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Economia europea congelata, analisi, possibili soluzioni e rischi a valle dei dati di PIL Q2

L’economia europea è congelata.
Questa potrebbe essere la frase che riassume la condizione del vecchio continente a valle dei dati di PIL Q2 di Germania (-0.2%) e Francia (0.0%). Già le previsioni non paventavano nulla di positivo, ma forse la realtà è andata un po’ oltre.
Uno di primi commenti del Premier Renzi, con un tono non soddisfatto, ma un po’ di colui che si è preso una piccola rivincita, è stato quello di ribadire come la percentuale negativa della Germania dimostri che non esiste un caso Italia, bensì c’è un caso Europa. Ha poi aggiunto, nel modo abbastanza sentenzioso (ma è solo una mia impressione) che lo sta caratterizzando nelle ultime settimane, che considerando che i dati erano a lui noti già da una settimana l’ISTAT avrebbe potuto evitare di fare la prima della classe nel diramare il valore del PIL italiano attendendo magari la stessa Germania e risparmiando così una impennata dello spread BTP-Bund.
Va detto che prima o non prima della classe se a Renzi i dati erano noti da una settimana probabilmente ai market maker che hanno mosso gli spread lo erano da un mese e quindi il fattore “momento di pubblicazione dei dati” non era altro che un diversivo per fare una mossa che avrebbero fatto comunque; come abbiamo più volte detto non sono le notizie che muovono i mercati, ma sono i mercati che cercano notizie per muoversi nella direzione in cui hanno deciso di muoversi. Se leggiamo qualche bollettino economico un dato per giustificare un impulso rialzista ed uno che contemporaneamente ne potrebbe giustificare uno ribassista si trovano in ogni piazza e quasi in ogni momento.

In realtà c’è poca da esser gaudiosi perché la situazione di evidente stagnazione non è un bene per nessuno e forse peggiora analizzando che una parte importante di questo arresto è dovuto al calo dell’export che non può far altro che colpire pesantemente i paesi manifatturieri, come Italia e Germania appunto.
A ciò si aggiungono poi le tensioni internazionali e le sanzioni commerciali alla Russia.
Per l’Italia la Germania rappresenta il primo paese per interscambio commerciale e la Russia vale interscambi tra gli 800 ed i 1000 milioni annui. Evidentemente se di una minimale sensazione di riscatto si può essere coinvolti (e nei confronti della Germania più di uno può emozionato), si tratta, passatemi la locuzione, di un “riscatto di Pirro”.
L’austerità prima e la deflazione come risultante, han poi fatto il resto con la conseguenza di mercati interni assolutamente poco dinamici, o per assenza di potere d’acquisto e salari ridotti (come in Italia) o per una ossessione nel rigore dei conti ed una resistenza ad ogni politica espansiva (come in Germania).
La Germania infatti, appoggiando e probabilmente costringendo l’Europa alla ferrea ricerca della disciplina e rigore di bilancio tramite lo strumento dell’austerità incondizionata benché in un periodo di evidente recessione, ha fatto terra bruciata attorno a se, erodendo anche quelli che erano i suoi mercati di sbocco principali, come l’Italia appunto.
Qui si è più volte ribadito che alla lunga, probabilmente sarebbe stato l’ultimo dei coinvolti, anche la Germania avrebbe dovuto pagare pegno ed ora il momento è giunto, forse anticipato dalle vicende internazionali russe che toccano estremamente da vicino Berlino in particolare su commercio ed energia. Internamente poi la Germani non ha, contravvenendo i consigli di Bruxelles, mai sostenuto i consumi forte di un export in grado di trainare il proprio PIL, riducendo di molto il proprio potenziale di locomotiva europea, ruolo che ha assolto solo parzialmente. Il surplus commerciale tedesco al 6% è al limite dei parametri e più volte le è stato suggerito di ridurlo aumentando i consumi e la spesa interna ed avviando vere liberalizzazioni, consigli sempre senza riscontro fattivo.

Allo stato attuale la condizione è molto complessa e pervasiva, si è protratta, sotto gli occhi di tutti, Commissione e BCE comprese, per troppo tempo, senza che venissero prese opportune contromisure, anzi, inasprendone gli effetti addentrandosi sempre di più in un viatico palesemente non foriero di alcun bene.

La BCE si è menzionato, ed infatti anche l’istituto di Francoforte non risulta incolpevole, prima perché non in grado di servire direttamente l’economia non regolando l’azione dell’intermediario bancario, poi perché non ha mai agito a sostegno dell’economia reale con la tempestività necessaria; e sta continuando a farlo, perché da giungo gli strumenti non convenzionali, ormai pronti a sentire i portavoce della Banca Centrale, sono slittati a settembre, ed anche a valle dei dati di PIL europei è stato ribadito che sono lì, pronti pronti ad essere usati. Ormai però i mercati, una volta entusiasmati da questo genere di annunci, sono divenuti più scettici e guardinghi.

La situazione pare essere molto prossima alla deriva, ed è composta da casi nazionali così come dal caso europeo.
Esiste dunque anche il caso italiano, perché dietro un dato non si può nascondere almeno un ventennio di gestione egoistica e fallimentare del nostro paese che ci ha portato al livello a cui siamo arrivati.

Questa stagnazione diffusa può avere il solo “vantaggio” di mettere davanti agli occhi di Bruxelles e di Berlino le evidenze dell’insuccesso, che peraltro più volte avevamo sottolineato e ribadito fortemente, della politica economica e del modello di governance fino ad ora adottato confidando che non si facciano orecchie da mercante e che si dia una rapida sterzata a cominciare dalla possibilità di mettere in discussione i patti ed i trattati, quantomeno nelle fasi di crisi acuta.

