ingenuità a cui non credo.
Vorrebbero farci pensare che solo ora si scopre che il Lussemburgo ha un regime fiscale irrisorio sfruttato legalmente da molte aziende multinazionali e società di revisione contabile anche sotto il mandato di Juncker che per svariati anni è stato il “Gran Duca” del Granducato?
Quello del Lussemburgo è un esempio che da anni viene portato come esempio di competizione fiscale in UE che crea squilibri e concorrenza insana fomentando l’elusione.
Mi verrebbe da dire: “Ma va?”.
Poi se qualche sospetto nasce sulle tempistiche del presunto scandalo, esattamente coincidenti con l’insediamento di Juncker a Bruxelles, si potrebbe anche non parlare a sproposito di malizia…

Sia chiaro che i patti a due come pare sia avvenuto tra Lussemburgo, che peraltro si vanta del trattamento fiscale riservato alle aziende ed alle persone fisiche, non sarebbero mai da prendere come esempio prediligendo la trasparenza, ma non è, a grandi linee, lo stesso concetto, ampiamente adottato anche in Italia, secondo il quale un evasore si può regolarizzare patteggiando con lo stato una somma in genere ben inferiore al dovuto e quindi sottraendo denaro alla collettività? Oppure, i casi di condono fiscale con percentuali minimali non sono un patto “scellerato” a scapito degli onesti? In aggiunta in questi due esempi siamo di fronte ad un reato, in Lussemburgo invece no.

Voglio confidare alcuni segreti, ma mi raccomando, zitti, non lo sa nessuno e non vorrei sollevare uno scandalo o un leaks!! Oltre a Lussemburgo anche in Olanda, UK, Irlanda e Canarie il fisco per le aziende è super agevolato, ad esempio l’Irlanda che sta risalendo la china dopo il commissariamento ha basato la sua ripresa, confermata da buoni dati, sul regime di tassazione esiguo rispetto ad altri stati membri e che, attenzione, si riversa solo parzialmente sull’economia reale; il differente costo del lavoro ed il differente livello di salario per i lavoratori applicati nei vari paesi membri è una delle principali cause di delocalizzazione delle aziende verso stati più convenienti e ciò rappresenta senza dubbio concorrenza distorcente entro l’UE; se vogliamo anche i differenti vincoli ambientali o sull’inquinamento (alcuni sono europei, altri no) applicati dalle legislazioni locali favoriscono le aziende di taluni paesi rispetto ad altri, ad esempio nell’Adriatico la Croazia consente trivellazioni in mare, l’Italia (fino allo Sbloccaitalia) no pur essendo il mare lo stesso e gli eventuali danni derivanti da un disastro, identici per ambedue i paesi; analogo concetto vale per le regolamentazioni bancarie.

Insomma, come già detto più volte in questa sede il cambiamento di governance europea dovrà modificare queste distorsioni puntando all’uniformazione ed integrazione normativa così da diminuire la concorrenza, perfettamente legale, sul regolatorio che in una vera Unione dovrebbe essere molto più uniforme di come è adesso. Anche più attenzione alla morale ed all’etica in contesti fiscali (anche se ai giorni nostri di rado etica e denaro vanno a braccetto) ed in generale normativi sarebbero auspicabili, ma su ciò proprio Juncker ha assicurato il suo impegno.
Prendendo da emblema l’ultimo caso lussemburghese si è portati ad asserire e denunciare che il meccanismo di elusione fiscale ha sottratto denaro ad altri Stati europei in favore del Gran Ducato, evidenziando così la divisione esistente; si dovrà invece arrivare (ma è un obiettivo ambizioso e di lungo periodo) quasi a non curarsi di simili spostamenti di denaro perché sempre interni ed a disposizione di una sole entità senza confini, l’Europa.
Forse un’Utopia ma diversamente credo difficile che tutti gli stati del vecchio continente possano continuare ad vivere in relativa prosperità inseriti nell’attuale dinamica evolutiva globale.

Link:
Unione bancaria, riforme, trattati ciò che serve all’Europa per dialogare alla pari con i grandi e dinamici interlocutori 19/12/13
Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere 04/05/13
Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa 05/05/14

06/11/2014
Valentino Angeletti
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Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso.

Il Parlamento Europeo di Strasburgo ha dato il suo nullaosta all’insediamento della nuova Commissione Juncker. L’investitura formale c’è quindi stata ed ora rimane da attendere l’ufficialità per il suo insediamento prevista per il primo novembre.

Nel suo discorso davanti all’Europarlamento il Lussemburghese Juncker, presidente entrante, ha voluto sottolineare l’importanza dell’Europa che deve pensare oltre che alla tripla A finanziaria, rimasta saldamente solo alla Germania ed in modo più traballante al Lussemburgo, alla tripla A sociale, riavvicinandosi di più ai cittadini e rianimando lo spirito di appartenenza e l’orgoglio di far parte del progetto Europeo. Europa che inevitabilmente dovrà rivolgere sempre più lo sguardo al Mediterraneo ed all’Africa intervenendo con più risolutezza nelle vicende di politica estera che stanno affliggendo il Medio Oriente, senza ovviamente poter permettersi di tralasciare la Russia.

