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Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza

Jackson Hole In Wyoming, a Jackson Hole, si è tenuto il prestigioso meeting tra i banchieri  centrali culminato con gli attesi interventi della Governatrice della FED Janet Yellen  e del Governatore della BCE Mario Draghi.

Il consesso rigorosamente ad inviti, è uno di quelli di altissimo livello dove si  delineano le politiche e le strategie, si fanno propositi e talvolta proclami, salvo poi  rilevare che spesso o risultano già ampiamente anticipati dagli eventi oppure di  difficile implementazione a causa di una catena di trasmissione, che dovrebbe  renderli operativi, nella realtà dei fatti spesso più complicata e meno funzionale del  previsto.

I due interventi principe oltre a trattare i temi tipici di competenza delle banche  centrali quindi le politiche monetarie, come ampiamente anticipato hanno avuto il loro fulcro nel mercato del lavoro e nella disoccupazione, problematiche che vedono impegnati sia gli USA che la UE, la cui presidenza italiana ha posto al centro del proprio semestre proprio l’occupazione, essendo un fattore indispensabile, ma ancora fragile in gran parte dell’Europa, per l’innesco di uno spiraglio di ripresa. A testimonianza dell’interesse al lavoro rispetto a quanto accaduto in passato, a questa edizione sono stati invitati meno banchieri d’affari e più esponenti, accademici e studiosi proprio delle dinamiche dell’occupazione e del lavoro. 

Il discorso del Governatore Draghi è stato abbastanza blando, senza grossi colpi di scena, del resto la BCE non giocava nello stadio di casa, Draghi quindi probabilmente si è limitato a sottolineare quanto l’Istituto da lui diretto ritiene necessario fare in questa fase, lasciando eventuali annunci “shock” per interventi presso la sede tedesca di Francoforte.

I punti centrali in tema di politica monetaria della sua esposizione si possono riassumere nell’impegno costante a riportare i livelli di inflazione a ridosso del 2% e nell’utilizzo di ogni tipo di strumento, anche non convenzionale, per dare all’economia reale quello spunto di cui da tempo ha bisogno (e che ha visto la BCE ritardataria) utilizzando ogni misura, a cominciare da quanto già in programma a partire dal 18 settembre, cioè ABS, TLTRO ed eventualmente acquisto di cartolarizzazioni e titoli di stato, cercando di ridurre al minimo il potenziale effetto di smorzamento avuto in passato a causa dell’intermediario bancario.

A ciò però si aggiungono alcune critiche, che esulano dai compiti specifici della BCE. Draghi infatti ha ribadito come la BCE non può sostituirsi in alcun modo agli Stati i quali devono realizzare e rendere effettivi i pacchetti di riforme che già conoscono bene, in particolare quella sul mercato del lavoro non risulta più prorogabile. La politica monetaria è inutile se non vi sono misure strutturali che supportano l’economia. Gli Stati devono lavorare in tal senso in modo da essere più attrattivi ed attirare capitali industriali e finanziari. Ribadisce infatti, come fece Visco qualche settimana fa in occasione del convegno dell’ABI, la necessità di più investimenti sia privati che pubblici, ed in tal senso l’Italia deve sentirsi direttamente chiamata in causa avendo perso rispetto al passato molta attrattività nei confronti degli investimenti industriali proprio a  causa, oltre che della crisi, di meccanismi legislativi, della giustizia, del fisco, della burocrazia e del lavoro, spesso borbonici e che scoraggiano ogni tipo di investimento in attività produttive.

Quello che dice Draghi risulta verissimo (in particolare sulle riforme) e porta implicitamente a fare alcuni ragionamenti.

Il primo riguarda il pacchetto di investimenti pubblici che reclama. Essi in questa fase sono fuori portata per ogni Stato in difficoltà con i conti (Debito, rapporto deficit/PIL ecc). Tali Stati sono proprio quelli a necessitare di più profondi e repentini investimenti. In parte il pacchetto da 400 miliardi annunciato da Jucker potrà assolvere questa funzione, ma di certo non sarà sufficiente. Serve che anche i singoli Stati si impegnino (in Italia risulterà fondamentale il piano Sbocca Italia al varo nel CdM del 29 agosto) e per impegnarsi in investimenti, in ricerca, in sviluppo e innovazione, in aggiornamenti tecnologici e nella creazione di valore aggiunto nel medio-lungo periodo, devono avere disponibilità di budget da far fruttare. Ecco allora che la revisione dei patti europei risulta nuovamente una possibile chiave di volta da considerare seriamente perché utilizzando la flessibilità ad oggi concessa, alla luce dei pessimi dati di PIL di gran parte dell’area Euro, non sembra possibile avere sufficienti margini di intervento. Ovviamente i conti non dovranno essere sballati, ma dovranno consentire qualche scostamento temporaneo per iniziare efficacemente la sortita dalla crisi.

Draghi parla molto bene anche in merito al fatto che la politica monetaria non può risolvere tutto e che risulta inefficace se non vi sono piani di medio-lungo periodo che devono essere in capo ai singoli Stati, ed in questo perimetro rientra il pacchetto di riforme economiche da farsi più che rapidamente (i soldi si possono elargire, ma i beneficiari devono saperli investire e far fruttare…). È altrettanto vero però che la politica monetaria deve rappresentare la fase “uno” che sbocchi violentemente i meccanismi di crescita economica bloccati dalla crisi e che Stati in difficoltà, soprattutto se stretti nel rigore dell’austerità, non riescono a sbrogliare. L’impulso monetario che è mancato venendo in gran parte neutralizzato dagli istituti di credito, avrebbe dovuto fornire la liquidità necessaria ad una fase “due” di sostegno all’economia reale, alle imprese, al credito ed in parte agli investimenti strutturali di medio-lungo periodo i cui risultati avrebbero dovuto portare lavoro, reddito, domanda (incluso export), produzione industriale ad un livello più stabile; il tutto andando in parallelo con il processo di riforme comunque necessario a rendere duraturi e solidi, con i fisiologici tempi di ritardo,  i risultati.

Anche un’azione volta a svalutare leggermente la moneta per favorire l’export avrebbe potuto essere utile, ma in tal senso la Germania dagli alti livelli di export, benché gli ultimi dati abbiano visto rallentare anche le esportazioni tedesche, sarebbe stato lo Stato a trarne maggiori vantaggi ed inoltre avrebbe dovuto essere calcolato il rischio di “guerra monetaria” (terreno sempre scivoloso ed imprevedibile anche per i più esperti) con gli UK, USA, Cina e Sud America.

Il discorso della Yellen ha principalmente riguardato il perimetro statunitense.

Il tapering continuerà, gli acquisti di titoli di stato si sono già ridotti da 85 a 25 miliardi di $ al mese e verranno stoppati ad ottobre in quanto ormai prossimo il target sulla disoccupazione del 6.5%. La Governatrice ha anche assicurato che i tassi rimarranno per il momento bassi, ma che verranno rialzati qualora non vi siano segnali economici avversi (in tal senso potrebbe giovarne l’Euro perdendo un po’ di forza nei confronti del Dollaro e favorendo quindi le esportazioni dal vecchio continente, processo che pare già essere lentamente in atto).

La Governatrice della FED ha però aggiunto alcune note molto interessanti.

La prima, e sembra un sottile riferimento all’azione in certe circostanze conservativa e lenta della BCE, è relativa al notevole ruolo che ha avuto la politica monetaria accomodante dell’istituto di Washington nel traghettare gli USA fuori da una recessione lunga un lustro, riportando l’economia a stelle e strisce ad essere ben impostata.

In tal percorso, ed il la seconda nota da analizzare, è stato partorito un nuovo concetto di lavoro ed occupazione. Si è a tutti gli effetti in presenza di  escalation di questo tema. Se prima infatti gli unici dati tenuti in considerazione erano la disoccupazione ed il numero di nuovi occupati, adesso si è preso atto che questi non sono più sufficienti. Si devono invece analizzare i meccanismi del lavoro in modo più profondo, come il numero di disoccupati di lungo termine; le tipologie di occupazione, se stabili o eccessivamente precarie, il che non vuol dire che il posto deve essere fisso a vita, ma che il mercato del lavoro deve essere flessibile ed offrire sempre nuove opportunità; il livello del salario, ancora troppo basso e che non consente una ripresa stabile dei consumi interni e della fiducia. Lo scenario USA è quindi in miglioramento, ben impostato, ma ancora lungi dall’essere strutturalmente stabile e solido.

In Europa, e come a volte capita l’Italia ne rappresenta l’estremo peggiore, si è ancora radicati al vecchio concetto ed ai vecchi dati e pare che si sia realizzata una politica diametralmente opposta. L’azione sembra rivolta a dare flessibilità al lavoro, ma nel senso “precarizzante” che non offre alcuna certezza né salari decenti al lavoratore che troppo spesso può contare solo su attività di breve termine ed assenza di prospettive nel medio-lungo periodo. Gli stessi salari sono stati sovente rivisti al ribasso ed il potere d’acquisto quasi azzerato. Questi due elementi da soli sono sufficienti ad innescare la spirale deflattiva che ha contribuito a portare livelli di inflazione continentali circa allo 0.4% con molti Paesi già in deflazione (sul tema del lavoro grande importanza avranno i piani e gli impegni di questo Governo, posto di fronte a partite tutt’altro che semplici anche per la frammentazione parlamentare che si potrebbe avere su un simile argomento).

Negli USA siamo dinnanzi ad un a presa di coscienza importante, ossia il bisogno di fare un “upgrade”  nelle politiche e nei dati utilizzati per analizzare e risolvere le crisi. Adesso pare che si vogliano considerare anche le condizioni al contorno piuttosto che, come accade per i parametri cardine della politica dell’austerità, il semplice e singolo dato (alla lunga si potrebbe convergere dal PIL ad un indice di benessere complessivo come molte teorie già indicano e come il Bhutan ha già adottato). L’obiettivo dovrebbe essere quello (come detto anche qui, vedi link a fondo pagina) di puntare ad un riassetto che sia strutturale, porti benessere reale e tangibile e sia resiliente alle rapide mutazioni economico sociali, in modo da presentarsi più capace nell’affrontare e scongiurare la ciclicità delle crisi che un’economia eccessivamente basata sulla finanza sembra causare.

L’Europa dovrà anch’essa perdere atto di questi mutamenti muovendosi verso un adeguato livello di proattività e resilienza, perché al momento pare ancora troppo radicata ad un approccio obsoleto, vulnerabile, fragile e totalmente in balia delle variabili macro sempre più rapide e meno prevedibili. 

Questo percorso dovrà convergere verso situazioni di stabilità strutturale capaci di evitare le crisi o ridurne la frequenza, nel caso prevederle quanto prima ed in ultimo mutare la propria azione e la propria struttura così da rispondervi nel modo più pronto, efficace e meno traumatico possibile.

Inutile ribadire che questo processo necessita di lungimiranza nello studio e nell’implementazione dei piani di crescita, sviluppo ed investimento di medio-lungo periodo nonché nell’applicazione di quelle riforme strutturali reclamate da più parti a gran voce.

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22/08/2014
Valentino Angeletti
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Censis: i poveri raddoppiano. Per loro solo speranze, poche possibilità nel breve

Fanno trasalire i dati del CENSIS che certificano l’aumento in italia del 100% dei poveri nel quinquennio dal 2007 al 2012. Da 2,4 milioni (comunque tanti), il 4% del totale, sì è passati a 4,8 milioni, l’8.1% della popolazione.

A far riflettere profondamente però contribuisce soprattutto la differente dinamica di questa nuova povertà. Se negli anni addietro la distribuzione geografica degli indigenti era relegata principalmente al sud ed al profondo sud ora invade anche l’un tempo ricco nord; analogamente in passato i poveri erano rappresentati per la quasi totalità da persone anziane e pensionati adesso invece, ad aggiungersi prepotentemente ed in maniera crescente alle schiere dei sempre presenti pensionati che in maggioranza percepiscono somme inferiori ai 1000€ mensili, vi sono anche ragazzi attorno ai 35 anni, padri di piccoli nuclei famigliari di due o tre componenti.

Questo è il segno che la povertà dall’essere una condizione relegata ad una certa area geografica, ad un certo tipo di popolazione e periodo di vita, pertanto, benché ugualmente sconcertante, più “semplice” da combattere abbracciando una schiera più o meno omogenea di persone, si è trasformata in qualcosa di estremamente pervasivo, che, poiché colpisce la fascia giovane e teoricamente produttiva della società, rischia fortemente di mutarsi da transitoria in condizione stabile e per la quale trovare contromisure adeguate è un processo complesso e molto lungo, probabilmente richiederà anni per essere superato.

La politica lungamente inattenta allo stato sociale delle persone ha inevitabilmente le proprie colpe, quelle di una governance proiettata solo al consenso, alle logiche partitiche a scapito di tutto e tutti, ed alle false promesse per giunta di breve termine in un costante utilizzo della strategia degli annunci, non dei piani, dei programmi e degli investimenti.

I dati, come il PIL, vanno tenuti d’occhio, ma vanno intercalati nel contesto in cui si trovano. Il PIL è stato rivisto al ribasso dall’istituto bolognese Prometeia, +0.3% nel 2014 (stima governo +0.8%), +1.2% nel 2015, e non lascia ben sperare, ma questo dato come altri, preso singolarmente è un dato freddo; ad esempio l’inserimento di attività come riciclaggio, spaccio o prostituzione che verranno inserite nel calcolo del prodotto interno lordo (in italia alcune stime parlano di un incremento di 80 miliardi annui) dalle nuove metodologie europee potrà contribuire ad alzarne il valore assoluto ed a migliorare i parametri frazionari in cui compare il PIL come numeratore o denominatore, non contribuirà agli aumenti differenziali (ad esempio anno su anno) né tanto meno a migliorare le condizione dei poveri nei quali il mal contento e la rabbia rischiano di salire pericolosamente e comprensibilmente (si pensi a chi non ha lavoro oppure a chi pur avendolo non riesce a sostentare moglie e figli).

Voci come disoccupazione al 13% circa, al 43% se si considerano le fasce più giovani della popolazione, l’assenza di domanda, la stagnazione dei consumi, la riduzione del potere d’acquisto, la sfiducia generalizzata, la sensazione che il sistema sia difficilmente modificabile e che per la gente comune non vi siano possibilità di uscita dalla crisi o di progresso sociale, l’altissima pressione fiscale e la vessazione su lavoratori, imprese e partite IVA, sono elementi che se migliorati contribuirebbero ad innalzare virtuosamente il PIL senza che si trattasse di mere “illusioni contabili”.  Alla luce di dati così negativi è comprensibile che il bonus di 80€, che dovrebbe rappresentare l’inizio di un percorso, pur essendo utile a chi lo ha percepito, non potrà contribuire ad innalzare tangibilmente i consumi medi visto che coloro i quali non hanno modo di consumare di più aumentano ad un tasso eccessivamente rapido.

Agire su questi fattori è, come precedentemente detto, un processo lungo, richiede impegno e richiede che la classe dirigente e politica sia al più totale servizio del paese e dei cittadini. Il ritorno della competitività per l’italia è un obiettivo di medio-lungo termine. Serve arginare quanto sopra elencato, ma, solo per fare un esempio tra tanti, anche innovare, come digitalizzando processi, pratiche, PA ed educando al digitale le persone visto che senza dimestichezza degli utenti al digitale avere eccellenti infrastrutture digitali è poco utile. Tale “scolarizzazione 2.0” però, come mostra il grafico sotto, è tutt’altro che comune nel nostro paese (e raggiungere livelli adeguati richiede tempo ed investimenti ovviamente). Mentre a livello europeo il 19% delle persone tra i 16 ed i 74 anni non ha mai usato un computer, in italia la percentuale raggiunge il 35% (superandolo in alcune regioni).

Persone 16-74 mai usato PC

Fonte: sito epp eurostat ( http://epp.eurostat.ec.europa.eu/ )

Colmare gap simili è assai difficile, un processo di lungo termine  appunto. Quindi si facciano le necessarie riforme istituzionali che migliorando la  govenrnance rendono sicuramente il nostro paese più semplice, meno  bloccato, più “scorrevole” nei processi decisionali e più attrattivo per  imprese estere e nostrane, senza però mai distogliere l’occhio dalla  necessità di riforme prettamente economiche per migliorare lo stato  sociale paurosamente in declino.

La frase che da anni si ode “non c’è più tempo” è più che mai attuale, ma va tenuto in mente che il tempo scaduto si riferisce solo all’inizio del processo che si dovrebbe intraprendere per portare la situazione a migliorare. I  primi risultati tangibili invece tarderanno fisiologicamente ancora anni e nel mentre, pur nella ottimistica ipotesi che il tasso di impoverimento si  arresti completamente e non si generino nuovi poveri, coloro che sono  entrati in povertà durante questa crisi non avranno modo di uscirne.

 12/07/2014
Valentino Angeletti
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Dopo le europee è veramente possibile un cambio di passo o va cercato altrove?

Sul Corriere Della Sera di oggi, i giornalisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sollevano una più che sensata domanda nel loro pezzo: “Non si cresce di sole promesse”.

Alesina – Giavazzi 19/05/2014 “non si cresce di sole promesse”

Le elezioni europee sono senza dubbio importanti, uno spartiacque decisivo nel contesto comunitario in particolare per chiarire definitivamente quanta determinazione vi sia nel cambiare le politiche economiche e monetarie europee che fin qui hanno regolato tutt’altro che brillantemente gli anni di crisi e quale direzione esse prenderanno. Da ricordare che i seggi europei determinati dal voto italiano sono 73 su 751, quindi impensabile che il pronunciamento del nostro, come degli altri paesi presi singolarmente, possa avere carattere decisivo.

A livello prettamente nazionale le europee rappresentano un test che si sta caricando di attese esasperate, ma all’atto pratico senza reale potere di modificare, a meno di risultati decisamente eclatanti, l’assetto politico, considerando che è probabile più del 40% di astensione (unica giornata di domenica primaverile dove il bel tempo potrebbe indurre alla gita fuori porta) e benché svariate voci sostengano il contrario.

La situazione macro-economica è ancora decisamente fragile come hanno mostrato i recenti dati sul PIL non solo italiano, ma di tutta l’area Euro ad esclusione della Germania, quindi ben lungi da permettere pause riflessive o l’abbandono dell’idea di una rapidità d’azione mai come ora più che necessaria (Link: Dati PIL Euro Zona non Confortano), che però si sta piano piano affievolendo.

Forse al di là di pensare alla data delle elezione europee  per apportare una sferzata decisa al processo riformatore che, secondo i piani di Renzi ed ancor prima come evidentemente i fatti dimostravano, avrebbe dovuto fin da subito rivoluzionare radicalmente il paese andando a scalfire meccanismi improduttivi ormai insiti, inefficienze e sprechi cronici, assenza di innovazione nelle pubbliche amministrazioni, dilagante incremento della disoccupazione, eccesso estremo ed interessato di burocrazia, politiche industriali e sul lavoro lacunose, ci si dovrebbe chiedere quanti compromessi l’attuale governo potrebbe dover essere costretto ad accettare, snaturando di fatto il suo programma originario e riducendone probabilmente l’efficacia, e quindi se il cambio di passo non andrebbe ricercato oltre alle elezioni europee; come del resto scritto di seguito (e link annessi) in occasione del congresso nazionale della CGIL di Rimini e del voto in commissione sulla riforma del Senato.

Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07/05/2014

 19/05/2014
Valentino Angeletti
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Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare?

La giornata di ieri è stata decisamente travagliata per il Governo. Due le questioni fondamentali, da un lato il congresso nazionale della CGIL di Rimini dall’altro il voto in commissione sulla riforma del Senato (per approfondimenti link Unita.it, Ansa.it).

Riguardo alla riforma del Senato dopo una prima vittoria doll’ OdG proposto da Calderoli con una vittoria di 15 a 13, tra cui spiccano il voto favorevole dell’esponente della maggioranza di Governo Mauro e l’assenza del Senatore PD Mineo, passa in tarda serata la proposta del Governo per 17 a 10 con il decisivo appoggio, precedentemente negato, della forza di opposizione FI. Il testo base del Governo passa una prima approvazione, ma il percorso per la riforma del Senato è ancora lungo e sono possibili modifiche a questo punto mai scontate.

Aria di tensione si continua a respirare anche tra sindacati, in particolare, CGIL e CISL, e Governo accusato di escludere totalmente ogni forma di concertazione e di arrogarsi l’epiteto di innovatore semplicemente perché in opposizione con le sigle sindacali. Il tema centrale è indubbiamente la riforma del lavoro accusata di aumentare precarietà  e non garantire adeguati diritti ai lavoratori senza peraltro contribuire ad abbassare il livello di disoccupazione.

Se nei confronti dei sindacati e della Camusso, con la quale potrebbero sussistere pregresse ingerenze interne al PD, il Premier ed il Ministro Poletti possono dire che verranno ascoltati ma poi il Governo deciderà in autonomia la propria strada secondo quello che ritiene essere il bene per il paese altrettanto non può essere fatto nelle varie commissioni dove le votazioni sulle riforme non sembrano avere numeri sempre sufficienti.

Riguardo all’argomento lavoro va sottolineato che in passato è innegabile che i sindacati abbiano in certe situazioni prediletto la tutela di diritti acquisiti ed effettivamente ormai fuori tempo e luogo e si siano opposti ad una sostanziale innovazione del concetto di lavoro e di industria che avrebbe dovuto essere affrontato già da tempo, senza ovviamente venire meno ai diritti dei lavoratori; diritti che, pur senza riduzioni, potrebbero necessariamente dover essere adattati (ripeto non diminuiti) alle nuove contingenze macro economiche. Tale rigidità è stata un parziale contributo, assieme alle ben più importanti assenza di una politica industriale concreta dei precedenti Governi e crisi mondiale, all’accrescimento del livello di disoccupazione. D’altro canto è condivisibile anche la richiesta avanzata dalle sigle sindacali di una politica industriale, economica (ed aggiungo monetari esulando dal perimetro del Governo italiano), che supporti la creazione di posti di lavoro e quindi la ripresa economica.

Considerando lo scenario macroeconomico e le sue evoluzioni appare chiaro che siano necessarie sia una chiara e lungimirante (ossia in grado di interpretare scenari di medio e lungo periodo non escludendo eventuali adattamenti in corso dovuti ai rapidi cambiamenti economico, sociali, geopolitici e tecnologici a cui dovremo sempre più abituarci) politica industriale così come un’impalcatura legislativa e normativa che supporti la creazione di posti di lavoro, la riqualificazione dei lavoratori, la flessibilità, la formazione, i nuovi modelli e settori economici e la sostenibilità rispetto ad ammortizzatori sociali e tutele.

Tornando ai numeri dell’Esecutivo, come testimoniato dalla votazione sul Senato, sembra proprio che la strada delle riforme sia lastricata di difficoltà poiché sono presenti frange interne al PD, frange interne al Governo ed una opposizione con potere determinante. Ogni commissione, ogni emendamento, ogni OdG, ogni proposta di modifica sarà una forca caudina non tanto per il Governo che non ha una linea ben definita e condivisa da tutti membri, quanto per il Premier Matteo Renzi e per la sua idea finale di assetto istituzionale. Inoltre quando sarà il momento di riformare le PA o aggredire quei privilegi che Renzi ha detto di voler scalfire, i giochi si faranno ancora più duri e serrati in quanto in certi casi ad avere voce in capitolo su alcune riforme sono proprio coloro i quali vengono penalizzati dalle stesse. Per giunta l’azione di certi gruppi di potere derivanti dalla politica delle conoscenze e delle relazioni (e non centra nulla l’attività di Lobbying sulla quale è stato gettato fin troppo discredito “link: distorsione mdiati ca delle lobby) agiscono in modo non ufficiale lungi dunque dall’essere chiaramente individuati.

Certamente scontro serrato vi sarà anche sul testo della riforma del lavoro, e vi sarà anche all’interno del PD, dove il sindacato è presente così come lo è nella commissione lavoro, oltre che con l’alleato di Governo NCD, con FI, col M5S e con Scelta Civica.

Del tutto personalmente, alla luce delle voci poi immediatamente smentite secondo le quali eventuali bocciature del testo base del Governo sul Senato avrebbero comportato le dimissioni del Ministro Boschi e dello stesso Renzi e considerando le dichiarazioni del Premier che sarebbe pronto a dimettersi in ogni momento qualora non riuscisse a completare quanto promesso, ritengo che il processo di riforme possa riuscire ad andare avanti mosso dalla credibilità europea e mondiale in gioco, dal timore di ripercussioni finanziarie sui mercati ([link] che a dire il vero sono mossi da variabili ben più ampie rispetto alle politiche interne italiane), dall’interesse di molti investitori internazionali che in questa fase sembrano pronti ad investire in Italia a patto del completamento di un sostanziale pacchetto di riforme e di una stabilità politica fino a qui sempre in dubbio e che ha portato a sfare e disfare quanto fatto in precedenza rendendo ogni certezza ed ogni piano industriale, fondamentale per coloro che vogliono investire, inconsistenti.

La domanda centrale però è: a che prezzo si potrà andare avanti? Quali compromessi, non tanto il variegato Governo quanto lo stesso Renzi, dovrà accettare? I risultati e quindi l’impatto sui cittadini, lo shock economico necessario, il radicale cambiamento della PA, la riduzione delle spese e dei privilegi, quanto si discosteranno da quello che il Premier aveva in mente? Quanto potranno essere ignorate e superate le burocrazie, le tecnocrazie e tutte quelle realtà particolari che influiscono indirettamente sulle scelte politiche e per le quali la conservazione del sistema in essere è fonte di guadagno?

A priori non è possibile rispondere a queste domande e c’è da stare certi che il percorso sarà lungo, duro e non privo di colpi di scena tanto da far sorgere un’ultima e dirimente domanda:

Non dovrebbe forse il Premier pensare se e quanto potrebbero essere utili eventuali elezioni anticipate dove mettere in gioco non tanto la vittoria, quanto una ampia vittoria, testimonianza di un paese che sarebbe davvero dalla sua parte e del quale tutti i partiti dovrebbero a quel punto prendere atto, tale da rendere possibile la sostituzione delle “imperiture” burocrazie e tecnocrazie bloccanti e conservatrici nonché la creazione di un governo non di compromesso ed avente i numeri affinché i propri piani e le proprie idee possano essere messe in atto senza subire distorsioni e snaturamenti? 

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07/05/2014
Valentino Angeletti
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Pelù VS Renzi

Sinceramente non provo antipatia nei confronti di Piero Pelù, però ieri avrebbe potuto avere più tatto.

Rivolgendosi a Renzi il cantante ha detto che non serve un’elemosina di 80€ al mese, ma serve lavoro.

In tutta onestà credo che sia stato mosso dalla voglia di compiacere una platea in gran parte anti Renzi e sostenitrice di una qualche ideale che rischia di diventare una benda che acceca. Forse la stessa ideologia che porta alcuni a difendere sempre e comunque i  manifestanti di piazza, inclusi coloro che in piazza fanno volutamente danni e che la piazza la rovinano e la mettono in cattiva luce. Poca differenza c’è tra questi difensori strenui e coloro che a prescindere, e sbagliando, difendono le forze dell’ordine anche quando abusano del loro potere e muovono mani e manganelli offuscando tutte le forze armate.

Se l’idea dei sostenitori di Pelù è quella di un netto cambiamento, che condivido essere necessario, bisogna comprendere che i tempi di cui si ragiona sono il medio e lungo periodo. Certo che meglio dello sgravio IRPEF sarebbe un lavoro dignitoso per tutti e magari un incremento del minimo salariale e pensionistico a 2’000€ netti al mese, ma è impossibile. Il Governo può agire in sostegno del lavoro, crearne i presupposti, ma non può generarlo dal nulla, ed in ogni caso la dinamica occupazionale è più lenta di quella economica.

Mi rendo conto che, come ho scritto più volte (Link: OraIcs Inizio di lungo percorso), 80€ per alcuni possano essere nel complesso davvero poca cosa, non sono risolutivi, lasciano esclusi altri che ne avrebbero ugual diritto (Link, dedica ai piccoli artigiani e commercianti, da me che son dipendente), però sono un tentativo che può portare buoni risultati immediati in termini di aumento di fiducia (indispensabile) e lieve miglioramento dei consumi nel breve, mai intrapreso prima (ed effettivamente il sentiment è un poco migliorato: link ).

Se poi la fiamma si spegnerà con questi 80€ lo giudicheremo giustamente un fallimento, ma nelle dichiarazioni del premier ci sono interventi per le partite iva, gli incapienti, gli artigiani ed autonomi ecc; aspettiamo e per quanto possibile cerchiamo di dare un contributo.

I piani di lungo termine di cui abbisogna l’Italia non si fanno in un giorno, sono complessi e non dipendenti solo dal Governo (tagli spesa, riforme PA, dura lotta evasione ecc), ma vanno a toccare certi gruppi interessati al conservatorismo. Renzi è partito dalla misura di più semplice e di rapida implementazione, agendo su quella fascia di persone alle quali poteva essere facilmente dato un contributo senza dover trovare complesse forme o modificare qualche articolate norma.

Taluni beneficiari potranno anche ostinarsi a dire che si tratta di un’elemosina che, potendo, non accetterebbero, altri invece (sentiti personalmente) ne vedono una grande utilità, ad esempio per coprire l’abbonamento Marradi – Faenza necessario per mandare il figlio alle superiori. Altri ancora che dicono essere state aumentate le tasse altrove, ed in parte potrebbe anche essere vero, possono stare certi sarebbero aumentate ugualmente, anche senza contributo IRPEF; i vincoli di bilancio lasciano pochi margini e per questo è importante l’azione europea del Governo.

Personalmente, da individuo pragmatico, penso matematicamente che su uno stipendio di 1’100-1’200 € 80% sono circa il 6.5-7%; chi di finanza s’intende, mi dica dove posso investire i miei risparmi ottenendo un rendimento costante e certo del genere. Sinceramente lo trovo un “gain” che batte il mercato.

Infine, ed è un dato di fatto, a parlare sono sempre persone o artisti, anche simpatici e credo in buona fede, vedi Crozza, con introiti che se non sono decisamente alti di sicuro non possono definirsi da proletario e che consentono loro di vivere le giornate senza problemi di budget. Molta differenza sussiste tra sapere che c’è gente che non arriva a fine mese ed essere tra coloro che realmente rischiano di non sbarcare il lunario.

Io dico di attendere, giudicare con elementi concreti alla mano, attenzionare i comportamenti in Europa e perdere il vizio di sentenziare a priori in modo disfattista, smettendo di agire, più o meno consapevolmente, a sostegno del conservatorismo che ci sta uccidendo (e che pare abbia fatto fuori il Governo Monti, nell’immaginario di tanti emblema dei poteri forti e del mitico Bilderberg).

02/05/2014
Valentino Angeletti
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Dedica del primo maggio e speranza per una visione comune

Dovendo proprio scegliere una categoria di lavoratori a cui dedicare il primo maggio, premettendo che tutti hanno dovuto sacrificarsi e tralasciando la massa dei disoccupati, degli scoraggiati, di coloro che per un motivo o nell’altro non sono in grado di lavorare, sceglierei i piccoli artigiani, commercianti ed autonomi.

Loro sono una classe di lavoratori poco o nulla tutelati (alla stregua dei precari ai quali pure voglio rivolgermi), troppo spesso accusati di essere evasori, senza sapere che per il popolo al quale mi riferisco evadere è praticamente impossibile poiché, ad esempio, soggetti a studio di settore. Per loro non esiste malattia retribuita, non esistono ferie pagate, non vi sono permessi sindacali o per visite mediche, ogni assenza si paga, non v’è tredicesima o quattordicesima e con la liberalizzazione delle licenze per gran parte degli esercizi neppure esiste una pseudo forma di TFR. Lo stare a casa per un malanno o dover farsi visitare mai come in questo periodo di scarsissimi guadagni potrebbero rappresentare un vero pensiero non consentendo di incassare quelle decine di euro per una mina spesa quotidiana, per non parlare poi dell’ipotesi per le donne di fare un figlio perché la maternità non è prevista , e si sa, ora come ora stare a casa svariate settimane non è proprio possibile (mi chiedo in quale paese civile la possibilità di fare un figlio possa essere considerata quasi un privilegio…).

Le tasse sono sempre state alte, richieste in anticipo e puntualmente, i ritardi non sono tollerati, ed in questi ultimi mesi hanno raggiunto il 68%, praticamente si lavora  quasi fino a luglio per poter celebrare il  tax freedom day, vale a dire quel giorno dopo il quale l’incasso non va allo stato ma è guadagno privato. Per loro il sistema previdenziale è sempre stato contributivo e la pensione difficilmente raggiunge i 900€ al mese tanto che la tendenza è lavorare ben oltre il limite minimo per la pensione. Condizioni simili non consentono di accedere a prestiti, finanziamenti o mutui. E pensare che loro hanno avuto l’ardire di intraprendere e mettersi in gioco con risorse proprie.

Infine anche in periodi non di crisi come quello in corso i guadagni non sono quelli dei grandi industriali o imprenditori, ma appena appena equiparabili a quelli di un impiegato di livello medio basso.

A loro mi sento di dedicare questo primo maggio, senza voler creare attriti tra dipendenti ed autonomi perché sarebbe l’ennesima lotta tra poveri, utile solo alla conservazione (Lavoro pubblico e privato/autonomo: quando la politica deve agire per arginare una sensazione di inequità).

Passando invece ad una rapidissima considerazione sulle dichiarazioni odierne dalle vari piazze vorrei soffermarmi su  quanto detto dal Ministro del Lavoro Poletti ed alla segretaria della CGIL Camusso.

La sindacalista ha affermato che per il lavoro non servono nuove leggi, ma investimenti nell’economia. Mentre Poletti ha asserto che sono necessarie nuove norme per rendere più flessibile e dinamico il mondo del lavoro.

Come non poter dare ragione ad entrambi (La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici)?

Effettivamente un piano di investimenti, una strategia industriale chiara, oggettiva, di lungo termine, volta a nuovi modelli produttivi e di sviluppo è necessaria, ma al contempo servono anche leggi che vadano incontro ad una concezione di lavoro che, senza ledere i diritti dei lavoratori, deve per forza cambiare per adattarsi ad un mondo che scorre rapidissimamente e che non consente di difendere bandiere e posizioni per ideologia (Il futuro scorre rapido e richiede adattamento). Alla lunga di ideologia statica si può morire, la realtà non è ferma, cambia,  fatti dunque salvi i principi fondamentali, le modalità per conseguirli devono necessariamente adattarsi alle tendenza che, volenti o nolenti, sono fori portata per chiunque.

Preoccupante, ma mi auguro che tale pensiero sia sottinteso per la banalità che lo contraddistingue,  che i due concetti non si uniscano in una visione unitaria riassumibile in più investimenti per un nuovo sviluppo economico ed industriale unitamente a riforme della normativa e della legislazione che fungano da acceleratore ed incentivo alla creazione di posti di lavoro per i quali è necessaria la ripartenza economica appunto.

Quando saranno messi da parte gli arroccamenti ideologici e quando si prenderanno dalle ideologie i concetti oggettivamente più utili per lo sviluppo e per il bene comune allora saremo realmente ad un buon punto di partenza per cambiare la nostra società ancora troppo settaria, castista e corporativa.

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Yaki VS Della Valle
Il valore non aggiunto

01/05/2014
Valentino Angeletti
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I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali?

DL Lavoro: possono il tetto ai rinnovi dei contratti a termine 5 o 8, la durata di 24 o 36 mesi dell’apprendistato oppure la presenza o meno di un piano di formazione scritto, risolvere i problemi del lavoro quali ad esempio la vertenza dell’acciaieria Lucchini di Piombino o gli esuberi in Alitalia che rappresentano uno degli elementi ostanti l’avanzamento della trattativa con Etihad, o ancora il tasso di disoccupazione che continuerà ad aumentare anche nel 2014 a causa del non sufficiente tasso di crescita del paese?
Direi di no.

Per inciso in un momento in cui il lavoro varia rapidissimamente ed i lavoratori devono adattarsi e riqualificarsi costantemente, la presenza dell’obbligo di un piano triennale di apprendistato, scritto e dettagliato, se non vi fosse la possibilità di aggiornarlo in tempo reale, sarebbe effettivamente un ulteriore vincolo burocratico per le aziende alla fine assolto come mero obbligo senza rappresentare un valore aggiunto per azienda e ragazzo lavoratore.
Supponiamo ad esempio che ad una azienda di vendita al dettaglio inizialmente serva un addetto agli scaffali; 18 mesi dopo, a seguito di un calo degli affari, viene presa la decisione di orientarsi verso l’e-commerce innovando la propria strategie ed i processi di vendita. Da quel momento l’addetto agli scaffali espostivi non serve più, ma vi è necessità di un addetto alla logistica di magazzino. In un caso simile, cosa dovrebbe fare l’impresa? Impiegare il giovane addetto agli scaffali che lavora da 18 mesi (tra i vari rinnovi ecc) seguendo un piano di formazione scritto e depositato oppure assumerne un nuovo ragazzo da formare ex novo?

La normativa deve aiutare, supportare, fungere da acceleratore e per questo va effettivamente studiata bene nei dettagli; al contempo deve essere adeguatamente flessibile senza ledere i diritti dei lavoratori, ma assecondando la fase economica in corso, caratterizzata da altissima dinamicità del lavoro e che necessità di adattabilità degli impiegati.

Tutto ciò però non può prescindere, per la creazione di lavoro ed occupazione, da un substrato economico reale ed orientato alla crescita (che potrebbe essere differente per modello da quella fin qui concepita).

Il pensiero rimane il medesimo:
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici (link)

24/04/2014
Valentino Angeletti
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La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici

Non serve approfondire ulteriormente la desolazione che i dati sul lavoro in Italia conferiscono al lettore, bastano i crudi numeri, 13% di senza lavoro che salgono al 42,3% nella fascia di età tra 15 e 24 anni, 3,3 milioni di persone in cerca di occupazione ed incapaci di trovarla, il dato è il peggiore dal 1977, ma solo perché da quell’anno iniziano le rilevazioni ISTAT, in realtà è stato stimato che per avere un valore simile si debba tornare agli anni 50.
Da Londra Renzi, dove è in visita presso istituzioni ed investitori e dove ha raccolto anche la stima di Cameron, non ha potuto soprassedere la notizia tanto da spostare il discorso ed i contenuti delle interviste dal piano di riforme proprio verso il lavoro ed il Jobs Act.
Il provvedimento “Jumpstart Our Business Startup” si propone di rendere il mondo del lavoro più flessibile, meno soggetto alla burocrazia, le assunzioni più semplici e meno onerose tramite sgravi per le imprese, di eliminare i vincoli per il rinnovo dei contratti in modo da avere continuità nella permanenza in azienda, di inserire nuove forme di apprendistato, il tutto per far fronte ad un ormai innegabile cambiamento che si è consolidato e che richiede ai lavoratori di adattarsi, di essere propensi alla riqualificazione ed al reimpiego, di essere sempre pronti ad imparare ed a cambiare attività assecondando un mondo in inarrestabile evoluzione; stessa flessibilità andrà richiesta alle aziende, alle associazioni datoriali e sindacali in modo che più della difesa degli interessi si impegnino per una collaborazione produttiva. Lavoratori (e sindacati) ed aziende non dovrebbero essere nemici, ma parte di un medesimo ingranaggio dal cui funzionamento dipende il benessere ed il prosperare di entrambi.

La flessibilità è il modello seguito nella dinamica Gran Bretagna, dove il problema dell’occupazione non sussiste, anzi spesso vi è carenza di personale, perché però la flessibilità non si trasformi in elemento ricattatorio o abusato è necessario, come accade in UK ove sono stati fatti tagli importanti nel settore pubblico impattando minimamente sui lavoratori, che l’economia sia dinamica, crei costantemente nuove opportunità di impiego, offra adeguati strumenti formativi e di riqualificazione supportati dal contributo dello Stato e rispondenti alle reali esigenze di mercato abbandonando il concetto di ammortizzatore sociale statico e neutrale, offra adeguate retribuzioni, corretti avanzamenti di carriera e prospettive e sia necessariamente basato sul merito e sulle capacità.

La dinamicità economica e quindi la creazione di posti di lavoro, come abbiamo ripetuto più volte in questa sede, non si possono creare per decreto, che pure può essere un acceleratore, ma necessitano di condizioni specifiche. Nel caso italiano ad ostacolare il nascite di opportunità lavorative è la scarsissima domanda ed il calo dei consumi che hanno ridotto le produzioni e quindi la necessità di manodopera (senza differenze particolari tra per operai, impiegati e quadri).
Le azioni volte a sostenere il mercato del lavoro devono essere concentrate sulla ripartenza dei consumi e delle produzioni.
Si deve cercare di incrementare la quota dell’export, grazie al quale molte aziende sono sopravvissute o neppure hanno sentito la crisi, ampliandola a quei settori ancora chiusi, con una filiera distributiva ridotta e bassa visibilità oltre confine, che indubbiamente sono molti nel nostro paese; si deve cercare di incrementare il potere d’acquisto agendo sulla riduzione delle tasse, sul cuneo fiscale e sgravando, come detto precedentemente le imprese, ma questo punto è estremamente complesso poiché servirebbe un incremento netto dei salari di almeno un 15% affinché si possano avere effetti realmente benefici sui consumi e come sappiamo il reperimento di risorse nelle condizioni in cui si trova l’Italia e con i vincoli europei in essere è estremamente complesso, inoltre i tagli della spesa dovranno essere concentrati principalmente sulla riduzione del debito piuttosto che su quella delle tasse; devono essere destinate risorse agli investimenti produttivi, ad infrastrutture grandi e piccole, principalmente cantierabili nell’immediato, allo sviluppo di poli e distretti tecnologici nei campi più innovativi ed attrattivi anche per i capitali esteri (energie rinnovabili, sostenibilità ambientale, efficienza e risparmio energetico, energia, riqualificazione di territori e scuole, turismo, edilizia eco-compatibile, tecnologie industriali avanzate, tecnologie anti inquinamento, telecomunicazioni ed ICT, internet ed e-commerce/business), a tal scopo la possibilità di avere più tempo per rispettare in vincoli europei, che rimarrebbero immutati, (eventualità sostenuta da tempo in questa sede) avanzata velatamente all’Econfin dal Ministro Padoan, è un’ipotesi da far valutare all’EU che continua a rammentarci di proseguire con il risanamento e con la disciplina di bilancio; si deve incrementare l‘apertura a partnership ed investimenti stranieri, anche in settori totalmente o parzialmente pubblici qualora per assenza di risorse lo Stato non sia capace investire e di ingrandire i propri campioni industriali; infine, assecondando quanto già sottolineato più volte nei precedenti pezzi in questo blog, sufficienti risorse devono essere destinate ad innovazione, R&D, utilizzo intelligente in azienda delle nuove tecnologie, perché non è affatto vero che le nuove tecnologie sostituiscono il lavoratore, ma semplicemente creano la necessità di persone con competenze differenti per un loro ottimale utilizzo ed ancor prima per il loro sviluppo e produzione.
Le aziende che hanno saputo mantenere alto i livelli di innovazione e spesa in R&D sono quelle che hanno anche resistito alla crisi e questo è stato un punto che al convegno “Il Capitale Umano” di Bari ha messo d’accordo il Governatore di Bankitalia Visco, i Sindacati e Confindustria.

Oltre alle indispensabili modifiche normative che devono essere apportate al mondo del lavoro è dunque assolutamente necessario intervenire rapidamente a sostegno dell’economia in modo che, già a partire dal breve termine ma con prospettiva più lungimirante, vi sia un contesto di dinamicità ove poter applicare, valutare ed eventualmente revisionare la nuova regolamentazione; in caso contrario l’obiettivo del 10% di disoccupazione fissato dal Premier Renzi per il 2018 sarà difficilmente raggiungibile.

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01/04/2014
Valentino Angeletti
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Alleanza in Europa, pragmatismo in Italia…per ora va bene così…

Da Bruxelles molto positiva è la dichiarata intesa tra Schulz (SPD-PSE) e Renzi con l’obiettivo di una Europa, si solida dal punto di vista dei conti, ma flessibile, dinamica, collaborativa e realmente unita. Alle dichiarazioni, che devono guardare oltre le elezioni e la campagna elettorale, dovranno seguire i fatti perché risultati ambiziosi si ottengono solo con squadre forti e strategie ben congegnate. Probabilmente la via dell’alleanza forte, “open minded” e conscia di una difficile realtà sociale, è l’unica per combattere gli anti-europeismi, ma ancor prima per condurre l’ EU in un rinnovato percorso.

Dall’Italia, forum di Cernobbio di Confcommercio dove, nonostante i dati leggermente positivi di gennaio, non c’è stato troppo ottimismo su crescita e consumi interni principalmente a causa della maggior pressione fiscale che ammonta a 70 mld € tra il 2008 ed il 3013, il pragmatico Ministro del lavoro Poletti non ha voluto diffondere false aspettative dichiarando che benefici realmente tangibili sul mercato del lavoro e su occupazione si vedranno di qui a 3-4 anni…noi già lo sapevamo, ma la verità è sempre e comunque apprezzata.

Anche il Ministro Padoan, MEF, è stato chiaro, la spending review strutturale è fondamentale così come l’attenzione sui conti e l’abbattimento del debito che verrà aggredito proseguendo anche sulla via delle privatizzazioni (sarebbe già pronto un nuovo piano ad integrazione di quello del Governo Letta, al momento comunque le società coinvolte sarebbero le medesime, quindi Poste, CdP, FS, Enav, Sace, Stm, Grandi Strazioni, ENI, Fincantieri), ma risultati concreti in termini di risparmi e di crescita che non si limiti all’attuale stagnazione dovuta a persistenti incertezze e fragilità congiunturali, si vedranno nel medio periodo. Il ministro ha voluto anche ricordare come paesi ove i vincoli europei siano stati meno rigidi, ad esempio concedendo più tempo per rientrare nel rapporto del 3% deficit/PIL, abbiano potuto applicare politiche meno austere e recessive pesando meno su società, cittadini ed imprese.

Del resto il disagio sociale è cresciuto dal 25.3% del 2008 all’attuale 30% (inconcepibile per un paese civile ed industrializzato) contro una media Europea del 25% (di queste ore è la notizia di pesanti scontri a Madrid contro le politiche di austerità imposte dal Governo spagnolo Rajoy). Il periodo 2007-2013 ha visto un calo del PIL di 9 punti percentuali e la crescita fino al 2007 era già inferiore (circa la metà) rispetto al resto d’Europa. Lo 0.5-0.7% di crescita prevista per questo anno che segue lo stop della caduta iniziato dal terzo trimestre 2013 è ancora poco e lo scenario macroeconomico circostante rimane delicato. Altrettanto delicato è poi il quadro geo-politico, ove la crisi Ucraina ha messo in luce una certa difficoltà dell’Unione nel coordinare azioni di politica estera in modo tale da essere un player fondamentale, a ciò si unisce il problema dell’approvvigionamento energetico da zone politicamente e socialmente instabili che rimane un fattore di alto rischio per l’EU ed a maggior ragione per l’Italia. L’obiettivo dell’Europa (e dell’Italia) di giungere, attraverso le rinnovabili, l’efficienza, un mercato unico, l’ottimizzazione delle fonti convenzionali, un miglior utilizzo del gas naturale presente e la possibilità di importarlo da zone ove non siano presenti conflitti (rigassificatori per importare LNG dagli USA o gasdotti che bypassino le zone a maggior rischio), l’abbattimento degli inquinanti, l’innovazione tecnologica, ad essere meno dipendenti dall’estero, ed in particolare da zone di tensione, è di primaria importanza e le vicende libiche e mediorientali prima ed ucraine poi lo dimostrano per l’ennesima volta. Oltre al pericolo di ultima istanza, che è quello di non vedere più approvvigionate adeguatamente alcune zone del vecchio continente, vi è la costante fluttuazione dei prezzi delle materie prime energetiche di importazione che fungono da fattore ostante la competitività per le aziende europee (ed italiane). 

In sostanza il lavoro è ancora durissimo, richiederà sacrifici, ed il percorso, che necessita delle migliori risorse, estremamente lungo.

22/03/2014
Valentino Angeletti
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Stipendi più pesanti di 80-85€, più tasse sulle rendite

Siamo alla fine del mercoledì da leoni in cui il Premier Renzi ha presentato le misure sulla crescita.

Esse sono rivolte principalmente all’aiuto alle famiglie, all’occupazione ed al sostegno alle imprese. Le coperture non sono ancora ben chiare, quello che è certo è che nuovamente si fa un grande affidamento sulla spending review (fondamentale, che deve essere strutturale e duratura) che secondo Renzi dovrebbe apportare circa 7 miliardi, rimpolpando la stima prudenziale di 3 miliardi fatta dallo stesso commissario Cottarelli, il quale si ricorda che non ha alcun potere attuativo sui piani che egli stesso presentarà. Alcuni tagli saranno strutturale, ma altri hanno la natura di una tantum. Tra le possibili misure della spending review potrebbe comparire un contributo temporaneo sull’ 85% delle pensioni (circa oltre i 2’500 € netti al mese) in favore del lavoro giovanile.

Di certo l’annuncio più eclatante riguarda l’aumento di circa 80-85 € netti (1000 € al mese, 10 miliardi da distribuirsi a 10 milioni di persone) che dal primo maggio andrà ad appesantire la busta paga dei lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 25’000 € lordi all’anno. I detrattori della misura obiettano che questa cifra serva appena a coprire gli aumenti degli ultimi periodi, a cominciare da accise sui carburanti, sull’energia e sull’IVA. Probabilmente è così, ma è indubbio che rispetto ai 12 € ipotizzati dal governo Letta questi 80-85 € possano effettivamente consentire alle famiglie di arrivare alla quarta settimana con meno pensieri, ovviamente non si poteva pretendere molto di più, né si può pensare che ciò farà ripartire i consumi in modo drastico ed ovviamente vi saranno dei casi limite che potrebbero essere contraddittori. Alcuni economisti stimano in un +0.5% l’impatto di questa misura sui consumi che afferiscono al mercato del nostro paese e che quindi può essere considerato capitale reimmesso in circolo. La strada, forse comunicata con una enfasi troppo pomposa, è quella giusta e deve essere vista come un piccolo passo di un lungo e tortuoso percorso.

Grande impegno dovrà essere rivolto alla creazione di posti di lavoro ed al rilancio della domanda, sia interna che esterna, in modo che le aziende si trovino di fronte alla necessità di assumere sfruttando così gli eventuali incentivi proposti dal JOBS-ACT.

Anche alle imprese è riservato un aiuto: il taglio del 10% dell’ IRAP. La copertura per questo sgravio deriverà dai circa 2.6 miliardi stimati da un aumento dal 20 al 26% della tassazione sulle rendite finanziarie, sempre a partire dal primo maggio.

In linea di principio anche tale azione è totalmente condivisibile, la stessa Europa ha suggerito si spostare la tassazione dal lavoro verso la rendita;  l’allocazione di capitali dall’economia reale alla finanza è stato uno degli eventi scatenanti la crisi iniziata nel 2008 e può essere un valido supporto alla redistribuzione della ricchezza indispensabile per abbassare la disuguaglianza ai livelli che portano alla crescita economica ed al progresso sociale. La realtà però è un po’ diversa, innanzi tutto coloro che usano la finanza per speculare (quindi non pivelli del settore) hanno ben due mesi di tempo per organizzarsi e portare i loro capitali in piazze più convenienti; probabilmente poi i grandi speculatori e coloro che fanno della finanza una delle loro principali fonti di guadagno, sono già strutturati in modo da pagare il meno possibile sul capital gain, e sui dividendi, magari scegliendo rispettivamente Olanda e Lussemburgo (senza tirare in ballo Saint Kitts and Navis o Isole Cayman), ovviamente il tutto nel pieno della legalità e spesso dell’anonimato.

Il risultato è che il 6% in più rischia di accollarselo quella che una volta era la classe media, forse anche iscritta alla CGIL, che ora va a far parte dell’insieme di soggetti a rischio indigenza, e che utilizza da “cassettista”, probabilmente suggerito dai consulenti di banca, azioni di aziende solide confidando in quel 3-4% che può assicurare un buon dividendo oppure una presa di posizione sul titolo. Va poi ricordato che i bolli sui depositi finanziari sono stati aumentati dagli scorsi esecutivi e nuovamente vale il ragionamento di cui sopra in merito ai reali paganti; e che i titoli di stato sono sì esenti (lo Stato ne ha vitale bisogno per pagare gli interessi sul debito e per auto finanziarsi), ma solo se portati a scadenza, se invece sono venduti in guadagno prima della scadenza naturale allora sono soggetti al 26% di ritenuta fiscale.

Ovviamente i professionisti sanno bene come tutelarsi da tutte queste situazioni.

Paradossalmente potrebbe accadere che aziende medie che hanno speculato e continuano a speculare con la finanza in altri Stati europei possano perseverare, godendo anche dello sgravio IRAP.

Che fare allora, rinunciare alla tassazione sulle rendite? Non direi, altri stati europei predispongono delle franchigie in modo da non vessare i piccoli risparmiatori, ma ancora più importante, e lo ripeto correndo il rischio di annoiare, è intraprendere un percorso europeo, dall’energia alla finanza, dalle banche al fisco, che renda l’Unione e la sua economia più coesa ed omogenea eliminando distorsioni che danno adito a quei meccanismi di elusione fiscale così svantaggiosi per alcuni e vantaggiosi per altri che di fatto sono parte di un sistema sbilanciato per competitività.

12/03/2014
Valentino Angeletti
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