La Francia, con il suo Ministro delle Finanze Michel Sapin, ha rivelato la concreta possibilità di richiedere ancora più tempo per il rientro del rapporto deficit/PIL, ipotizzando un valore oltre il 4% a fine anno.
L’Italia ancora non è stata così esplicita e non ha preso una posizione netta, di certo potrebbe essere il momento di rilanciare (come di consueto in ritardo) quell’asse Roma-Parigi di cui si è più volte avanzata l’ipotesi (Cosa dovrà chiedere Renzi alla Merkel? 15/03/14).

Dal meridione italiano, che secondo lo SVIMEZ avrebbe perso nei 5 anni di crisi quasi il 14% del PIL e sta correndo il serio rischio di desertificazione industriale e di capitale umano, Matteo Renzi torna ad identificare come piano di crescita anti-crisi il rilancio proprio del Mezzogiorno, con grandi investimenti concentrati in pochi progetti di sviluppo (Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo 29/06/13).
I casi di Termini Imerese o Gela potranno già farci capire di che tipo di sviluppo si parla, se vi sarà una riconversione verso settori annoverabili nell’attualità economica, come importanti poli tecnologici avanzati, distretti di innovazione e di studio delle materie più promettenti qualche possibilità di risveglio si potrà avere, se altrimenti la tendenza sarà quella di portare avanti settori manifatturieri a poco valore aggiunto, cronicamente in perdita e senza possibilità di essere competitivi, magari con lo scopo ultimo di una difesa senza se e senza ma dei posti di lavoro senza cedere ad alcun tipo di riqualificazione o re-impiego, sarà di nuovo il fallimento.
I settori a cui il sud può guardare sono molti, dal turismo all’agricoltura, dall’alimentare alla sartoria di pregio fino alla tecnologia che è presente in alcuni distretti all’avanguardia (troppo pochi e piccoli purtroppo), fino al settore energetico che potrebbe vedere il sud come snodo chiave di quell’anello (Mediterranian Ring) che collegherebbe energeticamente Africa, Medio oriente ed Europa, contribuendo alla diversificazione geografica e tecnologica, principalmente basata su energia rinnovabile, indispensabile alla sostenibilità del nostro sistema ed al percorso di svincolo rispetto alla Russia.
Sempre in tema energetico poi il sud sarebbe particolarmente adatto allo studio dell’integrazione tra fonti rinnovabili, fonti convenzionali (incluso carbone e gas), accumulo energetico ed ottimizzazione dei flussi in rete, scenari che si renderanno indispensabili per assolvere contemporaneamente i vincoli ambientali, la qualità e sicurezza del servizio e dell’approvvigionamento venendo incontro alle esigenze dei mutati contesti urbani. Il meridione potrebbe essere davvero un laboratorio, ma servono investimenti che possono parzialmente venire dai fondi europei, ma che in altra quota parte dovrebbero venire da privati e governo, sempre meno in grado di fare questo genere di spese a meno di non rettificare i patti europei appunto. Questi temi dovrebbero essere parte del cuore del fondamentale decreto Sbloccaitalia, al varo nel CdM del 29 agosto.

Accanto al caso italiano però vi è quello europeo che necessita anch’esso di un importante intervento, servirebbe un piano “Sbloccaeuropa”, che agisca sulle dimensioni di governance e di economia, implementando una politica di gestione più flessibile, snella e meno macchinosa, ed adatta ai rapidi cambiamenti che ci coinvolgono di giorno in giorno, lavorando per abbattere ogni particolarismo e cercando di armonizzare ed integrare il più possibile l’Unione dal punto di vista fiscale, bancario, normativo, energetico, di mercato, tecnologico e via dicendo, spingendola così ad una maggior condivisione di rischi e benefici (Euro Bond), in modo che non si creino gli squilibri e le concorrenze impari ad ora esistenti. In questo piano dovrebbero rientrare i 300 miliardi che il Commissario Juncker ha pronti per nuovi investimenti ed in generale per innescare l’inizio del rilancio dell’economia europea.

Un ulteriore caso è rappresentato dalla BCE che dovrebbe concretamente mettere in azione una qualche misura non convenzionale, a maggior ragione adesso che i consumi sono bloccati, l’export è in difficoltà, le sanzioni alla Russia comportano ingenti perdite e l’Euro rimane forte. In un momento simile sembrerebbe necessario cercare di supportare l’export attraverso un leggero deprezzamento della moneta da inserire accanto a misure in grado di convogliare liquidità alle aziende multinazionali e PMI.

Ciò detto il grosso rischio che permane è quello della lentezza. Per fare un esempio, la politica USA e la FED sono molto più rapidi, si sono dati dei target sull’occupazione e non hanno intenzione di interrompere le loro contromisure ed i loro stimoli fino a che non lo avranno raggiunto. Al momento, con la fragilità di alcune situazioni mondiali contingenti che rendono ballerini alcuni dati, stanno conseguendo il risultato.
In Italia potrebbe esservi il rischio di gravi rallentamenti del processo di riforme a causa di blocchi e dissidi su particolari temi di dubbia rilevanza immediata, come l’Articolo 18, altamente divisivo, mentre a Bruxelles, durante il nostro difficoltoso semestre, la partita delle nomine sembra succhiare tempo e linfa vitale ad altre attività.