Juncker ha tenuto a ribadire l’importanza che ricoprono gli investimenti rilanciando così il piano di supporto a crescita ed occupazione da 300 miliardi la cui definizione precisa è stata anticipata da febbraio 2015 a dicembre 2014 ed in cui la componente privata sarà di fondamentale importanza. L’ammontare della somma è ingente, un buon inizio, ma oggettivamente da sola non è sufficiente a ricollocare l’Unione sui binari della competitività rispetto ad un resto del mondo che pare aver imboccato una strada, che seppur non priva di difficoltà, porta comunque a livelli di crescita ben superiori a quelli dell’Eurozona. La destinazione dell’incentivo dovrebbero essere quei settori trainanti, ad alto valore aggiunto ed in cui l’Europa si mostra più deficitaria o in certi casi, con i tedeschi non immuni, obsoleta. Ci si riferisce quindi alle infrastrutture, alle vie di comunicazione, ai collegamenti digitali a larghissima banda, alle telecomunicazione ed ovviamente al settore energetico che mai come ora mostra evidente bisogno di essere maggiormente integrato ed uniformato tra tutti gli stati membri con un miglior sfruttamento e distribuzione geografica della diversificazione tecnologica che in Europa comunque già esiste.

Fino a qui gli intenti ed i propositi sono encomiabili e rispecchiano a tutti gli effetti le reali esigenze del vecchio continente e riprendono le linee programmatiche pre elettorali. Quando invece si viene al nodo economico le cose si complicano. Una parte del discorso è stata pronunciata in tedesco facendo riferimento al fatto che è la lingua della nazione campione del mondo attualmente non così in forma, quasi a voler ricordare di come la Germania, ultimi dati alla mano, abbia bisogno dell’Europa. In realtà questo piccolissimo affronto poco deve aver scalfito gli animi di Merkel e Schauble, perché subito dopo Juncker ha fatto intendere che per quel che concerne la politica economica non vi saranno grosse rotture con il passato. La disciplina di bilancio, il rigore se vogliamo usare un termine più odioso, va mantenuta e la via intrapresa non deve essere abbandonata, ma rafforzata ed affiancata al processo di riforme che ogni singolo paese ha il dovere di portare a compimento. Nessuna idea di rivedere i patti, neppure alla luce della pesante recessione, e la flessibilità che può essere concessa è solo quella già presente nei trattati. Da queste parole si comprende la sintonia che indiscrezioni dicono essere nata tra il Cancelliere tedesco ed il Commissario entrante, perché si tratta proprio della linea economica Schaeuble-Merkel-Katainen.

Questo discorso in realtà si contrappone in modo abbastanza evidente all’informativa pronunciata da Renzi in Senato durante la quale il Premier italiano ha parlato di una Europa nuova, in rotta col passato e che cambia verso, abbandonando il rigore e l’austerità. Renzi sottolinea inoltre come il piano da 300 miliardi sia un grande risultato del semestre italiano perché fortemente voluto e preteso proprio dall’Italia. Qualche dubbio su questa affermazione nasce in quanto il piano fu proposto da Juncker ancor prima che ottenesse la maggioranza dei voti alle elezioni europee, sembrerebbe dunque (ma il condizionale è doveroso) esclusivamente farina del suo sacco.

Nelle stesse ore dell’approvazione della nuova Commissione UE arrivava,non senza qualche intoppo, anche la bollinatura da parte della Ragioneria di Stato alla legge di Stabilità italiana che può così approdare al Quirinale. A breve inoltre è prevista la consegna della lettera già inviata dalla Commissione al MEF dove si chiederanno alcune precisazione. Sulla lettera della Commissione ha totalmente ragione Renzi nel dire che la richiesta di precisazioni è una  normale prassi. Il vero problema è se le precisazioni saranno accettate e condivise da Bruxelles o se verranno richieste rettifiche più o meno pesanti. In ogni caso una completa bocciatura il 29 ottobre non pare un’ipotesi verosimile.

Tornando invece al concetto di flessibilità entro i patti nuovamente ribadito da Juncker e che sarà comunque il viatico dei prossimi mesi, la Francia non ha di che stare tranquilla visto che il suo rapporto deficit/PIL supera il 4.2%, quindi ben fuori dalla più permissiva applicazione dei trattati, dalla parte di Hollande vi è però un appoggio tedesco che sembra molto un tentativo di supporto al primo mercato per esportazioni (in Francia tutti hanno la Mercedes per intenderci…). Neppure l’Italia può permettersi di non preoccuparsi. Anche se il rapporto deficit/PIL rimarrà, come dovrebbe, sotto il 3% esso è comunque superiore al piano di rientro e la correzione sul deficit di 0.1% presente nella Legge di Stabilità  è ben inferiore allo 0.5% richiesto. Le indiscrezioni vorrebbero la Commissione indirizzata a richiedere uno sforzo sul deficit ed è probabile che verrà trovata una mediazione per un valore di 0.25-0.3% riducendo le coperture necessarie da 8 miliardi (necessari per arrivare allo 0.5%) a 3-3.5 miliardi già accantonati in un apposito tesoretto. Il tesoretto però viene da clausole di salvaguardia che significano aumento dell’IVA, delle accise quindi aumento della tassazione e prosecuzione senza se e senza ma sulla via dell’austerity.

