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Il cronico, teutonicamente imposto, ritardo di Mario Draghi, ultimo baluardo di questa Europa

All’ultimo direttivo del Board BCE, che si tiene il giovedì ogni 45 giorni, il Governatore Draghi ha proferito parole piuttosto nette in merito alle ultime vicende economico-politiche.

Innanzi tutto ha comunicato che aumenterà il tetto dell’ELA, la liquidità di emergenza per le banche greche, di 900 milioni di euro, in aggiunta agli 89 miliardi già conferiti, così da consentire i prelievi di 60 euro ai greci fino ad agosto e ridare liquidità alle banche.

In merito all’ELA, Mario Draghi ha poi precisato, con tono perentorio, che precedentemente non è stato possibile incrementarne il tetto perché lo statuto della BCE non consente l’innalzamento di una ELA nel caso non sussistano sufficienti garanzie bancarie o se uno stato e le sue banche al seguito, versano, come la Grecia nei confronti dell’FMI, in situazione di insolvenza. Sono infondate, a detta del Governatore, le accuse rivolte alla BCE di voler spingere, non consentendo la riapertura delle banche ormai prive di liquidità senza il supporto ELA, all’accettazione del piano della Commissione, respinto inutilmente con il referendum del 5 luglio. Ora, a seguito della conferma del piano da 82-86 miliardi in 3 anni, la cui prima trance da 7 è in procinto di essere erogata, approvato dal Parlamento di Atene ed anche da quello tedesco, le garanzie sono aumentate, consentendo lo sblocco dell’ELA, operazione puntualmente messa in atto da Draghi.

Mario Draghi ha inoltre riconfermato come sia nella missione della BCE l’obiettivo di preservare l’Euro e di impedire la fuoriuscita di qualsiasi paese membro dalla moneta unica. L’istituto utilizzerà ogni strumento, anche non convenzionale, per perseguire il risultato. L’eventuale decisione di eliminare un paese dalla zona Euro è una decisione prettamente politica che spetta agli stati ed alla Commissione, non ad un’entità neutrale (teoricamente neutrale, perché la trazione tedesca, col 17% delle quote, è evidente) come la Banca Centrale. Dal punto di vista della BCE e di Draghi non è contemplabile l’ipotesi di una GrExit.

Questa affermazione ricalca un po’ quella del 2011, il famoso “What ever it takes”, e si contrappone alle contemporanee dichiarazioni del solito Scheauble il quale ha riaffermato che l’uscita VOLONTARIA della Grecia dalla zona Euro per un tempo di circa 5 anni sia la soluzione migliore. Evidentemente se dovesse esserci una uscita è impensabile che essa sia a tempo, anche perché di lì a poco probabilmente imploderebbe tutta l’UE. Del resto è ormai chiara la volontà dei falchi di perseguire una Europa a due velocità, che di fatto non sarebbe più unita, né potrebbe condividere medesime politiche ed obiettivi economici.

In realtà non si ritiene che la GrExit sia stata una ipotesi realmente sul tavolo, non esistono procedure e la Costituzione europea non contempla questa evenienza; inoltre la Grecia, come la maggior parte degli stati dell’Eurozona, non sarebbe tecnicamente in grado di coniare nuova moneta.

Questo slancio di Draghi a protezione dell’Euro, appare un po’ ritardato, come furono ritardatari i QE che con tutta probabilità, se avesse potuto decidere in autonomia senza tenere in considerazione la componente tedesca del board BCE, il Governatore avrebbe erogato ben prima. Il Governatore, se avesse realmente voluto arginare una GrExit quando pareva più probabile e tranquillizzare i mercati in preda alla volatilità, avrebbe dovuto fare dichiarazioni simili a ridosso del referendum, cosa che non ha fatto. Si ritiene perché non sarebbero state gradite a tutte le istituzioni europee (ovviamente capeggiate dai falchi, ma con al seguito tutti i capi di stato, incluso Renzi) che avevano conferito al referendum il significato, totalmente infondato, di scelta tra Euro e Dracma e quindi Grexit o non Grexit.

Draghi, sempre con canonico, quasi cronico, ritardo, si è allineato all’altrettanto ritardataria FMI sospinta dal segretario Jack Lew e la FED, nel confermare la necessità di un taglio, magari a mezzo di un dilazionamento trentennale, dell’insostenibile debito Greco, che, agli occhi anche dei meno esperti, già dal 2011 era chiaro non potesse essere rimesso nei tempi e modi concordati e soprattutto con le condizione di austerità imposte, inefficaci a risollevare il PIL, denominatore nel rapporto col Debito. Ad FMI e BCE si accoda anche il Professore, ex Premier italiano, Romano Prodi, secondo il quale è necessaria una ristrutturazione del debito greco, proprio come fu fatto con la Germania negli anni addietro (ogni riferimento è puramente non casuale) e tale necessità è anche parte di quel processo che dovrebbe portare l’Europa ed essere davvero un elemento unitario.

Che il ruolo di Draghi e della BCE nel cercare di limitare la crisi sia stato e sia tutt’ora fondamentale, risulta evidente come risulta chiaro l’impegno quasi personale di Draghi “To preserve the Euro”. Meno chiaro, forse, è che Draghi si sta divincolando tra i falchi tedeschi, maggiori azionisti della BCE che fanno proseliti non dichiarati, ma fattuali, anche in Italia, e la sua volontà di tenere coesa l’Europa, con uno sforzo diplomatico e gestionale senza pari.

Speriamo che predomini il concetto di Draghi, che vinca su quello delle spinte particolaristiche, divisive e distruttive, perché Super Mario è l’ultimo e unico baluardo per questa Europa.

17/07/2015
Valentino Angeletti
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Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza

Jackson Hole In Wyoming, a Jackson Hole, si è tenuto il prestigioso meeting tra i banchieri  centrali culminato con gli attesi interventi della Governatrice della FED Janet Yellen  e del Governatore della BCE Mario Draghi.

Il consesso rigorosamente ad inviti, è uno di quelli di altissimo livello dove si  delineano le politiche e le strategie, si fanno propositi e talvolta proclami, salvo poi  rilevare che spesso o risultano già ampiamente anticipati dagli eventi oppure di  difficile implementazione a causa di una catena di trasmissione, che dovrebbe  renderli operativi, nella realtà dei fatti spesso più complicata e meno funzionale del  previsto.

I due interventi principe oltre a trattare i temi tipici di competenza delle banche  centrali quindi le politiche monetarie, come ampiamente anticipato hanno avuto il loro fulcro nel mercato del lavoro e nella disoccupazione, problematiche che vedono impegnati sia gli USA che la UE, la cui presidenza italiana ha posto al centro del proprio semestre proprio l’occupazione, essendo un fattore indispensabile, ma ancora fragile in gran parte dell’Europa, per l’innesco di uno spiraglio di ripresa. A testimonianza dell’interesse al lavoro rispetto a quanto accaduto in passato, a questa edizione sono stati invitati meno banchieri d’affari e più esponenti, accademici e studiosi proprio delle dinamiche dell’occupazione e del lavoro. 

Il discorso del Governatore Draghi è stato abbastanza blando, senza grossi colpi di scena, del resto la BCE non giocava nello stadio di casa, Draghi quindi probabilmente si è limitato a sottolineare quanto l’Istituto da lui diretto ritiene necessario fare in questa fase, lasciando eventuali annunci “shock” per interventi presso la sede tedesca di Francoforte.

I punti centrali in tema di politica monetaria della sua esposizione si possono riassumere nell’impegno costante a riportare i livelli di inflazione a ridosso del 2% e nell’utilizzo di ogni tipo di strumento, anche non convenzionale, per dare all’economia reale quello spunto di cui da tempo ha bisogno (e che ha visto la BCE ritardataria) utilizzando ogni misura, a cominciare da quanto già in programma a partire dal 18 settembre, cioè ABS, TLTRO ed eventualmente acquisto di cartolarizzazioni e titoli di stato, cercando di ridurre al minimo il potenziale effetto di smorzamento avuto in passato a causa dell’intermediario bancario.

A ciò però si aggiungono alcune critiche, che esulano dai compiti specifici della BCE. Draghi infatti ha ribadito come la BCE non può sostituirsi in alcun modo agli Stati i quali devono realizzare e rendere effettivi i pacchetti di riforme che già conoscono bene, in particolare quella sul mercato del lavoro non risulta più prorogabile. La politica monetaria è inutile se non vi sono misure strutturali che supportano l’economia. Gli Stati devono lavorare in tal senso in modo da essere più attrattivi ed attirare capitali industriali e finanziari. Ribadisce infatti, come fece Visco qualche settimana fa in occasione del convegno dell’ABI, la necessità di più investimenti sia privati che pubblici, ed in tal senso l’Italia deve sentirsi direttamente chiamata in causa avendo perso rispetto al passato molta attrattività nei confronti degli investimenti industriali proprio a  causa, oltre che della crisi, di meccanismi legislativi, della giustizia, del fisco, della burocrazia e del lavoro, spesso borbonici e che scoraggiano ogni tipo di investimento in attività produttive.

Quello che dice Draghi risulta verissimo (in particolare sulle riforme) e porta implicitamente a fare alcuni ragionamenti.

Il primo riguarda il pacchetto di investimenti pubblici che reclama. Essi in questa fase sono fuori portata per ogni Stato in difficoltà con i conti (Debito, rapporto deficit/PIL ecc). Tali Stati sono proprio quelli a necessitare di più profondi e repentini investimenti. In parte il pacchetto da 400 miliardi annunciato da Jucker potrà assolvere questa funzione, ma di certo non sarà sufficiente. Serve che anche i singoli Stati si impegnino (in Italia risulterà fondamentale il piano Sbocca Italia al varo nel CdM del 29 agosto) e per impegnarsi in investimenti, in ricerca, in sviluppo e innovazione, in aggiornamenti tecnologici e nella creazione di valore aggiunto nel medio-lungo periodo, devono avere disponibilità di budget da far fruttare. Ecco allora che la revisione dei patti europei risulta nuovamente una possibile chiave di volta da considerare seriamente perché utilizzando la flessibilità ad oggi concessa, alla luce dei pessimi dati di PIL di gran parte dell’area Euro, non sembra possibile avere sufficienti margini di intervento. Ovviamente i conti non dovranno essere sballati, ma dovranno consentire qualche scostamento temporaneo per iniziare efficacemente la sortita dalla crisi.

Draghi parla molto bene anche in merito al fatto che la politica monetaria non può risolvere tutto e che risulta inefficace se non vi sono piani di medio-lungo periodo che devono essere in capo ai singoli Stati, ed in questo perimetro rientra il pacchetto di riforme economiche da farsi più che rapidamente (i soldi si possono elargire, ma i beneficiari devono saperli investire e far fruttare…). È altrettanto vero però che la politica monetaria deve rappresentare la fase “uno” che sbocchi violentemente i meccanismi di crescita economica bloccati dalla crisi e che Stati in difficoltà, soprattutto se stretti nel rigore dell’austerità, non riescono a sbrogliare. L’impulso monetario che è mancato venendo in gran parte neutralizzato dagli istituti di credito, avrebbe dovuto fornire la liquidità necessaria ad una fase “due” di sostegno all’economia reale, alle imprese, al credito ed in parte agli investimenti strutturali di medio-lungo periodo i cui risultati avrebbero dovuto portare lavoro, reddito, domanda (incluso export), produzione industriale ad un livello più stabile; il tutto andando in parallelo con il processo di riforme comunque necessario a rendere duraturi e solidi, con i fisiologici tempi di ritardo,  i risultati.

Anche un’azione volta a svalutare leggermente la moneta per favorire l’export avrebbe potuto essere utile, ma in tal senso la Germania dagli alti livelli di export, benché gli ultimi dati abbiano visto rallentare anche le esportazioni tedesche, sarebbe stato lo Stato a trarne maggiori vantaggi ed inoltre avrebbe dovuto essere calcolato il rischio di “guerra monetaria” (terreno sempre scivoloso ed imprevedibile anche per i più esperti) con gli UK, USA, Cina e Sud America.

Il discorso della Yellen ha principalmente riguardato il perimetro statunitense.

Il tapering continuerà, gli acquisti di titoli di stato si sono già ridotti da 85 a 25 miliardi di $ al mese e verranno stoppati ad ottobre in quanto ormai prossimo il target sulla disoccupazione del 6.5%. La Governatrice ha anche assicurato che i tassi rimarranno per il momento bassi, ma che verranno rialzati qualora non vi siano segnali economici avversi (in tal senso potrebbe giovarne l’Euro perdendo un po’ di forza nei confronti del Dollaro e favorendo quindi le esportazioni dal vecchio continente, processo che pare già essere lentamente in atto).

La Governatrice della FED ha però aggiunto alcune note molto interessanti.

La prima, e sembra un sottile riferimento all’azione in certe circostanze conservativa e lenta della BCE, è relativa al notevole ruolo che ha avuto la politica monetaria accomodante dell’istituto di Washington nel traghettare gli USA fuori da una recessione lunga un lustro, riportando l’economia a stelle e strisce ad essere ben impostata.

In tal percorso, ed il la seconda nota da analizzare, è stato partorito un nuovo concetto di lavoro ed occupazione. Si è a tutti gli effetti in presenza di  escalation di questo tema. Se prima infatti gli unici dati tenuti in considerazione erano la disoccupazione ed il numero di nuovi occupati, adesso si è preso atto che questi non sono più sufficienti. Si devono invece analizzare i meccanismi del lavoro in modo più profondo, come il numero di disoccupati di lungo termine; le tipologie di occupazione, se stabili o eccessivamente precarie, il che non vuol dire che il posto deve essere fisso a vita, ma che il mercato del lavoro deve essere flessibile ed offrire sempre nuove opportunità; il livello del salario, ancora troppo basso e che non consente una ripresa stabile dei consumi interni e della fiducia. Lo scenario USA è quindi in miglioramento, ben impostato, ma ancora lungi dall’essere strutturalmente stabile e solido.

In Europa, e come a volte capita l’Italia ne rappresenta l’estremo peggiore, si è ancora radicati al vecchio concetto ed ai vecchi dati e pare che si sia realizzata una politica diametralmente opposta. L’azione sembra rivolta a dare flessibilità al lavoro, ma nel senso “precarizzante” che non offre alcuna certezza né salari decenti al lavoratore che troppo spesso può contare solo su attività di breve termine ed assenza di prospettive nel medio-lungo periodo. Gli stessi salari sono stati sovente rivisti al ribasso ed il potere d’acquisto quasi azzerato. Questi due elementi da soli sono sufficienti ad innescare la spirale deflattiva che ha contribuito a portare livelli di inflazione continentali circa allo 0.4% con molti Paesi già in deflazione (sul tema del lavoro grande importanza avranno i piani e gli impegni di questo Governo, posto di fronte a partite tutt’altro che semplici anche per la frammentazione parlamentare che si potrebbe avere su un simile argomento).

Negli USA siamo dinnanzi ad un a presa di coscienza importante, ossia il bisogno di fare un “upgrade”  nelle politiche e nei dati utilizzati per analizzare e risolvere le crisi. Adesso pare che si vogliano considerare anche le condizioni al contorno piuttosto che, come accade per i parametri cardine della politica dell’austerità, il semplice e singolo dato (alla lunga si potrebbe convergere dal PIL ad un indice di benessere complessivo come molte teorie già indicano e come il Bhutan ha già adottato). L’obiettivo dovrebbe essere quello (come detto anche qui, vedi link a fondo pagina) di puntare ad un riassetto che sia strutturale, porti benessere reale e tangibile e sia resiliente alle rapide mutazioni economico sociali, in modo da presentarsi più capace nell’affrontare e scongiurare la ciclicità delle crisi che un’economia eccessivamente basata sulla finanza sembra causare.

L’Europa dovrà anch’essa perdere atto di questi mutamenti muovendosi verso un adeguato livello di proattività e resilienza, perché al momento pare ancora troppo radicata ad un approccio obsoleto, vulnerabile, fragile e totalmente in balia delle variabili macro sempre più rapide e meno prevedibili. 

Questo percorso dovrà convergere verso situazioni di stabilità strutturale capaci di evitare le crisi o ridurne la frequenza, nel caso prevederle quanto prima ed in ultimo mutare la propria azione e la propria struttura così da rispondervi nel modo più pronto, efficace e meno traumatico possibile.

Inutile ribadire che questo processo necessita di lungimiranza nello studio e nell’implementazione dei piani di crescita, sviluppo ed investimento di medio-lungo periodo nonché nell’applicazione di quelle riforme strutturali reclamate da più parti a gran voce.

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22/08/2014
Valentino Angeletti
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Draghi: a giugno misure non convenzionali (forse), ma l’Italia non dovrebbe tardare il pareggio di bilancio. Che Europa si vuole?

Il Governatore della ECB Mario Draghi ha deciso di mantenere invariati i tassi (0.25%) e, confermando la sua estrema capacità nel gestire l’effetto annuncio, ha ribadito la possibilità di utilizzare misure non convenzionali per contenere l’inflazione e l’eccessiva forza dell’Euro. Ha altresì indicato, e questa è la prima volta, una data ipotetica: giugno 2014. Ovviamente i mercati hanno reagito molto positivamente.

Più interessante però risulta la dichiarazione rivolta all’Italia nella quale Draghi afferma che non è un bene rimandare il pareggio strutturale di bilancio, come invece ha richiesto il MEF di Padoan a Bruxelles; proposta tuttora al vaglio della Commissione che dovrebbe pronunciarsi entro giugno (guarda caso quando misure monetarie non convenzionali potrebbero subentrare). Le motivazioni della posticipazione richiesta sono da cercarsi nel perdurare di gravi condizioni di crisi e nell’obiettivo, condiviso con l’EU, di saldare i debite delle PA vantati da fornitori privati.
Quanto perso avrà l’indiretto monito del Governatore (in genere molto influente) sulla commissione?

Questa dichiarazione di Draghi suona un po’ come un fulmine a ciel sereno perché se da un lato gli sforzi che l’Italia ha sopportato negli anni addietro per mantenere il rigore dei conti richiesto sono stati riconosciuti, dall’altro è indubbio che non possono essere richiesti altri sacrifici senza dare alcun segno tangibile, alcuna concessione, di apprezzamento. E pure il Governatore dovrebbe aver ben chiara la situazione economico sociale del paese così come dovrebbe aver chiare le condizioni in cui versano Grecia, Cirpo e Portogallo, buone nei numeri ma piuttosto critiche per la popolazione.

Se la via condivisa da tutti i partiti che non si professano anti-euro ed euro-scettici è quella di un rinnovato approccio dell’Europa alle politiche economiche e monetarie che asservano più all’economia e meno alla finanza la quale deve fungere da acceleratore alla produzione, possibilmente in modo diretto e senza intermediari che hanno distorto e neutralizzato alcuni meccanismi, e non ridursi ad uno strumento di mera rendita speculativa, quella di Draghi sembrerebbe quasi una sterzata verso la continuità con la politica del rigore che tanto male ha fatto fino a qui a quella che potenzialmente potrebbe essere la più grande economia del mondo, l’Europa Unita.

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La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile…. 01/04/2014

 

08/05/2014
Valentino Angeletti
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La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile….

Solo qualche mese fa non si voleva nemmeno sentirne parlare, eppure qualche segnale già c’era (Link: primordiali segni di deflazione). Adesso la deflazione è uno spettro che fa paura in tutta Europa tanto da essere uno degli argomenti trattati nell’Ecofin dei prossimi giorni ad Atene. L”Unione sta attraversano un periodo di bassa inflazione, perché ancora di vera deflazione non si può parlare, al di sotto della soglia dell’1% definita pericolosa dal Governatore della ECB Mario Draghi ed il commissario EU agli affari economici e monetari Olli Rehn conferma la preoccupazione citando i casi di Grecia, Irlanda e Spagna, nonostante la disoccupazione abbia leggermente rallentato la sua corsa in confronto agli scorsi periodi. In Europa, dove il target per l’inflazione è stato fissato al 2%, rispetto al mese precedente i prezzi sono aumentati dello 0.5%, in Spagna, rispetto al marzo scorso invece, si ha avuto un calo dello 0.2% e la deflazione è stata certificata, in Italia l’aumento medio dei prezzi è stato dello 0.4%, in calo rispetto ai mesi scorsi in tutti i comparti a cominciare da frutta fresca e beni energetici, includendo anche quei beni di norma immuni, come le sigarette e la benzina a dispetto di un aumento delle accise. Gli analisti finanziari delle principali banche non ritengono concreto il pericolo, ma è bene percepire questi segnali e cercare di agire tempestivamente per arginare un processo che secondo altri si è già innescato in modo significativo.

Il basso aumento, o addirittura il calo dei prezzi, potrebbe apparire a prima vista un segnale positivo e lo sarebbe se a causarlo fosse la sana e leale concorrenza e se sussistessero adeguati aumenti retributivi, flessibilità nel mondo del lavoro, domanda ed offerta di prodotti e servizi. Nella circostanze attuali invece il fenomeno è dovuto alla stagnazione economica.
Nel nostro paese il potere d’acquisto delle famiglie è calato drasticamente ed è evidente che la propensione alla spesa è inferiore anche relativamente a beni di prima necessità, alimentari, medicinali, cure mediche e vengono tardati i pagamenti di mutui e bollette; per tali ragioni è facile pensare che gli 80 € circa, che finiranno nelle buste paga al di sotto dei 25’000 € lordi introdotti dagli sgravi IRPEF del Governo Renzi, si riverseranno quasi istantaneamente, in modo positivo ma ben lungi dall’essere strutturalmente risolutivo, nei consumi.
Il modello di competizione che ha dominato gli ultimi anni (e le varie vertenze aziendali ne sono una dimostrazione) è stato fondato sul ribasso dei prezzi delle produzioni, sul ribasso dei salari e del costo del lavoro, sul ricorso ad ammortizzatori sociali e contratti di solidarietà con conseguente dimezzamento del potere d’acquisto dei tantissimi soggetti interessati (il ricorso alla CIG è stato da record durante questa crisi) fino al licenziamento e ciò, facendo il paio con contratti collettivi non rinnovati, con mancati adeguamenti salariali e con il blocco degli straordinari per i dipendenti pubblici e pensionati, non ha potuto far altro che deprimere i consumi interni.
Ne deriva una conseguente assenza di propensione alla spesa, in favore, nei pochi casi ove sia possibile, del risparmio a cui si aggiunge una percezione negativa dei consumatori e delle persone rispetto al futuro che porta certamente ad evitare le spese “superflue”.
Le prospettive effettivamente non sono delle migliori perché il PIL 2014 è visto in aumento per un valore che va dello 0.6% allo 0.9% a seconda delle stime, la previsione del Governo presentata da Renzi è stata collocata tra lo 0.8% e lo 0.9% peggiorando la stima nella forbice 1% – 1.1% del precedente esecutivo. Anche le più ottimistiche previsioni non sono però sufficienti ad invertire la crescita della disoccupazione, giunta complessivamente al 13% ed al 42,3% per la fascia di età 15-24 anni (massimo dal 1977 quando iniziarono le serie storiche), la quale oltre ad avere un ritardo intrinseco rispetto all’inversione di tendenza del PIL necessità di un valore di prodotto interno lordo che tipicamente si attesti attorno all’ 1.5%.

Nuovamente l’Europa non ha contribuito positivamente, è intervenuta nelle crisi in ritardo e con approcci oltremodo recessivi, portando la Grecia, il Portogallo, Cipro, ma anche l’Italia, e la Spagna a condizioni di estrema difficoltà economico e sociale (ad Atene, sede del meeting dell’Eurogruppo e dell’Econfin è sede di manifestazioni). Le misure di austerità hanno in parte aggravato il problema, ma in verità a scegliere dove applicare l’austerity è stato compito dei singoli paesi e dove, come in Italia, non è stato seguito il consiglio europeo di tassare rendite, patrimoni, consumi (in tutti i casi modo non lineare) invece che lavoro, imprese e persone fisiche si è assistito ad un eccessivo prelievo principalmente a scapito delle classi meno abbienti, artigiani e commercianti.

La Francia è per il momento più al sicuro dal basso aumento dei prezzi, ma la sconfitta di Hollande alle elezioni amministrative, l’immediato cambio di governo per riconquistare popolarità ed il suo discorso che ha messo in luce le problematiche su cui anche il paese transalpino dovrà agire, quindi taglio delle tasse, diminuzione del costo del lavoro, incremento del potere d’acquisto e dei consumi, taglio della spesa e meno rigidità nelle politiche europee, sono fattori che la accomunano in modo dichiarato all’Italia, anche se con un debito (in crescita) decisamente più basso ed un deficit superiore al 3% (attorno al 4%) per il quale hanno potuto contare su tempi di rientro superiori. Una simile circostanza fa pensare che si possa rafforzare l’asse Renzi-Shchulz-Hollande in vista delle elezioni europee con un programma di riforme delle politiche comunitarie volto ad una crescita sostenibile attenta ai conti ma anche alle difficoltà sociali dei cittadini dell’Unione, sempre più inclini a valutare proposte anti-europeiste.

Un’altra nota da fare all’Europa ed all’ECB nello specifico, è quella di aver attuato politiche monetarie certamente accomodanti, mantenuto bassi i tassi e fornito liquidità a sistemi paese, ma le iniezioni sono avvenute, ad interessi quasi nulli, sempre tramite i sistemi bancari che avrebbero dovuto immettere questi denari nell’economia produttiva, cosa che nella realtà dei fatti è avvenuta in modo quasi marginale essendo stati prediletti investimenti finanziari, acquisti di titoli di stato ad alto rendimento di paesi relativamente solidi (come l’Italia appunto) ed in certi periodi addirittura depositi over-night presso la stessa ECB. Negli USA i QE sono immessi direttamente nel sistema in modo da non avere intermediari così da essere immediatamente disponibili all’economia reale (che si tratti di consumi, investimenti infrastrutturali, lavori pubblici, sostegno alle imprese ecc).
Statuti permettendo, in attesa di giungere ad una unione bancaria vera, funzionante ed al servizio dei paesi membri e dell’Europa oltre che dei bilanci dei singoli istituti, sarebbe una soluzione migliore adottare anche nell’EU il medesimo meccanismo di immissione di liquidità direttamente nel sistema economico rispetto all’ipotesi che la ECB potrebbe metter in campo di portare i tassi a zero o addirittura in territorio negativo per stimolare il credito e disincentivare la pratica dei depositi over-night (anche se è più probabile un mantenimento dello 0.25%) .

Messe alla luce le deficienze del sistema paese Italia ed dell’Unione (notare che il fenomeno ha colpito maggiormente gli stati che hanno beneficiato di più aiuti che se, come avrebbe dovuto essere, fossero stati messi a disposizioni di persone ed imprese a mezzo di credito probabilmente ora si avrebbe un’inflazione e, cosa più importante, un potere d’acquisto superiori) è evidente che sono sempre più necessarie quelle riforme, ormai ben note, sul lavoro volte alla flessibilità ed alla creazione di nuovi impiaghi nei settori ad alto valore aggiunto ed innovativo, sugli investimenti produttivi, sul taglio delle spese e della burocrazia, sul sostegno alle imprese ed alla concorrenza, sul piano industriale nazionale di medio/lungo termine così come una modifica delle politiche europee e dell’ECB nei temi economici, monetari, finanziari, fiscali e normativi.

31/03/2014
Valentino Angeletti
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Garanzia artistica, accenno di dietrofront europeo, PD-Sindacati-Confindustria aggressivi … e chi più ne ha più ne metta

In questi ultimi giorni sono successi alcuni fatti piuttosto interessanti.
Andandoli rapidamente a scorrere ed analizzare iniziamo con la notizia del Financial Time, di una richiesta “monster” di risarcimento da parte della Corte dei Conti italiana nei confronti delle agenzie dei Rating, le tre grandi sorelle, S&P, Moody’s, Fitch, colpevoli, secondo la CdC, di essersi pronunciati declassando nel 2011 l’Italia senza tener in giusta considerazione il patrimonio storico, artistico e culturale del paese, universalmente riconosciuto e famigerato. La somma presunta ammonterebbe a 234 miliardi di € e l’indagine, curata dal procuratore della regione Lazio, sarebbe ancora in fase di istruttoria.

Partendo dal concetto che il patrimonio storico-artistico è un asset fondamentale per il nostro paese, purtroppo trascurato, che frutta immensamente meno di quanto potrebbe, non valorizzato come dovrebbe né ben gestito; riconoscendo senza se e senza ma che la cultura è una ricchezza inestimabile; deplorando quanto si legge in queste ore su alcuni giornali secondo i quali potrebbe venire abolito nelle classi scolastiche l’insegnamento dell’educazione artistica, dalla quale la nostra società dovrebbe ripartire e sulla quale dovrebbe puntare sempre di più, considerare questi elementi una garanzia della solvibilità di un debito sovrano sembra piuttosto inverosimile.

In un periodo in cui non sono sufficienti patrimoni immobiliari per ricevere credito dalle banche, elemento che per il nostro paese rappresenta un grave problema competitivo, ed in un momento in cui il credito è decisamente difficile da ottenere nonostante il costo del denaro basso, pensare a beni artistici a copertura dei bond statali non sembra opportuno, pur consapevoli che accostare il mondo dei bond a quello di mutui privati non è proprio corretto.
probabilmente l’idea nasce dalla vecchia e forse provocatoria richiesta della Finlandia di avere come garanzia dei propri crediti nei confronti della Grecia il Partenone.
Supponendo al limite che i beni artistici possano fungere da garanti allora si dovrebbero ricalcolare gli aiuti concessi alla Grecia e tanti altri Stati potrebbero avanzare richieste di revisione dei propri rating.
Il calcolo poi del valore di beni inestimabili è complesso ed oggettivo, quasi impossibile per definizione; se sommassimo Uffizi, Fontana Di Trevi, Fori Imperiali, Colosseo, Segesta, Valle dei Templi, tombe, catacombe ed acquedotti vari, terme romane sparse per tutta Italia, la miriade di chiese, cattedrali e battisteri fiorentini, il Maschio Angioino, le sculture ed i quadri, il Castello Sforzesco, la Reggia di Caserta ecc. ecc. ecc. probabilmente saremmo non più in debito, ma vanteremmo un credito; allora perché non aggiungere anche il patrimonio naturale, le isole, le Dolomiti, le coste, ed ancora l’agricoltura, i vigneti e gli oliveti mediterranei, le primizie dell’allevamento e via dicendo, in sostanza avremmo risolto ogni problema. Pensando poi al malaugurato caso in cui facessimo default i creditori sarebbero disposti a ricevere qualche brandello di tela preziosa? Oppure i cittadini che avessero investito in BOT invece del 2 o 3% di interessi sul capitale si accontenterebbe di qualche opera d’arte? E la tassazione sul capital gain come verrebbe gestita? Evidentemente ho esagerato, qualche opera d’arte sarebbe un interesse eccessivo, magari un paio di ingressi gratuito al museo sarebbero più adatti.

Personalmente non credo sia sostenibile l’obiezione della CdC ed infatti cose simili al mondo non si sono mai sentite, inoltre un possedimento non liquido ha un valore che potrebbe essere soggetto ad alta volatilità e se non vi è la possibilità di capitalizzarlo, cioè non si ha l’acquirente, il suo valore, benché inestimabile, sostanzialmente si azzera. Rimarrei comunque assai felice di essere smentito.

Un secondo fatto rilevante include la denuncia del presidente Napolitano di fronte al Parlamento europeo di Strasburgo, dell’eccessiva austerità. Questa dichiarazione va a braccetto: con la politica monetaria accomodante di Mario Draghi, che ha evitato di alzare i tassi, ancora allo 0.25%, dicendosi disposto a ribassarli ulteriormente; con le dichiarazioni, sempre del presidente della ECB, che rassicurano sulla minaccia di deflazione in Europa, ma al contempo invitano a non abbassare la guardia perché la ripresa non è ancora solida (e se, in particolare nel nostro paese, consumi e prezzi continueranno a calare facendo competizione sul costo del lavoro, la deflazione non sarà un rischio remoto [link 1Link 2]) e siamo comunque in un periodo di bassa inflazione benché il target rimanga attorno al 2%; con il cambiamento di rotta da parte della ECB che ritiene possibile, qualora sussistesse una strategia di investimento, procedere all’acquisto di titoli di Stato, anche di paesi in difficoltà benché esista il meccanismo OMT (Outright Monetary Transactions) parte dell’ ESM (European Stability Mechanism); con la possibilità al vaglio dell’Europa di allungare i termini di restituzione degli aiuti da 30 a 50 anni, di abbassare di 50 pti base gli interessi su una linea di credito di circa 80 miliardi di euro e di erogare ulteriori 13-15 miliardi, che si aggiungerebbero ai 240 già ricevuti, in favore della Grecia, dove permangono difficoltà, proteste e problemi alimentari e sanitari,
Tali tendenze, se vogliamo rettifiche, alla originaria politica economica che l’Europa, assecondando i desideri tedeschi e dei paesi nordici, ha intrapreso fin dall’inizio della cresi lasciano trasparire una velata ammissione di colpevolezza, forse si sta prendendo coscienza, molto tardivamente, che l’approccio da utilizzarsi già da subito avrebbe dovuto essere molto differente rispetto alla rigidità ed inflessibilità cieca imposte, verrebbe da augurarsi anche un miglior utilizzo della golden rule su investimenti produttivi, ma il tempo stringe.

Il terzo ed ultimo fatto riguarda la segreteria del PD ed il rapporto col governo Letta. Sembrerebbe che Renzi sia deciso a rivedere la posizione del partito nei confronti del governo percepito troppo lento e poco rappresentativo delle forze politiche che gli attuali partiti incarnano. Il 20 febbraio è convocata una nuova assemblea PD ed allora, mettendo in secondo piano il Jobs Act ed il tema delle riforme, verrà discussa la relazione PD-Governo, quasi un passaggio alla fiducia. Del resto l’Esecutivo non ha altri appoggi se non quello solidissimo del presidente della Repubblica e la protezione data dalla prospettiva del semestre italiano in Europa. Oltre a Renzi, appoggiato dai grandi imprenditori italiani, fino ad ora favorevole al governo a patto che facesse riforme e si concentrasse sul bene del paese, anche i Sindacati e Confindustria sono concordi nel ritenere l’operato dell’Esecutivo, compresa la missione in medio oriente, insufficiente, lento e non incisivo e se non verrà cambiata immediatamente rotta le elezioni, o comunque una richiesta di intervento da parte di Napolitano, diverrebbero inevitabili. Il Confronto Letta-Confindustria avverrà in occasione del Consiglio Direttivo degli industriali il 19 febbraio, appena un giorno prima della Direzione del PD.
In queste settimane scarse che separano Letta dai due giorni cruciali Sindacati, Renzi e Confindustria vogliono risposte chiare. Più che occasioni di chiarimento il 19 ed il 20 febbraio potrebbero essere forche caudine per il Premier, ma del resto ormai il tempo è scaduto da tempo e, come lo era già prima, a maggior ragione adesso non è retorica dire che si deve subitamente.

06/02/2014
Valentino Angeletti
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Draghi, unione bancaria ed un sistema finanziario troppo shadow

Apposta vi era la firma di Mario Draghi, Presidente della ECB, si trattava di una lettera rivolta alla Commissione di Bruxelles dal carattere riservato. Il “manoscritto” esprimeva le preoccupazioni del Presidente nei confronti della situazione finanziaria del sistema bancario europeo in particolare in relazione al processo di Unione Bancaria che prevede una serie di stress test a partire dal prossimo anno.
Il timore di Draghi è che dagli stress test emerga che la capitalizzazione degli istituti sia insufficiente a far fronte agli impegni sottoscritti ed al loro indebitamento.
Gli stress test riguarderanno circa 150 banche europee, le principali, di cui 13 italiane.

Già a partire del 2007/08, immediatamente dopo il crack Lehman Brothers, si sono susseguiti interventi di stato per salvare istituti di credito mal gestiti: le banche irlandesi hanno devastato l’economia del paese ora in ripresa (sono ricominciate le emissioni di bond), la britannica RBS è stata nazionalizzata, aiuti di stato sono stati indispensabili alla franco belga Dexia così come all’ iberica Bankia e le crisi greca e cipriota non hanno risparmiato gli istituti dei due paesi.

Alcune stime affermano che l’ ammontare complessivo necessario per mettere al riparo il sistema bancario europeo oscilla tra i 25 ed i 55 miliardi di € a seconda dei metodi di calcolo utilizzati. Le banche più esposte sarebbero quelle tedesche a cominciare dai colossi Commerzbank e Deutsche Bank seguite dagli istituti italiani. Riguardo alla Germania andrebbe poi detto che esiste una moltitudine di banche locali, le landsbank, paragonabili alle nostre Banche di Credito Cooperativo, particolarmente propense all’ uso di derivati e leverage e che, dopo l’allagamento delle maglie dei criteri di Basilea (dal tempismo piuttosto sospetto), non rientrerebbero, poiché troppo piccole, tra quelle messe sotto controllo; nonostante ciò per la loro dimensione, il loro portfolio e la loro numerosità in caso di problemi di solvibilità il sistema finanziario tedesco ed a catena quello europeo verrebbe messo a rischio. Sempre in Germania la Commerzbank pare (questi dati sono sempre molto segreti e difficili da reperire) usi un leverage di circa 30x mentre Deutsche Bank di circa 40x con una esposizione complessiva (noti e non) ai derivati di poco oltre i 55’000 miliardi di € (contro un PIL tedesco di circa 2’700 miliardi di €).

Per il Ministro Saccomanni lo scenario bancario italiano non ha di che temere, ma secondo uno studio della Goldman Sachs la MPS sarebbe la banca più a rischio di tutta Europa. Inoltre gran parte del flottante immobiliare italiano è in mano alle banche, le quali contabilizzano nei loro bilanci questi assets con valori ipotetici e decisamente fuori mercato non considerando l’attuale potere d’acquisto dei privati (ciò è una delle cause per le quali i prezzi delle case nel nostro paese non sono crollati e quindi anche dello stagnamento del mercato immobiliare) e che gli eventuali ispettori europei potrebbero imporre di rivalutarli, ovviamente al ribasso.

È probabile che la causa prima dell’ eventuale sotto-capitalizzazione bancaria sia da cercare nel diffuso utilizzo di derivati, che secondo uno degli “inventori”, Lawrence Summers, avrebbero dovuto essere utilizzati solo da pochi esperti vista la loro complessità. Essi in realtà vengono utilizzati come una sorta di garanzia per incapsulare o cartolarizzare mutui e prestiti e reimmetterli nel mercato nascondendoli dal bilancio così da poter continuare a concedere credito, che in situazioni normali non può superare un certo rapporto in relazione alla patrimonializzazione dalla banca (Tier 1). Con questo espediente il leverage e quindi il rischio di esposizione della banca aumenta, ma non in modo ufficiale e documentato. Tutto il meccanismo ovviamente impiega il denaro dei risparmiatori ai quali spesso sono proposti simili prodotti che paradossalmente potrebbero contenere anche il mutuo da loro stessi contratto, che, in parole molto semplici, verrebbe pagato due volte.

Le misure per bilanciare l’esposizione bancaria e senza l’aiuto di stato, come prevedono le recenti norme europee che pongono gli azionisti e poi gli obbligazionisti al primo posto tra coloro che dovrebbero accollarsi eventuali perdite, mettono ansia ai vertici della ECB. L’insolvenza nei confronti di azionisti ed obbligazionisti, piccoli e grandi, Stati sovrani, altre banche, regioni e comuni inclusi, costringerebbero nuovamente in ginocchio tutta l’Europa, vanificando il poco fatto fino ad ora. Il problema è molto complesso e Draghi forse sta temendo che il processo di Unificazione e Controllo Bancario possa avere l’effetto contrario rispetto alla stabilità finanziaria europea che si prefiggeva e che sia ancora presto per un simile provvedimento, o forse sta pensando che il motto secondo cui le “banche non falliscono” sia da rivedere dalle fondamenta.

Certo è che per il futuro è necessario porre un freno all’ uso di derivati e shadow banking, cercare di regolamentare anche quei mercati ora fuori controllo, ma soprattutto tornare a segregare le banche commerciali da quelle di investimento e d’affari. Questa commistione ha già fatto troppi danni, tranne che ad alcune banche perché, detto in modo delicato che non troppo si si addice alle cruente immagini di squali, sangue, tori e orsi della finanza, se tanti perdono ne consegue che pochi guadagnano e tanto.

Citando le parole, forse leggendarie ma d’ effetto, attribuite ad un trader londinese:
“Se ti siedi ad un tavolo per trattare di derivati e non sai chi è il pollo, insospettisciti perché è altamente probabile che il pollo sia tu”.

Per approfondimenti:
Stralcio lettera Draghi, La Repubblica
Stress test bancari, Linkiesta

19/10/2013
Valentino Angeletti
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