Archivi tag: Lavoro

Tre elementi del risultato del referendum svizzero

Il 50.5% del popolo svizzero nel referendum tenutosi nei giorni scorsi sì è pronunciato favorevolmente all’applicazione di un calmiere al numero di immigrati col fine di limitare i permessi di dimora per stranieri imponendo “tetti massimi annuali e contingenti annuali” applicabili a tutti i permessi per stranieri, inclusi i cittadini dell’EU, i frontalieri e i richiedenti asilo; tali massimali saranno determinati in base alle esigenze economiche del paese e saranno vincolati dalla capacità del soggetto richiedente di integrarsi, di provvedere autonomamente a se stesso ed alla richiesta esplicita di un datore di lavoro.
La votazione non ha tenuto conto dell’orientamento del Governo e dei partiti politici principali non favorevoli al limite, mentre è stato soddisfatto del risultato il partito di estrema destra UDC. Se i cantoni francofoni e quello di Zurigo hanno votato contro la proposta, i cantoni tedeschi, le zone rurali ed il Ticino hanno avuto maggior peso, la percentuale ticinese dei favorevoli è arrivata quasi al 70%.

Potranno quindi sussistere problemi per i frontalieri italiani soliti oltrepassare la frontiera quotidianamente già trattati diversamente rispetto ai colleghi svizzeri (non vengono infatti applicati i medesimi contratti collettivi), ma avvantaggiati rispetto ai colleghi italiani che lavorano in patria.

Tale risultato, operativo in 3 anni, che fa esultare i movimenti antieuropeisti che permeano l’Europa, è stato considerato molto negativamente da Bruxelles; la Commissione ed il Parlamento europeo vedono messo a rischio il principio di libera circolazione delle persone e dei lavoratori e si sono spinti a sostenere di dover vagliare la possibilità di rivedere i trattati e gli accordi con lo stato elvetico.

Oltre al protezionismo nei confronti dei propri lavoratori in un momento dove probabilmente aumenta il timore che la disoccupazione contagi anche la Svizzera il cui popolo evidentemente ritiene che i lavoratori stranieri danneggino la loro economia più di quanto possano supportarla, questa decisione si presta ad essere letta considerando almeno altri tre fattori non così immediati come il voler tutelare l’occupazione interna.

Il primo è il peso in continuo deterioramento degli rapporti con il partner europeo che attualmente è ritenuto debole e non già necessario come un tempo; forse più una zavorra che un’opportunità.

Il secondo è rappresentato dagli accordi sulla trasparenza dei conti correnti e la trasmissione dei dati bancari che l’Europa ha preteso di implementare con lo stato confederato e che ha senza dubbio fatto scappare verso mete più esotiche e paradisiache un’ingente quantità di denaro e che quindi possono essere interpretati come un fattore indebolente per il forte settore bancario e dei servizi finanziari elvetici fondamentali per la loro economia. Adesso sono preferiti i capitali asiatici e medio orientali rispetto a quelli europei.

Il terzo è costituito dalle misure sul rientro dei capitali e dei condoni degli anni passati che, benché più teorici che reali, nell’immaginario dello svizzero medio, possono essere visti come un impoverimento.

L’Europa deve necessariamente pensare a quello che è accaduto considerando che uno stato piccolo, privo di materie prime e che usufruisce di un gran numero di immigrati europei come forza lavoro trainante una buona fetta della loro economia, abbia deciso di allontanarsi dall’ Europa la cui importanza si sta deteriorando tra tutti i partner economico commerciali, in particolare tra quelli storici e maturi.

L’immagine dell’Europa si sta sgretolando sia internamente che esternamente e questo gli stati europei, Germania inclusa, non possono permetterlo se vogliono mantenere attrattività e non compromettere una competitività già difficoltosa
Da qui si evince la necessità di riformare le politiche europee e di far rotta verso un’Unione più stabile, coesa e forte rispetto a quanto non lo sia adesso.
La trazione germano-centrica non è più sufficiente e tutti gli stati membri, chi prima (Grecia, Italia e Spagna), chi dopo (Germania), ne dovranno prendere atto, possibilmente prima che sia troppo tardi.

09/02/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni

Con la vittoria alle primarie PD di Matteo Renzi e con la sua fermezza nell’interfacciarsi con il governo sì è tornati con decisione e giustamente a parlare di lavoro, pilastro cardine della ripresa ultimamente sacrificato sull’altare dell’IMU, della Mini IMU, della Tasi, della IUC, delle unioni di fatto e dei diritti delle coppie omosessuali, della legge elettorale di certo fondamentale, ma che non può e non deve oscurare altre necessità, come appunto il lavoro, da affrontarsi con estrema rapidità.

Il segretario PD ha da pochi giorni lanciato il proprio piano sull’occupazione, il JOBS Act (Jumpstart Our Business Startup Act) che ha causato discussioni interne al governo ed interesse da parte dell’Europa intenzionata ad approfondirlo e studiarlo dettagliatamente.
Il rilancio del lavoro in Italia ed in Europa è una priorità palesata pubblicamente, ma purtroppo è difficile pensare che nella situazione italiana la modifica dei rapporti sindacali e delle rappresentanze, la modifica delle agenzie di collocamento, la rivisitazione dell’articolo 18, la riduzione dei contratti di lavoro, finanche la riduzione del costo del lavoro e l’introduzione di sgravi per le aziende, possano da soli creare immediatamente offerta di lavoro.
La sburocratizzazione, pur necessaria, può attrarre aziende estere e nostrane ad assumere nuova forza lavoro solo se esiste un “business case” solido, vale a dire una prospettiva di profitto.
Al momento i dati Istat ricordano che anche nell’ultimo mese, nonostante le festività, i consumi sono calati dell’ 1.5% raggiungendo i livelli più bassi da quando ci sono le serie storiche, così come il potere di acquisto dell’ex classe media è arretrato di una decina di anni. Il circolo virtuoso da innescare è quello di dare potere d’acquisto, creare domanda e quindi posti di lavoro poiché le aziende, incrementando ordinativi e richieste, inizieranno ad avere una graduale prospettiva di profitto. Chiaro è che il ruolo dell’export per il nostro paese sarà sempre più dominante e dovremo essere in grado di puntare su quei settori strategici in cui siamo competenti e possiamo offrire prodotti e servizi davvero unici (Link lavoro e modello economico, Link futuro e cambiamento, Link cambiamento CEO Microsoft).
Una volta innescato questo meccanismo, che non può prescindere da una riduzione della tassazione e del cuneo fiscale, non solo per incentivare nuova assunzioni, ma per consentire immediatamente più spesa che inevitabilmente si concentrerà da subito sui beni di prima necessità, anch’essi in drastico calo, allora la sburocratizzazione consentirà davvero di facilitare l’impiego.
Il problema sussiste nel fatto che questo meccanismo non è immediato, necessita di tempo tecnico (tanto in un paese pachidermico come l’Italia) per la messa in atto delle modifiche legislative e normative, ma soprattutto è conseguenza di una crescita di PIL non banale, stimata attorno all’ 1.5%, per tali ragioni il 2014 vedrà ancora un acuirsi della disoccupazione ed anche sul 2015 non vi sono certezze.