Di certo questo modello non è quello che Renzi, stando all’informativa al Senato, ed i cittadini europei vorrebbero e non pare essere una rottura così netta col passato da consentire l’uscita dalla spirale recessiva esasperata dal vecchio approccio economico.

Se questa Commissione vorrà davvero imprimere e, ricordando che Juncker ha affermato essere l’ultima opportunità, evitare il tracollo, l’approccio da seguire dovrà essere ben differente e dovrà essere messo in pratica fin da subito. IN questo frangente non esistono mezze misure o vie di compromesso, o si agisce immediatamente e bene o si prosegue nel declino.

22/10/2014
Valentino Angeletti
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Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino

La prevista pioggia di liquidità dovrebbe spingerci ad andare in giro ben muniti di ombrello. Lunedì 20 ottobre infatti si avvia la seconda, dopo il T-LTRO, delle misure non convenzionali decise dalla BCE per riportare l’inflazione attorno al 2% e vincolare denaro fresco verso le imprese e l’economia reale. Questa fase consiste nell’acquisto da parte dell’Istituto di Francoforte di covered bond emessi dalle banche. Questi titoli sono garantiti con rating almeno di Bbb- e potrebbero ammontare complessivamente a 1000 miliardi probabilmente spalmati in tre anni con obbligo per le banche di vincolare la liquidità ottenuta direttamente alle imprese.
Il provvedimento come detto segue la prima trance di T-LTRO e precede l’acquisto di ABS ed a differenza delle misure non convenzionali utilizzate precedentemente, quelle di questi giorni vincolerebbero appunto i beneficiari, quindi gli istituti di credito, a finanziare aziende ed economia reale (ad esclusione di prestiti immobiliari per evitare bolle).
Fino ad ora la politica monetaria di iniezione di liquidità non aveva mai imposto agli istituti di prestare ad imprese e famiglie e tale lacuna è stata determinante nel limitarne gli effetti.
Ancora prima però, e si è sostenuto più volte, i ritardi di intervento della BCE e la poca determinazione ad agire con politiche espansive differenziandosi dall’esempio della FED e senza seguire i consigli provenienti da più parti, a cominciare dal Fondo Monetario della Lagarde, hanno contribuito all’aggravarsi della crisi iniziata con il caso greco che se trattato diversamente e con miglior puntualità forse avrebbe avuto un minore impatto e non sarebbe stato il “la” alla recessione più grave dal 1929.
I ritardi fino ad ora attribuiti all’approccio eccessivamente conservativo della BCE sembrano adesso poter essere fatti risalire, in modo non così sorprendente, anche ad un altro attore. Sarebbe emerso da alcuni carteggi che già per risolvere il caso della Grecia molti Governi, tra cui il Governo Monti, sarebbero stati favorevoli all’utilizzo immediato di strumenti non convenzionali da parte della BCE, dal canto suo già pronta ad intervenire, tra cui anche l’acquisto diretto di titoli di stato .
Questa possibilità, che forse avrebbe permesso di scrivere una storia differente, sarebbe stata avversata dalla Germania, ed in particolare dal Governatore della BuBa Weidmann e dal Ministro delle finanze Schaeuble ai quali BCE e Commissione si sono rimessi assecondando così il commissariamento, l’intervento della Troika e la conseguente linea dell’austerità che ha messo in ginocchio la Grecia ad oggi nuovamente a rischio per via delle tensioni sui suoi titoli di stato con interessi balzati oltre il 7% (con punte fino a 9%).
L’ingerenza della Germania, potente azionista europeo e della banca centrale, se vera, avrebbe tenuto in scacco Draghi e la BCE dall’attuare misure più immediate e risolute consentendo solo la rincorsa agli eventi che stavano precipitando invece che agendo con azioni preventive e arrivando così al livello di inflazione (già deflazione in alcune zone) ad oggi presente.

Nonostante questa lezione, e ciò è preoccupante, pare che anche ora l’approccio tedesco non sia mutato. Weidmann e Schaeuble non hanno lesinato critiche al T-LTRO, all’acquisto di covered bond e soprattutto a quello degli ABS ritenendo che così facendo il rischio si trasferisse iin modo eccessivo sulla BCE. Ovviamente al momento non v’è nessuna apertura né a QE che acquistassero direttamente titoli di stato sovrani ed ovviamente neppure ad una condivisione del debito a mezzo di Euro-Bond. Nel frattempo la Germania, consapevole della sua forza e dei problemi patrimoniali di alcune sue banche territoriali, ha spinto affinché si rallentasse il processo di unificazione bancaria che avrebbe dovuto consentire di rendere più sostenibile il sistema finanziario europeo ed affinché si rendessero più laschi i criteri di valutazione del loro stato patrimoniale (criteri di Basilea).
Anche adesso, sempre a dispetto di quanto propagandato trasversalmente in tutta UE nel periodo pre-elezioni europee quando l’austerità ed il rigore (durante periodi recessivi) sembravano ormai sul punto di rimanere solo un ricordo in favore di un piano di investimenti (300 mld €) e nonostante dati di produzione, ordinativi e fiducia di consumatori ed imprese in netto calo, la Germania non si risparmia nel professare che la prima preoccupazione dovrebbe essere il rigore dei conti ed il rigido rispetto dei vincoli europei e ciò soprattutto per quel che concerne le “leggi finanziarie” che gli stati membri si apprestano ad inviare al vaglio della Commissione.

