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Attrazione capitali esteri e Lobbying (Spunto da “Il Messaggero”)

Porto l’attenzione su un al solito eccellente Gianluca Comin, Il Messaggero 29/07/2014, pg. 28:

Una moratoria legislativa per attrarre capitali esteri

Nell’articolo il giornalista mette in luce i “blocchi” del “Sistema Italia” sovente ancora barocco, che ostacolano l’attrazione di investimenti e capitali esteri nella misura che sarebbe consona ad un paese come il nostro (almeno allo stesso livello di Spagna dove pure la legislazione non è così stabile, ne è un esempio la tassazione sulle aziende energetiche; Germania e Francia).
Un punto sollevato è la distanza tra istituzioni pubbliche e policy makers rispetto alle aziende che spesso hanno una visione molto più chiara, strategica e concreta delle difficoltà burocratiche/normative nell’intraprendere nel senso lato del termine. Difficoltà che ovviamente anche i top manager stranieri incontrano ed a causa delle quali evitano in molti casi di investire nel nostro paese.
Mi chiedo se una regolamentazione ufficiale e più trasparente dell’attività di lobbying, come avviene in EU ed in molti Stati europei e non europei (recentemente una primordiale regolamentazione è stata introdotta in Romania ad esempio) possa aiutare ad avvicinare il pubblico al privato per convergere, con la contaminazione e condivisione di esperienze e visioni, verso una macchina normativa e burocratica che invece di ostacolare incentivi, come del resto dovrebbe essere, l’approdo di attività straniere nel nostro paese.
A ciò si rivolgeva il piano Destinazione Italia, encomiabile tentativo, ricco di spunti interessanti, ma, in modo similare a quanto accaduto per l’Agenda Digitale (AD), finito un po’ nel dimenticatoio nonostante l’importanza fondamentale del pacchetto di misure, così come dell’AD d’altronde, per la competitività italiana.

Da augurarsi sicuramente la soluzione degli annosi problemi del nostro paese (anche qui più volte portati in luce e menzionati) ai quali il Governo Renzi sta cercando faticosamente di porre rimedio, ma anche una seria e trasparente regolamentazione della relazione tra industrie e governo-entità legiferanti, altresì detta lobbying, tema che l’attuale esecutivo si era proposto di affrontare, dalla quale possono di certo scaturire vantaggi per le aziende stesse, per la competitività del paese in grado così di attirare aziende estere ed essere più snello ed efficace e per i consumatori beneficiari di una maggiore concorrenza.

29/07/2014
Valentino Angeletti
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La distorsione mediatica dell’attività di Lobbying

Negli ultimi giorni, mentre gli emendamenti al DDL Stabilità venivano presentati e discussi, si è fatto gran parlare, a cominciare dalle cerchie di De Benedietti e Caltagirone, di Lobby e Lobbysti dando implicitamente per scontato, e trasmettendo tale messaggio all’opinione pubblica, che queste pratiche o persone siano, pur non sconfinando nell’illegalità, di certo prive di moralità ed etica e che mettano dinnanzi a tutto e tutti interessi personali ed aziendali. A sentire quanto scritto e detto su media e TG, verrebbe davvero da immaginare a persone ed aziende senza scrupoli, totalmente devote al dio Mommona. Ho avuto il piacere e l’onore di conoscere alcuni, per così dire, lobbysti e non mi sono trovato dinnanzi a squali avidi e bramosi, anzi ho trovato persone molto competenti, colte, padrone indiscusse della parola e del pensiero, a volte anche critiche nei confronti dell’azienda della quale fanno gli interessi.

Vale la pena ribadire che la generalizzazione non è mai cosa buona e che il nostro mondo individua e ricorda più facilmente il singolo episodio negativo rispetto ai tanti positivi. Ciò è tipico della mente umana, ne abbiamo un esempio stupidissimo pensando al passaggio sotto i caselli autostradali; riusciamo a ricordare solo le lunghe code rispetto alle situazioni per così dire normali ove non abbiamo dovuto aspettare nulla e che certamente sono state numericamente superiori. Ci si lamenta dunque delle attese, ma non si gioisce per un passaggio subitaneo e rapido sotto il casello.
Supponiamo che, come ovviamente è, nel mare magnum dei lobbysti vi siano elementi atti a fare il bene del gruppo che rappresentano a scapito di tutto e tutti, finanche della salute e della sicurezza pubblica. Essi potranno agire ed interfacciarsi con i salotti buoni, con la politica, con i decisions and policy makers, ma non hanno potere di voto. Di contro è la politica che si deve far carico di decidere e qui subentrano chiaramente almeno due elementi a riprova che la politica è fallace. Il primo punto è quello delle competenze; quelle trasversali ai campi necessari per la gestione della cosa pubblica, benché non in modo approfondito, doverebbero essere presenti, invece spesso latitano tra i decisori i quali si devono affidare ad altri che li assistano per prendere decisioni. Il secondo fattore è la corruttibilità della politica che, per proprio tornaconto sia esso garanzia di voti oppure finanziamenti al partito o al gruppo di turno, asseconda e si fa dirigere dai cattivi lobbysti.

Sempre e comunque, quando giunge l’ora di votare alzando la mano o scrivendo un nome, non v’è lobbysta che tenga, è il politico o il policy maker che nella sua mente, dovrà scegliere se servire il paese o meno. La partita ultima ha un singolo giocatore che è arbitro, quando non v’è l’ignoranza ad alienare il principio di libera scelta, di farsi guidare dalla coscienza o dall’interesse. Per l’ennesima volta è la moralità ed il servizio della politica alla cosa pubblica ed al cittadino che può sconfiggere ogni malformata pressione.

L’attività di lobbying ed il mestiere di lobbysta è avvolto dall’oscurità e molte leggende metropolitane si generano. La verità è che non v’è nulla di male o di intrinsecamente deviato in questo mestiere che risulta essere di grande utilità oltre che di una estrema bellezza, consentendo di rapportarsi con la società a tutti i livelli e nei più disparati contesti tanto da permettere una visione d’insieme difficilmente ottenibile altrove. La lobbying esercitata in trasparenza funge da anello di congiunzione tra la realtà ed il mondo produttivo con la politica che di questi tempi è evidentemente sempre meno capace di interpretare correttamente la società, anche a causa dei rapidi cambiamenti che coinvolgono tutti i contesti economico sociali e che difficilmente ambienti sostanzialmente statici e non avvezzi a modifiche nel modo di ragionare ed interpretare i contesti sono in grado di cogliere. Quello che manca è una regolamentazione ed un registro delle lobby che altrove esiste e che, a conferma che con la trasparenza si fugano i sospetti, gli stessi veri lobbysti gradirebbero e da tempo richiedono.

Il Governo italiano stesso, se fosse andato a scuola da veri professionisti del Lobbying e dell’Advocacy, forse avrebbe potuto avere più voce in capitolo nei confronti delle istituzioni europee e degli organi di Bruxelles ottenendo più concessioni, margini per investimenti produttivi, perdendo meno tempo e presentando meglio le ragioni e le conseguenze che il perseguimento cieco dell’austerity e del rigore porterà alla tenuta competitiva dell’Unione.

23/12/2013
Valentino Angeletti
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