Archivi tag: Lagarde

L’irrisolto problema greco si ripropone: prosegue la recessione ad Atene e per l’FMI è allarme

Variegati ed importanti sono gli argomenti che tengono banco tra i media cartacei, televisivi ed in generale tra tutti i canali multimediali. Spaziano dalla politica allo spettacolo fino alla finanza. In particolare, l’informazione è focalizzata sulle unioni civili e le controversie politiche dovute al meccanismo della “Stepchild Adoption” del DDL Cirinnà, la ricerca dei candidati delle varie coalizioni in vista delle elezioni amministrative che si terranno a primavera in numerosi importanti comuni, il festival di Sanremo, la riforma delle banche sia a livello europeo, con l’introduzione del Bail In per la gestione delle insolvenze, che, internamente, delle banche di Credito Cooperativo ed infine, ma di grande importanza, la visita a Cuba e la seguente visita in Messico, del Papa e del Patriarca Krill che si sono incontrati proprio all’aeroporto di L’Avana, dando indubbiamente vita ad un evento di portata storica.

Oltre a quanto scritto sopra però, un allarme che coinvolge tutta l’Europa, è stato lanciato proprio poche ore fa dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Invero, che questa piaga, lasciata irrisolta ad imputridirsi per troppo tempo, si sarebbe riaperta senza ombra di dubbio, lo avevamo scritto a più riprese in questa sede, ed ora la facile profezia si sta avverando non inaspettatamente, seppur non dotati noi di poteri chiromantici. L’istituto guidato da Christine Lagarde, ha riportato l’attenzione sulla Grecia, intimando il concreto pericolo di una sua uscita dall’Europa Unita.

La Grecia di Tsipras è prepotentemente ricaduta in recessione, del resto il governo Tsipras risulta essere una anatra molto più zoppa di quanto avvenga negli Usa quando il presidente ed il congresso risultano appartenenti a fazioni contrapposte. Quando è salito a palazzo, presso Syntagma, Alexis Tsipras ha dovuto accettare un piano di riforme ed  un programma di austerità dettato dall’Europa, la quale, solo sottostando al detto programma, ben lontano dalle idee della coppia Tsipras-Varoufakis caduta a Bruxelles, avrebbe sbloccato le tranche di aiuti concordati e necessari per i pagamenti e gli impieghi dello Stato verso i creditori ed anche per stipendi e pensioni. Il piano prevedeva tagli a stipendi e pensioni, nonché alle agevolazioni statali; gli stipendi e le pensioni, così come i tagli ai ministeri, sono già stati praticati e non possono colpire ulteriormente la popolazione che ancora non ha visto i lumi della tanto agoniata e promessa ripresa, anzi si è rivista la recessione, quindi è ora la volta dei tagli alle agevolazioni, in particolare a quelle agli agricoltori, pescatori ed allevatori, particolarmente importanti visto il peso che agricoltura, allevamento e pesca hanno nell’economia ellenica ed il numero di lavoratori che impiega, soprattutto appena ci allontaniamo dalle città e dalle zone turistiche per recarci nei luoghi più periferici o dell’entroterra. Gli impiegati del settore primario si sono mobilitati e stanno bloccando le strade ed intavolando proteste in piazza, inclusa piazza Syntagma, sede del Governo ellenico.

Era scontato che, appena la situazione economica Europea avesse subito un rallentamento, che include anche numerosi problemi, ora emergenti ma noti da tempo, al settore bancario, la vicenda greca si sarebbe ripresentata, e così, con una ricaduta in recessione, puntualmente è stato. Chiaro che la ricetta europea a base di austerità e tagli non è ciò che serve alla Grecia ed all’Europa per risolvere il grosso problema economico che ci sta travolgendo in modo differenziato da regione a regione, ma che ora sta colpendo anche la Germania, mostrando i primi problemi ad alcuni settori industriali ed ai consumi.

Alla recessione economica ed alle mobilitazioni degli agricoltori, Tsipras deve aggiungere la gestione del tema dei migranti, e gli adempimenti, 50 in tutto da eseguire in pochi mesi, che l’UE ha imposto per consentirle di permanere all’interno di Shenghen. Evidentemente in queste condizioni la Grecia non può riuscirci e sarebbe l’ulteriore, forse decisivo, passo verso la sua uscita dall’Europa ed alla conseguente disgregazione europea, che allora sarebbe solo questione di tempo.

Avevamo già detto, facendo eco a molte altre voci autorevoli e ben più illuminate, che la strategia europea era inconsistente ed inadatta a risolvere la situazione di permanente stagnazione economica quando non addirittura recessione, così come quella dei migranti, che si ripresenta immancabilmente ad ogni nuova primavera. Ribadiamo il concetto e ribadiamo come sarebbe ora di un definitivo cambio di rotta, sebbene crediamo che neppure questa sarà la volta buona, come il recente passato insegna.

 

14/02/2016
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Pasqua a Washington per Varoufakis e Lagarde con l’ombra del Daily Telegraph su una nuova Dracma

Non sarà certo una Pasqua tranquilla per i leader greci Tsipras e sopratutto Varoufakis, e c’è da giurare che non lo sarà neppure per la Direttrice FMI Christine Lagarde. Sugli scudi c’è ancora il braccio di ferro tra Atene e le istituzioni europee ora Brussels Group (ex Troika con l’aggiunta dell’ESM European Stability Mechanism). La vicenda, nonostante dai media nostrani sia stata messa un po’ in secondo piano rispetto alla situazione politica interna animata dalle solite tensioni nei partiti a cominciare da FI e PD in vista delle prossime regionali e dalla corsa alle limature sul DEF alla caccia dei fondamentali 10 miliardi circa per evitare le clausole di salvaguardia pronte per il prossimo anno, continua ad agitare i sonni di molti.