Il comportamento tedesco, che ha confermato ogni impegno preso con Bruxelles incluso l’azzeramento del deficit ed ha impostato una finanziaria su investimenti in ricerca-sviluppo ed istruzione, sembra ignorare il semplice ragionamento per il quale se il mercato principale di sbocco, rappresentato da quasi tutto il resto dell’Europa, va in crisi pesante e si blocca, la naturale conseguenza è che anche il mercato “esportatore”, con un fisiologico ritardo più o meno cospicuo, ne andrà a risentire.
Analogo rigore pare che vorrà applicare Katainen, attuale Commissario UE ad interim per gli affari economici e monetari, nel valutare le leggi di stabilità avendo dichiarato che utilizzerà l’aritmetica per l’analisi di ogni numero.
La legge di stabilità italiana difficilmente sarà bocciata, ma sicuramente saranno chieste precisazioni e cifre ben comprensibili, in particolare sulla spending review incluso il perché della dipartita di Cottarelli e con lui del suo report, sui tagli che le regioni/enti locali dovranno effettuare, sullo stato delle privatizzazioni, sul taglio del cuneo fiscale e probabilmente anche sul progresso delle riforme istituzionali. Oltre a ciò sarà messo sotto esame il debito in aumento, il livello di crescita (ottimistico per il momento in essere) considerato per le stime previsionali del DEF ed il rapporto deficit/pil al 3% che non verrà sforato, ma che è pur sempre superiore rispetto a quanto la tabella di marcia UE per il rientro del deficit prevede, così come ritardato di un anno è stato il pareggio strutturale di bilancio. Non è previsto comunque un respingimento, ma la richiesta di un qualche aggiustamento è probabile e vista la difficoltà nel reperire risorse se non con clausole di salvaguardia ben note ed odiose questa circostanza potrebbe essere preoccupante.

Oltre a ciò non si attendono grandi novità anche se alcune indiscrezioni danno un Katainen, che dovrebbe essere futuro VP della Commissione Juncker, ammorbidito verso le posizioni più riformiste e permissive professate dallo stesso Juncker, e soprattutto un “patto segreto” che vedrebbe la Germania soccorrere la Francia garantendo la sua legge finanziaria (con rapporto deficit/pil al 4.2%) affinché non venga rigettata da Bruxelles e soprattutto venga evitata la procedura di infrazione. Evidentemente se ciò fosse vero Berlino si sta rendendo conto che alla fin fine anche gli stati vicini, e suoi mercati naturali di esportazione, hanno una discreta importanza sull’economia tedesca. Un asse Franco-Tedesca però potrebbe essere controproducente per l’Italia che troverebbe maggiori difficoltà a fare squadra proprio con il paese transalpino che a quel punto dovrebbe sottostare alle condizioni dettate dei tedeschi, precludendo così un incremento dei margini di flessibilità per il nostro paese. Benché intriganti comunque allo stato attuale questi sono puri esercizi di analisi senza verificate fondamenta.

In questo frangente in cui la crisi e la recessione non sembrano aver mollato la presa ed in cui l’inflazione è bassa ed alta la forza dell’Euro (anche se ridimensionata) l’unica possibilità, che deve accompagnare le riforme che i singoli governi hanno l’obbligo di mettere rapidamente e proficuamente in atto per attrarre investimenti, supportare famiglie ed imprese ed agevolare l’occupazione (in Italia oltre 2 milioni di posti di lavoro persi in 6 anni solo tra gli under 35, dato ISTAT), è una governance europea realmente rivolta alla crescita ed una politica monetaria più espansiva che a questo punto sono assolutamente dipendenti dal cambio d’impostazione del Governo di Berlino e della BuBa.
Del resto Germania e BuBa, se vera è l’indiscrezione del loro veto rispetto ad un subitaneo ed espansivo intervento della BCE nel 2011 indirizzando invece verso il commissariamento di Atene il conseguente intervento della Troika ed un protratto regime di austerità, avrebbero da farsi perdonare forse gran parte dell’aggravarsi della crisi con tutte le ripercussioni economiche, sociali e di sentimento Anti-UE alle quali stiamo assistendo.

19/10/2014
Valentino Angeletti
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Dalla tre giorni economica milanese emergono ingredienti condivisi, ma la ricetta finale è ancora ignota

Dalla tre giorni di vertici europei “informali” EcoFi, EuroGruppo ed EcoFin poche novità e pochi spunti sono emersi rispetto a quanto già non si sapesse e fosse consolidato nella discussione economica continentale.