In questo macro scenario gli anti europeismi potrebbero avere gioco facile, forti dell’assenza di ogni controprova, a calcare ulteriormente la mano propagandando derive nazionalistiche e di abbandono dell’Europa.
Gli investitori ed i mercati stanno invece alla finestra, si sono raffreddati nei confronti dell’Italia, tanto che il Premier ha rilasciato numerose interviste rassicuranti a testate internazionali, e sembrano pronti a riposizionarsi altrove con il pericolo che stiano partorendo un piano autunnale per una nuova ondata speculativa nei confronti del mercato finanziario e dei debiti sovrani europei.

15/08/2014
Valentino Angeletti
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Europa mai così divisa nel momento in cui serve la massima comunione di intenti

Jean Claude Juncker ha inaugurato il proprio mandato come Presidente della Commissione Europea con un discorso molto ampio che cita e riprende i padri fondatori dell’Europa condannando i nazionalismi forieri di guerre e tensioni e facendo suoi gli obiettivi di crescita e lavoro.

A parte il discorso condito dall’immancabile retorica delle grandi occasioni formali, quello che più interessa è il suo approccio alla politica europea, in particolare cosa avrà in serbo per far ripartire l’economia, la crescita, l’occupazione e gli investimenti, vale a dire quelli che sono i pilastri del mandato europeo appena iniziato. Non esistono alternative, questo è il mandato della svolta, o davvero l’Europa riesce ad imboccare, e dico imboccare poiché il varco d’uscita richiederà tempo ed impegno, una qualche via per la ripresa oppure è destinata a sgretolarsi e, senza alcun pessimismo precauzionale, a capitolare, di paese in paese, sotto i colpi della globalizzazione e dei nuovi competitotors. Concorrenti agguerriti che hanno compreso ampiamente il loro potenziale e si sono recentemente aggregati dando vita ad una ancora primordiale ed abbozzata banca centrale dei BRICS, la quale per quanto embrionale e lungi dall’essere efficace ed in grado di  “rivaleggiare” con BCE e FMI, testimonia la volontà di fare sinergia in una potenziale tendenza ad imporre propri vincoli.

A livello economico Juncker ha presentato un piano pluriennale (2015-2017) di 300 miliardi di euro in investimenti, un terzo dei quali provenienti da risorse pubbliche (BEI e Budget EU) ed i restanti due terzi da risorse private. I veicoli da utilizzarsi sarebbero cartolarizzazioni societarie, project bond, mini bond ed, udite udite, euro union bond (titoli di stato EUROPEI ad ora inesistenti destinati al finanziamento delle infrastrutture) che, pur non essendo una condivisione dei debiti sovrani che comunque prima o poi avrà da venire, sono almeno una condivisione degli investimenti che in linea teorica dovrebbero essere funzionali a tutta l’Unione e contribuire al processo di integrazione ed unificazione dei vari settori (industria, infrastrutture, tlc, energia ecc). A piani importanti i vari stati membri e l’Europa stessa non sono nuovi, ben differente è la capacità, la forza, la volontà e la sinergia per poterli realizzare concretamente.

Una considerazione che sorge immediata è che mai come ora, quando alla luce della condizioni economiche, sociali, politiche e geopolitiche, l’ UE necessita della più solida unità e condivisione di intenti e programmi, l’Europa risulta disunita e discorde su molti fattori di primaria importanza.

A dimostrarlo vi è stata l’elezione per la prima volta non unanime di Juncker, la sua conferma presso il Parlamento Europeo seguita da manifestazioni di malcontento (a cominciare dal primo partito francese, FN, con Le Pen) e dove i 422 voti favorevoli ottenuto mancano almeno di una ottantina di membri; a riprova vi è anche la vicenda che tocca molto da vicino l’Italia, vale a dire la posizione come Alto Rappresentate per la Politica Estera dell’Unione. Questa casella all’interno dell’organigramma europeo dovrebbe spettare ad un membro del PSE, il quale ha appoggia proprio la brava italiana Federica Mogherini attualmente al Dicastero degli Esteri. Il nome però non risulta ben voluto da molti, da un lato (la Germania?) le si rimprovera la mancanza di esperienza e di network internazionali sufficientemente consolidati, dall’altro vi sarebbe l’eccessiva vicinanza alla Russia di Putin, rivendicata manifestamente solo dalla Lituania, ma in realtà da tutto il blocco Ex Sovietico (la posizione di apertura al South Stream, in contrasto con la posizione ufficiale di Bruxelles,  del Min. Mogherini non è ben digerita ad est). Il Premier Renzi, forte del peso del PD all’interno del PSE ove rappresenta il primo partito, pare determinato a voler portare a casa quella poltrona, l’alternativa di esperienza alla Mogherini sarebbe Massimo D’Alema.

Un dubbio egoisticamente italiano però va posto. Considerando che le questioni estere, fondamentali in Europa, all’atto pratico sono gestite gelosamente dalle sovranità nazionali e difficilmente nel breve termine l’approccio cambierà, è conveniente insistere così strenuamente su una simile posizione?

