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Un “mini bilancio” di un semestre dopo l’ultimo consiglio UE

cons-1112011224357aL’ultimo consiglio europeo sotto la presidenza italiana, che si concluderà ufficialmente il 13 gennaio, è ormai alle spalle ed è già tempo di bilancio.

Dal punto di vista di Matteo Renzi, Premier italiano e presidente europeo di turno uscente, questo semestre sarebbe stato il semestre spartiacque tra austerità-stagnazione e crescita-lavoro. In realtà lo stesso Premier non pare troppo convinto di ciò, infatti anche lui stesso, abituato a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno presentandolo in taluni casi come strabordante, ha definito il piano di investimento di Juncker, in realtà l’unica vera eredità di questo semestre se si esclude la formazione della nuova Commissione, come un po’ poco coraggioso e ciò detto da lui vale più di mille analisi.

Effettivamente se si pensa alle attese con cui era stato caricato da Renzi questo semestre, e immediata è l’analogia con le aspettative di cambiamento, di apertura di una stagione di riforme attuate a cadenza mensile con tanto di crono-programma, profuse in Italia, ha deluso, trascorrendo molto sotto tono e totalmente caratterizzato dal rinnovo delle commissioni, con unica vero risultato (per taluni positivo, per altri no) di aver ottenuto la Mogherini come alto rappresentate della politica estera e sicurezza europea, e dalle tensioni in politica estera, ancora in corso, che spaziano dalla crisi russo-ucraina alla situazione medio orientale, libica e del Mediterraneo, passando per la guerra sui prezzi del greggio. Curioso, ma da non sottovalutare, come l’Italia, e per posizione geografica e per interessi economico-commerciali, risulti molto penalizzata su tutti i fronti: gli scambi commerciali con la Russia sono notevoli e le sanzioni imposte indubbiamente penalizzano la nostra economia, la Libia è nostra fornitrice energetica, così come la stessa Russia il cui gas transita attraverso l’Ucraina e sappiamo bene che le forniture potrebbero essere a rischio sia per ritorsioni russe che ucraine. Ripercussioni per il nostro paese potrebbero derivare anche da una guerra sul greggio se portata all’estremo perché, a fronte di un calo dei prezzi che si sta effettivamente verificando, potrebbe esserci una ulteriore spinta verso la deflazione (come già detto in precedenza – LINK).

Anche il concetto di flessibilità sicuramente non ha raggiunto il livello che Renzi intendeva raggiungere o quanto meno aveva comunicato di voler raggiungere, perché se il termine è diventato di uso comune, quasi abusato, in realtà mai ci si è avvicinati ad una reale discussione su una flessibilità che fuoriuscisse dai trattati, nonostante una situazione economica ben più che problematica e senza segni concreti di inversione di tendenza; la flessibilità utilizzata è sempre stata, e non senza scontri, quella dei patti, insufficiente per dare quello shock al sistema che serve in questi momenti. Nemmeno pensabile quindi un avvicinamento al risultato che Renzi dichiarava di voler raggiungere, ossia recarsi a Bruxelles e “battere i pugni sul tavolo” (locuzione un tempo giornalmente proferita ed oggi scomparsa) per avere una revisione dei trattati, abbattendo in particolare “quell’anacronistico vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL” che rimane tanto anacronistico quanto attuale. La la linea tedesca ha avuto costantemente la meglio e, sia nelle azioni che nella comunicazione, il terzetto Merkel, Schauble, Weidmann non deve prendere lezioni da nessuno: è un tridente micidiale, invincibile fino ad ora.

Avevamo già avanzato dubbi sul piano Juncker (LINK), dall’ultimo Consiglio emerge la possibilità dell’applicazione della “Golden Rule” che consente lo scorporo degli investimenti per progetti di crescita (infrastrutturali, energetici, tlc, trasporti ecc) dal deficit. L’applicazione della regola aurea sarebbe ovviamente limitata alle sole quote di investimento destinate al pino di Juncker, ma anche in tal caso sì è di fronte solamente ad un intento futuro perché i dettagli saranno definiti il prossimo anno. Il piano Juncker prevede lo stanziamento da parte dell’Europa di 21 miliardi (16 dalla UE e 5 dalla BEI) per crescita che dovrebbero lievita a 315 grazie ai contributi dei singoli stati membri e soprattutto degli investimenti privati (ribadiamo che non è semplice pensare un così cospicuo moltiplicatore degli investimenti verso un terreno poco promettente come in questo momento è l’Europa a fronte della presenza di altre zone del globo che hanno ripreso a macinare punti di PIL). Lo sconto sul calcolo del deficit quindi non è stato definito, nè si sa se sia limitato agli investimenti in conto capitale o se includa anche i cofinanziamenti; in sostanza non è ancora chiaro se e quando questo principio verrà davvero applicato, per ora rimane annuncio.

Un buon risultato invece è quello della concessione del pagamento rateizzato, qualora fosse necessario, della quota che i singoli stati membri devono corrispondere al budget europeo.

Per quanto si è potuto costatare, affinché vi sia qualche possibilità che la Golden Rule sortisca effetti non nulli, essa dovrebbe essere applicata a tutti gli investimenti dei singoli stati, a prescindere da piano Juncker. Ovviamente ciò trova le opposizioni tedesche che, oltre a ribadire correttamente come vadano portate a termine ed attuate le riforme, non hanno assoluta intenzione di concedere allentamenti sui vincoli. La stessa Merkel lo ha sottolineato proprio durante il Consiglio, ribattendo a Juncker in riferimento alla possibilità di applicazione della regola d’oro al suo piano. A causa di un simile contrasto il prossimo anno quando i dettagli dovranno essere discussi e decisi, essa sarà una partita tutt’altro che facile, scontata e rapida. Il Cancelliere tedesco avrà la solita voce in capitolo e di certo influenzerà la decisione e se si verificherà che sul piano Juncker ceda qualche decimetro di terreno c’è da star certi che avrà già trattato una contropartita a suo beneficio altrove.

Sicuramente da prendere atto dell’impegno italiano nel rispetto dei vincoli, quelli che non v’è stato modo di rivedere, e questo l’Europa lo deve riconosce. Per il resto, la legge di stabilità del nostro paese è stata rimandata a Marzo con una sorta di ultimatum (LINK – LINK) che ha portato con se dichiarazioni al veleno e seguenti smentite che lasciano trasparire come la tensione sia alta, la linea non condivisa e soprattutto non chiara neppure alle più alte figure dell’istituzione europea. La sensazione è di un navigare a vista, deleterio quando si è di fronte ai problemi attuali e dove i populismi e gli anti-europeismi sguazzano e proliferano copiosi, ed effettivamente è ciò che sta pericolosamente accadendo in Europa anche per via della situazione di disagio sociale che da Grecia a Portogallo passando per talune zone della Spagna non può essere negata.

Sulla nostra ex finanziaria recentemente “fiduciata” dal Senato, il Ministro Padoan ha dichiarato che è un elemento che ci da autorevolezza in Europa, dimostrando la nostra serietà.

Difficile che la nostra autorevolezza possa incrementare se le istituzioni europee ne hanno seguito lo sviluppo, ossia la presentazione di un Maxi Emendamento composta da circa 780 modifiche tre le quale alcune anche avanzate dal Governo, proposto al Senato alle 19:00 di sera con voto alle 4:00 di mattina (Sergio Zavoli, 91 anni 22 ore consecutive in aula… io non ci avrei capito nulla dopo la metà del tempo….). Sostanzialmente i parlamentari non hanno neppure avuto il tempo materiale di leggere li Maxi Emendamento, figuriamoci di approfondirlo. Inoltre alle 4:00 di notte, in un tour de force simile, difficilmente si ha la lucidità necessaria a prendere decisioni delicate. In genere a quell’orario la probabilità che ci scappi il pastrocchio è alta. Come se non bastasse la legge sarebbe stata presentata con errori e parti incomplete tanto che anche il Governo stesso si sarebbe scusato per i ritardi. Adesso, dopo un nuovo vaglio della commissione bilancio, andrà alla Camera, il tutto per concludersi prima di Natale. Se poi i ritardi e gli emendamenti sono serviti a togliere le cosiddette mance, come ha sostenuto Renzi, ben venga, ma è difficile pensare che, tra le 780 modifiche, tolta una mancia non ne sia stata introdotta un’altra (vengono riportate quelle ai trasporti, ai giochi d’azzardo, ai porti ecc).

Infine, anche la fretta sulla riforma del lavoro e quella elettorale (differente è la discussione sull’Ilva, che pure si terrà in quei giorni, perché in per l’acciaieria vie sono le motiziavioni tecniche di mancanza di liquidità ad imporre la massima rapidità) in Parlamento nel “blitz natalizio” del 24-27-28 dicembre quando nessuno si interessa di politica e quando i banchi parlamentari rischiano di essere vuoti per le imminenti festività in corso, la spending review quasi scomparsa assieme al lavoro di Cottarelli, ben pagato poi accantonato chissà dove, e l’imminente dimissione del Presidente Napolitano, che a questo punto dovrebbe comunicare una data precisa, danno l’impressione che il clima del paese rimanga incerto ed instabile; ciò è percepito anche all’estero, come riportato da Les Echos.

Ora il semestre è alle spalle, quel che è stato fatto (poco e non solo per colpa propria) è stato fatto, adesso la politica dovrebbe certamente a continuare a lavorare (meglio) in Europa e concentrarsi sulla situazione nazionale (non solo sull’elezione al Colle per la quale i coltelli si stanno già arrotando) tutt’altro che stabile, semplice da gestire ed scarsamente orientata alla crescita ed all’attrazione di investimenti.

21/12/2014
Valentino Angeletti
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Breaking news 17/12/2014

‎Italia: Italicum si Italicum no…bla bla bla…… roba da Vianello e Mondaini (anzi no, perché Sandra e Raimondo sono adorabili, un pezzo di TV Italiana)! Nel ‎Mondo si fa la storia: “‎TodosSomosAmericanos” ‎USA – ‎Cuba dopo 53 anni i rapporti si distendono grazie alla mediazione papalina che ha giocato un ruolo simile a quello di Giovanni Paolo II nell’allentare le tensioni durate la guerra fredda tra Occidente e blocco sovietico.

“‎Renzi: ‎riforme, poi ‎Quirinale; Berlusconi e ‎Brunetta prima Quirinale, solo dopo le riforme, altrimenti veto da parte nostra”. Ma la condizione… fondamentale per supportare un simile dibattito è sapere se e quando si dimetterà Napolitano, altrimenti parole sterili ed al vento.

Centro Studi Confindustria:
Pil 2014: -0.5%;
Pil 2015: +0.5%;
disoccupazione continuerà ad aumentare anche il prossimo anno;
la corruzione è costata 300mld nel 2014 considerando come paragone il livello di corruzione francese (non zero corruzione, ma solo un po’ meno), lo 0.8% del Pil ogni anno.

Commissione Senato blocca la legge di Stabilità, lavori parlamentari e riunioni di maggioranza si sono protratte durante la notte. Oggi riprenderanno la discussione.
Mi chiedo, ma alle 2,3,4 di notte con che lucidità si può lavorare? Trattando peraltro un tema così delicato??

Sul caso Marò i Ministri Gentiloni e Pinotti han riservato parole dure, non c’è intenzione dell’Italia di rimandare in India Latorre nonostante la sentenza della Corte Suprema indiana che richiede indietro il militare italiano.
Girone rimane nelle “galere” indiane e visto il clima pare poco probabile un suo rilascio. Sono più di due anni e vari governi (il che non ha aiutato) che, a parte le parole di impegno, la situazione si protrae senza volgere a soluzione ed è venuto il momento di mettere da parte orgogli nazionali più di facciata che di sostanza perché l’inconsistenza dell’Italia e dell’Europa all’estero è comprovata da questa (e non solo) vicenda ed ogni interesse economico.

Attacco Hacker a Sony da parte della Corea del Nord per il film “Interview”, Kim Jong-Un smentisce.
Mi par mossa marketing,una bufala,simili azioni non si annunciano,si fanno, solo dopo se ne denunciano gli effetti! Se alla fine il film verrà proiettato, magari in ritardo, troverei conferma delle mie ipotesi.

A ridosso di Natale tutti impegnati con regali, cene, panettoni, lavoro da chiudere entro l’anno (mio caso) ecc, ecc, presteranno poca attenzione alla politica, ma il Parlamento (I presenti…usualmente pochi sotto le feste) voterà il JobsAct. In un tanto sospetto quanto consueto blitz natalizio. Bisogna stare sempre vigili! Sempre!

17/12/2014
Valentino Angeletti
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L’UE dopo un allentamento torna a pressare l’Italia (e la Francia)

Le entità istituzionali, politiche ed economiche italiane avevano appena finito, in alcuni casi non senza altisonanti quanto eccessivi proclami pubblici, di gioire e “gongolarsi” per l’approvazione della legge di stabilità 2015 da parte della Commissione UE. In realtà non si è trattata di una vera promozione, ma di un rimando a marzo 2015 in compagnia di Francia e Belgio, data per la quale si dovranno vedere i risultati delle misure economiche e delle riforme intraprese dai paesi in oggetto perché ad oggi di oltrepassare i limiti dei trattati ancora non se ne parla. Avevamo già espresso i nostri dubbi (LINK: Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo. 28/11/14 ) interpretando le parole della Commissione più come un ultimatum che come una promozione. Oggettivamente però qualche mese in più, perché l’Italia stando ai numeri non ha rispettato gli accordi, è stato concesso e, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno col più ben’augurante ottimismo, si poteva sperare che quello fosse l’inizio di una stagione che si lasciasse alle spalle l’eccessiva austerità per concentrarsi davvero su occupazione, crescita, investimenti, riforme tali da coinvolgere in modo trasversale tutta l’Europa, la quale, ripetendolo come di consueto, ha assoluta necessità di una nuova governance. Ovviamente l’Italia non fa eccezione, anzi, essendo un paese in grande difficoltà, risulta anche uno di quelli che più ne abbisogna. La flessibilità dei conti e l’allontanamento dai vincoli programmatici imposti, almeno nel periodo di crisi per poi renderli nuovamente vigenti, così come una politica monetaria ancora più espansiva, sarebbero stati dei mezzi grazie ai quali provare a rilanciare l’economia. Negli USA del resto, ed anche il 2015 non fa eccezione, trovano praticamente ogni anno un accordo i Democratici ed i Repubblicani sul budget dell’anno seguente che consenta un debito pubblico superiore al 100% del PIL per evitare lo shutdown, ossia un incremento di tasse che evidentemente ritengono insostenibile in questo periodo che li sta vedendo ripartire, molto più brillantemente dell’Europa e grazie anche alle manovre espansive della FED di Ben Bernanke prima e Janet Yellen poi, dopo una dura crisi economica.

Appena pochi giorni dopo (06-07/12) invece, è stata la Merkel in un’intervista al tedesco Die Welt a riportare tutti con in piedi per terrà affermando che la Commissione ha riscontrato che quanto fatto da Italia e Francia non è sufficiente ed ha aggiunto che lei è dello stesso parere prendendo atto che i due paesi sono nel bel mezzo di un processo di riforme delle quali i risultati hanno ancora a venire. Tecnicamente ha ragione, non ha detto nulla di nuovo rispetto alla Commissione, ha solo utilizzato una chiave di lettura differente, molto più tedesca, rispetto a quanto fatto in Italia. La stoccata del Cancelliere tedesco di certo è di quelle che lascia il segno ed  a distanza di poche ore, in occasione dell’Eurogruppo che ha dato il via libera politico alle note della Commissione UE sulle leggi si stabilità, è stato il Ministro delle Finanze Schauble ed edulcorare le parole della Merkel puntando l’attenzione sulle riforme che l’italia sta portando avanti e auspicandosi che a regime consentano di intraprendere un percorso più virtuoso. Il concetto è quello medesimo della Merkel: al momento i patti non sono stati rispettati e si attendono gli effetti delle misure adottate che ad ora risultano insufficienti. In ogni caso il passo falso comunicativo è stato riconosciuto ed anche il portavoce del Cancelliere, Steffen Seibert, ha smorzato i toni dichiarando che non sta alla Germania dire ad altri Stati come comportarsi e che il Governo tedesco riconosce l’impegno italiano nelle riforme. Il succo insomma non cambia, ma i rapporti idilliaci tra Renzi e Merkel sembrano incrinati ormai da tempo e fino ad ora ad averla vinta è stata la seconda.

Sempre dall’Eurogruppo anche il pragmatico Presidente olandese Dijsselbloem, pur riconoscendo l’oggettiva difficoltà della situazione italiana e l’impegno nelle riforme (ormai un leitmotiv), sottolinea che i vincoli non sono stati rispettati da Francia, Belgio ed Italia. Per quest’ultima a preoccupare è il debito e la correzione sul deficit di solo 0.1% PTI anziché di 0.5%, uno 0.4% che vale circa 6 miliardi e che dovrà essere recuperato entro marzo. Per fare ciò vi sono tre vie: aspettare gli effetti delle riforme già avviate; implementare nuove riforme o manovre aggiuntive; effettuare una nuova valutazione da parte della Commissione. Il Ministro Padoan ha smentito immediatamente le voci di una manovra aggiuntiva (non c’è da stupirsi, se non lo avesse fatto probabilmente importanti conseguenze di Governo si sarebbero avute) ed effettivamente non è ciò che richiede Bruxelles, il quale si limita a ricordare che a marzo il percorso di rientro di deficit e debito dovrà essere quello dei patti, i mezzi per raggiungere tale scopo sono liberamente in capo ai singoli stati membri, quel che conta è il numero finale. Evidentemente Padoan confida che ciò possa essere conseguito grazie alle riforme che stanno prendendo lentamente corpo. Il concreto Presidente dell’Eurogruppo ha anche rilanciato che non è sufficiente annunciare un piano di riforme ambizioso, ma esse devono essere attuate con rapidità e soprattutto devono fornire i risultati attesi, risultati che ad esempio sul Jobs Act non sono così condivisi unanimemente, a cominciare da Moody’s che non ritiene possa cambiare il livello occupazionale nel breve termine (e marzo è breve termine).

Non ha mancato di far sentire la propria voce anche il Neo-Commissario UE Jean Claude Juncker. In un’intervista alla testata tedesca FAZ, forse mosso dall’impeto di compiacere Germania e Merkel, ha tuonato che se Italia e Francia a marzo non presenteranno misure soddisfacenti e risultati concreti andranno incontro a conseguenze spiacevoli (quasi una minaccia), salvo poi aggiungere che in questa fase si deve dare fiducia ai due paesi ed a marzo verificare se tale fiducia sia stata disattesa o meno. L’invettiva grave e fuori luogo per i toni è emblematica delle posizione di Juncker che ha ulteriormente rincarato la dose suggerendo ad Italia e Francia di non lamentarsi poiché erano da procedura di infrazione e se questa non è stata applicata è stato merito delle sue posizioni. Una decisione della Commissione tutta politica insomma, perché a livello strettamente burocratico ed economico la procedura di infrazione avrebbe dovuto essere aperta.

Infine anche Draghi e la BCE han proferito parola sull’Italia decendo che per mantenere credibilità sui mercati devono essere portate avanti le riforme ed anche i patti europei non devono essere violati.

Si evince chiaramente dal sapiente palleggio tra Merkel e Schaeuble, dalle dichiarazioni di Dijsselbloem, da quelle di Juncker e della BCE che la trazione europea dei prossimi mesi continuerà ad essere quella orientata a far rispettare in modo deciso i trattati e, nonostante le circostanze di eccezionalità che fanno parte dei patti stessi e la cui presenza non può essere più negata, il margine di flessibilità che potrà essere concesso è esclusivamente quello dei trattati stessi. Allentamenti simili però proprio per le somme in gioco e per la situazione gravemente compromessa hanno dimostrato di non essere sufficienti e ben poche speranze vi sono che possano smentirsi nell’immediato futuro.

Un primo banco di prova importante è rappresentato dal caso greco. In questa sede fin da subito si disse che salvare lo Stato Ellenico sarebbe costato molto meno che imporre rigidi paletti ed il duro commissariamento della Troika. Adesso alcuni parametri economici sono migliorati, ma al prezzo di un alto disagio sociale, povertà diffusa, privatizzazioni imposte senza che le condizioni di mercato fossero coerentemente proficue, taglio stipendi statali e pensioni, aumento IVA e riduzione dei servizi di welfare (la sanità è di fronte a gravi problemi), tanto che a breve si terrà l’elezione anticipata del presidente della Repubblica che potrebbe causare, qualora dopo tre votazioni (17-23-29 dicembre) non venisse raggiunto l’accordo, la caduta del Governo e nuove elezioni. Il favorito è Tsipras del partito di sinistra Syriza che chiede l’abbandono del programma della Troika, è deciso a non rispettare gli impegni presi con l’europa e ad andare verso un default con il non pagamento dei titoli di stato. Al paventarsi di questa ipotesi la borsa di Atene ha perso il 12% trascinando con se tutte le piazze del vecchio continente. La Commissione Europea è quindi di fronte ad una scelta: o fermare il piano della Troika che prevede altri rincari dell’IVA, delle accise ed ulteriori tagli, “abbonando” una somma complessiva relativamente irrisoria di circa 2.5 miliardi di €, oppure proseguire dritta, rigida ed inflessibile lasciando campo libero all’ascesa di Tsipras.

La somma in gioco come si evince è sostenibile, ma quello che preoccupa è il precedente che poi potrebbe volersi veder applicato anche in Italia con numeri di un altro ordine di grandezza. Analizzando la situazione anche l’ascesa di Tsipras potrebbe comportare un precedente, forse anche peggiore, cioè l’uscita di un paese dall’Euro, fino ad ora neppure ipotizzabile. Effettivamente se Syriza andasse al governo e Bruxelles continuasse su posizioni oltremodo rigoriste, in ultima istanza si potrebbe giungere anche ad una rottura definitiva e drammatica per l’economia mondiale non tanto per i denari in ballo, quanto per la definitiva scomparsa dell’Eurozona come entità credibile e stabile. Il piano di ristrutturazione del debito t proposto Syriza andrebbe a concentrare la maggior parte delle perdite su BCE e ESM (maggiori detentori di Bond ellenici dopo la ristrutturazione del debito già avvenuta) dei quali la Germania e la BuBa sono maggiori azionisti e contribuenti. A detta del leader greco invece l’8% dei titoli in mano a cittadini privati sarebbe protetto. Per l’Europa la posta in gioco è molto alta ed i tempi per decidere, contrariamente a quanto avviene di solito in contesti istituzionali dove si medita spesso più del dovuto, pochissimo.

L’Italia ha una situazione piuttosto critica, ancora non a livello greco, ma la strada è simile. Gli ultimi dati sulla produzione industriale rilevano -0.1% per ottobre e -0.3% su base annua. Fermo restando che, e lo abbiamo ripetuto miriadi di volte, vanno portate a termine le riforme (più perché non possiamo permetterci uno Stato così inefficiente, burocratico e cieco davanti alle necessità dei cittadini, dei lavoratori e degli imprenditori) dando priorità a tutto quello che può avere un impatto immediato sull’economia e sull’attrazione degli investimenti e si deve tagliare drasticamente la spesa pubblica improduttiva rivedendo tra le altre cose le spese per le regioni, per la sanità (non servizi sanitari), il concetto di ammortizzatori sociali e la struttura del sistema pensionistico e previdenziale eccessivamente penalizzante per alcuni (come artigiani e commercianti, giovani, precari e via dicendo). E tutto va fatto assieme, in poco tempo, perché parla bene Squinzi quando dice che, se dal suo punto di vista il Jobs Act è un buon provvedimento, esso da solo può far poco per attrarre gli investimenti necessari ed invertire il ciclo economico. In fondo senza domanda manca anche una richiesta  consistente di lavoro (lasciando perdere alcuni lavori di nicchia sempre richiesti).

Ciò si inserisce, e BCE ed UE guardano attenti anche questi aspetti, in uno scenario politico sempre più traballante e fluido, con manifestazioni sindacali importanti, rotture interne al PD ed alla sinistra tali da mandare in minoranza il Governo per due volte negli ultimi due giorni ed anche il patto del Nazareno sembra sempre meno solido, con voci su possibili elezioni anticipate a maggio 2015 costantemente smentite, ma sempre più presenti sulla bocca dei politici. Condizioni simili sono tutt’altro che vicine a quanto auspicato dal presidente Napolitano da Torino al forum di amicizia italo-tedesca, ove, molto commosso, stanco e provato fisicamente ha richiesto in Italia ed in Europa maggior cooperazione ed unione, evitando i particolarismi (ed il fatto che parlasse faccia a faccia col suo omologo tedesco è significativo) e le tendenza all’isolazionismo che possono comportare derive nazionaliste pericolose e già ampiamente presenti. Dalle parole del Presidente Napolitano, forse le ultime del suo mandato, si evince un reale timore per le sorti dell’Unione Europea e forse anche questo motiva la scelta di lasciare il suo incarico.

Lo scenario dunque non è buono neppure in Europa e tutti gli istituti, inclusa la BCE, rilevano rallentamenti della dinamica di crescita che risulta peggiore del previsto e che potrebbe essere compromessa.  Ciò che è stato fatto: i trattati, la flessibilità, la politica monetaria, le riforme dei singoli Stati, è risultato non sufficiente.

E’ chiaro che vada voltata pagina e se lato Italia l’impegno deve essere sulle riforme, va detto che la Commissione e Bruxelles devono impegnarsi, con la crisi greca come prima tappa da gestire, ad abbandonare l’austerità imposta con pochi risultati fino ad ora e concentrasi ad elaborare immediatamente una strategia che possa ammettere anche temporaneamente la sospensione dei patti e dei vincoli. Il Piano di investimenti di Juncker lascia più di un dubbio, e viviamo il paradosso che agli Stati che avrebbero bisogno di spendere per investire (come l’Italia) non è concesso per via degli stessi patti; a quelli che dovrebbero investire perché possono permetterselo, come la Germania, non gli viene imposto; ovviamente i privati valutano attentamente se investire in un territorio con prospettive così incerte come l’Europa quando altre zone del mondo sono ben più attrattive.

Infine anche la BCE deve rilevare che il suo compito non è stato assolto. In prima istanza l’intermediario finanziario rappresentato dalla banche ha assorbito tutta la liquidità iniettata distraendola dall’economia. Molto, troppo, lentamente sono state implementate misure volte ad iniezioni di capiteli verso le imprese in modo vincolato in parte attraverso cartolarizzazioni di bond corporate ed in parte attraverso le banche: ABS e TLTRO, sui quali la Germania ha mosso critiche. Attualmente, a causa di un mercato di bond aziendali poco liquido in Europa e per via dei timori delle banche a chiedere prestiti per la poca richiesta creditizia e per gli stess test europei, la risposta a queste misure si è rivelata più fredda del previsto. Il risultato di simili lentezze è stato un Euro fortissimo fino a pochi giorni fa che ha ostacolato le esportazioni e una inflazione sempre in discesa, in alcune zone già negativa, lontana anni luce dal 2% obiettivo. Nonostante questo ancora non viene definito nei tempi e nei modi (pur avendo iniziato a parlarne) dalla Banca Centrale Europea un piano di acquisto diretto di titoli di stato, un QE nella più classica delle accezioni.

Detto in tutta sincerità e per quanto può contare questo parere trovo quantomeno complesso che l’Italia riesca a fare entro marzo ciò che, sia per colpe che per circostanze contingenti, non è stato possibile fare fino ad ora, così come che Europa e BCE abbiano davvero intenzione di approcciarsi diversamente a quanto sta accadendo. Infine anche il fare squadra all’interno di tutta l’Unione e le sue istituzione, quindi Paesi Membri, Commissione, Eurogruppo, BCE ecc, per persegue quegli obiettivi comuni ricordati, per prendere l’ultimo esempio, da Napolitano e che richiamano i valori dei padri fondatori, sembra più un’utopia che una realtà.

11/12/2014
Valentino Angeletti
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Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è

Nell’era della comunicazione digitale, del flusso continuo di notizie, tanto da relegare con tutta probabilità la carta stampata alla funzione di approfondimento ed inchiesta in un futuro non lontano, dell’amore sacrosanto per la libertà di stampa, di espressione e di informazione, sarebbe stato auspicabile che sul Patto del Nazareno almeno una nota, una breve relazione, un mini-sito, una specifica o qualche opendata fossero stati divulgati, invece nulla, il grande pubblico degli elettori e dei cittadini allo scuro di tutto. Di certo si sa che l’argomento cardine, ma forse non l’unico, dell’incontro di qualche ora fa è stato l’Italicum e la nuova legge elettorale. A seconda delle versioni considerate si può capire che l’accordo c’è, oppure che è parziale o addirittura traballante, insomma, tutto ed il contrario di tutto. Con relativa sicurezza possiamo intendere che ci sia stata conversione verso la soglia di sbarramento al 40% (+3% rispetto alla precedente) e verso la possibilità di esprimere preferenze per i membri della lista il cui capo rimarrebbe invece bloccato. L’assegnazione del premio alla coalizione o al partito e la soglia di sbarramento (forbice ipotetica da 3% ad 8%)  saranno invece temi da dirimere in ambito parlamentare, con un Renzi relativamente poco interessato a questi aspetti, un Berlusconi aperto alle possibilità di soglia bassa e premio al partito oppure soglia alta e premio alla coalizione in modo da incardinare i piccoli partiti di centro destra a FI e le forze politiche più piccole come NCD, SEL, Scelta Civica, in parte Lega che si accaniranno per strappare una soglia di sbarramento congrua al loro presunto bacino elettorale.

Immediatamente dopo l’incontro “Renzi – Berlusconi” si è tenuta anche una direzione straordinaria del PD, convocata d’urgenza e criticata da molti esponenti della minoranza interna proprio per la frettolosità, in cui il Premier e segretario ha fatto il punto escludendo ogni tipo di votazione in merito al suo operato in quanto tutto perfettamente conforme al suo mandato. Ciò non è piaciuto alle fronde che precedentemente incontratesi potrebbero avere intenzione di battagliare e non votare l’assai probabile fiducia al Jobs Act, alla legge di Stabilità ed alla legge Elettorale appunto. Un passaggio ritenuto importante dal Premier è quello delle tempistiche dell’Italicum: votazione in Senato entro dicembre e passaggio alla Camera entro marzo. Sempre entro l’anno Matteo Renzi vorrebbe concludere anche il percorso del Jobs Act e della legge di Stabilità anche tramite voto di fiducia, ambedue terreni scivolosi tanto internamente ai Dem stessi che rispetto agli avversari politici. Il Premier e Segretario PD, facendo una considerazione sulla situazione economica dell’Italia e dell’Europa, ha identificato come decisivi, nel bene o nel male, i primi tre mesi del prossimo anno.

In realtà per l’Italia la data in qualche modo potenzialmente decisiva sarà ben prima, il 24 novembre quando la nuova Commissione si pronuncerà ufficialmente sulla legge di Stabilità italiana. A valle del report relativo a possibili squilibri macroeconomici, sull’Italia e sulla legge ex finanziaria presentata a Bruxelles sono rimaste perplessità che mantengono il nostra paese sempre ai primi posti nelle attenzioni dell’UE e dell’economia mondiale. In particolare nel documento mancano i dettagli sulla spending review e le tempistiche delle privatizzazioni per giunta trattate parzialmente (ENI non è menzionata, evidente sono i ritardi di Enav, Poste, ed FS e Fincantieri non ha sortito i risultati sperati), ricordando che essi sono stati due capi saldi dei nostri propositi nei confronti dell’UE finalizzati all’abbattimento del debito (dato che più preoccupa) e riduzione della tassazione; le riforme andrebbero anche nella giusta direzione, ma i tanti arretrati in attesa di decreto attuativo rischiano di creare un’ingorgo bloccante delle istituzioni, inoltre la macchina italiana è intrinsecamente lenta e ciò, non sfuggendo ai vigili uffici di Bruxelles, pone dei dubbi sul rispetto delle tempistiche; molte entrate sono o dovute a misure retroattiva o basate su potenziali introiti futuri (come lotta all’evasione) e le stime previsionali su cui si basa la legge di stabilità rischiano di essere sovrastimate, come accaduto regolarmente fino ad oggi: ad esempio il PIL di +0.6% per il 2015 alla base dei calcoli della Legge è già stato rivisto da alcuni istituti (Moody’s ha proposto una forbice tra -0.5% e 0.5%… abbastanza risibile se si considera che vale 1% di scostamento nel range dei valori più probabili, come dire gli piace vincere facile… S&P mette in guardia l’Eurozona dal terzo anno di recessione) e non sembra facilmente raggiungibile alla luce degli scenari macroeconomici internazionali. Infine Moscovici, il nuovo commissario agli affari economici e monetari e facente capo al VP Katainen, non ha negato che verrà valutata la richiesta di un aggiustamento tra lo 0.2% e lo 0.4% circa. Rimane quindi da attendere il 24 per il pronunciamento ufficiale, se però la richiesta di aggiustamento dovesse pervenire, e stando a quanto detto dall’ex Ministro delle finanze francese sono in ballo tra 3.2 e 6.4 miliardi, le risorse dovrebbero essere trovate andando ad attingere ulteriormente alle clausole di salvaguardia che includono tra le altre l’aumento dell’IVA e nuove accise tra alcol, tabacchi, benzina e nel caso peggiore non basterebbero. Un bel problema se consideriamo lo stato del paese in cui il disagio sociale è evidente, la disoccupazione ancora dilagante ed anche il sentimento di sfiducia sta tornando prepotentemente a livelli molto alti sfociando spesso in episodi di intolleranza. Gli scontri di piazza e gli episodi violenti cominciano ad essere troppo frequenti e sono causati da vertenze aziendali (AST di Terni), come protesta (intervento di Draghi all’Università di Roma Tre in occasione del centenario della nascita dell’economista Federico Caffè), la questione irrisolta da anni delle case occupate che sembra ormai stia per esplodere, i dissesti idrogeologici, gli scioperi (il prossimo il 5 dicembre indetto dalla CGIL proprio in concomitanza dei dati record sulla cassa integrazione) tutti problemi che per essere risolti necessitano di pianificazione, investimenti e capacità di reazione rapida, debolezze importanti che non si può nascondere essere tutte colpevolmente assenti nel nostro paese, tanto che ora i nodi vengono al pettine.

Con una lettura simile, che non vuole essere pessimista, ma semplicemente realista e per verificarla basta fare un giro nel paese, uno di quei giri che la nuova politica avrebbe dovuto mettere la centro del proprio operato per indirizzarlo ed avvicinarlo ai cittadini, anche se il Premier riuscisse a rispettare le date stabilite su legge elettorale, Jobs Act e legge di stabilità è evidente che lo scenario non potrà in ogni caso migliorare. Le importanti riforme non sono in grado di portare benefici nel breve-medio periodo ed anche quella sul lavoro pur supponendo che comporti un incremento dell’occupazione necessita di svariati mesi per i primi risultati. Ulteriori ritardi potrebbero essere causati da una eventuale elezione del Presidente della Repubblica qualora decidesse le sue dimissioni e se un precedente è l’elezione dei giudici della Consulta non lascia margini di ottimismo. Il patto del Nazareno ha una indubbia valenza politica finalizzata a rafforzare la leadership del Premier e ad allontanare lo spettro infausto per la disorganizzata FI e per Berlusconi delle elezioni anticipare tanto da renderlo propenso ad accettare qualsiasi compromesso con Renzi, forse anche qualche nome per il Quirinale. La calendarizzazione e le azioni proposte però rimangono dai risultati troppo lenti rispetto a quanto richiesto.

La situazione casalinga si inserisce in un contesto Europeo ancora debole, Draghi parlando da Roma ha ribadito che il livello di disoccupazione non è sostenibile ed ha confermato la disponibilità della BCE ad utilizzare altre misure non convenzionali qualora si rendesse necessario. Lo scenario che la BCE prevede, pur avendo tagliato di 0.2% -0.3% le stime di crescita dell’ Euro-Zona attestandole per il 2014 a 0.8%, a 1.2% e 1.5% rispettivamente per il 2015 e 2016,  è un ritorno ai livelli del 2012 con inflazione in rialzo per poi stabilizzarsi nell’intorno del target 2%. In sostanza il Governatore ha annunciato la solita disponibilità espansiva, che suole però concretizzarsi in ritardo sortendo benefici di molto inferiori rispetto a quanto avrebbe potuto. Del resto, pur non avendo i dati di cui dispongono i tecnici di Francoforte, pensare ad un ritorno dell’inflazione al 2% ed una ripartenza degli investimenti non è semplice e personalmente sarebbe il caso di una azione congiunta e sinergica tra BCE ed UE per utilizzare la politica monetaria al servizio degli investimenti.

A ridurre le stime è anche S&P ipotizzando un terzo anno di recessione per l’area Euro con conseguente ripercussione sull’economia mondiale, un ritorno dell’occupazione ai livelli pre-crisi nel 2019, una domanda di energia pre-crisi solo nel 2020 ed auspicando un’ulteriore espansione monetaria entro fine 2014.

A Bruxelles l’aria che tira non è delle più piacevole con l’esplosione del caso Lux Leaks ed il tema dell’elusione fiscale e del tax ruling a coinvolgere Juncker, il quale sottolinea che la vicenda non è nuova e che non vi fu nulla di illegale. Nei fatti così è, a meno di una lontana ipotesi di aiuti di stato, ma la domanda da porsi e veramente delicata è se a livello etico e morale sia corretto che colui che ha avuto un comportamento simile possa essere a capo della Commissione europea, andando proprio in questi giorni a ribadire e richiedere norme per l’armonizzazione fiscale e la trasparenza bancaria volte a combattere all’interno dell’UE elusione e competizione fiscale delle quali il Lussemburgo con Juncker come braccio armato ha per anni goduto arricchendosi.

Che l’Europa sia rimasta l’anello debole dell’economia mondiale è evidente e questa condizione potrebbe essere acuita dai patti emersi dal meeting APEC delle economie del pacifico. L’accordo commerciale tra USA e Cina sull’abbattimento delle tariffe su prodotti tecnologici potrebbe ampliare enormemente il mercato cross-pacifico riducendo così il peso europeo. Analoghi effetti potrebbe avere il lento e segreto negoziato USA-Cina sul clima che pone le basi per accordi sulla riduzione delle emissione id CO2 del 26-28% nel 2025 per gli USA, mentre la Cina dovrà ridurre il picco (che non vuol dire necessariamente una riduzione delle emissioni complessive) di gas serra entro il 2030; tali tempistiche, che quasi ignorano l’impellenza del problema da affrontare subito, fanno si che alti livelli produttivi ad impatto ambientale non trascurabile possano essere mantenuti ancora per anni facendo così a meno di un eventuale supporto europeo che una stretta sulle regole di sostenibilità ambientale avrebbe potuto comportare (le tecnologie verdi ed il knowhow europei ad esempio sono all’avanguardia). La Russia e la Cina poi si stanno avvicinando ulteriormente con accordi sul gas che Mosca deve vendere, possibilmente affiancando ai clienti storici ma “difficili” come l’Europa anche clienti assetati di materia prima ma meno propensi ad obiettare sulla geopolitica putiniana. Un accordo con l’Ucraina sul gas, anche grazie al supporto economico europeo, è stato trovato, ma le sanzioni a Mosca proseguono e nonostante ciò le tensioni nelle zone dell’est Ucraina stanno nuovamente aumentando.

Come ormai preoccupantemente di consueto, con una economia al palo non sembra che siano stati messi in campo gli strumenti adeguati, né che il programma di azioni rispecchi la gravità del contesto che necessiterebbe di precisione, concretezza dei risultati e rapidità. Da anni ormai sentiamo ripetere che il tempo è già scaduto e che si deve fare presto, ricordiamo un titolo a caratteri cubitali de il sole 24 ore, ma parole a parte ben poco si è davvero mosso nella giusta direzione col risultato che ora non c’è più margine di errore e se vogliamo effettivamente guardare in faccia alla realtà le chance di risalire la china sono ridotte al lumicino.

Se un tempo, all’epoca della prima rivoluzione industriale del 1800, sembrava che fosse l’uomo, il progresso e la crescita inarrestabile a scandire ed a surclassare i tempi degli eventi e della natura, adesso le parti si sono invertite e sono gli eventi e la natura a batter cassa, richiedendo un profondo cambio di passo e di rotta all’uomo ed alle sue convinzioni, uomo che al momento possiamo dire, senza timore di essere smentiti, totalmente inerme ed incapace di affrontare il mutamento rispetto al quale non può dirsi totalmente incolpevole.

12/11/2014
Valentino Angeletti
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Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso.

Il Parlamento Europeo di Strasburgo ha dato il suo nullaosta all’insediamento della nuova Commissione Juncker. L’investitura formale c’è quindi stata ed ora rimane da attendere l’ufficialità per il suo insediamento prevista per il primo novembre.

Nel suo discorso davanti all’Europarlamento il Lussemburghese Juncker, presidente entrante, ha voluto sottolineare l’importanza dell’Europa che deve pensare oltre che alla tripla A finanziaria, rimasta saldamente solo alla Germania ed in modo più traballante al Lussemburgo, alla tripla A sociale, riavvicinandosi di più ai cittadini e rianimando lo spirito di appartenenza e l’orgoglio di far parte del progetto Europeo. Europa che inevitabilmente dovrà rivolgere sempre più lo sguardo al Mediterraneo ed all’Africa intervenendo con più risolutezza nelle vicende di politica estera che stanno affliggendo il Medio Oriente, senza ovviamente poter permettersi di tralasciare la Russia.

Juncker ha tenuto a ribadire l’importanza che ricoprono gli investimenti rilanciando così il piano di supporto a crescita ed occupazione da 300 miliardi la cui definizione precisa è stata anticipata da febbraio 2015 a dicembre 2014 ed in cui la componente privata sarà di fondamentale importanza. L’ammontare della somma è ingente, un buon inizio, ma oggettivamente da sola non è sufficiente a ricollocare l’Unione sui binari della competitività rispetto ad un resto del mondo che pare aver imboccato una strada, che seppur non priva di difficoltà, porta comunque a livelli di crescita ben superiori a quelli dell’Eurozona. La destinazione dell’incentivo dovrebbero essere quei settori trainanti, ad alto valore aggiunto ed in cui l’Europa si mostra più deficitaria o in certi casi, con i tedeschi non immuni, obsoleta. Ci si riferisce quindi alle infrastrutture, alle vie di comunicazione, ai collegamenti digitali a larghissima banda, alle telecomunicazione ed ovviamente al settore energetico che mai come ora mostra evidente bisogno di essere maggiormente integrato ed uniformato tra tutti gli stati membri con un miglior sfruttamento e distribuzione geografica della diversificazione tecnologica che in Europa comunque già esiste.

Fino a qui gli intenti ed i propositi sono encomiabili e rispecchiano a tutti gli effetti le reali esigenze del vecchio continente e riprendono le linee programmatiche pre elettorali. Quando invece si viene al nodo economico le cose si complicano. Una parte del discorso è stata pronunciata in tedesco facendo riferimento al fatto che è la lingua della nazione campione del mondo attualmente non così in forma, quasi a voler ricordare di come la Germania, ultimi dati alla mano, abbia bisogno dell’Europa. In realtà questo piccolissimo affronto poco deve aver scalfito gli animi di Merkel e Schauble, perché subito dopo Juncker ha fatto intendere che per quel che concerne la politica economica non vi saranno grosse rotture con il passato. La disciplina di bilancio, il rigore se vogliamo usare un termine più odioso, va mantenuta e la via intrapresa non deve essere abbandonata, ma rafforzata ed affiancata al processo di riforme che ogni singolo paese ha il dovere di portare a compimento. Nessuna idea di rivedere i patti, neppure alla luce della pesante recessione, e la flessibilità che può essere concessa è solo quella già presente nei trattati. Da queste parole si comprende la sintonia che indiscrezioni dicono essere nata tra il Cancelliere tedesco ed il Commissario entrante, perché si tratta proprio della linea economica Schaeuble-Merkel-Katainen.

Questo discorso in realtà si contrappone in modo abbastanza evidente all’informativa pronunciata da Renzi in Senato durante la quale il Premier italiano ha parlato di una Europa nuova, in rotta col passato e che cambia verso, abbandonando il rigore e l’austerità. Renzi sottolinea inoltre come il piano da 300 miliardi sia un grande risultato del semestre italiano perché fortemente voluto e preteso proprio dall’Italia. Qualche dubbio su questa affermazione nasce in quanto il piano fu proposto da Juncker ancor prima che ottenesse la maggioranza dei voti alle elezioni europee, sembrerebbe dunque (ma il condizionale è doveroso) esclusivamente farina del suo sacco.

Nelle stesse ore dell’approvazione della nuova Commissione UE arrivava,non senza qualche intoppo, anche la bollinatura da parte della Ragioneria di Stato alla legge di Stabilità italiana che può così approdare al Quirinale. A breve inoltre è prevista la consegna della lettera già inviata dalla Commissione al MEF dove si chiederanno alcune precisazione. Sulla lettera della Commissione ha totalmente ragione Renzi nel dire che la richiesta di precisazioni è una  normale prassi. Il vero problema è se le precisazioni saranno accettate e condivise da Bruxelles o se verranno richieste rettifiche più o meno pesanti. In ogni caso una completa bocciatura il 29 ottobre non pare un’ipotesi verosimile.

Tornando invece al concetto di flessibilità entro i patti nuovamente ribadito da Juncker e che sarà comunque il viatico dei prossimi mesi, la Francia non ha di che stare tranquilla visto che il suo rapporto deficit/PIL supera il 4.2%, quindi ben fuori dalla più permissiva applicazione dei trattati, dalla parte di Hollande vi è però un appoggio tedesco che sembra molto un tentativo di supporto al primo mercato per esportazioni (in Francia tutti hanno la Mercedes per intenderci…). Neppure l’Italia può permettersi di non preoccuparsi. Anche se il rapporto deficit/PIL rimarrà, come dovrebbe, sotto il 3% esso è comunque superiore al piano di rientro e la correzione sul deficit di 0.1% presente nella Legge di Stabilità  è ben inferiore allo 0.5% richiesto. Le indiscrezioni vorrebbero la Commissione indirizzata a richiedere uno sforzo sul deficit ed è probabile che verrà trovata una mediazione per un valore di 0.25-0.3% riducendo le coperture necessarie da 8 miliardi (necessari per arrivare allo 0.5%) a 3-3.5 miliardi già accantonati in un apposito tesoretto. Il tesoretto però viene da clausole di salvaguardia che significano aumento dell’IVA, delle accise quindi aumento della tassazione e prosecuzione senza se e senza ma sulla via dell’austerity.

Di certo questo modello non è quello che Renzi, stando all’informativa al Senato, ed i cittadini europei vorrebbero e non pare essere una rottura così netta col passato da consentire l’uscita dalla spirale recessiva esasperata dal vecchio approccio economico.

Se questa Commissione vorrà davvero imprimere e, ricordando che Juncker ha affermato essere l’ultima opportunità, evitare il tracollo, l’approccio da seguire dovrà essere ben differente e dovrà essere messo in pratica fin da subito. IN questo frangente non esistono mezze misure o vie di compromesso, o si agisce immediatamente e bene o si prosegue nel declino.

22/10/2014
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità tra Scilla e Cariddi

Entro poche ore il Governo guidato da Matteo Renzi ed il MEF del Ministro Padoan dovranno porre il sigillo alla legge di stabilità per sottoporla al vaglio dell’Unione Europea. In questi ultimi frangenti il Premier era all’assemblea di Confindustria a Bergamo dove ha anticipato a grandi linee l’entità della manovra: 30 miliardi di cui 18 di taglio di tasse ed una spending review di ben 16 miliardi (“alla faccia di Cottarelli” avrebbe testualmente detto il Premier che in tono ironico forse ha voluto sottolineare la distanza tra lui e l’ex Commissario).

I dubbi sulla manovra rimangono. Ad esempio Fubini su La Repubblica fa notare che vi sarebbero 11 miliardi derivanti da aumento del deficit pubblico, che i tagli di spesa sono estremamente complessi da portare a termine a causa dei veti imposti ad ogni misura restrittiva dai soggetti interessati e che le entrate straordinarie, circa 5.5 miliardi, nella realtà dei fatti sono difficilmente quantificabili perché proverrebbero da misure quali aumento della tassazione sul gioco d’azzardo (le aziende del gioco si stanno già muovendo contro questa eventualità) oppure entrate derivanti dalla lotta all’evasione che difficilmente possono essere stimate con precisione ex ante.

Alla platea di Confindustria Renzi ha fatto notare che 18 non è l’articolo, ma sono i tagli di tasse, in particolare si avranno sgravi dell’Irap per 6.5 miliardi e la totale sgravio per i primi tre anni tramite un contributo ad hoc sulle assunzioni a tempo indeterminato.

Nella bozza illustrata sembra che si voglia accontentare un po’ tutti: l’UE con la spending review, sempre l’ UE assieme a Confindustra ed ai lavoratori (ipotizzando che parte dello sgravio vada in busta paga) con il taglio del cuneo fiscale (al momento per i primi tre anni di lavoro), di nuovo Confindustria con la misura sull’Articolo 18, la Germania e l’UE per il rispetto del vincolo del 3% sul rapporto deficit PIL, i contribuenti in generale col taglio ipotetico di 18 miliardi alle tasse.

La misura più interessante e abbastanza chiara quantomeno nel contenuto è quella relativa all’azzeramento della contribuzione per i primi tre anni nel caso di assunzione di un giovane a tempo indeterminato. L’abolizione dell’articolo 18, che avrà ancora da essere visti i venti di guerra con la CGIL di Susanna Camusso che ha ipotizzato anche uno sciopero generale e con le fronde interne al PD, e lo sgravio per i neo assunti, nell’idea del Premier dovrebbero sollevare i datori (quelli in condizioni di farlo) da ogni alibi nell’assumere giovani. Evidentemente il provvedimento vuole andare nella direzione di ridurre la disoccupazione, obiettivo verso il quale vi è totale accordo tra BCE, UE e Stati Membri.

Il problema del lavoro, estremamente complesso, come sì è detto più volte, non si risolve con una singola misura, ma con un pacchetto “olistico” rivolto seriamente e concretamente alla crescita (LINK). Quello che Renzi ha proposto va più che bene come elemento facilitante, ma deve necessariamente essere inserito in un contesto dove sia possibile e profittevole la creazione di business e l’insediamento di attività produttive, dove insomma si facciano investimenti privati e pubblici.

Se sul lato del pubblico vi sono i vincoli europei da rispettare che impediscono ogni spesa seppur produttiva e seppur con ritorno nel medio periodo e vi è una incapacità quasi delittuosa nell’usare quei soldi disponibili (ed il caso dell’alluvione di genova ne è solo l’ultima dimostrazione LINK); sul lato del privato le cose non vanno meglio. L’Italia in questi hanno non è stata in grado di attirare un sufficiente numero di investimenti e tanti sono fuggiti assieme ad aziende costrette alla chiusura; le motivazioni sono quelle ben note e contro le quali dovrebbe lottare l’Esecutivo Renzi (ma in realtà ogni Governo): burocrazia (e Genova nuovamente ne è l’ultimo tragico emblema), incertezza normativa, fisco, giustizia e via andare nell’impietoso elenco. La misura del Premier, eccellente se verrà confermata, rischia di non avere gli effetti desiderati senza tutti quegli elementi al contorno dai quali non si può prescindere e che dovrebbero portare all’aumento del potere d’acquisto, all’aumento della domanda e di conseguenza della produzione con annessa richiesta di manodopera da parte delle aziende. Su tale direttrici ci si può muovere o tramite diminuzione drastica delle tasse in modo da aumentare i consumi, ma è estremamente complesso agire su tutti i potenziali consumatori evitando che maggiori consumi per alcuni vengano compensati da riduzione degli acquisti per altri (come è accaduto fino ad ora col bonus degli 80€; e neppure il TFR potrebbe essere risolutivo, visto che il Corriere da un sondaggio rileva che 2 intervistati su 3 preferiscono il gruzzolo a fine carriera come avevamo già ipotizzato: LINK) oppure investendo e creando lavoro e questo può essere fatto dal pubblico se non vi sono vincoli ad impedirlo e dal privato, se esistono possibilità di fare affari e ciò è possibile solo abbattendo le barriere esistenti. In ambedue i casi, considerando lo scenario di bassa inflazione persistente, con il supporto di una lungimirante politica monetaria della BCE. Pertanto è evidente come la decontribuzione per tre anni dei nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato (che nel caso di abolizione dell’Art. 18 sarebbe  una forma contrattuale comunque più debole di quella attuale e per tanto si potrebbe supporre che debba essere meglio remunerata almeno nella fase di minori tutele) sia un aiuto, ma da sola rischi di non essere sufficientemente “shockante”.

Non va poi dimenticato il contesto vigile dell’Europa che, relativamente alla legge di stabilità, vorrà verificare le coperture per ogni taglio di spesa e di tasse, così come vorrà comprendere precisamente e non solo a sommi capi, come spesso l’italianità porta a fare, la destinazione di ogni taglio di spesa della spending review che ricordiamo deve essere destinata alla riduzione del debito ed al taglio delle tasse.

Le dichiarazioni del rispetto del 3% sono sicuramente un elemento in favore dell’impegno italiano, ma esso potrebbe non bastare perché secondo la tabella di rientro sul rapporto deficit/PIL a fine 2014 avremmo dovuto attestarci al 2.6% (già il nuovo calcolo del PIL introdotto da Eurostat ci è venuto in soccorso per uno 0.2%) e perché abbiamo già rimandato al 2017 il pareggio strutturale di bilancio. Di buon auspicio vi è il silenzio della coppia Dijsselbloem-Katainen, presidente dell’Eurogruppo il primo e commissario UE ad interim per gli affari economici e monetari il secondo, rispetto agli intenti italiani, mentre è stata da loro sottolineata la condizione di difficoltà della Francia che con un rapporto deficit/PIL attorno al 4.3% andrà in procedura di infrazione.

A ribadire il fatto che l’Europa potrebbe richiedere una modifica alla legge di stabilità vi è anche Bankitalia sostenendo che molte delle misure sono difficilmente quantificabili a priori e che gli scenari futuri per i prossimi anni, ed in particolare per il 2015, presentano notevoli rischi al ribasso di tutti i parametri vuoi per le congiunture macroeconomiche assolutamente ancora non sanate, vuoi per le tensioni geopolitiche tutt’ora in corso. Le opzioni italiane qualora la UE richiedesse modifiche ed aggiustamenti potrebbero essere obbedire oppure mantenere quanto presentato ed eventualmente rischiare di incorrere nella procedura di infrazione, ma solo nella primavera 2015, guadagnando così alcuni mesi.

Complica ulteriormente la situazione una Germania ancora egemone la quale, nonostante gli ultimi dati non buoni relativi ad export, ordinativi e produzione industriale, vanta un surplus vicino al limite europeo del 6% (attorno ai 14 miliardi in valore assoluto) e che per bocca del Governatore della BUBA continua a ribadire come il rispetto del 3% sia fondamentale per la credibilità degli stati e quindi per la sostenibilità del loro debito sovrano che fu alla base della crisi finanziaria nel 2011.  Il Governatore avrebbe addirittura definito Francia ed Italia “Bambini Problematici”, prima di esternare le sue perplessità anche sul programma di acquisto di ABS della BCE (LINK). Tale atteggiamento e la circostanza di essere il maggior azionista di BCE e UE hanno fatto si che la Germania tenesse fino ad ora in scacco sia le politiche europee che quelle della BCE che pur nell’indipendenza statutaria dei loro mandati non possono non aver risentito dell’influenza tedesca. Come sostenuto dal politico tedesco Fischer, la Germania sta condannando i paesi del Sud e l’Europa tutta se non si convincerà a sostenere una maggior integrazione finanziaria ed un progetto simile agli Eurobond di condivisione dei rischi (cui abbiamo già parlato più volte). Del resto i dati deboli menzionati sopra mettono in luce il fatto che alla lunga della povertà dell’UE (maggior mercato per i prodotti tedeschi) non può non risentirne anche la Germania stessa.

Attendendo la conclusione della legge di stabilità italiana, la relativa reazione europea e sperando che Bruxelles e Berlino recepiscano la necessità di un cambio di approccio economico, il nostro paese ha la possibilità di sfruttare l’incontro Asem (Asia Europa Meeting), ed in particolare i bilaterali a margine, per raccogliere investimenti dall’estremo oriente, sempre molto attento ed interessato a i nostri settori Hih-Tech, TLC, Energia-Oil&Gas, Agricoltura, Lusso, Manifattura ad alto valore aggiunto poiché oltre alla qualità rappresentiamo un naturale punto d’ingresso al mercato europeo (ancora il più grande del mondo). L’atteggiamento italiano non dovrà essere assolutamente quello del mendicante, pur nella consapevolezza della necessità di reperire capitali e partner forti e globali, e dovrà perseguire risultati concreti senza eccessiva cessione di sovranità ed andando ben oltre la miriade di accordi e parternariati che la Cina in testa a tutti è solita stipulare con più di mezzo mondo. Dovrà quindi essere in grado di esporre un “prodotto” valido su cui investire e dovrà saper indirizzare l’investitore verso strategie di lungo termine, non toccate e fughe (che pure non sono nello stile cinese) pur senza cedere totalmente il timone di settori particolarmente delicati.

13/10/2014
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità: il colpo di scena sulle accise

Da indiscrezioni trapelate in merito alla legge di stabilità che si comporrà di due parti distinte, una relativa alle proroghe ed una relativa alle misure urgenti, emerge un provvedimento a dir poco curioso.
Per la prima volta si sta prendendo in considerazione la possibilità di ridurre le accise sul tabacco. Tale balzello è sempre state uno strumento semplice, immediato ed odioso per fare cassa, tanto che il suo aumento è presente in ogni clausola di salvaguardia, inclusa quella che dovrebbe scattare qualora le previsioni sugli introiti da spending review e da rientro di capitali dall’estero sia inferiore alle attese. Questa indiscrezione sembra dunque un vero colpo di scena, poiché le accise sono sempre state considerate efficienti, sono state sistematicamente, quasi strutturalmente, innalzate e mai ritoccate al ribasso.
Il perché di questo cambio “strategico” è presto detto e risiede nella drammatica veridicità della legge di Laffer, secondo la quale al crescere della tassazione oltre una certa soglia i consumi, a cominciare dai bene non di prima necessità, si deprimono comportando un gettito minore rispetto a quanto si sarebbe ottenuto evitando gli incrementi delle imposte, nel caso italiano principalmente l’IVA.
Questa legge si applica perfettamente, e per la prima volta in modo quasi dichiarato, al caso del tabacco poiché un’eventuale riduzione delle accise servirebbe a compensare il minor gettito dovuto ai consumi inferiori a seguito dell’aumento dell’IVA. Come volevasi dimostrare si diceva al liceo.

La realtà è che questo fenomeno si è verificato non solo per tabacco ed alcol, ma anche per la benzina, per i comuni beni di consumo ed anche per quelli di prima necessità come cibo, oggetto di rinunce in qualità e quantità, e cure mediche e medicinali, andando quasi a ledere i diritti che ogni cittadino di un paese avanzato e civile dovrebbe avere garantiti.

Questa presa d’atto testimonia come molte delle misure siano state adottate senza alcun piano strutturale, ma per una sopravvivenza giornaliera, quasi oraria, forse mutuata dalla troppa finanza che ha sedotto l’economia degli ultimi anni o forse proprio causata dalla totale assenza di idee e di piani precisi, chiari, strutturali e senza un ben noto punto di arrivo in termini di tempi e budget, mettendo pezze qua e là, a volte anche cadendo in contraddizione e ledendo ulteriormente la fiducia nella politica degli elettori, tutto per sistemare temporaneamente i numeri, perché alla fine nelle slide sono i numeri ad essere presentati, talvolta senza considerare da dove derivano e cosa dietro essi risiede.

Nonostante ciò pare che la lezione non si voglia apprendere e la possibilità di ulteriori accise rimane, almeno per ora visto che i dietrofront e l’incertezza normativa è ormai prassi comune, tra le clausole di salvaguardia assieme agli aumenti previsti a partire da gennaio 2014. Rincareranno i trasporti, l’alimentare (5%), servizi bancari, detersivi, plastica, assicurazioni (5%), autostrade (3%), carburanti, acqua (3-5%) ecc, ecc, per un totale di circa 1’300€ annui in più (1’384€ secondo Adusbef e Federconsumatori); per la cronaca diminuiranno le tariffe elettriche e del gas.

La riduzione delle tasse di 250€ per il 2013 rilevata dalla CGIA di Mestre non sembra essere percepita dai cittadini che risultano sempre più impoveriti e sull’orlo dell’indigenza, forse perché compensata da imposte locali o da slittamenti di adempimenti ai primi mesi del 2014.

Vero è che l’imposta sui consumi può essere considerata progressiva ed è tra quelle consigliate dall’Europa, ma quando a risentirne, ed in modo pesante, sono i consumi di prima necessità ed essenziali forse il meccanismo si è inceppato. La stadio della malattia italiana è ormai molto avanzato e la scossa che servirebbe per cambiare rotta deve essere forte, a maggior ragione se uno degli obiettivi è rilanciare i consumi interni e l’export. Fosse vero che nel 2014 i rincari peseranno sulle famiglie italiane per quasi 1’400€, non v’è taglio del cuneo fiscale in grado di compensare un simile aumento e sarà quindi impensabile sperare in una ripresa dei consumi, salvo depauperare ulteriormente risorse e risparmi privati, ultimo baluardo a protezione da una instabilità sociale che potrebbe scoppiare da un momento all’altro.

Il buon proposito per il prossimo anno dovrebbe essere quello di cambiare rotta in modo convinto e deciso, ridistribuire ricchezza pianificando il lungo termine, essere convincenti in sede europea anche adottando molta più etica e morale entro i confini nazionali, non puntare a vivacchiare (ed un +0.7% di PIL, con disoccupazione in aumento, è vivacchiare) perché, anche senza ipotizzare possibili tensioni e scontri sociali che in un certo modo si sono già manifestati e che in altre realtà non troppo dissimili da quella italiana continuano tuttora, gli italiani onesti che fino ad ora hanno letteralmente sopportato e tirato avanti il paese a dispetto di tutto e tutti, non possono più permetterselo e non se lo meritano.

30/12/2013
Valentino Angeletti
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La distorsione mediatica dell’attività di Lobbying

Negli ultimi giorni, mentre gli emendamenti al DDL Stabilità venivano presentati e discussi, si è fatto gran parlare, a cominciare dalle cerchie di De Benedietti e Caltagirone, di Lobby e Lobbysti dando implicitamente per scontato, e trasmettendo tale messaggio all’opinione pubblica, che queste pratiche o persone siano, pur non sconfinando nell’illegalità, di certo prive di moralità ed etica e che mettano dinnanzi a tutto e tutti interessi personali ed aziendali. A sentire quanto scritto e detto su media e TG, verrebbe davvero da immaginare a persone ed aziende senza scrupoli, totalmente devote al dio Mommona. Ho avuto il piacere e l’onore di conoscere alcuni, per così dire, lobbysti e non mi sono trovato dinnanzi a squali avidi e bramosi, anzi ho trovato persone molto competenti, colte, padrone indiscusse della parola e del pensiero, a volte anche critiche nei confronti dell’azienda della quale fanno gli interessi.

Vale la pena ribadire che la generalizzazione non è mai cosa buona e che il nostro mondo individua e ricorda più facilmente il singolo episodio negativo rispetto ai tanti positivi. Ciò è tipico della mente umana, ne abbiamo un esempio stupidissimo pensando al passaggio sotto i caselli autostradali; riusciamo a ricordare solo le lunghe code rispetto alle situazioni per così dire normali ove non abbiamo dovuto aspettare nulla e che certamente sono state numericamente superiori. Ci si lamenta dunque delle attese, ma non si gioisce per un passaggio subitaneo e rapido sotto il casello.
Supponiamo che, come ovviamente è, nel mare magnum dei lobbysti vi siano elementi atti a fare il bene del gruppo che rappresentano a scapito di tutto e tutti, finanche della salute e della sicurezza pubblica. Essi potranno agire ed interfacciarsi con i salotti buoni, con la politica, con i decisions and policy makers, ma non hanno potere di voto. Di contro è la politica che si deve far carico di decidere e qui subentrano chiaramente almeno due elementi a riprova che la politica è fallace. Il primo punto è quello delle competenze; quelle trasversali ai campi necessari per la gestione della cosa pubblica, benché non in modo approfondito, doverebbero essere presenti, invece spesso latitano tra i decisori i quali si devono affidare ad altri che li assistano per prendere decisioni. Il secondo fattore è la corruttibilità della politica che, per proprio tornaconto sia esso garanzia di voti oppure finanziamenti al partito o al gruppo di turno, asseconda e si fa dirigere dai cattivi lobbysti.

Sempre e comunque, quando giunge l’ora di votare alzando la mano o scrivendo un nome, non v’è lobbysta che tenga, è il politico o il policy maker che nella sua mente, dovrà scegliere se servire il paese o meno. La partita ultima ha un singolo giocatore che è arbitro, quando non v’è l’ignoranza ad alienare il principio di libera scelta, di farsi guidare dalla coscienza o dall’interesse. Per l’ennesima volta è la moralità ed il servizio della politica alla cosa pubblica ed al cittadino che può sconfiggere ogni malformata pressione.

L’attività di lobbying ed il mestiere di lobbysta è avvolto dall’oscurità e molte leggende metropolitane si generano. La verità è che non v’è nulla di male o di intrinsecamente deviato in questo mestiere che risulta essere di grande utilità oltre che di una estrema bellezza, consentendo di rapportarsi con la società a tutti i livelli e nei più disparati contesti tanto da permettere una visione d’insieme difficilmente ottenibile altrove. La lobbying esercitata in trasparenza funge da anello di congiunzione tra la realtà ed il mondo produttivo con la politica che di questi tempi è evidentemente sempre meno capace di interpretare correttamente la società, anche a causa dei rapidi cambiamenti che coinvolgono tutti i contesti economico sociali e che difficilmente ambienti sostanzialmente statici e non avvezzi a modifiche nel modo di ragionare ed interpretare i contesti sono in grado di cogliere. Quello che manca è una regolamentazione ed un registro delle lobby che altrove esiste e che, a conferma che con la trasparenza si fugano i sospetti, gli stessi veri lobbysti gradirebbero e da tempo richiedono.

Il Governo italiano stesso, se fosse andato a scuola da veri professionisti del Lobbying e dell’Advocacy, forse avrebbe potuto avere più voce in capitolo nei confronti delle istituzioni europee e degli organi di Bruxelles ottenendo più concessioni, margini per investimenti produttivi, perdendo meno tempo e presentando meglio le ragioni e le conseguenze che il perseguimento cieco dell’austerity e del rigore porterà alla tenuta competitiva dell’Unione.

23/12/2013
Valentino Angeletti
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Unione bancaria, riforme, trattati ciò che serve all’Europa per dialogare alla pari con i grandi e dinamici interlocutori

In Italia si è ancora concentrati sul voto alla fiducia alla legge di stabilità, la quale sembra piuttosto chiaro che non riuscirà a spostare l’ago della bilancia in maniera sostanziale; vi sono certamente misure condivisibili ed altre un po’ meno, che sembrerebbero orientate alla soddisfazione di pochi gruppi, in ogni caso la dichiarata assenza di risorse fa si che non vi saranno cambiamenti di rilievo e che il principio della “coperta corta” anche questa volta non potrà essere “eluso”, inevitabilmente ogni concessione sarà compensata da un taglio di circa egual peso.
A conferma di questo approccio, per così dire, estremamente lento e quasi protezionista nei confronti di una situazione che andrebbe letteralmente rivoltata, si può addurre come emblematica una questione, quella del cuneo fiscale palesemente, secondo la destra, la sinistra, i sindacati e le associazioni datoriali, da affrontare urgentemente muovendosi verso la riduzione del costo del lavoro per cercare di conferire più denaro al lavoratore incrementandone quindi il potere d’acquisto. Le stesse aziende si sono dette favorevoli a questo approccio che potrebbe consentire loro di doversi sobbarcare meno oneri per le assunzioni e quindi poter avviare, mercato permettendo, campagne per incrementare il proprio organico, ovviamente fermo restando il vincolo della domanda che deve necessariamente crescere. Neppure per questo provvedimento sono state reperite sufficienti risorse aggiuntive e le uniche iniezioni potrebbero venire dagli “avanzi” di un fondo costituito da proventi della lotta all’evasione e della spending review che il Commissario Cottarelli ha ribadito, a scanso di equivoci, principalmente rivolta al taglio della spesa e non al rifinanziamento di altra spesa, magari addirittura corrente. Questi ritagli di budget, come quelli allocati nel primo tentativo di qualche settimana fa, non saranno in grado di risolvere, anche solo parzialmente, il problema del cuneo fiscale.
Sul fronte europeo e mondiale invece stanno succedendo molte cose interessanti e da tenere in considerazione per capire quali siano le priorità ed i tempi per il nostro continente e paese.

In Europa la Merkel, rieletta come Cancelliere, nel suo primo discorso al Bundestag dopo la firma della grande coalizione CDU-SPD animata da un programma veramente interessante e chiaramente frutto di una trattativa serrata (link pezzo accordo CDU-SPD), ha affermato che l’Europa deve necessariamente riformarsi e modificare i trattati, in tal conteso la Germania vuole fungere da guida, rafforzando l’Unione ed al contempo se stessa. L’auspicio di apertura e maggior collaborazione sembrerebbe buono, ma nel giuramento la Merkel ha anche asserito che sarà suo compito difendere e portare avanti gli interessi tedeschi migliorando le condizioni di benessere del suo popolo. Se per il Cancelliere il benessere del popolo tedesco coincide con la costruzione di un’Europa forte, allineata e competitiva nel lungo termine nonostante qualche concessione di sovranità nella fase iniziale lo si scoprirà in futuro, finora, forse complici le elezioni politiche, non è stato così, ma c’è da sperare in un mutamento di approccio poiché solo in questo modo sarà possibile per l’Europa riprendere una posizione di rilevo nello scacchiere mondiale, che vuol dire per la Germania non perderlo.

Nelle notti scorse è stato raggiunto dai ministri delle finanze dei paesi dell’Unione un accordo sull’unione bancaria europea con particolar riguardo alla gestione delle difficoltà ed ai meccanismi di sostegno in favore degli istituti. Gli aiuti alle banche sono un punto chiave, ovviamente l’accordo è stato un compromesso tra chi avrebbe voluto, come l’Italia, un subitaneo intervento dell’ ESM e chi invece come la Germania ha spinto per un sostegno privato in modo da contribuire il meno possibile come Stato al salvataggio di istituti non tedeschi. Il risultato raggiunto, il cui funzionamento sarà valutabile in futuro, è stato una via di mezzo volto alla tutela dei governi e, parzialmente, dei correntisti. La Germania ha rifiutato l’idea di un fondo unico a protezione dei conti correnti preferendo mantenere la propria autonomia in materia che di fatto rende i correntisti tedeschi tra i più tutelati in assoluto. Un altro aspetto che dovrà essere trattato in sede europea è la normalizzazione della regolamentazione e normativa in merito alla classificazione delle garanzie sui depositi e sui crediti. Adesso ad esempio accade che Francia una banca che avesse un credito garantito da un immobile non sia classificato come a rischio, in Italia invece sì, con disparità di trattamento.

Il nodo delle banche è gravoso, il settore finanziario è stato un elemento fondamentale per la crisi, ha avuto necessità di importanti ricapitalizzazioni dirette o indirette, a partire dalla RBS, Dexia, Bankia, e finendo con l’italiana MPS che sta tuttora soffrendo e si trova ad un passo dalla nazionalizzazione. L’AD Profumo ha sollevato pesanti dubbi sulla possibilità di onorare almeno il 70% dei Monti Bond emessi per un controvalore di 3.7 miliardi di € ad un tasso di interesse del 9% circa (effettivamente questa incapacità era fin dall’inizio molto probabile). Il settore bancario poi dovrà mutare l’atteggiamento di stretta creditizia avuto sinora nonostante le forti iniezioni di liquidità concesse dall’EU a tassi dell’ 1% ed iniziare a reimmettere denaro nell’economia reale invece che destinarlo ad attività finanziarie, di hedging e speculative oppure al “tranquillo” deposito overnight. Si tratta di un passo fondamentale, perché come USA e Giappone insegnano, l’immissione di liquidità, anche a mezzo di stampa di nuova moneta che la ECB non può coniare, è utile, anzi è necessaria, in momenti di recessione, a patto che serva attività produttive, investimenti infrastrutturali e che più in generale consenta di mettere in moto l’economia del paese. Per tale motivo la concessione di deficit (o linee di credito) direttamente agli stati membri, senza passare da terzi (banche ed intermediari), per fare riforme ed investimenti produttivi e profittevoli è senza dubbio un’ipotesi da prendere in considerazione seriamente. Del resto la stessa Germania sembrerebbe favorevole a concedere denaro, la cui spesa dovrà essere strettamente controllata e rendicontata, ove venissero implementate e portate a termine le riforme necessarie. Questo è l’approccio che è corretto seguire ed un controllo serrato non solo sembra ragionevole, ma dal punto di vista italiano, è da preferirsi quando non da richiedersi esplicitamente, anche per testimoniare l’impegno e la trasparenza. Ho sempre sostenuto che una Troika sul controllo della spesa effettuata incrementando il deficit di un paese come l’Italia è una condizione alla quale dovremmo sottostare perché ci sia concesso di oltrepassare il 3% per progetti che nel medio-lungo termine consentano di recuperare, in termini di lavoro, consumi, benessere e quindi di PIL, più di quanto è stato speso.

L’unica possibilità reale che l’Europa ha di tornare competitiva è quella di strutturarsi fin da subito per agire come una entità unica e coordinata. Le percentuali di crescita del resto del mondo fanno rabbrividire quelle europee; gli USA stanno avviando il Tapering, segno di un’economia in ripresa e vivace che punta ad abbassare la disoccupazione dell’ 1%. La Russia sta fortificando la propria posizione politico-strategica tornando a mostrare i muscoli, ha appena “comprato” il consenso del governo (non della popolazione la cui condizione rimane incandescente) Ucraino con uno sconto del 30% sul gas e 15 miliardi di prestito indispensabili per evitare il fallimento dello Stato, inoltre Putin sta diventando un personaggio estremamente comunicativo e mediatico. Inevitabilmente le tensioni tra Russia ed USA, anche a livello militare con gli ultimi spiegamenti missilistici di Putin, stanno crescendo ed i settori di scontro principali sono e saranno l’energia, l’autonomia energetica, l’inquinamento, le TLC, la sicurezza/difesa ed internet. L’Europa può godere del vantaggio di essere in posizione centrale tra i due blocchi e nonostante tutto rimane ancore un partner con cui ambedue vogliono far affari. Gli USA vedono nell’Europa, e vale il viceversa, un importante bacino commerciale fortificato dai recenti accordi sul “free trade” verso il quale può esportare le proprie merci facendo leva su un Dollaro decisamente deprezzato, a detta dei tecnici almeno di un 30%. La Russia, colosso energetico alimentato da una Siberia che si scopre sempre più ricca di gas naturale e dove importanti partner esteri vorrebbero entrare consapevoli dell’importanza di questo combustibile non in ultimo per ragioni ambientali e climatiche, potrebbe rendere totalmente indipendente, in prima istanza dal punto di vista energetico, il continente Europeo e l’Europa dal canto suo potrebbe fornire alla Russia qui prodotti e lavorati, principalmente beni di consumo e servizi, che non sono in grado di produrre autonomamente. Ovviamente una simile sinergia è vista con sospetto dagli Stati Uniti che al momento non ritengono sia possibile assottigliare i rapporti con il vecchio continente. Questa situazione, da sfruttarsi, è il solo modo perché l’Europa non divenga “resto del mondo”, cioè perda definitivamente quella centralità che va già da tempo scemando. La sola via per avere questa capacità di reazione, invertire la tendenza e dialogare pariteticamente con tutti gli interlocutori, è quella di essere una cosa sola, unita compatta, sincronizzata ed allineata per interessi ed obiettivi.

18/12/2013
Valentino Angeletti
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Web-Tax e POS: due punti della legge di stabilità da rivedere con urgenza

Vorrei fare qualche considerazione su due punti presenti nella legge di stabilità che non hanno mancato e non mancheranno di suscitare polemiche.

Il primo riguarda l’ormai celebre Web-Tax o Google-Tax. Il provvedimento in questione vorrebbe costringere tutte le società che nel web effettuano vendite di beni, servizi o pubblicità ad aprire una partita IVA italiana in modo da esser vincolati al pagamento delle tasse nel nostro paese. La questione è da molto tempo dibattuta e ricca di insidie. Essa assai probabilmente contravverrà alla legislazione europea in tema di libero scambio e circolazione di merci, beni e servizi entro i confini della EU, mettendo il luce un problema di non poco conto all’interno dell’Unione, quello della concorrenza fiscale che penalizza non poco i paesi, come l’Italia, che applicano una tassazione sul fatturato più elevata che altrove. In Europa le residenze fiscali più gettonate sono Lussemburgo, Irlanda, UK, Paesi Bassi e paradisi fiscali che ricadono sotto le loro giurisdizioni. Un altro fattore importante che inserisce ulteriori ostacoli all’applicazione di tale norma è la difficoltà nel definire chiaramente l’ammontare dei profitti fatti sul suolo italiano e che dovrebbero essere soggetti ad imposizione. Inevitabilmente società potenti ed abituate ad operare Worldwide sfruttando a proprio favore la tassazione ed i cambi delle valute, con l’assistenza dei migliori legali e delle associazioni statunitensi a tutela del commercio, non troveranno difficoltà ad individuare possibili escamotage per continuare a proteggere i propri interessi.
La faccenda porta alla luce come la disparità di trattamento in termini fiscali ed impositivi crei enormi differenze non tollerabili all’interno di un’economia che, seguendo i principi fondanti dell’Unione, pur mantenendo le particolarità e le forze locali ed asservendole a tutti i membri, si vorrebbe sempre più rendere unica e soggetta ai medesimi vincoli. A ciò è l’Europa che dovrebbe porre rimedio andando a confrontarsi con i vari Stati e cercando di trovare il giusto mezzo affinché la concorrenza fiscale, almeno all’interno dell’Unione, non sia più possibile. Indubbiamente però il tema, essendo globale come globale è la rete, dovrà essere trattato anche in consessi più ampi e mondiali a partire dal G8 e dal G20 per tendere, nel lungo termine, all’implementazione di una sola politica comune.
Dal punto di vista italiano la proposta di un provvedimento simile dimostra come permanga il tentativo, totalmente desueto, di indirizzare localmente un problema globale che trattato in modo autonomo e confinato difficilmente porterà a conclusioni positive, infatti se la normativa venisse mantenuta si correrebbe il rischio di perdere ulteriore gettito e di diventare ancor meno attraenti per chiunque volesse investire.

Il secondo punto che si vuole portare all’attenzione è l’obbligo per tutti gli esercizi commerciali di dotarsi di POS per il pagamento elettronico con qualsiasi tipo di carda di credito o bancomat a partire dal primo gennaio 2014; la finalità è la lotta all’evasione.
Allo stato attuale l’obbligo manca di tutta l’impalcatura attuativa, quindi se entrasse in vigore non avrebbe definite né modalità né procedure, né tantomeno sarebbero dettagliate eventuali sanzioni. Premettendo che un obbligo simile è sensato e corretto per grandi negozi, catene commerciali e studi professionali, peraltro già coperti dalla possibilità di pagare tramite POS, non lo è altrettanto se si considerano i piccoli esercizi, quelli che spesso difendono le tipicità locali, la manifattura artigiana e mettono realmente nelle merci quel valore aggiunto che le rendono appetibili e da tutelare anche nei contesti globali. Piccoli commercianti, come alimentari dei centri storici, artigiani già soggetti agli studi di settore, bar ed in generale attività che hanno il 90% delle loro fatture inferiore ai 50€, vale a dire quel tessuto produttivo per il quale sia il Vice Ministro Fassina che il Dir. Attilio Befera hanno dichiarato esistere una evasione esclusivamente di sopravvivenza, rischiano di non riuscire a poter accollarsi gli oneri di una nuova imposizione, dopo che hanno subito una enorme concorrenza da parte dei mega centri commerciali, che hanno visto lievitare i costi dell’IMU per negozi ed immobili produttivi, della spazzatura, dei servizi indivisibili, dell’ammontare di anticipi di IRAP, IVA, IRPEF e sono stati colpiti dagli aumenti dell’Iva parallelamente ad una stagnazione e pesante recessione dei consumi dovuti all’assottigliarsi diffuso e conclamato del potere d’acquisto. Il costo tra installazione, gestione, noleggio e manutenzione di un POS ammonta a circa 500€ annui senza considerare le commissioni bancarie; una somma simile in questi periodi può tranquillamente corrispondere, e talvolta superare, ad una intera mensilità di una categoria di professionisti che non godono di tutele ed ammortizzatori sociali, non hanno mensilità aggiuntive e TFR ed in molti casi, dopo la liberazione delle licenze, non hanno neppure quella pseudo liquazione che poteva essere garantita dalla vendita della stessa a fine attività.
La legge non consente inoltre la possibilità di applicare un doppio prezzo a copertura delle commissioni a seconda dello strumento di pagamento, non si capisce però perché se l’importo non può dipendere dal tipo di mezzo di pagamento lo possa essere il guadagno, in teoria dovrebbero essere trattati parimenti. L’aumentare in toto i prezzi di listino potrebbe essere una soluzione per coprire gli ulteriori costi, ma in un momento simile ciò non farebbe altro che deprimere ulteriormente i consumi già a terra. Non è esagerato dire che per molti piccoli esercenti, già vessati (fino al 68%), in molti sull’orlo del lastrico ed indignati, come dimostra la composizione della mobilitazione del 9 dicembre, l’obbligo del POS può rappresentare un colpo di grazia definitivo.
In questa circostanza, come tante altre volte è accaduto, pare che si sia cercato di rincorrere un virtuoso modello nordico, dove anche un caffè si può pagare con carta di credito o bancomat, senza averne la corrispondente impalcatura alle spalle che lo rende nel complesso realmente efficace e sostenibile. Nel nord Europa infatti i conti correnti sono molto meno dispendiosi, spesso a costo zero, e difficilmente l’uso dei POS richiede tariffe di affitto e commissioni bancarie a carico degli esercenti e/o acquirenti.

Nuovamente emerge con forza come vi sia necessità di persone e di una classe politica non tanto illuminata o sopra le righe, ma semplicemente con gli occhi e l’attenzione rivolti sia verso il mondo ed il globale sia verso quei contesti locali che solamente il continuo contatto con la quotidianità può dare.

15/12/2013
Valentino Angeletti
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