I punti cardine di cui tanto si è scritto sia qui nelle settimane e nei mesi addietro, sia sulla stampa sono stati le riforme strutturali economiche ed istituzionali che devono affrontare i singoli paesi con varie priorità, gli investimenti in calo a livello europeo che vanno supportati e vincolati e la politica monetaria. Tutti e tre gli elementi fanno parte della strategia volta alla crescita ed al sostegno all’occupazione all’interno di tutta l’UE che sono tra l’altro le priorità dichiarate dal Premier Renzi per il semestre Italiano ormai iniziato da 75 giorni.

Gli ingredienti sono in linea di massima assodati e condivisi tra i vari protagonisti, quindi stati nazionali inclusa l’Italia, Unione Europea e BCE, ad essere differenti invece sono le visioni di insieme e la consecutio di implementazione.

I lavori si sono infatti aperti con l’ennesimo battibecco tra Governo e Commissione uscente con un botta e risposta tra Roma dove si trovava il Premier Renzi e Milano dove erano presenti i rappresentati economici dell’Unione. La scintilla è stata la dichiarazione del commissario uscente ad interim  per l’economia e gli affari monetari Katainen (e venturo VP) secondo cui le riforme in Italia non vanno solo annunciate, ma attuate altrimenti sarebbe come comprare delle medicine senza prenderle: inefficaci. Evidentemente la fiducia del futuro potente VP nei confronti dell’Italia non è massima e considerando il recente passato non lo si può completamente biasimare. Il finlandese ha poi lasciato trasparire un po’ di superficialità asserendo che il programma di riforme italiano è ambizioso, va nella giusta direzione e sicuramente porterà i frutti aspettati una volta applicato, aggiungendo però di non conoscerlo nei dettagli; forse prima di gettarsi in certe dichiarazioni avrebbe potuto documentarsi o tralasciare l’ultima locuzione. Il concetto di Katainen, condiviso anche dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, è che prima di ogni altro intervento europeo si debba attendere l’applicazione ed il risultato misurabile delle riforme, fino ad allora vigono i patti ed i vincoli europei attualmente in essere, sottoscritti dai 28 e mai modificati o resi più flessibili. Quindi prima riforme e presentazione chiara di precise strategie di investimento e destinazione di eventuali fondi e solo dopo concessioni o piani di incentivazione.

A Katainen ha risposto a più riprese Renzi, immediatamente via Twitter e successivamente dalla Fiera del Levante in Puglia. Il Premier ha risposto a tono dicendo che non si prendono lezioni da nessuno e che meritiamo rispetto e credito essendo uno dei pochi paesi a rispettare il 3% (che a dire la verità dovrebbe essere secondo i patti in essere il 2.6% per il 2014) nel rapporto Deficit/PIL, aggiungendo che continueremo a rispettare i patti, il 3%, proseguiremo nelle riforme non per l’Europa ma per andare incontro alle necessità dei cittadini per la prima volta tifosi del governo, e che l’Europa e Juncker dovrebbero pensare a rendere disponibili i 300 miliardi di investimenti paventati.

Katainen ha finemente replicato che l’Europa non è maestra di nessuno né bacchetta alcun paese, ma cerca il confronto con i singoli stati affinché venga mantenuto il rigore di bilancio, vengano implementati i piani e non si venga meno alle regole sottoscritte. Ha poi aggiunto che la situazione italiana nello specifico non è stata ancora valutata e che vige ancora nella sua totalità ciò che il patto di stabilità contiene.

A far da mediatore tra i due leader è il Ministro dell’Economia Padoan (stima sempre maggiore per questo tecnico), con un piede nella calzatura di Renzi e l’altro in quella di Katainen, ribadendo che le riforme nel nostro paese non hanno scadenze, ma carattere di urgenza estrema e che la crescita di lungo periodo potrà avvenire solo dopo la ripresa di un ammontare adeguato di investimenti pubblici ed in particolare privati (in un paese come l’Italia senza sostegno esterno pensare a grossi piani di investimento pubblico è complesso visto lo stato dei conti pubblici e l’allocazione di una spending review ancora in fieri nella riduzione del debito e defiscalizzazione). A tal fine il solo credito bancario, che ha fallito in passato, non è sufficiente e, come scritto più volte in questa sede, è necessaria una diversificazione per la quale il Ministro ha chiesto supporto a BEI e Commissione che dovranno redigere consigli su dove e come agire considerando ipotesi quali Minibond alle imprese (ed aggiungiamo anche quotazioni in borsa facilitate, EuroBond di concerto con la BCE, intervento diretto di BEI ed entità come CdP, ecc). Pur con questi strumenti, ancora teorici, più orientai alla finanza e credito rimane però il punto tanto dirimente quanto ovvio che un privato si accolla l’onere ed il rischio di un investimento solo se esiste la possibilità concreta di profitto, e se il terreno su cui si va ad investire è stabile e non scosceso; questo stato evidentemente si può raggiungere solo con un profondo piano di riforme alla struttura fiscale, burocratica e normativa italiana.

