Archivi tag: Mediaset

Costosa arretratezza digitale dell’Italia, quartultima dell’Europa a 28

A pochissimi giorni dalla polemica scatenata dall’interesse di Mediaset, tramite la sua controllata EiTowers, a lanciare un’OPA su Raiway è stato divulgato dalle istituzioni europee un rapporto relativo alla digitalizzazione degli stati membri. In merito al rapporto si segnalano i seguenti articoli tratti da ItaliaOggi e Wired. Il nostro paese ne esce con le ossa rotte: tra i 28 paesi membri l’Italia si piazza al quartultimo posto, superando solo Grecia, Bulgaria e Romania. Su digital divide avevamo già scritto un pezzo dal titolo: “Decreto ‘del fare’: WiFi, EXPO ed il solito colpo di coda” in occasione del decreto del fare di Lettiana memoria, mentre il tema dell’OPA Mediaset su Raiway è stato affrontato nel pezzo seguente: “Rai Way e l’autostrada digitale. Pubblico o privato, l’importante è digitalizzare il paese!“.

Nonostante quindi la politica si prodighi da tempo (ricordiamo anche l’Agenda Digitale), continuando a farlo anche con questo Esecutivo, in parole e scritti a sostegno della digitalizzazione del paese per colmare il gap digitale è evidente che i risultati latitano. Proprio nei prossimi giorni vi sarà un CDM in cui è in programma la discussione assieme alla ‘Buona Scuola’ anche sulla copertura del paese con la banda ultra-larga. Il Governo vorrebbe imporre l’obbligo di passare dalla tecnologia in rame alla fibra ottica entro il 2030. L’investimento costerebbe circa 30 miliardi di Euro e lascia dubbi se in un libero mercato lo Stato possa imporre una tecnologia alla quale ogni azienda del settore dovrà adattarsi. Vi sono inoltre dubbi sulla soluzione tecnologica che potrebbe non essere la migliore in termini di costi-benefici-tempi. Sarebbe infatti tecnicamente possibile cablare in fibra alcune zone, mentre altre potrebbero utilizzare la rete già esistente in rame opportunamente adeguata in tempi e costi inferiori.

Ricollegandoci alla partita delle torri il punto chiave non è la soluzione tecnologica adottata nè il soggetto operante nel garantire l’adeguata infrastruttura che può essere il pubblico, se disposto a spendere ed investire adeguate risorse, o il privato, sempre nel rispetto delle leggi sulla concorrenza e sul conflitto di interessi, il tema centrale è arrivare a colmare questo enorme gap in modo rapido ed efficiente. Il divario si manifesta evidentemente sia in termini di tecnologia ed infrastruttura, sia in termini di educazione digitale dei cittadini, sia per quel che concerne la formazione e la dotazione informatica delle scuole, infatti si parla di inserire materie come il “coding” fin dalle elementari salvo poi scoprire che le connessioni degli istituti sono appena sufficienti a mantenere collegato a velocità decenti un singolo laboratorio (si spera che il piano buona scuola possa porvi rimedio). Purtroppo l’entità dell’arretratezza è a 360 gradi e tale che si rischia di rimare in costante ritardo rispetto ai paesi competitors; quando nel 2013 qui in Italia si avviavano le prime sperimentazioni da parte dei due principali operatori sulla rete cellulare LTE-4G nelle metropoli Roma e Milano, in Danimarca questa tecnologia di trasmissione dati cellulari raggiungeva già numerosi paesi di dimensioni medio-piccole; l’Estonia, benché nell’immaginario collettivo possa apparire un paese secondario, è all’avanguardia per quel che riguarda la digitalizzazione e l’uso di internet, del resto la tecnologia Skype è nata proprio a Tallin, dove peraltro è presente il centro di sicurezza informatica CCDCOE della NATO.

L’infrastruttura digitale è imprescindibile in una modera economia, vale svariati punti di PIL all’anno, quindi l’obsolescenza costa. Anche l’incremento della velocità media di connessione di qualche Mbit su tutto il territorio nazionale garantirebbe attorno agli 1.5 punti di PIL in più; è stato stimato che portare a termine tutti gli obiettivi di innovazione presenti nella troppo macchinosa agenda digitale comporterebbe una spinta economica di circa 70 miliardi di €, attorno a 4.5-4-8% del PIL, una previsione del 2014 invece fa ammontare la perdita dovuta al gap digitale a 3.6 miliardi di € annui; inoltre vi è la perdita di tutto l’indotto di competenze e di posti di lavoro specializzati e qualificati che un modello economico digitale richiede e che sarebbe in grado di sostenere, oltre che il lavoro in modo più o meno diretto, anche l’importanza della formazione universitaria e specialistica che attualmente ha subito un declino visto che non è in grado di assicurare accesso al mondo del lavoro, già di per se scarso, essendone totalmente avulsa. Nonostante ciò l’Italia non ha mai avuto una strategia chiara e definita, una linea o programma almeno di massima da seguire, come ahinoi per quasi tutti i settori strategici e l’industria nel suo complesso. La necessità di digitalizzazione è evidente in tutti i settori e nessuna azienda o investitore avrà mai alcuna intenzione di insediare il proprio business o velleità di ampliare i propri investimenti in una paese così arretrato digitalmente rispetto ad altri paesi ove anche le condizioni fiscali, burocratiche e legali sono più favorevoli: nemmeno un pazzo si lancerebbe in un simile azzardo.

La stessa burocrazia e lo snellimento delle pratiche delle PA beneficerebbero di un paese adeguatamente connesso, così come se tutti database fossero collegati e si scambiassero dati, dall’altro lato si rende necessaria l’adeguata istruzione ad internet ed a un suo corretto e proficuo utilizzo da parte di consumatori, clienti, fruitori di servizi, ma anche esercenti ed impiegati delle PA, spesso di età avanzata e restii alla conversione alle nuove tecnologie.

Come è possibile leggere negli articoli segnalati l’Italia risulta arretrata anche per quel che riguarda l’e-commerce e la presenza on line per pubblicità delle sue aziende. Questa lacuna fa il paio con un’altra grande lacuna della quale l’Italia risente pesantemente, ossia l’assenza di una filiera adeguata per penetrare con le nostrane manifatture di pregio e che dovranno sempre più competere non sul prezzo ma sulla qualità, nei mercati ricettivi per i quali il prezzo è un elemento secondario, come la Cina o il Medio Oriente, gli Usa o la Russia. Spesso viene criticata l’incapacità un poco provinciale di fare sistema delle aziende italiane e l’assenza di una catena di distribuzione che possa sopperire alle richieste mondiali, elemento che dovremmo invidiare e copiare ai fratelli transalpini di Francia ad esempio nel campo della GDO. Le possibilità di raggiungere gli angoli più remoti del mondo in modo capillare senza connettività internet sono pressoché nulle. Non ci addentriamo poi in tutto ciò, neppure minimamente concepibile senza sufficiente banda, che è relativo all’internet of things, alle future smart-city, alla gestione della viabilità e degli ambienti urbani, alla creazione di servizi on-demand, personalizzati e calibrati su singoli individui sui quali le aziende dovranno sempre più fare leva, fino allo sfruttamento attivo dell’enorme mole di dati strutturati e non, big data appunto, in grado di fornire utilissime informazioni e servizi se opportunamente utilizzati.

Si ritorna quindi facilmente alla conclusione che già più volte abbiamo avanzato, tanto evidente quanto necessaria. Non è importante la tecnologie (ve ne sono molteplici valide e moderne a patto che siano scalabili) nè l’attore o gli attori che avranno in capo l’opera, fermo restando la loro disponibilità ad investire garantendo, ancor prima del puro profitto per se è per gli azionisti, standard di qualità di primissimo livello, bensì che l’update verso l’economia 2.0 ed oltre sia rapida ed efficiente senza sprechi, raggiungendo gli standard indispensabili allo sviluppo di un paese moderno. Arretratezze e perdite economiche in un momento che vede l’Italia già di per se non attrattiva nei confronti degli investimenti non è assolutamente tollerabile, e come al solito la politica non è incolpevole di questa situazione, sarebbe quindi il caso che vi si adoperasse senza scadere nelle solite brutte e stucchevoli storie.