Per tentare di arginare immediatamente il problema occupazionale si deve cercare dunque di creare posti di lavoro in un ambiente, quello attuale, stagnante, senza domanda e dove le aziende difficilmente sono disposte ad investire o ad assumere in modo incisivo e sistematico. Ciò richiede investimenti pubblici (o anche privati) in settori di utilità, che in ogni caso avrebbero dovuto essere oggetto di interventi, come la riduzione del rischio idrogeologico, la riqualificazione e l’efficienza energetica degli edifici e delle aziende, la messa in sicurezza di scuole ed edifici pubblici, la conclusione di opere ferme o bloccate da tempo, il miglioramento dei trasporti e delle vie di comunicazione, molti interventi infrastrutturali ecc. Una sorta di “new deal” ripreso da Obama in USA (Link USA 1, Link USA 2) e da Abe in Giappone senza curarsi, in questa fase economica particolare, dello sforamento del deficit. Le coperture per gli investimenti potrebbero provenire da tagli alla spesa, riallocamenti da altre attività meno prioritarie, razionalizzazione delle risorse, ma anche dalla trattativa con Bruxelles per far entrare in vigore la Golden Rule, condizionata ad un rigido controllo di spesa e di risultato, per le attività a reale supporto dell’economia.

Riassumendo, si può concludere che oltre alla sburocratizzazione ed alle agevolazioni in tema di assunzioni, più opportune in una seconda fase, serve necessariamente:

  • creare un buon numero di posti di lavoro nel breve termine con interventi infrastrutturali; il che contribuirà parzialmente a supportare i consumi, inizialmente di prima necessità, in depressione continua.
  • Lavorare sull’aumento del potere d’acquisto innescando, nel medio periodo, la spirale virtuosa: maggior disponibilità economica – incremento consumi – aumento della produzione e quindi probabile necessità di ulteriori posti di lavoro.

Al contempo sarebbe bene che le aziende in utile, anche decrescente rispetto al passato, non decidano di ricorrere a cassa integrazione o contratti di solidarietà, ma stringano stoicamente i denti, lampante è che per accondiscendere a ciò la serietà dello stato ed i propri piani devono essere chiari e determinati.

Una società forte non può essere trainata solo da pochi ricchissimi che inevitabilmente non riescono ad attivare tutti i meccanismi di creazione di valore e benessere, ma necessita di una forte classe media con sufficiente disponibilità economica mossa dall’ambizione, dalla prospettiva e dalla speranza, alimentate da una disuguaglianza non castale o settaria, di poter accedere a livelli sociali superiori, raggiungendo dinamicamente un miglior standard di vita, che è ciò che hanno da sempre perseguito e cercato di assicurare alle generazioni future i nostri padri ed i nostri nonni. La disuguaglianza presente in italia (Link Indice GINI), seconda solo agli USA ed UK, è quanto di più negativo possa esserci perché sta eliminando la classe media sia sotto il profilo prettamente economico che per quel che riguarda la speranza, la prospettiva e l’ambizione; una volta perso ciò si è perso tutto.

09/01/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Disoccupazione, la necessità di una nuova base produttiva

Già sapevamo che l’ Italia si trova ai vertici di una poco lusinghiera classifica, quella della disoccupazione, ma ogni volta che ciò viene confermato dai numeri e dagli studi aumenta la consapevolezza di quanto ci sia da cambiare e quanto ci sia da lavorare per imboccare i binari giusti. Da tempo sostengo che la generazione dei 20 – 30 enni sarà quella che dovrà sacrificarsi, senza la speranza legittima di poter vivere meglio dei padri, per riportare a quei livelli il benessere dei loro figli. Questo potrà avvenire solo con il supporto delle istituzioni e dei governi se seriamente convinti ad intraprendere questa via di cambiamento e soltanto se i giovani non sceglieranno di emigrare definitivamente e non siano rassegnati, senza speranza ed ambizioni, attitudine che in un contesto come quello che stiamo attraversando potrebbe anche essere comprensibile.

I numeri riguardo al nostro paese riportano un tasso di disoccupazione complessivo del 12.1%, rispetto ad una media EU 27 del 10.9%, ma decisamente superiore se paragonato alle economie europee mature e con le quali vorremmo confrontarci. In termini assoluti oltre 6 milioni di persone non lavorano pur volendo farlo; di questi. 3.07 milioni sono disoccupati, 2.99 milioni non cercano neppure o perché scoraggiati o perché al momento non possono lavorare per propri motivi.

Puntando l’attenzione sugli scoraggiati, essi sono 1.3 milioni, tantissimi. Un paese civile, industrializzato e moderno non dovrebbe consentire che vi sia scoraggiamento rispetto alla ricerca di un diritto fondamentale che è presente nel primo articolo della Costituzione, questo segnale è già di per sé assai pericoloso. La rassegnazione deriva da vari motivi, che possono essere il sistema ingessato, l’assenza di meritocrazia, la base clientelare di alcune situazioni, il fatto che neppure l’istruzione di alto livello consenta una scalata sociale ed incrementi le opportunità di lavoro, la laurea infatti offre ormai meno possibilità di un diploma ed alcune lauree decisamente importanti, tanto più in una culla della cultura com’è l’Italia, sono addirittura definite inutili. Mossi dai medesimi sentimenti vi sono i NEET (Not Employed Educated and Trained) cioè coloro che non lavorano, non hanno educazione né si stanno formando professionalmente, si tratta di inattivi, che in Italia raggiungono il 36.6% contro un 26.4% della EU 27. Queste persone sono collocate nella fascia di età 15-64 anni e rappresentano una situazione da debellare attraverso politiche specifiche che non saranno sicuramente di breve termine, ma che devono cominciare ad essere implementate immediatamente.