Eliminando tutte le postazioni economiche (tagliando fuori anche Enrico Letta per la presidenza del Consiglio) che non possono essere ricoperte dall’Italia essendo il connazionale Mario Draghi Governatore della BCE, non sarebbe meglio pensare a qualche cosa di più funzionale alla nostra economia? In particolare mi riferisco all’industria (siamo in procedura di infrazione per il pagamento dei debiti delle PA), all’agricoltura (nodo fondamentale per il paese e che spesso vincola pesantemente le nostre produzioni), alle TLC ed innovazione (settori in cui siamo arretrati e dove dovremo raggiungere livelli adeguati ad un paese che vuole tornare competitivo), all’immigrazione (siamo l’approdo naturale della migrazione africana e medio orientale), al commercio (attualmente solo l’export ci sta salvando) oppure alla fondamentale energia (dobbiamo abbassarne il prezzo puntando su mercati più integrati ed infrastrutture comuni che richiedono investimenti ed una maggior diversificazione tecnologica e geografica, siamo inoltre un hub naturale per il dispaccio energetico nonché testa di ponte con l’Africa e medio oriente) che poco si discosta, superandolo per importanza e strategicità, da quel commissariato agli esteri tanto insistito.

La discordanza di visione sulla politica europea, in tal caso economica e monetaria, prevarica i confini del vecchio continente per giungere oltre oceano, dove la visione dell’FMI è ben differente da quella della BCE. Se l’istituto della Lagarde preme per una governance economica più flessibile con meno rigore che starebbe (in realtà è comprovato) bloccando investimenti e crescita, la Banca con sede a Francoforte, per bocca del Governatore, invita a mantenere duro sui vincoli di stabilità, pur con dati dell’inflazione, produzione industriale, consumi, occupazione ed investimenti che spaventano sempre di più.

Probabilmente già nelle prossime ore, e di certo prima della pausa estiva, alcuni nodi verranno sciolti, ma il pericolo che le divisioni, i particolarismi, gli interessi nazionalistici e partitici rimangano tanto da ostacolare azioni che, per non perdere l’efficacia del fattore tempo come fin qui si è più volte verificato, vanno concretizzate immediatamente, esiste e non è di poco conto.

Come è vero che prima dei nomi vengono i programmi, anzi che ne sono conseguenza riprendendo la citazione dantesca “nomina sunt consequentia rerum”, è bene non perdere di vista i reali obiettivi che la nuova Europa deve congiuntamente perseguire e raggiungere: crescita-prosperità; lavoro-occupazione; pace-sicurezza. Tre note di una sinfonia che porta al benessere economico e sociale e di conseguenza al ritorno alla piena competitività ed autorevolezza nel mondo.

15/07/2014
Valentino Angeletti
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Scontro BuBa-Renzi, spunti di riflessione per l’Europa e per l’Italia.

BuBa Si apre un nuovo capitolo nella storia europea tra rigoristi e sostenitori  dell’abbandono dell’austerità, o se preferiamo tra falchi e colombe. Questa volta ad  opporsi in tenzone sono la Bundesbank (BuBa) e l’Italia, rappresentata dal Premier  Renzi e da pochi giorno presidente di turno del consiglio Europeo.

La BuBa, per bocca dell’influente presidente Jens Weidmann, avrebbe attaccato la  richiesta di “flessibilità” dell’Italia, che a dire il vero racchiude le richieste di molti altri  stati ed una volontà comune e trasversale che pervade l’Europa animata dalla  comprovata necessità di cambiare strategia economico – politica in modo da perseguire una crescita sostenibile tenendo in debita considerazione gli scenari macroeconomici e congiunturali e puntando ad evitare la ciclicità delle crisi dovute ad una eccessiva finanziarizzazione dell’economia a scapito delle attività produttive reali e concrete. Il rimprovero della BuBa riguarda la possibilità di contrarre ulteriore debito, pericoloso per uno stato come l’Italia ove il debito è estremamente pesante, che, per l’istituto tedesco, non consentirebbe crescita bensì contribuirebbe a rendere ancora più precaria la stabilità finanziaria dei paesi richiedenti. A ciò si aggiunge la scoccata, quasi personale al Premier italiano, che viene rimproverato per le tante parole, la poca concretezza e la lenta azione, riassumendo, il concetto si esprime nella frase “le riforme vanno fatte, non solo annunciate”.

La risposta piccata e dura di Renzi non è tardata ed ha sottolineato nettamente come sarebbe bene che la BuBa si occupasse del proprio mandato e non interferisse nella politica di un paese, l’Italia, fuori dal suo perimetro di competenza. Forse non era nelle intenzioni di Renzi, ma il riferimento ai bilanci ed agli pseudo aiuti di stato convogliati verso le banche territoriali tedesche (LadersBank) dai conti incerti, avvezze alla leva, troppo piccole singolarmente per rientrare negli accordi di Basilea, ma decisamente importanti se prese nella loro totalità, è immediato ed automatico.

Aspri scontri non sono nuovi, ricordiamo lo scambio di battute tra Lagarde, IMF, e Draghi, ECB, sulla politica monetaria; ovviamente, per non compromettere i rapporti internazionali, anche in questa circostanza le rettifiche e l’abbassamento dei toni da parte dei vari portavoce è stato immediato. Sia dall’Italia che dalla Germania,vuoi per bocca dei diretti interessati vuoi per tramite dei portavoce ufficiali, è stato confermato l’eccellente rapporto tra i due paesi, tra Renzi e Merkel e tra i rispettivi ministri delle finanze, Padoan e Schaeuble  in quest’ultimo caso introducendo anche l’elemento della forte amicizia personale.