I vari piani di riforme proposti da Tsipras non hanno fino ad ora convinto Bruxeelles. Per la Commissione UE rimangono troppo aleatori e non precisamente quantificabili nelle entrate, si basano su stime previsionali come la lotta all’evasione, importantissima ma non valutabile ex ante con oggettiva precisione, il rientro di capitali esteri, il rilancio delle privatizzazioni, tra cui quella del Porto del Pireo, la vendita delle frequenze televisive e la reintroduzione della tassa sugli immobili. Mancano tutti gli elementi di austerità richiesti dalle istituzioni europee su pensioni, i pesanti tagli alla pubblica su amministrazioni e sanità e l’ulteriore accelerazione sulle privatizzazioni, azioni che Tsipras non può permettersi onde il venir meno alle promesse fatte in campagna elettorale che gli hanno consentito la fiducia popolare e la conseguente elezione.

Se l’Europa può dilungarsi (ma quanto realmente?) nel muro contro muro mantenendo alta la tensione nei negoziati che durano da tempo ed è prevedibile che dureranno almeno qualche altra settimana, non vale lo stesso per il FMI. L’istituto di Washington deve infatti ricevere entro il 9 aprile la tranche da 458 milioni di Euro del prestito elargito al Partenone e che non ha la minima intenzione di prorogare oltre scadenza. Analogo ragionamento si può fare per la Grecia che, nonostante le smentite governative, potrebbe già essere in crisi di liquidità. I depositi privati sono diminuiti di 30 miliardi dal novembre scorso ed hanno superato al ribasso i 150 miliardi complessivi. Alle Banche elleniche è stato precluso il QE ed ogni forma di rifinanziamento eccezion fatta per la linea d’emergenza ELA; anche l’emissione di altri titoli di stato a breve termine che hanno superato il limite dei 15 miliardi non è stato consentito dalla BCE.

Se Tsipras e Varoufakis tranquillizzano che entro il 9 verrà saldato il debito con l’FMI e verranno pagati stipendi e pensioni, le voci secondo cui sarebbero in realtà a rischio, si fanno sempre più insistenti. Le ultime provengono dal Daily Telegraph e dall’economista Piketty, che indicano la situazione greca ormai non sostenibile a lungo. Secondo il quotidiano britannico fonti attendibili riporterebbero che la Grecia stia pensando a due vie per sopportare l’onere dei rimborsi che dovranno essere erogati prossimamente e che oltre a FMI, stipendi e pensioni, si compongono anche di  250 milioni di euro d’interessi in scadenza a fine mese e dal rifinanziamento dei titoli che matureranno il 13 e 17 aprile prossimi per un totale di 2,4 miliardi di euro: non proprio una inezia quindi. Le due vie sarebbero la nazionalizzazione delle banche e l’emissione di titoli di pagamento per stipendi e pensioni in una forma differente dall’Euro.

La locuzione forma diversa dall’Euro di fatto sarebbe il ritorno ad una moneta nazionale che anche se non nominata Dracma e anche se inizialmente circolante in parallelo all’Euro costituirebbe il precedente ufficialmente sancitorio della disfatta e revocabilità della moneta unica, mai neppure ipotizzata come seria opzione da BCE ed istituzioni. La notizia, seppur, ripetiamo, smentita ufficialmente, non ha avuto il meritato risalto. L’eventualità di uno strumento di pagamento alternativo, che per come stanno le cose non pare campata del tutto in aria, sarebbe l’inizio della disgregazione europea che nessuno vuole, ma che, se le trattative ed i negoziati non si indirizzano più concretamente verso una soluzione di compromesso, rischia di diventare realtà con la conseguente esplosione dei mercati e delle devastanti manovre speculative sugli spread tali da mettere in ginocchio, con un effetto domino virale, anche altri stati a cominciare da Italia, Spagna e probabilmente anche Francia.

Alla luce di ciò l’incontro dell’8 aprile, immediatamente precedente al rimborso di Atene all’FMI, tra Putin e Tsipras può essere visto come la volontà di tessere e stringere un rapporto in vista di qualche evoluzione estrema, proprio come la reintroduzione di una valuta nazionale. Certo è, come detto da Moscovici, che Tsipras è libero e ben fa a trattare con chiunque, ma i tempi e gli scenari sono sospetti e le licenze di perforazione nell’Egeo fanno gola ad una nazione che vuole mantenere la sua egemonia energetica come la Russia, tanto più in un momento in cui la guerra dei prezzi del greggio e la trattativa di Losanna, con gli accordi in fieri sul nucleare Iraniano che potrebbero concretizzarsi comportando uno stop alle sanzioni, rischiano di far ribassare ulteriormente il prezzo del petrolio e delle commodities energetiche le quali Putin vorrebbe ben più care.

Non sarà una Pasqua facile per Varoufakis e Lagarde, ma non possono stare troppo tranquilli neppure a Bruxelles, ed è bene che seguano interessati l’evolversi della vicenda perché non è una esagerazione affermare che ne va del futuro economico e sociale di un intero continente e forse anche oltre.

