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Una capziosa ed infondata lettura della vicenda Marino e Roma

Si può dir conclusa, stavolta in modo definitivo, la fase di Marino a Roma, che nel moderno gergo mutuato dalla tecnologia, può definirsi 1.0. Essa ha consistito nel periodo in cui Marino ha coperto l’incarico di Sindaco della capitale. Gli anni del suo mandato non sono stati semplici e, soprattutto negli ultimi mesi, hanno dato adito a strascichi, non immotivati, di polemiche, critiche ed accuse. Non ricordiamo nulla di ignoro o remoto se facciamo menzione degli scontrini, delle molteplici visite in USA, una delle quali per una visita papalina a Philadelphia, come se Marino e Bergoglio non fossero dirimpettai, del funerale dei Casamonica, delle udienze e delle indagini per infiltrazione mafiosa, con rischio di scioglimento della giunta, di Roma Capitale. Addirittura negli ultimi due episodi Marino ha ritenuto non necessario presentarsi, preferendo non interrompere le sue vacanze in terre caraibiche.

Rammentato ciò e premettendo che probabilmente una figura come Marino, non politico navigato, non vicino a Roma, forse inconscio delle tremende complessità presenti nella gestione di una simile realtà, estremamente semplice, ingenuo, assolutamente non malizioso, ed inesperto, era l’ultima persona a cui affidare la gestione della Capitale, non va mai dimenticato che la sua ascesa è passata attraverso la vittoria delle primarie del PD, quindi il meccanismo ufficiale del partito, sconfiggendo nomi illustri. Sarebbe poi ingeneroso non riconoscere a Marino i suoi tentativi di scoperchiare alcuni calderoni bollenti nella capitale, pozzi di voti e consensi, ma altrettanto pericolosi da maneggiare, quali lo sono le partecipate, ad iniziare da Atac ed Ama, ma anche tutti i lavori alle dirette dipendenze del comune capitolino, uno dei più grandi datori di lavoro italiani. L’impegno nel fare emergere corruzione e tangenti non è oggettivamente negabile. Come tutto il suo operato, forse le modalità non sono state le migliori, ed i risultati non proprio quelli auspicati, ma il tentativo del Sindaco eletto, col senno di poi ultima persona a cui conferire l’incarico, non può sicuramente essere nascosto.

Prescindendo dalla dovuta considerazione di cui sopra, le dimissioni, anche a causa della “sfortunata” la concomitanza di molti eventi particolari, ad un certo punto non potevano più essere procrastinate. Marino invece ha resistito fino alla fine, addirittura ritirando, nei 20 giorni previsti per legge, le dimissioni precedentemente presentate.

La goccia che ha reso impossibile il proseguo del mandato mariniano, è stata l’abbandono di 26 membri della giunta, che hanno costretto il commissariamento della città. Il commissario designato, da oggi plenipotenziario a Roma in attesa del provvedimento ad hoc del Presidente Mattarella, è il Palermitano, ma ormai Milanese d’adozione, Prefetto Tronca, da 15 anni nel capoluogo lombardo, che ha gestito oltre ad EXPO2015, anche il disastro della Costa Concordia, il terremoto dell’Aquila e quello dell’Emilia.

In questi ultimi mesi è indubbio che Marino abbia lottato contro tutti e tutto, tralasciando le ovvie critiche della destra e di tutte le opposizioni, è molto sospetto l’atteggiamento del PD nei confronti dell’ex sindaco, mai piaciuto a Renzi e dal quale non è mai stato realmente e convintamente protetto. Del resto, a detta del chirurgo genovese, tra il lui ed il Premier non vi sono stati rapporti sgradevoli, ma non ve ne sono proprio stati, il che è strano se si considera l’istituzionalità e l’importanza dei loro incarichi, tanto più alla vigilia di appuntamenti come il Giubileo straordinario e la candidatura di Roma alle Olipiadi. La stessa tentata difesa di Matteo Orfini al sindaco PD (ma solo sulla carta), sono fin da subito apparse flebili e non convinte, e prontamente ritirate alla prima “difficoltà”. Quello del Matteo romano è parso più un gesto dovuto, volto a non ledere ulteriormente un partito che vive sulla discordia, che una posizione sincera.

Il sospetto che sorge, ma è solo tale, capzioso ed infondato, è che Marino sia risultato molto scomodo, tanto a destra quanto a sinistra, ma soprattutto ai potentati romani, per i suoi tentativi di disturbare la quiete in quelle enclavi e strutture, fondamentali per i voti di scambio, quali le partecipate ed i posti di lavoro alle dirette dipendenze del comune. Personaggio scomodo quindi Marino, che è stato facile far fuori col pretesto della sua evidente inadeguatezza al ruolo ed estrema e colpevole ingenuità di comportamento (l’uso, seppur minimale, di soldi pubblici per viaggi o cene, pur se rimborsati in un secondo tempo, non sono giustificabili, nemmeno con la vera constatazione che molti si comportano così, anche peggio, senza averne conseguenze). Il PD non può fingere di non proteggere De Luca in Campania, condannato per la Severino, di non aver sostenuto la Barraccio in Sardegna, di non essersi alleato in Sicilia con indagati per mafia ed ex esponenti della destra, quindi far di Marino una pura questione morale pare fuori luogo.

Probabilmente Roma è un terreno molto delicato e con Marino rischiava di compromettere al tenuta del PD. E’ stato quindi preferito provare a giocarsela, in un certo qual modo, con nuove elezioni, che si dovrebbero tenere in occasione delle prossime amministrative nella primavera del 2016 assieme ad altri importanti comuni, che rendono questa tornata ben più delicata rispetto a normali elezioni municipali. La sola presenza di Roma, per di più a seguito degli scandali occorsi, rende il contesto del voto ben più profondo e significativo rispetto alle consuete amministrative.

Le forze politiche sono tutte alla ricerca dei conadidati, anche il M5S, in vantaggio secondo i sondaggi e sicuramente presente in un eventuale ballottaggio, non ha ancora un volto, e Di Battista, il più popolare e quotato, non pare disposto a chiedere una deroga al regolamento del partito che non prevederebbe la candidatura di un parlamentare; ciò non impedisce però una deroga o modifica, magari a seguito dell’espressione della rete. Per il CDX potrebbe concorrere la Meloni, ma il prediletto in Fi (leggi Berlusconi) sarebbe Alfio Marchini, avversato dalla stessa Meloni per i suoi trascorsi nel PD, che in realtà avrebbe già dichiarato di voler correre col suo simbolo. La posizione più delicata è quella del PD, un partito che ormai ha perso l’immagine e la reputazione, un tempo forti, nella capitale. I Democratici renziani devono riscattarsi, ed al momento il nome che circola è quello di Barca. Sembra strano, perché Barca non è un renziano, anzi è stato spesso critico nei confronti del Premier, ma il gioco perverso potrebbe essere quello di mandare all’avanscoperta un personaggio non particolarmente caro a Renzi proprio per bruciarlo, consapevoli della forza del M5S. Al contempo, dopo un’eventuale vittoria del Movimento pentastellato, la speranza del PD sarebbe quella che la complessa realtà romana fagociti anche il movimento fondato da Grillo, per riconquistare così, nel giro di un paio d’anni, l’immagine persa (si sa che la memoria politica degli elettori è corta). In questo contesto si inserisce l’incognita Marino 2.0, pronto a ripresentarsi e forse sostenuto dalle minoranze interne Dem (che con una simile mossa potrebbero definitivamente scindersi) e da Sel. In un eventuale ballottaggio i voti di Marino, ultimamente riscattato per gli accanimenti che ha dovuto subire, come se i decennali problemi romani, in un men che non si dica, fossero stati causati solo dalla sua gestione, potrebbero risultare pesanti per il PD, perché mai un elettore di un Marino 2.0 voterebbe PD alla seconda e decisiva tornata, molto più probabile l’astensione (ipotesi migliore per il PD) o il sostegno al M5S.

Dobbiamo quindi tener d’occhio Roma per seguire l’attuale fase politica, complessa ed intrigata, non sempre al servizio del cittadino e della cosa pubblica come dovrebbe essere, ma contestualizzata in giochi e balletti ben più tenebrosi. Roma, come afferma Cantone, forse non avrà gli anticorpi, non sarà la capitale morale d’Italia, ma senza dubbio ne è la sua cartina tornasole, colei che meglio di ogni altra città rappresenta la complessità e la dinamica nazionale.

01/11/2015
Valentino Angeletti
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Roma, sotto Marino con alle spalle un Triumvirato di Probi Viri, verso il Giubileo…

Il periodo è tipicamente di ferie, ma pare che il Governo, per colpe anche proprie, non possa trascorrere in pace il riposo (quanto meritato o immeritato non sta a noi giudicarlo).

Innanzi tutto le tragedie inerenti all’immigrazione continuano, le discussioni politiche si accentuano toccando argomentazioni vergognose e che difficilmente sono tollerabili in un paese civile, e, cosa ancora più grave, l’Europa rimane inerme, assente, impotente, benché a causa di una maggior diffusione geografica, ma anche mediatica, il problema si sia intensificato e sia giunto alla ribalta anche di quei Governi, come Germania ed Austria, ai quali un tempo era sufficiente giustificare il loro “impegno” con i contributi europei destinati agli stati di frontiera, per citarne due Italia e Grecia, e senza alcun obbligo di supporto logistico e/o gestionale, oppure con la compartecipazione, in termini economici e di mezzi, alle missioni Frontex o Triton. Di ciò, purtroppo, visto il perdurare del problema che rimane tuttora insoluto e peggiorato, con decine e decine di morti sulle rotte marittime del Mediterraneo e terrestri dei Balcani, abbiamo avuto già modo di parlarne.

Vi è poi la tremenda gaffe del Ministero del lavoro, una delle tante per quei Dicasteri che usualmente sono soliti diramare dati, i quali prontamente vengono smentiti, quando da enti come Istat, quando, ed è il caso peggiore ed in questione, dai fatti concreti della dura realtà. A farne le spese questa volta è stato il Ministero del Lavoro, che aveva quantificato i nuovi contratti stabili in 630’000, quando i numero reale si fermava a poco più della metà, circa 327’000. Analogo errore è stato fatto per il numero di cessazioni, oltre 4 milioni, ben di più dei 2,6 milioni riportati nella tabella rivelatasi poi sbagliata. L’errore è stato confermato, il giorno successivo alla presentazione fatta presso il Meeting CL di Rimini, dal Ministro Poletti in persona, che ha affermato essersi trattato di un errore umano di trascrizione. Inutile ribadire quali inaccuratezza, insensibilità e superficialità, dimostri uno sbaglio simile, che per di più riguarda una piaga indiscussa e permanente del nostro paese. La certezza nell’esporre dati economici e relativi al lavoro dovrebbe essere prossima al 100% e non orientativa ed evidentemente rivolta alla propaganda. Ma anche a questa prassi siamo ormai abituati e ne abbiamo lungamente disquisito in merito a precedenti occasioni.

La terza questione che ha investo l’Esecutivo ed il PD, quella più spinosa e che più fa pensare sia il Governo stesso che l’elettorato inteso come normale e comune cittadinanza, è il caso di Roma. Dapprima lo scandalo è scoppiato con la vicenda di “Mafia Capitale” che ha portato alla luce un intrigo indecente tra cooperative bianche e rosse, istituzioni afferenti ad ogni parte politica, pasdaran e factotum attraverso i quali doveva passare, e passava, ogni appalto, ogni assegnazione, ogni evento, insomma tutto ciò che poteva avere un riscontro economico, inclusa la gestione degli immigrati, una delle attività più redditizie, ancor prima che lo spaccio di droga. Ad essere coinvolta nello scandalo “Mafia Capitale” era anche la famiglia abruzzese di derivazione Sinti dei Casamonica, nota in tutto l’ambiente romano per i loro traffici ed i membri della quale risultavano presenti in alcune foto pubblicate negli atti dell’inchiesta su Roma, assieme a Buzzi, Carminati, l’ex sindaco Alemanno, l’allora presidente delle cooperative ed oggi Ministro del Lavoro Poletti e via dicendo. A seguire si è verificato l’episodio poco piacevole del funerale in pompa magna e stile “Il Padrino”, in una celebrazione quasi solenne con elicottero cospargente petali di rosa, carrozza trainata da sei stalloni, 250 autovetture in corteo, musiche tra cui la colonna sonora appunto del film con Al Pacino come malavitoso protagonista, di un appartenente alla famiglia dei Casamonica, con tanto di blocco del traffico da parte degli addetti alla viabilità romana, e di permessi conferiti dalla Questura ad un paio di Casamonica agli arresti domiciliari, proprio per consentir loro di partecipare al suddetto imperdibile evento. Tutto ciò si svolgeva il 20 agosto, mentre il Sindaco Marino si trovava in ferie ai Caraibi. La sua scelta è stata di non tornare, e, oggettivamente, può essere comprensibile, anzi sarebbe stato meglio se, pur facendo le debite indagini e colpendo eventuali colpevoli di reato, sul funerale si fosse taciuto il più possibile, evitando di fare pubblicità ad una famiglia, ad un atteggiamento, ad una situazione indegna, ma che ha senza dubbio fatto propaganda agli stessi Casamonica, ne ha confermato il potere e sicuramente a funto da esempio e suscitato ammirazione per più di un Clan malavitoso. Meno risalto mediatico sarebbe sicuramente stato più consono. Quando ancora non si erano placate le polemiche per l’evento funebre, il Ministro Alfano si è pronunciato sullo scioglimento o meno del comune di Roma proprio per la vicenda “Mafia Capitale”, in vista del maxi processo in programma il 5 novembre. In tal circostanza Marino avrebbe dovuto essere presente, non poteva mancare tanto più che ne valeva della sua posizione, si è invece limitato a commentare la decisione di Alfano ed a condividerla, tranquillizzando il mondo che anche lui era d’accordo. Lo scioglimento è stato limitato al solo Municipio di Ostia, mentre Marino è stato destituito (con una mossa di dubbio valore legale) di molti dei suoi poteri, conferiti in parte al Prefetto Gabrielli, per quanto riguarda la gestione e l’organizzazione del Giubileo con partenza a Dicembre ed in parte all’autorità anti corruzione guidata da Raffaele Cantone, deputata, come per Expo, al controllo e monitoraggio della regolarità degli appalti e dei lavori da svolgersi in visto dell’evento giubilare. Tale decisione è incomprensibile, come inconcepibile e la scelta di Marino di portare a conclusione le ferie (14 agosto – 2 settembre). Vista la situazione radicata e di malaffare diffuso ed imperante presente nella capitale, sarebbe consona una ripartenza da zero, un commissariamento totale per far finalmente pulizia definitiva, almeno provarci, pur consapevoli della difficoltà di destituire la capitale d’Italia, una città complessa da oltre 3 milioni di abitanti, ma non si intravedono efficaci alternative.

La decisione di non commissariare Roma, ma di affidarla ad una sorta di Triumvirato di probi viri, nonostante i problemi che sta riscontrando Marino nel gestire la città e nonostante il PD di Renzi, ed il Premier per primo, abbiano una tremenda voglia di destituirlo, suscita alcuni sospetti. Sembrerebbe che l’intenzione sia quella di non andare assolutamente in tempi brevi al voto, che, mai come ora, sembrerebbe necessario anche alla luce delle defezioni occorse nella giunta Marino, per evitare una debacle per la probabile, stando ai sondaggi, vittoria del M5S, quotato al 35%. Inoltre, il pronunciamento di Alfano, che pure avrebbe potuto commissariare la capitale per il potere conferitogli dall’essere Ministero dell’Interno, non lo ha fatto. La mossa potrebbe essere interpretata, dai più maliziosi, come uno scambio, una sorta di latina, quindi della Roma che fu, ma anche che è, pressi del “Do Ut Des” nei confronti di Renzi, che salvò l’esponente NCD Azzollini dall’arresto. Le opposizioni tutte si schierano a  favore di nuove elezioni, senza se e senza ma, vogliono le urne Forza Italia, Fratelli D’Italia, la Lega, disposta anche ad un’alleanza con il M5S per “ripulire” il Campidoglio, il M5S ovviamente, ma anche alcuni esponenti di Governo, come il sottosegretario all’economia Enrico Zanetti di Scelta Civica e molti membri della minoranza Dem, ma non solo della minoranza, tra cui il renziano, candidato sindaco a Milano, Emanuele Fiano il quale ha asserito che se fosse stato nei panni di Marino non avrebbe potuto non dimettersi dall’incarico.

Il caos e le incertezze che regnano nella capitale non sono altro che una parafrasi di quello che da anni si trova a dover affrontare tutta la nazione, ossia una incertezza, una approssimazione, una incapacità di pianificare e di investire nel lungo termine, senza pari, una dominanza di logiche partitiche, arroccamenti ideologici, protezione di privilegi e poltrone. Nulla più. Vedremo presto se nei 100 giorni che separano Roma, e l’Italia tutta, dal Giubileo si riscontreranno o meno, col nuovo assetto capitolino,  problemi e ritardi, con un tempo a disposizione, circa 100 giorni, “entro il quale”, e cito il Direttore Enrico Mentana, “a Roma non si riesce neppure a mettere in pedi un semaforo”, ma qui non ne va della fruibilità di un incrocio, bensì della già povera immagine dell’Italia agli occhi del mondo.

28/08/2015
Valentino Angeletti
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Renzi ed UE: mala tempora currunt

Sono molte le vicende economiche e politiche, sia di livello nazionale che di stampo europeo, che negli ultimi mesi si stanno susseguendo freneticamente. Ognuna ha una sua importanza e per la propria delicatezza rappresenta senza dubbio una spina nel fianco per il Governo, non nello specifico per l’Esecutivo Renzi, lo sarebbe parimenti per ogni altro Esecutivo, ma la fase politica vede il fiorentino alla presidenza del Consiglio e pertanto egli deve subissarsi onori ed oneri della leadership.

Oggi intanto è il giorno dei ballottaggi per le comunali in diverse città. La più importante è senza dubbio Venezia, dove parte favorito dai risultati della prima tornata il candidato PD, ma della minoranza Dem, Casson. L’avversario, delle file del centrodestra, che però di dice nè di destra nè di sinistra, Brugnaro, è comunque ostico e molte autorevoli voci lo darebbero avvantaggiato per la vittoria finale. Venezia è un buon terreno per Renzi, in caso di vittoria di Casson potrebbe annoverare un successo del PD, in caso di sconfitta invece potrebbe addossare la colpa alla minoranza Dem, che secondo il Premier ha di fatto consegnato la Liguria a Toti. La partita di Venezia vede quindi Renzi dalla “parte dei bottoni”, ma sono molte altre le questioni che Renzi deve fronteggiare.

Sempre più sovente si sentono ricordare, in particolare da parte degli oppositori politici, iniziando da Brunetta e proseguendo con il M5S, le elezioni anticipate, che invece per il Premier e per il PD rimangono fissate, come da programma, nel 2018. Se fino a qualche mese fa poteva essere gioco per Renzi, privo di avversari, correre alle urne e legittimare ulteriormente la sua posizione, avendo poi modo di porre nelle posizioni di comando, attualmente coperte da “altri”, esponenti appartenenti al suo “giglio magico”, ora lo scenario è cambiato ed anticipare le urne potrebbe essere un ritorno brusco alla realtà per il PD renziano. Il cambio di scenario è da tempo evidente per logica e ad intelletti mediamente fini, ma non ancora comprovato da fatti oggettivi come potrebbero essere le elezioni politiche nazionali (seppure le regionali qualche importante segnale lo hanno dato).

Il Premier ha molti problemi da fronteggiare, non tutti dovuti a lui, al suo Esecutivo o operato. Alcuni sono dovuti a circostanze economiche mondiali, come la crisi greca (Link 1Link 2 – Link 3) che, esacerbata oltremodo con una cocciutaggine da parte delle istituzione UE che richiederebbe un risarcimento danni e sicuramente ha fatto trasalire i Padri Fondatori del progetto comunitario ovunque, ora, nel loro meritato riposo, si stiano trovando, sta rischiando, e le istituzioni USA sono le prime, immediatamente seguite dalle agenzie di rating, a mettere in guardia dal concreto pericolo nonostante le rassicurazioni della BCE, di minare l’economia e la ripresa mondiale, aprendo i cancelli ad una nuova tempesta degli spead, a scenari speculativi ed a mercati tesi e volatili dominati dall’incertezza tanto odiata dai veri investitori quanto amata dagli speculatori.

Altri elementi di pericolo per Renzi sono dovuti ad un cambio delle dinamiche mondiali, di cui possiamo solo prendere atto e che dobbiamo imparare a gestire diversamente da quanto fatto fino ad ora. L’evidente riferimento è ai flussi migratori abnormi, che vedono l’Italia e la Grecia fisiologicamente in prima linea. Alle spalle c’è una Europa ancora una volta inconsistente e ed egoista i cui stati, proteggendosi dietro i trattati di Dublino, hanno ripudiato il piano Juncker di allocazione di quote per i vari pesi membri, con il contemporaneo blocco di Shengen da parte di Francia, Germania ed Austria, proprio, ironia della sorte, nell’anno dell’anniversario del trattato. Risultato di tutto ciò, sono le frontiere bloccate ed il nostro paese inerme ed incapace di gestire questo flusso umano stipato, come uomini non dovrebbero esser degni d’esserlo, i locazioni di fortuna. La soluzione, a parte la ridicola e neppur simbolica cifra di 60 milioni di euro allocata pro Italia e Grecia da parte dell’UE, dovrebbe essere una maggior cooperazione nei rimpatri ed interventi volti a contenere le migrazioni nei paesi d’origini. In realtà di disastri e di vite stroncate in mare, nel corso di questi anni se ne sono avuti a non finire, ma nulla è cambiato, anzi le cose sono addirittura peggiorate (proprio come per la crisi Greca).

Vi son o poi le question interne. Le ultime elezioni regionali hanno mostrato un PD in declino ed una immagine di Renzi in ribasso. Le vittorie in Campania e Puglia non sono state ad appannaggio di esponenti democratici renziani, anzi i vincitori sono membri della vecchia guardia che poco avevano a che spartire con Renzi fino a qualche settimana fa. In Campania poi andrà sbrogliata la questione della “impresentabilità” di De Luca e quella della legge Severino. Indubbio è che, qualunque sarà l’epilogo, avranno gioco facile gli oppositori di Renzi a trovare argomenti per cercare di screditarlo. Gli esponenti renziani, Paita e Moretti, sono invece stati sconfitti pesantemente in Liguria ed in Veneto, dove hanno vinto rispettivamente Toti, con l’alleanza di centrodestra e grazie al contributo leghista, e Zaia, esponente leghista ed uscente governatore del Veneto. L’evidenza è che, complice anche il problema dei migranti, la Lega al nord ha un gran seguito ed un centrodestra, seppur poco feroce ed incapace di organizzarsi in modo concreto per gareggiare a livello nazionale, può già, se unito e con un personaggio che lo rappresenti di carisma medio come può essere l’ “innocente” Toti, mettere in difficoltà e sottrarre consensi al Premier.

Infine vi è la vicenda romana di Mafia Capitale, vero dramma per il Governo, anche se evidentemente il reticolo di malaffare non può essere che radicato ed ereditato dagli anni addietro. Marino si è trovato in mezzo alla bufera, forse è stato incapace di fronteggiarla, ma di certo non l’ha generata. Sono molte le richieste di nuove elezioni sia nella capitale che in regione Lazio, in tal caso il problema sarebbe duplice: il PD si vedrebbe a tutti gli effetti commissariato; i sondaggi danno la popolarità del Premier, nonostante l’operazione di ripulitura del Partito Democratico e la chiusura di numerosi circoli, in caduta libera sotto al 20% con il M5S oltre il 30% e primo partito secondo i sondaggi. Riconquistare il Campidoglio per il PD sarebbe sostanzialmente impossibile in caso di prossime comunali o regionali. Per tale ragione è stato molto ben accetto l’affiancamento a Marino del commissario Gabrielli per gestire l’evento Giubileo (un affiancamento è comunque segno di fiducia nei confronti di Marino). Nonostante ciò, le ipotesi commissariamento ed eventualmente elezioni, non sono ancora del tutto scongiurate. Nel qual caso la più che probabile sconfitta del PD aprirebbe davvero i ranghi per elezioni nazionali anticipate.

A corollario di questo intrigato scenario, si collocano dati economici oscillanti e che ancora non sono significativi di una ripresa in partenza, così come la percezione della cittadinanza non è quella di essere alla porte di un periodo di rinascita economica, di maggior potere d’acquisto, di più consistenti consumi e maggior benessere. Pur nella difficoltà, le riforme economiche sono ancora lente ad essere attuate ed ancor di più a portare frutti, spesso inoltre, e ciò la “gente” lo ha inteso e compreso, sacrificate ad altre riforme di minor impatto sulla collettività e sulla ripresa economica, ma di maggior interesse per i diretti coinvolti nella politica.

Se fosse vivo un Cicerone qualunque non tarderebbe di ricordare a Renzi ed all’UE, sperando di spronarli, che “Mala tempora currunt….”

 

14/06/2015
Valentino Angeletti
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