Il primo appunto da fare è che non è assolutamente la prima volta che tra dichiarazioni e smentite la Buba, il ministero dell’economia e delle finanze tedesco e la Merkel si lasciano andare in un confuso ping pong di dichiarazioni che se da un lato aprono alla maggiore flessibilità ed alla possibilità di concessioni a patto di comportamenti virtuosi dando speranza per una nuova struttura europea, dall’altro ribadiscono l’assoluta inflessibilità degli accordi e l’impossibilità di violarli. Tutto ciò lascia ampio spazio alle libere interpretazione della reale volontà tedesca, ancora oggi non manifesta, facendo sospettare i più maliziosi (tipo il sottoscritto, ma in genere sbaglio….) di una furbesca e strutturata strategia per lasciare tutto inalterato beneficiando (nel breve termine, perché nel lungo le cose cambierebbero drasticamente…) della situazione oggettivamente loro favorevole.

Il secondo punto da analizzare risiede nei contenuti delle dichiarazioni della BuBa. Ancora l’Italia, pur avendo fatto progressi, non ha riconquistato quella credibilità che consente di dare garanzia sull’eventuale utilizzo delle risorse aggiuntive. Nuove procedure di infrazione europee continuano ad essere aperte, gli scandali per tangenti non cessano di minare il nostro sistema economico-industriale così come i costi delle grandi opere sono incredibilmente superiori rispetto ad altrove, Grillo, generalizzando infantilmente, esorta l’Europa a non dare fondi all’Italia poiché finirebbero diretti nelle mani di ‘ndrangheta e camorra; il processo di riforme, di taglio del debito e della spesa pubblica, e le tempistiche che lo distinguevano da un puro sogno, non seguono la tabella del “cronoprogramma”. Nonostante l’indubbio impegno e la buonissima volontà di Renzi, troppi sono gli impedimenti ed i compromessi da accettare, le burocrazie e le tecnocrazie da sconfiggere, i loro poteri da escludere (tanto che si scrisse: Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07/05/14), inoltre il governo rimane sempre e comunque di compromesso e nelle posizioni apicali (politiche e burocratiche) spesso non vi sono sostenitori della discontinuità e del cambiamento, anzi vi sono i beneficiari del sistema in essere. Un sintomo di questa tendenza al conservatorismo ed alle difficoltà a 360 gradi per il Governo nel concretizzare il radicale piano di cambiamento di cui il paese ha bisogno, è riportato oggi sul giornale “La Notizia” secondo cui: “La riorma della Pubblica Amministrazione presentata dal Governo vieta di assegnare incarichi dirigenziali ai dipendenti in pensione. Lo stesso Governo ieri invece ha nominato il pensionato Ortona presidente di Arcus…”, qualora fosse confermato ogni commento sarebbe superfluo. Evidentemente è necessario il reale cambio di passo ancora assente a dispetto di alcuni appassionanti quanto sporadici sprint e scatti, troppo spesso vanificati dalla percentuale della salita. Si deve per tanto sciogliere immediatamente il nodo delle riforme istituzionali e devolvere tutte le energie al piano di riforme per la crescita seguendo anche quelle che sono le linee guida europee. Indirettamente ciò è confermato dal Ministro Padoan e dal Presidente della CdP Bassanini a margine di un convegno organizzato congiuntamente da BEI e CdP e dal rapporto dell’antitrust. La CdP ricorda la necessità per l’EU, e per l’Italia in particolare, di maggiori investimenti ovviamente privati, ma anche pubblici. Per il nostro paese gli investimenti sono preoccupantemente a livello del 95 e se è vero che i privati dovrebbero investire di più in innovazione e tecnologia di prodotto e di processo è anche vero che lo stesso dovrebbe fare il pubblico ad esempio nelle grandi e piccole infrastrutture e per innovare ed ottimizzare le PA (contribuendo ad abbassare la spesa pubblica nel medio periodo ed aumentando la qualità del servizio, riducendo i tempi per la burocrazia con vantaggio per cittadini ed imprese che dovrebbero “sprecare” meno giorni a combattere con le carte risultando più produttivi), ma questo elemento non può prescindere dal concetto di flessibilità di cui parleremo in seguito. L’antitrust invita invece ad accelerare sulle privatizzazioni ( i target previsti di 12 miliardi per il 2014 sembrano difficilmente raggiungibili) approvando il piano per la messa sul mercato di quote di Poste, a rilanciare la competitività attraverso una maggiore concorrenza a cominciare dai settori chiave di energia, elettricità, gas, assicurazioni, banche, telefonia, ed infine, confermando le cricche del sistema italiano, a risolvere il problema dell’economia di relazione che tante risorse economiche ed umane sottrae allo sviluppo del paese (viene naturale un pensiero alla non applicazione del concetto di meritocrazia e scalata sociale…Tangenti Expo 2015 …. amara conferma che per “noi” non c’è spazio – 08/05/2014).

Il terzo punto è proprio quello della flessibilità a livello europeo, tanto chiesta da tutte le colombe, in linea di massima assicurata dai falchi, ma ancora oscura ed invero mai menzionata nei documenti ufficiali che rammentano solamente come i trattati prevedano già “un certo grado di flessibilità”. Anche Barroso, presidente di Commissione Eu uscente, proprio dall’Italia ha ribadito la necessità di un’Italia forte, ma anche di rispettare gli accordi europei. Ora, il nostro paese ha bisogno di una flessibilità che esuli dai patti, nel senso che considerando le condizioni economiche, la tendenza del debito tra il 132 e 133% del PIL, i dati sullo stesso PIL costantemente rivisti al ribasso è impossibile rispettare il fiscal compact (che sostanzialmente prevede la riduzione della parte eccedente il 60% del rapporto debito/PIL di 1/20 all’anno a partire dal 2015) così come  non è pensabile raggiungere il pareggio strutturale di bilancio (nonostante la concessione di un anno in più) ed abbassare il rapporto deficit/PIL che dal 3% dovrebbe tendere all’ 1.5%. Anche solo mantenere a tempo “indeterminato” fino all’uscita dalla crisi il 3% sarebbe uno strappo decisamente consistente ai trattati europei da noi stessi sottoscritti. In tal senso si richiede più flessibilità, come è vero che in tal senso i patti non si possono rispettare e vanno rivisti ed allentati, altrimenti l’Italia, così come altri stati dell’unione, rischierebbero di far tracollare l’Europa trascinando, prima o poi, anche la Germania. Di ciò si dovrebbe discutere in Europa e di questi fattori dovrebbe costituirsi il patto di flessibilità e crescita siglato dal Consiglio EU; di fronte al rischio dello sgretolamento europeo è evidente che il prezzo di una condivisione dei debiti (solo per fare un esempio) sarebbe ben poca cosa.

Per capire come si vorrà impostare la direttrice europea e le intenzioni della Germania, sarebbe bene che al venturo Presidente di Commissione fosse esplicitamente richiesto di sottoscrivere un documento (che a ben vedere dovrebbe essere promosso dall’asse Italia – Francia) chiaro, senza possibilità di interpretazioni soggettive, ove si mettessero nero su bianco ed avessero valore vincolante le richieste, le misure ed i provvedimenti che l’Europa vorrà rapidamente e concretamente adottare per indirizzare l’uscita dalla crisi, così come indicare (non avendo potere in merito) quella che secondo Bruxelles dovrebbe essere la politica monetaria della ECB e comunque essere sempre presente nella discussione delle misure dell’istituto di Francoforte. Qualora, e spiacevolmente perché sarebbe un disattendere una votazione popolare che per quanto strana e risicata è stata pronunciata, ciò non avvenisse si potrebbe pensare che il Parlamento Europeo, nell’ultimo passo formale del processo di successione alla presidenza di Commissione, non acconsentisse all’ascesa di Juncker. Di certo sarebbe un segnale forte e non privo di rischi, ma giunti a questo punto pare che la risolutezza e la decisione siano indispensabili e non più prorogabili.

Che le due partite, quella delle riforme e del cambiamento in Italia e quella dell’abbandono dell’austerità e dei particolarismi in Europa, distinte ma all’interno di un medesimo torneo, fossero improbe lo si sapeva, così come è tremendamente complesso ottenere concessioni dalla Germania, ma la necessità di portarle a casa entrambe è di gran lunga più necessaria rispetto alla loro difficoltà ed è questo il concetto che dovrebbe muovere le riflessioni dell’Italia e dell’Unione.

05/07/2014
Valentino Angeletti
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Elezione senza precedenti del nuovo presidente della Commissione ed il patto sulla flessibilità

La designazione del nuovo Presidente della Commissione Europea sì è conclusa non senza difficoltà. L’esito è stato quello che, stando a come era stata presentata questa tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo, le elezioni avevano suggerito. Dai media ed anche dalle comunicazioni istituzionali pareva che l’elezione del nuovo Presidente di Commissione fosse sostanzialmente diretta, senza precisare chiaramente che in realtà si trattava solo di una indicazione alla quale il Consiglio ed il Parlamento Europeo avrebbero dovuto prestare attenzione per il loro voto, vera espressione decisiva in questa nomina.

La presidenza andrà dunque a Jean Claude Juncker, candidato del partito popolare che alle elezioni di maggio aveva raccolto la maggioranza delle preferenze. Il finale non è stato assolutamente scontato, anzi è stato tirato fino all’ultimo, benché per la prima volta in assoluto il popolo si fosse espresso. Altro primato da sottolineare è l’assenza della totale unanimità da parte dei 28 membri, infatti il Presidente è stato eletto a maggioranza qualificata con 26 voti sui 28 totali, circostanza che non ha impressionato più di tanto i votanti, a cominciare dalla Merkel la quale ha ribadito come l’unanimità del resto non sia necessaria.

A votare contro  sono stati il Premier ungherese, Orban, esponente di una destra estrema e dichiaratamente anti europea, ed il Premier britannico David Cameron secondo cui Juncker sarebbe l’espressione di una continuità accentratrice a Bruxelles della sovranità che lascerebbe troppo poco spazio ai singoli stati. Cameron si è espresso in un vaticinatorio “ve ne pentirete” di manzoniana memoria, chissà se si tratta solo di una sorta di pronostico personale o se ha intenzione di prendere provvedimenti per far avverare il monito, magari agendo in sinergia con i potenti banchieri della City. Da considerare che l’economia inglese è legata a triplo giro alla finanza londinese che in questo periodo viaggia a gonfie vele, ma che non può non guardarsi dal rischio di uno scarico degli oscillatori come alcuni parametri potrebbero far ipotizzare. Molti importanti quotidiani britannici titolano esprimendo il concetto secondo cui la Gran Bretagna sarebbe più vicina all’uscita dall’Unione e rimproverano al loro Premier la modalità conduzione della trattativa; ciò fa senza dubbio pensare a come la reputazione e l’interesse per l”Unione Europea sia mutata nel corso del tempo, di certo è probabile che nel prossimo futuro vedremo una Gran Bretagna sempre più avamposto statunitense e sempre più in sintonia con l’alleato storico d’oltre Atlantico.

Nella trattativa che ha portato alla scelta del popolare Juncker, Renzi avrebbe mantenuto la posizione più volte espressa, vincolando la scelta del candidato alla presenza di un programma e di una agenda condivisa che dovrebbe ridisegnare le modalità di governance europee all’insegna di lavoro e crescita. Il riassunto di questo programma può essere espresso con la parola forse anche abusata, di flessibilità, ed in particolare di flessibilità in cambio di riforme.

La frase però risulta in ogni caso ancora ermetica: di che tipo di flessibilità si parla? Flessibilità pur rispettando i patti? Flessibilità sui conti? Concessione di più tempo? Flessibilità entro i vincoli? Ovviamente non è pensabile che verranno aperti i cordoni delle borse come si si fosse fatto un jackpot a Las Vegas. Ed ancora, come si farà a quantificare la flessibilità da poter applicare come contropartita per una determinata riforma?

Lato italiano comunque sia intesa questa flessibilità, ed è un bene che se ne parli, l’importante è puntare alle riforme in tempi rapidi, non tanto per accedere alla paventata flessibilità, o meglio non solo, quanto perché davvero indispensabili nel nostro paese. Il processo riformatore, come dimostrano le tensioni sulla riforma del Senato, non è così semplice da intraprendere, e singolare è il fatto che ogni volta che il Premier si allontana dall’Italia si manifestano i malumori; è successo a Renzi come successe a Letta (ricordiamo, e qui ne parlammo, il terremoto Telecom-Telefonica proprio quando l’allora premier Letta era in USA a rassicurare gli investitori sulla stabilità ed affidabilità del nostro paese). Il semestre italiano alla guida del Consiglio EU può dare una mano ad impostare qualche priorità ed una agenda su cui discutere e sulla quale poi la Commissione potrà prendere spunto per legiferare, ma anche in tal caso dimentichiamoci chissà quale vantaggio correlato; ricordiamo che la presidenza in uscita è stata della Grecia e non pare che gli ellenici abbiano ottenuto particolari elargizioni o abbiano avuto la possibilità di indirizzare il lavoro di Bruxelles a proprio pro.

In Europa dovrà essere chiarito in cosa consiste questa flessibilità e come si interfaccerà con le politiche della ECB per sostenere la crescita. Ad essere precisi di un certo margine di flessibilità hanno già goduto la Francia, con la concessione di più tempo per raggiungere il 3% nel rapporto deficit/PIL, ma anche l’Italia con lo spostamento al 2016 del pareggio di bilancio. Le tempistiche per applicare la flessibilità necessaria a creare uno shock tale da influenzare concretamente lavoro e crescita, devono essere più che stringenti. Troppo spesso in Europa a fronte di intenzioni più che condivisibili ed encomiabili, la rapidità non è stata quella che avrebbe dovuto essere, come nel caso dell’unione bancaria che avrebbe potuto contribuire in modo decisivo alla gestione della crisi, ma il cui processo lungo e macchinoso è ancora lungi dall’essere completato.

Quello che quindi dovrebbe essere auspicato è un processo riformatore rapido, incisivo e concreto nel nostro paese così come in Europa, la definizione del concetto di flessibilità e di precisi settori di intervento ed investimento (energia, trasporti, telecomunicazioni) in ambito europeo e la loro immediata applicazione in sinergia con una politica monetaria espansiva.

28/06/2014

Valentino Angeletti
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Monito del FMI. Adesso non ci sono davvero più alibi per perseverare ulteriormente … ma lo sapevamo già

IMF  Il Fondo Monetario Internazionale lancia un nuovo allarme sulla situazione  economica e politica dell’area Euro. La ripresa dell’ Eurozona, secondo l’istituto di  Washington, è in corso ma non è robusta né sufficientemente forte, inoltre,  nonostante il ritorno della fiducia degli investitori (dovuta parzialmente alla  politica adottata e parzialmente alle condizioni che hanno spinto i capitali a  migrare dagli emergenti verso le economie mature) i livelli pre crisi sono ancora  lontani, i debiti di molti paesi, tra cui l’Italia eccessivamente alti e la crescita,  disomogenea a seconda degli stati e generalmente più consistente nei paesi  economicamente solidi, più debole e lenta del previsto.

Totalmente in linea rispetto a quanto sostenuto da tempo in questa sede, l’ FMI, che pure è stato parte dell’austerità europea come membro della Troika, imputa il perdurare di tale situazione fondamentalmente a due fattori.

Uno è la politica monetaria di Francoforte non sufficientemente accomodante e proattiva, tanto che viene nuovamente suggerito alla BCE, qualora la bassa inflazione non si attenuasse, di procedere a QE tramite acquisto di bond sovrani. Questo messaggio non è nuovo e, contrariamente al passato, il Governatore Draghi pare averlo recepito, avanzando l’ipotesi di QE tramite l’acquisto di bond privati, opzione in certi casi ancora più rischiosa e facile preda di speculazione rispetto ai classici titoli sovrani.

L’altro fattore è la politica economica di Bruxelles – Strasburgo che ha fin da subito (ricordiamo l’inizio dell’escalation della crisi con la questione greca) prediletto l’austerità, appoggiata dagli stati del nord (in certi casi poi caduti in difficoltà essi stessi come nel caso dell’ Olanda) rigorosi ed evidentemente interessati a tutelare il proprio sistema, rispetto a politiche espansive nonostante il lapalissiano stato di recessione. L’eccessivo rigore nell’imposizione del rapporto deficit/Pil al 3% è oltretutto stato perseguito puntando all’abbassamento del deficit invece che all’innalzamento del PIL modalità che avrebbe consentito una maggiore crescita. Inoltre non è stata tempestivamente (anzi, anche ora non è ben chiaro se e come verrà utilizzata) applicata la golden rule agli investimenti produttivi, mirati alla crescita, al rilancio dell’occupazione ed al completamento del processo riformatore necessario in molti paesi così come nella governance europea stessa; in aggiunta neppure sul fattore tempo sono stati ad oggi concessi allentamenti (solo a Francia ed Olanda).

L’aggregazione di questi due fattori ha portato alla stagnazione più totale senza appoggiare in alcun modo, anzi ostacolando, la ripresa economica che è così diventata ancora più complessa da ottenersi e ridotta a qualche decimale, oggettivamente ininfluente a sopperire a problemi come la disoccupazione che nel nostro paese (ma in tutta la Oil Belt) ha raggiunto livelli inaccettabili.

Fin dagli albori di questo periodo recessivo pareva chiaro (e qui si disse) che la politica monetaria avrebbe dovuto prontamente iniettare liquidità nel sistema, senza passare dalle banche che hanno fatto da tappo alla trasmissione di credito, mentre i governi avrebbero dovuto investire in progetti di sviluppo, investimenti pubblici in infrastrutture, istruzione, ricerca, energia, nuovi modelli economici e di business in modo da creare immediatamente uno shock economico in grado di favorire la creazione di posti di lavoro, quindi far girare moneta supportando i consumi e la produzione industriale. Questa avrebbe dovuto rappresentare la prima fase alla quale avrebbe dovuto essere affiancato il processo riformatore volto a spostare la tassazione in modo progressivo da persone e lavoro verso patrimoni, rendite e consumi; a riformare ed unificare il sistema bancario; a semplificare l’accesso al mercato del lavoro; ad armonizzare la normativa europea in modo che non vi fossero eccessivi squilibri e competizioni impari in termini di fiscalità, tassazione, costo del lavoro ecc.

Di tutto ciò, ripeto, estremamente chiaro fin da subito anche avendo sotto mano gli esempi di USA e Giappone, magari da non ricopiare pedissequamente, ma da cui prendere certamente spunto, si sente parlare solo adesso, quando ormai il fattore tempo è andato perduto. La ripresa dunque, già difficile con azione tempestive e mirate, sarà ancora più lunga del previsto ed in certe zone del continente si potrà realmente parlare di generazioni sacrificate.

Ora, a distanza di almeno due anni, sembra che l’ Europa, in tutte le sue rappresentanze politiche, abbia preso atto della necessità di agire concretamente. Se andrà in porto la suddivisione delle posizioni di Presidente della Commissione EU e la riconferma all’Europarlamento (oppure la nomina a Presidente del Consiglio EU) rispettivamente a Jucker (PPE) e Schulz (PSE) potrebbe essere il viatico di una grande coalizione tra i due maggiori partiti europei che necessariamente dovranno avere idee comuni quantomeno sul cambio di approccio rivolto alla crescita ed all’occupazione e non più alla sola austerity, così come sulla necessità di rilanciare l’immagine dell’Unione compromessa dall’applicazione di modelli economici errati che hanno portato a derive anti europee ed a nazionalismi, movimenti ciechi di fronte alla necessità di aggregazione, sinergia e cooperazione per mantenere la competitività ed la prosperità dell’Europa e dei singoli stati membri che, pur dotati di indubbi punti di forza interni, sarebbero sopraffatti dalle potenze globali con cui è per certi settori impossibile competere.

Queste discussioni da qualche tempo, guarda caso a partire dal periodo di campagna elettorale per le europee, animano i dibattiti interni ai partiti e tra le differenti fazioni e saranno il tema dell’incontro di questi giorni tra i leader dei partiti aderenti al PSE.

In Italia il Ministro dell’ Economia Padoan ha ribadito la necessità di riequilibrare il sistema fiscale facendo in modo di supportare i consumi, ma ciò inevitabilmente passa da una minor tassazione che impone una pesante rivisitazione della spesa pubblica e dalla necessità dello scorporo di alcune voci relative a riforme ed investimenti produttivi dal calcolo del deficit. A livello europeo invece presso l’Ecofin è passata un serie di misure mirate ad ostacolare l’elusione fiscale, cioè ad impedire alle grandi multinazionali di poter pagare tasse in paesi a fiscalità privilegiata differenti da quelli in cui si è realizzato il margine operativo alimentando in tal modo una perversa competizione, totalmente legale, all’interno della stessa area Euro che generalmente va a premiare i paesi più rivolti alla finanza ed alla speculazione rispetto a quelli più inclini all’industria ed alla produzione che dovrebbero essere i capisaldi per ripartire percorrendo la via di una crescita sostenibile nel lungo periodo e scongiurando le crisi alle quali i sistemi eccessivamente finanziarizzati periodicamente vanno incontro come in una sorta di “scaricamento degli oscillatori”.

Se quanto condiviso verrà realmente recepito e soprattutto implementato nel minor tempo possibile, ed a questo punto non ci sono più alibi per non farlo, allora si potrebbe pensare a scenari di medio-lungo termine meno drammatici e con qualche spazio anche per il vecchio continente europeo; in caso contrario il destino è quello di rimanere compressi tra Russia, USA, Cina e tutti i problemi di instabilità presenti sul bacino Mediterraneo.

Alcuni Link collegati:
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva? 29/04/2014
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21/06/2014
Valentino Angeletti
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