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Dati sul lavoro Istat: bene!!! Male??? Non si sa…..

Mentre il World Economic Forum prevede, temendo, un rallentamento dell’economia globale per il 2015 ed una lieve ripresa, ma sempre sotto le stime, per il 2016, in Italia qualche dato economico, sospinto anche dalle congiunture macroeconomiche, sembra vedersi. Certamente non tale da giustificare trionfalismi o da consentire di abbassare la guardia, ma non resta che sperate che si tratti davvero di un lento virar in un mare ancora burrascoso.

L’ultimo dato diramato dall’Istat è relativo all’occupazione. I numeri, se letti in modo sommario e non approfondito, paiono incoraggianti: la disoccupazione scende, per la prima volta dal febbraio 2013, sotto il 12% arrivando al 11.9% (sempre enorme), nell’ultimo mese di rilevazioni il numero di occupati sale di 69’000 unità, +0.3%, anche i NEET si sono ridotti dello 0,6% nel mese di agosto (meno 86’000 unità) tornando così al livello di giugno.

Fino a qui tutto bene, anzi, molto bene considerando il dato sugli inattivi (Neet appunto). Approfondendo però l’analisi, emerge subito il fatto che l’incremento avviene nel periodo estivo, dove ovviamente il numero di lavoratori stagionali cresce. Effettivamente il settore dove si è registrato il maggior incremento è quello dei servizi, del terziario, del turismo e ristorazione e ciò non sorprende.  Andando ancor più nel dettaglio si scopre che tra i giovani (15 – 24) il tasso di disoccupazione, mese su mese, tocca il 40,7%, in aumento dello 0,3%rispetto al mese precedente; rispetto invece ad agosto 2014, il tasso di occupazione dei giovani scende di 0,1 punti percentuali, cala il tasso di disoccupazione (-2,3%), ma aumentano i NEET dell’1,2%.

In questo ultimo mese sono cresciuti i lavoratori a termine, +4.1%, ( 94’000 unità nei tre mesi estivi), mente i lavoratori permanenti crescono dello 0.1% (che col Jobs Act il termine “permanente” non è più sinonimo di non licenziabile).

Renzi, il Premier, giostrandosi sapientemente tra Twitter, Facebook, TV e giornali, non nasconde gioia ed orgoglio, definendo questi dati un grande risultato di un Jobs Act che funziona, per il Premier l’Italia sta ripartendo con le riforme. In realtà, considerando la stagionalità dei lavori e la loro natura prettamente a tempo determinato (o termine), pare più che probabile che non siano derivati dagli effetti del Jobs Act (che prevede principalmente un lavoro a tempo indeterminato, a tutele crescenti, senza articolo 18) bensì ad una dinamica turistica in crescita anche per  via della rafforzamento del dollaro e della maggior tendenza degli italiani a fare le ferie entro i confini nazionali.

Anche i Ministri del Governo esternano soddisfazione. Per Poletti, al Dicastero del Lavoro, la ripresa è realtà. Ma anche questa affermazione va inserita in un contesto di rallentamento globale e di congiunture macro positive.

Per il Ministro dell’Economia Padoan si tratta del frutto di un lavoro strutturale. Pier Carlo Padoan si espone al Meeting dei Fondi Sovrani a Milano cercando di convincere della stabilità del nostro paese per attrarre investimenti.

Le opposizioni ovviamente hanno pareri opposti. Per Brunetta, capogruppo di Forza Italia a Montecitorio, l’occupazione cresce solo con PIL oltre il 2% e non con partite di giro come il Jobs Act. Che il Jobs Act si riveli una partita di giro, ancora non possiamo affermarlo con la dovuto certezza, un dato quasi scientifico, invece, è che l’occupazione cresce con un PIL in rialzo a partire dall’1.5% (lontano dalla crescita italiana), e che i posti di lavoro non si creino con decreti o legge, ma a seguito di incrementi di potere d’acquisto, domanda e quindi offerta. L’export rimane importante, fondamentale per un paese come l’Italia, ma senza una buona dinamica di consumi e mercato interni non può esserci ripartenza strutturale e duratura.

Anche i sindacati non abbassano la guardia, e per il segretario confederale Cisl, Gianni Petteni, occorre ridurre il carico fiscale sul lavoro, incentivare la staffetta generazionale per dare spazio ai giovani e implementare misure che diano davvero un sostegno strutturale alla ripresa.

Proprio sulla defiscalizzazione del lavoro, si è pronunciata anche l’UE, ritenendo questa misura ben più prioritaria e redditizia rispetto al taglio dell’IMU sulla prima casa (cosa che si è sempre detta anche in questa sede). Da Bruxelles, che si è sempre schierato per una maggior tassazione su consumi e patrimoni (quindi non agirebbe sull’IMU) ed una minor tassazione per imprese, persone e lavoro, fanno notare che l’Italia è in linea con l’Europa per quanto riguarda le tasse sugli immobili, invece non lo è, in senso peggiorativo, riguardo alle imposte sul lavoro, ancora troppo alte. Renzi si è difeso, più per motivi elettorali e propagandistici, contro questa affermazione, sostenendo a spada tratta l’abolizione dell’IMU, misura gradita agli italiani, che tanto caos ha creato nei tre esecutivi precedenti e tra i cittadini paganti totalmente disorientati, ed asserendo perentoriamente che non sarà un euro burocrate a dire se la casa va tassato o meno.

Certo l’Europa, come ha sempre fatto, da direttive e linee guida facoltative, ma poi, in fase di analisi del DEF, tra poche settimane, l’UE si pronuncerà valutando tagli, coperture, stime, e non si accontenterà di stime aleatorie, ma vorrà entrate strutturali e prevedibili. Ad esempio non si accontenterà di coprire il taglio dell’IMU con un generico “budget da rientro capitali esteri per voluntary disclousure”.

Proprio le discussioni parlamentari sull’IMU hanno portato un po’ di dibattito all’interno del PD, il quale potrebbe avere qualche conseguenza durante la votazione sulla riforma del Senato in corso in queste ore, che pare il Governo riuscirà con qualche asperità e scontro verbale a fare sua.

 

01/10/2015
Valentino Angeletti
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Stime FMI gelano l’Italia, ma in realtà non dicono nulla di nuovo

La notizia non è stata ben digerita, ma non è di certo nuova. L’FMI ha certificato che con i livelli di crescita attuale e stimati per il prossimo futuro, il mercato occupazionale italiano tornerà ai livelli pre-crisi solo tra 20 anni; esattamente come per il Portogallo, e ben 10 anni dopo la Spagna, seppur fosse partita da condizioni iniziali peggiori.

A poco valgono i tentativi di screditare l’osservazione del Fondo ricordando che più volte ha preso degli abbagli, oppure che una crescita del PIL non necessariamente (e ciò accade nelle economia più mature e tecnologicamente all’avanguardia) corrisponde ad un incremento dell’occupazione, esistono senza dubbio casi di Jobless recovery, ma è assolutamente verificato che al di sotto di una crescita del PIL del 2 – 2.5% difficilmente potranno crearsi i presupposti per una crescita degli occupati (intesi come nuovi posti di lavoro effettivi). In Italia le previsioni danno un PIL in crescita dell 1.5% per il 2015 e del 1.7% per il 2017, ancora insufficienti (a fronte del 3.1% stimato sia per il 2016 che per il 2017 negli States). Se si ha buona memoria, si può ricordare che altri istituti, italiani ed europei, hanno messo in guarda dal rischio di una generazione persa ad inseguire la ripresa, e l’arco di tempo indicato era proprio di circa 20 anni.

Anche qui si è più volte ribadito il medesimo concetto. Si è infatti asserito che per le condizioni economiche in cui è precipitata l’Italia e l’Europa, per le malagestioni politiche degli anni addietro che ad esempio hanno portato una crescita vertiginosa del debito senza corrispettivi ritorni sul’economia, per i tristi fenomeni ed episodi di corruzione e malaffare, dilaganti, pervasivi e persistenti (Mafia Capitale, Mose, EXPO solo per citare gli ultimi), per l’incerto e frenante il contesto normativo e burocratico che osta l’insediamento di nuovi business ed investimenti, se tutti, politica e cittadini, fossero disposti ad impegnarsi onestamente, mettersi al servizio della collettività in modo disinteressato, anche rinunciando in taluni casi a privilegi propri e consapevoli del grande sacrificio necessario, quindi se tutto andasse nel migliore dei modi possibili, sarebbe servita almeno una generazione (quella degli attuali 20-30 enni), per tornare, seppur necessariamente seguendo un modello di sviluppo economico differente, ai livelli di benessere (welfare, potere d’acquisto, lavoro, dinamiche economiche) pre-crisi.

Ieri, questa che era una evidenza già anni fa, è stata rilevata anche dall’FMI. In tutta sincerità la notizia non stupisce affatto nè sorprende, ma preoccupa. Non è accettabile un drenaggio simile di risorse e capitale umani ed una fuoriuscita senza ritorno di competenze verso i paesi nostri competitor come quella a cui stiamo assistendo.

Credo che a poco valgano le rassicurazioni di Padoan, secondo il quale il modello adottato dall’FMI non tiene conto delle riforme attuate ed in via di attuazione, che, sempre a detta dal Ministro, dovrebbero portare spinte positive al PIL ed alle dinamiche occupazionali, lo scontato esempio citato è il Jobs Act, fortemente voluto dall’FMI stesso.

Ma che tipo di lavoro si crea con il Jobs Act? Può consentire di mantenere ed incrementare negli anni la piena occupazione? Non si crede possibile senza una virata radicale del micro e macro sistema economico. L’attuale contesto, seppur per certi aspetti oggettivamente migliorato, non è tale da far pensare ad una proliferazione di Business ed investimenti. Inoltre l’FMI potrebbe anche aver considerato la notoria e cronica incapacità italica di portare rapidamente le riforme in attuazione, una volta proferito il pomposo annuncio.

Il paragone con gli USA, parimenti alla differenza con il PIL, è sconcertante. La disoccupazione USA si attesta al 5% contro l’11% abbondante di Eurolandia e ciò nonostante l’Europa possa contare su almeno tre fattore oltremodo facilitanti: i QE ed il bassissimo costo del denaro, il basso prezzo del petrolio e la svalutazione dell’Euro che dovrebbe dare vigore alle esportazioni.

Le politiche statunitensi hanno aggredito la crisi con sostanziosi invesitmenti pubblici anche se in deficit; hanno costantemente modificato la legge per innalzare il rapporto debito/PIL consentito onde evitare il baratro fiscale (Fiscal Cliff) ed il tutto nonostante Obama non abbia la maggioranza al Congresso, segno che, in ultimo e dopo negoziazioni aspre, è il bene del paese ad essere messo al centro; hanno implementato tempestive politiche di alleggerimento monetario convogliando liquidità direttamente all’economia reale, senza le inefficienze o le speculazioni degli intermediari; ed hanno posto come parametro per la prosecuzione dei QE, non l’inflazione al 2% come in UE, ma proprio il dato sulla disoccupazione, da abbattere sotto il 6%. In realtà i QE stanno proseguendo, anche se in misura minore, nonostante il raggiungimento di tale target, ma si sa, se un cavallo corre, tanto più in un contesto non roseo per l’UE, non è saggio fermarlo.