04/04/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

Europa mai così divisa nel momento in cui serve la massima comunione di intenti

Jean Claude Juncker ha inaugurato il proprio mandato come Presidente della Commissione Europea con un discorso molto ampio che cita e riprende i padri fondatori dell’Europa condannando i nazionalismi forieri di guerre e tensioni e facendo suoi gli obiettivi di crescita e lavoro.

A parte il discorso condito dall’immancabile retorica delle grandi occasioni formali, quello che più interessa è il suo approccio alla politica europea, in particolare cosa avrà in serbo per far ripartire l’economia, la crescita, l’occupazione e gli investimenti, vale a dire quelli che sono i pilastri del mandato europeo appena iniziato. Non esistono alternative, questo è il mandato della svolta, o davvero l’Europa riesce ad imboccare, e dico imboccare poiché il varco d’uscita richiederà tempo ed impegno, una qualche via per la ripresa oppure è destinata a sgretolarsi e, senza alcun pessimismo precauzionale, a capitolare, di paese in paese, sotto i colpi della globalizzazione e dei nuovi competitotors. Concorrenti agguerriti che hanno compreso ampiamente il loro potenziale e si sono recentemente aggregati dando vita ad una ancora primordiale ed abbozzata banca centrale dei BRICS, la quale per quanto embrionale e lungi dall’essere efficace ed in grado di  “rivaleggiare” con BCE e FMI, testimonia la volontà di fare sinergia in una potenziale tendenza ad imporre propri vincoli.

A livello economico Juncker ha presentato un piano pluriennale (2015-2017) di 300 miliardi di euro in investimenti, un terzo dei quali provenienti da risorse pubbliche (BEI e Budget EU) ed i restanti due terzi da risorse private. I veicoli da utilizzarsi sarebbero cartolarizzazioni societarie, project bond, mini bond ed, udite udite, euro union bond (titoli di stato EUROPEI ad ora inesistenti destinati al finanziamento delle infrastrutture) che, pur non essendo una condivisione dei debiti sovrani che comunque prima o poi avrà da venire, sono almeno una condivisione degli investimenti che in linea teorica dovrebbero essere funzionali a tutta l’Unione e contribuire al processo di integrazione ed unificazione dei vari settori (industria, infrastrutture, tlc, energia ecc). A piani importanti i vari stati membri e l’Europa stessa non sono nuovi, ben differente è la capacità, la forza, la volontà e la sinergia per poterli realizzare concretamente.

Una considerazione che sorge immediata è che mai come ora, quando alla luce della condizioni economiche, sociali, politiche e geopolitiche, l’ UE necessita della più solida unità e condivisione di intenti e programmi, l’Europa risulta disunita e discorde su molti fattori di primaria importanza.

A dimostrarlo vi è stata l’elezione per la prima volta non unanime di Juncker, la sua conferma presso il Parlamento Europeo seguita da manifestazioni di malcontento (a cominciare dal primo partito francese, FN, con Le Pen) e dove i 422 voti favorevoli ottenuto mancano almeno di una ottantina di membri; a riprova vi è anche la vicenda che tocca molto da vicino l’Italia, vale a dire la posizione come Alto Rappresentate per la Politica Estera dell’Unione. Questa casella all’interno dell’organigramma europeo dovrebbe spettare ad un membro del PSE, il quale ha appoggia proprio la brava italiana Federica Mogherini attualmente al Dicastero degli Esteri. Il nome però non risulta ben voluto da molti, da un lato (la Germania?) le si rimprovera la mancanza di esperienza e di network internazionali sufficientemente consolidati, dall’altro vi sarebbe l’eccessiva vicinanza alla Russia di Putin, rivendicata manifestamente solo dalla Lituania, ma in realtà da tutto il blocco Ex Sovietico (la posizione di apertura al South Stream, in contrasto con la posizione ufficiale di Bruxelles,  del Min. Mogherini non è ben digerita ad est). Il Premier Renzi, forte del peso del PD all’interno del PSE ove rappresenta il primo partito, pare determinato a voler portare a casa quella poltrona, l’alternativa di esperienza alla Mogherini sarebbe Massimo D’Alema.

Un dubbio egoisticamente italiano però va posto. Considerando che le questioni estere, fondamentali in Europa, all’atto pratico sono gestite gelosamente dalle sovranità nazionali e difficilmente nel breve termine l’approccio cambierà, è conveniente insistere così strenuamente su una simile posizione?

Eliminando tutte le postazioni economiche (tagliando fuori anche Enrico Letta per la presidenza del Consiglio) che non possono essere ricoperte dall’Italia essendo il connazionale Mario Draghi Governatore della BCE, non sarebbe meglio pensare a qualche cosa di più funzionale alla nostra economia? In particolare mi riferisco all’industria (siamo in procedura di infrazione per il pagamento dei debiti delle PA), all’agricoltura (nodo fondamentale per il paese e che spesso vincola pesantemente le nostre produzioni), alle TLC ed innovazione (settori in cui siamo arretrati e dove dovremo raggiungere livelli adeguati ad un paese che vuole tornare competitivo), all’immigrazione (siamo l’approdo naturale della migrazione africana e medio orientale), al commercio (attualmente solo l’export ci sta salvando) oppure alla fondamentale energia (dobbiamo abbassarne il prezzo puntando su mercati più integrati ed infrastrutture comuni che richiedono investimenti ed una maggior diversificazione tecnologica e geografica, siamo inoltre un hub naturale per il dispaccio energetico nonché testa di ponte con l’Africa e medio oriente) che poco si discosta, superandolo per importanza e strategicità, da quel commissariato agli esteri tanto insistito.

La discordanza di visione sulla politica europea, in tal caso economica e monetaria, prevarica i confini del vecchio continente per giungere oltre oceano, dove la visione dell’FMI è ben differente da quella della BCE. Se l’istituto della Lagarde preme per una governance economica più flessibile con meno rigore che starebbe (in realtà è comprovato) bloccando investimenti e crescita, la Banca con sede a Francoforte, per bocca del Governatore, invita a mantenere duro sui vincoli di stabilità, pur con dati dell’inflazione, produzione industriale, consumi, occupazione ed investimenti che spaventano sempre di più.

Probabilmente già nelle prossime ore, e di certo prima della pausa estiva, alcuni nodi verranno sciolti, ma il pericolo che le divisioni, i particolarismi, gli interessi nazionalistici e partitici rimangano tanto da ostacolare azioni che, per non perdere l’efficacia del fattore tempo come fin qui si è più volte verificato, vanno concretizzate immediatamente, esiste e non è di poco conto.

Come è vero che prima dei nomi vengono i programmi, anzi che ne sono conseguenza riprendendo la citazione dantesca “nomina sunt consequentia rerum”, è bene non perdere di vista i reali obiettivi che la nuova Europa deve congiuntamente perseguire e raggiungere: crescita-prosperità; lavoro-occupazione; pace-sicurezza. Tre note di una sinfonia che porta al benessere economico e sociale e di conseguenza al ritorno alla piena competitività ed autorevolezza nel mondo.

15/07/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva?

Dopo aver incontrato il suo omologo francese Michel Sapin e prima di incontrare, quello britannico George Osborne ed il Governatore della BoE nonché presidente del Financial Stability Board, Mark Carney, il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha rilasciato qualche dichiarazione importante.

La prima e più scontata riguarda il fine con cui nacque l’Europa, cioè quello di garantire pace, benessere, crescita e lavoro ai cittadini. Questo obiettivo negli ultimi anni è evidentemente sfumato a causa della crisi iniziata nel 2007 in USA, ma anche per via dell’anteposizione nel reagire alla stessa di certi particolarismi di singoli stati e di singole economie più forti con una complice accondiscenda delle istituzioni europee. In tal senso l’asse Itali-Franco-Spagnola che potrebbe contrapporsi alla Germania non avrebbe senso d’essere in quanto l’ambizione del benessere e della prosperità dovrebbe essere comune e trasversale. Nella realtà dei fatti sappiamo che non è così e che un medio benessere comune va a scapito di alcuni stati che attualmente prosperano ed a vantaggio di altri che invece navigano in situazioni più complesse; quindi trovare la mediazione non è affatto semplice ed è il motivo per il quale questa crisi si è protratta oltremodo senza che misure realmente efficaci siano state prese.

Nel perimetro degli interventi necessari si annoverano l’unione bancaria, della quale fanno parte gli stress test europei, più stringenti dei precedenti, che simulano situazioni difficili e differenti da paese a paese, che tanto preoccupano le banche e che hanno dato il via ad un valzer di ADC anche per i colossi tedeschi che parevano (ma solo apparenza) inossidabili, come Deutesche Bank, prossima ad un ADC di 5 bil, somma che in realtà analisti dicono essere solo la metà di quanto realmente necessario; l’armonizzazione e trasparenza del sistema finanziario e fiscale per ridurre concorrenza ed elusione fiscale; approccio comune al problema dell’immigrazione e della valorizzazione del Mediterraneo; definizione di un piano di bond comunitari; politica economica e monetaria volta a sostenere l’economia e non la finanza la quale se orientata alla speculazione alimenta cicliche crisi e recessioni; ridistribuzione della ricchezza e dell’uguaglianza; creazione di una reale entità di riferimento riconosciuta da tutti i partner internazionali, dalla Cina agli Usa; piani comuni di innovazione, ricerca, educazione per portare ad alti livelli equiparabili in tutti gli stati lo sfruttamento delle potenzialità del capitale umano, delle tecnologie e del digitale; politica e mercato energetico e delle tlc comuni, realmente concorrenziali con costi comparabili nei singoli stati e sistemi di trasporto energia/trasmissione dati integrati e comuni.

Con questa dichiarazione Padoan ha voluto sottolineare, senza dirlo esplicitamente poiché aveva precedentemente negato una possibilità simile, che visione di intenti comune e collaborazione tra Francia ed Italia ci saranno perché le acque in cui navigano non sono cosi dissimili e tutt’altro che facili, quindi non si chiami asse o alleanza anti tedesca, ma collaborazione per fini comuni; cambia il nome ma non il fine.

Tra gli interventi elencati attenzione particolare va riservata alla politica monetaria in capo alla ECB di Mario Draghi, perché è il soggetto della seconda dichiarazione. Il Ministro avrebbe detto (e ne sono felice perché più volte qui sostenuto) che effettivamente un Euro più debole consentirebbe alle aziende italiane ed europee di essere più competitive e di poter potenziare l’export verso mercati extra-continentali.

Questa sottile stoccata fa il paio con la richiesta fatta tramite la famosa lettera a Bruxelles in cui il MEF chiede più tempo per il rientro del deficit strutturale ed ancora in attesa di risposta ufficiale (Lettera a Bruxelles) e si accoda alle richieste della Lagarde di utilizzare politiche monetarie ancora più accomodanti a sostegno dell’economia.

Evidentemente, senza voler essere troppo espliciti e poco diplomatici, in tutti i consessi economico finanziari mondiali aleggia il sentimento condiviso che sia necessaria una politica monetaria più accomodante che inietti liquidità (come qui più volte ripetuto da tempo) verso l’economia reale e verso le imprese (e qualche misura è stata presentata, vedere link a seguito) e non verso la finanza che non è stata in grado di compiere il proprio fondamentale mandato di congiunzione tra istituzioni finanziare sovranazionali ed economie dei singoli Stati o meglio ha perseguito in modo opinabile il mandato di creazione di proprio profitto. Quello che fino ad ora Draghi ha fatto in modo eccellente è utilizzare l’effetto annuncio, senza mai intervenire concretamente. L’effetto annuncio porta beneficio, ma si esaurisce ed è necessario un nuovo annuncio con cadenza che segue i bollettini periodici della ECB. Si arriva ad un punto però in cui è necessario intervenire sull’economia e lo dimostra la bassa inflazione ben sotto il 2% che è già deflazioni in alcuni stati ed in alcune zone europee e che non risparmia neppure la Germania nonostante mercati tonici (link scollamento politica e mercati).

Chiaramente non si può pensare ad un intervento scellerato né richiedere alla ECB manovre che non ha nel suo mandato (che potrebbe comunque essere modificato), ma un intervento mirato che deve fungere da prima fase di shock che rilanci investimenti nel breve termine, crei lavoro ed indotto con un controllo certosino della spesa e della destinazione di questo QE. La FED ha agito in tal modo non interessandosi troppo del deficit o del debito, che ha necessitato di un innalzamento del tetto per evitare il fiscal cliff, ma ponendo al centro il dato sulla disoccupazione con target al 6%.  Penso che l’idea delle due fasi una di spesa produttiva e per investimenti ad alto valore aggiunto ed una di riforme e creazione di lavoro ed indotto strutturale e quindi crescita duratura sia anche la mira di Padoan, del Governo Renzi e di molti altri leader europei.

Adesso i giochi sono in mano a Draghi ed alla ECB che devono decidere se e come assecondare le richieste più o meno velate.

Articoli correlati su ECB, politica monetaria, inflazione:
Link: Merkel Lagarde e strategia contro stagnazione
Link: Dati istat confermano deflazione, quali misure da ECB ed IFM?
Link: Misure ECB, da ipotesi a fatti
Link: bassa inflazione e rischio deflazione, scenario nè senza cause nè imprevedibile
Link: Electrolux sintomo primordiale di deflazione

 

29/04/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Merkel in Grecia, Lagarde a Washington, ed una strategia politico-economico-monetaria contro la stagnazione

Si è conclusa poche ore fa la visita del Cancelliere Merkel in Grecia. La prima impressione è stata di una Angela molto “accomodante”, come si usa dire per la politica monetaria, e comprensiva nei confronti del popolo greco che non ha fatto mancare manifestazioni di protesta più o meno violente in varie parti della capitale, culminate con l’ordigno piazzato a scopo dimostrativo nei presse della sede della Banca di Grecia.

La Merkel si è detta vicina al popolo greco che ha dovuto accollarsi pesanti sacrifici, in particolare a tutti coloro che hanno perso il lavoro. Ha poi rimarcato come il governo di Antonis Samaras abbia attuato diligentemente i piani di rigore dei conti e dei bilanci portando gli indicatori a migliorare più di quanto si aspettassero. In sostanza la via imboccata è corretta e dovrà portare a lavorare sulla riduzione del debito. Ad Atene ha anche incontrato una delegazione di giovani imprenditori con i quali si è confrontata su svariati temi ed ha assicurato che essi verranno supportati nel rilancio della competitività del paese, elemento fondamentale per l’Eurozona. Nella conferenza congiunta col premer Samaras i due leader hanno poi annunciato lo stanziamento di un fondo al quale contribuiranno con 100 mln di € a testa proprio a sostegno delle piccole e medie imprese e la Merkel ha sottolineato l’importate apprezzamento che ha avuto il primo collocamento post-crisi di Bond greci. Con una domanda pari a 20 volte l’offerta sono stati infatti collocati 3 miliardi di € (ritoccati rispetto ai 2.5 miliardi stimati) ad un rendimento per il titolo a 5 anni del 4.75% passando dal 6.1% del 2010, il decennale invece è passato da un interesse del 44% del 2012 al 5.75%.

Il collocamento dei Bond lascia sì intravedere fiducia, ma fa parte di un meccanismo, quello finanziario, che troppo spesso non rispecchia il reale andamento dell’economia (Link Economia-Politica-Finanza). I capitali in questa fase economica si stanno spostando dagli incerti mercati emergenti, dove insorgono problematiche tra cui l’instabilità politica e monetaria, l’altissima inflazione, le tensioni sociali interne ed il rallentamento delle locomotive come ad esempio Cina (che ha dichiarato con tutta probabilità di non riuscire a centrare i target di crescita previsti per via della diminuzione dell’ export) e Brasile (che si trova di fronte ad un bivio – Link), verso economie più mature, a rischio inferiore (nel caso greco reso ancora più basso dal regolatorio scelto), e redimendo accettabile, come appunto la Grecia inserita in una area Euro in lenta ripresa. I titoli in questione (come tutte le venture emissioni) inoltre sono stai emessi in ottemperanza alla normativa britannica, vale a dire che qualora la Grecia facesse nuovamente default o dovesse ristrutturare il proprio debito le carte del procedimento sarebbero impugnate dai tribunali londinesi che nel 100% dei casi precedenti hanno dato ragione ai detentori dei titoli, costringendo gli emittenti, il governo greco appunto, a pagare. Evidentemente si tratta di un investimento al 4.75% di remunerazione con tasso di rischio ben più basso anche in ottica speculativa; infatti tutte le grandi banche dall’Ingelse HSBC alla tedesca DB hanno fatto da dealer nella collocazione.

La generosità della Merkel può essere interpretata, dai più maliziosi, come che fosse un tour elettorale a sostegno del governo Samaras, filo-europeista, rispetto al partito di sinistra radicale Syriza di Tsipras, più euro-scettico e critico nei confronti della politica tedesca ed europea di austerità. Syriza, secondo i sondaggi, è il primo partito in Grecia ed ha come obiettivo di vincere le Europee e proporsi a negoziare in modo duro con la Germania.

Effettivamente credo che al popolo greco, con una disoccupazione al 26.4% ed un salario decurtato in questi anni del 40%, poco importi del PIL previsto in crescita nel 2015 del 2.6% e degli endorsment della Merkel la quale forse dimentica che il livello di debito greco al 164% del PIL lascia ampiamente aperte le porte di un nuovo default e forse tralascia le condizioni di compromesso che hanno portato molti greci a rinunciare alla cure mediche, al cibo di qualità fino a correre ai banchi dei supermercati ai quali è stato concesso di vendere cibo scaduto a prezzo ridotto.

Assai probabile che la Merkel si stia rendendo conto della difficile prospettiva per l’Europa e per la Germania, che sarebbe profondamente colpita nella sua economia, nel caso di una forte affermazione degli schieramenti anti-europei che stanno avanzando un po’ in tutti i paesi e che potrebbero creare gravi ed imprevedibili instabilità.

L’appoggio alla Merkel però non può e non deve venire gratuitamente, in particolare da parte di quei paesi che più hanno sofferto e pagato la crisi e che non possono accollarsi ulteriori sacrifici. Con l’austerità che si protrae ad oltranza la Germania e gli stati forti hanno goduto e godranno di benefici nel breve, ma saranno inevitabilmente trascinati essi stessi a fondo, soccombendo nella sfida globale. Questo meccanismo non pare ancora totalmente compreso dalla Germania e dai cosiddetti falchi del nord grandi influenzatori della linea politica Europea. Tra gli stati maggiormente creditori verso l’austerità vi sono Italia, Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna ed anche Francia.

Particolarmente importante, vista l’incidenza delle tre economie nel contesto europeo e mondiale, sarà un forte asse italo – franco – spagnolo facendo leva sulla presidenza italiana, sulla condivisione di vedute e programmi tra Renzi ed il nuovo Premier francese Valls e con l’appoggio di Schulz, leader del PSE e presente nella grande coalizione tedesca CDU-SPD, molto aperto nei discorsi e con le parole ad una nuova idea di Europa, più vicina alle esigenze delle persone, più alla ricerca di una vera identità unificata e meno soggetta al rigore che pure va preservato.

L’idea di Europa più flessibile, più aperta ai repentini cambiamenti degli scenari economici globali, pronta a leggere ed interpretare contesti avendo la capacità di agire proattivamente, è qui più volte stata reclamata, ed ora pare che tutte le parti politiche, a meno delle fazioni più estreme e nazionaliste, convengano su questa conclusione, forse in ritardo. In Italia a profetizzare una Europa diversa sono tutti i partiti, da quelli maggiori, PD, PDL, NCD ai quelli più piccoli del centro o simpatizzanti destra e sinistra fino a concludere con lo stesso M5S che, mantenendo toni duri e coloriti, non ha più quella propulsione anti Europa che aveva al momento delle sue prime apparizioni. Adesso si limita ad asserire, come più o meno tutti, che vanno ridiscussi i trattati, al massimo avanza l’ipotesi di un referendum nei fatti probabilmente irrealizzabile perché non previsto dalla regolamentazione ed anche qualora fosse indetto la vittoria, per quel che riguarda l’Italia, della permanenza nell’Unione è scontata.

Lato governi nazionali quindi dovranno essere portate avanti le riforme previste nei vari programmi, Renzi in primis, per rilanciare l’economia partendo dal mercato del lavoro, dalla lotta alla burocrazia, dal sostegno alle famiglie ed al credito a privati ed imprese. Su questa linea è anche il FMI, che da Washington, per bocca della Direttrice Lagarde, ha sottolineato l’importanza delle riforme affinché i flebili segnali di ripresa si possano consolidare, ma al contempo sollecita anche la BCE all’utilizzo degli strumenti non convenzionali in modo da sollecitare l’economia reale e dare l’abbrivio necessario per cercare di invertire le tendenze congiunturali che si riflettono anche nel periodo di bassa inflazione, attualmente ad un livello decisamente inferiore rispetto al target europeo del 2%. La Lagarde ha anche ricordato l’importanza di una ridistribuzione della ricchezza, che qui era già stata suggerita a Gennaio, a valle del discorso di chiusura al World Economic Forum di Davos tenuto proprio dalla Direttrice (Link articolo di Gennaio 2014).

La politica monetaria e le misure che la BCE potrebbero mettere in campo avrebbero il compito di innescare la fase di breve termine della ripresa che deve proseguire con l’effetto nel medio e lungo periodo fornito dalle riforme strutturali richieste ai vari stati membri.

In sostanza la strategia che si ritiene vincente per superare questo periodo si articolata a livello europeo con un forte asse transazionale volto a far superare l’approccio rigorista fino ad ora imposto da Germania ed assecondato da Bruxelles e col favorire l’accesso al credito tramite una regolamentazione bancaria unica; a livello nazionale con un piano mirato di riforme strutturali volto principalmente a sostenere lavoro, consumi ed imprese; sul piano monetario attraverso uno stimolo non convenzionale di QE o sostegno alle PMI tramite la cartolarizzazione dei loro debiti in modo da iniettare liquidità direttamente nel sistema economico, che non ha la pretesa di risolvere il problema ma di sostenere il sistema nel mentre si attendono i risultati strutturali del processo riformatore.

Articoli di interesse:
Deflazione già i segni erano presenti
Deflazione da spettro a rischio
Deflazione ed ECB, misure eclatanti, come e quando?
Dati istat confermano tendenza a deflazione, misure non convenzionali?
Morando Renzi, Villa D’Este Cernobbio

11/04/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde

È giunta al termine l’edizione 2014 del Worl Economic Forum (WEF) di scena a Davos, dove i grandi di politica ed economia provenienti da istituzioni pubbliche e private si sono riuniti per discutere e delineare le strategie e le priorità dell’agenda economica futura. In molti non sono teneri con questo genere di eventi ritenendoli costose passerelle propagandistiche senza alcun incisività e concretezza fino a spingersi a sostenere che coloro che davvero lavorano non hanno tempo per parteciparvi. Non so se sia vero, di certo in eventi così altisonanti che si prendano decisioni o che si parli di ciò che già non sia noto è estremamente difficile, ma, per il calibro delle personalità coinvolte, la rilevanza Forum è palese.

Finalmente, in deciso ritardo rispetto alla loro importanza nello scenario globale ed a dispetto della loro strettissima interconnessione con le vicende economiche mondiali, oltre ai classici temi economico-politici ne sono stati affrontati almeno altri tre: il clima, incluse le problematiche dell’inquinamento globale e dell’cambiamento climatico; la green economy; il rischio che l’automazione, in momenti dove l’austerità è dominante, possa essere in competizione con la creazione di nuovi posti di lavoro.
Argomenti questi già prioritari da anni, il primo discusso a partire da Kyoto, ma sempre senza la convinzione e l’unione mondiale di intenti che servirebbe per combattere una battaglia simile; il secondo ormai maturo, ampiamente sperimentato e rodato in numerosi stati del nord Europa, bacino di importanti investimenti e che in molte zone del mondo, e l’Italia non fa eccezione, dovrà essere uno dei driver dell’auspicata ripresa; il terzo noto dai tempi del luddismo della rivoluzione industriale di fine 1700, inizio 1800.

Le conclusioni del WEF sono state velate da un cauto ottimismo, giustificato dal recupero dell’economia statunitense, dalla timida ripresa europea, dall’uscita dalla quindicennale deflazione giapponese, dalla crescita Britannica dove secondo il Premier Cameron non esiste più il problema dell’occupazione, anzi, semmai c’è il problema opposto, tanta domanda e poca offerta, dove la City ha ricominciato a girare a pieno ritmo, ma anche dove, quando c’è stato bisogno di agire, lo hanno fatto incisivamente (taglio di 11 mld £ di spesa, riducendo anche i dipendenti pubblici, ma senza pesare negativamente sull’occupazione).

Le cose però non sono così lineari come un semplice resoconto potrebbe far pensare. Infatti negli USA, che rimane il traino del mondo, il problema dell’occupazione è tutt’altro che scomparso, probabilmente assisteremo a periodi di crescita senza occupazione, e lo scotto da pagare per fenomeno della delocalizzazione inversa dai mercati emergenti nuovamente verso gli States, è un abbassamento del livello e della tutela dei lavoratori, che però gli statunitensi in molti casi accettano, consapevoli che in periodi di crisi e di transizione è difficile pretendere altro. Il tapering statunitense, che sta gradualmente diminuendo le iniezioni di liquidità e l’acquisto dei titoli di stato passato da 85 miliardi di $ al mese a 75 miliardi ed in procinto di attestarsi a 60, ha messo in difficoltà quei mercati emergenti che non hanno saputo sfruttare i capitali investiti entro i loro confini e nelle loro economie/finanze, capitali che ora stanno tornando verso i più solidi mercati maturi.
I BRICS non sono così attraenti come in passato e sono sempre più rischiosi, ne sono un esempio l’Argentina, che potrebbe contagiare l’intero Sud America, colpita da una tremenda inflazione probabilmente dovuta ad una politica monetaria dissennata, un’economia ancora traballante e conti pubblici forse abbelliti ad hoc; la Turchia, dove domina l’instabilità e la tensione politica; l’Ucraina, crocevia fondamentale per la politica energetica russa, che si vede divisa tra europeisti e filosovietici sull’orlo di una guerra civile. Questi fattori hanno concorso a rallentare gli ordinativi nei confronti della Cina, nazione con l’onere di essere la seconda locomotiva mondiale, che ha fatto segnare una crescita del 7.3%, quando l’attesa era di oltre 8%, valore più basso dal 1989. Tra le economie emergenti sapranno adattarsi ai nuovi scenari solo coloro che con il capitale ricevuto in questi anni sono stati capaci di investire in modo produttivo e solidificare le fondamenta della loro economia, mettere fieno in cascina, parafrasando il rappresentante indiano a Davos.
L’Europa,in modo molto eterogeneo, sta uscendo lentamente dalla crisi, ma lo spettro della deflazione è minaccioso e rischia di innescare il circolo vizioso di riduzione dei prezzi, competizione con ulteriori riduzione di prezzi sostenuta al limite da licenziamenti, innescando così un’ulteriore diminuzione del potere d’acquisto, e quindi dei consumi, nonostante i prezzi siano bassi.

A ben vedere, e forse in merito a ciò l’Europa, l’ECB e la Germania, che anche nel contesto del WEF non ha voluto sbilanciarsi sulla possibilità degli Eurobond glissando diplomaticamente, dovrebbero fare un esame di coscienza, ad andare meglio in questa fase sono quegli stati che a stimoli monetari “monster” hanno saputo affiancare un programma di investimenti e spesa pubblica produttiva non curandosi troppo del deficit, in grado di creare lavoro e sostenere l’innovazione: lavori pubblici, completamento delle opere non finite e cantierabili immediatamente, sostegno all’ R&D, alle start-up fino, potenziamento della banda larga ed internet di ultimissima generazione, nuovi investimenti nel settore energetico.

A Davos non è mancata poi la richiesta di più politica e meno finanza e significativo è il fatto che essa provenga proprio da un guru della finanza come Laurence Finck, CEO di BlackRock, secondo il quale la politica ha il vizio di parlare tanto, spesso anche bene, ma di non agire oppure di entrare in azione quando ormai le rapide dinamiche moderne hanno già fatto il loro corso. Questo monito deve risuonare nelle orecchie dei politici europei, ma soprattutto di quelli italiani, sempre e costantemente troppo lenti e poco risoluti e pragmatici nelle loro azioni, tanto che in questi anni, dai primi sintomi della crisi, ben poco è davvero cambiato e nuovamente sono i dati del Centro Studi Confindustria a testimoniarlo (calo PIL a 9.1% e riduzione del potere d’acquisto di oltre 3’000 € annui per le fasce ex ceto medio).

La conclusione del Forum è stata proferita dalla Direttrice del IMF, Christine Lagarde, la quale ha descritto la fase economica in corso con 3 R: Ripresa, Rischio e Reset della politica monetaria ed economica.
A queste tre R ne va necessariamente aggiunta una quarta, Redistribution, cioè ridistribuzione della ricchezza, strettamente connessa al problema demografico che è di primaria importanza.
Nel mondo si stanno sempre più ampliando le disuguaglianze tra pochissimi super ricchi e tantissimi poveri o sulla soglia della povertà, un tempo facenti parte della classe media.
L’Italia non fa eccezione, anzi, dopo USA ed UK è uno dei paesi più disuguali, nonostante la crisi e l’aumento della povertà diffusa, ha raggiunto il 4° posto per numero di nuovi milionari sfornati nel 2013: ben 127’000.
Oltre a ciò la popolazione mondiale sta puntando quota 9 miliardi di persone e nel nord Africa, nell’estremo oriente, nel sud e centro America, vi sono milioni e milioni di persone, principalmente nelle periferie delle megalopoli come Il Cairo, che spingono per consumare e per spendere quei pochi dollari che guadagnano, quasi come se fosse un segno di emancipazione. Al contempo richiedono accesso a più risorse, sia alimentari che in termini di servizi e di energia elettrica, motore dello sviluppo. In sostanza ambiscono a migliorare la loro condizione di vita in un processo che è una costante dell’umanità. Per raggiungere questo obiettivo sono disposti a migrare alimentando flussi migratori oceanici e difficili da gestire.

Un certo livello di disuguaglianza è benefico per le economie, perché unito ad una società dinamica, meritocratica e dove è possibile la scalata sociale, crea nelle persone quella naturale propensione al miglioramento della propria condizione che è il motore di sviluppo e crescita. Ciò vale sia all’interno delle economie mature sia nelle periferie del mondo che spingono per accedere a standard di vita più simili a quelli occidentali.
Se invece questo divario è eccessivo ed in più la mobilità sociale non esiste, anzi è il sistema delle caste a dominare inflessibilmente, il risultato saranno tensioni sociali, malcontento, scontro generazionale e razziale fino a sfociare in veri e propri conflitti e tremende manifestazioni di intolleranza che non rappresentano nient’altro che una lotta tra poveri e che contribuiscono ad acuire ulteriormente le disuguaglianze.
Di questo i grandi del WEF devono necessariamente preoccuparsi, ben prima delle dichiarazioni della prossima edizione del Forum.

26/01/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale