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La politica Italiana tra le crisi Russo-Ucraina, Libica ed i negoziati UE-Grecia

Conclusi i rituali ed il periodo di ambientamento nella nuova “dimora”, Mattarella dovrà affrontare i primi reali impegni sul piano politico. Il Presidente riceverà in udienza Forza Italia e SEL dopo la bagarre in Senato sulla riforma costituzionale che ha rappresentato una brutta pagina della nostra democrazia. Le richieste dei due partiti di opposizione non sono al momento note, ma probabilmente verteranno sulle accuse al Governo Renzi di un eccesso di autoritarismo che rischierebbe di portare alla modifica della Costituzione senza il necessario tempo per il dibattito e senza la condivisione di tutto il Parlamento. Curioso è notare come i due partiti che ora si “scagliano” contro l’esecutivo Renzi, siano FI, il protagonista de “Il Fu Nazareno” e SEL il partito che proprio per il Nazareno si è allontanato definitivamente dal PD: ora che il “sodalizio berlusconiano” non sussiste più le due forze politiche si trovano “coalizzate” assieme a criticare le modalità operative del Premier.

La settimana in essere vedrà i lavori parlamentari concentrarsi sull’approvazione dei decreti in scadenza. Tra essi il primo dossier riguarda il Milleproroge la cui scadenza è fissata per il 3 marzo. Probabilmente per questo secondo passaggio verrà richiesta dal Governo la fiducia considerando la pioggia di emendamenti ed il possibile blocco nel passaggio al Senato ancora da affrontarsi. Il Premier si è detto disposto ad ascoltare tutti, ma senza rimanere bloccato dagli emendamenti ed è per questa ragione che si prospetta l’utilizzo del voto di fiducia. Di fatto Renzi conferma la linea apertamente dichiarata e fino ad ora utilizzata di consentire parola, fatto salvo che la decisione finale è competenza solo ed esclusivamente sua. Se in certe situazioni un simile approccio può essere condivisibile ed utile per superare impasse di infimo conto e spessore, ahinoi non estranei alla politica italiana, in altri casi, come può essere la modifica della costituzione, può apparire, e risultare a tutti gli effetti, una forzatura autoritaria.

Parallelamente alla corsa sui decreti verso la quale è proiettata gran parte dell’energia politica, le vicende internazionali che coinvolgono direttamente l’Italia si fanno sempre più tese.

Crisi Russo – Ucraina: il fronte nord orentale

Sul fronte nord orientale, dopo una escalation degli episodi di guerriglia e di violenza e dopo i nuovi bilaterali ai quali, oltre a USA, Ucraina e Russia, hanno partecipato solo Germania e Francia, conformemente allo schema Normandia ancora in vigore che non fa altro che comprovare la debolezza Europea in politica estera,  la tregua tra Russia ed Ucraina “sembra tenere” a detta degli osservatori internazionali. Solo qualche scontro e “cenno di battaglia”, che dal mio sprovveduto punto di vista poco si confanno ad una tregua che “sembra tenere”. Che il cessate il fuoco fosse affrontato già in principio con poca convinzione era evidente fin dalla sua prima pianificazione che prevedeva l’entrata in vigore ben tre giorni dopo la definizione, giorni in cui le milizie si sono impegnate in strenue lotte per la conquista degli ultimi lembi di terreno. Pare che anche le istituzioni internazionali non ripongano troppa fiducia in questa tregua, ma più che altro si accontentino di un miglioramento rispetto al pessimo risultato del precedente patto di Minsk. La crisi russo-ucraina con le sanzioni internazionali imposte a Putin, con la possibilità di ulteriore inasprimento ed con il pericolo di ritorsioni energetiche, vede economicamente coinvolto e penalizzato il nostro paese.

Libia ed immigrazione: il versante Medio oriente e Nordafricano

Scendendo verso sud sempre sul fronte orientale è la vicenda Libica e dell’ISIS a preoccupare il mondo, l’Europa ed in particolare l’Italia che ha l’ulteriore onere di offrire il fianco ai flussi migratori nell’ultimo periodo molto consistenti e dall’esito drammatico. Le probabilità di un intervento armato aumentano e proprio su questa eventualità si sono pronunciati importanti esponenti del Governo italiano in un ping pong di dichiarazioni che dimostrano come talvolta prima di lanciarsi in esternazioni pubbliche sarebbe bene riflettere collegialmente e stabilire una linea comune onde evitare di destabilizzare ulteriormente la credibilità istituzionale. Inoltre fare anticipatamente dichiarazioni dal carattere strategico potrebbe indirizzare le operazioni ed i piani dei nemici, l’ISIS appunto. Il riferimento è all’intervista del ministro degli esteri Gentiloni secondo cui in un quadro di legalità internazionale, ossia con l’ONU, l’Italia è pronta, determinata e favorevole all’intervento armato. Se possibile ancora più preciso è stato il Ministro della Difesa Pinotti che ha quantificato in 5’000 le risorse militari immediatamente disponibili (per pensare ad un intervento di una qualche efficacia in realtà ne servirebbero almeno 60’000). A fare dietrofront è stato a distanza di poche ore direttamente il Premier, che ha messo in guardia dagli isterismi ed invitato alla prudenza ed alla riflessione, ricalcando quanto dichiarato dal Professor Prodi, da più parti indicato come possibile mediatore in Libia, ad un quotidiano nazionale. Un Prodi mediatore effettivamente non suona male, ma il punto è stabilire chi sia l’interlocutore, perché dopo la caduta di Gheddafi il paese nordafricano è allo sbando. In realtà l’Italia sul fronte libico così come su tutta la politica estera e sull’immigrazione non è in grado nè ha la struttura e le risorse per muoversi ed agire in autonomia; dovrà adattarsi ad un quadro internazionale, che nella migliore delle ipotesi può essere chiamata a definire assieme agli altri attori. Nella fattispecie libica ciò che il nostro paese potrà fare è attendere una presa di posizione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ed allinearsi in modo più o meno pedisseque. Come per la Russia anche il giro d’affari dei rapporti economici con la Libia è tutt’altro che trascurabile, in primis per l’approvvigionamento di idrocarburi, principale risorse libica e dell’ISIS che ora il paese nordafricano sta ipotizzando di contingentare, ma anche per le numerose attività industriali operate da imprese italiane che complessivamente volgono qualcosa come 11 miliardi all’anno.

Il negoziato Euro – Greco

La questione greca e le richieste del duo Tsipras-Varoufakis continuano ad essere un tema caldo, ma che piano piano sembra scemare rispetto ai due precedenti. Effettivamente l’impressione è che il sentiment dei mercati possa essere turbato più dal degenerare della situazione libica o ucraina che dal perdurare delle trattative tra UE ed Atene (leggasi Schaeuble/Merkel – Tsipras/Varoufakis) i cui effetti sono probabilmente già scontati da tempo (ed effettivamente non è notizia di ora che alcuni stati stessero preparando un piano per far fronte ad un’eventuale “GrExit”). Le due parti non sembrano riuscire a trovare un punto d’accordo, l’Eurogruppo di lunedì si è concluso senza alcunché di fatto ed un nuovo Eurogruppo straordinario è stato fissato per venerdì 20. La Grecia sostiene di non voler soldi, ma tempo, tralasciando il particolare che mai come in questa fase ed in trattative simili soldi e tempo sono assolutamente sinonimi; lato UE invece non vi è la men che minima intenzione di cedere alle richieste di Atene definite irricevibili da più parti, inclusi Commissario UE all’economia Moscovici, ministri economici tedeschi, Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem ed anche Direttrice dell’FMI Lagarde. Proprio la Lagarde è stata colei che ha lanciato l’ultimo ultimatum a Tsipras in risposta al suo piano di non rispettare le imposizioni della Troika non più riconosciuta. La Governatrice ha ricordato al Premier greco che il non rispetto delle condizioni imposte dalla Troika comporterebbe lo stop degli aiuti economici. La conseguenza di breve termine sarebbe l’insolvenza greca che sta cercando in tutti i modi di reperire denaro per un prestito ponte che le consenta di traghettare il bilancio fino a maggio o addirittura fino a fine anno quando presenterebbe un piano di dettaglio per risanare la propria economia, le ipotesi sono la richiesta degli interessi sui bond corrisposti alla BCE ed una nuova emissioni di titoli a breve scadenza da parte della banca ellenica. Il tempo invece scarseggia e le istituzione europee pretendono chiarimenti circa le intenzioni di Atene proprio entro l’Eurogruppo venturo. La situazione rimane complessa e pochi sono gli elementi che lasciano prevedere una breve risoluzione così come lontana è l’idea di flessibilità (che è differente da eccessiva permissività senza controllo) che ad un certo punto pareva potesse attecchire tra le istituzione europee.

I fatti purtroppo riassumono in modo tremendamente chiaro come l’Europa per com’è attualmente conformata non sia in grado di gestire crisi sul piano economico, degli esteri e della difesa e neppure fenomeni globali quali i flussi migratori.

16/02/2015
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità: il colpo di scena sulle accise

Da indiscrezioni trapelate in merito alla legge di stabilità che si comporrà di due parti distinte, una relativa alle proroghe ed una relativa alle misure urgenti, emerge un provvedimento a dir poco curioso.
Per la prima volta si sta prendendo in considerazione la possibilità di ridurre le accise sul tabacco. Tale balzello è sempre state uno strumento semplice, immediato ed odioso per fare cassa, tanto che il suo aumento è presente in ogni clausola di salvaguardia, inclusa quella che dovrebbe scattare qualora le previsioni sugli introiti da spending review e da rientro di capitali dall’estero sia inferiore alle attese. Questa indiscrezione sembra dunque un vero colpo di scena, poiché le accise sono sempre state considerate efficienti, sono state sistematicamente, quasi strutturalmente, innalzate e mai ritoccate al ribasso.
Il perché di questo cambio “strategico” è presto detto e risiede nella drammatica veridicità della legge di Laffer, secondo la quale al crescere della tassazione oltre una certa soglia i consumi, a cominciare dai bene non di prima necessità, si deprimono comportando un gettito minore rispetto a quanto si sarebbe ottenuto evitando gli incrementi delle imposte, nel caso italiano principalmente l’IVA.
Questa legge si applica perfettamente, e per la prima volta in modo quasi dichiarato, al caso del tabacco poiché un’eventuale riduzione delle accise servirebbe a compensare il minor gettito dovuto ai consumi inferiori a seguito dell’aumento dell’IVA. Come volevasi dimostrare si diceva al liceo.

La realtà è che questo fenomeno si è verificato non solo per tabacco ed alcol, ma anche per la benzina, per i comuni beni di consumo ed anche per quelli di prima necessità come cibo, oggetto di rinunce in qualità e quantità, e cure mediche e medicinali, andando quasi a ledere i diritti che ogni cittadino di un paese avanzato e civile dovrebbe avere garantiti.

Questa presa d’atto testimonia come molte delle misure siano state adottate senza alcun piano strutturale, ma per una sopravvivenza giornaliera, quasi oraria, forse mutuata dalla troppa finanza che ha sedotto l’economia degli ultimi anni o forse proprio causata dalla totale assenza di idee e di piani precisi, chiari, strutturali e senza un ben noto punto di arrivo in termini di tempi e budget, mettendo pezze qua e là, a volte anche cadendo in contraddizione e ledendo ulteriormente la fiducia nella politica degli elettori, tutto per sistemare temporaneamente i numeri, perché alla fine nelle slide sono i numeri ad essere presentati, talvolta senza considerare da dove derivano e cosa dietro essi risiede.

Nonostante ciò pare che la lezione non si voglia apprendere e la possibilità di ulteriori accise rimane, almeno per ora visto che i dietrofront e l’incertezza normativa è ormai prassi comune, tra le clausole di salvaguardia assieme agli aumenti previsti a partire da gennaio 2014. Rincareranno i trasporti, l’alimentare (5%), servizi bancari, detersivi, plastica, assicurazioni (5%), autostrade (3%), carburanti, acqua (3-5%) ecc, ecc, per un totale di circa 1’300€ annui in più (1’384€ secondo Adusbef e Federconsumatori); per la cronaca diminuiranno le tariffe elettriche e del gas.

La riduzione delle tasse di 250€ per il 2013 rilevata dalla CGIA di Mestre non sembra essere percepita dai cittadini che risultano sempre più impoveriti e sull’orlo dell’indigenza, forse perché compensata da imposte locali o da slittamenti di adempimenti ai primi mesi del 2014.

Vero è che l’imposta sui consumi può essere considerata progressiva ed è tra quelle consigliate dall’Europa, ma quando a risentirne, ed in modo pesante, sono i consumi di prima necessità ed essenziali forse il meccanismo si è inceppato. La stadio della malattia italiana è ormai molto avanzato e la scossa che servirebbe per cambiare rotta deve essere forte, a maggior ragione se uno degli obiettivi è rilanciare i consumi interni e l’export. Fosse vero che nel 2014 i rincari peseranno sulle famiglie italiane per quasi 1’400€, non v’è taglio del cuneo fiscale in grado di compensare un simile aumento e sarà quindi impensabile sperare in una ripresa dei consumi, salvo depauperare ulteriormente risorse e risparmi privati, ultimo baluardo a protezione da una instabilità sociale che potrebbe scoppiare da un momento all’altro.

Il buon proposito per il prossimo anno dovrebbe essere quello di cambiare rotta in modo convinto e deciso, ridistribuire ricchezza pianificando il lungo termine, essere convincenti in sede europea anche adottando molta più etica e morale entro i confini nazionali, non puntare a vivacchiare (ed un +0.7% di PIL, con disoccupazione in aumento, è vivacchiare) perché, anche senza ipotizzare possibili tensioni e scontri sociali che in un certo modo si sono già manifestati e che in altre realtà non troppo dissimili da quella italiana continuano tuttora, gli italiani onesti che fino ad ora hanno letteralmente sopportato e tirato avanti il paese a dispetto di tutto e tutti, non possono più permetterselo e non se lo meritano.

30/12/2013
Valentino Angeletti
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