02/03/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Annunci

Rai Way e l’autostrada digitale. Pubblico o privato, l’importante è digitalizzare il paese!

Mediaset-RaiLa mossa è stata una sorpresa, uno strano attacco portato dritto dritto, in linea retta, come nel gioco degli scacchi solo alle torri è consentito e proprio di torri stiamo parlando. La risposta dell’avversario è stata un solido arrocco, con poche possibilità di essere scardinato a meno che lo stesso difensore non lo voglia.

Le torri in questione sono quelle di Ray Way, società dell’orbita Rai detentrice delle torri di trasmissione delle emittente pubblica, privatizzata a novembre con una quotazione in borsa del 30%, che ha riscosso un buon successo ed il cui 51% per legge deve rimanere in possesso all’azionista pubblico, ossia lo Stato. Questa condizione è ben nota e lo era ovviamente anche alla più che informata Mediaset, attaccante di questa partita a scacchi economica. La società del Biscione, tramite la controllata Ei Towers, ha lanciato una OPA sul 100% di Ray Way per rilevare tutte le torri di trasmissione e tutti i contratti di affitto e di servizio, il vero tesoro di Rai Way, che gli operatori (tra cui anche telefonici) pagano per usufruire dell’infrastruttura. L’OPA è stata definita ostile, non amichevole e la posta messa in gioco è stata di 1.22 miliardi di €, equivalenti a circa 4.5 € per azione a fronte di un prezzo di mercato attuale di circa 4 €, un premio del 12.5% grossomodo. La valutazione di Ray Way al momento della quotazione è stata di circa 825 milioni, attualmente il valore si aggira attorno a 1’000 milioni e l’offerta di Ei Tower ammonta a 1’220 milioni di €, sarebbe ben pagata quindi.

Le polemiche in merito alla possibilità o meno di consentire questa operazione sono sterili. Il concetto è semplice: per legge il 51% deve rimanere in mani pubbliche, per motivazioni definite strategiche, siano esse opinabili o meno, il restante è preda del mercato e, ferme restando le regole della Consob, dell’Antitrust, della Vigilanza sulla concorrenza e sulle telecomunicazioni, ogni operazione è consentita e deve essere permessa senza veti. Stanti così le cose dunque L’OPA lanciata da Mediaset non può portarsi a compimento, c’è poco da discutere.

La domanda vera è perché Mediaset, avrebbe lanciato una OPA irrealizzabile?

Una possibile interpretazione è il lancio di un messaggio chiaro al Governo, che potrebbe suonare più o meno come segue:

“Tu, Stato Italia, necessiti di denaro ed hai promesso alla UE di privatizzare, ricavando almeno 0.7 punti di PIL per gli anni 2015-2018, su questo fronte sei piuttosto indietro, tanto che hai avviato una repentina privatizzazione-lampo di ENEL quasi come contropartita per un pronunciamento tutto sommato positivo di Bruxelles sulla legge di stabilità. Nonostante ciò rimani sempre un sorvegliato specialissimo. Io ti offro 1.22 miliardi ben pagati per Ray Way, questa somma assieme ai 2.2 miliardi previsti per Enel ti consentirebbero di incassare da privatizzazioni già entro il Q1 un buon 0.21% di PIL. Se sei interessato cambia la legge e facciamo l’accordo, prendendoti ovviamente vantaggi e tutti i rischi di polemiche del caso visto che sono una emanazione berlusconiana, , altrimenti arrivederci e grazie. Che fai, accetti?”.

Probabilmente per evitare accuse di complotto con Berlusconi o per qualche altra motivazione strategica o ancora legata alla governance Rai, visto che economicamente la proposta è assolutamente invitante, Renzi ha smorzato le polemiche sostenendo giustamente che le quote sul mercato di Ray Way sono soggette alle regole dello stesso e precisando che il 51% della società detentrice le torri di trasmissione rimarrà in mano pubblica.

La riflessione importante da fare riguarda la funzione della rete digitale e delle torri di trasmissione nello sviluppo futuro di un paese moderno. Essa rappresenta la spina dorsale per tutte le attività legate alla diffusione di contenuti e servizi multimediali via tv, cellulare, web ed internet, UMTS ecc. Rappresenta la base per lo sviluppo delle reti 4G ed oltre, in sostanza un pilastro dal quale non può prescindere lo sviluppo economico e la competitività di un paese, a maggior ragione se stiamo parlando di Italia dove il problema del digital divide, dell’accesso alla banda larga, dei servizi digitali avanzati, della copertura delle reti mobili rappresentano un oggettivo gap competitivo da risolvere. Sulle torri si basa tutto il concetto di Digital Entertainment futuro che sarà sempre meno semplice TV (che detiene ancora una buona quota di mercato nel nostro paese) e cellulare voce, e sempre più contenuti digitali on demand e personalizzati che il consumatore plasmerà sulle proprie esigenze, necessità, gusti potendo interagire con essi attivamente. La rete, intesa sia come etere che come cablaggio in fibra ottica, rappresenta quindi una autostrada fondamentale a doppio senso e sarà utilizzata non solo per intrattenimento, ma anche per la fornitura di servizi e “prodotti virtuali” specifici e importanti per la vita ed il benessere della società (servizi bancari, ospedalieri, di domotica, legati alla gestione dell’energia ed al risparmio energetico, all’automotive, alla diffusione real time di importanti informazioni, alla gestione proattiva della città ecc). In definitiva il livello strategico dell’infrastruttura digitale è altissimo e l’Italia sta già pagando una notevole arretratezza in tal senso che deve necessariamente colmare se vuole consentire alla propria economia di svilupparsi. A tal fine è evidente come la disponibilità di banda larga ed ultra-larga dovrà essere: garantita su tutto il territorio; sicura in termine di protezione dei dati; sempre disponibile con altissimi standard qualitativi; efficiente ed affidabile per integrità dei dati trasmessi.

Per raggiungere l’obiettivo di una spina dorsale digitale con i requisiti adatti a supportare lo sviluppo economico di un paese è evidente come siano necessari importanti investimenti e costanti aggiornamenti infrastrutturali per mantenere massimi i livelli degli standard tecnologici adottati.

Come vengano fatti questi investimenti è materia di discussione e le possibilità sono molteplici. Si può pensare al solo soggetto pubblico (che sia CDP, tesoro, MEF od una società ad hoc), o ad un soggetto privato, che pur rispettando le norme imposte dai vari regolatori del settore, agisca anche in regime di monopolio, ovviamente sotto adeguato controllo. La presenza di un unico operatore (statale o meno) potrebbe garantire economie ed ottimizzazioni in termini di installazioni infrastrutturali, “inquinamento” da radiazioni ed anche paesaggistico, ottimizzazione delle coperture. In alternativa si potrebbe lasciare spazio totale alla concorrenza, consentendo a più operatori, il cui numero dovrà necessariamente essere limitato alle sole aziende realmente in grado di supportare la gestione di una complessa infrastruttura come la rete digitale, di agire, permettendo, in teoria, una riduzione dei costi (cosa che in passato abbiamo scoperto non sempre essere vera) per i consumatori finali.

Potrebbe costituire un fattore limitante la concorrenza il fatto che una società (o una controllata) detentrice la rete digitale sia anche quella che distribuisce contenuti e servizi. Anche a questa situazione vi sono vari approcci applicabili, vale a dire la completa separazione seguendo il modello elettrico con Terna, oppure consentire, sotto il controllo dell’antitrust, che un diffusore di contenuti sia anche il detentore della rete, come era per il gas (Snam società Eni) o proprio per le TLC (Telecom). Questo secondo modello peraltro è diffusamente utilizzato all’estero.