A ciò si aggiunge la posizione ben nota della BCE, di Draghi e del suo VP Victor Constancio che ribadiscono (correttamente) che l’operato della BCE non può prescindere da un contesto di ampie riforme a sostegno della crescita e che la sola politica monetaria non può portare a cambiamenti economici strutturali. L’impegno della BCE è confermato secondo Constancio con la partenza la prossima settimana delle misure di T-LTRO, per il resto l’istituto di Francoforte ritiene di aver fatto la propria parte e che a rivitalizzar un’economia che in complesso e nelle sue componenti nazionali vede ancora dati di PIL peggiori rispetto al 2008 spetta agli stessi stati.
Come spesso ribadito in realtà la BCE avrebbe potuto agire sicuramente prima ed in modo più mirato anche perché i dati di inflazione e la stabilità della moneta e dei prezzi, elementi del mandato della banca centrale, forse potevano essere protetti con più forza e con maggior tempismo visto che segnali chiari non mancavano già anni fa. Non la pensa così la BuBa di Weidmann secondo cui la politica della BCE, espansiva addirittura oltremodo, rischia di minare il percorso di risanamento dei conti, evidentemente priorità assoluta per l’istituto centrale tedesco.

Leggendo le elucubrazioni di Katainen, Renzi e Padoan vi sono alcuni elementi che mettono in dubbio l’efficacia di azioni impostate secondo quanto detto.
Katainen vorrebbe prima attendere l’attuazione delle riforme, che in un contesto italiano sono lentissime, richiedono varie letture e votazioni, ed addirittura poterne misurare i risultati prima di avanzare ipotesi di concessioni ed allentamenti, ben conoscendo la pastosità del sistema italiano. Vorrebbe poi che a fronte dell’erogazione di incentivi ed investimenti fossero presentati piani precisi e dettagliati, richiesti ed ancora non pervenuti anche per la spending review sui cui l’UE conta molto come elemento di abbattimento del debito e riduzione del carico fiscale assieme alle privatizzazioni. Un approccio simile è ovviamente condiviso in toto dalla Germania, con Schauble in prima fila, essendo già ben indirizzati in tema di riforme con l’impegno di sostenere il mercato interno e ridurre il surplus. La Germania potrebbe quindi (ma è solo una ipotesi) beneficare per prima di ogni tipo di investimento europeo.
Il Premier Renzi invece vorrebbe che allentamenti dei vincoli, investimenti e fondi venissero fatti immediatamente, forti del nostro rispetto del 3% (che al 2014 dovrebbe essere 2.6%) contrariamente ad altri paesi come la Francia (che però ha un debito attorno al 90% e dati su occupazione ed inflazione migliori dei nostri). Evidentemente, se credito e concessioni vorranno essere dati al nostro paese, non ha senso attendere perché di tempo non ve n’è.
Infine Padoan il quale sa bene dell’urgenza delle riforme e della loro attuazione, ma al contempo è consapevole che gli investimenti devono riprendere subitamente. A tal pro in modo molto diplomatico il Ministro ha tirato in ballo un piano a supporto di investimenti, chiaramente parte del meccanismo complessivo di azioni da implementare, da produrre congiuntamente e rapidamente da BEI e Commissione. Inoltre ha allentato ulteriormente la tensione definendo il controllo europeo (che considerando la cessione di sovranità che dovrà avvenire sarà sempre maggiore) un utile strumento di confronto tra stati e di miglioramento.
Anche in tal caso però il rischio di ritardi è altissimo perché la Commissione, che dovrà lavorare sul programma a sostegno degli investimenti nonché sul piano di investimenti stesso (probabilmente anche quello da 300 mld di Juncker), è la nuova che si insedierà solo da Novembre ed avrà bisogno di un po’ di tempo per rodarsi andando così a sfiorare la conclusione del nostro semestre di presidenza che attualmente ben meno del previsto, complice le elezioni ed il riassetto europeo, ha potuto indirizzare l’agenda UE impegnata su questioni più squisitamente di governance che non pratiche.

A corollario di ciò vi è la dichiarazione più che pragmatica di Visco, Governatore di Bankitalia, che riporta tutti con i piedi per terra dicendo che da queste riunioni, le quali di fatto non hanno aggiunto nulla di nuovo o utile alla soluzione della crisi, l’Italia esce con i soliti problemi.
I soliti appunto: debito, disoccupazione, deflazione, pil, imprese in difficoltà, basso potere d’acquisto, basso credito, investimenti azzerati ed altissimo carico fiscale assieme a tutti gli intoppi burocratici e le questioni politiche, che vedono con il voto per la Consulta, un patto del Nazareno in bilico e con la vicende in Emilia-Romagna divergenze interne al PD.

A tirare la stoccate al Governo sono poi anche i sindacati che manifesteranno ad ottobre. Il più duro di questa tornata è stato Bonanni della CISL che ha tuonato contro i “palloni gonfiati che promettono riforme sul lavoro senza poi fare nulla, come accade da 5 governi a questa parte”. Il riferimento e la rottura con l’Esecutivo sembra abbastanza immediato anche se non sono stati fatti esplicitamente nomi.

Pare quindi che gli ingredienti da portare in cucina siano condivisi dai vari cuochi, chef e garzoni, ma manchi la ricetta in cui impiegarli.
L’impressione è che più o meno si abbia un’idea abbastanza chiara di quali siano gli strumenti da usare, ma non vi sia assolutamente un piano complessivo ed una sequenza di attuazione, anzi ogni leader ha una propria idea ed è abbastanza fermo sulla propria posizione, poco disposto a cedere in totale contrasto con lo spirito comunitario di condivisione ed aiuto reciproco.
Ciò, unitamente al processo di insediamento della nuova Commissione, rischia di richiedere ancora troppo tempo in cui indubbiamente, almeno per il nostro paese, i dati già pessimi peggioreranno e le tensioni politiche si acuiranno ulteriormente.
Insomma, l’UE è ancora ben lungi da quella sinergia che mai come ora è indispensabile.

Link:
Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti? 12/09/14
Un po’ di “Cencelli” nella nuova Commissione Europea che dovrebbe essere decisa e rapida 11/09/14
Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE 09/09/14
Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre 06/09/14
Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno 28/08/14
Draghi: parole “infraintendibili” per tutti, non per Schauble 28/08/14
La crisi di governo francese ha rotto il fronte anti austerità? Problemi in vista? 26/08/14

 

13/09/2014
Valentino Angeletti
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Un po’ di “Cencelli” nella nuova Commissione Europea che dovrebbe essere decisa e rapida

Il Presidente entrante della Commissione Europea Jucker, ha formato in giornata la squadra dei suoi Commissari.

La volontà del Lussemburghese alla guida della Commissione era quella di creare un team politico sul quale centralizzare le funzioni istituzionali e che portasse l’Unione ad essere, citando quanto detto in conferenza stampa, “grande sulle grandi cose e piccola sulle piccole cose”.

Le novità principali relative alla govenrance riguardano la presenza di un Primo Vicepresidente vicario, l’olandese Frans Timmerman, che sarà l’alter ego dello stesso Jucker è potrà decidere sostanzialmente su tutte le questioni e porvi il veto. Il potere di veto inoltre è nelle corde anche dei Vicepresidenti, in totale sette, per quanto concerne i loro ambiti di influenza, non limitati ad una singola Commissione, ma estesi  a più Commissioni qualora gli argomenti trattati presentassero sovrapposizioni ed in tal caso sarebbe loro possibile porre vincoli mandatori.

Lo schema che ha portato a partorire il nuovo Esecutivo Europeo il quale dovrà ottenere la fiducia del Parlamento a valle di singole audizioni previste per il 21-22 ottobre consentendo un insediamento al primo novembre, è stato una sorta di Cencelli a ben vedere leggermente sbilanciato verso l’ala Popolar (che comunque ha avuto la maggioranza relativa alle ultime elezioni) – Rigorista – Tedesca pur mantenendo ad una superficiale lettura un certosino equilibrio.

Per quanto riguarda i singoli nomi vi sono alcune considerazioni interessanti.

Una riguarda il ruolo della Mogherini come Alto Rappresentante della politica estera e sicurezza con delega da VP agli affari esteri, commercio, allargamento e gestione crisi. L’incarico di “Lady PESC” additato da molti come di poco spessore ed di poca utilità per l’Italia è stato reso più pesante proprio dal nuovo modello con i VP che nel caso di Federica Mogherini le danno la possibilità di avere voce in capitolo anche sulla gestione delle crisi, elemento importante quando si parla di problema dei flussi migratori o del Mar Mediterraneo per cui non v’è un commissario specifico, e sul commercio ancor più importante considerando la natura di paese manifatturiero ed esportatore che ha l’Italia. La Mogherini lascia una poltrona vacante nel governo italiano che dovrà quindi affrontare un’ulteriore questione che si inserisce nelle molte già in essere, quali il processo riformatore che va a coinvolgere economia ed istituzioni su cui pressano la BCE che dopo aver abbassato i tassi si attende riforme e risultati ed Europa  che per bocca di Barroso rammenta all’Italia di essere ancora indietro pur offrendo il proprio sostegno al Premier; la situazione del debito; i dubbi sul deficit; la ricchezza degli italiani tornata a 30 anni fa; le problematiche interne ai vari partiti (caso Emilia Romagna) e trasversali; le tensioni con Magistratura, Sindacati e Burocrazie varie che rendono la situazione molto fluida, complessa e pesante.  Se però l’opportunità di agire sul settore commercio da parte del Ministro Mogherini sarà sfruttata nel migliore dei modi questo punto può senza dubbio portare vantaggio all’Italia e costituire un elemento di crescita economica.

Un secondo elemento è il passaggio dagli Interni al Commercio della Malmstrom, con cui la Mogherini quindi dovrà avere uno stretto dialogo e quello di Oettinger all’Economia Digitale e Società dall’Energia-Clima, commissione ora ricoperta dallo spagnolo Canete, non senza polemiche per via di presunte dichiarazioni sessiste, ma soprattutto perché in precedenza pare sia stato un grande azionista di una compagnia petrolifera (quindi gli rimprovererebbero la vicinanza con alcuni portatori di interessi ed un potenziale conflitto di interessi).

Una delle principali problematiche e motivi di tensione di questa commissione sarà quella del crescente sentimento Anti-UE che in molti stati ha movimenti politici organizzati e di grande consenso. Il caso dell’Ungheria è emblematico, ed all’Ungherese Novracsici è stata assegnata l’istruzione, cultura, gioventù e cittadinanza. Novracsics è molto vicino al presidente ungherese Orban, uno dei più nazionalisti ed Anti-UE e probabilmente nelle intenzioni di Juncker c’è anche quella di utilizzare il Commissario come testa di ponte per allentare le tensioni con il leader del governo ungherese cercando di alleggerire le sue posizioni sull’Europa. Stesso ragionamento vale per l’inglese Jonathan Hill ai servizi finanziari e mercato dei capitali che potrebbe dover avere il compito di riportare il Regno Unito verso il ripensamento sull’unione bancaria, da Londra rifiutato, ma fondamentale per il processo di integrazione europeo, anche facendo leva sul risultato incerto del referendum sull’indipendenza scozzese che molto preoccupa la City (e le società, ad esempio RBS ha dichiarato di trasferire la propria sede in Inghilterra in caso di vittoria del SI è come lei molte altre).

Infine, ma non per importanza, c’è lo spinoso, il più spinoso, nodo economico. Il nuovo Commissario agli affari economici sarà il francese socialista Pierre Moscovici, candidato sostenuto da Hollande, ma anche molto gradito all’Italia, in ottica anti-rigorista. Sembrerebbe di buon auspicio per un rinnovato approccio economico, in realtà la struttura con i nuovi VP sottopone Moscovici ad uno stretto controllo da parte del finlandese, erede di Olli Rehn, Jyrki Katainen VP per lavoro, crescita, investimenti e competitività e del lettone Valdis Dombrovski VP per euro e dialogo sociale, oltre che del Primo-VP Timmermans che si può pronunciate a tutto tondo. Essi sono annoverabili tra i falchi e perciò nelle grazie della Germania. Senza titolo di VP, ma sempre scrupolosa sui bilanci e propenso al rigore è anche la belga Marianne Thyssen, assegnataria della pesante poltrona di commissario per lavoro ed affari sociali.

La linea intransigente quindi ha saldi protettori e Francia ed Italia avranno difficoltà nel portare avanti l’idea di flessibilità in discontinuità col recente passato.
Il Cancelliere tedesco si è apertamente detto soddisfatto perché il rigore e la disciplina di bilancio, da non abbandonare, sono assicurati nella loro prosecuzione.

Ora v’è da capire quanto Juncker voglia mantenere la promessa di cambiamento fatta, ricordando gli obiettivi di crescita, lavoro, prosperità dei popoli, benessere, integrazione che sono pilastri del suo mandato. Con l’austerità tali obiettivi sono stati falliti, il risentimento contro l’Europa aumentato, il benessere come la fiducia nelle istituzioni mediamente diminuiti, gli investimenti sono scesi in molte aree e con la continuità cieca del rigore le cose non miglioreranno.
I conti vanno controllati, ma in questa fase altamente recessiva l’approccio deve essere resiliente ed adattarsi ai contesti dei quali si è solo una variabile dipendente. Gli scenari dirigono, le società si adattano, questo è il dogma da seguire.
Come detto dal neo-presidente, questa è l’ultima opportunità. O si imposta quindi un percorso di crescita o vi sarà la disgregazione dell’Unione, probabilmente non senza tensioni anche violente.

Importante sarà sicuramente il ruolo Franco-Italiano ed il semestre di presidenza italiano che purtroppo quando entrerà veramente nel vivo sarà ormai in dirittura d’arrivo (meno di due mesi effettivi di lavoro), ma soprattutto sarà decisiva la reale volontà di aprirsi a nuovi modelli di sviluppo ed economici. Questa volontà va perseguita in accordo ed in condivisione tra i 28. Il rilancio degli investimenti è fondamentale e se ne parlerà all’Ecofin di venerdì con proposte inerenti il ruolo della BEI provenienti da Italia, Francia ed anche Germania. Probabilmente non in quella occasione, ma rapidamente dovrà essere discusso anche il concetto di euro-bond.
La rigidità dei conti si è visto non consentire gli investimenti pubblici e privati necessari e reclamati da BCE e Bankitalia anche per via di un sistema bancario avaro di concessione di credito e qui si rimanda alla necessità repentina dell’unione bancaria e dia una armonizzazione normativo-fiscale.

Questo sistema eterogeneo oltre al vantaggio di una pluralità di visioni sempre positiva, mette di fronte al grosso rischio di rallentare immensamente ogni processo decisionale (un po’ come in Italia) soprattutto nelle sfere economica, di revisione dei trattati e di analisi/approvazione dei documenti di economia dei singoli stati (Italia sempre nel mirino), in un momento in cui la rapidità di reazione non è negoziabile.
Le sfide per questa Commissione non ancora insediata sono tante ed ogni sfida è vista in modo differente dai protagonisti, ognuno rappresentante di un qualche interesse che dovranno mediare e mettere in comune per la prosecuzione della strutturazione, ancora decisamente in fieri, e del futuro stesso dell’Unione Europea, che rischia di rimanere un embrione mai sviluppato completamente.

 10/09/2014
Valentino Angeletti
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