In Europa invece all’espansione sono stati preferiti austerità e rigore teutonici, impedimenti ad ogni forma di investimento pubblico per gli stati ai quali sarebbero più utili. Le azioni della BCE, influenzate dalla presenza del 17% della Bundesbank come azionista principale, sono state lente e poco reattive (fortunatamente vi era Draghi, altrimenti sarebbe stato probabilmente peggio) ed il piano di investimenti faraonico di Juncker ancora latita. Simili difficoltà si sono sommate a quelle, croniche, in essere nel contesto italiano che rendono sfavorevole ogni insediamento di business, attività produttiva o investimento. Come sappiamo i fattori limitanti sono un enorme peso fiscale su persone ed imprese, un costo del lavoro molto elevato, una produttività media molto bassa, ma soprattutto corruzione, malaffare, burocrazia, clientelismo, giustizia e legislazione lente e non chiare.

Ovvio, quasi banale, affermare che il piano di riforme deve essere accelerato e deve essere dato più peso alle misure di tipo economico, innegabilmente trascurate fino ad ora.

Detto ciò però, rimane valido il concetto iniziale, ossia che, supponendo, ed è tutt’altro che scontato, l’impegno collettivo totale di pubblico, privato, istituzioni, politica, il sacrificio disinteressato ed una ottima politica (raramente vistasi in Italia), non è realistico pensare di tornare ai livelli pre-crisi se non prima di 10 anni.

28/07/2015
Valentino Angeletti
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Lavoro: dati OCSE e la preoccupante carenza di competenze nell’epoca del Digitale e dalla Sharing Economy

Inutile fingere, sperare in rapide soluzioni o in inversioni di tendenza. Il problema è più che noto e di una complessità inaudita; è ovvio, e se ne deve dargli merito, che il Governo, seguendo le raccomandazioni europee, ma anche il buon senso verrebbe da dire, in modo più o meno condivisibile, con metodologie e provvedimenti talvolta opinabili e sicuramente divisivi (Jobs Act, Articolo 18, Articolo 4 ecc) in particolare nelle file del PD, di cui il premier rimane segretario, più a sinistra e vicine ai sindacati, stia provando ad arginare questo vero e proprio dramma.

Se non si fosse capito stiamo parlando del tema dell’occupazione, o meglio della disoccupazione nell’area OCSE e nella fattispecia nel nostro paese. Questa volta a far suonare l’allarme è l’OCSE e non i soliti dati mensili, diramati quando dal Ministero del Lavoro con riferimento ai contratti e quando dall’Istat con riferimento alle persone fisiche e perciò più idonei ad inquadrare la reale situazione occupazionale della società e dei cittadini, che usualmente danno adito a differenti interpretazioni sulla reale creazione di nuovi posti di lavoro tosto che di stabilizzazioni di contratti “atipici” già in essere, che, come abbiamo detto, qualora rappresentassero un miglioramento delle condizioni lavorative del soggetto interessato, spesso giovane, non sarebbero un risultato totalmente disprezzabile.

L’ Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico con sede a Parigi, in un suo rapporto, ha certificato che l’Italia è penultima tra i paesi OCSE per quanto riguarda il tasso di occupazione giovanile, a fare peggio, prevedibilmente, solo la Grecia che si colloca al’ultimo posto.  Nella fascia di età 15 – 29 il tasso di occupazione è passato dal 64.33% del 2007 al 52.79% del 2013, a fronte di una media OCSE per il 2013 del 73.7%, impietoso il rapporto con la migliore, l’Olanda, che fa registrare un tasso di occupazione dell’ 81.7%. Considerando invece la fascia 30 – 54 anni, l’Italia è quartultima, con un tasso di occupazione passato dal 74.98% del 2013 al 70.98% del 2013.

Il problema della bassa occupazione è comune in tutta l’area OCSE, infatti vi sono più di 35 milioni di giovani di età compresa tra i 16 ed i 29 anni non occupati, ma nemmeno impegnati in materia di istruzione o di formazione (Neet). Il dato sui Neet, che fa presagire anche una bassa speranza nel futuro, è pessimo in Italia, dove sono il 26.9% (peggio solo la Spagna con il 26.9%, l’Irlanda, terzultima, distacca l’Italia con il 19.2%), contro una media OCSE del 14.9%.

Di sicuro l’aspetto della crisi ha contribuito notevolmente a rendere difficile l’occupazione, ma il contesto italiano è stato capace di estremizzare oltremodo la deriva.

Alle numerosi crisi aziendali dovute al calo dei consumi, si affiancano una eccessiva rigidità del mondo del lavoro, una dimensione delle aziende nostrane troppo piccola per competere all’estero e puntare sull’export, settore che meglio ha resistito ai colpi della recessione, la mancaza di catene distributive e filere internazionali importanti, un contesto normativo, burocratico, legislativo bloccante, la corruzione, le poche prospettive di business che spingono le aziende a non investire nel nostro paese, la carenza di investimenti pubblici per difficoltà nel mantenere i vincoli di spesa e di bilancio, e via discorrendo in un elenco che abbiamo già fatto più volte.

A ciò però si aggiunge un aspetto, se vogliamo più grave e preoccupante, ossia la carenza, sia tra i giovani che i meno giovani, di quelle competenza richieste dal moderno e mutato mercato, scarse capacità matematiche e di comprensione dei testi. La soluzione a tale questione non è semplice e necessità di piani strutturati di lungo temine, nonché di mirati investimenti. Il mercato ha subito un cambiamento, andando ad avere necessità di figure professionali particolari, che non si recupera nel medio-breve periodo, ma abbisogna di strategie di lungo termine, formazioni specifiche ed investimenti in innovazione, che sono mancati nelle nostre industrie. Le nuove competenze non si acquisiscono con qualche ora di corso, ma spesso provengono solo da un cambio di mentalità ed approccio al lavoro, caratteristiche di flessibilità, adattività e rapidità mentale che scarseggia in Italia, visto che il 31.56% dei giovani svolge un lavoro routinario che non richiede specifiche competenze  ed il 15.3% svolge un lavoro che non lo arricchisce di nuove competenze. Inoltre il 54.3% dei giovani non usa il PC in ambito lavorativo (scabroso). Infine lo scollamento tra scuola, ricerca, istruzione e mondo del lavoro/industria è evidente e non c’è alcuna reale rispondenza tra domanda ed offerta. In sostanza gran parte del laureati italiani escono senza avere le competenze che servirebbero alle aziende. Volendo rincarare la dose, esiste in Italia anche il pesante fardello della raccomandazione, della relazione e l’assenza del merito che rendono lavoro e carriera ancora più chiusi ed impenetrabili.

Questo fatto è inconcepibile nel periodo della digital economy, della sharing economy, dei servizi distribuiti e dello share value, dove sono richieste competenze particolari, non presenti nel bagaglio culturale dei più “anziani”, che difficilmente potranno apprenderle, nè in quello dei giovani a cui, benché predisposti ad imparare rapidamente, non vengono insegnate. Al giorno d’oggi sono richieste competenze e cultura digitale, ma anche capacità di improvvisare, creatività, inventiva, flessibilità e capacità di adattamento a scenari mutevoli, anche e soprattutto nel mondo del lavoro. Concetti completamenti differenti rispetto al lavoro quotidiano, in fabbrica o in ufficio, a cui la cultura italiana è ancora troppo legata. Prendiamo il caso di Uber e dell’app Uber Pop: esso è un esempio di sharing economy e di nuovo paradigma del lavoro che le norme stanno cercando di relegare entro i vecchi schemi, ma a cui, alla lunga, come per le mail, i video, gli mp3 ecc, dovranno inginocchiarsi, adattandosi al nuovo mondo tecnologico.

Se non si è in grado di dissolvere l’ancestrale legame con la vecchie concezioni ed orientare davvero le menti verso i nuovi concetti lavorativi come digitale e sharing economy, innovazione e tecnologia, ottimizzazione dei processi e qualità, servizi condivisi ed “ufficio distribuito senza cartellino”, comprendendo che talvolta è il lavoratore a doversi creare l’occupazione, anche se inserito in un solido e strutturato contesto aziendale, difficilmente si potrà riuscire a colmare il drammatico gap occupazionale e recuperare la competitività persa. Ovviamente ciò non deve andare a discapito dei diritti dei lavoratori, che, protetti con forme innovative coerenti al nuovo contesto economico, dovranno sempre e comunque essere garantiti.

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Valentino Angeletti
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Un Primo Maggio dalle molte sfaccettature: Expo, Balck Bloc, Concertoni, disoccupazione. Intensi spunti e palesi contraddizioni

Quello appena trascorso è senza dubbio stato un primo di maggio decisamente particolare e ricco di intensi avvenimenti tra loro in contrapposizione.

Come di consueto abbiamo potuto assistere alle feste, ai concertoni pomeridiani e serali ed alle manifestazioni in onore del lavoro generalmente patrocinate dai sindacati che si sono svolte in tutta Italia, con la Sicilia meta della manifestazione ufficiale di CGIL, CISL e UIL, in onore del Sud sia perché il divario con il nord in tema del lavoro rimane drammatico, sia perché è il territorio, già di per se molto in difficoltà, che deve “sopportare” l’abnorme flusso migratorio, ingestibile per il nostro meridione senza adeguato supporto istituzionale nazionale, europeo e mondiale, perché quando muoiono centinaia di persone è il “mondo” intero a dover interrogarsi su un simile e problematico fenomeno. In tal senso l’accezione del primo maggio è stata proprio quella di festa di tutti i lavoratori.

Contemporaneamente però ieri è stata anche l’inaugurazione di Expo2015: “Nutrire il pianeta energie per la vita” che ha posto Milano al centro di numerosi eventi più o meno istituzionali, tra cui spiccano indubbiamente l’apertura ufficiale del Premier Renzi e la “Prima Primaverile” alla Scala dell’opera Turandot. L’intervento di Renzi è stato ovviamente un trionfo di ottimismo che lo ha portato a modificare (opinabilmente) l’inno nazionale, sostituendo “siam pronti alla morte” con “siam pronti alla vita” ed a scagliarsi contro tutti i “gufi” che gioiscono dei fallimenti italiani, che sono avvezzi al motto “non ce la faranno” e che mai avrebbero immaginato il successo di Expo2015 con 11 milioni di biglietti già venduti, che però si deve ancora capire se siano stati acquistati da agenzie o da privati. Il Premier si è poi speso in numerosi ringraziamenti, rivolti a tutti coloro i quali in un modo o nell’altro hanno contribuito a rendere possibile l’evento, ad iniziare dal sindaco dell’epoca della vittoria di Milano sulla turca Smirne per l’assegnazione dell’esposizione, Letizia Moratti, fino al commissario Sala, all’attuale sindaco Pisapia, al capocantiere ed a tutti gli operai, veri eroi, che soprattutto negli ultimi tempi hanno dovuto accollarsi turni massacranti. Non è stato menzionato, chissà quanto volutamente, e di certo per la persona quel è non si meriterebbe un trattamento simile, l’allora omologo di Renzi, Romano Prodi che le cronache vogliono abbia abbandonato anzi tempo la manifestazione non essendosi visto annoverare nella lista dei ringraziati (pur essendo a mio avviso uno dei principali ringraziandi, perché quando c’è da mettere l’Italia in mostra all’estero il Professore Bolognese non si risparmia ed è sempre in prima fila: fu uno dei primi ad intessere i rapporti con quella Cina a cui Renzi vorrebbe strizzare sempre di più l’occhio ed ancor maggiormente il portafoglio o con l’Africa che per renzi dovrebbe essere meta di grandi investimenti italiani).

