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Elezioni 2018, tracollo del PD: esiste un perché?

Conclusasi la fase di voto, spoglio ed elaborazione dei risultati, non possiamo dire archiviato, anzi, durerà a lungo, il periodo “elettorale”, intendendolo, ad ampio spettro, come transizione verso un nuovo Governo.
Sicuramente uno dei risultati che più hanno segnato lo spoglio e le susseguenti analisi, è stato il tracollo del PD, benché complessivamente sia ripartizione che entità delle percentuali non fossero così difficili da pronosticare.
La chiave di lettura di un tale epilogo è, a mio avviso, legata all’anima che ha dominato il PD in questi ultimi anni, ossia il Segretario Matteo Renzi. Il leader democratico si è sempre posto in modo molto netto in una posizione in cui o si era con lui e contro, o lo si ama o lo si odia, di tale atteggiamento non ha neppure fatto troppo segreto.
Inizialmente, ricordiamo le europee di qualche anno fa, fu premiato da un 40% perché il suo parlare, anche in modo violento con il conio del neologismo “rottamazione”, di rinnovamento della classe politica ed assoluta necessità di una nuova classe dirigente e di leader, aveva fatto breccia nel cuore degli elettori, sia del PD che dei più orientati a destra. Va oggettivamente ammesso che non si poteva dare assolutamente torto a quel proposito, in un paese in cui l’età media della politica era (e rimane) la più alta tra i paesi UE.
In seguito, il suo atteggiamento ha portato a numerose fratture all’interno del partito con la sinistra più radicale e con i sindacati, citiamo a titolo esplicativo il JOBS ACT e l’abolizione dell’articolo 18, che lo hanno accusato di portare avanti un programma politico troppo lontano dagli ideali fondanti il PD e vicino ai poteri cosiddetti di sistema.
Nell’ultimo periodo, ed i risultati referendari ne sono stati prova eclatante, la sua impostazione ha cominciato a non pagare più. Matteo non ha compreso questo nuovo vento di malcontento ed ha insistito, amplificandolo addirittura, il suo posizionamento come persona che o si odia o si ama, portando alla creazione dei LEU, l’ala più radicale dei fuoriusciti dal PD.
Il 19% e spiccioli racimolato dal PD di Renzi, sono la prova evidente che l’elettorato ha deciso di odiarlo, e con lui ha deciso di odiare tutto il centro sinistra a cui si può senza dubbio imputare di non essere stato coeso tanto quanto un centro destra sempre duro a morire. Tanti voti dal PD, assieme ai molti che nelle precedenti elezioni si erano astenuti, sono andati al M5S ed alla Lega, i veri vincitori nonostante il buon lavoro del Premier Gentiloni che ha pagato lo scotto di avere Renzi, il segretario, alle spalle, mossi dal medesimo sentimento che aveva mosso i votanti di Renzi della prima ora: la voglia di rinnovamento, discontinuità ed in parte opposizione rispetto al sistema.
Adesso attendiamo di vedere che alleanza si configurerà, i sostenitori del M5S si attendono cambi epocali, reddito di cittadinanza ed abolizione/modifica della Legge Fornero, e come deciderà di muoversi il Presidente Mattarella, che di certo, da veterano della politica, non avrà certo non previsto lo scenario in essere.

06/03/2018
Valentino Angeletti
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Bilancio delle Regionali, vincitori (pochi) e vinti (quasi tutti)

Archiviate le regionali 2015 e consolidati i risultati in tutte e 7 le regioni coinvolte, è tempo, per tutte le parti politiche, di tirare i bilanci.

Il risultato di 5 – 2 in favore del PD, se trattato come se si stesse parlando di una partita di calcetto o alla PlayStation, con la quale il presidente PD Orfini stava giocando assieme al Premier Renzi appena prima di dichiarare alla stampa che il risultato ottenuto dal PD poteva definirsi assolutamente ottimo, effettivamente farebbe pensare ad una vittoria dei Democratici, schiacciante, tanto più se lo si inserisce in un contesto regionale italiano dove 16 regioni su 20 sono governate dal PD (10 strappate dai democratici al centrodestra proprio sotto la guida Renzi). Di seguito l’immagine della copertura regionale a livello nazionale (ovviamente Rosso PD, Blu centrodestra) e le percentuali riferite ai risultati di queste tornate elettorali regionali (gentilmente presa dal sito della Repubblica) per singola regione e per i due candidati più votati:

Regionali2015-Risultati

In realtà di vittoria schiacciante per il PD non si può parlare per diverse ragioni, così come non si può parlare di vittoria per nessuna altra formazione politica, eccezion fatta forse per la Lega personificata in Salvini e non più la vecchia Lega secessionista bossiana che ben poco a a che fare con quella attuale. Ovviamente tutto ciò a dispetto delle dichiarazioni di parte, che come sempre a valle di una tornata elettorale, tendono a erigere, adducendo motivi talvolta triviali e stabili come un castello di sabbia sahariana durante una tempesta di vento, loro stessi a vincitori.

Nessuno può dirsi vincitore perché a dominare realmente è l’astensionismo. In totale l’affluenza ha superato di poco il 50% (52.2%) e questa è una sconfitta per la democrazia e per l’esercizio del diritto-dovere civico. Vero è che pare dimostrato che l’astensionismo difficilmente influisce sull’esito finale, ma è altrettanto vero che, soprattutto nella situazione di disaffezione nei confronti della politica e delle istituzioni, che si percepisce chiaramente tra i cittadini italiani, è chiaro segno che la gente comune non crede più che la politica possa risolvere i problemi del vivere comune, non sia in grado di migliorare la realtà e, quel che è peggio, agisca solo ed esclusivamente a proprio beneficio. Ad incentivare ulteriormente l’astensionismo ha contribuito la scelta di collocare l’election day a cavallo di un lungo ponte primaverile, peraltro caldo e soleggiato, che, unitamente alla distacco tra cittadino ed istituzioni, ha creato un mix esplosivo.

Tra i partiti, FI deve prendere atto di poter vincere solamente se si colloca a traino della Lega di Salvini. Le parti nel centrodestra si sono invertite, il partito dominante è la Lega. Se Lega e FI si uniscano, e magari anche NCD di Alfano scende al compromesso sottostando alle richieste salviniane, quindi abbandono del Governo, le potenzialità del centrodestra sono molto ampie, soprattutto se rappresentato da un volto carismatico e comunicatore, come lo è Salvini e parzialmente Toti, al momento esponente di spicco di FI dopo Berlusconi. Ricordiamo che l’Italia rimane comunque un paese nel suo complesso di orientamento destrorso che attualmente però non trova sfogo e, quando non sceglie Salvini, si riversa nell’astensionismo.

Il M5S ha confermato ottime percentuali. A poco vale il tentativo di screditare il risultato dei pentastellati operato dal Presidente Dem Orfini, secondo il quale, sfoderando un’ironia che non gli era certo propria prima che si convertisse in Renziano duro e puro, la tornata regionale per il M5S si è conclusa con “Zero Tituli” di Murinhiana memoria. In realtà il M5S si è confermato seconda forza politica ed in molte regioni primo partito. Se si andasse alle elezioni nazionali in questo momento sarebbe il M5S a giocarsi l’eventuale ballottaggio dell’Italicum, con la possibilità di attrarre voti trasversali di tutti coloro che vorrebbero mettere sotto il PD di Renzi. Per tale ragione è possibile che le elezioni anticipate, un tempo non temute dal Governo e forse viste come potenziale occasione per fortificare le posizioni non ancora ad appannaggio di Renzi, siano ora temute. Addirittura alcune fonti riportano di certe voci all’interno del parlamento che starebbero avanzando l’ipotesi di modificare o annullare l’appena nato Italicum; personalmente non credo sia possibile una retromarcia simile, soprattutto per l’immagine dell’esecutivo, ma si tratta di più di un’illazione che vale la pena menzionare. Il M5S, nonostante l’ottimo risultato tra il 20 ed il 25% non può essere considerato vincitore perché, in linea con la tendenza generale, lascia sul campo rispetto alle ultime regionali, circa 1 milione di voti; tralasciando questo calo in valore assoluto, che comunque non inficia sulla percentuale ottenuta, anche il M5S potrebbe essere annoverato tra i vincitori.

Passando al PD, nonostante il risultato numericamente favorevole, lascia sul campo oltre 2 milioni di voti. Per i Democratici nel complesso le ultime regionali in cui era Bersani a rappresentare il PD andarono meglio. Il bilancio del PD è, per le sette regioni interessate da questa tornata elettorale, in pari, mantiene 5 regioni, perde la Liguria, ma guadagna la Campania. Va detto però che dove il PD vince, lo fa con personalità non renziane, anzi fino a poco tempo fa decisamente lontane da Renzi, Emiliano in Puglia e De Luca in Campania. Dove invece erano presenti candidati renziani: la Paita in Liguria e la Moretti in Veneto, la sconfitta è stata bruciante, in Veneto per il PD è addirittura il peggior risultato per il centrosinistra dai tempi del PCI, nonostante il Premier si fosse speso personalmente a Treviso parlando agli imprenditori veneti. Non ha quindi vinto il renzismo, anzi hanno vinto le vecchie figure del PD con “l’aggravante” campana, dove la vittoria per 2.8 punti percentuali deve ringraziare in gran parte i voti portati dall’alleanza col sempreverde Demita dell’UDC, sparito a livello nazionale, ma molto forte nei propri territori.

Infine la Lega. Essa è la vera vincitrice in quanto oltre ad aver aumentato la percentuale è l’unica ad aver aumentato anche i votanti in valore assoluto. Ha fatto filotto in regioni un tempo impensabili, come Liguria (dove ha consentito la vittoria di Toti) e Toscana (incluse province come Pisa, Massa, Lucca), ovviamente ha stravinto in Veneto. Non v’è dubbio che il driver che ha consentito a Salvini l’exploit è stata la battaglia durissima contro i Rom che ormai sono visti come problema dai votanti di ogni partito.

Fatta questa semplice disamina parrebbe logica e doverosa conseguenza che ogni schieramento politico facessa una approfondita analisi introspettiva.

Il M5S deve prendere atto di non essere più solo un movimento di protesta o votato alla sola opposizione, ma, con l’Italicum ed il meccanismo del ballottaggio, un pretendente al Governo. Pretendente forte, perché in caso di ballottaggio potrebbe essere in grado di erigersi a ricettacolo di tutte le forza trasversali anti PD renziano, che sono oggettivamente molte. Secondo questo nuovo ruolo il Movimento dovrà quindi indirizzare la propria strategia, pensare ad un impegno concreto e propositivo, mantenendo i temi al centro, ma con la consapevolezza di dover portare a casa in modo concreto e fattivo il risultato di quanto propongono. Quindi se vi sono provvedimenti di elargizioni, parimenti dovranno esserci risorse; se si pensa ad una modifica sostanziale della legge Fornero e del reddito di cittadinanza dovranno essere portati a compimento, ad esempio, adeguati tagli di spesa; se si vuole sconfiggere l’evasione e l’elusione, dovranno essere presentati fattibili strumenti di contrasto, e via dicendo. La partita è difficile e la posta in gioco alta: Palazzo Chigi. Ma con un ammorbidimento di certe posizioni, con una maggior capacità di dialogo ed intermediazione i Pentastellati potrebbero avere le carte in regola per giocarsi fino in fondo questa partita.

Il Centrodestra, quindi principalemte Lega, FI ed NCD, devono decidere cosa fare da grandi. FI deve convincersi di non essere più il fulcro del CDX, ma in questa fase politica si deve accontentare della scia della Lega. Sempre in casa FI, inoltre, dovrà essere definito il ruolo di Silvio Berlusconi ed individuato un erede dal carisma non nullo, che manca ai presunti leader attuali. NCD dovrà decidere se entrare definitivamente nell’orbita di Renzi, sottostando alle sue tendenze accentratrici e poco inclini al dialogo ed alla mediazione, o se permanere nel CDX, ma preparandosi a convivere con Salvini e, vista la sua predominanza, accettarne gran parte dei punti programmatici. Pensare ad una esistenza autonoma è per il partito di Alfano equivalente a viaggiare sulla soglia dello sbarramento con pochissime possibilità di far valere una qualche posizione propria in sede parlamentare. La Lega invece deve chiarire se voler avanzare pretese sul Governo nazionale o accontentarsi di una presenza, poderosa e dirompente, ma solo in alcune regioni. Per poter mirare a Palazzo Chigi, addirittura con il ruolo di principale partito della coalizione di CDX, dovrà però ammorbidire certe posizioni e cercare il consenso del sud, ove piano piano, soprattutto facendo leva sulla questione degli immigrati e dei ROM, Salvini sta diventando sempre meno antipatico. A Roma, ad esempio, sono molti i sostenitori del Leghista, cosa un tempo impensabile.

Il PD è il partito che necessita di una analisi più approfondita. La linea di Renzi e del suo entourage in riferimento al risultato delle elezioni è quella di un successo. Nel mentre però il Premier è volato in Afganistan stranamente senza rilasciare dichiarazioni o tweet. Ha indossato la tuta mimetica, sovrapponendola ingenuamente alla camicia bianca, ed ha fatto gli auguri per la festa della repubblica al nostro contingente. Questa immagine è stata accostata dall’arguta quanto maliziosa Lucia Annunziata, a quella di un noto telefilm USA che pare essere la moderna ispirazione dei politici quarantenni: House Of Cards (pensare che un tempo la politica era ispirata da Pericle e dalle École d’études politiques francesi…. ora da un telefilm statunitense…. Forse se ne vedono i risultati…. ma sono certo che torneranno anche i tempi che furono). L’Annunziata avrebbe paragonato l’immagine di Renzi a quella di un protagonista della serie TV che dopo aver perso pesantemente le elezioni si è fatto fotografare presso un cimitero militare in una mossa dall’alto impatto comunicativo. Non si vogliono dare giudizi su questa similitudine, ognuno e libero di farsi la propria idea. Nel PD dovrà necessariamente aprirsi un dialogo con la minoranza DEM che, a ragione, può avanzare pretese di maggior considerazione: le regionali hanno dimostrato che la minoranza DEM non è morta, anzi tutt’altro, forse al momento buona parte degli elettori del PD si ritiene più vicino a questi “dissidenti” che alla linea ufficiale del partito, in particolare su scuola, relazioni con sindacati, rimborso ai pensionati, legge Fornero, lavoro ecc. Il risultato di Pastorino in Liguria ha effettivamente provato che “un qualcosa a sinistra del PD” esiste e può valere dal 10 al 15%, voti in parte recuperati all’astensionismo ed in parte drenati dal PD. Evidentemente Renzi non è più l’uomo solo e forte al comando che può vantare consensi plebiscitari, come alcuni volevano far credere indicasse il 41% delle elezioni Europee, quindi ne consegue che il discorso tipicamente renziano secondo cui chi non segue la linea del partito deve andarsene, potrebbe essere controproducente. Il PD renziano ha perso molti consensi ed è chiaro che il modo di agire in solitaria, con autoritarismo e senza aperture ad un confronto costruttivo (la linea è quella di “ascolto tutti, ma decido io come voglio io”) non piace all’elettorato. Di questo fatto Renzi, ebbene si, stavolta lui stesso, deve farsene una ragione, come deve farsi una ragione che i suoi avversari principali saranno M5S e Lega. Il Premier è pertanto tenuto ad indirizzare i suoi programmi in modo tale da contrastare i nuovi avversari, ben più concreti e belligeranti dell’ormai domo Berlusconi. Infine il PD deve affrontare il problema della Campania, di De Luca, dell’impresentabilità e della Legge Severino in modo da non dare adito a critiche e sospetti già nati, consolidati e che a livello nazionale possono minare il consenso. Riguardo all’inserimento di De Luca nella lista di impresentabili, stilata dalla Commissione Antimafia sotto la presidenza di Rosy Bindi, in tutta risposta alle richieste di scuse avanzate dalla Bindi al PD dopo le forti polemiche che abbiamo già trattato, il neoeletto De Luca ha presentato denuncia penale proprio contro la presidente della Commissione. Si attendono velenose code su questa vicenda.

In ultimo due considerazione di carattere generale:

  • La prima riguarda l’astensionismo. Esso ha raggiunto percentuali allineate con il resto d’Europa, ma avulse al contesto italiano, ove, e se ne deve andare orgogliosi, le persone hanno sempre tenuto ad esercitare il diritto-dovere civico, assolvendo il proprio dovere e rispettando al Costituzione. Questo fenomeno deve essere combattuto dalla politica e dalle istituzioni, con una maggior vicinanza alle persone, ed ai problemi concreti dei cittadini. La politica deve occuparsi della Res Publica, del benessere sociale e non alla protezione partitica e del proprio status quo .
  • La seconda riguarda il risultato di Salvini. Il suo successo è dovuto principalmente alla tendenza del leghista ad essere pragmatico su questioni molto concrete e tangibili. In primo luogo immigrazione e ROM (la Ruspa è diventata il sibolo della Lega più del Carroccio e di Alberto da Giussano). Questi temi sono diventati molto problematici perché i governi che si sono succeduti sono stati incapaci di affrontarli e risolverli o quantomeno mitigarli, col risultato che ora, complice un disagio sociale dirompente, sono diventati oggettivamente gravi problemi, non più sopportabili nè rimandabili. Essi muovono odio ed anche pericolose tendenze razziali e xenofobe ed hanno consentito l’escalation salviniana anche in Toscana, Liguria e precedentemente in Emilia-Romagna.

A parte il probabile interesse del Governo ad arginare la crescita della Lega, il problema dei ROM e degli immigrati è bene che venga ascritto immediatamente tra le priorità da affrontare con fretta estrema. In ultimo, l’auspicio che le discussioni, che inevitabilmente porteranno con se questa elezione regionale, non sottraggano energie, forze e tempo alle riforme economiche di cui abbiamo assolutamente necessità.

02/06/2015
Valentino Angeletti
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Velleità di Landini: fuoco di paglia o controparte tale da non poter essere ignorata?

landiniCosa abbia in mente non è chiaro e da quello che è stato possibile ascoltare e leggere pare che a non averlo chiaro sia anche il diretto interessato. Maurizio Landini, in rotta dichiarata con molte politiche del governo che lo coinvolgono direttamente, a cominciare quindi dal Jobs Act e tutto il concetto di lavoro e tutela di diritti che vi si cela dietro, è in procinto di lanciare un “movimento”, una “coalizione”.

Sarebbe bene capire quali siano le sue intenzioni e le sue velleità. Il segretario FIOM, che a breve scenderà in piazza per presentare la sua “creazione”, parla di una forza non politica, non un partito, del resto fin da subito aveva escluso questa opzione, ma di un’entità aggregatrice di quelle classi sociali, persone, lavoratori atipici, pensionati ed in buona sostanza ogni cluster di persone non rappresentate, morse pesantemente dalla crisi che non sentisse i propri interessi protetti e portati avanti dal Governo. Questo concetto ricorda molto quello lanciato da Sergio Cofferati, anche lui con un grande passato da sindacalista, in occasione del suo abbandono del PD a valle delle primarie liguri. Quasi le stesse parole furono usate: “forza aggregatrice”.

Il bacino di seguaci a cui Landini può attingere e dar voce è potenzialmente ampio e parte dalla base (come sarebbe partito un eventuale movimento di Cofferati) della manifestazione di piazza San Giovanni. Del resto che il Governo stia attuando politiche molto moderate e molto vicine ad un centro più sbilanciato a destra, con buona gioia di Alfano e del piccolo NCD, non è mistero, così come l’apprezzamento verso il Premier di una parte consistente e “pesante” di FI e di molti ex elettori di Silvio Berlusconi. Lo si è visto in varie occasioni, nel Jobs Act solo per citare l’ultimo e lo rivedremo con al seguito aspri scontri e polemiche anche quando verrà affrontato il tema dei diritti civili, delle unioni di fatto e dei matrimoni Gay che hanno appena ottenuto il via libera dal Parlamento Europeo. Landini denuncia il Premier di asservire e soddisfare esclusivamente i desideri confindustriali, agendo peraltro senza confronto con le parti sociali.

Per la volontà di non “perdere tempo” e non interrompere un flusso comunicativo costante e martellante, spesso anche un po’ superficiale ed in certi casi (detto con la massima umiltà, affetto e nell’insignificanza di chi scrive)  anche stucchevole, pesante ed infantile, e per la voglia di “fare”, talvolta senza troppo curare che si arrivi al bene o al meglio possibile che su questioni molto delicate non può essere sacrificato alla rapidità, il Premier non ha mai negato la disponibilità ad ascoltare tutti gli interlocutori, salvo poi mantenere il diritto di agire in autonomia. Su ciò c’è stata fin da subito la massima trasparenza da parte del fiorentino.

Da ciò ne consegue che gran parte della sinistra più radicale, quella definibile di sindacato e che si può ascrivere alla minoranza DEM, non sia rappresentata, ed anche Bersani dovrebbe mettersi l’anima in pace, perché il suo desiderio di modificare il partito dall’interno non può essere realizzato con le esigue e poco determinate forze che potrebbe raccogliere. Pierluigi deve prendere atto che la Ditta non è più la sua ed è ben differente da come la conosceva: ora la dimensione del PD pare quasi una multinazionale che non disdegna di portare la residenza fiscale a Londra se ciò, legalmente, le consentisse di ottenere vantaggi in termini fiscali. La conformazione della creatura scaturita da DS, Ulivo e Margherita è radicalmente mutata e Bersani, così come Cuperlo, Civati, Mineo, D’Attorre e compagnia bella oggettivamente non “c’incastrano” più nulla.

Oltre a questa frangia del PD anche Sel potrebbe trovare casa nel movimento di Landini. Sel aveva lanciato la proposta di dividersi dal PD a Civati, poi avrebbe accolto Cofferati ed ora senza dubbi si è espressa a favore di una discesa in campo (qualsiasi sia il modo e la forma) del leader FIOM.

Vi sono poi delusi, e non pochi, del M5S e dello stesso Governo Renzi, un tempo convinti sostenitori ed ora dal mutato pensiero. Un nome da emblema? Della Valle. È pensabile anche a qualche elettore leghista che ha mal digerito la divisione interna e l’orientazione che Salvini sta dando alla ex Lega Nord (di fatto non lo è più) sulle orme di un estremismo di destra anti Europa misto tra il Le Penismo e le correnti xenofobe mitteleuropee.

Questo a grandi linee è il bacino a cui può pensare di dar voce Landini. Quantificarlo numericamente è complesso, ma si può pensare che, appurata la natura di centro destra dell’italia, possa arrivare anche ad un 9-12% sempre che vi sia coesione e che poi non vincano le divisioni verso l’atomismo tipiche della sinistra da Bertinotti in poi. Se il leader dei metalmeccanici ritiene che molte persone disagiate, a prescindere dalle dimensioni, non siano rappresentate e siano vittima sofferente dell’evolvere dell’azione parlamentare, è quasi un dovere morale ed etico tentare di dar loro voce e farlo nel modo più forte possibile. Analogo ragionamento vale per la minoranza DEM Bersaniana o Civatiana che sia e per Cofferati.

Il vero punto che deve risolvere e chiarire Maruzio Landini è come da loro voce in modo da esser incisivo rispetto al Governo. Evidentemente deve poter interagire ed influenzare l’attività parlamentare, lui stesso cita più volte lo strumento del referendum abrogativo, ma lo fa, non tradendo la sua sicurezza, anche Renzi in merito alle riforme costituzionali, distorcendone il senso perché, secondo Costituzione questo tipo di referendum dovrebbe essere strumento a protezione delle minoranze e non di consenso per la maggioranza. Landini non può non sapere quanto è forte Renzi: si muove in modo perfetto nella scena politica italiana, tesse e scuce accordi e patti, può contare su più maggioranze (fino a 4) a seconda del tema trattato, si fa forte di avversari inesistenti, di alcune congiunture macroeconomiche favorevoli (pur in uno scenario fragile e debole), e dell’appoggio al suo piano di riforme di Bruxelles (che deve iniziare a preoccuparsi dell’escalation dei partiti anti UE che in Italia stanno contagiando anche M5S e del perdurare del braccio di ferro Grecia-Germania la quale non si capisce spinta da qual autorità agisca da capo europeo), al quale non interessa tanto il merito, ma il risultato. Ad esempio per l’UE massima licenziabilità è sinonimo di flessibilità del mondo del lavoro, quindi un bene, mentre è una bestemmia blasfema per Landini. Non sono riusciti ad intaccare la forza di Renzi, che non disdegna di avanzare per decreto se si trova alle strette, FI, Nazareno, frange PD, Sindacati, dubbi ed ombre sulle primarie ed altre simili quisquilie, figurarsi se il Premier può essere preoccupato da un movimento senza velleità politiche, ma orientato più ad essere un elemento culturale e di condivisione di valori e vedute comuni.

Le uniche due possibilità che realisticamente Maurizio Landini può avere sono:

  1. prendere coraggio e fondare un partito sulle orme di Siriza o Podemos, che in pochissimo tempo e nato quasi dal nulla rischia di vincere le prossime elezioni spagnole, proponendosi fin da ora assieme a SEL e frange DEM come alternativa di sinistra al Governo PD (leggi Renzi) – NCD che diverrebbe di fatto grande centro moderato.
  2. Fondare un nuovo sindacato che rappresenti TUTTI i lavoratori, ad iniziare da coloro che non sono rappresentati. Non sia dominato dai pensionati o lavoratori di lungo corso ben tutelati, ma punti ai giovani, alle partite IVA, agli artigiani ed autonomi, ai precari, a coloro ai quali sono stati tolti benefici e diritti che i più anziani ancora a lavoro detengono tutt’ora. L’interesse ed il bene del lavoratore non è nè di destra nè di sinistra, ma solo ed esclusivamente del lavoratore medesimo ed in tal senso c’è spazio affinché un “sindacato globale del lavoro” possa affermarsi. Questo concetto, non espresso in modo così chiaro, sembra però animare i discorsi e le intenzioni di Landini.

Rimane solo da attendere non tanto qualche informazione o dichiarazione in più, quanto qualche azione concreta che faccia capire se quello del Segretario FIOM si rivelerà solo un fuoco di paglia relegato nell’Iperuriano valoriale e destinato a chiacchiere nei raduni di piazza ma inutile all’obiettivo del sindacalista di esser considerato nelle decisioni parlamentari come ve ne sono tanti oppure se si concretizzerà in controparte tale da non poter essere ignorata dell’Esecutivo, ridisegnando una scena politica già molto fluida, magmatica ed affatto chiara se non nel suo incontrastato ed unico “Dominus”.

Link:

  1. L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato
  2. Un Jobs Act “destrorso” divide le sinistre. Il MEF computa la crescita per le riforme nell’intento di abbonire l’UE
  3. PD di fronte ad una scelta necessaria, ma soprattutto un Weidmann passato quasi sotto silenzio che teme il cambiamento in UE
  4. RIFORME: decisive per la Grecia ed al centro dell’Eurogruppo, ma anche crocevia importante per un nuovo assetto politico italiano

14/03/2015
Valentino Angeletti
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Riforma costituzionale: più tempo per discutere le modifiche o avanti di forza? Lotta in Parlamento mentre lo scenario internazionale e sempre più delicato

RiformaCostEbbene, è sempre stato definito nodo, ed ora le riforme un nodo cruciale lo sono diventate davvero. Alla Camera sulla riforma costituzionale, i cui emendamenti sono stati approvati nottetempo in una aula semivuota in seconda (delle necessarie quattro) lettura, si è svolta una vera “guerra” tra due parti: l’opposizione, composta da M5s, FI, SEL, unita alla minoranza critica del PD che ha deciso di non supportare il Governo ed il Governo stesso inclusa una parte di Dem, che pur non condividendone i modi, ha scelto di appoggiare la linea dell’esecutivo. Il labaro dietro il quale i due schieramenti de facto si battono, è per le forze oppositrici la necessità di discutere ampiamente e senza fretta i punti di una riforma costituzionale che appunto andrà a modificare profondamente alcuni articoli del testo fondante la Repubblica Italiana, mentre per il Governo è l’assoluto bisogno di agire con rapidità, urgenza, fretta e senza pause.

Forza Italia, SEL e M5S chiedevano lo stop delle sedute fiume notturne decise mercoledì sera dalla maggioranza ed il rinvio della discussione a marzo. Il Governo, supportato dallo stesso Premier rientrato durante la notte da Bruxelles ed andato in Parlamento per dar manforte ai suoi, ha risposto asserendo che il tempo per l’analisi degli articoli è già stato ampio e che questo è il momento di correre, qualora gli oppositori non fossero d’accordo l’Esecutivo è disposto e determinato ad andare solitario avanti di forza a colpi di maggioranza, come poi è accaduto.

Dopo un’iniziale ipotesi di accordo tra M5S e Governo che avrebbe sostanzialmente blindato il percorso della riforma, la rottura definitiva è stata sancita dal no del Governo a rimandare o rivedere l’Articolo 15 del DDL Boschi, relativo al referendum il cui quorum vorrebbe essere abrogato dal M5S. Questo niet ha comportato la spaccatura e provocato reazioni violente finite con la sospensione dei lavori, l’espulsione di alcuni Deputati M5S, parolacce tra membri di SEL e del PD e l’abbandono dell’aula Parlamentare, come in un Aventino, delle opposizioni FI, SEL, M5S a cui si sono aggiunti anche i democratici Fassina e Civati. Anche se contrari al merito della richiesta M5S sul referendum, le opposizioni si sono trovate unite nel richiedere più tempo per l’analisi degli articoli ed un rinvio dei lavori parlamentari.

L’eventuale rinvio avrebbe comportato l’interruzione delle attività fino alla fine di febbraio-inizio marzo, collidendo con l’intenzione del governo di giungere alle votazioni entro sabato. Le ultime settimane di febbraio infatti hanno in calendario i lavori sui decreti in scadenza e “parcheggiati” alla Camera che se non votati rischiano di andare perduti. Quello sulle riforme è il secondo dei 4 passaggi necessari (senza che vi siano modifiche ai testi) prima di giungere a conclusione dell’iter legislativo, dopo quello appena terminato dovranno essere conclusi un ulteriore passaggio al Senato ed uno nuovamente alla Camera.

Le opposizioni, denunciando un eccesso di autoritarismo del Governo, hanno deciso di chiedere un incontro con il Presidente della Repubblica Mattarella che li riceverà martedì 17 e che ha tra le sue competenze pregresse proprio quella in materia Costituzionale. Sergio Mattarella potrebbe quindi intervenire direttamente e perentoriamente per richiamare all’ordine un parlamento che sta dando ennesima dimostrazione di ridicolaggine. Renzi dal canto suo non è disposto a cedere e, questa volta senza mezzi termini, ha avanzato l’ipotesi delle elezioni (che lo vedono ancora ampiamente favorito). Nel qual caso ci si troverebbe a votare con il Consultellum, avendo l’Italicum in preparazione e con alla Presidenza della Repubblica l’artefice del Mattarellum …. “comici latinisti” verrebbe da dire ironici.

Sul tema costituzionale a livello teorico non si può dar torto alle opposizioni, perché è assolutamente vero che per le modifiche costituzionali si deve aver giusto tempo per discutere, confrontarsi ed esprimere in sede parlamentare la propria opinione senza sottostare al contingentamento dei tempi imposto dalle sedute fiume; sempre a livello teorico non si può dar torto neppure al Premier che sostiene che il tempo è stato sufficiente e che le condizioni urgenti non permettono ulteriori rallentamenti artificiosi al percorso delle riforme. La sensazione è però che queste due intenzioni potenzialmente condivisibili entrambe non vengano animate dallo spirito costruttivo di far uscire il paese da una palude e da un blocco di conservazione che perdura ormai da decenni, bensì siano mirate da un lato a mettere in difficoltà il governo e dall’altro a non fermarsi per non interrompere il flusso comunicativo e di annunci sul quale si basa un determinato tipo di politica.

Il Governo Renzi dopo la rottura col Nazzareno forse pensava di essere più forte e forse, accettando il compromesso di spostare le sue politiche un po’ più verso sinistra, avrebbe potuto realmente esserlo nelle votazioni parlamentari. Nei fatti con la rottura del Nazareno ed il mantenimento della vocazione centrista, l’Esecutivo appare più debole e fragile proprio perché non ha recuperato i rapporti né con la sua sinistra interna, né con quella esterna, prediligendo un appoggio, per ora ininfluente, di transfughi proveniente dal centro o dal M5S che nonostante le numerose defezioni è riuscito a dar il “la” alla protesta .

Nulla di più devastante per il nostro paese che si trova in un momento in cui, come qui abbiamo detto più e più volte, è necessario fare presto e bene: presto per la gravità del contesto sociale, macro-economico, politico e geopolitico, bene perché errori in questa fase potrebbero comportare distorsioni ed aberrazioni democratiche che richiederebbero più tempo per essere sanate di quanto sia necessario per apportare correzioni in questa fase in cui si può ancor discuterne il merito (giusto per citare il più classico ed odiato degli esempi richiamiamo la riforma Fornero). Invece il rischio concreto è di far poco, in ritardo e male. Sembriamo ancora in preda all’egoismo ed agli interessi partitici quindi, perdendo come al solito la cognizione di ciò che sta accadendo fuori dai nostri confini. Vicende ben più importanti delle quali dovremmo interessarci a tempo pieno, che non stanno peggiorando solo perché invero mai sono stati vicine ad una reale soluzione e che testimoniano l’incapacità di Europa e paesi membri nel gestire complesse situazioni di crisi.

Innanzi tutto vi è la questione greca e della mediazione tra Tsipras e UE (leggasi Merkel), che se poteva sembrare sul via della risoluzione dopo il pronunciamento della parola “compromesso” dalle labbra del Cancelliere tedesco, ora sembra rimanere in alto mare. Il Presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha asserito che i tempi saranno lunghi ed il presidente della Commissione UE, Jucker, ha rincarato, aggiungendo che le trattative sono lontane dal trovare una soluzione comune. Pare che il compromesso della Merkel fosse da intendere come: “tu, caro Tsipras, scendi a compromesso con la Germania e con l’UE ed amici come prima”. La Grecia da canto suo non pare voler cedere, del resto le promesse elettorali e lo stato sociale greco non glielo consentono, ed incassa ipotesi di supporto da parte della Cina e della Russia così come manifeste dichiarazioni di sostegno da parte degli USA che più volte hanno tuonato contro l’austerità dell’UE. Anche se al momento è solo una possibilità, l’eventuale intervento esterno da parte di Russia, Cina, USA o anche UK (che si stanno preparando ad un eventuale GrExit) sconvolgerebbero un già in bilico equilibrio geopolitico mondiale.

Un altro versante caldissimo è quello dell’Ucraina dove a breve scatterà il cessate il fuoco (24:00 del 14 febbraio), ma dove la soluzione della crisi è lontanissima, del resto gli scorsi accordi non sono mai stati completamente rispettati. A dirlo è lo stesso presidente Ucraino e ciò è confermato dall’inizio ufficiale della tregua ben tre giorni dopo la sua decisione, giorni in cui i territori ucraini continuano ad essere teatro di guerra e di morti (26 tra militari e civili è l’ultimo bilancio) e la Russia ed i filorussi paiono determinati a conquistare quanto più terreno possibile. All’Ucraina, in crisi di liquidità, è stato concesso dal FMI un prestito di 17.5 miliardi di $, prestito assolutamente neppur considerato, sebbene meno sostanzioso, per la Grecia che pure lo richiede esplicitamente per arrivare a maggio (anche se ultimamente il ministro Varoufakis ha parlato di Agosto). Ciò testimonia la delicatezza della crisi Ucraina, pericolosa dal punto di vista strategico, politico, economico e che, per le sanzioni alla Russia ancora non interrotte che potrebbero essere inasprite, costa miliardi anche all’economia italiana e senza considerare il problema energetico.

Vi è ancora il dramma dell’immigrazione, affrontato nel peggiore dei modi dall’Europa ed in cui l’Italia ha un ruolo fondamentale per la sua posizione geografica. La scia marina di morte non accenna a cessare e le discussioni se fosse meglio Mare-Nostrum o Trithon, con tanto di conteggio delle vittime e delle spese mensili (Trithon costerebbe 9 milioni in meno al mese) come fossero un KPI, fanno letteralmente (permettete il termine) vomitare. Non è con questo pensiero che si può risolvere un problema come l’immigrazione dalla Lybia ed in generale da tutto il medio oriente e l’Africa, ma lo si può fare solo con un approccio realmente unito a livello europeo in cui tutti contribuiscono avendo un progetto comune ben chiaro e definito. Nella situazione attuale invece è facile comprendere come non esista nè un disegno ufficiale condiviso, nè una azione coordinata e congiunta tra gli stati membri che invece pensano in primo luogo a ridurre gli oneri a loro carico. Come purtroppo accade per fini biecamente propagandistici, è insensato e stupido incolpare il Gentleman o la Lady PESC di turno: senza l’Europa Unita che dobbiamo perseguire una singola persona non può nulla.

L’inconsistenza europea si vede nella vicenda Greca dove a dettare termini e condizioni a Tsipras sono la Merkel, Schaeuble, Weidmann ai quali si allineano a ruota le istituzioni UE (inclusa BCE) delle quali la Germania è la maggior azionista e si vede nella crisi Ucraina, dova assieme a Russia, Ucraina ed USA compaiono solo Hollande e Merkel come se gli altri 26 stati UE non esistessero (se non esiste un numero di telefono UE unico figuriamoci un rappresentante unico). La pochissima forza Europea si evidenzia anche nella gestione della crisi Libica e nella lotta al terrorismo che sta diventando sempre più pericoloso, potente e sicuro dei propri mezzi; la Farnesina ha intimato agli italiani di lasciare Tripoli e sta meditando la chiusura dell’Ambasciata, il Ministro Gentiloni ha paventato un intervento militare in un quadro di legalità internazionale.

Infine, riguardo alle “insignificanti” vicende del nostro paese se rapportate a quelle mondiali, vi sono gli ultimi dati sul PIL che effettivamente possono essere letti anche in modo moderatamente positivo. La crescita zero, il leggero calo del debito pubblico registrati nel Q4 2014 e la previsione di crescita di quale decimale nel 2015, potrebbero essere visti come stop della recessione ed inizio di una fase di “crescita”. In realtà il debito è calato per le entrate fiscali dirompenti nell’ultimo trimestre dell’anno (ad iniziare dall’IMU) e l’eventuale “zero punto” di PIL relativo al 2015 non è significativo nè può essere strutturale senza che le riforme (economiche e relative alla burocrazia ed alla governance dello stato) vengano rese attuative (non solo annunciate o approvate in prima lettura), entrino in vigore e portino i frutti previsti (risultato non scontato). Da ciò si capisce perché è sempre più necessario fare presto e bene entro i nostri confini, concentrandosi al contempo su ciò che accade al di fuori fuori, che, per le ripercussioni certe sul nostro paese, non può e non deve mancare della nostra attenzione. Se non lo fa la politica è bene che se ne interessino i cittadini e tutta la popolazione, sperando che essa non sia, come statistica vorrebbe, un estensione numerica di quelli che in queste notti hanno trasformato il Parlamento in un ring.

Link Grecia:
Negoziato Europa – Grecia, intanto UK ed USA si preparano alla GrExit
Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane
Tsipras: le prime mosse. Europa: reazioni all’insegna del vecchio approccio
La contrapposizione tra interessi tedeschi ed europei e la “speranza” greca
Link Quirinale:
Encomi e plausi per Mattarella. Auguriamo a lui sinceramente una mole enorme di lavoro
Mattarella presidente: il capolavoro di Renzi
Mossa Mattarella. La partita sul Quirinale ha già un vincitore certo: Renzi
Archiviata la Grecia focus sul Quirinale: dal voto 4 il candidato può essere solo….Nazareno
Link Economia – Politica
Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto
La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno
Avanti QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prevalso
Italicum, normative banche Popolari e Cooperative sulla scena italiana. Diseguaglianza domina il WEF ed il discorso sullo stato dell’Unione USA di Obama
L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato 
Governo Renzi ed i venti che, reclamando risultati, cambiano. Adesso fare presto e bene!

14/02/2015
Valentino Angeletti
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Archiviata la Grecia focus sul Quirinale: dal voto 4 il candidato può essere solo….Nazareno

Archiviato il voto ellenico, adesso il fronte principale che sta catalizzando tutta l’attività politica italiana ed il dibattito correlato, è uno solo: la corsa al Quirinale, giungendo così alla terza ed ultima data fondamentale di un’intensa settimana (LINK).

Riguardo alle elezioni greche si badi bene che l’archiviazione si intende solo in riferimento all’atto “fisico” perché le conseguenze dell’esito, sorprendente non tanto per la vittoria di Syriza già ampiamente prevista ed a maggior ragione non essendo stata raggiunta la maggioranza assoluta di 151 seggi (Tsipras ne ha ottenuti 149), quanto per l’alleanza con la formazione di destra Anel, costola fuoriuscita da Neo Demokratia proprio per la linea più marcatamente Anti-Europa e guidata da Panos Kammenos (curioso il suo interesse ed impegno sulle scie chimiche, evidentemente ogni paese ha un partito impegnato su quel fronte), potranno essere comprese solo nei prossimi giorni. I piani di Tsipras sono noti (LINK), come riuscirà a realizzarli e soprattutto con quali risorse economiche ancora no e questo punto è di primaria importanza. L’Eurogruppo tenutosi nelle ore scorse si è concluso con una dichiarazione unanime diramata dal Presidente Dijsselbloem secondo la quale l’UE è in attesa della proposta del Primo Ministro greco per poi avviare le trattative, i negoziati e trovare una soluzione condivisa. Sicuramente rispetto all’alleanza coi socialisti moderati del Pasok o con To Potami, prima delle elezioni ritenute le più probabili per le maggiori affinità con Syriza, lo spostamento verso una formazione marcatamente di destra, col quale Syriza condivide solo ed esclusivamente il rifiuto della Troika, deve aver innalzato il livello di preoccupazione dell’Unione. L’offerta di Tsipras a Kammenos dei Ministeri dell’interno e della difesa, nonostante le posizioni sull’immigrazione siano diametralmente opposte: Syriza favorevole all’accoglienza mentre Anel ai respingimenti anche forzati, mette in evidenza la determinazione del nuovo Primo Ministro nell’interrompere il programma della Troika e forse intraprendere la via della rinegoziazione del debito (pare una quota del 60% dei circa 322 miliardi totali). L’ipotesi non sarebbe drammatica per le casse europee, degli stati creditori (24 miliardi per l’Italia ed una sessantina per la Germania ad esempio, il fatturato di una multinazionale media) o delle istituzioni che lo detengono (incluso FMI), ma risulta assai problematico se visto come “precedente” che potrebbe essere a breve seguito dalla Spagna con il partito Podemos e poi da tutti quei paesi inseriti nel programma Troika e che lo hanno rispettato fino alla fine (Irlanda, Portogallo ecc). Atene di qui al 2020 dovrà rimborsare solo l’FMI (riporta Federico Fubini, giornalista economico di Repubblica), quindi il Fondo Monetario dovrebbe essere il primo a risentire materialmente di una ipotetica rinegoziazione, si comprende pertanto la dichiarazione del Governatore Lagarde che esclude categoricamente l’ipotesi che la Grecia possa non adempiere ai suoi impegni. Rimane dunque da attendere la proposta Tsipras e l’entità della mediazione alla quale l’Europa e la Troika gli chiederanno di adattarsi.

Passando al Quirinale è ovvio che le manovre alla volta del Colle, pur nel tentativo di sminuirle ed oscurarle, sono da tempo iniziate, ma, con le consultazioni del Premier prima interne al PD ed a seguire con tutti gli altri partiti, il via è ufficializzato.
Di nomi ne circolano tantissimi, tanto che se fosse vero l’aneddoto secondo cui l’essere menzionato preventivamente comporterebbe la non elezione (cosiddetta “bruciatura”), la rosa sarebbe alquanto ristretta, quindi non si andranno ad avanzare ipotesi o stilare probabilità tra i vari candidati non avendone agnosticamente gli strumenti.
Interessante risulta invece notare come il Premier, in modo corretto quando si parla di elezione del Presidente della Repubblica, voglia convergere verso una soluzione condivisa tra tutte le varie forze politiche. Sta a Renzi nella sua carica, presentare un nome che il Parlamento, o meglio i grandi elettori, andranno a votare. La figura sulla quale pare vi sia condivisione è quella di un garante delle istituzioni, che ne sia conoscitore, alto profilo e politico super partes (in calo l’ipotesi di un tecnico).
Il proposito di Renzi di voler trovare una soluzione condivisa però va a sbattere con le dichiarazioni di voler presentare un nome venerdì sera o sabato mattina, proprio appena prima della quarta votazione quando il quorum si abbasserà e saranno sufficienti solo 505 dei 1009 grandi elettori, in modo da emettere fumata bianca al voto numero 4 di sabato pomeriggio. Alle prime tre tornate invece ha richiesto scheda bianca (identificabile dal basso tempo di permanenza all’interno del seggio).
Se di condivisione ampia si parla essa dovrebbe essere quantomeno tentata fin dalle prime votazioni, cosa esclusa a priori. Il che vuol dire che la condivisione sostanziale deriverà principalmente dall’asse Renzi-Berlusconi (che si voglia chiamare candidato Nazareno è solo una formalità, ad essere importante è il concetto), cioè coloro che dispongono di un maggior bacino tra i grandi elettori. Alla luce di ciò si potrebbe essere portati a pensare che Renzi ritenga improbabile il supporto condiviso anche da altre forze politiche oppure sospetti in un ampio numero di franchi tiratori da ambedue le parti ( i circa 200 calcolati consentirebbero elezioni già ai primi turni).
La parte del PD che, pur appoggiando un candidato condiviso, si oppone alla creatura di Largo Nazareno ed afferma perentoriamente di non volerlo votare, dovrà chiarirsi le idee comprendendo che nel caso stessero al gioco del Premier votando il candidato alla quarta votazione sarebbero loro ad andare a rafforzare il Nazareno e non viceversa. Insomma, dal voto 4 in poi il Nazareno dominerà e gli altri, se vorranno e se magari avranno trovato nel candidato proposto da Renzi la figura che reputano adatta, si saranno adattati all’accordo Renzi-Berlusconi senza averlo influenzato in alcun modo, ma essendosi semplicemente fatti travolgere dal suo impeto.
Il Premier pare inevitabile che dovrà e vorrà appoggiarsi a Berlusconi il quale ha consentito con i suoi voti di far passare alla Camera, nonostante Gotor, l’Italicum. Berlusconi ha accettato il premio alla lista (soglia 40%) di primo acchito penalizzante per FI, probabilmente supponendo di poter arrivare secondo alle prossime elezioni dopo aver portato a compimento un profondo processo di riorganizzazione del partito (quindi punterebbe ad elezioni non troppo vicine nel tempo). Come contropartita per l’appoggio a Renzi, il Cavaliere potrebbe avanzare alcune richieste sul nome del Presidente e sul decreto fiscale in discussione il 20 febbraio (che potrebbe essere anche uno strumento di ricatto nei confronti di Berlusconi stesso). Il “Presidente tipo” secondo le presunte esigenze berlusconiane dovrebbe essere poco decisionista e poco incline allo scioglimento delle Camere, cosa peraltro utile in questo frangente anche a Renzi, e garantista riguardo ai problemi legali. Non parrebbe difficile quindi giungere a convergenza visto che l’eventuale provenienza dal PD, a condizione che non sia un tecnico e che abbia un alto profilo neutrale, è un elemento accettabile ad Arcore.

La parte del PD che si è detta contraria ad un Presidente della Repubblica partorito dall’asse Renzi-Berlusconi, quindi i vari Bersani, Fassina, Chiti, se vorrà provare a proporre un proprio nome dovrà necessariamente farlo non avendo fino a venerdì-sabato conoscenza certa di quella che sarà la proposta Renzi (l’incontro Renzi-Berlusconi dovrebbe essere l’ultima tra le consultazioni del Premier) e dovrà muoversi immediatamente nelle prime tre tornate.
Se il numero degli Anti-Nazareno del PD, al momento ignoto, risulterà cospicuo e riuscirà nella missione impossibile di far fronte comune con Civati, SEL e M5S, a raccogliere ulteriori consensi nel PD, qualche elemento del centro e, perché no, qualche dissidente di FI, ed a proporre un nome irrifiutabile dal PD tutto, potrebbe esistere una concreta, purché minima vista la solidità del Nazareno e gli interessi che si celano dietro di esso, possibilità di scalfire il Patto e di aprire l’ascesa al Colle ed un “terzo” per altrui incomodo.

Link:

  1. La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno
  2. L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato

26/01/2015
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond. Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo.

Come previsto la Legge di Stabilità italiana è stata promossa a Bruxelles. Più che una promozione si tratta di un rinvio a marzo per un nuovo controllo alla luce dei progressi fatti. Rispetto alla comunicazione ufficiale le parole di Juncker sono state decisamente più melliflue infatti hanno puntato a mettere in luce una maggiore applicazione della flessibilità sottolineando che pur essendoci i margini per multare l’Italia, la Francia ed il Belgio, ciò non è stato fatto riscontrando le condizioni eccezionali della crisi e concedendo quindi più tempo e fiducia a questi paesi. All’Italia ha ricordato la necessità di proseguire con il risanamento dei conti e con le riforme, ma ha avuto parole anche per la Germania alla quale ha fatto presente che per lei ha la possibilità è venuto il momento da parte di investire.

Il comunicato ufficiale, anch’esso riconoscendo l’eccezionalità della crisi, riguardo al nostro paese ha riconosciuto l’impegno nel perseguire alcune riforme, ma ha anche aggiunto che quello che è stato fatto non è sufficiente e sono necessari più sforzi. Effettivamente oltre a qualche buon impostazione si vede ancora ben poco. Il rischio Italia è rimane a alto, sia dal punto di vista delle riforme stesse, sia dal punto di vista dei conti. Vieni richiesto infatti al governo un maggior impegno nel taglio della spesa, nell’ottimizzazione ed efficientamento nell’utilizzo di denari pubblici, nel taglio del debito e nel programma di privatizzazioni. Come detto, a marzo vi sarà una nuova valutazione dell’ex finanziaria alla luce dei progressi e se questi dovessero risultare insufficienti è più che probabile che verranno presi poco piacevoli provvedimenti ossia procedure di infrazione. Si tratta più che di una promozione di un vero ultimatum, perché se quest’anno è stata applicate una pseudo-flessibilità, che comunque non sarà da sola in grado di far fronte alla spirale recessiva, per il prossimo non sono previsti sconti.

Anche per un poco attento osservatore è gioco facile notare che vi è davvero ben poco di nuovo e che quanto riportato nel comunicato ufficiale sono null’altro che i capisaldi degli impegni presi dal nostro paese e presentati alla Commissione UE dal Governo Monti in poi, a cominciare proprio da Spending Review e privatizzazioni. Da allora scarsi obiettivi sono stati raggiunti e neppure è pensabile poter invocare oltre che un po’ di flessibilità in più, finora relegata a quella prevista dai patti che in quanto tale non può definirsi flessibilità ma semplicemente corpo del patto stesso, una vera e propria revisione dei trattati perché l’intento (sempre da Monti in poi) era  quello avanzare la richiesta con in mano la contropartita della Spending Review, delle privatizzazioni, di qualche dato incoraggiante sul debito, della defiscalizzazione e delle riforme, contropartita che al momento non abbiamo.

Il corollario economico non mostra segni particolarmente positivi e se sull’Italia Confindustria si mostra moderatamente ottimista, Moody’s ha tagliato le stime di crescita ed anche Padoan ha messo in guardia su un 2015 che potrebbe continuare ad essere difficoltoso, pur mantenendo la previsione, ma dalla sua posizione non potrebbe fare altrimenti, di un ritorno al segno “più”.  Gli ultimi dati sulla disoccupazione italiana non sono confortanti, infatti l’Istat registra +13,2% a ottobre, record, tasso più alto dall’inizio delle serie, cioè dal 1977. Sempre ad ottobre i disoccupati sono 3,4 mln, +90’000 in un mese. L’aumento dipende anche dal ritorno alla ricerca del lavoro e questa è la parte mezza piena del bicchiere, ma crescono contemporaneamente anche le ore di cassa integrazione ed il numero di lavoratori che ne usufruiscono. Tra i giovani si riscontra una disoccupazione al +43,3%, oltre 700 mila in cerca di lavoro. Gli occupati in ottobre sono in calo di 55’000. La crescita è stimata dall’ISTAT a zero anche nel Q4 e secondo l’istituto di statistica è possibile che il segno negativo si estenda anche al 2015.

Il punto di vista della BCE è stato espresso da Draghi durante il suo discorso al Governo finlandese. La BCE continua a paventare l’ipotesi di ulteriori misure non convenzionali che a questo punto possono risiedere solamente nell’acquisto diretto di titoli di stato. All’atto pratico però non è ancora chiaro se e quando queste misure saranno messe in azione, confermando così il costante ritardo che ha caratterizzato l’operato di Francoforte condizionato dalle pressioni tedesche. A questi annunci, ai quali ormai ci eravamo abituati, si è aggiunta una considerazione degna di nota: è stato detto agli stati membri che devono prepararsi ad una cessione di sovranità, non tanto riguardo alle riforme, cosa che era già stata sostenuta, quanto alle materie prettamente economiche. Draghi ha ribadito che il solo sostegno monetario non è sufficiente, e fin qui nulla di nuovo, ma ha aggiunto che è NECESSARIA UNA CONDIVISIONE DEL RISCHIO SOVRANO, IL CHE VUOL DIRE CHE GLI STATI PIU’ RICCHI E VIRTUOSI DEVONO CEDERE PARTE DELLA LORO STABILITA’ DI CREDITO SOVRANO IN FAVORE DI QUELLI PIU’ PROBLEMATICI CHE DOVRANNO RICAMBIARE CON LE RIFORME E LA PERSECUZIONE DELLA DISCIPLINA DI BILANCIO. IN ALTRE PAROLE UNA CONVERGENZA VERSO UNO STRUMENTO DEL TIPO EURO-BOND (argomento già trattato e sostenuto almeno due anni or sono in questa sede, precedentemente avanzato da Prodi ed anche da Tremonti). Singolare che il Governatore abbia parlato così proprio nel nido dei falchi duri e puri, Olli Rehn e Jyrki Katainen, chissà per questa dichiarazione quante notti insonni e quanti incubi dovranno affrontare.

Il timore comunque è che questa svolta verso la condivisione dei rischi all’interno dell’Euro-Zona sia venuta troppo tardi e sia ancora ben poco più che un periodo ipotetico del terzo tipo. Bene che se ne parli (era ora) e che ci sia consapevolezza che quella deve essere la direzione per raggiungere una vera ed efficace unione, ma chissà quante opposizioni dovrà subire e chissà se gli effetti non saranno ormai limitati da una situazione andata costantemente peggiorando.

Non pochi dubbi lascia anche il piano di investimenti di Juncker che dispone di soli 21 miliardi freschi, 16 dai budget europei e 5 dalla BEI e che si spera possano essere moltiplicati grazie ad investimenti privati (non crediamo che Juncker, nonostante la sua provenienza lussemburghese, voglia spingersi a fare pura finanza) di un fattore 15 raggiungendo così i 315 miliardi. A destare perplessità è più di un punto, innanzi tutto va capito quale investitore avrà voglia di investire suoi capitali nella zona del mondo più in difficoltà (e l’Italia, pur con grandi possibilità, ne rappresenta il caso limite in negativo) con crescita bassissima o nulla e sull’orlo della deflazione. Fortunatamente in questa fase i mercati e gli spread, anche grazie alla guerra sui prezzi del petrolio, sembrano essere temporaneamente cauti, ma i venti sono rapidi a virare. La soluzione potrebbe essere una sorta di imposizione europea ai vari Stati ad investire, assegnando a ciascuno una quota dei 21 miliardi che dovranno essere moltiplicati per 15 a spese degli stessi Stati; qui sorge il secondo punto perché ad essere scomputati dal calcolo del deficit (decisivo per il rapporto deficit/pil ancora fissato al 3% come limite massimo, ma che l’italia si è impegnata a contenere entro il 2.6-2.7% nel 2015, ritardando di un anno) dovrebbero essere solo le quote del piano Juncker. Quindi supponendo che il piano di investimenti italiano da circa 87 miliardi presentato alla Commissione sia accettato per 1/3 si ottiene un fabbisogno di 29 miliardi che diviso per 15 da (arrotondiamo) 2 miliardi provenienti da piano Juncker e non conteggiabili nel deficit e ben 27 di risorse proprie da inserire invece nel calcolo del deficit. Si tratta di una somma insostenibile per i nostri bilanci.

Dall’esempio nostrano sono evidenti i dubbi su questo tanto blasonato “bazooka” della Commissione Juncker che rischia di sparare men che a salve o di poter essere sostenuto solo da pochi stati, quelli in condizioni migliori come la solita Germania.

Abbiamo infine una situazione economico-politica italiana tutt’altro che facile. Pare incredibile come in questa fase tutti i partiti siano al loro interno divisi: in FI è in atto un “fitto” scontro sulla leadership, il PD è diviso sulle riforme, quella del lavoro in particolare che sta andando verso una fiducia e che rischia di non essere votata da una trentina di membri del partito, in sostanza la linea impostata da Renzi al PD non piace a molti e lo stesso Cuperlo ha dichiarato che quello non è il partito che avevano in mente, nonostante ciò sembra che questa fronda non abbia sufficiente forza per una vera scissione. Anche il M5S è in difficoltà dopo i mediocri risultati alle regionali, ha appena espulso due membri ed eletto una sorta di penta-direttorio per supportare Grillo.

Ciò non aiuta a velocizzare e snellire il percorso delle riforme sulle quali si attendono svariate battaglie in aula e tante ripercussioni nelle ore a seguire, il tutto a vantaggio del precipitare della situazione economica mai affrontata concretamente né realmente in ripresa come mostrato dagli ultimi dati.

In aggiunta vi è la questione della successione di Napolitano, che sembrerebbe ormai prossimo alle dimissioni. Le motivazioni più probabili sembrerebbero legate all’età ed alle sue condizioni di salute e tenuta fisica, che devono fare i conti con il numero 90 e non gli consentirebbero di affrontare il ritmo di una intera giornata di lavoro. Sul tema le speculazioni giornalistiche poi si sprecano: vanno da una misteriosa malattia alla volontà di lasciare prima dello scoppiare di una tempesta economico-finanziaria. Riteniamo che abbiano ben poche fondamenta se non quelle di alimentare ulteriormente il già aspro dibattito ed il sospetto. La stanchezza e la voglia di riposo, che peraltro il Presidente già aveva al momento della sua rielezione, unite ad uno scoraggiamento causato dalla tortuosità del percorso delle riforme (a cominciare dalla legge elettorale) ed alla possibilità, che non vuole essere lui a trasformare in realtà, di uno scioglimento anticipato delle Camere, lo potrebbero verosimilmente aver spinto alla scelta di lasciare.

Sul nodo della successione è chiaro che si aprirà un’altra “sanguinosa” battaglia di intrigate alleanze e doppiogiochismi, tali da sottrarre ulteriori energie ai lavori parlamentari, che potrebbero rappresentare delle vere e perigliose forche caudine per il Governo. Il Presidente del Senato Grasso, che assumerebbe ad interim la Carica di presidente della Repubblica, ha già iniziato ad appellarsi alla responsabilità, auspicando di giungere tempestivamente ad una convergenza più ampia possibile, come se volesse dire ai partiti di cominciare a mettersi d’accordo perché quando sarà il momento non c’è tempo da perdere. Difficile che il consiglio verrà seguito, del resto si sente già lo sfregar metallico delle armi che si stanno affilando.

Link:
Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è
Il Presidente Napolitano, stanco e forse deluso, verso le dimissioni?
Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno
Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita
Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso.

 

28/11/2014
Valentino Angeletti
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Brutti dati e brutta politica spingono ad una “violenta” denuncia

Che la situazione italiana sia complessa dal punto di vista politico ed economico è superfluo ripeterlo per l’ennesima volta, ma ora, nonostante la tendenza a minimizzare sui dissidi politici da parte del Governo ad iniziare da Renzi e Delrio, si è arrivati ad una svolta preoccupante.

Il Governo è stato battuto nella votazione a scrutinio segreto (qui si disse che avrebbe portato questo genere di problemi) in merito ad un emendamento presentato dalla Lega. Il caos ha regnato in Senato con le proteste animate da Lega ed M5S tanto da dover sospendere la seduta a seguito di indegni episodi di urla e spinte che sono costate una presunta lussazione alla spalla per l’esponente NCD Bianconi, trasportata in ospedale. Grasso ha dovuto minacciare addirittura l’intervento dei custodi che svolgono funzione di polizia per ripristinare l’ordine. Il voto riporta alla memoria i 101 franchi tiratori del PD che “impallinarono” Prodi alle scorse elezioni del Presidente della Repubblica e che forse hanno altamente contribuito a generare le condizione al contorno per questa situazione di stallo.
Tale episodio segue l’allarme di Cottarelli sulla Spending Review (spending review LINK-30/07/14, LINK-22/01/14, LINK-15/02/14), il cui fine ultimo avrebbe dovuto essere la riduzione del carico fiscale (ai massimi mondiali in Italia) e del debito (tendente al 137%).
Il Commissario ha fatto notare in riferimento alla coperture, individuate ex ante nella revisione della spesa, di 1.6 mld € per alcuni pensionamenti nel settore pubblico a rimedio degli effetti collaterali della Legge Fornero, che se si continua spendere basandosi sulle previsione (neanche sui dati reali) della Spending Review gli obiettivi di riduzione fiscale non potranno essere raggiunti, né tanto meno quelli di riduzione del debito. Ricordiamo che il taglio e l’ottimizzazione della spesa sono giustamente un cavallo di battaglia a partire dall’Esecutivo Monti sempre confermato nei governi seguenti e che l’Europa chiede pressantemente dati certi e numeri chiari su questo spinoso tema che costa al paese circa 800 mld annui di cui 300 mld comprimibili fin da subito. Ricordiamo anche che il Commissario non ha alcuno potere esecutivo rispetto ai report ed alle azioni che propone, l’implementazione spetta alla politica declassando il commissario a consulente e proprio questo è il nodo cruciale.

Verissimo come dice il Premier Renzi che, considerando la probabile uscita di Cottarelli, la Spending Reviw si po’ fare ugualmente. Ciò vale però solo se c’è quella volontà mancata fino ad ora e non sarà un altro commissario a procurarla, ma è richiesto che i partiti si decidano e si accordino su dove agire immediatamente.
Nessun commissario, a meno di non conferirgli potere attuativo che ridurrebbe il potere della politica su decisione della politica stessa, cosa che sinceramente non si è mai vista, potrà fare più di quanto fatto da Bondi o Cottarelli, del resto ormai i capitoli di spesa da tagliare sono ben noti (aziende municipalizzate, pubbliche, centri di costo, sanità, regioni, province, politica, alcune forme di incentivi e sovvenzioni ecc) e forse la necessità di un commissario speciale non è più giustificata, serve invece la voglia di tagliare e fin da subito il che vuol dire scontentare qualcuno. Più i risparmi, quindi le somme attualmente spese, sono ingenti più si va in alto nella catena del comando e più e difficile tagliare questo ramo infetto proprio a causa della chioma di potere ed influenza che lo ricopre.

Oltre a queste vicende al confine tra politica ed economia arrivano le questioni prettamente economiche.

L’AIBE (Associazione Italiana banche Estere) ha messo in guardia dal rischio che investitori esteri possano rallentare l’acquisto dei titoli di stato italiani.

Dopo la revisione al ribasso di tutte le stime di crescita da parte di tutti gli organi (anche l’Istat ha una prospettiva di crescita “difficile” al 0.2% da confermare a breve coi dati ufficiali); dopo gli ultimi dati Istat che certificano una disoccupazione del 12.3% (in realtà in calo di 50’000 unità, ma sempre altissima) che arriva al 43.7% per i giovani, livello più alto da quando sono iniziati i rilevamenti nel 1977; dopo una inflazione (a chi piace vedere il segno positivo si può dire che si ha +0.1%….. ma di deflazione) di -0.1% a luglio rispetto a giungo e di 0.1% rispetto a luglio 2013, anche Padoan e Renzi cominciano a lanciare allarmi.

Al MEF ed al Governo affermano che la situazione è più preoccupante del previsto, che servono sacrifici e che non si avrà quel percorso virtuoso immaginato (forse più sperato). Ciò, a loro detta, sarebbe dovuto ad un acuirsi delle congiunture macroeconomiche negative che hanno ribassato le crescite in tutta Europa. L’affermazione è vera solo in parte, perché se alcuni Stati sono effettivamente in difficoltà altri, che hanno fatto quelle azioni che avrebbe dovuto fare l’Italia (e che sono più che note), vanno meglio.
Gli UK a seguito di un piano di taglio di spesa, peraltro supportato dall’azienda con sede a Milano “Bravo”, di 11 miliardi di $ includendo tagli ai lavoratori pubblici senza gravare sull’occupazione complessiva, assieme ad un piano di defiscalizzazione per le imprese, avrà una crescita, secondo l’FMI, del 3.2% nel 2014 e del 2.7% nel 2015.
Lo stesso FMI ha posto la crescita spagnola, ove il percorso di riforme è stato iniziato ben prima che in Italia, all’ 1.2% ed 1.6% per il biennio 2014/15 e lo stesso Governo di Madrid ha rivisto al rialzo le stime ponendole sempre per il 2014/15 a 1.5%-2% dai precedenti 1.2%-1.8%.
In USA l’istituto di Washington vede un +1.7%-3%, ma è dato consolidato che la crescita statunitense nel Q2 2014, messo alle spalle il rigido inverno e nonostante la prosecuzione del tapering, sia stata +4% rispetto al Q2 2013. Non è dunque vero che tutto il mondo è paese italico (poi certo, l’Argentina è in default pilotato, in Liberia c’è l’Ebola ed anche il Botswana non se la passa meglio di noi… sono soddisfazioni se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno…).

IFM, previsioni PIL 2014/15 mondo

IFM, previsioni PIL 2014/15 mondo

Complessivamente la crisi sta risultando, incrociata con gravi vicende internazionali, più drammatica del previsto, ma ciò non giustifica affatto l’incapacità di reagire o quanto meno di provare a farlo in modo concreto, determinato e condiviso da parte del nostro paese.

La situazione va precipitando da almeno 5 anni e da almeno 3 ci ripetiamo che non c’è più tempo. Sono stati istituiti Governi di emergenza, speciali per far fronte all’eccezionalità della crisi con misure Shock in grado di lasciare un segno nel breve e pianificando interventi miranti nel medio-lungo periodo che fossero strutturali, creassero nuove opportunità di crescita e rimediassero ai cronici vizi del paese.
Dissi che il processo sarebbe stato lungo, che probabilmente avrebbe richiesto 10-15 anni e sostanzialmente una generazione, quella dei 25-30 enni senza speranza di una qualità di vita superiore a quella dei padri, constatai che esistono numerosi gli italiani (operai, artigiani, imprenditori, giovani, vecchi, donne uomini) disposti a mettersi in gioco, a patto che le alte sfere mostrassero realmente la buona volontà di cambiare le cose in meglio potendo poi utilizzare l’autorevolezza dei risultati, anche in Europa.
I dati in calo forse non faranno salire oltre il 3% il rapporto deficit/PIL, ma il contenimento sarà probabilmente artificio contabile del nuovo calcolo europeo del Prodotto Interno che calcolerà retroattivamente alcune attività illegali (scandaloso che un aiuto ci venga da questa circostanza chissà quanto fortuita) e che quindi, incrementandolo in valore assoluto, pur senza influenza sulle variazioni percentuali del PIL rispetto a se stesso m/m o y/y, va a variare favorevolmente i rapporti ed i differenziali proprio come quello con il deficit.

Le soluzioni possibili a ben vedere non sono né poche né sconosciute, anzi ormai sono ben note, proprio come i capitoli di spesa della Spending Review.
Si conoscono sia in campo economico che istituzionale, le hanno presentate economisti, giornalisti (Alesina, Giavazzi, Rizzo, Stella, Sapelli, Piga, Fubini e ne dimentico tanti), costituzionalisti, persino qui sono state snocciolate più e più volte già in tempi non sospetti e quando avrebbero potuto sortire effetti benefici se implementate, anche solo parzialmente, per tempo.
Non è tanto l’individuazione delle misure la parte difficile, lo è invece la loro attuazione perché richiede volontà politica unanime, accordi, talvolta compromessi che però in un momento di urgenza si devono trovare per il bene del paese, del resto è questo il compito dei politici: il governo ottimale della Polis.

Invece no, purtroppo è un dato di fatto che molta della classe dirigente-politica, non tutta, lungi da me generalizzare, ma sufficiente a creare quella viscosità che sfocia nella conservazione o in una troppo lenta e poco incisiva azione, composta da luminari super laureati si sia mostrata e continui a mostrarsi o incapace e cieca alla realtà proseguendo coi litigi, le inezie e le perdite di tempo, forse troppo lontana dalla crisi visto il salario su cui possono contare che la porta a non sentire quell’impellenza e quella necessità di agire all’unisono come dovrebbe in emergenza per il bene del paese e per onorare la loro missione oppure colpevolmente e vigliaccamente propensa a difendere interessi di partito, di posizione, personali che la rende indegna di essere chiamata Onorevole.

Sono molto duro perché non si può continuare a constatare che non c’è tempo e poi perderne di ulteriore; che quanto fatto fino ad ora non è sufficiente e non rimediare di conseguenza; che il processo di riforme istituzionali ed economiche è da portare a termine salvo poi, rimanendo bloccati per giorni e settimane su un singolo emendamento, rimandarne continuamente le scadenze; che la situazione è peggiore del previsto quando si sapeva benissimo che si sarebbe giunti a questo punto se non si fossero fatte azioni IMMEDIATE: il processo economico non si ferma in agosto e non viene rallentato dal dissenso sulla modifica ad una legge costituzionale (c’è chi diceva “fai male a non occuparti di economia perché anche quando non te ne accorgi l’economia si occupa di te e quando te ne accorgi in genere non è piacevole”).
Sono certo, e non vorrei peccare di presunzione o sembrare saccente, che tanti di noi, giovani e meno giovani, servirebbero meglio il Paese ma non ne hanno avuto e non ne avranno mai la possibilità semplicemente e banalmente perché non del giro giusto, ma giusto per chi? Per l’Italia? Bhà!

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31/07/2014
Valentino Angeletti
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Due interpretazioni delle elezioni europee

I risultati delle elezioni europee sono ormai definitivi.

Essi, se considerati dal punto di vista italiano, si prestano a due chiavi di lettura, la prima interna al nostro paese, la seconda di più ampia visuale che abbraccia tutto il continente.

Nel nostro pese abbiamo assistito innanzi tutto al confermarsi della bassa affluenza che non ha superato il 60% (tra il 57 ed il 58%) confermando le attese, ma superando di gran lunga la media degli altri stati europei. Passando ai risultati invece si conferma, con un risultato percentuale decisamente storico ed inaspettato (il 30% era il risultato più ottimistico a cui è mai stato fatto riferimento), il PD ed in particolare Matteo Renzi, che, nonostante non abbia voluto inserire il nome nel simbolo, è de facto la figura di riferimento sul quale il votante nel segreto dell’urna ha apposto la croce. Il M5S è rimasto staccato di circa 20 pti percentuali e, pur rimanendo la seconda forza incontrastata, ha perso 5 punti dalle scorse elezioni nazionali incassando una sconfitta rispetto all’obiettivo di vittoria, possibilmente plebiscitaria. Nei prossimi mesi vedremo se vi sarà un rimpasto di Governo, delle nuove elezioni (interessante ipotesi per il Premier e per portare a termine in toto i propri piani) oppure se rimarrà tutto come adesso e come la natura delle europee lascerebbe pensare, anche perché nessun membro dell’esecutivo sarà disposto a cedere il passo a seguito di queste elezioni che tecnicamente non hanno influenza sugli esecutivi nazionali. A Renzi adesso il compito fondamentale di fortificare la fiducia ricevuta andando ad attuare rapidamente ed in modo incisivo il processo riformatore e di cambiamento fino ad oggi solo abbozzato e per mille ragioni contingenti ritardato e modificato più volte in corso d’opera. La sfida per il nostro paese risulta importante e decisiva, anche in ottica della presidenza italiana del semestre Europeo.

Lato Grillo e M5S evidentemente il loro approccio di non voler scendere a compromessi su alcun tema e con nessun interlocutore gli ha fatto dilapidare un patrimonio elettorale, e sopratutto di speranza di cambiamento e rottura, inestimabile;  l’elettorato pare gli abbia parzialmente tolto la fiducia avendo visto nel movimento una forza unicamente distruttiva e mai costruttiva né propositiva. Il concetto, più volte espresso dal leader penta-stellato, di andare al governo con il 100% è innanzi tutto impraticabile ed in secondo luogo fa presagire un approccio quasi dittatoriale che, complici anche i toni molto coloriti ridimensionati solo nell’intervista a Porta a Porta, può aver spaventato coloro che votarono M5S senza esserne convinti sostenitori ma perché pareva una forza nuova ed in grado di rompere col sistema a patto però di saper lavorare trattando e negoziando al suo interno, capacità che non hanno avuto, ed è una grossa colpa per tutti coloro che pretendono di fare politica.

Passando all’aspetto europeo avanzano i movimenti anti europeisti o euro scettici, anche con connotazioni naziste e xenofobe come nei casi di Ungheria, Austria, Danimarca. In Francia FN di Le Pen è il primo partito ed in UK si è perso il bipolarismo storico tra Labour e Tory e lo scettro di primo partito e passato all’ UKIP, indipendentisti che sostengono l’abbandono totale dell’Europa nonché un referendum per l’indipendenza scozzese (storico bacino dei laburisti). In Grecia vince la sinistra di Tsipras, ma contrariamente all’ostilità nei confronti dell’Europa dei partiti di destra, l’idea di Syriza è quella di una Europa più forte e più vicina ai cittadini, con meno disuguaglianze e più solidarietà tra gli Stati (macro linee non dissimili a quelle del PSE e formalmente del PPE).

Anche in tal caso è evidente che tutti i partiti filo europei che andranno a comporre il nuovo parlamento (in cui il primo partito dovrebbe essere il PPE con Junker probabile presidente della Commissione) a cominciare da PPE e PSE (che in totale si aggiudicheranno circa 400 parlamentari su 751, quindi non una maggioranza esagerata), passando ad ALDE ed anche a lista Tsypras, dovranno collaborare per portare avanti e realizzare quei punti che si sono mostrati evidentemente lacunosi nel processo di costruzione di questa Europa ancora ben poco unita. A convincersene  dovrà essere soprattutto la Germania dove la CDU, in calo, rimane il primo partito con SPD secondo in risalita (fortunatamente si tratta delle due forze europeiste). Magari a far da ambasciatore sarà Schulz, spiegando che in Germania è necessario cedere un poco di sovranità nazionale fungendo nei momenti di difficoltà da vera locomotiva dell’Unione. Il pericolo del sentimento anti europeo e la chiusura nei propri nazionalismi, deleteri per la competitività ed il benessere del continente europeo, sono tutt’altro che scongiurati, anzi ne escono rafforzati.

Nel processo di riforma europeo dovrà entrare anche la ECB di Draghi, mostratasi,  in questa ultima fase di crisi, lenta e poco incisiva nell’agire, focalizzandosi solamente sull’effetto annuncio gestito magistralmente, ma che si esaurisce nel giro di qualche giorno, al più settimana. Questa settimana si terrà un simposio in Portogallo  dei banchieri centrali dove parleranno di tassi e di come combattere la bassa inflazione (ora ben sotto il target del 2%; verrebbe da dire che tempismo questi banchieri..). Pare che la ECB dal 5 giugno sia disposta a mettere in campo misure eccezionali, forse tassi negativi, forse prestiti a banche con vincolo di fare credito alle imprese o direttamente alle imprese stessa (ipotesi che si è più volte ribadita).

In Italia l’errore in cui non incappare è quello di esasperare il risultato delle europee con una connotazione esclusivamente nazionale, perdendo di vista lo stampo europeo e tutto il lavoro che, parallelamente alle riforme nazionali, tra Bruxelles e Strasburgo deve essere fatto.

Link su inflazione:

 

26/05/2014
Valentino Angeletti
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Verso le europee, che poco dovrebbero incidere sul Governo nazionale, ma molto sulla governance dell’Unione

Dal profondo silenzio elettorale si attendono ora solo gli esiti delle tornate inaugurate il 22 in UK e Paesi Bassi.
In Italia la campagna elettorale ha subito una escalation che l’ha portata ad assumere toni esagerati, sfiorando il violento: Hitler, El Carogna, Stalin, Kapò, Pol Pot sono solo alcuni dei riferimenti utilizzati e quanto meno fuori luogo.
Le europee hanno così erroneamente assunto un valore nazionale quasi fossero un referendum tra due leader.

Considerando i partiti maggiori, Renzi ed il PD, dopo una prima fase di propaganda in cui hanno accettato il duello nel piano nazionale, negli ultimi giorni pre elezioni hanno modificato la loro strategia riportando l’attenzione sul fatto che si tratti di elezioni europee e che non avranno alcun impatto sul governo del paese, assecondando quanto ribadito dal Presidente Napolitano.

Di contro, Grillo del M5s e Berlusconi di FI hanno mantenuto un’impronta prettamente nazionale e referendaria, in certi casi sbilanciandosi a promesse (dalle dentiere fornite dal servizio sanitario nazionale ed una nuova abolizione totale dell’IMU, fino al reddito di cittadinanza ed alle pensioni minime aumentate ad 800 e poi 1000€) tipiche di elezioni politiche e che poco si confanno a quelle continentali.

I sondaggi non ufficiali (ed illegali) darebbero quasi all’unanimità il PD come primo partito attorno tra il 30 ed il 32% seguito a ruota dal M5S che oscillerebbe tra il 27 ed il 29.5% e FI tra il 18 ed il 20%, la Lega e NCD sarebbero tra il 4 ed il 6%, tutti sotto la soglia di sbarramento del 4% gli altri partiti.

La fascia degli indecisi rimane ampia così come quella degli astensionisti che potrebbero aumentare ulteriormente, superando il 45%, considerando la bella giornata di maggio che invoglia a gite fuori porta o marittime e l’apertura straordinaria in occasione della Giornata Nazionale delle Dimore Storiche di alcuni importanti palazzi italiani di norma chiusi al pubblico (come palazzo Farnese sede dell’ambasciata francese o l’ambasciata del Brasile in piazza Navona) e di prestigiose cantine; comunque il rifiuto del diritto-dovere di voto alla base della democrazia dovrebbe essere coscienziosamente evitato, meglio allora, se proprio si volesse dare segno di protesta, recarsi alle urne e “votare” scheda bianca.

Difficile pensare che, a meno di risultati veramente eccezionali e di conseguenti forti movimentazioni in patria (opzione ancora non del tutto remota), queste elezioni europee possano avere un impatto sulla tenuta del Governo, così come è non è matematicamente possibile che un singolo partito nazionale, come potrebbe essere il M5S o all’estero un movimento anti-EU, quand’anche ottenga un successo di gran lunga superiore alle attese, possa pensare di dettar legge presso il Parlamento Europeo visto che l’Italia eleggerà in totale 73 su 751 Parlamentari (ed è uno dei maggiori contribuenti, al primo posto la Germania con 96 Parlamentari). La caratteristica di non volersi alleare è probabilmente la debolezza dei partiti anti-Euro: per quanto forti internamente risultano altamente disgregati presso le istituzioni europee e per tanto perdono di incisività.

In Italia la durata e la popolarità del Governo dipendono non tanto dall’esito delle elezioni europee, quanto dalla capacità di Renzi e dell’esecutivo di attuare in tempi rapidi le incisive riforme necessarie e più volte illustrate e per le quali  il tempo sarebbe da molto già scaduto (Link: Letta, Squinzi ed il tempo già scaduto da molto ; Link: Rafforzare il governo, riempire la bisaccia, cambiare marcia in Italia ed in Europa:  settimana decisiva, che non sia una delle tante).

I primi 80 giorni del Governo sono probabilmente stati più complessi di quanto il Premier avesse previsto, un po’ perché i particolarismi, siano essi politici o burocratici, tendono a lottare strenuamente per conservarsi ed hanno autorevole voce in capitolo per portare avanti la propria battaglia, un po’ perché il Governo di larghe intese rimane comunque di compromesso e non garantisce a Renzi la libertà di manovra che un Governo proprio invece assicurerebbe (Link: Governo Renzi e compromessi). Risultati importanti ed iniziali di un viatico virtuoso sono stati conseguiti, come gli 80 euro, la risoluzione di alcune vertenze sindacali, alcuni investimenti esteri attirati, il bonus alla cultura, ma sono ancora piccole cose rispetto a tutto ciò che va eseguito rapidamente perché maggiormente incisivo su economia e credibilità, dagli aspetti più istituzionali a quelli più prettamente economici (rimanendo in attesa, il 2 giugno, del pronunciamento di Bruxelles sulla possibilità paventata dal Ministro Padoan e dal MEF, di avere più tempo per il pareggio strutturale di bilancio).

Con la stabilità politica, il controllo dei bilanci e soprattutto con la capacità di riformare velocemente, Fitch e S&P hanno motivato l’upgrade dei rating di Spagna e Grecia che comunque, soprattutto per quel che concerne la penisola ellenica, devono ancora apportare benefici tangibili ai cittadini tutt’ora costretti ad importanti sacrifici. Da prendere invece da esempio la riforma tedesca sulle pensioni, che, per consentire maggiori ingressi dei giovani nel mondo del lavoro, hanno diminuito a 63 anni, dai 67 previsti, l’età pensionabile per tutti coloro che abbiano maturato 45 anni di contributi.

Queste elezioni europee devono essere lette come una possibilità che i cittadini europei hanno per appassionarsi alle vicende dell’Unione dando un proprio piccolo contributo a quella che sarà la conformazione governante in capo alla quale cadranno decisioni importantissime anche per la vita quotidiana, come energia, cibo, agricoltura, banche e finanza, ma soprattutto un contributo a quello che dovrà essere in nuovo assetto ed il nuovo approccio alle politiche monetarie ed economiche che l’Unione dovrà, ed è opinione condivisa tra tutte le maggiori forze politiche nazionali ed europee, intraprendere per rendersi resiliente alla crisi ancora in corso. L’interessamento alle questioni di Strasburgo e Bruxelles deve crescere tra il popolo europeo perché solo con una Europa unita, diversa da quella attuale e consapevole che l’agire collaborativo è necessario, si potrà pensare di sopravvivere nel mondo globale e di rimanere un interlocutore non trascurabile (Link: La limitata visione italiana ed i grandi cambiamenti mondiali). Da ciò dipende inoltre l’ulteriore dilagare o il ridimensionamento dei movimenti che vorrebbero la disgregazione dell’Europa, e di fatto l’emarginazione economica degli stati membri, anche se non è oggettivamente chiaro per andare in che concreta direzione.

Il risultato più probabile è un testa a testa tra PSE e PPE che potrebbe portare ad una grande coalizione. In tal senso è bene che alla Germania si chieda di chiarire le proprie posizioni e di seguirle coi fatti. Fino ad ora le azioni non hanno comprovato un reale interesse tedesco al benessere collettivo, anche a scapito di un minimo della propria sovranità che altri stati hanno già ridimensionato, e, nonostante le edulcorate dichiarazioni del Cancelliere Merkel e del leader del PPE Junker, pare che il Ministro tedesco delle finanze Schaeuble non voglia cambiare opinione, avendo sostenuto solo qualche giorno fa che il meccanismo OMT di acquisto dei Bond emessi dagli stati in difficoltà da parte della ECB esula dal mandato della banca centrale, confermando le motivazioni che avevano portato la Germania a dubitare della sua costituzionalità appellandosi alla corte di Karlsruhe.

Insomma, oltre che al mero confronto nazionale invero poco calzante per le elezione europee e all’atto pratico un grande rischio interno che non deve proseguire oltre il 25 maggio, si dovrebbe pensare a come si vorrebbe conformare la nuova Europa, concetto presente in modo non dissimile in tutti i programmi dei principali partiti, lavorando per un obiettivo comune ed estirpando i particolarismi ed i nazionalismi che, seppure in modo non ufficiale, non fanno altro che alimentare e partecipare a quei sentimenti anti europei che tanto si temono e per i quali l’Unione, per la governance intrapresa, dovrebbe fare mea culpa (Link: Verso l’europa dei popoli; Link: Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa).

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24/05/2014
Valentino Angeletti
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