Il punto chiave, senza cadere in ridondanza nel ripeterlo vista la sua importanza, è che gli investimenti sull’infrastruttura digitale vengano fatti rapidamente e siano sufficientemente ingenti, senza scadere, come purtroppo spesso accade per le grandi opere infrastrutturali italiane, in sprechi e inefficienze, appalti “dubbi” e costosi, al classico lievitare esponenziale delle spese e via dicendo. Se è lo Stato a volersi fare garante della fondamentale opera strategica di connessione della quale le torri di trasmissione sono cardini, ben venga, ma deve avere disponibilità a sborsare quanto necessario, analogo sillogismo vale se vorrà essere un soggetto privato, italiano o straniero, ad accollarsi gli onori e gli oneri di digitalizzare l’Italia.

Brutalizzando: non importa chi caccia i soldi, ma l’importante è che vengano cacciati subito, bene ed in quantità adeguata.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

 

 

 

Napolitano non sorprende, ribadisce!

Attorno alle 19:30, giusto in tempo per scompaginare le scalette dei telegiornali, ma alla fine neanche poi tanto, è stato diramato il comunicato del Presidente della Repubblica in merito al processo Mediaset.

Napolitano, chiamato in causa anche insistentemente da più parti benché non fosse nelle sue intenzioni pronunciarsi pubblicamente, non tradendo moderazione e pragmatismo, è stato decisamente realista senza dare adito alle tanto eclatanti quanto improbabili dichiarazioni che molti, in particolare tra le file del PDL, si attendevano.

I tre punti cardine del comunicato possono essere riassunti come segue:

  • Si deve prendere atto di ogni sentenza definitiva così come vanno rispettate le conseguenti implicazioni.
  •  Al momento non è stata presentata alcuna richiesta di grazia, qualora venisse presentata è dovere del Presidente della Repubblica valutarla  con attenzione.
  • Nella situazione attuale una crisi di governo avrebbe conseguenze drammatiche.

Non ci sono state sorprese particolari ed il “monito” del Presidente, sobrio come al solito, era oggettivamente quello che la maggior parte dell’opinione pubblica, minimamente interessata alla vicende economico politiche del paese, avrebbe proferito o comunque aveva in mente senza necessità che la più importante istituzione lo ripetesse. Evidentemente non vale lo stesso per gli esponenti politici, che tutt’ora cercano di interpretare a loro pro o comunque secondo una specifica linea di pensiero le parole del Presidente.

Se proprio si vuole analizzare quanto scritto nel comunicato stampa si evince in sostanza che la magistratura ed il potere giudiziario hanno agito e continuano ad agire in piena autonomia garantendo uguaglianza a tutti i cittadini di fronte alla legge, il Presidente della Repubblica assolverà sempre e comunque alle sue funzioni e valuterà accuratamente ogni richiesta di grazia conforme alle procedure costituzionali formalmente presentata, inclusa eventualmente quella relativa al Processo Mediaset (di sicuro non si muoverà “motu proprio”), il contesto attuale non consente di affrontare crisi di governo.

Riguardo all’ultimo punto è stato ripetuto più e più volte che i  leggeri segnali positivi che possono far pensare ad una lenta ripresa economica del paese e dell’Europa (nel secondo trimestre del 2013, battendo le previsioni degli analisti, il Pil della Germania sale dello 0.7%, quello della Francia dello 0.5% trainato da una ripresa dei consumi interni, anche il PIL della UE-27 sale dello 0.3%) vanno capitalizzati senza perdere energie, tempo e risorse umane in scontri politici intestini ai partiti o al governo, propagande elettorali ed arroccamenti ostinati, andando ad agire sinergicamente in modo rapido ed incisivo sui tanti aspetti che potrebbero contribuire alla ripresa, anch’essi ribaditi molte volte.

La concertazione della politica, mai come ora, dovrebbe essere rivolta alla soluzione dei problemi concreti, Enrico Letta non dimentica mai di ripeterlo e del resto è quello che sta abilmente ricordando anche Berlusconi, salvo che i suoi in sembrano non volerlo ascoltare perseverando nel lanciare ogni tipo di ultimatum.

Una crisi di governo adesso, con le borse ed i mercati piuttosto “tiranti” dopo settimane di buone performance e lo spread a livelli molto bassi (ai minimi da un paio di anni), complice anche l’incremento dei rendimenti dei Bund tedeschi, lascerebbe ampio margine di manovra alla speculazione e farebbe optare agli investitori, tornati a credere nei mercati azionari, per una presa di benefici scatenando così le vendite. C’è inoltre l’incognita delle agenzie di rating che sorvegliano attentamente l’Italia, sia per lo stato di avanzamento delle riforme e del debito sovrano che ha raggiunto il nuovo record di 2075.1 miliardi di euro a giugno, sia per la situazione politica, che ci è già costata un downgrade nelle scorse settimane. Al momento l’Italia è classificata per S&P BBB con outlook negativo, a soli due step da junk, spazzatura, che per il paese significherebbe grande difficoltà di rifinanziamento se non a tassi esagerati poiché molti investitori istituzionali, grandi fondi e Stati Sovrani hanno per statuto divieto di acquisto di titoli classificati “non investment grade”.

Il Presidente della Repubblica non ha sorpreso, ma di sicuro ha ribadito per l’ennesima volta i capisaldi della linea alla quel i partiti politici dovrebbero attenersi.

13/08/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

Mediaset, ma non solo, a bloccare la politica

Solo qualche giorno fa, alla vigilia del processo Mediaset, il profilo adottato da media e politica era piuttosto basso, la linea comune era quella che vicende giudiziarie del Cavaliere e politica dovessero essere separate, benché fossero chiari ed evidenti i contrasti che permeavano trasversalmente i partiti.

La sentenza è stata pronunciata e resa esecutiva, proprio oggi 3 agosto. L’interdizione dai pubblici uffici è rimandata al tribunale di Milano e probabilmente sarà ritoccata temporalmente passando da 5 a 3 anni, mentre è stata confermata la condanna penale per frode fiscale a 4 anni, ridotta a 1 per via dell’indulto. La Corte non ha influenzato il titolo Mediaset che nell’ultimo anno ha guadagnato oltre il 100% consentendo alla famiglia Berlusconi di aumentare il valore delle loro azioni per un ammontare pari circa a quanto dovrebbero pagare a De Benedetti per il caso CIR-Mondadori, 470 milioni di €. Forse la Consob in queste situazioni dovrebbe preventivamente vigilare poiché in un periodo di crisi e con il settore pubblicitario che arranca in tutta Europa, una performance simile del Biscione pare appena sospetta, pur non essendoci fondamento alcuno.

Inevitabilmente l’esito sta avendo un impatto importante. All’interno del PD il segretario Epifani chiede il rispetto della sentenza ed in particolare il voto per far uscire Berlusconi dal Parlamento poiché dal 2012, Esecutivo Monti, chiunque abbia una condanna definitiva di oltre 2 anni non ne può far parte. Il PD rimane anche in questa circostanza diviso internamente (Civati, Epifani, Renzi ad esempio hanno opinioni discordanti), complice il congresso e le elezioni primarie che rendono il clima all’interno dei democratici costantemente da campagna elettorale.

I leader del PDL si schierano a favore del Cavaliere arrivando a chiedere al Presidente della Repubblica la grazia per Berlusconi il quale si limita a dichiarare, molto astutamente, di voler mettere dinnanzi a tutto il bene del paese, ma poi richiede una imminente riforma della giustizia e nuove elezioni nel breve termine. L’ipotesi della grazie è molto remota, non sono i leader politici ad avere facoltà di richiederla e Napolitano, pur favorevole ad una modifica della riforma della giustizia, non è assolutamente intenzionato a concederla nonostante le minacce del PDL di dimissioni di massa che porterebbero immediatamente alla caduta del Governo ed addirittura il clima da guerra civile intimato da Bondi. Esiste inoltre il punto che riguarda la successione, Marina Berlusconi non è gradita a tutti i membri del PDL, ma il nome che consentirebbe di mantenere il simbolo con la dicitura “Berlusconi” e l’esperienza imprenditoriale la pongono di fatto in lizza, quasi che il centro destra liberale in Italia possa essere rappresentato solamente dalla famiglia di Arcore.

Scelta Civica, con l’ex Premier Monti, ricorda saggiamente che in questo momento una crisi di governo potrebbe non essere sostenibile, nonostante sul fronte dei mercati gli spread siano rimasti constanti.

Il Premier Letta, concordando con Monti, dichiara che non è pensabile, anzi si tratterebbe di un “delitto” far cadere ora l’Esecutivo.

La situazione è molto complessa ed intrigata, è probabile che il Presidente della Repubblica stia ripensando alle parole che disse quando accettò il secondo mandato, cioè che in caso di gravi tensioni avrebbe valutato le dimissioni; attriti e scontri non sono mai mancati, ma ora sembrano essersi davvero aggravati e rischiano di compromettere seriamente la tenuta del Governo, lo testimonia una improvvisa accelerazione che qualche giorno fa c’è stata sul fronte della legge elettorale.

Le tensioni politiche, nonostante qualche progresso sul fronte dei conti, dei consumi e della produzione, hanno già portato il rating del debito del nostro paese a due step dalla classificazione “spazzatura”, che vorrebbe dire divieto di acquisto per statuto da parte di molti Stati, ed investitori istituzionali, comprese banche e fondi; a quel punto il rifinanziamento sarebbe più difficile ed avrebbe costi sempre maggiori.

Oltre ai mercati, che guardano il nostro paese con costante attenzione (debito, riforme, mercato del lavoro, disoccupazione sono sorvegliati speciali), vi sono i problemi interni all’Esecutivo. Questo governo che doveva essere rapido, dinamico e flessibile, in grado di affrontare, grazie alla maggioranza ampia, le questioni urgenti in modo celere, si è rivelato ingessato ed ostaggio della stessa maggioranza, quando non delle opposizioni, che lo compongono. Nonostante alcuni buoni risultati sia a Bruxelles (accordi sul lavoro giovanile) che al livello nazionale (sblocco dei pagamenti della PA, qualche riforma per rendere il lavoro più flessibile utilizzando l’EXPO come driver, incentivi alle ristrutturazioni e bonus per elettrodomestici e  riqualificazione/risparmio energetico, qualche flebile cenno alla sburocratizzazione ed alla sua digitalizzazione, che però pecca di educazione digitale della popolazione, in particolare quella più anziana etc) il ritmo è lento ed il Premier Letta è costretto ad impegnare più risorse nella mediazione interna rispetto a quelle che impegna in Europa per cercare di fare in modo che vengano presentare ed approvate quella serie di norme volte ad armonizzare l’ EU ed in grado di creare i presupposti per la ripartenza economica e la competitività che risultano spesso osteggiate dai paesi nordici i quali, come entità particolari, beneficiano di questa situazione contravvenendo allo spirito europeista che dovrebbe essere condiviso e difeso da tutti i membri. In tal senso si possono rammentare l’unione bancaria, l’armonizzazione fiscale e della tassazione, la lotta comune all’evasione, le politiche monetarie della ECB e, limitatamente al nostro paese, l’applicazione della “golden rule” agli investimenti in innovazione ed infrastrutture; tutte norme che necessiterebbero di una pressione costante dei principali rappresentati del Governo italiano.

Alcuni dati stanno lentamente volgendo in territorio positivo rispetto agli ultimi mesi, come la produzione ed i consumi, dopo aver visto cali drammatici, e forse anche il PIL 2014 sarà lievemente positivo, +0.7%; i livelli pre crisi rimangono ben lontani ed anche la disoccupazione continuerà ad aumentare per molti anni, in ogni caso i pochi segnali di inversione di tendenza dovrebbero essere sfruttati, le azioni essere più incisive e rapide, ed il governo non dovrebbe incagliarsi ogni giorno in nuovi  problemi interni.

In questo momento in Italia, come in Europa, si dovrebbero realmente superare gli egoismi e le posizioni da campagna elettorale per operare in ottica di più ampio respiro e risanamento di lungo termine. La maggioranza dovrebbe accordarsi, trovare un compromesso legalmente accettabile sul destino politico di Berlusconi e passare oltre andando ad affrontare i temi di interesse economico per il paese, come il costo dell’energia che necessita di un nuovo piano energetico ed una differente gestione delle rinnovabili e degli incentivi, il lavoro giovanile che deve vedere entro fine anno applicate quelle misure previste dalla “youth guarantee” concordata a Bruxelles e per la quale si ricevono contributi europei, la riforma previdenziale e degli ammortizzatori sociali, il digital divide, il livello fiscale insostenibile, il credit crunch ed il sostegno alle imprese, la riforma elettorale ed il finanziamento pubblico ai partiti, il taglio della burocrazia e della spesa pubblica, la gestione del patrimonio immobiliare e delle aziende controllate o partecipate. Il DDL del Fare per ora è un piccolo tassello di un grande mosaico che in breve tempo dovrebbe essere completato, ma i giocatori, quasi che non riescano a rendersi conto delle situazioni economico sociali in cui versano il paese e le persone, non sembrano essere troppo motivati, continuando ad avere un visione molto limitata e sempre più “divisiva”.

03/08/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

Calda giornata politico-economica e non per l’anticiclone nordafricano

Molto brevemente oggi è una giornata decisamente intensa e ricca di eventi importanti.

Sul fronte politico la Cassazione, probabilmente nella seconda metà del pomeriggio, si pronuncerà sul Cavaliere Silvio Berlusconi nell’ambito del processo Mediaset. In tal contesto l’eventuale riduzione dell’interdizione dai pubblici uffici, a prescindere dalla condanna penale, non renderebbe così scontato una scomparsa totale di Berlusconi dalla politica. Molto dipenderebbe dalla durata di questo Esecutivo.

Contemporaneamente si sta accelerando la procedura di modifica costituzionale per poter metter mano alla legge elettorale, cosa che statisticamente è accaduta solo a ridosso delle elezioni stesse.

Le due circostanze non sembrano del tutto scorrelate, è evidente che la sentenza del processo Berlusconi può influenzare in maniera decisiva il destino dell’attuale Governo e nessuno, anche internamente all’Esecutivo è certo delle reazioni all’esito della Corte che le varie fazioni, siano esse del PDL, PD, SEL, Scelta Civica o M5S, potrebbero avere.

Se un nuovo Governo, con meno contrapposizioni interne, si insediasse nel periodo di interdizione di Berlusconi, allora per lui sarebbe decisamente difficile potersi ripresentare in politica in modo ufficiale, anche per l’anagrafe del Cavaliere.

Come si evince gli scenari possibili sono numerosi lasciando aperte molte possibilità.

Sul fronte economico, dopo i dati molto positivi degli USA, che hanno visto un PIL in crescita dell’ 1.7%, le decisioni della FED di mantenere i tassi invariati e proseguire con l’acquisto di bond (85 miliardi di $ al mese) si stanno attendendo Draghi e la ECB che dovrebbero lasciare i tassi invariati e potrebbero annunciare l’acquisto di bond.

Infine da segnalarsi, la semestrale di Mediaset, titolo molto movimentato per il processo che porta il nome dell’azienda di comunicazione e quelle di  ENEL (ore 18) ed ENI dopo le dichiarazioni poi smentite, della possibilità di cessione dei gioielli di stato come ENEL, ENI, Finmeccanica  appunto.

 

01/08/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale