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L’influenza ininfluente della stabilità politica sulla finanza

L’attuale incertezza della futura conformazione politica italiana non sembra stavolta influenzare negativamente i mercati.

Dopo le annunciate dimissione di Enrico Letta che si completeranno oggi con la visita del Premier a Napolitano, è luogo comune dare per fatta una successione di Matteo Renzi. In realtà potrebbe non essere così scontato che il Presidente della Repubblica accetti senza colpo ferire le dimissioni del Premier che lui stesso ha voluto per la formazione di quel governo delle larghe intese per il quale ha deciso di accettare un secondo mandato al Quirinale.
Napolitano vorrebbe che almeno fossero portate a termine legge elettorale e semestre di presidenza Europeo, quindi fino alla fine del 2014. Il Presidente potrebbe chiedere al Premier di ripensarci in virtù dei flebili, ed a dire il vero poco significativi, dati appena emessi dall’Istat che rilevano un PIL in aumento dello 0.1% nell’ultimo trimestre 2013 ed un debito in calo di 36.5 mld di € a dicembre 2013, attestandosi a 2’067.5 mld di € (siamo in attesa del pronunciamento di Moody’s sul rating italiano).
Vero è che del Governo Letta, non per colpa del Premier ma per le oggettive difficoltà, si ricordano più gli insuccessi che i successi, ad iniziare dal caso Kazako e dei Marò in India, passando per la diatriba IMU, il Salva Roma che è diventato un salva tutto, le figure misere di alcuni Ministri come la Cancellieri, lo scontro Saccomanni-Carrozza, le dimissioni di Fassina, la De Girolamo, varie dichiarazioni improprie e relative smentite (da Zanonato a Saccomanni) e poi le missioni all’estero durante le quali internamente succedeva qualsiasi cosa: era negli USA per rassicurare gli investitori quando in Italia Berlusconi abbandonava il PDL fondando FI e nel contempo cercavano cavilli per modificare le leggi OPA così da osteggiare Telefonica nell’affare Telecom, poi i problemi annosi di Alitalia, gli scontri duri con Sindacati e Confindustria sul tema del lavoro e delle vertenze aziendali, la disoccupazione in crescita e così via.

Difficoltà interne simili dovrà affrontare Renzi (che a chi gli intima attenzione poiché potrebbe bruciarsi risponde citando Frost…), assieme alla complessità nel cercare alleati e nella formazione dei gruppi parlamentari che potrebbero essere più centristi o più rivolti a sinistra, ma difficilmente assieme nella stessa entità. Anche andare al governo con NCD non sarà semplice e FI probabilmente chiederà un passaggio alle Camere.
La possibilità delle elezioni è osteggiata dalla legge elettorale proporzionale che non piace quasi a nessuno se non al M5S, anch’esso un incognita nel rapporto con Renzi.

Nulla di scontato quindi, ma nonostante il marasma i mercati sembrano non esser interessati alle vicende. Lo spread italiano si mantiene nell’intorno dei 200 pti base, BOT, BTP ed in generale i titoli di stato hanno i tassi ai minimi a testimonianza che stavolta lo sperad non è frutto di un incremento dei tassi sui BUND tedeschi, anch’essi in calo.
Una prima interpretazione potrebbe essere che Renzi e la sua intenzione di cambiare e svecchiare, di avere voce in capitolo sulle nomine delle aziende partecipate, sulla politica finanziaria, industriale, energetica ed il fatto che sia vicino a molti manager, piaccia ai mercati ed alla finanza, in realtà non è questa la causa principale.

Quando nel 2010/11 l’instabilità politica fece balzare alla stelle lo spread italiano la situazione macroeconomica generale era differente. C’erano i mercati emergenti che correvano ed offrivano altissimi rendimenti a causa dell’alto rischio legato alla loro fragilità politica ed a monete proprie altamente instabili, però l’impostazione era positiva ed attraente; in aggiunta a ciò iniziarono i QE in tutto il mondo dal Giappone agli USA, dallo UK alla Cina, tutte le banche centrali iniziarono a stampare, a parte la ECB che non può emettere liquidità direttamente.
Una massa di denaro fresco quindi si stava riversano nella finanza (e se fosse andata nell’economia reale in particolare in Europa forse avremmo una impostazione migliore) e per ottenere rendimenti alti gli investitori si rivolsero principalmente agli emergenti. Questo meccanismo ha fatto scatenare gli acquisti su tali paesi convogliando anche i capitali fin lì allocati nei mercati maturi che stavano invero traballando (all’epoca Italia, Spagna, Grecia, Portogallo) verso nuove destinazioni. Il fattore dell’instabilità politica è stato dunque uno dei tanti, non l’unico né lo scatenante.

La situazione attuale è differente. Dall’inizio della crisi l’economia finanziaria è stata inondata da 27’000 miliardi di $ di liquidità fresca che cerca rendimenti. Negli emergenti ultimamente si stanno verificando le situazioni fino ad ora scongiurate facendoli preferire a mercati più sicuri, ma meno profittevoli, come le crisi politiche e monetarie ed un generale rallentamento dei loro tassi di crescita. Nello stesso tempo i mercati maturi stanno reagendo alla crisi riprendendosi più o meno lentamente ed offrendo buoni rendimenti, a basso rischio e con prospettive di crescita.

La finanza non attende le notizie per regolarsi, le utilizza per giustificare il proprio comportamento, ma sa bene dove vuole dirigersi. Se vede profitto in una direzione è semplice, nelle migliaia di notizie giornaliere, trovarne una che giustifichi l’andamento, lo stesso vale in caso contrario.

Gli investitori si stanno spostando verso mercati relativamente tranquilli ma con rendimenti non trascurabili e l’Italia, a patto di non tirare troppo la corda sfidando la volatilità dei mercati, è una destinazione plausibile e la sua stabilità politica in questa impostazione non è troppo influente, passa in secondo piano rispetto al rischio, al beneficio ed alla prospettiva.

Diverso il discorso della percezione che ha l’Europa nei confronti delle nostre istituzioni. Europa che, qualsiasi sarà il Governo venturo, dovrà essere un interlocutore primario e col quale negoziare con autorità sul parametro del 3%, sulla Golden Rule ed in prospettiva sul fiscal compact. La stessa OECD ha criticato la politica, adottata fino ad ora, di austerità che ha creato enorme disagio sociale, sentimento anti europeo ed è costata troppo alle classi medie e più disagiate di tanti paesi avvantaggiando principalmente alcune economie (Germania in primis, ma anche il sistema bancario al quale è stato destinato una buona fetta del PIL dell’eurozona) e contravvenendo a quello che avrebbe dovuto essere lo spirito Europeo che va costruito, mantenuto e tutelato.

14/02/2014
Valentino Angeletti
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Fassina capro espiatorio, ma a che condizioni questo Governo può proseguire?

Un’altra tegola è precipitata sul, o forse giù dal Governo. Si tratta del viceministro PD all’Economia Stefano Fassina il quale proprio ieri in serata ha dato le sue irrevocabili dimissioni. Ufficialmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una risposta del segretario Democratico Matteo Renzi ad un giornalista che gli chiedeva in merito al rimpasto di governo. Che un leader politico tiri in ballo ironicamente Fassina non è la prima volta, era già capitato durante il governo Monti, per bocca dello stesso Premier, rimediando ad un suo piccolo errore che lo aveva visto credere Fassina Senatore. Il medesimo Fassina è stato poi protagonista di dichiarazioni forse un po’ troppo impulsive che hanno suscitato reazioni contrastanti, a cominciare dall’evasione di sopravvivenza (link pezzo evasione di sopravvivenza) o dell’impossibilità di togliere l’IMU, imposta che, a detta dell’allora viceministro, visti i conti pubblici e le difficoltà dei comuni, sempre e comunque sarebbe rientrata.

L’idea di abbandonare il governo non è nuova all’ex viceministro che aveva già provato a dimettersi, bloccato poi da Enrico Letta, per incompatibilità col suo superiore Saccomanni. Stavolta la decisione sembra più ferma e difficilmente il Premier riuscirà a recuperarlo.

La prima dichiarazione di Fassina è stata che, essendo lui di un’altra corrente rispetto a Renzi, fosse doveroso tirarsi da parte per far si che il Governo potesse, con un nuovo innesto, rappresentare la reale conformazione del PD supportata alla primarie da circa 3 milioni di elettori.

Questa affermazione di Fassina, il cui posto potrebbe rimanere vacante fino ad ulteriori chiarimenti sul patto di governo, mette in luce, al di là del caso specifico, un quesito importante e di primaria importanza. Dopo la scissione interna al PDL che ha visto la nascita di una forza di maggioranza, il NCD, ed una di opposizione, il PDL fortemente orientata alle elezioni anticipate e dopo le primarie del PD che hanno stravolto l’assetto del partito, si può ancora dire che l’attuale esecutivo abbia i numeri elettorali, in termini di reali elettori, per rimanere in carica?

La domanda avrebbe potuto essere evitata se, come era stato auspicato, dopo la nascita del NCD il Governo fosse stato più debole numericamente, ma più forte e coeso sul da farsi e nell’azione, cosa che non si è verificata in modo evidente. A parte le parole questa armonia tra le due forze di maggioranza non è stata così manifesta e, benché in modo più pacato rispetto al passato, non sono mancati i diktat; ora con la decisione di Fassina medesima questione si propone per lo stesso PD ove il Segretario vuole immediatamente accelerare per giungere nel brevissimo ad una riforma elettorale, proposito condiviso trasversalmente, spesso però messo in secondo piano rispetto ad altre questioni importanti, ma in questo momento a priorità leggermente inferiore, come le unioni di fatto ed i diritti delle coppie omosessuali.

Il patto che avrebbe dovuto essere mantenuto era che un Governo d’emergenza o non avente più l’appoggio della maggioranza dell’elettorato avrebbe potuto continuare a governare se e solo se avesse fatto rapidamente le riforme e preso le decisioni che la situazione attuale richiede. Questa cosa non sta avvenendo e quindi è legittimo chiedersi se sia il caso, con una nuova legge elettorale, tornare immediatamente alle urne. La stabilità di governo serve, come ci ricordano in Europa, ma ancora di più, ed è sempre l’Europa a ricordarcelo, servono le riforme e le politiche in favore di lavoro, reddito, redistribuzione ricchezza ecc. La stabilità “statica ed immobile” tra le altre cose mina anche la credibilità e l’autorevolezza del nostro Esecutivo che stiamo piano piano riguadagnando nei consessi mondiali e che necessita comunque di una moralizzazione ed uno spirito di sacrificio maggiore messo sul piatto dalla politica stessa.

Una volta fatta la nuova legge elettorale se il governo non cambierà davvero marcia e si deciderà ad essere più risoluto anche a costo di dover arrivare a qualche scontro, come avvenne tra SPD e CDU in Germania o tra Repubblicani e Democratici in USA, le elezioni potrebbero essere l’unica vera soluzione per avere un governo dal programma più chiaro e che possa “portare in cascina” almeno qualche vittoria significativa senza procedere cercando di accontentare tutti, ma di fatto non avendo le risorse sufficienti, tanto che ogni misura anche se ammirevole nell’intento risulta inefficace nella pratica.

A ben vedere gli unici a poter temere le elezioni sono quelli di NCD, formazione ancora troppo recente e che paga il trascorso forte legame con Berlusconi il quale dal canto suo rimane leader “de facto” di un PDL stando ai sondaggi ancora ben appoggiato dal proprio elettorato storico ed in cerca di un successore.

A ricordare la necessità di serietà e di una chiara e decisa linea sono ancora una volta i dati: consumi mai così bassi, nonostante le feste, da 9 anni a questa parte; potere d’acquisto delle famiglie fermo a 30 anni or sono; i tanti aumenti scattati dal primo gennaio; lo spettro della bassissima inflazione che potrebbe ulteriormente deprimere i consumi; le stime sull’occupazione 2014; la perdurante incertezza sull’IMU; il livello impositivo per le imprese ai massimi livelli in Europa che per artigiani, commercianti e piccole industrie oscilla tra il 53 ed il 68% che rende impossibile ogni investimento. La CGIA di Mestre, stessa associazione che pochi giorni fa ha certificato una riduzione per alcune famiglie, le più fortunate, della tassazione relativa al 2013 fino a 250€ (ma sono considerati gli aumenti di molte tariffe, la stagnazione degli stipendi, le imposte locali/regionali e lo slittamento di alcune imposte come quelle sugli immobili e servizi indivisibili?), riporta un aumento impositivo relativo allo scorso anno tra i 270 ed i 1000€ per le PMI, artigiani e commercianti.
A chi poi vorrà addurre la riduzione dello Spread a 197 pti base, va ricordato che il risultato è senza dubbio importante ed effettivamente porta beneficio per il paese in termini di minori interessi sul debito, ma che principalmente è dovuto ad una politica monetaria Europea accomodante (nonostante manchi di alcuni importanti strumenti) e soprattutto dall’aumento degli interessi sui Bund tedeschi, benchmark per il calcolo dello spread degli altri paesi, tanto che i tassi di interesse dei BTP, ora appena sotto il 4%, non sono diminuiti tanto quanto i punti di spread rispetto ai massimi degli anni scorsi.

Incastrando Fassina come capro espiatorio per questa riflessione, è lecito e doveroso rimarcare il concetto che un Governo stabile paga se agisce e si prodiga per il paese, e ciò è quello che anche in Europa stanno iniziando ad intimare con sempre maggior decisione, altrimenti, poiché “mai fur vivo”, sarebbe da confinare nel girone infernale che Dante, animato dal suo più profondo disprezzo, riserva ad inganvi e pusillanimi, mai risoluti e sempre neutrali.