Le riforme fatte fino ad ora non hanno portato effetti immediati, un po’ perché non sufficientemente incisive, un po’ perché per rilanciare il mercato del lavoro serve incrementare la domanda e quindi il potere d’ acquisto. Da solo il cuneo fiscale, soprattutto nei termini in cui è stato affrontato, è insufficiente. Entro fine anno per rispettare quanto concordato a Bruxelles dovremo impiegare circa 1.5 miliardi di fondi EU proprio per favorire l’ occupazione, la speranza è che se ne vedano i risultati embrionali quanto prima.

Un altro dato interessante è relativo at tipo di istruzione che i ragazzi intraprendono. Se una volta gli istituti tecnici erano i più gettonati, nel 2013 hanno attratto solo 21’000 iscrizioni contro le 46’000 degli istituti alberghieri.
Il calo degli iscritti agli ITIS ed IPISA è probabile che sia dovuto alla crisi della manifattura, ai numerosi casi di cassa integrazione, alle chiusure di intere aziende e distretti industriali ed alla delocalizzazione che stanno portando, a cominciare dalle regioni del Mezzogiorno, ad una vera desertificazione industriale. L’ incremento della richiesta per gli istituti alberghieri può essere letto come un tentativo dei giovani, spinti forse anche da genitori e mass media, di ricollocarsi nel mondo del lavoro, andando ad incontrare quelle che sono le forze del Made in Italy; la ristorazione e l’enogastronomia di qualità, così come il turismo d’elite, sono senz’altro volani fondamentali (alcuni addurrebbero questo fenomeno di incremento nelle scuole alberghiere alle numerose serie tv e programmi televisivi che puntano sulla cucina, ma sinceramente non credo a tal teoria).

Questo processo di riallocazione è indubbiamente intelligente e dimostra come lentamente il tessuto produttivo italiano potrebbe cambiare. L’ Italia deve puntare sulle sue eccellenze per rilanciare l’export, la produzione, i consumi e creare dunque posti di lavoro. Le produzioni dovranno essere ad altissimo valore aggiunto, quindi per quel che riguarda l’industria è comprensibile che vi sia una minore necessità di manodopera generica in favore di figure di più alto profilo, tecnici specializzati, ingegneri, progettisti e specialisti di macchinari che saranno impiegati in industrie di componentistica di nicchia e meccanica di precisione, che non competeranno sui prezzi, ma sulla qualità. In tal scenario il numero complessivo degli impiegati del settore rispetto al passato potrebbe essere inferiore, ma con alle spalle un sistema scolastico e formativo che li avvicini al mondo del lavoro. Assieme alla manifattura ad alto valore aggiunto gli altri settori su cui puntare sono il lusso, l’agroalimentare, il turismo e la moda i quali necessiteranno di una filiera e di una struttura distributiva, pubblicitaria e comunicativa, non ultima in forma digitale, tali da renderli altamente visibili ed appetibili anche all’estero. Si aggiunge poi la filiera del risparmio energetico e della riqualificazione edile verso criteri di eco compatibilità ed efficienza delle quali in paese ha necessità.

Se l’investimento dei giovani nel settore alberghiero, ma anche in quello agricolo, fosse mosso dall’ idea di una nuova economia, sarebbe senza dubbio un segno positivo.
Al momento dove mancano segnali positivi di ristrutturazione del settore produttivo trainante è nella politica. Troppo spesso sembra che si voglia continuare a seguire un modello industriale che non può essere competitivo, soprattutto nei confronti dei paesi a bassa manodopera ed avendo un Euro eccessivamente apprezzato. I meccanismi di contributo alla disoccupazione e cassa integrazione non tengono conto che la maggior parte delle aziende chiuse ed alcuni settori che hanno delocalizzato in massa (Elettrolux è l’ultimo esempio) non si riprenderanno più e che sarebbero dunque necessari meccanismi, ad esempio alla tedesca, di riallocazione dei lavoratori, riqualificandoli verso settori produttivi più profittevoli.
Infine da valorizzare ci sono le start-up, generalmente nel settore dei servizi , che fanno altissimo uso delle tecnologie digitali per sviluppare il loro business.
La politica dovrebbe quindi comprendere la necessità di cambiamento economico, abbattere rapidamente le barriere burocratiche e le macro lacune, come il costo dell’energia o l’accesso alla banda larga (oltre 30 Mbit), che tarpano letteralmente le ali al settore produttivo, e cominciare fin da ora a compiere riforme che nel lungo termine porteranno ad un nuovo modello di crescita più consono alle nostre caratteristiche ed a quelle che il mondo globale sta assumendo.

27/10/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

World Cup 2022: Non si può prescindere dalla CSR

Il Quatar è un Emirato del Medio Oriente molto ricco. Ovviamente tutta la sua economia ruota attorno al petrolio ed al LNG del quale è il maggiore esportatore, nel North West Dome si trovano i più grandi depositi del mondo di gas naturale non petrolifero. I tassi di disoccupazione sono molto bassi e la maggior parte della forza lavoro, in gran parte proveniente da paesi molto poveri come Nepal, India ed altri vicini stati, ruota attorno all’indotto dell’estrazione degli idrocarburi.

Nel 2022 i Mondiali di  Calcio verranno disputati proprio nell’Emirato a testimoniare che l’era del petrolio e degli idrocarburi è ancora attuale…o forse sta per iniziare la via del tramonto di questo fonte di approvvigionamento alla volta di combustibili e tecnologie più sostenibili come l’elettricità e l’evento dei Mondiali ne rappresentano il varco?

Lasciando in sospeso questo interrogativo che verificheremo in un futuro non lontano, l’industria dei Mondiali di Calcio ha creato un ulteriore indotto attorno alle attività di manifattura, carpenteria ed edilizia principalmente per costruire nuovi stadi e strutture ricettive ed ha richiesto nuova forza lavoro.

L’associazione Human Rights Watch denuncia le condizioni di lavoro delle persone che sono impegnate “nell’industria dei Mondiali”. I lavoratori sono immigrati da paesi poverissimi, vengono pagati 2$ al giorno e lavorano senza nessuna misura di salute e sicurezza, nessuna tutela, al limite dello sfruttamento se non della schiavitù vera e propria, tanto che molti immigrati decidono di fuggire, tornando nuovamente nel paese di origine, oppure di rifugiarsi nelle proprie ambasciate. L’ambasciatore del Nepal in Quatar, dopo aver accolto un lavoratore nepalese che aveva chiesto aiuto si è lasciato scappare la dichiarazione poco diplomatica che in Quatar il lavoro, per i mondiali di calcio in particolar modo poiché non possono sussistere ritardi e contrattempi tali da compromettere le tempistiche dei progetti, è una vera prigione a cielo aperto.

Nel mondo abbiamo giustamente richiesto una modalità di lavoro differente, le società devono agire nella più totale trasparenza, senza tollerare corruzioni o condizioni di lavoro malsane e pericolose, i lavoratori, così come i consumatori devono sentirsi parte di una realtà aziendale che non è solo un parte con cui trattare, ma è una realtà da vivere e da partecipare attivamente, sta nascendo il concetto di corporate citizenship ed il concetto di corporate social responsibility (CSR) sta diventando sempre più centrale, necessario e richiesto anche dagli stessi investitori segno che la direzione in cui il business si sta dirigendo non è più quella del cieco profitto, ma della coscienza ambientale, sociale ed economica che è fondamentale per affrontare il futuro senza mandare il sistema alla deriva (rischio non remoto nelle prossime decine di anni se la rotta non verrà invertita). Questo concetto è da estendersi non solo alla singola grande azienda, ma a tutto l’indotto che mobilita, fornitori e ditte appaltate incluse così come gli stessi Governi dovrebbero controllare e non consentire comportamenti lacunosi, benché legali.

Detto ciò alla domanda se è possibile accettare ciò che sta accadendo in Quatar la risposta è ovviamente no, a maggior ragione se consideriamo che stiamo parlando di un’ industria che, nonostante mobiliti miliardi e miliardi di $, è pur sempre ludica e finalizzata al divertimento. Anche in Quatar si deve agire seguendo i principi di tutela del lavoro e CSR controllandone il reale rispetto, divertirci di fronte alle partite di calcio non può farci dimenticare la sofferenza che può esserci stata stata dietro la creazione di uno svago che è ad appannaggio di una minoranza se consideriamo l’intera popolazione mondiale.

27/09/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Decreto “del fare”: WiFi, EXPO ed il solito colpo di coda

Anche sul decreto “del fare” si notano numerosi traccheggiamenti e discordie che hanno imposto il voto di fiducia. Purtroppo la tendenza è sempre quella a rallentare le azioni, nonostante la rapidità sia fondamentale, è la realtà a ricordalo ogni volta.

Oggi ad esempio è uscito un dato non positivo per l’Italia, l’export extra europeo nel mese di giugno è calato del 2.9%. La giornata lavorativa in meno è sicuramente complice, ma il fatto che i cali maggiori si siano registrati nei confronti degli USA e del Giappone, paesi che hanno dati migliori rispetto alla UE, fa pensare come effettivamente le loro politiche monetarie stiano influenzando positivamente economia e consumi interni.

Da inizio anno il dato sulle esportazioni rimane positivo, in buona parte grazie alla Cina, verso la quale le esportazioni del mese di giugno sono aumentate del 14.9%, Russia, India e Medio Oriente che registrano a Giugno +2%, in calo rispetto alla media del primo semestre.

Anche il dato sull’import extra UE è in calo (-8.7% a giugno)  a testimonianza di una stagnazione totale dei consumi e di domanda che dovrebbe portare a puntare il più possibile le esportazioni.

Nel paese stiamo assistendo a delocalizzazioni di aziende verso l’estero non per usufruire del basso costo del lavoro, infatti i paesi preferiti sono Austria, Germania, Francia ed anche Svizzera, ma per non dover lottare contro la burocrazia, avere leggi, normative e tassazione chiare e stabili nel tempo potendosi quindi concentrare sullo sviluppo del business (la Fiat è stata l’ultima azienda a dichiarare di valutare l’opzione di delocalizzazione in Olanda, ma dietro le dichiarazioni della Fiat vi sono motivazioni più complesse).

Tornando al decreto “del fare” punterei un attimo lo sguardo sulla “liberalizzazione” del WiFi e sull’accordo occupazionale finalizzato ad EXPO 2015.

L’accesso WiFi nei luoghi e negli esercizi o locali pubblici non è più soggetto ad identificazione e tracciatura delle utenze e diventa sostanzialmente libero, purché non rappresenti il core business dell’esercizio che lo offre. Questo passo è decisamente positivo, ma non fa altro che allinearci a quanto in Europa, ivi inclusi paesi che nell’immaginario collettivo molti pensano più arretrati dell’Italia, accade già da anni. Nella maggioranza degli stati europei è sostanzialmente possibile essere sempre connessi ad una rete WiFi pubblica tanto che, portando il concetto all’estremo, potrebbe non essere necessario essere dotati di un abbonamento privato. Ciò, assieme ad un reale processo di liberalizzazione, ha consentito alle tariffe degli abbonamenti, siano essi domestici, mobili o aziendali, di raggiungere livelli molto più bassi che da noi.

Il punto da dover affrontare, che rappresenta il collo di bottiglia dello sviluppo delle nuove tecnologia in Italia, è il digital divide. L’Italia, come si può osservare dalla figura 1, ha registrato nel primo quarto del 2013 una velocità media delle connessioni internet di 4.4 Mbps (ultima in Europa) con velocità massima di picco pari a 30.6 Mbps. Si consideri che una connessione ad almeno 20 Mbps medi è quella necessaria alle aziende medio grandi che vogliano utilizzare la rete come pilastro del loro business. Rimangono inoltre numerose le zone non coperte dalla risorsa internet.