Ora, partendo dal presupposto che è non solo giusto, ma doveroso aver criticato Expo, in preparazione da 7 anni, quando le cose non hanno seguito i programmi, quando si sono verificati scandali, quando sono emersi tangenti ed appalti taroccati, quando si sono manifestati ritardi ed aumenti di costi, è assolutamente vero che ora dobbiamo augurarci tutti, da italiani interessati al nostro paese e non alla lotta aspra del dibattito partitico distruttore, che l’Expo sia un successo, e per la nostra immagine nel mondo, e per il tema che tratta e per l’indotto che può creare, pur continuando a mantenere la giusta dose di criticismo utile a vigilare che tutto proceda in modo accettabile. Detto ciò il successo di Expo è ancora da costruirsi e speriamo che sia ampio ed oggettivo.

Quello di Renzi ha voluto essere un messaggio incoraggiante, positivo, che lascia intravedere una più che prossima e scontata rinascita dell’Italia dalle ceneri di una crisi sistemica e pervasiva, il clima che si poteva respirare in quel di Rho era senza dubbio di gran festa e di speranza in un futuro che ormai viene presentato come radioso. Forse lo è e lo è sempre stato, tra gli alti e bassi che non hanno mai compromesso un tenore di vita comunque alto, per i partecipanti alla Turandot rappresentata alla Scala, ma per molti altri il contesto è assai differente.

A ricordarcelo ci sono stati gli ingiustificabili e tremendi disordini avvenuti nel centro di Milano, tra Cadorna, Carducci, il Giambellino, dove il movimento Black Bloc metteva a ferro e fuoco la città scagliandosi contro i simboli del potere del loro problematico modo di interpretare, ma soprattutto di dissentire, una realtà che sta divenendo sempre più oggettivamente ed inaccettabilmente diseguale. A loro non vanno riservate giustificazioni di alcun tipo, sono teppisti, terroristi, violenti, mascalzoni, ma hanno vita facile a trovare supporto ed appoggio in un clima di insoddisfazione, povertà e disagio sociale come quello che si respira da anni. Questa condizione fa si che anche coloro che non avrebbero motivi di protestare o che non conoscono a pieno le “ragioni” dei blocchi neri, possano unirsi e dar man forte agli scellerati portatori di terrore, coperti da generiche motivazioni quali lotta al potere, all’etile della finanza, alla casta e via dicendo, tutti leit motive di questi anni di crisi facilmente adducibili come causa della totalità dei mali che si stanno vivendo, sentenza proferita ovviamente senza approfondirne davvero la natura ben più complessa ed eterogenea. La conseguenza di ciò è che anche “ultras da stadio” che poco hanno a che fare con i Black Bloc hanno sostenuto la violenza facendo si che numericamente i dissidenti fossero ben di più di quelli davvero riconducibili a frange ben organizzate. Gli pseudo Black Bloc non sanno neppure per quali “ideali” o meglio “motivazioni” (volutamente tra virgolette perché non ve ne sono di plausibili), i Blocchi Neri operano o in altri termini “fanno casino”. Queste persone, purtroppo temo come molti, si gettano nella bolgia senza avere ideali, che quand’anche fossero sbagliati una parvenza di rispetto potrebbero anche trasmetterla essendoci persone che rischiano botte e vita per la loro difesa. Costoro invece no, hanno il solo obiettivo di fare danni per un pomeriggio di adrenalina (visto che non c’è il calcio). Se poi gli venisse chiesto il perché, la risposta sarebbe genericamente: “la lotta contro il potere”; se gli si chiedesse chi è il potere, risponderebbero a suon di luoghi comuni, con un “banche e multinazionali” (magari con il babbo che lavora come promotore finanziario e la mamma impiegata al Carrefour); se si approfondisse chiedendo il perché ancor più nello specifico, non saprebbero rispondere, magari i più “astuti” potrebbero dire che le multinazionali inquinano e che sfruttano il lavoro dei poveri, mentre le banche sono piene di soldi quando la gente muore di fame…. Frasi fatte insomma che dimostrano totale incapacità di ragionamento e visione critica per approfondire la complessa realtà sociale. Questi facinorosi non sono degni di essere chiamati neppure Black Bloc, sono solo casinisti perdigiorno con un cervello che si può pesare tranquillamente usando bilancini da orefice. I Black Bloc, ripeto, sono delinquenti, quasi terroristi, pericolosi ed organizzati, questi invece, e, ribadisco, secondo me non pochi, forse in manifestazioni come quella di ieri addirittura più delle vere tute nere, sono tarati mentali maggiormente pericolosi dei primi perché rappresentano una parte del futuro dell’Italia che non emigrerà perché inetta e che andrà a pesare sulle spalle della società sana! Massimo rispetto sempre e comunque verso ogni opinione e forma di manifestazione, protesta e dissenso civile, massima condanna e pena esemplare per ogni tipo di violenza gratuita, ingiustificata ed ingiustificabile.

Ancora più dei fenomeni di guerriglia urbana da tutti condannati come riprovevoli vi sono dati oggettivi dell’Istat, diramati alla vigilia della festa del lavoro, che da domani dovranno far smaltire al governo la sbornia da parata trionfale e rapirne la concentrazione ancor di più della legge elettorale Italicum. Sono i dati sulla disoccupazione tornata ai massimi livelli, 13% in totale (oltre 3 milioni di persone) e 43.1% per gli under 25 (solo Grecia, Croazia e Spagna fanno peggio). Il dato sembra contraddire quello che aveva fatto esultare le istituzioni e che vedeva un netto incremento di contratti di lavoro a tempo indeterminato. La discrepanza è presto detta, mentre l’Istat si occupa di valutare la condizione reale delle persone, i dati ministeriali trattavano i contratti, quindi vi è ora la prova che la maggior parte di nuovi contratti a tempo indeterminato sono stati trasformazioni di vecchi rapporti e non nuovi posti di lavoro (se ne aveva un sospetto al limite della certezza fin da subito – Link1 – Link2), inoltre i dati Istat confermano una volta in più che il lavoro si crea con investimenti e non con leggi e decreti, che hanno il compito di aiutare, ma non possono fare quello che solo una catena produttiva fatta da potere d’acquisto (disponibilità economica che ora manca), consumi (interni ed esportazioni), creazione di domanda di lavoro dovuta alla floridità e alle potenzialità di business, è in grado di realizzare.

Oltre a questo, noto, tema da dirimere celermente ve ne è un altro che sarà complesso da districare, cioè il pronunciamento della Corte Costituzionale contro i due anni di blocco dell’adeguamento delle pensioni per emolumenti oltre 3 volte il minimo (circa 1400€ lordi al mese) voluto dal Governo Monti – Fornero. La decisione non viene dal nulla, ma c’era da immaginarsi un esito simile, non solo perché i sindacati, primo tra tutti la CISL della Furlan (allora Bonanni), lo avevano anticipato, ma perché un precedente risiede nel pronunciamento di incostituzionalità anche per il contributo di solidarietà per le pensioni oltre i 90’000 €. Se del resto non è costituzionale un contributo dai soli più facoltosi non si capisce come avrebbe potuto esserlo dai i meno abbienti. Il principio che viene seguito dalla Corte è che all’interno di un medesimo gruppo, in tal caso i pensionati, non si possono applicare tassazioni differite tra differenti soggetti, se non seguendo eguale percentuale o specifiche aliquote. In altre parole o si tassano tutti o nessuno. Inoltre il blocco delle rivalutazioni ha una ulteriore motivazione di incostituzionalità e risiede nella riduzione della disponibilità economica di una platea già molto in difficoltà e difficilmente capace al sostentamento del proprio nucleo famigliare.

Conseguenza di tal sentenza è che lo Stato si vedrà costretto a risarcire, e il Ministro del Lavoro Poletti ed il Viceministro dell’Economia Morando hanno detto che se questo è il volere della Corte Costituzionale non può non essere rispettato, circa 6 milioni di pensionati per una somma complessiva che varia dai 6 agli 11 miliardi (ancora da verificare con certezza, ma dovrebbero essere corrisposti circa 1’500€ su una pensione di 2’000€) per gli arretrati 2012-2013. Somma evidentemente ben superiore degli 1.6 ipotetici miliardi di tesoretto virtuale che sarebbe bene non impiegare in anticipo se non per ridurre il debito. In realtà potrebbe esistere una sorta di scappatoia per il governo, valida per i referendum abrogativi: se la decisione presa è tale da mettere a rischio i conti dello Stato, essa può non essere applicata. Chissà se verrà trovato un cavillo per poter applicare clausola simile anche alla sentenza della Consulta.

In questo momento reperire anche “solo” 5 miliardi risulterebbe davvero complesso e, soprattutto quando a Bruxelles verranno a conoscenza di un simile “non banale dettaglio” per i conti già traballanti del nostro paese, il rischio che si ricorra alle clausole di salvaguardia, quali aumento accise ed Iva, è concreto. La soluzione “Iva più accise” è una coppia infausta, perché andrebbe una volta in più ad inserirsi come un grosso detrito nel meccanismo già pieno di attriti del rilancio economico, basato su potere d’acquisto, consumi, richiesta di nuovo lavoro, propensioni agli investimenti, che invece avrebbe bisogno di un lubrificante dalle strabilianti specifiche tecniche.

Insomma tutti tifiamo Expo, tutti tifiamo Italia, tutti condanniamo Balck Bloc, teppistelli e violenti, ma dobbiamo essere realisti, con i piedi per terra, diffidare dai falsi entusiasmi, consci che c’è ancora tanto da fare ed i sacrifici, pur nel clima festoso, solenne e sublime della Turandot alla Scala, sono tutt’altro che finiti.

02/05/2015
Valentino Angeletti
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Crescono i contratti a tempo indeterminato, ma l’industria frena. Quale nesso esiste??

“Sono dati davvero sorprendenti che mostrano una crescita a doppia cifra!”, ed ancora: “è  un giorno importante, segnale dell’Italia che riparte!”.

Così, col tipico entusiasmo, il Premier Renzi ha commentato i dati emessi dal Ministero del Lavoro di Giuliano Poletti relativamente ai nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato per i primi due mesi del 2015. Le cifre diramate dal Dicastero fanno segnare rispetto allo stesso periodo 2014 un incremento del 38.4% pari a circa 79’000 contratti.

Ad una prima lettura pare un dato molto positivo e non c’è dubbio che lo sia, ma a ricollocare i puntini sulle “i” ci pensa immediatamente lo stesso Ministro del lavoro che fa notare come in realtà non sia possibile stabilire se si tratti di nuovi contratti o trasformazione di contratti a tempo determinato o collaborazioni già in essere.

Molto probabilmente a spingere le aziende alla stipulazione di contratti a tempo indeterminato sono stati gli sgravi fiscali inseriti nella legge di stabilità 2015 che prevede la decontribuzione triennale e lo sgravio permanente dell’Irap per i datori di lavoro, mentre, nonostante spesso anche addetti ai lavori e politici direttamente interessati facciano dichiarazioni confusionarie in modo più o meno deliberato, non è ancora possibile riferire tale risultato agli effetti del Jobs Act entrato in vigore appena da pochi giorni.

Secondo esperti del diritto del lavoro ed analisti del settore le trasformazioni da vecchi contratti a tempo determinato o le regolarizzazioni di collaborazioni pre-esistenti arriverebbero almeno all’80% non introducendo pertanto nuovi posti di lavoro o occupati di nuovo corso. In taluni casi potrebbe addirittura trattarsi di cessazioni di vecchi rapporti, la cui regolarizzazione non comporterebbe benefici per circostanze particolari, sostituiti con assunzione a tempo indeterminato.

Analizzando il contesto ed altri dati che sono stati diramati dall’ISTAT quasi in contemporanea rispetto a quelli del Ministero del Lavoro, si può a ragione supporre che la stima degli analisti sia corretta, ridimensionando così l’entusiasmo dell’Esecutivo.
Per correttezza si deve partire dal presupposto che per coloro ai quali è stato trasformato in rapporto a tempo indeterminato un precedente contratto a termine, precario o che sono stati assunti, magari in sostituzione ad altre figure che non avrebbero dato acceso agli sgravi per l’azienda datrice, la notizia non è solo buona, bensì esaltante e dà loro una differente e più rosea prospettiva del futuro. Ciò è giusto e va compreso, così come va effettivamente preso atto che lo “swap” di contratto, in assenza del provvedimento che ha introdotto gli sgravi, con tutta probabilità non sarebbe mai avvenuto.
Precisato doverosamente quanto alle righe precedenti, quello che porta ad essere più realisti rispetto alla frenetica gioia, che pure rimane per i 79’000 coinvolti, risiede innanzi tutto nel fatto che il confronto statistico è con un periodo, i primi mesi del 2014, in cui venne toccato il picco massimo della disoccupazione e quindi la stipula di contratti, a maggior ragione se a tempo indeterminato, raggiunse i minimi storici. In tal senso il +38.4% può essere in parte dovuto a quello che in gergo finanziario si definisce rimbalzo tecnico (esiste anche il rimbalzo del gatto morto, ma si spera non sia questo il caso); inoltre considerando il livello assoluto della disoccupazione, in particolare tra i giovani, i quasi 80’000 nuovi contratti, che non equivalgono matematicamente ad altrettanti nuovi posti di lavoro, rimangono una goccia nel mare.

Un ulteriore elemento foriero di perplessità risiede nelle dinamiche dei consumi e della domanda.
L’Istat ha diramato dati relativi al mese di gennaio 2015 tuttaltro che lusinghieri sulla produzione industriale che indica lo scenario presente in cui si inseriscono le imprese, sul loro fatturato e sugli ordinativi, che invece possono anticipare gli andamenti futuri. Benché vi siano differenze tra i vari settori industriali (molto bene l’auto, male invece la metallurgia), mediamente per la produzione la diminuzione mese su mese è stata dello 0.7%, mentre anno su anno ha fatto registrare un -2.2%; gli ordinativi invece mese su mese sono scesi di ben 3.6 punti percentuali. Ovviamente a risentirne è stato anche il fatturato delle imprese, calato a gennaio dell’1,6% rispetto a dicembre e del 2,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Simili numeri son piuttosto in linea con quanto appurato dal sindacato SPI-CGIL secondo cui i pensionati, la più grande platea del nostro paese e coloro che animano i consumi di massa, ma anche i primi a tagliare le spese se necessario, negli ultimi 5 anni, principalmente a causa del blocco delle rivalutazione del loro assegno mensile, si sono visti decurtare il potere d’acquisto complessivamente di 9.7 miliardi di €, 1’779 € in media a testa.
In effetti anche dalle caritas arrivano informazioni secondo cui le mense gratuite per disagiati sono sempre più foltamente frequentate.
La SPI stima poi che se si verificassero le previsioni BCE sulla crescita dell’inflazione i pensionati rischierebbero di perdere ulteriori 3.6 miliardi di €.
Mai vanno dimenticate poi le clausole di salvaguardia che incombono qualora non si riuscissero a centrare gli obiettivi di bilancio previsti dal DEF 2015, in particolare l’aumento dell’IVA e delle accise che andrebbe a penalizzare ancora una volta i consumi e, secondo alcune stime, causerebbe la perdita di 150’000 posti di lavoro. Proprio per evitare le clausole sta lavorando alacremente il consigliere economico di Renzi, Gutgeld, successore non ufficiale ma de facto di Cottarelli (il cui report dovrebbe essere messo a disposizione a breve assicura Yorem Gutgeld), che conta di poter reperire i circa 10 miliardi necessari operando i tanto attesi tagli alla spesa.

Anche i segnali che arrivano dal Forum di Confcommercio a Cernobbio sono solo parzialmente e timidamente positivi. Le stime del PIL 2015 che oscillano tra il +0.7% del Ministro Boschi ed il +1.1% di Confcommercio non sono tali da invertire la tendenza sulla disoccupazione che inizia a risentire di effetti benefici e con un fisiologico ritardo a partire da 1.5% di crescita. Il Presidente della Comera di Commercio di Milano, Sangalli, vede nell’Expo 2015, che inizierà il primo maggio, una irripetibile opportunità. Anche tale affermazione è teoricamente (e ci auguriamo che lo sia anche fattivamente) vera, ma la realtà delle cose ci porta a riscontrare ritardi (ed annessi episodi di corruzione e tangenti) ed opere che forse non saranno pronte prima di agosto tanto da necessitare di una gara d’appalto suppletiva per il “camouflage” dei cantieri non conclusi. Inoltre la natura dell’esposizione è per definizione straordinaria, non strutturale, ma transitoria come lo sono la maggior parte degli effetti benefici che potrebbe portare all’economia (eventuali buchi da risanare invece sarebbero ben più duraturi nel tempo) quindi è bene non basare stime e previsioni su eventi di simile conformazione.

In questa fase, per quanto possibile analizzare i fatti in modo oggettivo e distaccato, pare che vi sia ancora uno scenario presente e futuro di generale fragilità, con consumi deboli e non tali da innescare il circolo virtuoso che con la domanda riattiva imprese, industria e di conseguenza propensione alla creazione di posti di lavoro. Manca l’ingranaggio iniziale di questo meccanismo, vale a dire il potere d’acquisto che in questo momento può essere dato solo con detassazione e con investimenti pubblici che creino loro stessi posti di lavoro e quindi incrementino nel complesso la propensione alla spesa. Difficile pensare dunque che con i due mesi di sgravi fiscali (e da marzo con il Jobs Act), tra l’altro destinati a concludersi, abbiano sbloccato il mercato del lavoro. Servono, come detto, investimenti, detassazione per imprese e privati, serve sbloccare la domanda ed agire anche sul lato dell’offerta.

Del resto è vero che un’impresa non licenzia per il piacere di licenziare solo perché venuto meno l’articolo 18 per i nuovi contratti a tutele crescenti previsti dal Jobs Act, parimenti però non è pensabile che un’azienda assuma se il business non lo giustifica solo per godere del beneficio di tre anni di detassazione.

Valentino Angeletti
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Un Jobs Act “destrorso” divide le sinistre. Il MEF computa la crescita per le riforme nell’intento di abbonire l’UE

Ebbene, sono stati approvati i decreti attuativi del Jobs Act, un cavallo di battaglia del Governo Renzi su un tema, il lavoro, centrale per il periodo economico in atto caratterizzato da una drammatica situazione occupazionale e messo al centro degli impegni europei. L’argomento è anche altamente caratterizzante la sinistra più radicale che ha sempre fatto del lavoro e del diritto dei lavoratori una delle bandiere da difendere a spada tratta, talvolta, assieme con i sindacati, in modo eccessivamente rigido.

Come prevedibile, considerando quanti aspri scontri vi siano già stati internamente al PD proprio sul JobsAct, anche l’approvazione dei decreti non ha fatto eccezione. Il PD si è nuovamente diviso palesemente, da una parte la cosiddetta minoranza che include Fassina, Civati, Cuperlo, Damiano, Chiti schierata con SEL, M5S, FI e buona parte dei sindacati, assai critici nei confronti della riforma, dall’altra il Governo (PD e NCD) che gioisce per la vittoria conseguita.
Secondo i primi la giornata è stata drammatica per il lavoro e per i lavoratori che hanno perso qualche cosa in termini di tutele e diritti, un giorno infausto dove ha trionfato la precarietà, solo pochi contratti atipici sono stati eliminati (da 47 passerebbero a 45) e la facilità di licenziamento può minare ulteriormente il minino di stabilità lavorativa attualmente raggiungibile con estrema difficoltà (i vecchi contratti non rientrano nel perimetro del JobsAct). Per il Governo invece è un giorno memorabile sia per aziende, facilitate ad assumere, sia per lavoratori precari e disoccupati, beneficiari delle assunzioni, tanto da spingere Poletti a promettere agli italiani 100’000 – 200’000 nuovi posti di lavoro nel 2015 (la forbice del 100% non è certo insignificante, sono in ballo 100’000 posti, se stima deve essere che sia almeno più precisa, ma sarebbe meglio non si stimassero affatto certi numeri visti i precedenti poco felici).
Del resto non nascondono un’enorme soddisfazione gli alleati governativi di NCD che, ottenuto questo dividendo sul lavoro, rilanciano, a margine di una Winter School al Sestriere, la loro posizione di influenza nel Governo, il patto (attenzione ai patti, non portano sempre bene) per far arrivare “l’Esecutivo delle riforme” alla scadenza naturale del 2018 ed avanzano, dall’alto della loro bulgara percentuale elettorale, gli interventi in tema famiglia e diritti civili, sui quali, c’è da star certi, nuovi scontri si concretizzeranno. Se gioiscono Sacconi (identificato come il vero vincitore della riforma sul lavoro dalla minoranza Dem) ed Alfano, non possono gioire i membri più radicali del PD, né tantomeno i sindacati le cui posizioni oscillano tra l’estremamente critico della CGIL-FIOM di Camusso-Landini e quella un più accomodante della CISL della Furlan, maggiormente propensa alla mediazione ma comunque insoddisfatta di certi passaggi.

Le critiche sulle modalità operative, facendo il paio con quelle della sinistra Dem, SEL, Sindacati e M5S, arrivano anche dal Presidente della Camera Laura Boldrini che accusa Renzi di prevaricazione del Parlamento non avendo ascoltato il parere delle Commissioni, votate favorevolmente da tutto il Parlamento, le quali suggerivano una revisione di taluni passaggi della riforma. Certo è che la discussione del parere delle Commissioni Parlamentari ed il loro recepimento non è un obbligo da parte dell’Esecutivo, ma passarvi sopra nonostante il voto parlamentare favorevole e nonostante il PD, partito di cui il Premier è segretario, si fosse espresso unanimemente a fianco delle Commissioni, è un dato di fatto che testimonia una volta in più come il Premier non guardi in faccia a nessuno né sia particolarmente incline al dialogo ed alla mediazione.

Oggettivamente e senza voler giudicare, il prevaricare un parere delle Commissioni, per giunta appoggiato da tutto il Parlamento, non è una banalità. Ciò ha spinto Vannino Chiti, membro della sinistra Dem, a dichiarare che la scelta non sarà senza conseguenze e la Presidente Boldrini ad avanzare il timore per “un uomo solo al comando”, che la storia insegna essere sempre foriero di disgrazie.

I punti più caldi del Decreto sul Lavoro, che fanno gongolare il Centro Destra NCD e lamentare la Sinistra, confermando con le evidenze il carattere più destrorso dei provvedimenti, sono: la cancellazione dell’Articolo 18, il demansionamento, l’utilizzo di tecnologie per il controllo dei dipendenti, i licenziamenti collettivi, il taglio (definito esiguo dalla minoranza Dem, Sel e M5S) che porterebbe da 47 a 44-45 il numero delle tipologie contrattuali precarie.

Per la sinistra Dem l’approvazione del Jobs Act è stato uno schiaffo all’ala sinistra del PD riuscendo dove la destra, quando era di governo, fallì. Sinistre e sindacati sono già sul piede di guerra, verranno organizzate manifestazioni e Landini sembrava aver avanzato addirittura l’ipotesi di iniziare a fare politica proprio in opposizione a Renzi, possibilità poi smentita dallo stesso sindacalista. Renzi nel frattempo alla trasmissione “in mezz’ora” non ha perso occasione di scagliarsi contro la Fiom dicendo che l’eventuale scesa in campo di Landini sarebbe stata la naturale conseguenza della sconfitta del sindacato nella partita con FCA di Marchionne, unico vincitore indiscusso secondo il Premier. In realtà il leader Fiom assieme a Cofferati potrebbe dare il “la”ad una scissione del PD, che con le sole forze della minoranza Dem sembra poco più che una mansueta compagine, per colmare una lacuna a sinistra che innegabilmente esiste.

Se la sinistra non se la passa bene, situazione speculare si rileva a destra. Fitto è pronto a lanciare “i rinnovatori” che dopo i “rottamatori” ed i “formattatori” almeno lasciano intendere una volontà costruttiva. Analogamente alla sinistra Dem, nonostante le tante e talvolta contraddittorie asternazioni sulla possibilità di una fuoruscita che potrebbero riprendere auge dopo le parole poi smentite di Landini, anche per Fitto  la linea ufficiale è quella di lavorare all’interno del partito. In tutto questo marasma è gioco facile per il Premier tirare dritto senza significativi avversari.

Più che l’Articolo 18, evidentemente portato avanti come vessillo ideologico per poter così dire di aver sconfitto i vecchi privilegi (leggi CGIL e sindacati con cui evidentemente ce l’ha a morte), a lasciare più perplessi sono il controllo sui lavoratori, il demansionamento in caso di riorganizzazione, ristrutturazione o crisi economica dell’azienda e soprattutto la possibilità dei licenziamenti collettivi.

Chissà il caos che accadrà, perché è solo questione di tempo ed accadrà, quando una grande multinazionale, dapprima straniera (che sia FCA?) poi seguiranno anche quelle nostrane, applicherà questa possibilità…. non sarà una situazione semplice da gestire.

Inoltre appare evidente che per un po’ di tempo ancora si perpetreranno le diseguaglianze tra due tipologie di lavoratori, quelli coperta dalle vecchie tutele e quelli sotto l’egida del contratto a tutele crescenti che partirà i primi di marzo. Molti sono i casi in cui potranno verificarsi situazioni distorte (la più palese è la differenza tra pubblico e privato) ed una particolarmente spinosa riguarda proprio i licenziamenti collettivi.
Poniamo ad esempio il caso che un’azienda debba licenziare 40 persone per motivi economici e taluni siano coperti da vecchio contratto mentre i restanti dal Jobs Act. Come si procederebbe? Col reintegro dei primi ed il licenziamento degli altri? La quota di reintegrati poi sarà sostituita da altri licenziamenti attingendo alla platea dei dipendenti sotto nuovo contratto? Del resto se l’esigenza aziendale di riduzione del personale ammontava a 40 unità, 40 alla fine devono essere.
Oppure il cambio di lavoro e azienda comporterebbe per un lavoratore sotto vecchio contratto e tutele il passaggio a quello nuovo senza Articolo 18? Se sì la conseguenza sarebbe una minor propensione al cambiamento ed una maggior rigidità per questo caso specifico.

Insomma, attendiamoci molte, molte polemiche.

Immediatamente dopo l’approvazione di un consistente numero di riforme (liberalizzazioni in vari settori, privatizzazioni, Jobs Act) il Mef si è affrettato ad inviare, a mezzo del vecchio strumento epistolare ancora in voga tra gli uffici di Bruxelles, alcune stime di crescita legate all’attività riformatrice. In particolare:

  • il Jobs Act porterà un incremento di PIL dello 0.9% nel 2020 (stima allineata a quella dell’OCSE);
  • dalle privatizzazioni si ricaverà un +0.7% di entrate per gli anni 2015-2017;
  • complessivamente sempre al 2020 la crescita toccherà +3.6% grazie alle riforme come quelli istituzionali, costituzionali e di riorganizzazione delle PA;

La motivazione di tale comunicato evidentemente risiede nel fatto che a marzo la Commissione UE dovrà pronunciarsi, in secondo battuta dopo il rinvio di dicembre, sulla legge di stabilità dell’Esecutivo Renzi e questi numeri si spera siano un buon viatico.

Forse però il Governo, conoscendo la puntigliosità della Commissione che non si lascia ammorbidire da stime troppo spesso disattese, dovrebbe limitarsi nel lanciare pronostici non si sa bene basate su che studi. Ricordiamo tutti la previsione del PIL a +0.8% apostrofata come pessimistica e con belle sorprese in vista diramata dal Governo nel febbraio del 2014 e riferita allo stesso anno.

Com’è quantificabile un PIL a +0.9% che il Jobs Act porterà nel 2020 (orizzonte in questo momento lontanissimo e decisamente influenzato da una miriade di fattori esterni come Grecia, Ucraina, Libia, prezzo del greggio, sanzioni alla Russia, crescita cinese ecc, che neppure il miglior economista-stratega può prevedere ad oggi; in economia-finanziaria la certezza sul lungo termine è che saremo tutti morti)?
Le privatizzazioni già slittate più volte, inclusa quella di Enel tecnicamente semplice, potranno davvero comportare un +0.7% di entrate per gli anni 2015-2017?

Ancora, come è stimabile a +3.6% la crescita complessiva sempre al 2020 per effetto delle riforme come quelli istituzionali, costituzionali e di riorganizzazione delle PA considerando quanto sia difficile portarle ad attuazione nei tempi stretti stabiliti e con le pressioni della politica italiana (un cronoprogramma è già stato bucato palesemente, ma nessuno sembra ricordarlo)?

Infine come può il buon Poletti asserire che nel 2015 gli italiani beneficeranno di un incremento di 100’000 – 200’000 posti di lavoro? La forbice, come detto in precedenza, è troppo ampia e tra 100 mila e 200 mila c’è la stessa differenza che tra un risultato mediocre ed uno più che buono.

Non sono bastate le cantonate sui dati di previsione già prese nei tempi addietro? Parrebbe di no.

Appurato che di alternative credibili in un momento di urgenza come questo non ve ne sono, sarebbe auspicabile che Governo ed opposizioni lavorassero assieme con il reale obiettivo del bene e del cambiamento del paese. Purtroppo la sensazione è che sull’altare della comunicazione e della rapidità d’annuncio si sacrifichino fondamentali dettagli, modificabili facilmente durante le discussioni parlamentari ma dagli effetti devastanti una volta approvati, ove, stando al vecchio adagio, si insinua sovente il diavolo….

Link:
Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno…28/12/2014
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14

22/02/2015
Valentino Angeletti
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Renzi, Landini, gli onesti ed il lavoro… Personalmente lavorerei sui punti comuni piuttosto che sulle ideologie

Lungi dal voler difendere l’una o l’altra posizione e partendo dal presupposto che Landini nella sua prima dichiarazione, secondo la quale le persone oneste (alcune) non voterebbero il PD di Renzi, ha fatto indubbiamente una gaffe di comunicazione, una delle tante che negli ultimi anni sono state compiute da personalità di governo, dirigenti ed alte cariche istituzionali, della quale si è subito scusato, rettificando che il suo riferimento era relativo alle persone, lavoratori dipendenti, pensionati e coloro che il lavoro lo cercano, che pagano regolarmente le tasse e si collocano nella parte onesta del paese le quali non sosterrebbero la politica renziana. Personalmente avevo inteso il senso della prima dichiarazione del sindacalista, ma lo scivolone comunicativo è evidente ed è sempre pericoloso definire a priori, in base ad una certa condizione che peraltro può essere transitoria, l’onestà o meno di una persona che ovviamente come tutti sappiamo è una caratteristica che, alla pari del suo opposto, pervade la società a 360° e meno male che è così.

Quello che però sta sfuggendo di mano, è il fatto che questi scontri tra sindacati, CGIL – Fiom in particolar modo, e Premier, quasi vi fosse un astio personale, non può far altro che appesantire ulteriormente la situazione del nostro paese.

Per quanto possa interessare, ho sempre sostenuto che i sindacati dovessero rinnovarsi abbandonando posizioni di arroccamento a difesa di rendite e posizioni acquisite non più attuali e sostenibili in favore del sostegno di un concetto di lavoro più dinamico e soprattutto andando a tutelare tutta quella platea che di diritti non ne ha neppure uno, dai giovani e giovanissimi che si affacciano ora nel mondo del lavoro, alle persone di mezza età che hanno sempre lavorato con contratti part-time a progetto, di collaborazione o costretti ad avere false partite IVA. Inoltre anche il meccanismo di cassa integrazione è un punto da rivedere ed indirizzare verso una reale riqualificazione del lavoratore da impieghi ormai fuori tempo, come un certo tipo di manifattura “vecchio stampo” e sgominata dalla concorrenza a basso costo dell’est Europa e dell’Asia, verso i settori più innovativi ed attuali che meglio si confanno al modello economico che il nostro paese dovrà per forza di cose seguire se vuole tentare un colpo di reni per uscire dalla stagnazione. In questo periodo di transizione lo Stato dovrà essere presente per sostenere il lavoratore, fornirgli le strutture di riqualificazione ed alla fine del percorso trovargli una occupazione, dopo di che il riqualificato deve poter essere in grado di “spiccare il volo in autonomia con le proprie forze”. Un modello simile è del resto già in vigore in Germania.

Questo concetti pare che siano condivisi sia dal Premier e dal Governo che dagli stessi sindacati; mi chiedo perché allora non si riesca a lavorare assieme sui punti importanti in comune, invece che fossilizzare la discussione su dettami ideologici che infine si trasformano quasi in battibecchi privati. Le accuse del tipo “loro scioperano noi invece le fabbriche e le imprese le apriamo”, mi spiace dirlo, ma sono pure locuzioni figlie del linguaggio dei 140 caratteri, molto impressive, toccanti e che rimangono in mente, ma senza contenuto reale, perché è ovvio che ambedue vogliono che le fabbriche siano aperte, e sperabilmente con le migliori condizioni di lavoro ed opportunità di sviluppo del business possibili.

Il punto, non unico ma emblematico, su cui verte lo scontro è l’Articolo 18 causa di spaccature, oltre che tra Governo e sindacato, anche all’interno dello stesso PD, tanto che molti esponenti non si sono detti disposti a votare la legge così com’è, giudicandola troppo vicina a certi poteri forti (Confindustria) ed alle richieste del centro destra.

Quello che si perde di vista è che effettivamente una parte importante del mondo del lavoro, quelle centinaia di migliaia (milioni in totale) di persone che hanno manifestato e che manifesteranno durate il caldo autunno sindacale, che un tempo trovavano rappresentanza politica nel PD o nei partiti più di centro sinistra/sinistra, al momento non sono rappresentati, ed inutile giraci attorno, se si andasse a votare non saprebbero a chi dare il voto e forse si asterrebbero o si farebbero guidare dal molto comune moto della scelta del “meno peggio”. Ciò a prescindere da chi si sostenga politicamente, è un male per la democrazia, e forse il PD dovrebbe porsi il quesito se lasciare scoperta una fetta così ampia della popolazione è corretto.

Soprattutto però si sta perdendo di vista il fatto che, pur importante, le modifiche delle leggi sul lavoro, non riusciranno da sole, come invece alcuni vorrebbero far credere, attirare capitali ed investimenti. Per assurdo anche il poter licenziare  senza limiti non spinge un investitore a venire in Italia soprattutto per gli allarmi sullo stato economico del paese innalzati nuovamente da Draghi anche per il 2015 quando si registrerà un contesto  molto più stagnate del previsto, per via delle ristrettezze di budget che vincolano e limitano gli interventi di defiscalizzazione, a causa della burocrazia che pur essendo additata come acerrima nemica continua ad opprimere le aziende, ed anche e soprattutto per la giustizia: lenta, incerta ed incomprensibile, giudizi impietosi confermati dalla sentenza sul caso Eternit, scandalosa di per se e pessima propaganda per coloro che volessero investire sul suolo italiano. Aggiungiamo inoltre una incertezza istituzionale che potrebbe degenerare da un giorno all’altro, con un Presidente della Repubblica prossimo al ritiro a vita privata che a sorpresa si reca dal Papa per udienza faccia a faccia non programmata e che non mi allontana dal pensare al retroscena che un Saggio abbia chiesto ad un altro Saggio, uomo del dialogo, consigli su una situazione delicata, spinosa… magari la situazione del paese ed una, lontana ma esistente, possibilità di scioglimento delle Camere? Non lo sapremo mai, la il sospetto come la curiosità sono tanti.

In sintesi, forse sarebbe davvero meglio concentrarsi e lavorare sui punti d’accordo, che tutto sommato sono significativi e numerosi, invece che arroccarsi nuovamente su argomenti puntuali e troppo spesso figli dell’ideologia che offuscano dalla vista delle reali necessità dei cittadini e degli investitori.

LINK:
Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi 03/11/14
I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali? 24/04/14
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo 29/06/13

21/11/2014
Valentino Angeletti
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Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi

Proprio in questa sede avevamo già preannunciato che il tema dell’Articolo 18, e più in generale del lavoro, avrebbe caratterizzato le settimane a venire e sarebbe stato un argomento molto divisivo all’interno della maggioranza di governo, tra governo ed opposizione e soprattutto tra i ranghi del PD stesso. Le settimane a cui ci riferivamo sono adesso giunte e l’argomento va preso di petto per l’importanza che riveste sia in Italia che in Europa. La discussione in merito si è aperta a dire il vero con alcuni dati migliori di quelli che eravamo soliti dover digerire, ed in particolare l’aumento del numero degli occupati di 82’000 unità in aumento dello 0,4% rispetto al mese precedente (+82 mila) e dello 0,6% su base annua (+130 mila) e l’incremento del tasso di disoccupazione al 12,6% dal precedente 12,3%. In particolare, pur sembrando contraddittorio, il secondo dato è particolarmente interessante perché mostra la tendenza di coloro che prima erano NEET a tornare nuovamente alla ricerca attiva di un lavoro animati da una rinnovata energia ed auspicabilmente speranza.

Personalmente capisco lo scoramento, ma il cessare la ricerca di occupazione quando si è disoccupati, magari di lungo periodo, faccio davvero fatica a comprenderlo, sia chiaro che questo è solo un del tutto privato ed opinabile pensiero. Il risultato dell’incremento della platea dei cercati è per forza di cose una maggior probabilità che alcuni di essi (magari con competenze tecniche, manuali, artigiane specifiche) possano inserirsi nel mondo del lavoro ed in parte così è stato. L’equazione: “più gente cerca più è probabile che un numero maggiore di persone trovi” rimane valida. Detto ciò va anche ricordato che i mesi scorsi erano quelli estivi ed una maggiore inattività, in particolare tra i giovani ed i neo laureati, è fisiologica. Inoltre non ci si deve mai dimenticare del livello altissimo di disoccupazione che colloca il nostro paese in vetta (negativamente) alle classifiche europee superato tra le big solo dalla Spagna.  Il 12.6% di disoccupazione che sale al 42.9% nella fascia 15-24 anni, sale ulteriormente per le donne e diventa record per le donne del sud italia, non è tollerabile in nessun luogo, tanto meno in un paese dove il lavoro è Costituzionalmente sancito come fondamenta della Repubblica Italiana. Volendo comunque aprire all’ottimismo senza il quale nessuna situazione può volgere in meglio si potrebbe asserire che da qualche parte si deve pur cominciare e questi dati potrebbero rappresentare un punto di partenza.

Purtroppo nelle giornate immediatamente seguenti siamo tornati coi piedi per terra ed i disordini romani di piazza Indipendenza durante la manifestazione degli operai delle acciaierie di AST di Terni, con il Segretario FIOM-CGIL Landini in prima fila (orgogliosamente gli va riconosciuto), hanno messo in luce uno spaccato del paese ben differente. Dall’insediamento del Governo Renzi nello sorso febbraio, ovviamente derivanti da problemi pregressi, sono state oltre 5’000 le vertenze aziendali di cui oltre la metà relative a problemi occupazionali. Uno studio della CGIL basato sui dati ISTAT riporta che da gennaio a settembre 2014 le persone in cassa integrazione sono oltre 1 milione di cui la metà (525 mila) a zero ore. Il reddito complessivo perso è di circa 3,1 miliardi di € pari a 5’900 € annui a cassaintegrato, a settembre le ore di cassa integrazione richieste ammontano a 104 milioni (+43.86%). Infine anche la produzione industriale è in calo per l’ultimo periodo.

La vertenza della AST di Terni che tanto è balzata alle cronache per la sua gravità non è altro che la punta di un iceberg il quale vede numerose grandi aziende versare in condizioni simili. Le vertenze infatti riguardano tra gli altri Meridiana, Lucchini, Alitalia (di poche ora fa il caso di Fiumicino con i badge dei licenziandi disattivati un giorno in anticipo), Edison Sun, Tirreno Power, Fincantieri Palermo, TWR di Livorno, SGL Carbon in Umbria, il servizio di call center erogato da Accenture, IBM, tutto il distretto del Sulcis ed i casi a parte di Ilva, che con il nuovo Commissario Straordinario Gnudi e lo sblocco di oltre un miliardo dei patrimoni dei Riva ha una sfida titanica da affrontare che deve puntare alla riqualificazione ed all’innovazione, e della raffineria ENI di Gela che in questi giorni dovrebbe volgere a risoluzione. In generale si potrebbe dire che la crisi pervade tutti i settori un tempo forti in Italia, come l’energia, la manifattura, la cantieristica e l’edilizia, mentre tengono i settori di nicchia, dalle start up biomediche e tecnologiche, al lusso fino all’alimentare biologico ed alla manifattura di pregio. Evidente, tanto da non richiedere approfondite e complesse analisi, è poi la tendenza di ogni azienda straniera a riportare in patria o altrove le produzioni allontanandosi appena possibile dal nostro paese, anche in quei in settori globalmente non in crisi come quello degli acciai speciali prodotti proprio dalla AST di Terni. Il fenomeno evidenzia un paese sia ostile all’attrazione di investimenti ed al mantenimento di quelli in essere a causa del suo livello di competitività più basso rispetto alle altre zone europee principalmente a causa delle croniche “malattie” nostrane quali burocrazia, corruzione, fisco, costo del lavoro, incertezza normativa e via dicendo nel ben noto impietoso elenco. Gli investimenti sono annoverati come imprescindibili per la ripresa del ciclo economico, ma difficilmente con l’Europa e la BCE avuta fino ad ora e con i vincoli interni al nostro paese imposti agli investitori sarà possibile una reale ripartenza. In USA la ripresa economica confermata anche dagli ultimi dati del PIL è stata trainata da investimenti, re-industrializzazione, rivoluzione energetica e non ultima azione espansiva e precisa della FED che ormai ha cessato il suo operato di quantitative easing, ma che ha fornito all’economia reale, pubblica e privata, capitale fresco da investire con l’obiettivo di riportare attorno al 6% il tasso di disoccupazione.

Quello che è sfociato nei disordini violenti di piazza Indipendenza a Roma è un sentimento preoccupante, perché emblematico di uno stato d’animo diffuso tra i lavoratori, tra i giovani, tra gli artigiani e le partite IVA, tra gli studenti, tra i pensionati e tra la classe media che piano piano si vede declassare essendo ormai relegata negli strati più bassi di una società il cui 28% è a rischio povertà. Neppure la laurea e gli studi sono funzionali al benessere, poiché varie ricerche dimostrano come ormai avere una laurea (con poche differenze tra le varie facoltà) non rappresenti nel nostro paese un segno distintivo capace di consentire un più facile accesso nel mondo del lavoro né tanto meno una scalata sociale un tempo quasi assicurata. Ne consegue che chi può è spinto a migrare spesso a malincuore e con biglietto di sola andata (e pensare che anche lo studio è sancito dalla Costituzione, Art. 34), mentre chi rimane è scoraggiato, soffre di un grave disagio sociale potenzialmente pericoloso e teme per l’assenza di prospettive. Tante delle persone in mobilitazione e che animeranno questo autunno-inverno, a cominciare dagli infermieri finendo con gli scioperi generali a Milano e Napoli indetti a dicembre dalla CGIL, probabilmente hanno percepito gli 80€ del bonus IRPEF, ma non è quella sovvenzione a cambiare loro la vita se non rappresenta il punto d’inizio di un percorso strutturale e pianificato. Proprio l’assenza di pianificazione spaventa. L’incedere del cambiamento, che pur è necessario, sembra sempre traballante, ostaggio quando di tentativi di conservatorismo, quando della propaganda con repentini e ficcanti slogan a scapito della qualità del risultato che, assieme alla rapidità imposta dai ritardi del passato, non va mai sottovalutata onde evitare di creare danni irreparabili una volta entrati a regime. Le tensioni nel Governo, gli scontri parlamentari, il continuo ricorso a decreti e fiducia spesso con fare quasi ricattatorio non contribuiscono a creare un clima di fiducia, come la contrapposizione in certi frangenti quasi personalistica con il sindacato, a volte eretto ad emblema di ogni male italiano. Il sindacato è un istituto che sicuramente si deve rinnovare, ma non va dimenticato che in molte vertenze come Ducati ed Electrolux è riuscito a negoziare portando soluzioni vincenti e preservando il lavoro. Più che lo scontro, tra Governo, Sindacato e ogni altro attore di questa partita di cambiamento, vi dovrebbe essere dialogo e negoziato senza arroccamenti totalitaristici, perché non va dimenticato che il futuro del paese deve essere l’obiettivo comune di tutti e per raggiungere questo ambizioso traguardo serve davvero uno sforzo di mediazione collettivo. Quello che la gente percepisce, pur consapevole delle resistenze conservative e della complessità di dover affrontare un grosso cambiamento ed una poderosa discontinuità col passato che richiederà sacrifici e sforzi per le nuove e meno tutelate generazioni, è una sostanziale stagnazione che poco rispecchia le aspettative iniziali che i Governi Monti e Letta prima e Renzi poi avevano fatto sperare.

Il periodo prossimo venturo sarà fondamentale per capire che direzione vorrà essere presa e con che modalità, in questa fase sia a livello nazionale che europeo puntare allo scontro ed ai diktat non può che peggiorare e bloccare ulteriormente una situazione così grave che va affrontata per forza di cose col più coeso ed ampio dispiegamento di forze possibile.

Link:
Renzi virtualmente a Villa D’Este. Morando: salario minimo e poche illusioni 06/04/14
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto? 06/08/14
I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali? 24/04/14
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo 29/06/13
Eurogruppo sul lavoro, Ecofin sulle banche e campanelli di allarme sull’Italia 28/06/13

02/11/2014
Valentino Angeletti
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Lo strano buffo paese che non riesce ad avere una visione d’insieme ed identificare le priorità

Certo che questo è proprio uno strano, buffo paese. Mi verrebbe da sorridere se fossi uno scrutatore esterno senza legami o vincoli e senza essere parte dei buffi meccanismi nostrani. Ciò che porta a questo stato d’animo, in un certo senso quasi atarassico, è l’incapacità che si manifesta, sempre maggiore di giorno in giorno, di saper leggere gli eventi e di avere la visione d’insieme senza perdersi nei dettagli.

Era stato così ad esempio per l’IMU, e lo è per l’Articolo 18 che uno straniero, il quale assistesse per qualche giorno ai dibattiti in tema di lavoro, sarebbe portato ad identificare come il rimedio o la causa di tutti i problemi occupazionali italiani per quanto viene caricato di esclusiva attenzione e per quanto violentemente i suoi sostenitori o detrattori lo trattano, quasi che ignorassero tutto ciò che realmente serve per creare posti di lavoro a cominciare da investimenti, mercato interno propenso a spendere e mercati esterni dinamici.

L’ultimo episodio della saga è relativo al cosiddetto bonus bebè da 80€ (80 poi è diventata una cifra mitologica… bonus IRPEF da 80€, bonus bebè da 80€, 800’000 posti di lavoro in tre anni) annunciato dal Premier durante il programma di Barbara D’Urso sulla rete MEDIASET.
Il bonus partirebbe a gennaio 2015, la platea dei beneficiari sarebbe costituita dalle neo mamme e sarebbe erogato per ogni figlio fino al raggiungimento del terzo anno di età fino al reddito ISEE di 30’000 € ed a partire dal terzo figlio con reddito fino a 90’000 € (anche se durante il programma televisivo il limite di reddito a prescindere dal numero dei figli era stato fissato a 90’000 € lordi).
Le coperture necessarie ammonterebbero a circa 500 milioni di € (ma alcuni avrebbero ipotizzato fino a 1.5 miliardi), non proprio poco in questi tempi di revisione di legge di stabilità e con le solite ristrettezze economiche con le quali far fronte.

Da inesperto ed ingenuo mi viene da pensare che volendo incentivare (giustamente) le nascite e le neo mamme sarebbe meglio investire quelle risorse per interventi più strutturali, come sostegno al welfare materno, miglioramento dell’assistenza sanitaria a loro rivolta (spesso per una ecografia presso il pubblico vi sono mesi di attesa oppure è necessario spostarsi di centinaia di Km con il risultato che alla fine ci si rivolge al privato), sostegno agli asili nido o baby-sitting, ma anche alle scuole primarie, secondarie ed università presso le quali il bebè si istruirà e che sarebbe bene tornassero ad un livello consono per consentire ai nascituri di competere nel mondo, controllo delle aziende affinché non facciano pressioni o ricatti sulla maternità, miglioramento dell’equilibrio lavoro-vita privata che nel nostro paese è ancora borbonico se paragonato a quello degli stati mittel e nord europei dove la famiglia, a dispetto della tradizione cristiana italiana, è molto più importante e valorizzata, quando invece sempre più spesso da noi si è messi di fronte al bivio: o carriera (ma neanche troppo brillante) o famiglia.
Inoltre va considerato che spesso le giovani mamme non hanno occupazione, soprattutto se del sud, e ben poco possono 80€ al mese per tre anni. Le spese dopo il terzo anno di età si moltiplicano, ed il bimbo ha più esigenze e di li a poco inizierà asilo e scuola con le conseguenti esigenze: trasporti, libri, rette, mense ecc. Infine va ricordato che il costo sanitario per l’assistenza alla maternità è a carico del pubblico, quindi ponendo l’improbabile caso di un incremento sconsiderato delle nascite la spesa necessaria sarebbe ben oltre i 500 milioni di €.
Detto ciò è ovvio che coloro che già avrebbero fatto un figlio e percepiranno, se la misura andrà in porto, il bonus è giusto che siano felici, e va sempre sottolineato che 80€ sono indubbiamente meglio che nulla ed un minimo aiuto lo apportano. Indiscutibilmente è giusto migliorare l’assistenza alla maternità e lavorare affinché il tasso di natalità aumenti, a maggior ragione nel nostro paese estremamente “vecchio”, perché in generale maggiori nascite e quindi una età media inferiore, consentono al paese di essere più dinamico, innovativo, flessibile, aperto al cambiamento, alle nuove tecnologie, al rischio d’impresa e permetterebbe di intraprendere un percorso di maggior sostenibilità per il sistema previdenziale e sanitario. Insomma, i benefici di incrementare il numero delle nascite sono innumerevoli ed è giusto sostenerli, ma serve una strategia d’insieme, strutturale e più di lungo termine.

La misura sembrerebbe, ma questa è solo una mia erronea interpretazione, quasi una pedina di scambio, non tanto (o non solo) elettorale, quanto da porre sul piatto dei diritti/unioni civili che hanno già cominciato ad animare le prime forti divergenze e che saranno un tema molto caldo nelle prossime settimane. Una misura in favore della famiglia tradizionale, gradita ai conservatori e magari alla chiesa (il bonus bebè appunto) per un incremento dei diritti e dei riconoscimenti civili per le coppie omosessuali e coppie di fatto, solo per citare due casi, richiesto dai partiti più a sinistra. Do ut des, dicebant.

Converrebbe, asserisco stupidamente, che oltre ad essere attentissimi a capire le dinamiche di questo nuovo potenziale bonus, tesserne gli elogi o le critiche, si prestasse attenzione a vicende più importanti. Ora in primo luogo vi è la legge di stabilità al vaglio presso la Commissione. Barroso, Presidente uscente, secondo dl’ANSA avrebbe richiesto di portare la correzione del deficit strutturale dallo 0.1% allo 0.5% (8 miliardi complessivi) come da programma. E’ vero che potrebbe essere trovata la mediazione di 0.25% e che le coperture potrebbero provenire dal tesoretto di circa 3 miliardi messo come riserva di sicurezza, ma proveniente da clausole di salvaguardia mai piacevoli.
Oltre a questa richiesta (come si scrive al link a fondo pagina) altri ritocchi potrebbero essere domandati, ma non è prevista una bocciatura, in parte perché da novembre, se non si presenteranno problemi nelle lunghe procedure europee, dovrebbe insediarsi la nuova Commissione Juncker.
Gli stress test alle porte rischiano di conferire una bocciatura all’istituto MPS, non imprevedibile visto il risarcimento dei Monti bond al 9% che MPS deve allo stato italiano. In caso di giudizio negativo senza dubbio dell’istituto senese (terza banca italiana) sarebbe un problema rilevante da gestire.
I dati ISTAT hanno rilevato che dal 2008 al 2013 i disoccupati under 35 sono aumentati di oltre 2 milioni e fino ad ora non abbiamo mai assistito ad una inversione di tendenza, ovviamente si confida che le parole di Padoan che pronostica 800’000 (stimati per difetto) posti di lavoro in tre anni si verifichino, ance se senza un immediato sblocco economico tale target è di difficile raggiungimento.
Infine ancora non è stato possibile toccare con mano alcun beneficio derivante dal semestre italiano di presidenza UE, scivolato ormai alla conclusione del quarto mese, che seppur non consentisse di dettare legge a Bruxelles, ci darebbe l’opportunità di redigere l’agenda delle priorità su cui discutere e di avere una voce più autorevole nell’indirizzare le azioni.

Passando a livello Europeo (come è possibile leggere al link a fondo pagina) sembra che sia in atto un alleanza tra Berlino e Parigi nella quale la Germania garantirebbe per la Francia assicurando un immediato processo di riforme così da spingere l’Europa, nonostante un rapporto deficit/pil dei transalpini bel oltre il 3%, a non avviare la procedura di infrazione. Questa mossa può essere letta come il tentativo tedesco di arginare i dati negativi di fiducia di consumatori/imprese, export, ordinativi e produzione andando a fortificare uno dei suoi più grandi mercati di sbocco (ovviamente imponendo condizione a lei stessa favorevoli) e sfruttando la difficoltà dell’Italia secondo paese manifatturiero in Europa, forte esportatore e quindi concorrente tedesco.
Il compito della nuova Commissione e lo spirito utilizzato per la valutazione delle manovre finanziarie dovrebbero essere non i criteri aritmetici di Katainen, bensì l’intento di indirizzare fattivamente la crescita in Europa redigendo e mettendo in atto immediatamente quel piano d’investimento transnazionale basato su digitalizzazione, TLC, infrastrutture, trasporti ed energia da o d’investimento transnazionale da 300 miliardi assicurato da Juncker e puntando al contempo a livellare le differenze tra i vari stati membri (si confida nel beneplacito della Merkel).

Gli USA grazie alle riforme, alla determinazione nell’affrontare il problema occupazionale e soprattutto all’operato della FED stanno ripartendo spinti da una nuova industrializzazione e la crescita cinese nel Q3 con un +7.3% ha battuto le stime.

Come si vede, senza toccare le questioni estere, le vere matasse da sbrogliare sono altre.
Altrove le reazioni ci sono e tentano di andare nella giusta direzione pur in presenza del rischio di errore che sempre esiste, mentre l’Europa ed a maggior ragione l’Italia, nonostante l’inefficacia ormai manifesta di quanto fatto dal 2011 ad oggi, sembrano sempre bloccate, lente ed incapaci di reagire avendo una chiara visione e strategia d’insieme.

Link:

Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino

Priorità rimandate ed energie sprecate 11/07/13

20/10/2014
Valentino Angeletti
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FMI taglia stime PIL; riforme nella giusta direzione ma da applicare in un Governo che non sembra così coeso

Negativa di 0.1 punti percentuali è la revisione della stima di crescita 2014 fatta dal Fondo Monetario Internazionale per l’Italia confermando così il terzo anno di recessione consecutivo. Il dato ha rivisto la previsione precedente di +0.3% indicata nel World Economic Outlook e segue i ribassi di OCSE e S&P di cui abbiamo già parlato (Link). L’FMI mantiene le stime 2015 e 2016 rispettivamente a 1.1% ed 1.3% con la postilla di poterle rivedere ad ottobre in conseguenza ad uno scenario macroeconomico definito per l’ennesima volta fragile, influenzato principalmente da:

  • Tensioni geopolitiche con al centro Russia, Libia e Medio Oriente.
  • Scenario deflattivo che minaccia ulteriormente una domanda interna già bassa.
  • Stagnazione, ben rappresentata da un debito in crescita tendente al 137%, rapporto deficit/PIL che l’FMI colloca al 3%, disoccupazione al 12.6% con quella giovanile oltre il 40% ed sud in condizioni ancora più problematiche.

A combattere la bassa inflazione dovrebbe contribuire la prima trance di T-LTRO della BCE, accolta con meno entusiasmo del previsto, probabilmente per via degli stress test europei. In Italia sono arrivati circa 22 miliardi che gli istituti finanziati dovranno convogliare ad imprese e famiglie rafforzando così la possibilità di credito, la cui domanda rimane ancora debole anche per l’impossibilità di ottenerlo. Tale misura è indispensabile che venga affiancata, come più volte ribadito e discusso all’Econofin (link1 – link2) ed in altri consessi (Link Ambrosetti), da una maggior diversificazione di accesso ai capitali con una varietà di strumenti di finanziamento da mini-bond a quotazioni facilitate in borsa. Da sottolineare come la disoccupazione fortifichi la stagnazione dei consumi e fomenti la conseguente spirale deflattiva. Ciò evidenza ulteriormente, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la necessità di creare le condizioni (burocratiche, economiche, di investimento e di business) per incrementare offerta di lavoro e l’occupazione.

L’FMI ha ripetuto pedissequamente quanto detto da tutti gli altri istituti, agenzie e leader economici e politici riguardo alle riforme di Renzi:

“Il piano di riforme è ambizioso va nella giusta direzione, deve però essere implementato. Si rimane in attesa dei risultati.”

In realtà medesima frase seguita da grandi attestati di stima è sempre stata riservata da queste realtà ad ogni nuovo governo, inizialmente da tutti ben gradito, ed ad ogni piano di riforma, quasi che il messaggio sia che per la situazione in essere non è più possibile andare avanti così; è necessario agire rapidamente, qualsiasi riforma sembrerebbe poter portare almeno un minimo beneficio e miglioramento.

L’FMI mette in guardia l’Italia su tre aspetti fondamentali che dovrebbero accompagnare la spending-rivew, la quale da sola potrebbe non essere in grado di correggere la deriva del debito ed al contempo assicurare una adeguata revisione del fisco. Si tratta delle pensioni, troppo costose (il 30% della spesa e le più costose d’Europa) su cui il fondo indica di intervenire anche per quelle attuali; della sanità e delle regioni ove le grandi differenze comprovano la possibilità di ingenti risparmi.

Anche la riforma del lavoro nella sua struttura generale è apprezzata dall’istituto di Washington che ribadisce la necessità di eliminare le enormi differenze tra lavoro stabile e precario, come ha detto il Premier la volontà è quella di eliminare lavoratori di serie A e di serie B. A tal fine l’idea di Renzi sarebbe quella di convergere verso un contratto unico a tutele crescenti che inizi con un contratto precario per poi trasformarsi in tempo indeterminato, anche se ad ora non è noto sapere in che tempi ed in che modalità. Questo aspetto non è da poco poiché nel periodo di transizione il lavoratore risulterebbe precario a tutti gli effetti, probabilmente quindi senza possibilità di accesso al credito e sostegno da parte delle banche, impossibilitato a fare piani di lungo termine. Tutto ciò rientra nel Jobs Act, che ha avuto il via libera dalla commissione lavoro. Nella riforma vi è anche il superamento dell’articolo 18, consentendo il licenziamento dei lavoratori dietro indennizzo economico. Come per il contratto unico, anche per l’indennizzo non si hanno dettagli né su modalità-ammontare né su tempi. Come ovvio l’articolo 18 è un argomento altamente divisivo che sta suscitando diatribe velenose e polemiche pesanti all’interno del PD a cominciare da Fassina, Damiano, Orfini, parzialmente Bersani ed ovviamente D’Alema. Nonostante tutto il Premier pare determinato ad andare avanti “come un mulo” e per ciò si è detto intenzionato, pur non menzionando mai l’arma del decreto, ad utilizzare tutti gli strumenti in suo possesso. Per il Nuovo Centro Destra invece questo superamento rappresenta una grande vittoria da esporre come trofeo, mentre i Sindacati, sul piede di guerra, hanno già indetto manifestazioni in varie forme.

Se proprio si deve analizzare quanto quel po’ che si conosce del Jobs Act va detto che a poter portare problemi più che l’articolo 18, molto simbolico, ma alla fine poco applicato nei contesti reali e già riformato 2 anni fa, tanto che alcune voci direbbero che la stessa OCSE ha mostrato perplessità di fronte ad una nuova modifica a così poca distanza quando ancora i reali effetti della precedente riforma non sono completamente chiari, sono l’articolo 4 ed il 13.

L’articolo 4 riguarda la concessione alle aziende di poter utilizzare  strumenti tecnologici per il controllo a distanza del lavoro e del lavoratore nel rispetto di dignità e riservatezza. Evidentemente il confine tra ciò che può essere consentito per un controllo di produttività e quello che si può trasformare in strumento di ricatto dovrà essere ben stabilito, oggettivo e non fraintendibile, altrimenti si rischia di trovarsi di fronte, soprattutto nelle prime fasi di implementazione, ad uno strumento parziale, fuori controllo ed altamente vessatorio.

L’articolo 13 è inerente alla possibilità di demansionamento del lavoratore con conseguente riduzione di stipendio. Inutile anche in tal caso sottolineare come la possibilità di utilizzi impropri e discriminanti sia facilmente realizzabile e vada scongiurata con norme chiare, specifiche e con controlli adeguati.

Infine va ricordato che la riforma sul lavoro verrà applicata solo ai nuovi contratti, quindi per un periodo decisamente lungo di tempo a partire dalla sua entrata in vigore vi saranno ancora tutti i vecchi contratti con le loro caratteristiche.

Detto ciò poi la necessità di configurare il lavoro in modo che sia flessibile, soprattutto per quel che riguarda la riqualificazione dei lavoratori e le possibilità di reimpiego a valle di mutate esigenze e scenari economico industriali perseguendo un sistema di formazione e di sostegno nel periodo di aggiornamento professionale simile ai paesi nordici, è ormai manifesta da tempo; sarebbe anacronistico continuare ad arroccarsi su posizioni contrarie.

Prima però di andare avanti sul Jobs Act, che verrà discusso durante l’incontro europeo sul lavoro l’8 ottobre a Milano, è intenzione del Premier assicurare le tutele  a coloro che hanno perso il posto, rinnovando quindi le varie forme di cassa integrazione impiegando le risorse necessarie a coprirli.

L’altro nodo che blocca i lavori parlamentari e problematico per il Governo è l’elezione dei componenti di CSM e Corte Costituzionale. Esso è tutt’altro che risolto e si appresta a giungere alla quattordicesima votazione, nonostante il ticket scaturito da Nazareno tra PD e FI che candida come rappresentanti Violante e Bruno. Sembra chiaro che le fazioni e le fronde siano potenti, in tale situazione addirittura più di PD ed FI assieme, ed abbiano portato a ben 13 insuccessi mostrando che su certi temi delicati, nonostante le intimazioni del Presidente della Repubblica, le scissioni proseguono. La prossima elezione è indetta per martedì e qualora si trasformasse in un nuovo nulla di fatto potrebbero essere candidati altri nomi.

C’è da chiedersi, e se lo chiedono anche FMI, OCSE, Bruxelles, BCE e via dicendo, come sia possibile per il Governo italiano, se non in grado di eleggere due giudice della consulta, affrontare efficacemente e rapidamente senza scadere in compromessi eccessivamente al ribasso, riforme molto più complesse, di valore anche simbolico e con impatto più concreto come appunto quella sul lavoro che già è motivo di dissidi, quella delle pensioni, della sanità e delle regioni (con i tagli di spesa conseguenti mai digeriti con facilità), dei diritti civili e della legge elettorale, l’Italicum, sui cui il premier sta accelerando forse, pur non dicendolo esplicitamente e continuando a vedere il 2018 come termine della legislatura, per prepararsi, perché come si dice gergalmente: non succede, ma se succede…

18/09/2014
Valentino Angeletti
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