05/01/2013
Valentino Angeletti
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Fine anno, tutti con Napolitano. Quindi da domani si cambia?

Il tradizionale discorso di fine anno del Presidente della Repubblica è stato, seguendo la tendenza del momento, all’insegna della comunicazione.
In particolare la prima parte, che ha visto la lettura ed il racconto di storia di vita vissuta da comuni cittadini alle prese con la crisi e le sfide del quotidiano, è stato un tentativo forte e toccante di riavvicinamento tra popolazione ed istituzioni politiche, rapporto che, come confermano svariati sondaggi (es. studio Demetra su la Repubblica di Lunedì 30/12), è andato sempre più ledendosi fino a sfociare in totale distacco, disaffezione e disinteresse. Sentimenti mossi dalla convinzione diffusa tra i ceti popolari e non, avvallati da alcune evidenti dimostrazioni, che la politica non riesca ad interpretare i reali bisogni dei cittadini e non sia in grado di capire i problemi o perché guidata da interessi puramente personali o perché, malgrado la buona volontà, lo status quo di politico con al seguito innumerevoli benefici e lauti stipendi, perfettamente legittimati dalle norme e che consentono disponibilità quasi illimitata per ogni eventualità, non possano permettere la completa comprensione di coloro che non arrivano a fine mese, devono scegliere tra pagare i propri dipendenti o garantire il necessario alla propria famiglia (caso presente tra le letture di Napolitano) o hanno un muto per la casa che faticano ad onorare (il classico esempio è la concessione di un mutuo, ormai chimera di molte persone comuni non lo è invece per i politici che hanno accesso a tassi di favore, 1%, e dispongono di stipendi e prebende fisse e sostanziose). Napolitano ha auspicato che questo divario inizi a colmarsi fin da subito ed ha suggerito alla politica di moralizzarsi e sacrificarsi, di tornare davvero al servizio del cittadino comprendendone bisogni, necessità, pretendendo doveri, ma assicurando diritti a partire dai fondamentali.

Il resto del discorso è stato più o meno prevedibile, dai toni non aggressivi o da ultimatum senza però tralasciare di sottolineare la natura transitoria del suo mandato né di respingere con vigore ogni accusa di assolutismo nei suoi confronti, mettendo in primo piano la necessità di andare avanti con le riforme, inaugurare un periodo di cambiamento e perseguire una larga comunione di intenti, o se si preferisce di intese, trasversali tra i partiti per lavorare assieme in favore della cosa pubblica.

Le reazioni dei partiti e del leader politici sono state critiche per quel che riguarda le forze di opposizione, ma di totale consenso ed approvazione considerando i partiti di maggioranza e del centro, quindi PD, dal Premier Letta al Segretario Matteo Renzi, NCD, a cominciare dal vice Premier Alfano, l’UDC, il cui leader Casini si è detto entusiasta e Scelta Civica, ove Monti si è complimentato per il discorso del Presidente definito pacato e forte.

Dunque nella maggioranza e nel centro tutti d’accordo.
Da domani, si consenta che il primo gennaio anche le istituzioni si dedichino al riposo, si potrà davvero lavorare in sintonia ed accordo per cambiare il paese e ritrovare i binari di una Italia al limite dello smarrimento o comunque in costante stato di “vivacchiamento”, rendendo realmente utili le larghe intese e la stabilità politica, insignificanti se fini a se stesse?
Visti i precedenti, al di là delle frasi di circostanza più o meno sincere e commoventi, sarà difficile che una data particolare come Capodanno ed un unico messaggio, uno dei tanti e neanche dei più critici, possa far mutare quell’attitudine che tra alti e bassi si protrae almeno da 240 giorni, da maggio dell’anno ormai scorso.

Il fortissimo augurio, accanto a quello di un 2014 ricco di soddisfazioni e gioia, è di sbagliare previsione. L’attesa non sarà lunga, da domani si vedrà.

01/01/2014
Valentino Angeletti
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Cancellieri, Ligresti storie di “Non” Libertè, “Non” Egalitè, “Non” Fraternitè….

Ancora una volta una telefonata, un’ intercettazione gettano nel caos le istituzioni e dividono l’opinione pubblica. Questa volta si tratta della telefonata che il Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri avrebbe effettuato alla moglie di Salvatore Ligresti, Gabriella Fragni, nella quale il Ministro mostrerebbe tutta la propria disponibilità nell’ aiutare la famiglia dell’Ingegnere proprietaria di Fonasi riguardo all’ arresto della figlia Giulia, la quale, in carcere, avrebbe riscontrato problemi di salute.
A prescindere da come poi evolverono le cose, pare non influenzata dalla telefonata, ed a prescindere dall’ amicizia che legava da tempo le due famiglie e che effettivamente avrebbe potuto muovere il sentimento umano di vicinanza della Cacellieri alla ragazza, la vicenda solleva almeno tre punti importanti di riflessione.

Il primo riguarda la carcerazione preventiva e la necessità della totale rivisitazione di questa misura che contribuisce ad intasare il sistema carcerario italiano, già vicino al collasso e causa di multe e sanzioni provenienti dalla commissione europea, che non tutela a dovere la libertà ed il principio di innocenza.

Il secondo riguarda l’ugual trattamento delle persone rispetto alle istituzioni. Anche se fosse vero che non è il primo caso di interessamento diretto da parte del Ministro Cancellieri nei confronti di carcerati in difficoltà è impensabile che tutti i casi simili o anche più gravi abbaino usufruito del medesimo interesse. Che il fatto poi non abbia attivamente concorso al passaggio di Giulia Ligresti agli arresti domiciliari è ancora da dimostrare, così come è indubbio il peso della telefonata, direttamente da Ministro della Giustizia. Quante persone, madri, padri, amici e familiari hanno un caro in carcere, in certi casi per reati al limite del banale, in condizioni igieniche inadeguate e magari gravemente sofferente e livello fisico o psicologico, o perché precedentemente malato oppure perché indotto da condizioni ai limiti dell’umano? La risposta è un’ infinità. Il loro sentimento non può che essere di rabbia, sdegno, impotenza e frustrazione, poiché anche il solo giovarsi di una frase come:
“Conta su di me poiché farò qualsiasi cosa sia in mio potere”, per giunta proferita dal Ministro di Giustizia, predispone l’animo e la mente in modo differente e li apre a speranze che, anche con la loro semplice presenza, arrecano sollievo e danno la forza di affrontare le difficoltà con diverso vigore e spirito.

Il terzo punto è più materiale, tipicamente e drammaticamente italiano e riguarda un retroscena della vicenda. Il figlio di Anna Maria Cancellieri, Piergiorgio Peluso, è stato Direttore Generale di Fondiaria-Sai. Una intercettazione ai danni della stessa Giulia Ligresti farebbe emergere che questa carica non deriva propriamente da meriti o CV ineccepibile, bensì dai potenti conoscenze e legami personali detenuti da Peluso. La Ligresti lamentava anche il fatto che dopo un solo anno di incarico, per giunta con risultati scadenti, Peluso avrebbe lasciato la compagna, già in difficoltà finanziarie, percependo 3.6 milioni di € di buonuscita per entrare in Telecom. Forse, ma nessuno può dirlo se non l’anima e la coscienza dei protagonisti, il sentimento di amicizia oltre quarantennale era ulteriormente supportato da un senso di profonda riconoscenza per la famiglia dell’Ingegnere. Un caso simile successe in Fincantieri con un esponente della Lega Nord, ma sicuramente è in numerosissima compagnia.

Ciò è un’ ennesima prova di come l’Italia sia ineguale, ingiusta, statica, socialmente immobile e di come troppo spesso il sogno dello studio, dell’impegno, della dedizione, della gavetta per avere anche una sola possibilità di colmare un divario sociale che si sta sempre più pericolosamente allargando rimanga sogno già in partenza.
Questa è una profonda iniquità che contribuisce all’ assenza di prospettiva, di voglia di emergere e di combattere, di sudare ed a volte di sperare di tanti giovani che o si rassegnano e si annichiliscono oppure cercano all’ estero mete, non più favorevoli, ma semplicemente dove giocarsela alla pari, senza vantaggi, ma soprattutto senza una zavorra notoriamente incolmabile. L’assenza di meritocrazia o il saper già che vi sono dei limiti non prevaricabili, non tanto perché qualcuno, e se così fosse chapeau nei suoi confronti, sia più bravo o meritevole, ma perché facente parte del giro giusto (in the right loop direbbero gli inglesi…) lascia l’amaro in bocca ed indigna non poco. Inoltre non sembra esistano vie per migliorare la situazione, e cosa peggiore, in tanti, giovani e non, considerano questa prassi una consolidata normalità sicuramente errata ma ormai da accettare rassegnatamente.
La situazione economica italiana, dove lo Stato ed intere aziende una vota eccellenze e campioni mondiali (la Telecom è un caso emblematico) arrancano, è figlia anche di comportamenti e pratiche simili.

Il Premier Letta ha dichiarato la necessità di più Europa (e qui si è ribadito da tempo, più e più volte), di una Europa dei popoli, di fratellanza, ricalcando il motto della rivoluzione francese, dove i falchi, tipicamente del nord, rinunciano a qualche loro privilegio per supportare i Paesi più in difficoltà al fine di giungere rapidamente ad una unione reale proveniente da un profondo processo riformatore che è l’unica via per non fare del sogno europeo solo un tentativo sgretolatosi sotto gli egoismi ed i particolarismi che ingoieranno anche coloro che fino all’ ultimo hanno persistito nel loro mantenimento.
Sicuramente mossi da interessi economici anche gli USA hanno fatto questo monito alla EU ed in particolare alla Germania.
Noi, come Italia, che avremo il prossimo anno la guida del semestre europeo e che dovremo avere la forza, l’autorevolezza e la credibilità per mettere in discussione vincoli europei eccessivamente rivolti all’ austerità e poco alla crescita, come possiamo pensare di centrare l’obiettivo se internamente siamo vittima di continue tensioni politiche, scontri interni al governo e se per di più la nostra politica ed il nostro tessuto industriale e multinazionale (come era proprio Telecom, Alitalia, Fondiaria) di prima importanza sono stati governati da meccanismi impeccabilmente oliati affinché vigano successioni quasi dinastiche o comunque nomine per cognome?

02/11/2013
Valentino Angeletti
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Anche l’ Africa chiede più Europa

Non si può e non si deve rimanere indifferenti di fronte a ciò che è successo qualche giorno fa a Lampedusa. Nessuno se lo può permettere, con la consapevolezza che il problema degli sbarchi non è nuovo e questo è solo uno degli ultimi episodi dall’ epilogo drammatico che calamita ogni attenzione, ma il fenomeno non è affatto nuovo e troppo spesso taciuto poiché fortunatamente non sempre così tragico.

Adesso a mente più fredda si fa appello a politiche comunitarie per cercare di porre rimedio alla piaga dell’immigrazione incontrollata in terra europea. Lo fa l’ Italia che, fuor di dubbio, vive il problema sulla propria pelle, lo fa la Germania che, abbandonando il suo rigore spesso un po’ egoistico, si dichiara favorevole a quote di immigrati per singoli stati e ad accordi con gli stati di partenza degli emigranti, e lo fa la Francia, che per bocca del suo primo ministro Jean-Marc Ayrault ritiene necessario un intervento europeo per cercare una soluzione al fenomeno dell’ immigrazione nell’ Unione.
Con questo fine si riuniranno nei prossimi giorni, probabilmente mercoledì 9 ottobre, i Ministri degli Interni di tutti gli stati membri.

Politiche comuni e forti valide per tutto il continente europeo sono necessarie per affrontare ogni tematica che comporti conseguenze per i singoli stati; più in generale ogni politica finalizzata ad incrementare la competitività del continente, a rafforzare la sua posizione attualmente un po’ barcollante e ad affrontare le sfide globali, non può prescindere dal seguire una linea dettata centralmente all’insegna della solidarietà e dell’integrazione tra gli stati membri in modo da avere realmente “più Europa” come invocato da molti esponenti istituzionali (il Premier italiano Letta primo tra tutti, ma anche l’ex Premier Mario Monti o il Professor Romano Prodi). Questa considerazione vale ovviamente per le tematiche monetarie e finanziarie, per quelle fiscale e relative alla tassazione ed all’evasione/elusione, per le politiche energetiche ed il mercato dell’energia, per la lotta ai cambiamenti climatici ed alla sostenibilità energetico – ambientale. Tutti campi che, senza un moto sincrono ed unitario, amplificheranno disuguaglianze ed accentueranno i problemi degli stati più deboli i quali saranno la zavorra della UE e non le consentiranno di competere a livello globale con le grandi potenze, come parimenti non potrebbero farlo le singole economie, anche quelle più forti, perché pur sempre troppo piccole di fronti ai giganti del mondo. A maggior ragione questa considerazione va applicata, e pare che, almeno a parole, anche i più reticenti come la Germania se ne siano accorti, al tema della demografia e più nello specifico dell’immigrazione che non è più verso una nazione, ma è verso un continente e che troppo spesso finisce in tragedia.

Il commissario europeo responsabile per gli affari interni e l’immigrazione Cecilia Malmström ha dichiarato da Bruxelles che l’ Europa ha messo in campo strumenti per il controllo dei flussi migratori, come il Frontex e l’Eurosur, e che ha allocato molti fondi, dei quali uno dei maggiori destinatari è l’ Italia (232 milioni nel periodo 2010-2012 e 137 milioni solo per il 2013). La Malmström ha anche affermato che l’ EU è disponibile ad agire, ma gli Stati devono chiarire cosa vogliono. Quest’ ultima affermazione forse non è troppo precisa, in realtà dovrebbe essere elaborata, con la partecipazione di tutti gli stati membri, una politica e delle modalità comuni per cercare di risolvere il complesso problema. Non è esaudendo le proposte di singoli stati, i quali potrebbero avere visioni limitate, che si può affrontare la situazione a livello continentale come dovrebbe essere fatto, altrimenti si rischierebbe solamente di spostare in problema da un confine ad un altro.

Il problema demografico animerà i prossimi anni e l’ immigrazione dai paesi africani e del medio oriente rappresenta una risorsa che tramite l’ integrazione ed attraverso la creazione di un’ area economico-sociale “Paneuromediterranea” (Cit. editoriale del trimestrale Oxygen di Antonio Tajani, Vice Presidente commissione Europea) potrà portare benefici a tutti i continenti che si affacciano sul Mare Nostrum. Il flusso migratorio deve essere controllato e non essere animato dalla disperazione per guerre civili, terrorismo, estrema povertà oppure non deve essere la via di fuga per criminali. A tal fine i dialoghi con i paesi africani o del medio oriente interessati sono indispensabili, ma difficili anche per il fatto che spesso i governi sono dittatoriali, militarizzati o non ben definiti. Da parte dei paesi più industrializzati, ricchi ed attenti alla sostenibilità anche in campo umanitario e politico, come l’ Europa si presenta, deve essere compiuto uno sforzo non interessato per portare stabilità anche in quelle aree flagellate e devastate dalle dittature militari, per instaurare un tessuto sociale più armonioso ed autosufficiente grazie all’ approvvigionamento di acqua, al miglioramento di prassi sanitarie, all’ elettrificazione ed alla creazione di una agricoltura e piccolo artigianato locale che regolerebbe in modo automatico il flusso migratorio.
È chiaro che questi interventi richiedono tempo ed una organizzazione impeccabile che solo una istituzione od continente veramente unito e mosso da politiche comuni può garantire. Ne è un esempio l’ ONU o la Banca Mondiale e lo deve diventare anche l’ Unione Europea, perche anche l’ Africa sta chiedendo più Europa.
Se le dichiarazioni della Germania, della Francia e di tutti i paesi che non possono rimanere silenti di fronte ad un simile dramma, verranno applicate ed estese anche ad altri temi chiave, allora sarà seriamente possibile convergere verso un’ Unione più forte che dovrà davvero diventare l’ Europa dei Popoli che ormai è richiesta anche oltre i confini del continente e per affrontare problemi ben più nobili dell’economia e della crescita, quelli legati alla vita. Se ciò accadrà i poveri profughi di Lampedusa ne saranno di diritto i martiri padri fondatori.

06/10/2013
Valentino Angeletti
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Comprensibili e giustificate ingerenze europee

Queste sono giornate d’attesa per il voto della giunta sulla decadenza, per il video messaggio, che parrebbe già da tempo circolare in multiple versioni, e per le sorti del Governo.

Anche i giorni scorsi sono stati però densi di avvenimenti importanti e di respiro internazionale. Il commissario degli affari europei Olli Rehn è stato in visita presso le Camere italiane in occasione di una delle discussioni sulla legge di stabilità (si dovrebbe fermare fino a venerdì 20 quando è previsto un CDM di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza), vale a dire quella che fino a qualche anno fa era chiamata legge finanziaria. Per molti questa “intromissione” ha già sapore di commissariamento, quasi una anticipazione della Troika. A pensarla così sono esponenti di tutte le parti politiche (M5S, PDL, PD), ad eccezione di Scelta Civica di Monti, che hanno ritenuto una invasione di perimetro, adducendo che l’ Europa non ha da insegnare nulla, anzi dovrebbe pensare agli sbagli fatti negli anni e mesi scorsi, a cominciare dalla Grecia ed al suo ingresso in Europa nonostante conti, a detta loro, notoriamente truccati.

Si potrebbe essere non totalmente d’accordo con alcune politiche Europee, in particolare con l’eccessiva austerità “ad ogni costo”, con l’assenza di flessibilità sui conti, inclusi il rapporto deficit/PIL e la procedura di infrazione, volta alla redistribuzione degli oneri dai paesi meno in difficoltà a quelli più problematici, fermo restando un controllo continuo e constante da parte delle autorità di Bruxelles, o con la decisione di attuare una politica monetaria che avrebbe potuto essere più aggressiva per rilanciare competitività, investimenti ed esportazioni.

Detto ciò è altresì innegabile che, nonostante l’impegno italiano ed i risultati ottenuti a partire dall’Esecutivo Monti e continuati con quello Letta grazie ai quali, con grandi sacrifici della popolazione, qualche voce di bilancio è stata riequilibrata, molte linee guida europee applicabili in modo relativamente semplice sono state disattese; in particolare non è avvenuto lo spostamento della tassazione dalle persone, imprese ed attività produttive, quindi il cuneo fiscale sul lavoro, alle rendite, proprietà e consumi, anzi, proprio con l’IMU la direzione intrapresa è stata quella opposta causando le osservazioni e la richiesta di chiarimenti sulle coperture da parte di Bruxelles che aveva già definito l’abolizione della tassa sulla proprietà immobiliare oltre che pericolosa per i conti anche iniqua. Proprio il taglio del cuneo fiscale è un provvedimento condiviso da ogni partito, dai sindacati e dalle stesse associazioni di categoria, ma che l’instabilità politica ed i veti incrociati su tutti i temi oggetto di discussione hanno bloccato rallentando ulteriormente il paese.

Se volessero essere mantenuti i piani, quindi abolizione completa dell’ IMU, mantenimento dell’IVA al 21% fino a dicembre, rifinanziamento delle missioni all’estero e considerando il dato sul PIL del secondo trimestre 2013 a -2.1% ed inferiore alle previsioni, entro fine anno dovrebbero essere reperiti circa 6.5 – 7 miliardi. Tali somme difficilmente potranno essere trovate solamente con tagli agli sprechi, benché si tratterebbe di solo il 2% della spesa immediatamente aggredibile di 300 miliardi su un totale di circa 850, e l’aumento dell’ IVA, o comune un incremento del livello di tassazione che è auspicabile non sia lineare ma progressivo e proporzionale alla ricchezza,  risulta quindi molto probabile al fine di rispettare il rapporto del 3% che tassativamente è stato ribadito essere intoccabile. Ci sono inoltre l’instabilità politica e le attenzioni da parte della commissione europea che spingono lo spread e gli interessi sul debito al rialzo, portandoli ai livelli della Spagna, la quale, secondo la EU, assieme ad altre nazioni come il Portogallo, ha recepito le istruzioni europee in modo migliore ed ora ne sta raccogliendo qualche beneficio.

Sicuramente gli sprechi sono un elemento chiave su cui agire per reperire risorse economiche senza appesantire ulteriormente una tassazione non più sopportabile che si piazza ai massimi livelli in Europa. Per fare un esempio il tratto di autostrada Salerno – Reggio Calabria costa al Km circa 52 milioni di euro, 4 volte la  media europea.

Alla luce di quanto detto non è insensato che Olli Rehn vanga a farci visita e si permetta in un certo qual modo di redarguirci. Non è questione se la legge di stabilità verrà fatta in Italia o a Bruxelles, il punto è farla bene in modo equilibrato e sostenibile, ed a quanto pare a Roma fino ad ora hanno avuto evidenti difficoltà che forse possono essere superate con un po’ di costruttivo pressing europeo.

Gli obiettivi da porsi nei prossimi mesi dovrebbero essere orientati all’ottenimento di condizioni più favorevoli per finanziare investimenti e crescita, confidando che la Germania e la Merkel (probabilmente rieletta) abbiano posizioni meno rigide, a rilanciare l’export, i consumi, la domanda interna e la produzione supportata da una diminuzione della tassazione sul lavoro e da una maggior concessione di credito alle imprese. Inoltre di estrema importanza è la capacità di attrarre nuovi investimenti di aziende nostrane ed estere, tanto che sul tavolo del Governo ci sarebbe già un programma di possibili dismissioni di asset statali. In tal direzione, e non si può non fargli un in bocca al lupo vista la sua complessità ed importanza, si sta muovendo il progetto “destinazione Italia” (CDM previsto per il 19 ore 9:30) patrocinato non a caso del Ministero degli Esteri (gli investimenti provenienti da altri paesi sono fondamentali per l’Italia, ed attualmente sono ostacolati dall’alto costo del lavoro, dalla burocrazia, dall’incertezza politico-normativa ed anche dalla corruzione).

Ovviamente presupposto e condizione necessaria per giungere a risultati positivi, soprattutto in campo europeo ed internazionale, sono, come ripetuto più volte, la credibilità e la stabilità politica ancora lacunosa.

17/09/2013
Valentino Angeletti
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IMU VS urgenze del paese

Lentamente, molto lentamente, si sta prendendo atto che l’aumento dell’iva al 22%, il quale nei giorni scorsi è stato posticipato, come da previsioni, ad ottobre 2013, non è così redditizio come era stato preventivato, i consumi si adeguano al potere d’acquisto ed al livello di prelievo fiscale, in Italia estremamente alto. Il punto percentuale che ha fatto balzare l’IVA dal 20 al 21% ha portato entrate inferiori di circa il 6% rispetto a quanto previsto.
Si sta prendendo atto anche che la cancellazione dell’IMU non è probabilmente sostenibile, e che questo provvedimento, contravvenendo a quanto sancito dalla Costituzione, andrebbe a favorire le fasce a redditi maggiori; si tratta di una misura regressiva e priva di coperture sufficienti, afferma il Ministro dell’economia Saccomanni con alla mano uno studio del MEF che presenta 9 alternative all’IMU elencate per efficienza, mentre il Premier Letta, che mai aveva confermato una cancellazione totale dell’IMU, al massimo aveva parlato di rimodulazione o di “metter mano all’imposta”, tranquillizza che la questione verrà risolta entro agosto. Tra le 9 alternative proposte una delle più probabili sarebbe l’inserimento dell’IMU all’interno di una service tax che la includa assieme alle imposte su servizi comunali, da augurarsi che abbaino pensato a come tener conto della tipologia di immobile e soprattutto di come tutelare i non possessori di prima casa da una semplice e subdola ridistribuzione del gettito IMU su una platea più ampia.

Ambedue le evidenze di cui sopra sono state anticipate già qualche mese fa e ribadite più volte. Concludere che la cancellazione dell’imposta sugli immobili agevola la maggior parte delle volte (ovviamente esistono le eccezioni ed i casi particolari) le fasce a più alto reddito non è un sillogismo troppo articolato, me ne ero accorto io e la mia famiglia che purtroppo non siamo possessori di immobili, se ne erano accorti coloro che percepiscono meno di 13’000€ all’anno in quanto esentati, se ne erano accorti la maggior parte dei contribuenti che versavano circa 150€ all’anno di imposta immobiliare, se ne era accorto il PD ed ancora prima Scelta Civica di Monti. Per le categorie a basso reddito il nullo o lieve risparmio di un’eventuale cancellazione dell’IMU non contribuirebbe di certo a spingere vigorosamente i loro consumi, come per i più ricchi e facoltosi il risparmio di qualche migliaia di euro all’anno non sarebbe così significativo da alzare ulteriormente un tenore di vita già elevato, ancora meno plausibile è pensare ad un effetto benefico sul mercato immobiliare.

Dunque tutto ciò che aveva bloccato il Governo Letta, e continua a farlo visto che da Brunetta a Berlusconi non si accetta la possibilità di non cancellare l’imposta sugli immobili minacciando esplicitamente la tenuta dell’Esecutivo, è sempre più evidente essere una questione di poco conto, sostanzialmente proclami da campagna elettorale se paragonata ai reali problemi che con grande difficoltà l’Esecutivo sta cercando di affrontare, primo tra tutti la disoccupazione, il pagamento dei debiti delle PA, il cuneo fiscale, il sostegno alle famiglie ed alle imprese, gli investimenti in sviluppo, il problema del costo dell’energia e via discorrendo.

Mentre la maggior parte dei leader di centro destra è impegnata a lanciare pesanti ultimatum al Governo, non senza scontri interni, sui temi dell’agibilità politica di Berlusconi, sulla quale si pronuncerà l’apposita giunta il 9 settembre, e dell’IMU, nel centro sinistra sono il congresso, la segreteria di partito e la candidatura a Premier ad essere gli argomenti sui quali vengono spese le maggiori energie, in ambo i casi ancora una volta dimenticando le priorità del paese. Non sarebbe meglio, solo per citare l’ultima opportunità da cogliere al volo e da sfruttare senza errori visto che si sta parlando di soldi dei risparmiatori “postali”, supportare già da subito la CdP che, presentando il suo piano industriale per il triennio 2013-2015, ha messo a disposizione da 74 a 80 miliardi di euro per privatizzazioni e piani di lungo periodo come investimenti in infrastrutture e nella crescita dimensionale delle imprese?

09/08/2013
Valentino Angeletti
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Mediaset, ma non solo, a bloccare la politica

Solo qualche giorno fa, alla vigilia del processo Mediaset, il profilo adottato da media e politica era piuttosto basso, la linea comune era quella che vicende giudiziarie del Cavaliere e politica dovessero essere separate, benché fossero chiari ed evidenti i contrasti che permeavano trasversalmente i partiti.

La sentenza è stata pronunciata e resa esecutiva, proprio oggi 3 agosto. L’interdizione dai pubblici uffici è rimandata al tribunale di Milano e probabilmente sarà ritoccata temporalmente passando da 5 a 3 anni, mentre è stata confermata la condanna penale per frode fiscale a 4 anni, ridotta a 1 per via dell’indulto. La Corte non ha influenzato il titolo Mediaset che nell’ultimo anno ha guadagnato oltre il 100% consentendo alla famiglia Berlusconi di aumentare il valore delle loro azioni per un ammontare pari circa a quanto dovrebbero pagare a De Benedetti per il caso CIR-Mondadori, 470 milioni di €. Forse la Consob in queste situazioni dovrebbe preventivamente vigilare poiché in un periodo di crisi e con il settore pubblicitario che arranca in tutta Europa, una performance simile del Biscione pare appena sospetta, pur non essendoci fondamento alcuno.

Inevitabilmente l’esito sta avendo un impatto importante. All’interno del PD il segretario Epifani chiede il rispetto della sentenza ed in particolare il voto per far uscire Berlusconi dal Parlamento poiché dal 2012, Esecutivo Monti, chiunque abbia una condanna definitiva di oltre 2 anni non ne può far parte. Il PD rimane anche in questa circostanza diviso internamente (Civati, Epifani, Renzi ad esempio hanno opinioni discordanti), complice il congresso e le elezioni primarie che rendono il clima all’interno dei democratici costantemente da campagna elettorale.

I leader del PDL si schierano a favore del Cavaliere arrivando a chiedere al Presidente della Repubblica la grazia per Berlusconi il quale si limita a dichiarare, molto astutamente, di voler mettere dinnanzi a tutto il bene del paese, ma poi richiede una imminente riforma della giustizia e nuove elezioni nel breve termine. L’ipotesi della grazie è molto remota, non sono i leader politici ad avere facoltà di richiederla e Napolitano, pur favorevole ad una modifica della riforma della giustizia, non è assolutamente intenzionato a concederla nonostante le minacce del PDL di dimissioni di massa che porterebbero immediatamente alla caduta del Governo ed addirittura il clima da guerra civile intimato da Bondi. Esiste inoltre il punto che riguarda la successione, Marina Berlusconi non è gradita a tutti i membri del PDL, ma il nome che consentirebbe di mantenere il simbolo con la dicitura “Berlusconi” e l’esperienza imprenditoriale la pongono di fatto in lizza, quasi che il centro destra liberale in Italia possa essere rappresentato solamente dalla famiglia di Arcore.

Scelta Civica, con l’ex Premier Monti, ricorda saggiamente che in questo momento una crisi di governo potrebbe non essere sostenibile, nonostante sul fronte dei mercati gli spread siano rimasti constanti.

Il Premier Letta, concordando con Monti, dichiara che non è pensabile, anzi si tratterebbe di un “delitto” far cadere ora l’Esecutivo.

La situazione è molto complessa ed intrigata, è probabile che il Presidente della Repubblica stia ripensando alle parole che disse quando accettò il secondo mandato, cioè che in caso di gravi tensioni avrebbe valutato le dimissioni; attriti e scontri non sono mai mancati, ma ora sembrano essersi davvero aggravati e rischiano di compromettere seriamente la tenuta del Governo, lo testimonia una improvvisa accelerazione che qualche giorno fa c’è stata sul fronte della legge elettorale.

Le tensioni politiche, nonostante qualche progresso sul fronte dei conti, dei consumi e della produzione, hanno già portato il rating del debito del nostro paese a due step dalla classificazione “spazzatura”, che vorrebbe dire divieto di acquisto per statuto da parte di molti Stati, ed investitori istituzionali, comprese banche e fondi; a quel punto il rifinanziamento sarebbe più difficile ed avrebbe costi sempre maggiori.

Oltre ai mercati, che guardano il nostro paese con costante attenzione (debito, riforme, mercato del lavoro, disoccupazione sono sorvegliati speciali), vi sono i problemi interni all’Esecutivo. Questo governo che doveva essere rapido, dinamico e flessibile, in grado di affrontare, grazie alla maggioranza ampia, le questioni urgenti in modo celere, si è rivelato ingessato ed ostaggio della stessa maggioranza, quando non delle opposizioni, che lo compongono. Nonostante alcuni buoni risultati sia a Bruxelles (accordi sul lavoro giovanile) che al livello nazionale (sblocco dei pagamenti della PA, qualche riforma per rendere il lavoro più flessibile utilizzando l’EXPO come driver, incentivi alle ristrutturazioni e bonus per elettrodomestici e  riqualificazione/risparmio energetico, qualche flebile cenno alla sburocratizzazione ed alla sua digitalizzazione, che però pecca di educazione digitale della popolazione, in particolare quella più anziana etc) il ritmo è lento ed il Premier Letta è costretto ad impegnare più risorse nella mediazione interna rispetto a quelle che impegna in Europa per cercare di fare in modo che vengano presentare ed approvate quella serie di norme volte ad armonizzare l’ EU ed in grado di creare i presupposti per la ripartenza economica e la competitività che risultano spesso osteggiate dai paesi nordici i quali, come entità particolari, beneficiano di questa situazione contravvenendo allo spirito europeista che dovrebbe essere condiviso e difeso da tutti i membri. In tal senso si possono rammentare l’unione bancaria, l’armonizzazione fiscale e della tassazione, la lotta comune all’evasione, le politiche monetarie della ECB e, limitatamente al nostro paese, l’applicazione della “golden rule” agli investimenti in innovazione ed infrastrutture; tutte norme che necessiterebbero di una pressione costante dei principali rappresentati del Governo italiano.

Alcuni dati stanno lentamente volgendo in territorio positivo rispetto agli ultimi mesi, come la produzione ed i consumi, dopo aver visto cali drammatici, e forse anche il PIL 2014 sarà lievemente positivo, +0.7%; i livelli pre crisi rimangono ben lontani ed anche la disoccupazione continuerà ad aumentare per molti anni, in ogni caso i pochi segnali di inversione di tendenza dovrebbero essere sfruttati, le azioni essere più incisive e rapide, ed il governo non dovrebbe incagliarsi ogni giorno in nuovi  problemi interni.

In questo momento in Italia, come in Europa, si dovrebbero realmente superare gli egoismi e le posizioni da campagna elettorale per operare in ottica di più ampio respiro e risanamento di lungo termine. La maggioranza dovrebbe accordarsi, trovare un compromesso legalmente accettabile sul destino politico di Berlusconi e passare oltre andando ad affrontare i temi di interesse economico per il paese, come il costo dell’energia che necessita di un nuovo piano energetico ed una differente gestione delle rinnovabili e degli incentivi, il lavoro giovanile che deve vedere entro fine anno applicate quelle misure previste dalla “youth guarantee” concordata a Bruxelles e per la quale si ricevono contributi europei, la riforma previdenziale e degli ammortizzatori sociali, il digital divide, il livello fiscale insostenibile, il credit crunch ed il sostegno alle imprese, la riforma elettorale ed il finanziamento pubblico ai partiti, il taglio della burocrazia e della spesa pubblica, la gestione del patrimonio immobiliare e delle aziende controllate o partecipate. Il DDL del Fare per ora è un piccolo tassello di un grande mosaico che in breve tempo dovrebbe essere completato, ma i giocatori, quasi che non riescano a rendersi conto delle situazioni economico sociali in cui versano il paese e le persone, non sembrano essere troppo motivati, continuando ad avere un visione molto limitata e sempre più “divisiva”.

03/08/2013

Valentino Angeletti

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Come comunica la politica? Dalla Fornero alla vicenda kazaka

 

Sempre più spesso rimango colpito, quando non addirittura basito, di fronte all’incapacità di alcuni politici di comunicare in maniera efficace o di pesare quanto stanno per dire alla luce delle loro importanti cariche istituzionali o di quante poche relazioni interne ed esterne ci siano tra vari enti di Governo.

Si ricordi ad esempio la definizione di “choosy”, letteralmente “schizzinoso”, che l’allora Ministro Fornero affibbiò ai quei ragazzi che non volessero accontentarsi, prescindendo dal loro titolo di laurea, di un posto di lavoro più o meno qualsiasi. Personalmente interpretai il discorso del Ministro come voler spronare i ragazzi ad entrare in un meccanismo lavorativo che, piano piano, partendo dalla gavetta, magari allontanandosi da casa, rischiando un po’ e  sfruttando le proprie capacità, potesse portare gradualmente nuove prospettive e nuove opportunità. In tal contesto si può, anzi si deve, consigliare ad un giovane di non essere choosy, ma di adattarsi, impegnandosi e dimostrando il proprio valore. Purtroppo questo meccanismo difficilmente in Italia esiste ed il rischio molto concreto è che un ragazzo neo laureato rimanga disoccupato o entri in una spirale infinita di contratti a termine e precariato senza tutele, diritti, prospettive ed al limite dello sfruttamento che si vede costretto ad accettare per necessità. Considerando la posizione istituzionale della Fornero e l’indubbia conoscenza del problema, essendo allora il Ministro del Lavoro, la sua uscita non fu di sicuro felice come non fu felice la definizione di “noioso” che l’ ex Premier Monti diede al posto di lavoro fisso. Anche in tal caso in una società o azienda dove vi fossero opportunità di cambiare lavoro, se necessario seguire un percorso di riconversione (magari con sostegno statale come accade in Germania), acquisire nuove competenze, ampliare la propria visione, conoscere nuovi mondi e nuovi approcci ai problemi, in sostanza arricchirsi personalmente, sarei il primo a non voler fare per 40 anni la stessa mansione, anzi mi augurerei di cambiare periodicamente. Purtroppo in Italia non funziona così e le aziende che danno queste possibilità di mobilità intra o extra company sono pochissime e nel nostro paese la riconversione del lavoratore non esiste.

L’ultimo episodio di comunicazione molto scadente e non consono al ruolo, è l’accostamento che il Vice presidente del Senato Calderoli ha fatto tra il Ministro per l’integrazione Cecilie Kyenge ed un Orango, proseguendo dicendo che sarebbe un ottimo ministro in Congo e che non parla correttamente l’Italiano, cosa tra l’altro falsa. Il riferimento al razzismo è lampante e del tutto differente rispetto ad altri paragoni animaleschi avvenuti in politica, ma soprassediamo. Gli aspetti più improbabili e peggiorativi sono staiti i tentativi di giustificazione addotti. Il primo è stato che il riferimento non era politico, ma “semplicemente” di somiglianza fisica, bene, un galantuomo il Vice Presidente. Poi disse che era una frase da comizio, suvvia per agitare le folle acclamanti, come se ad un comizio un Vice Presidente del Senato possa esprimersi in quei termini, anche se la cosa più preoccupante è che esistano ancora folle, magari poco consistenti ma sempre troppo numerose, che nel 2013 nella civile Italia si esaltano per frasi simili. Infine, la scusa più patetica è stata la confessione di una “forma mentis” per la quale Calderoli associa ad ogni persona un animale, si trovano quindi l’airone Letta, la rana Alfano, il cane San Bernardo Ministro Cancellieri definita paciosa ma sempre pronta a mordere, infine l’apoteosi: il Ministro delle politiche agricole Nunzia De Girolamo associata, udite udite, ad una gallina ovaiola!

La reazione della Kyenge dal canto sue è stata impeccabile, non ha mostrato alcun rancore o livore nei confronti del Vice Presidente ed anche dal punto di vista comunicativo ha abbassato i toni non scadendo nella facile polemica, accettando le successive scuse e limitandosi a dire molto tranquillamente nei modi e nei toni che quello è il tipo di atteggiamento dal quale la politica dovrebbe liberarsi.

Un altro importante caso degli ultimi giorni è rappresentato dalla vicenda kazaka che causerà il 19 luglio la procedura di voto di sfiducia al Governo. La vicenda denuncia una totale mancanza di comunicazione ed in particolare di relazioni interne e passaggio di informazioni tra enti relazionati gerarchicamente, che in una nazione rappresenta un fatto gravissimo. Sia il Ministro degli Interni che quello degli Esteri si sono detti ignari di tutto, mentre 50 poliziotti speciali compivano una azione non proprio all’ ordine del giorno ed un aereo (non si sa se kazako o austriaco) partiva da Ciampino alla volta probabilmente di Astana con a bordo una mamma ed una bimba di sei anni. Si potrebbe pensare ad un accordo tra Italia e Kazakistan per via delle importanti relazioni strategiche oppure semplicemente a lacune nel passaggio di informazioni. In ambedue i casi si nota come la comunicazione o la condivisione di importanti informazioni tra elementi interessati non abbia funzionato per nulla.

Altri casi simili che hanno rischiato di compromettere un paese, la sua immagine o gli equilibri politici, economici e sociali, esistono non solo a livello italiano, ma anche europeo e mondiale; ad esempio quando Dijsselbloem disse che tutto sommato le modalità di intervento nella crisi cipriota avrebbero potuto rappresentare un modello per l’Europa, causando le reazioni immediate dei mercati e delle istituzioni europee.

Un rapporto odierno dell’Istat rivela che:

“in Italia sono 9 milioni 563 mila le persone in povertà relativa, pari al 15,8% della popolazione. Di questi, 4 milioni e 814 mila (8%) sono i poveri assoluti, che non riescono ad acquistare beni e servizi essenziali per una vita dignitosa”.

Non ci sarebbe da stupirsi se qualcuno improvvisandosi filosofo arrivasse a dire che alla fin fine un po’ di povertà potrebbe aiutarci a riscoprire gli antichi valori e magari ad avvicinarci a stili alimentari più corretti….. (che tra parentesi sarebbe anche falso).

Ci si potrebbe domandare: ma come comunica la politica?

Raggiungerà mai un totale, benché comprensibilmente difficile, dominio della comunicazione che la renderà in grado di diffondere il messaggio voluto senza fraintendimenti e soprattutto pesando intelligentemente quanto sta trasmettendo in relazione al ruolo istituzionale del proferente parola?

16/07/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

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