Figura 1. Velocità delle connessioni internet media e di picco nel Q1 del 2013 (fonte: Akamai)

Figura 1. Velocità delle connessioni internet media e di picco nel Q1 del 2013 (fonte: Akamai)

Passando al “mobile” le cose non migliorano, molti altri stati europei adottano già ampiamente la tecnologia 4G, anche in zone rurali, mentre in Italia sono in atto solo recenti sperimentazioni in alcune zone metropolitane.

Oltre alle lacune infrastrutturali vi sono anche quelle di educazione. È stata istituita la PEC (posta elettronica certificata) per ogni attività, anche una semplice impresa artigiana del solo proprietario, per snellire la burocrazia opprimente che è oggettivamente pesante. Obiettivo encomiabile quello di Brunetta, fervente sostenitore della PEC, il punto è che molti piccoli e piccolissimi imprenditori non hanno la minima idea di come si gestisca una casella di posta e visto che ormai tutte le comunicazioni importanti delle pubbliche amministrazioni arrivano esclusivamente via PEC il risultato ottenuto è stato quello di costringerli a rivolgersi ad un ente terzo (i CAF, la CNA ecc) affinché venisse gestita la PEC conto terzi e non sempre gratuitamente. Quindi oltre al costo della PEC stessa (la versione gratuita benché esista è conosciuta solo dal 52% degli italiani), oltre al costo eventuale dell’ente per il supporto, si è incrementata ulteriormente la burocrazia, questa volta fatta non più di carta, ma di uffici e deleghe.

In sostanza la liberalizzazione del WiFi è un passo verso la civiltà, la vera sfida è vincere il digital divide in termini di infrastrutture ed educazione alle potenzialità di business che interne offre.

Il secondo punto del decreto “del fare” di cui vorrei far menzione è l’accordo sull’impiego nel lambito dell’ EXPO2015. Esso introduce nuovi elementi di flessibilità che consentono assunzioni per la gestione e realizzazione del grande evento EXPO e potrebbe essere un modello per tutti i grandi eventi. Nel dettaglio la società Expo assumerà 340 giovani con contratto di apprendistato di età inferiore ai 29 anni ed implementerà specifici piani formativi. Circa 300 persone  saranno individuate partendo dalle liste di mobilità e di disoccupazione e saranno assunte con contratto a tempo determinato. Un totale di 195 persone potranno svolgere uno stage percependo buoni pasto ed un rimborso mensile di 516 euro. Con le regole attuali le assunzioni non avrebbero potuto avere luogo del resto applicare rigidi criteri tipici dei contratti a tempo indeterminato per un evento “spot”, benché di grande rilevanza, come l’EXPO2015 avrebbe avuto oggettivamente poco senso. L’accordo, ritenuto positivo dalla maggior parte delle associazioni e dei partiti politici,  è stato sottoscritto dalla società EXPO (AD Giuseppe Sala) e di sindacati (CGIL, CISL, UIL) dando esempio di flessibilità e collaborazione di cui ora più che mai c’è necessità.

Quella dell’EXPO è una vetrina importante per l’Italia e per i giovani impegnati in ogni forma (assunti, stagisti o volontari) perché mette in contatto con realtà differenti, arricchisce culturalmente e da la possibilità di crearsi un network lavorativo utile. In tal caso a prescindere dalle condizioni economiche si deve consigliare ai giovani, citando la ex ministro Fornero, di non essere “Choosy” e di mettersi in gioco.

Purtroppo anche questa volta non è mancato il colpo di coda della vecchia politica che con un’abile manovra, inserendo un innocuo “NON” all’interno di una frase del decreto, ha annullato la proposta elaborata dall’ esecutivo Monti di mettere un tetto (circa 300’000 Euro all’anno)  allo stipendio dei manager delle società pubbliche e partecipate dalla Stato non quotate in borsa, guarda caso a poche ore dal rinnovo del mandato di AD delle Ferrovie ed a pochi mesi di quello delle Poste… un saggio della politica italiana possessore di un grande archivio avrebbe detto che a pensar male si fa peccato ma….

 

27/07/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

 

Superare l’impasse agostana, poi concentrarsi sul concreto

Il voto di sfiducia al Governo ha avuto esito negativo.

Il Premier Letta ed il suo Esecutivo l’hanno scampata dunque? A dire il vero solo parzialmente perché la vicenda Kazaka ha lasciato strascichi di non poco conto, del resto la questione è complessa sul piano geopolitico internazionale, un vero e proprio intrigo. Nonostante il voto a favore del Governo nel PD si sta diffondendo l’idea della necessità di un rimpasto dell’Esecutivo in ottobre. Ciò si aggiunge alle tensioni già in essere dovute principalmente all’esito del “processo Berlusconi” del 30 luglio che ha sicuramente un’importante valenza politica ed alle decisioni che dovranno essere prese entro il 31 agosto.

Come un eventuale voto di sfiducia al Governo anche un rimpasto non è un provvedimento banale non sono convito che passerà inosservato agli occhi degli altri stati europei ed a quelli delle istituzioni di Bruxelles poiché testimonierebbe che gli attriti già evidenti, ma fino ad ora domati dal Premier con il supporto del Presidente Napolitano, stanno assumendo dimensioni sempre maggiori col rischio di minare seriamente la stabilità politica. In Europa attualmente i paesi che stanno fronteggiando crisi di governo, mettendo i apprensione i mercati, sono non a caso il Portogallo e la Grecia le cui difficili condizioni sono ben note.

Il contesto che stiamo attraversando impone collaborazione e negoziati produttivi sia perché non c’è tempo da perdere in contrasti sia perché le risorse sono poche e vanno utilizzate al meglio, quindi tutte le energie dovrebbero essere vincolate in modo costruttivo. Abbiamo l’onere e l’onore, effettivamente non sempre riconosciuto dagli altri stati membri, di essere un paese fondatore dell’Unione Europea e la terza economia del vecchio continente, questo deve essere chiaro a Bruxelles, ma anche a Roma, non ci possiamo permettere di essere ulteriormente causa o capro espiatorio per movimenti di mercato problematici o alibi per gli speculatori che, considerando le situazioni economiche di Asia ed USA, vedono nel nostro continente la preda più debilitata ed il nostro paese ne rappresenta la vitale giugulare ove attaccare mortalmente.

A proposito di risorse il 31 agosto è il termine per prendere decisioni in merito a quattro temi fondamentali per la resistenza dell’esecutivo: il nodo esodati, la procedura di pagamento della prima tranche da 20 miliardi dei debiti alle PA che vorrebbe essere anticipata rispetto al 2014 ed infine il nodo IMU ed IVA. La cancellazione totale dell’IMU richiesta dal PDL non è ormai evidentemente percorribile, ma la soluzione definitiva è ancora lontana, si parla di franchigia entro un certo limite (i capannoni industriali produttivi non dovrebbero essere tassati in accordo con Confindustria, ma pronunciamenti definitivi non si sono sentiti), oppure di integrazione con TARES e TARSU, o ancora una imposta comunale che tenga conto del patrimonio immobiliare incrociato con il nuovo indice ISEE, ovviamente anche l’ipotesi di un rinvio alla
legge di stabilità del 2014 non manca, servirebbero 4 miliardi, ma la riunione odierna della Cabina di Regia ha confermato, senza esplicitare i modi, una definitiva risoluzione entro il 31 agosto.

L’IVA, che dovrebbe passare al 22% dal 1 ottobre, analizzando i dati è un falso problema, non dovrebbe essere aumentata in quanto non strutturale, non porterebbe gettito e vesserebbe ulteriormente consumatori ed imprese. È dimostrato (Curva di Laffer in figura) che aumentare l’imposta oltre un certo livello (in Italia già superato) deprime i consumi portando incassi molto inferiori rispetto a quanto previsto. È successo con l’aumento dal 20 al 21% e si è ripetuto con l’incremento delle accise sui carburanti che, a causa del drastico calo dell’utilizzo delle auto ed alle difficoltà delle grandi aziende di autotrasporto, ha apportato un gettito inferiore rispetto a quando le accise erano più basse.

Figura 1. Curva di Laffer: prelievo fiscale vs gettito

Figura 1. Curva di Laffer: prelievo fiscale vs gettito

 

Questi nodi sono fondamentali più per consentire al Governo di sboccarsi e concentrarsi su questioni sostanziali che per il loro valore assoluto, pochi spiccioli nel mare magnum del debito. Alcune ombre sulle coperture di qui a fine anno sono state sollevate, poi smentite dai Ministeri competenti. Si sono sentite voci su una possibile manovra correttiva da 12 miliardi, del resto l’oggettiva necessità di concentrarsi sull’abbattimento del debito di oltre 2060 miliardi di € ha portato il Ministro Saccomanni a paventare l’ipotesi, durante il G20 di Mosca, di cessione delle aziende partecipate (leggi le strategiche ENI – ENEL – FINMECCANICA molto appetibili per settore merceologico a stati asiatici, arabi ed anche la stessa Russia dove il Ministro era intervistato) subito smentita modificando “cessione” in “garanzie collaterali” (oggettivamente ai valori attuali più che vendita sarebbe una svendita con conseguente rinuncia ai dividendi che nel complesso, tra Ministero del Tesoro e CdP, ammontano a quasi 2 miliardi annui) ed inserendo la possibilità di quotare Poste e Ferrovie dello Stato che già si sono affacciate sul mercato obbligazionario.

La vera questione da chiarire nell’immediato è che senza investimenti strutturali non conteggiati nel deficit (applicare la golden rule per grandi investimenti infrastrutturali, interventi nell’ambito dell’Expo 2015, detassazione del lavoro ecc), abbattimento della pressione fiscale e del costo del lavoro applicando entro dicembre i provvedimenti della Youth Guarantee, modifica dei contesti produttivi e del modello economico trainante (mettere la finanza al servizio dell’economia reale e di produzione, comprendere quale siano i nuovi settori che saranno trainanti riconvertendo quelli più tradizionali e dei quali l’Europa sta perdendo il primato), spostamento della fiscalità dalle persone ed imprese ai consumi, lotta all’evasione, alla corruzione ed alla burocrazia, abbattimento della spesa pubblica e gestione profittevole del patrimonio statale, costo dell’energia allineato a quello del resto d’Europa, incremento dell’export, riforma delle pensioni e del mercato del lavoro favorendo la riallocazione e riconversione dei lavoratori sarà la stessa Unione e non uscire dalla crisi e rischiare l’implosione.

Le misure sono quello ormai note e devono essere prese in sede Europea: unione bancaria e fiscale, mercato unico dell’energia, condivisione trasparente dei dati bancari, regimi sui proventi finanziari comuni e soprattutto politica monetaria che temporaneamente inietti liquidità (applicando il meccanismo OMT dell’ ESM o stampando direttamente) per far partire la fase degli investimenti come hanno fatto, fino ad ora a ragione, il Giappone, momentaneamente in attesa del rinnovo della Camera Alta, e gli USA che hanno registrato buoni dati in termini occupazionali ed hanno i loro indici borsistici ai massimi storici.

L’esempio della Grecia, col senno di poi, dovrebbe essere una lesson learnt. Avere agito subito senza ricorrere in modo quasi ostinato all’austerità che ha portato in ultimo al taglio di 25000 dipendenti pubblici che sicuramente contribuiranno a deprimere ulteriormente economia e consumi nonostante un drastico abbassamento dell’IVA su certi prodotti e servizi per supportare il turismo estivo favorito dalle tensioni in medio oriente ed Egitto, avrebbe ridotto di 10 volte il costo sostenuto fino ad ora dai greci e dall’ Europa tutta.

L’obiettivo è dunque superare il 31 agosto, sbloccare l’empasse e lavorare con determinazione così a Roma come a Bruxelles senza pensare in questo frangente a rimpasti, congressi e vicende processuali. Cosa fare si sa, come fare si studia e si implementa, cominciare e subito a farlo è fondamentale.

20/07/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

 

M&A: tutti molto più attivi che noi

Opinioni contrastanti si sono lette sulle ultime due importanti acquisizioni che aziende estere hanno portato a termine nel nostro paese.

L’ultima in ordine temporale è stata l’acquisto da parte dei Toksoz, turchi di Istanbul, della Pernigotti, storica azienda italiana operante nel settore dolciario, rinomata per il famoso Gianduiotto e posseduta dalla famiglia Averna. Precedentemente si era verificata un’altra grande acquisizione nel campo del lusso, la francese Lvmh del miliardario Bernard Arnault si aggiudicò per la cifra  molto consistente di 2 miliardi di euro (altro che acquisto in sconto) l’80% dell’azienda Loro Piana, famosissima per i suoi cachemire e tessuti di pregio; lo scorso anno sempre la Lvmh aveva rilevato la maison del gioiello Bulgari per oltre 4 miliardi di euro.

Aziende italiane, in un momento di debolezza come quello attuale, possono rappresentare un buon investimento ed un modo di fronteggiare la recessione per quei paesi emergenti dall’alto tasso di crescita (la Turchia ad esempio fino ad ora ha corso quasi al 5%) o per quelle aziende solide che per aggredire il mercato e la crisi hanno, a mio avviso giustamente, deciso di investire in eccellenze ed in prodotti rinomati, di qualità e ad alto valore aggiunto, consapevoli che non può essere europea la battaglia del basso costo.

Il fenomeno delle acquisizioni non è unilaterale, ma i numeri sono decisamente squilibrati: nel 2011 le imprese straniere hanno operato 108 grandi o piccole acquisizioni nel nostro paese (operazioni “Estero su Italia”), per un controvalore totale di 18 miliardi di euro. Decisamente di consistenza inferiore sono state le operazioni “Italia su Italia” e “Italia su estero”, rispettivamente 157 e 64, per un controvalore pari ad “appena” 10 miliardi di euro.

La nazionalità delle aziende che hanno acquistato realtà italiane sono molteplici, ci sono i paesi emergenti come la Cina che ha acquistato la ferretti Group leader nella costruzione di yacht di lusso; i solidi europei come la Germania dove è andata a finire la Lamborghini o alcune cantine del nord est; i cugini transalpini francesi dove hanno trovato dimora i marchi del lusso già citati, la pasticceria Cova, importanti marchi della grande distribuzione, la Parmalat confluita nella Lactalis e l’energetica EDISON divenuta EDF; i lontani statunitensi che hanno acquistato la Ducati; i ricchi arabi con Valentino ed anche gli spagnoli che nel 2008 con il Grupo SOS acquistarono l’azienda olearia Bertolli dopo aver già acquisito il marchio Olio Dante.

Il fatto che aziende straniere investano in Italia è da ritenersi positivo, è un riconoscimento della validità e delle capacità di creare prodotti di qualità, inoltre allo stato attuale non esistono realtà nazionali in grado di impegnare ingenti capitali. La condizione però deve essere quella di investimenti reali che mantengano e possibilmente incrementino posti di lavoro, preservino le tipicità e le caratteristiche delle produzioni e dei manufatti senza operare, come è accaduto in passato, acquisendo solo il brand per potersi fregiare del suo prestigio, delocalizzando poi in zone con bassi costi di manodopera e regimi fiscali più accomodanti oppure cambiando fornitori a scapito della qualità, tradizione e “geograficità”. Un investimento estero concreto e consistente sarebbe sicuramente un esempio di buona globalizzazione ben rappresentato dal motto “Think globally but act locally” in grado di portare progresso e benessere nel pieno rispetto delle tradizioni, una sorta di GSR “Globalization SOcial Responsibility”.

Acquistare un brand italiano di pregio ed in seguito delocalizzare non è fortunatamente sempre banale poiché le competenze, spesso tramandate da generazioni e patrimonio di una precisa area geografica, non sono facilmente replicabili, esistono infatti esempi che hanno visto tentativi di delocalizzazione fallire ritornando poi a produrre nel luogo d’origine.

Un elemento interessante del fenomeno è che coinvolge non solo potenze emergenti, ma anche altri stati europei colpiti anche pesantemente dalla crisi sistemica che stiamo vivendo. Per la potenza economica che teoricamente l’Italia dovrebbe essere, membra del G8 e terza economia dell’area Euro,  le grandi aziende italiane, prime tra tutte le partecipate, dovrebbero approfittare di questo momento per fare shopping acquisendo imprese e compagnie estere, ma ciò avviene molto raramente. Evidentemente nel nostro paese non vi è quasi nessuna multinazionale in grado di permettersi significative operazioni di M&A paragonabili ai 2 miliardi spesi per Loro Piana da Lvmh, anzi la tendenza attuale per le realtà nostrane è quella di dismettere assets.

Questa è la conseguenza di un sistema paese, di una politica e forse anche di una classe dirigenziale che fino ad ora non hanno saputo creare quel tessuto di grandi e meno grandi aziende in grado di auto sostenersi nonostante la crisi, come è accaduto in Francia dove un sistema di welfare, di politiche per il lavoro ed al contempo di sostegno alle imprese unite a manager di valore ed intuito ha consentito la nascita di realtà che hanno costruito una potenza di fuoco da noi senza eguali. La capitalizzazione di tutta la borsa italiana è inferiore rispetto a quella di alcuni singoli colossi come la Shell, la Exxon, la Apple o la Microsoft del resto è difficile pensare che in Italia possano trovare terreno fertile e facilità di sviluppo grandi realtà industriali se è vero che oltre 15’000 aziende sono fallite a causa dei mancati pagamenti delle PA (in Finlandia lo Stato paga in media entro 24 giorni), oppure se pensiamo all’enorme burocrazia che una azienda deve quotidianamente subire, alle difficoltà nell’ottenere permessi e certificazioni districandosi nella giungla di norme e leggi valide a livello nazionale, regionale, provinciale, comunale, limitate ad enti particolari come le comunità montane oppure alle regioni a statuto speciale ecc. Di sicuro in Italia Bill Gates, Steve Jobs o Mark Zuckerberg avrebbero avuto molte più difficoltà ad avviare i loro imperi in uno scantinato, certamente non a norma ASL. Come non menzionare poi il costo del lavoro ed il livello di tassazione, inoltre anche le aziende come i cittadini spesso sono viste alla stregua di “toppe” per i problemi di bilancio, si pensi ad esempio alla Robin Hood Tax sul settore energetico da poco estesa anche a realtà più piccole per fatturato. Non esenti da colpe sono poi le stesse aziende che spesso hanno avuto strategie senza significativo ritorno, non hanno saputo adeguare rapidamente la produzione alle nuove richieste, hanno avuto troppe influenze dalla politica la quale probabilmente ha messo dinnanzi agli interessi dell’azienda e dell’azionista i propri, non sono stati seguiti criteri meritocratici e poco è stato fatto per identificare, sviluppare e trattenere quei talenti di cui il nostro paese e le stesse aziende sono piene e che sempre più frequentemente, come sta accadendo per le “Companies” nostrane, prendono la via di sola andata per l’estero.

Osservando tutti questi fenomeni e quanto valide siano le nostre potenzialità ancora una volta c’è di che rammaricarsi.

13/07/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

Priorità rimandate ed energie sprecate

Pare sempre più incredibile come su molti mezzi di stampa ed in TV non si faccia altro che parlare delle vicende giudiziarie del PDL, delle contestazioni in Parlamento degli esponenti del M5S e delle tensioni interne al PD. Ancora peggio se si pensa che siffatte vicissitudini stanno rallentando o bloccando i lavori di un Governo che, seppure da tutti indesiderato, avrebbe le carte in regola, e per competenza di molti membri primo tra tutti il Premier Letta, e per i numeri che lo dovrebbero supportare, per ottenere buoni risultati in tempi brevi e negoziare autorevolmente le politiche europee, come sarebbe, anzi è, necessario fare nella situazione che stiamo vivendo.

Inutile ricordare i dati che ogni giorno ci confermano l’estrema difficoltà in cui versa il paese sebbene qualche flebile segnale positivo si stia cominciando a percepire; ad esempio è leggermente aumentata negli ultimi mesi la propensione al risparmio degli italiani, che ovviamente, da bravi “cassettisiti” storici, non spendono e consumano, ma tendono a depositare in banca per affrontare le incertezze del prossimo futuro.

Mi chiedo ingenuamente perché ci sia questa ostinazione ad agire lentamente e senza convinzione, eppure di cose urgenti ed importanti da fare ce ne sarebbero. Ad esempio accelerare ulteriormente il pagamento dei debiti alle PA pare infatti che vi siano dei problemi a rallentare la procedura oppure agire con un piano deciso nel tagliare la spesa pubblica. Tutti rammentano che ci sono margini, ma allora perche non pianificare già da subito dove poter aggredire? Ad esempio il centro unico di spesa è stato implementato?

Il tema del lavoro, giovanile in particolare, dalla detassazione, agli stage, all’abbattimento del cuneo fiscale, alla riforma delle agenzie per l’impiego, è oggetto di quell’accordo e di quelle misure europee previste dalla “Youth Guarantee” che dovranno essere implementate ed entrare in vigore entro la fine del 2013 per poter avere accesso a tutti finanziamenti stanziati da Bruxelles. Mi chiedo se si è cominciato a lavorare su questi importanti provvedimenti. Mi domando anche come proceda il disegno di una nuova legge elettorale e se, avendo identificato il problema del costo dell’energia come uno dei più importanti, stiano già lavorando in tal direzione. La lotta alla burocrazia? Ci sono idee concrete?

Parlando di infrastrutture l’Italia non è al livello degli altri stati membri, il superamento del digital divide è fondamentale, “e-banking” a parte l’Italia nell’ “e-commerce” è molto arretrata contrariamente a quanto avviene in Europa. Addirittura 1 italiano su 3 dichiara di non aver mai usato internet, senza considerare quelli, e non sono pochi, che lo utilizzano in modo “elementare”. Alla luce del fatto che sarà inevitabile per questioni di costi ed efficienza digitalizzare ove possibile servizi e pubbliche amministrazioni, un piano di educazione digitale  potrebbe essere fonte di occupazione, risparmio e creare valore aggiunto per tutta la cittadinanza? Le strade, le ferrovie, le grandi e le piccole opere a vario titolo bloccate sono in via di sblocco?

Uno studio redatto dalla Università Luiss assieme alla Enel Foudation ed all’Aspen Institute rivela che su un campione di 40 aziende il 50% dichiara di essere rallentata nel proprio sviluppo a causa di infrastrutture inefficienti (energia, comunicazioni, internet, trasporti ecc), non sarebbe il caso di confrontarsi seriamente col problema?

Limitatamente a questi pochi esempi sembra che di cose da fare ce ne siano, perché allora non cominciare di buona lena ad affrontarle?

Il declassamento del debito italiano (in genere quelle delle aziende segue a ruota) operato da S&P  sembra sorprendente, ma non è proprio così, come non è vero che non abbia avuto conseguenze, gli oltre 9.5 miliardi (ottimo risultato per la richiesta)  di BoT collocati il giorno seguente hanno superato l’1% di interessi. Sicuramente queste agenzie lavorano in regime di conflitto di interessi, ma risposte chiare dal nostro paese su provvedimenti e riforme strutturali non sono ancora pervenute. La CIG è stata rifinanziata fino a dicembre con fondi destinati alla produttività, le piccole opere con quelli destinati alla TAV, l’IMU e l’IVA saranno coperte, ma da cosa precisamente? Il ministro Saccomanni dice che sarà presentato un piano di dettaglio, ma una dichiarazione non soddisfa S&P. Oggettivamente come sarà affrontata la disoccupazione, i problemi delle imprese o l’elevato livello di tasse? Come si cercherà di incrementare l’export? Si è detto quasi di sfuggita di voler ottenere rendite dal patrimonio immobiliare, benissimo, ma come? Vendendo o creando un fondo privato (ipotesi più probabile)? E quanto potrebbe essere ricavato? Si sono sentiti numeri da 50 a 400 miliardi di €, testimonianza che le idee non sono proprio chiare.

Con tutte queste incertezze non stupisce se le “tremende” agenzie ci osservano e ci penalizzano, attualmente per S&P abbiamo lo stesso rating del Marocco, BBB a due passi dal livello spazzatura; titoli spazzatura, per statuto non possono essere acquistati da molti fondi, istituti bancari o Governi ed allora sarebbe davvero la fine.

Perché è così difficile capire che le priorità sono altre rispetto a ciò che sta bloccando la politica? Nel mentre il debito aumenta attestandosi a oltre 2’057 miliardi di €  e su un noto quotidiano spunta l’ipotesi di qui a fine anno di una “mini-manovrina” fiscale per coprire IMU ed IVA … ma tanto ci sarà il piano di Saccomanni.

 

10/07/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale